La Coppa Italia non ha un Calais o un Queivilly da ricordare, formazioni delle serie inferiori giunte fino alla finale, ma è comunque ricca di belle imprese, di finaliste inaspettate e di una squadra che l’ha vinta militando in Serie B. 

Noi di 888sport.it abbiamo raccolto qui le più belle sorprese della storia della Coppa Italia.


Alessandria 2015-16
La squadra di Angelo Gregucci, militante in Lega Pro, supera brillantemente i primi tre turni, eliminando nell’ordine i dilettanti dell’Altovicentino, la Pro Vercelli (formazione di Serie B) in trasferta e la Juve Stabia prima di portare a casa il nobile scalpo del Palermo, militante nel massimo campionato, grazie al successo per 3-2 al Barbera.

Ma i Grigi non si fermano qui: negli ottavi di finale, infatti, l’Alessandria supera, a sorpresa per gli appassionati di calcio, per 2-1 a Marassi il Genoa, dopo i tempi supplementari, e si regala un quarto di finale contro lo Spezia, che ha eliminato la Roma. Una doppietta di Bocalon ribalta il vantaggio spezino di Calaiò e regala all’Alessandria una storica semifinale contro il Milan. Il doppio confronto, al Moccagatta e al Meazza, termina con il punteggio complessivo di 6-0 per i più blasonati rossoneri, ma l’impresa della squadra in cui esordì Gianni Rivera rimarrà nella storia della competizione.

Bari 1983-84
Precursore dell’impresa alessandrina è il Bari di Bruno Bolchi che nella stagione 1983-84, militando in Serie C1, è arrivato fino alle semifinali di Coppa Italia, eliminato con un complessivo 5-2 dal Verona di Bagnoli. Mai nessuna formazione della terza serie si era spinta così avanti nella coppa nazionale.

La formula del torneo, però, in quegli anni è diversa dall’attuale: per arrivare fino in semifinale, infatti, il Bari ha superato, insieme alla Juventus, un girone all’italiana con altre cinque formazioni, per poi eliminare clamorosamente proprio i bianconeri di Trapattoni, futuri campioni d’Italia, negli ottavi di finale e la Fiorentina nei quarti.

Palermo 1973-74 e 1978-79
Per ben due volte, negli anni ’70, i rosanero sono stati in grado di raggiungere la finale della Coppa Italia, militando nel campionato cadetto. La prima volta, nel 1973-74 sotto la guida tecnica di Corrado Viciani, il profeta del gioco corto in grado di portare la Ternana in Serie A: il Palermo porta a casa lo scalpo di Fiorentina e Juventus