Nike, Adidas. Adidas, Nike. E via, con una cantilena interrotta sporadicamente da qualche altro marchio, come Macron e New Balance. Gli sponsor tecnici, soprattutto quelli delle grandissime squadre, sono quasi sempre gli stessi, in un…duopolio reso un po’ meno monotono dall’inserimento della Puma.

Sembrano lontanissimi i tempi in cui le maglie delle squadre, di club e nazionali, sciorinavano una serie di nomi che all’epoca erano famosissimi, ma che nel corso dei decenni sono scomparsi. Gli appassionati di maglie li ricordando con facilità, chi non ha “studiato” il calcio di una volta farà fatica a farseli venire in mente. Anche perché ormai non si vedono praticamente più.

Come due storici marchi inglesi, Admiral e Umbro. Nei momenti di massimo splendore del calcio di Sua Maestà, le big indossavano i galloni oppure i due rombi concentrici. La Admiral si fa conoscere negli anni Settanta, quando diventa lo sponsor tecnico del Leeds United di Don Revie e la prima casa di abbigliamento sportivo a comparire sul petto dei Tre Leoni, fino agli anni Ottanta.

In quel periodo invece la Umbro sponsorizza il Liverpool campione di tutto, ma già dagli anni Sessanta l’azienda del Cheshire vestiva la maggior parte delle squadre nazionali, arrivando a produrre le maglie di 15 delle 16 squadre del Mondiale 1966. Ora i due grandi marchi sono entrambi in declino. La Admiral ora sponsorizza solo il Wimbledon, oltre che qualche nazionale caraibica. La Umbro è invece stata ceduta alla Nike e rivenduta, e adesso fornisce le divise dell'Everton.

Dominavano la A negli anni ottanta - Chi seguiva la Serie A negli anni Ottanta non può non ricordare invece due marchi leggendari: NR e Pouchain. La NR in un determinato momento storico ha praticamente monopolizzato la Serie A, sponsorizzando Milan, Napoli, Roma, Lazio, Sampdoria, Pescara, Fiorentina. La maggior parte delle iconiche foto di Maradona con la maglia azzurra vedono spuntare il riconoscibilissimo logo dell’azienda italiana.

Come era italiana la Pouchain, che è particolarmente celebre per le maglie della Roma di fine anni Settanta, con l’introduzione del lupetto di Gratton. Nel 1979 arriva anche il corrispettivo laziale, l’aquilotto. La NR è rinata come azienda di streetwear, mentre la Pouchain si dedica alla produzione di maglie da calcio vintage.

Qualche anno dopo, sempre in Italia, spesso e volentieri si vedevano altri due marchi, più celebri per altre discipline. La Champion è certamente nota per aver sponsorizzato tutte le squadre NBA negli anni Novanta, ma anche nel calcio ha fatto la sua comparsa. L’esempio più celebre è quello del Parma tra il 1999 e il 2005, vestendo così l’ultima squadra italiana di vincere la Coppa UEFA.

Molto già conosciuta per il tennis è la Fila, che però negli anni Novanta decide di vestire anche club calcistici, come la Fiorentina di Batistuta o il West Ham. Entrambe le aziende continuano con il loro business caratteristico, senza aver più prodotto divise calcistiche da un buon numero di anni.

Altre aziende italiane hanno fatto la loro comparsa negli anni Novanta. La Galex, di proprietà di Gaucci, sponsorizzava ovviamente il Perugia del vulcanico presidente, ma non solo, vestendo anche tutte le squadre del gruppo che faceva capo all’imprenditore romano, come il Catania, la Sambenedettese e la Viterbese. Prima di fallire, Galex ha avuto un buon successo nelle serie inferiori, producendo anche le maglie di l'Arezzo, l'Ancona, l’Ascoli.

Celebre per maglie molto…futuristiche è stata la Pienne, che ha fatto la storia con alcune maglie del Pescara a inizio anni Novanta. E anche un’altra azienda, la Biemme, ha avuto modo di scrivere la storia del calcio tricolore, sponsorizzando un ancora sconosciuto Chievo Verona e soprattutto il Vicenza dei miracoli, capace di vincere la Coppa Italia e di arrivare in semifinale di Coppa delle Coppe.

Tra Spagna e Germania - Anche all’estero ci sono molti marchi che hanno avuto una certa notorietà, prima di essere un po’ dimenticati. Le immagini del Real Madrid degli anni Novanta, per esempio, sono strettamente legati all’azienda spagnola Kelme, che ha vestito la casa Blanca prima che al Santiago Bernabeu arrivasse, con un accordo ormai ultraventennale, l’Adidas. Sul petto di Mijatovic mentre segna il gol decisivo della Champions 1998, però, il logo è quello del marchio iberico.

La tedesca Uhlsport, invece, si specializzata nell’abbigliamento per portieri, avendo come testimonial campioni del livello di Dino Zoff, Walter Zenga e Francesco Toldo, ha vestito anche i giocatori di movimento dell'inter dei record! Vestono ancora Uhlsport molte squadre minori, soprattutto in Germania. Sempre in Germania è ancora presente la Hummel, nata ad Amburgo, che negli anni Ottanta ha vestito parecchie squadre importanti, tra cui il Real Madrid, il Tottenham o il Verona ai tempi di Caniggia.

Senza dimenticare che erano marchiate Hummel con azionista la famiglia Laudrup le maglie della Danimarca che ha vinto il Campionato Europeo 1992, a grandissima sorpresa per le scommesse online calcio dell'epoca!


È stata sotto i riflettori parecchio in poco tempo, soprattutto grazie al Siviglia e al Liverpool, la Warrior, azienda americana che ha sponsorizzato sia gli andalusi che i Reds, prima di abbandonare il mercato calcistico alla fine della stagione 2015/16, lasciando spazio alla New Balance, proprietaria del marco.

La vincitrice seriale - Infine ancora attiva con la Fiorentina fino a giugno 2020, ma non più celebre come una volta, Le Coq Sportif, che negli anni ha vestito l’Aston Villa campione d’Europa nel 1982 ma anche grandi squadre sudamericane come l’Inter Porto Alegre o la Fluminense. L'azienda francese ha vinto, di seguito, Mondiali '82, Euro '84 e Mondiali '86, fornendo mute e materiale a Paolo Rossi, Michel Platini e Re Diego! 

Insomma, tanti nomi che a modo loro hanno fatto la storia del calcio. E che, sebbene non siano più importanti come una volta, non vengono mai del tutto dimenticati dagli appassionati.

*L'immagine di apertura è di Carlo Fumagalli (AP Photo).

 
March 14, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Non solo plusvalenze. I club di Serie A cercano di pianificare il proprio futuro puntando anche sui calciatori più giovani. Il mercato dei giocatori della Primavera è un movimento sommerso, che non sempre viene evidenziato come quello della prima squadra, ma ha un’incidenza significativa sui bilanci dei club del massimo campionato.

I dati relativi ai settori giovanili sono contrastanti; da una parte ci sono percentuali sconcertanti, come quella del 66% dei calciatori delle formazioni Primavera che non riescono a fare del calcio una professione, dall’altra - ancor meno rassicurante - è quella che certifica l’arrivo in prima squadra dei giocatori cresciuti nel settore giovanile: 3%.

Diversi club, come Juventus e Inter, continuano a investire per cercare di accaparrarsi i migliori prospetti in circolazione, altri che - come la Roma - stanno intraprendendo la strada opposta, fissando un tetto ingaggi per la formazione Primavera e un limite alle spese per quanto riguarda il mercato.

Gli acquisti più cari - In mezzo ci sono le società che investono soltanto quando fiutano l’affare, peculiarità che ha caratterizzato negli ultimi anni l’operato della Lazio, avvezza a pescare nei settori giovanili dei top club europei come Barcellona e Liverpool: nell’estate scorsa i biancocelesti hanno tesserato Bobby Adekanye, proveniente dal Liverpool, e investito oltre 8 milioni di euro per l’esterno offensivo Raul Moro, prelevato dalla squadra del Barcellona Under 18.

E’ stato questo il colpo di mercato più costoso portato a segno dai club di Serie A, un exploit che ha messo in fila gli affari di Juventus, Inter, Atalanta, Napoli, Fiorentina e Sassuolo.

La Juventus ha puntato le proprie fiches su Yannick Cotter, attaccante esterno prelevato dal Sion per 5 milioni di euro e su Enzo Barrenchea, mediano acquistato sempre dal sodalizio elvetico per 2,5 milioni di euro.

Secondo una classifica sviluppata in Francia dal Cies (Centre International d'Etude du Sport), relativa all’impiego in Prima squadra di giovani calciatori provenienti dal settore giovanile, l’Italia si posiziona al penultimo posto con l’8,9%, seguita dalla Turchia che chiude la graduatoria.

Tra i top 5 campionati europei, la Serie A è il torneo che vanta il minor numero di giocatori provenienti dal club di appartenenza, poco meglio fanno i club della Bundesliga (12%) e della Premier League (12,7%), cresce la percentuale nella Ligue 1 francese (17,2%) mentre la Liga spagnola (20,9%) si conferma il campionato con maggiori prospettive per i giovani calciatori provenenti dalla Cantera.

Lo sviluppo dei settori giovanili da parte dei club professionistici viene incentivato anche dalle normative dell’Uefa e della Federcalcio; per il massimo organismo continentale, i soldi spesi per le squadre giovanili sono considerati un investimento virtuoso che non viene conteggiato per quanto riguarda il Fair Play Finanziario. Allo stesso modo, la Federcalcio ha previsto un ammortamento quinquennale per i costi legati ai settori giovanili, come legiferato dall’Art 86 delle Norme Organizzative Interne della Federazione.

Le strategie - Ogni club sceglie la propria strategia, che non sempre paga: nonostante i numerosi investimenti, la Juventus lo scorso anno ha fallito la qualificazione ai play off scudetto, l’Inter da questo campionato ha limitato al massimo l’impiego dei calciatori fuori quota per dare la possibilità agli altri elementi della rosa di crescere in maniera esponenziale, la Roma ha iniziato una politica di riduzione dei costi con l’abbassamento del monte ingaggi: tetto massimo 70 mila euro per i calciatori più promettenti, i soldi risparmiati verranno reinvestiti nei premi di valorizzazione che verranno dati ai club che avranno modo di puntare sulla crescita dei giovani talenti giallorossi in prestito.

Vanificato - almeno per questa stagione - l’intento del Milan di puntare sui giovani; la squadra rossonera partecipa al campionato Primavera 2, essendo retrocessa il campionato scorso come testimoniano i siti scommesse calcio, il fondo Elliott dovrà rimandare il proprio piano industriale relativo al mondo del calcio. L’Atalanta continua a farla da padrone, con Amad Traore, attaccante esterno della Costa d’Avorio, primo calciatore del 2002 a realizzare - contro l’Udinese - una rete in Serie A.

I costi complessivi di gestione dei settori giovanili dei club professionistici hanno sfondato da tre stagioni il tetto dei 100 milioni di euro per gestire complessivamente 290 squadre, dalle formazioni esordienti fino alla Primavera; in media le società spendono 5,8 milioni di euro, ma club come Juventus, Inter e Roma vanno oltre i 10 milioni di euro certificati nel bilancio annuale.

*La foto di apertura dell'articolo è di Czarek Sokolowski (AP Photo).

March 14, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

Simone Pieretti
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Lo hanno inserito, giustamente, nella top 11 della Serie A al momento dell’interruzione per l'emergenza coronavirus. Di più: c’è chi considera Luis Alberto il miglior giocatore del campionato, mettendo insieme numeri, giudizi e pagelle. Quindi parametri oggettivi e soggettivi.

Sembrava avesse dato il massimo due anni fa, invece non avevamo visto ancora niente. In questa stagione, lo spagnolo ha dato spettacolo con una continuità impressionante. Convincendo gli scettici, esaltando i tifosi della Lazio e in generale gli innamorati del calcio. Qualcuno lo chiama il Mago, soprannome che a lui piace molto, altri preferiscono El Toque per il tocco di palla “riveriano”.

Perché Luis Alberto ha la classe antica dei giocatori che non hanno bisogno dei muscoli per incantare le folle: come Gianni Rivera, appunto. Apparentemente fragili, in realtà semplicemente geniali. Falsi lenti, rifinitori e ambidestri, immarcabili!

Esempio: lo sanno bene, gli allenatori avversari, che Luis Alberto è il faro della Lazio, quasi all’altezza dell’illuminato Veron dello scudetto 2000, sono consapevoli che la priorità, per non soccombere, è soffocarne spazi e idee. Eppure non riescono a marcarlo adeguatamente. Meglio: lui trova sempre il modo di farsi trovare libero dai compagni, di cui è punto di riferimento essenziale in campo.

Danno la palla al Mago e sanno che dal cilindro qualcosa di decisivo uscirà fuori. Un pertugio impossibile da individuare per altri, una giocata imprevedibile, un raggio di luce quando per tutti è buio. Dal nulla, il gol. Il suo motto è quello, come per i grandissimi.

L'arrivo a Formello - L’intuizione di Tare, ds biancoceleste, è stata clamorosa. Pagato 4 milioni al Liverpool nell’estate 2016, adesso ne vale almeno 80. Ottanta, sì. Rischiava l’anonimato, dopo il fallimento in Premier e il mesto ritorno nella Liga, la Lazio invece ha scommesso sul suo talento e ha vinto. Tare e Inzaghi gli hanno dato fiducia nonostante quel primo anno da dimenticare: nel gennaio 2017, addirittura la tentazione di lasciare il calcio.

Il ds biancoceleste fu bravo a convincerlo che avrebbe avuto tempo e modo per imporsi, che ce l’avrebbe fatta a lasciare il segno. Che se si fosse impegnato giorno per giorno, negli allenamenti di Formello, sarebbe diventato un top della serie A. È andata proprio così, dall’estate 2017 è iniziato il percorso del nuovo Luis Alberto, ormai considerato un fuoriclasse assoluto. È il re degli assist in Italia con 12, in Europa, per gli amanti delle statistiche delle scommesse calcio solo in 4 hanno fatto meglio di lui.

In campionato ha segnato 4 gol come l’altra mezzala laziale Milinkovic, ma in Supercoppa contro la Juve la sua prodezza spaccapartita è stata importantissima ai fini del trionfo biancoceleste.

Due anni fa giocava trequartista alle spalle di Immobile, dal dicembre 2018 il suo ruolo è cambiato, Inzaghi gli ha trovato la collocazione ideale: mezzala sinistra libera di creare, sì, ma anche con compiti precisi in fase di non possesso. Tra il Mago e la nuova posizione è stato amore alla prima partita. È il vero regista offensivo della squadra: l’intesa con Lucas Leiva, il regista difensivo, è tra i segreti delle vittorie laziali. È stato bravissimo, Simone Inzaghi, a trasformarlo in centrocampista totale, non solo capace di inventare assist per gli attaccanti.

Significativo, a questo proposito, un recupero formidabile, da mediano puro, effettuato ai danni di Orsolini contro il Bologna: dopo una lunga rincorsa, tackle vincente al limite dell’area biancoceleste. L’Olimpico lo ha applaudito freneticamente, come se avesse appena mandato in gol con una magia Immobile. O come se fosse tornato lui stesso a colpire su punizione (non gli succede da un po’, unica macchia stagionale). O ancora, come se avesse segnato direttamente da corner, sua atavica ossessione.

Quel tackle era il simbolo della nuova mentalità acquisita da un giocatore che davvero meriterebbe di essere convocato in pianta stabile nella nazionale di Luis Enrique: a 28 anni, ormai pienamente maturo, può essere considerato l’erede di Iniesta.

Tra le chiavi del successo, la consapevolezza della sua forza, delle sue qualità. Al punto che ha rifiutato la proposta di rinnovo della Lazio, nel settembre scorso, perché convinto che avrebbe potuto ottenere un contratto migliore alla fine della stagione.

Il contratto che verrà - Ha scommesso su se stesso e sulla capacità di trascinare la Lazio dove nessuno avrebbe osato sperare l’estate scorsa. E ce l’ha fatta, come un film a lieto fine. Il suo ingaggio attuale è di 1,8 milioni di euro netti a stagione fino al 2022, l’offerta rifiutata di settembre era di 2,5 milioni, adesso si tratta un prolungamento fino al 2025 con stipendio ad altezza Immobile e Milinkovic, gli altri top player della Lazio, cioè 3 milioni netti ma con la possibilità di arrivare facilmente a 3,5 - e anche oltre - grazie ai bonus legati a numeri individuali (presenze, assist, gol) e risultati di squadra.

L’accordo c’è, bisogna solo ufficializzare il tutto. Poi, in estate, vedremo se il presidente Lotito sarà in grado di fronteggiare le inevitabili offerte che per il Mago arriveranno da top club europei. Fino alla scorsa estate si era fatto vivo solo il Siviglia, squadra del cuore del campione andaluso: adesso i corteggiatori sono tanti, a partire dal Barcellona.

Altro aspetto importante per capire il salto di qualità compiuto da Luis Alberto, il suo impegno quotidiano per migliorare la condizione fisica. Nel calcio di oggi, si sa, non bastano piedi di velluto: senza dinamismo, resistenza e una forma atletica sempre al top, è impossibile arrivare e restare ai massimi livelli per l’intera stagione.

La preparazione individuale - In questo senso, fondamentale il contributo dei suoi personal trainer Ruben Pons, ex fisioterapista del Liverpool, e Pablo Dip: il primo lavora a Barcellona, il secondo segue la mezzala biancoceleste a Roma. “Luis Alberto – ha dichiarato Dip a Repubblica – sta così bene perché accompagna il giusto riposo con delle sedute aggiuntive (oltre quindi a quelle con la squadra a Formello, ndr) di prevenzione e fisioterapia: stimoliamo i suoi muscoli 2-3 volte a settimana con lavori di mobilità e forza.

Gli allenamenti – ha aggiunto il personal trainer – sono lunghi, durano un’ora e mezza. Inoltre cura molto l’alimentazione, segue una dieta equilibrata”.  

Anche dal punto di vista psicologico, Luis Alberto ha trovato una serenità che in campo gli permette di mostrare il meglio del suo repertorio. Rivedere le sue giocate incredibili a Parma, per esempio, o in tante altre partite - da impazzire l'assist a Milinkovic per il gol del 2-1 alla Juve all'Olimpico il 7 dicembre scorso - di questa stagione, è una gioia per gli occhi: puro piacere per gli esteti del calcio. In attesa che finalmente, l'anno prossimo, il suo talento possa esprimersi anche sul palcoscenico più prestigioso: la Champions League nella quale la Lazio sarà un avversario da prendere con le molle anche per le scommesse calcio! 

*La foto di apertura dell'articolo è di Andrew Medichini (AP Photo).

March 14, 2020

Di Giulio Cardone

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Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

Giulio Cardone
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È stato un Super Bowl straordinario quello andato in scena lo scorso due febbraio all’Hard Rock Stadium di Miami. Non solo per lo spettacolo messo in scena dai Kansas City Chiefs e dai San Francisco 49ers. Il classico show che viene costruito intorno alla gara è stato veramente all’altezza.

Dall’incredibile esibizione durante l’intervallo di Shakira e Jennifer Lopez fino ai tanti, tantissimi spot pubblicitari. La vittoria di Mahomes, nominato poi MVP, e compagni è stata vista da 102 milioni di americani tra televisore e piattaforme streaming. Il Super Bowl di Miami è diventato l’undicesimo show più visto nella storia della televisione americana. All’interno di questa speciale classifica ci sono dieci Super Bowl e la puntata finale della serie televisiva M*A*S*H, vista da 106 milioni di spettatori nel febbraio del 1983. 

LE CIFRE RECORD E GLI SPOT PIÙ RIUSCITI - Un così grande pubblico di fronte al televisore diventa motivo di interesse per tutte le grandi aziende che vogliono fare pubblicità. Durante il Super Bowl vengono offerti dall'emittente, nel 2020 FOX in un'ottica di turnover triennale, due pacchetti alle varie aziende, uno da 30 secondi e un altro invece da un minuto. Per il Super Bowl di Miami servivano circa cinque milioni di dollari per acquistare i diritti a trenta secondi di spot, mentre il prezzo saliva a dieci milioni per un minuto di pubblicità.

Numeri incredibili che però non hanno bloccato le aziende, da Amazon a Google, da Pringles a Coca Cola. Tutti spot realizzati con enorme fantasia e coinvolgendo grandi attori, come fatto ad esempio da Jeep. Per promuovere la nuova Gladiator è stato ideato uno spot con protagonista Bill Murray, tornato ad indossare i panni di Phil Connors in "Ricomincio da capo".

Geniale anche l’idea di Mountain Dew, una delle bibite più in voga negli Stati Uniti. Grazie a Bryan Cranston e Tracee Ellis Ross è stata ricreata una delle scene iconiche di Shining, attirando così l’attenzione del pubblico.

E a proposito di attenzione degli spettatori del Super Bowl, quale miglior protagonista di Tom Brady per uno spot? È stata l’idea di Hulu, servizio di streaming video, che ha scelto proprio il quarterback dei New England Patriots per promuovere la loro idea di produzione televisiva. Lo spot si chiude con Brady che annuncia la sua voglia di “non andare da nessuna parte”, annunciando così la permanenza in NFL ed il picco di diretta scommesse!

Bud Light ha deciso di puntare sulla musica, così come Hard Rock. La prima azienda ha scelto Post Malone, uno dei cantanti più in voga a livello mondiale degli ultimi anni. Hard Rock, sponsor dello stadio di Miami dove si è disputato il Super Bowl, ha invece deciso di creare una sorta di maxi-trailer da oltre due minuti con Jennifer Lopez, strepitosa protagonista anche dell’halftime show insieme a Shakira.

Se Jeep ha puntato sul passato con il ritorno di Bill Murray, discorso diametralmente opposto è stato fatto da Audi. Cavalcando lo strepitoso successo di Game Of Thrones è stata scelta come protagonista dello spot Maisie Williams, conosciuta dai fan di GOT per la sua interpretazione di Arya Stark nella serie. Un allenamento in stile Rocky è stato il tema di riferimento dello spot ideato da Facebook, con Sylvester Stallone ad “approvare” il tutto. 

 

LA SFIDA POLITICA - Nell’anno delle elezioni americane, è inevitabile pensare al Super Bowl come grande occasione di propaganda. Nonostante le potenti influenze dei vari politici, la NFL non ha fatto sconti ai protagonisti della campagna elettorale. Due, inevitabilmente, i protagonisti delle pubblicità durante il Super Bowl. Da una parte il miliardiario democratico ex Sindaco di New York, Michael Bloomberg, dall’altra l’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump.

Consci delle potenzialità degli spot del Super Bowl, entrambi hanno deciso di proporre degli spot per screditare l’avversario politico. A differenza di Trump, che sarà sicuramente il candidato dei Repubblicani alle prossime elezioni, la campagna elettorale di Bloomberg non ha rispettato le attese e sarà un duello tra Joe Biden e Bernie Sanders a decidere chi sfiderà Donald Trump nelle elezioni previste per il prossimo tre novembre.  
 

*La foto di apertura dell'articolo è di Charlie Riedel (AP Photo).

March 13, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Contro il Psg, nel ritorno degli ottavi di Champions, la macchina da gol si è inceppata, ma trattasi del classico incidente di percorso. Erling Haaland resta la rivelazione di questa travagliata stagione calcistica, nonché il colpo più clamoroso del mercato di gennaio. Lo ha centrato il Borussia Dortmund, che si è portato a casa il fenomeno norvegese di 19 anni capace di segnare 60 gol nelle sue prime 100 gare in carriera, con 8 triplette.

E nella stagione al momento dello stop è arrivato a 40 reti in 33 partite (22 giocate con il Salisburgo, 11 con il Borussia): 10 i centri in 8 sfide di Champions con le due squadre.

Inevitabile, dopo quello che aveva già mostrato con il Salisburgo fino a dicembre, che si scatenasse un’asta internazionale per averlo. Ha partecipato anche la Juve: Paratici, forte dei suoi rapporti con Mino Raiola, manager di Haaland, sperava di spuntarla. In realtà il diabolico agente italiano aveva in mente un progetto diverso per il suo assistito, l’ennesimo purosangue della sua strepitosa scuderia (ne fanno parte, tra gli altri, calciatori  come Ibra, Pogba, De Ligt, Donnarumma, Verratti, Insigne, Kean).

Le ragioni della scelta - Ha scelto il Borussia Dortmund, Raiola, per consentire a Haaland di crescere in una squadra importante ma non di primissima fascia, in grado quindi di farlo giocare con continuità senza le pressioni eccessive che spesso travolgono i giovani che arrivano troppo presto nei top club europei.

Nello stesso tempo, nel Borussia i tempi di adattamento sarebbero stati ridotti – come poi effettivamente è successo – perché il passaggio dal Salisburgo non è un salto triplo, sia come ambiente, come Paese e soprattutto come lingua: Haaland conosce perfettamente il tedesco, ovviamente, e questo lo ha aiutato a inserirsi subito. I risultati sono stati immediati, non a caso. Raiola aveva pianificato tutto.

Le cifre dell'affare presente e... futuro - Non che il progetto poi abbia penalizzato il calciatore dal punto di vista economico. Vediamo perché. Haaland è stato pagato “solo” 22 milioni dal Borussia (la cifra prevista dalla clausola di rescissione del contratto con il Salisburgo), ma il club tedesco ha dovuto versare subito 8 milioni al giocatore come premio alla firma più 15 milioni di commissione a Raiola. L’ingaggio garantito al centravanti è di 8 milioni netti a stagione fino al 2024. Insomma non male come primo passo nel grande calcio per il gigante norvegese.

Ma cosa prevede per il futuro il piano di Raiola? Tutto programmato, appunto: un anno e mezzo al Borussia Dortmund e poi, nell’estate 2021, a soli 21 anni – è nato il 21 luglio 2000 - ma forte dell’esperienza accumulata in Germania, il trasferimento in un top club mondiale, di primissima fascia quindi e saranno interessanti le scommesse. Già stabilito il prezzo: 75 milioni, cioè la cifra prevista dalla clausola di rescissione, guarda caso esercitabile proprio dall’estate 2021.

Per il valore del calciatore, pagarlo 75 milioni per un top club sarà quasi come acquistarlo a parametro zero, con la conseguente possibilità per Raiola di chiedere e ottenere un ingaggio a livelli stratosferici per il suo fuoriclasse. Oltre alla facoltà di scegliere la soluzione migliore dal punto di vista tecnico. La strategia soddisfa anche il Borussia Dortmund, che si potrà godere Haaland per una stagione e mezza e poi realizzerà una plusvalenza da oltre 50 milioni.

Tutti contenti, quindi: giocatore, agente, Borussia e la società che verrà. In corsa i più forti e ricchi club del pianeta, dal Real Madrid al Barcellona, dalla Juve alle grandi della Premier, dal Bayern al Psg.

Il talento e il percorso – già costellato di successi – del giovanissimo goleador non sono una sorpresa, secondo gli amici della famiglia Haaland: “Cosa potevate aspettarvi di meno da uno che è stato concepito in uno spogliatoio?”, la domanda retorica posta al mondo da Jan Age Fjortoft, ex calciatore ed ex compagno di squadra nella nazionale norvegese del papà di Erling. Entrambi, Fjortoft e Haaland senior, giocarono contro l’Italia nella seconda gara del girone nei Mondiali degli Stati Uniti nel ’94.

L’amicizia regala confidenze, insomma Erling sarebbe stato concepito dai genitori nello spogliatoio del Leeds, club nel quale giocava (dal ’97 al 2000, 74 presenze e 8 reti in campionato) Alf-Inge Rasdal Haaland, fortunato padre di questo formidabile talento. Una macchina da gol che non si farà condizionare dall’incidente di percorso capitato a Parigi.

*La foto di apertura dell'articolo è di Martin Meissner (AP Photo).

 

March 13, 2020

Di Giulio Cardone

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Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

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Sotto l'Arena non si è ancora spento, e non potrebbe essere altrimenti, l'entusiasmo dei tifosi dell'Hellas Verona dopo l'incredibile 2-1 in rimonta firmato Fabio Borini e Gianpaolo Pazzini. Gli scaligeri, da neoporomossi, si stanno rendendo protagonisti di un campionato straordinariamente positivo agli ordini di mister Ivan Jurić e non risulta indigesta neanche la sconfitta con la Samp, prima della sosta forzata.

Un cammino campale, che li ha portati sino al sesto posto, in piena zona europea. E, a proposito di orizzonti internazionali, ci fu un tempo che Verona-Juventus valeva l'accesso ai quarti di finali di Champions League, che all'epoca si chiamava ancora Coppa dei Campioni. Uno scontro fratricida che lasciò parecchio amaro in bocca nell'Italia calcistica, che poteva competere, in quella edizione, con ben due formazioni. Da una parte, il Verona dei miracoli, scudettato con mister Osvaldo Bagnoli.

Dall'altra, una Juventus ancora scioccata dai tragici eventi dell'Heysel, che portarono alla disputa di due match casalinghi a porte chiuse da parte dei bianconeri. I quali, attraverso la propria dirigenza, rinunciarono al diritto di partire dagli Ottavi di finale (allora si era ancora ben distanti dai gironi qualificatori) disputando il turno preliminare per scontare subito la prima partita di squalifica in vista di un impegno agevole e di poter tornare di fronte ai propri tifosi a partire dai quarti allorquando l'avversario sarebbe stato decisamente più ostico.

A questo proposito, la Juventus si sbarazzò subito dei lussemburghesi della Jeunesse d'Esch (5-0 all'andata in trasferta e 4-1 tra gli echi del Comunale vuoto). E anche l'Hellas non incontrò particolari problemi al cospetto del ben più probante PAOK Salonicco (3-1 al "Bentegodi" e 2-1 in Grecia).

Sorteggio beffardo - Il percorso tra bianconeri e gialloblù si incrociò subito dopo, come detto, agli ottavi di finale. La partita dell'andata era prevista a Verona e, al cospetto di una Juve rinunciataria, il primo atto si concluse sullo 0-0. Lo scontro fratricida - in tutti i sensi - esplose nella gara di ritorno, in cui accadde di tutto. Si trattò di una partita giocata di pomeriggio in un impianto per l'appunto deserto e con una coda polemica avvelenata da parte dei veronesi nei confronti del fischietto alsaziano Robert Wurtz, che dopo i fatti del 6 novembre 1985 fu sospeso fino a terminare la propria lunga parentesi di arbitro internazionale.

E' il 18' quando il francese fischia un rigore dubbio per la Juventus: sul cross dagli eterni di Massimo Mauro e la finta di Aldo Serena, il difensore tedesco Hans-Peter Briegel controlla una palla forse con la spalla, forse col braccio, fatto sta che Platini, dagli undici metri, porta il risultato sull'1-0. All'Hellas, cui comunque basta una rete per passare il turno, capitano le occasioni migliori del match. A inizio ripresa, gli animi si incendiano: dopo 4' Serena, in piena area juventina, nel tentativo di togliere una palla vagante dalla disponibilità di Fontolan, camuffa un colpo di testa colpendo la sfera col pugno alzato. Wurtz lascia proseguire e viene accerchiato dai giocatori gialloblu.

Sull'azione susseguente, quindi, lo stesso Serena insacca di testa su cross dalla destra di Mauro ed è 2-0. La gara, in pratica, finisce qui, nonostante la compagine veneta continui ad attaccare. Al triplice fischio, i fotografi immortalano il gesto di Elkjaer, che sia affianca a Wurtz mimandogli quello della compilazione di un assegno, negli spogliatoi un giocatore del Verona rompe una vetrata lanciando uno zoccolo e Osvaldo Bagnoli abbandona la propria aplomb riferendo a due Carabinieri la seguente frase: "Se cercate i ladri sono nell'altro spogliatoio".

Nel frattempo, i tifosi - rimasti giocoforza a Verona, si riunirono in piazza Bra e presero d'assalto il centralino del quotidiano L'Arena. Ma ad avanzare fu la Juventus che, nel turno successivo di una Coppa dei Campioni venne eliminata dal Barcellona (poi finalista) di mister Terry Venables. Si aggiudicò l'edizione del trofeo, a sorpresa per quelle che, anni dopo, sarebbero state definite le quote Champions League, la Steaua di Bucarest!

Ecco, invece, tutti gli altri scontri tra le italiane nelle competizioni europee - praticamente inevitabili durante il dominio calcistico tricolore negli anni '90 - dopo quello tra Verona e Juventus:


1989-90 Juventus-Fiorentina and. 3-1 / rit. 0-0  Coppa Uefa - finale;
1990 Sampdoria-Milan 1-1 / 0-2 Supercoppa Europea;
1990-91 Atalanta-Inter 0-0 / 0-2 Coppa Uefa - quarti;
1990-91 Inter-Roma 2-0 / 0-1 Coppa Uefa - finale;
1993 - Parma-Milan 0-1 / 0-2 d.t.s. Supercoppa Europea;
1993-94 Cagliari-Juventus 2-1 / 1-0 Coppa Uefa - quarti;
1993-94 Cagliari-Inter 3-1 / 0-3 Semifinale;
1994-1995 Parma-Juventus 1-0 / 1-1 Coppa Uefa - finale;
1997-98 Lazio-Inter 0-3 Coppa Uefa - finale;
Estate 1998 Bologna-Sampdoria 3-1 / 0-1 Intertoto - Semifinale;
2002-2003 Milan-Inter 0-0 / 1-1 Champions League - Semifinale;
2002-2003 Juventus-Milan 0-0 (2-3 d.c.r) Champions League - finale;
2004-2005 Milan-Inter 2-0 / 3-0 a tavolino (per il caso del fumogeno lanciato contro Dida) Champions League - quarti;
2013-2014 Juventus-Fiorentina 1-1 / 1-0 Europa League - ottavi;
2014-2015 Fiorentina-Roma 1-1 / 3-0 Europa League - ottavi.

*L'immagine di apertura dell'articolo è di AP Photo.

March 12, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Tutti amano Rodrigo Palacio. Strano a dirsi, perché è quasi impossibile che un calciatore riesca a farsi apprezzare tanto dai propri tifosi quanto da quelli avversari. Eppure l’argentino classe 1982 è uno di quei personaggi del pallone che unisce, piuttosto che dividere. E a 38 anni da poco compiuti, l’eterno ragazzo di Bahia Blanca continua a fare quello che gli piace di più. Giocare e, già che c’è, segnare. 231 reti in quasi 650 partite nel momento in cui scriviamo!

Numeri importanti, che gli sono valsi l’amore dei supporter di tutte le squadre che lo hanno avuto in squadra. Che, nella carriera del Trenza, sono sei, più ovviamente la nazionale argentina.


I primi club in Argentina

La sua carriera inizia in Argentina, anche se Rodrigo in realtà nasce da padre…spagnolo. Josè Ramon, calciatore anche lui, si trasferisce con la famiglia in Sudamerica dopo la Guerra civile dalla Cantabria. E non per niente, Palacio senior è detto El Gallego. Rodrigo comincia a farsi notare nel 2002 con la maglia dell’Huracán de Tres Arroyos, a cui viene…prestato da Roberto Lorenzo Bottino, ex presidente del club che nota Palacio mentre gioca al Bahia Blanca e decide di comprare il suo cartellino.

Il suo impatto con la Primera Division è buono, con 15 reti in 53 partite. Prestazioni che gli valgono l’interesse anche di qualche squadra europea, come il Betis. Con la squadra andalusa sembra tutto fatto nel gennaio 2004, ma quando gli spagnoli decidono che il calciatore avrebbe comunque dovuto giocare fino a giugno in Argentina, il Trenta sceglie di non firmare.

Lascia comunque l’Huracan e decide di accasarsi al Banfield, dove gioca appena un anno, abbastanza per mettere a referto 9 reti in 36 partite e per farsi notare dal Boca Juniors. Quello tra Palacio e gli Xeneizes è un matrimonio pressoché perfetto. In quattro anni e mezzo per il classe 1982 arrivano la consacrazione a livello nazionale e internazionale, con le prime convocazioni nell’Albiceleste e anche tanti trofei.

Con la maglia gialloblù Palacio vince tre volte il campionato (Apertura 2005, Clausura 2006 e Apertura 2008), la Copa Sudamericana, la Libertadores e per ben tre volte la Supercoppa continentale. Cominciano a conoscerlo anche in Italia, visto che nella finale del Mondiale per Club del 2007 segna il momentaneo 1-1 del Boca contro il Milan, che comunque vincerà la partita per 4-2. Dopo 82 reti in 185 partite, però, è davvero l’ora di attraversare l’Atlantico.


L'avventura italiana

A dargli fiducia è il Genoa, che ha appena ceduto Diego Milito all’Inter. Non far rimpiangere il connazionale sotto la Lanterna non è per nulla semplice, ma Palacio ci riesce eccome. Arriva per 5 milioni e se ne andrà per il doppio, non prima di imporsi come uno dei calciatori più costanti e corretti del campionato di Serie A. Con la maglia rossoblù arrivano 38 gol in 100 presenze, più della metà dei quali segnati nella stagione 2011/12. Quell’anno Il Trenza sfiora quota 20 in campionato, fermandosi a 19, ma ci aggiunge anche due reti in altrettante partite di Coppa Italia.

Palacio in gol!

E, seguendo di nuovo le orme di Milito, nell’estate 2012 approda all’Inter.


In coppia con il Principe o con accanto Cassano, Palacio si trasforma in goleador. Nelle prime due stagioni in nerazzurro è il miglior marcatore della squadra, prima con 22 reti e poi con 17. Poi l’Inter acquista Icardi e con in campo Maurito, uno che vede la porta e…solo quella, Palacio deve riconvertirsi a quello che era all’inizio della carriera: una mezzapunta con il dono dell’assist.

Missione compiuta, perché i gol cominciano a scarseggiare, ma l’importanza nello scacchiere nerazzurro diminuisce solo nella quinta e ultima stagione a San Siro. Il Trenza lascia l’Inter dopo 159 partite e 58 gol.


Altro che svernare

L’arrivo al Bologna, nel 2017 a 35 anni sembra solamente il canto del cigno di una carriera importante, che lo ha visto anche giocare parte della sfortunata finale mondiale del 2014. Ma nessuno ha fatto i conti con Palacio, che di smettere di giocare e di segnare non ha alcuna intenzione. Quella 2019/20 è la sua terza stagione a Bologna e, anche se i gol ormai sono merce abbastanza rara, Mihajlovic non rinuncia mai all’argentino e alla sua visione di gioco che rende il club felsineo una squadra davvero complicata da affrontare, anche per le quote delle scommesse calcio.

Palacio aiuta serve assist a ripetizione per gli inserimenti da sinistra di Musa Barrow, ma è  anche molto di più.

È un modello per i più giovani. Illuminante, da questo punto di vista, il parere di Dijks, che neanche un mese fa, intervistato su un canale Youtube, non può che lodare lo spirito del suo compagno di squadra. “È una persona incredibile. Onestamente lo stimo tanto. Ha 37 anni ma si tiene così in forma, è davvero forte. È grande ed è rimasto così normale, così autentico. Viene agli allenamenti in tuta, guida l'auto aziendale del club nonostante sia un multi-milionario. È così tranquillo, rilassato, coi piedi per terra. Ha 37 anni ma dà sempre il 100% in ogni allenamento. Ho grande rispetto per lui”.

 

Ecco ben spiegato perché compagni e avversari, tifosi delle sue squadre e neutrali, non hanno mai avuto altro che parole di stima per Rodrigo Palacio. Uno così, nel calcio moderno, non si trova poi tanto facilmente. Tra secondo tempo e supplementari, gioca 45' nella finale del Maraca contro la Germania: qualche centimetro in più e non si sarebbe parlato di campione, ma di leggenda!

*La foto dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo). Prima pubblicazione 12 marzo 2020.

December 18, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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32 campionati cileni, più del Bayern Monaco in Germania. 12 coppe del Cile, tante quante il Manchester United in Inghilterra. E soprattutto una Copa Libertadores, quella vinta nel 1991, l’unica mai portata a casa da una squadra dell’immenso paese abbracciato dalle Ande e dall’Oceano Pacifico.

Il Club Social y Deportivo Colo-Colo, per tutti semplicemente Colo-Colo, è detto Eterno Campeón e visto il palmares non c’è neanche troppo da chiedersi perchè. In 95 anni di storia (il club è stato fondato nel 1925), il club di Macul, sobborgo di Santiago, ha praticamente vinto più di un campionato su tre di quelli disputati, anche considerando che la prima edizione della Primera Division è del 1933. E, neanche a dirlo, i bianconeri sono gli unici che hanno disputato tutte le edizioni del massimo campionato, senza mai saltarne neanche uno.


Un nome, quello del Colo-Colo, storico del calcio mondiale e che affonda le sue radici nella storia del Sudamerica. Colocolo era un capo Mapuche, il leader dell’esercito che si oppose alla conquista spagnola del Cile negli anni cinquanta del Cinquecento. Uno dei pochi che, nel momento di maggior splendore dell’Imperio Español, sia riuscito a sconfiggere i Conquistadores nella Battaglia di Tucapel nel 1553.

Un simbolo di identità, dunque, così come la squadra stessa, che spesso e volentieri si è ritrovata a essere l’unica in grado di rappresentare ad altissimi livelli la scuola calcistica cilena. E persino i rivali storici, il Club Universidad de Chile, con cui il Colo-Colo gioca il Clasico della Primera Division, non possono che arrendersi all’evidenza: El Colo è la squadra più celebre del Paese, oltre che essere la più vincente!


Le serate di Libertadores - Inserito nell'edizione 2020, in un girone davvero equilibrato per le scommesse online, il momento di maggior splendore del club sono certamente i quasi trent’anni che vanno dal titolo vinto nel 1970 a quello del 1998. Nel mezzo, due finale di Copa Libertadores. La prima, quella del 1973, è a suo modo storica. Nell’anno che segnerà indelebilmente il Cile, il Colo-Colo si arrampica fino alla finalissima contro gli argentini dell’Independiente. I 180 minuti della doppia finale non risolvono nulla. I cileni strappano l’1-1 ad Avellaneda, ma anche all’Estadio Nacional il ritorno finisce in parità, sullo 0-0. I gol fuori casa non valgono e quindi bisogna giocare uno spareggio.

Campo neutro, Montevideo, 6 giugno. Anche stavolta novanta minuti non bastano, ne servono 120 agli argentini per vincere 2-1 e laurearsi campioni del Sudamerica. E non servono a nulla i 9 gol nella competizione di Carlos Caszely, l’attaccante della nazionale che aveva pareggiato il momentaneo vantaggio dell’Independiente.


Va meglio, molto meglio, nel 1991. Il Colo-Colo passa comodamente il primo gruppo contro Liga de Quito, i connazionali del Deportes Concepcion e gli ecuadoriani del Barcelona. Agli ottavi la doppia sfida è con l’Universitario Lima, poi ai quarti c’è il Nacional Montevideo con in campo Del Valdes, che poi giocherà a Cagliari, e in panchina un certo Alfio Basile. Il 4-0 dell’andata lascia poco spazio all’immaginazione e agli uruguaiani non basta vincere 2-0 al ritorno.

In semifinale la squadra dello jugoslavo Mirko Jozić trova di fronte a sé un avversario che dire scomodo è poco: il Boca Juniors di Batistuta. Alla Bombonera gli argentini vincono 1-0, ma a Santiago è tutta un’altra storia: 3-1 ed è finalissima. All’ultimo atto c’è l’Olimpia Asuncion e il pareggio in Paraguay fa presagire un ritorno complicato. E invece arriva un netto 3-0 che regala la Libertadores, nel bel mezzo di un ciclo che porta 13 titoli nazionali in 28 anni, oltre alla Supercoppa sudamericana, vinta ai rigori contro il Cruzeiro. Manca solo l’Intercontinentale, ma a Tokyo la Stella Rossa è troppo forte e schianta i cileni per 3-0.


I talenti lanciati nel grande calcio - Nel corso degli anni, il Colo-Colo ha lanciato parecchi giocatori diventati poi delle stelle. A partire da Carlos Caszely, vera e propria leggenda del club. Il centravanti è nato nelle giovanili del club e, se si escludono un paio di anni in Spagna, ha dedicato tutta la carriera ai bianconeri. Caszely è celebre anche per la sua opposizione a Pinochet, non stringendo la mano al dittatore quando la Roja lo va a salutare prima del mondiale 1974.

E quando nel 1988 si tiene il referendum per tornare alla democrazia, il fatto che Caszely si schieri per il “no” a Pinochet ha parecchio peso nei risultati. A capitanare il Cile a quella Coppa del Mondo c’è Francisco Valdes, altro idolo dei tifosi, che disputa oltre trecento partite con il Colo-Colo, segnando quasi duecento gol.

Più di recente, il club ha lanciato due vecchie conoscenze della Serie A. Il primo è Mati Fernandez, che è cresciuto nelle giovanili del Colo-Colo e ci gioca tuttora, dopo cinque anni in Italia tra Fiorentina e Milan. E poi c’è Arturo Vidal, che viene acquistato giovanissimo e a cui bastano due anni per fare il grande salto verso l’Europa, con la maglia del Bayer Leverkusen, per poi finire alla Juventus.


Il pubblico - La aficion del Colo-Colo, come tutte quelle sudamericane, è molto calda. Forse anche un po’ troppo, come accade in occasione dei derby con l’Universidad de Chile. Nel corso dei decenni si sono susseguiti diversi gruppi a capo del tifo bianconero. Il primo a prendersi la ribalta, negli Anni Sessanta, è stato la Barra Maraton, seguito dalla Barra Juvenil. Negli anni Ottanta il gruppo ufficiale si chiamava ¿Quién es Chile?, prima di dividersi nel 1986 e dare vita all’attuale gruppo leader, la Garra Blanca.

L’Estadio Monumental David Arellano è quasi sempre pieno fino all’inverosimile, giustificando il soprannome di “El Popular” dato al club bianconero. Diversi sondaggi in tutto il paese segnalano inoltre che il Colo-Colo è la squadra più seguita di tutto il Cile, con percentuali che oscillano tra il 30% e il 50%. Dunque, prima squadra del Paese per titoli e per tifosi. Comprensibile perciò che Colo-Colo da quelle parti… significhi “Campione”!

La foto di apertura dell'articolo è di Juan Karita (AP Photo).

March 12, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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L’Ascoli, dopo Paolo Zanetti esonera anche Stellone. Dopo un breve impegno ad interim a fine gennaio 2020, sulla panchina dei marchigiani ci finisce nuovamente l’allenatore della Primavera. Fin qui, nulla di strano, se non fosse che il nome del tecnico ad interim suggerisce una situazione perlomeno particolare. Guillermo Abascal Perez, nato a Siviglia nel 1989. Uno straniero, l’unico del campionato di Serie B, ma le particolarità della sua storia non si fermano qui.

Che occasione per il tecnico spagnolo - Abascal è anche l’unico allenatore straniero di un altro campionato, quello Primavera 2. Anzi, a ben vedere, anche del campionato Primavera in generale, perché anche nessuna delle squadre che fanno parte della divisione superiore ha un tecnico che non sia italiano. L’Ascoli ha invece deciso di affidare i suoi ragazzi proprio allo spagnolo, con un passato da calciatore nelle giovanili del Barcellona, assieme a Jordi Alba e Iago Falque.

Appesi gli scarpini al chiodo a soli 22 anni, Abascal ha lavorato come tecnico delle giovanili del Siviglia di Monchi per poi provare l’esperienza di una panchina vera in Svizzera, prima al Chiasso e poi al Lugano. Una scelta che tra l’altro sta pagando assai bene, visto che i bianconeri sono in fuga nel girone B della Primavera 2.


La sua filosofia, oltre a ottenere risultati concreti, ha anche affascinato parecchi, al punto che AS gli ha dedicato un reportage, intitolato “Guillermo Abascal, lo spagnolo che rivoluziona l’Italia con un calcio totale”. I meriti del classe 1989 non sono infatti trascurabili. L’Ascoli ha la rosa più giovane del campionato, avendo ben 8 calciatori nati nel 2003, ha una media di possesso palla del 75%, è primo per i gol fatti ha la seconda miglior difesa. E persino il tecnico della Nazionale Under-19 Bollini ha voluto dare un’occhiata ai suoi metodi.

Il modello di Abascal, neanche a dirlo, è Guardiola, e il suo motto è tanto impegnativo, quanto affascinante: “il calcio deve divertire lo spettatore, l’allenatore e soprattutto colui che lo pratica, il giocatore”. Aspettiamo con curiosità se questo cambio rilancerà le ambizioni dell'Ascoli e modificherà i numeri delle quote delle scommesse online calcistiche!


Una storia unica, quella di Abascal, o quasi. Nonostante le formazioni giovanili siano praticamente quasi sempre assegnate a tecnici tricolori, lo spagnolo ha qualche collega sparso nelle squadre di A. Stranieri che guidano i giovanissimi dei vivai nei campionati di categoria. L’esempio più celebre è certamente quello di uno straniero…di casa nostra: Christian Chivu, che allena l’Under-17 dell’Inter.

Il difensore rumeno, dopo una vita calcistica passata a lavorare con Capello, Mancini e Mourinho, ha deciso di provare l’esperienza dall’altra parte della barricata e di far fruttare gli insegnamenti dei suoi maestri. E sta facendo anche abbastanza bene, considerando che la sua squadra è seconda nel girone B, dietro lo schiacciasassi Atalanta.


Il nuovo Terim - Scendendo di età, Abascal ha anche un collega meno noto ma a cui molti pronosticano un futuro tra i grandi. È il caso del turco Tugberk Tanrivermis, che guida la Roma Under-15, con cui già lo scorso anno ha vinto Scudetto e Supercoppa. Uno che a 29 aveva già la licenza UEFA Pro e che ha lavorato con le giovanili del Galatasaray, vincendo il titolo anche con l’Under-14 del club di Istanbul.

Tanrivermis parla cinque lingue, è laureato e in Turchia ha avuto modo di lavorare anche con Cesare Prandelli, quando l’ex CT della Nazionale era l’allenatore dei giallorossi, e con Igor Tudor. E se il buongiorno si vede dal mattino, il nuovo Terim potrebbe essere attualmente a Trigoria…


Con ragazzi ancora più giovani lavora invece Juan Solivellas Vidal, spagnolo anche lui come Abascal, che lo scorso anno allenava l’Under-13 del Bologna e che ora è alla guida dell’Under-14 del club emiliano. Figlio d’arte, è in Italia dal 2011 e ha lavorato in diverse società, in particolare venete, prima di approdare al Dall’Ara.

Tra le altre cose, pubblica ebook sul calcio in cui si diverte a diffondere i principi del futbol di casa sua. Anche nel suo caso, i risultati non mancano, visto che la sua squadra è capolista del suo campionato e vanta di una differenza reti abnorme in un girone a 13 squadre comunque professioniste!

*La foto di apertura dell'articolo è di Kerstin Joensson (AP Photo).

 
March 11, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Destro o sinistro, che differenza fa? Nel calcio molta, soprattutto considerando che quasi tutti i calciatori hanno un piede preferito. C’è chi con il piede debole non calcia praticamente mai, chi di tanto in tanto ci prova e chi invece riesce ad ottenere buoni risultati con entrambi. Esistono dunque giocatori veramente ambidestri? Sì, almeno a giudicare da alcuni esempi, recenti e non, di calciatori che non si creano problemi ad utilizzare molto spesso il piede con cui, in pura teoria, colpiscono peggio il pallone.. 


Il re degli ambidestri dei grandi campionati europei gioca in Italia e più precisamente indossa la maglia del Torino.

  • Un record clamoroso
  • Profili di alto livello
  • Il primato di Brehme

Non che sia quello con il valore più alto tra quelli considerati ambidestri da Transfermarkt, ma Simone Verdi ha…un record certificato. Quello di aver segnato, nella stessa partita, due punizioni, tirate con un piede diverso.

Un record clamoroso

Il capolavoro del classe 1992 arriva nel novembre 2017, quando ancora giocava con il Bologna. Due reti da calcio piazzato al povero Crotone, che prima viene infilato con il sinistro e poi con il destro. Un evento quasi unico nei cinque campionati più importanti, se si esclude la giornata di grazia di Marcial Pina, calciatore dell’Atletico Madrid, che nel 1978 punisce con entrambi i piedi il Barcellona al Camp Nou.

Chi ci è andato vicino è l’ex laziale Hernanes. Il Profeta non si è mai fatto troppi problemi a utilizzare sia il destro che il sinistro e, seppure in partite diverse, anche lui è riuscito a segnare in Serie A su punizione con entrambi i piedi, contro l’Inter e contro l’Atalanta.


Ancora non ha trovato la porta su punizione (calciando con il destro) con la maglia dell’Inter, ma Christian Eriksen è uno di quelli per cui fa davvero poca differenza il piede su cui capita il pallone. Non per nulla il danese, il cui piede forte in teoria è il destro, ha segnato con quello il suo unico gol con la maglia nerazzurra e due dei tre realizzati quando era ancora al Tottenham, ma ha lasciato il segno nel derby contro l’Arsenal con il sinistro. 


E forse, con Eriksen in rosa, all’Inter non dovranno rimpiangere Ivan Perisic. Il croato, nella sua esperienza in nerazzurro, è stato certamente discontinuo, ma su qualcosa ha mantenuto una costanza invidiabile: destro e sinistro non fanno differenza e l’ex esterno della squadra milanese ha saputo far male con entrambi. Poi al Bayern Monaco, tra le favorite per la Champions per i siti di scommesse quando è stato chiamato in causa, si è preso sulle spalle la pesante eredità di Robben, uno che invece al massimo con il destro ci scende la mattina dal letto.

Perisic segna di destro il rigore!

Ma nella rosa nerazzurra, resta comunque un croato ambidestro: Brozovic non è uno che si fa problemi a calciare verso la porta, ed anche gli assist al bacio il centrocampista di Conte sa servirli con entrambi i piedi…

Profili di alto livello

Ma guardando la classifica dei valori stilata da Transfermarkt, chi sono gli ambidestri di maggior valore al mondo? Appaiati in vetta alla lista ci sono Eden Hazard e Paul Pogba, i cui piedi valgono…50 milioni ciascuno. Entrambi preferiscono utilizzare il destro quando calciano da fermo, ma non si fanno certo pregare a usare l’altro piede. Non per nulla il gol nella finale mondiale contro la Croazia il francese lo fa di sinistro, così come Hazard lo utilizza per mettere a segno la rete del definitivo 4-1 nella finale di Europa League.

L’unica differenza tra i due? I calci di rigore. Entrambi li tirano con il destro, ma mentre Hazard difficilmente non va a segno, Pogba di recente ha avuto diversi problemi al riguardo.

Zielinski calcia di destro!

Dunque, quando si parla di calci da fermo, c’è quasi sempre un piede preferito. Ma non è detto che non si possa cambiare con frequenza, come dimostrano i casi di Verdi ed Hernanes e, per chi ha qualche anno in più... Oberdan Biagioni! E c’è anche chi in carriera sembra non aver fatto altro che girare da una bandierina all’altra per battere i calci d’angolo. Il fortunato  è Santi Cazorla, che ha un destro e un sinistro così delicati che sia al Villarreal che all’Arsenal toccava sempre a lui gettare il pallone in mezzo dalla lunetta del corner.

Il polacco calcia anche di sinistro!

Il primato di Brehme

E poi c’è chi ha un primato strano. Due rigori segnati ai mondiali, uno per piede. L’ex interista Andreas Brehme mette la sua firma sulla vittoria della Germania a Messico ’86 contro i padroni di casa. La Mannschaft passa ai quarti ai calci di rigore e il terzino tira il suo di sinistro, il suo piede. Ma quando nel 1990 gli tocca calciare quello che alla fine darà il mondiale ai suoi, Brehme sa di avere davanti Goycochea, uno che i tiratori avversari se li studia. E quindi calcia e segna… di destro!

Brehme però rappresenta un po’ una rarità quando si parla di calciatori ambidestri. Solitamente, chi è mancino usa il sinistro e basta, come dimostrano i casi di Maradona o Salah. E persino Messi, se può, calcia quasi sempre con il suo piede forte. Dunque, molto più comune che a calciare sia di destro che di sinistro siano i destri naturali. Alla faccia di chi considera i mancini molto più imprevedibili!

L'esultanza di Brehme a Roma!

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 10 marzo 2020.

October 21, 2021

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

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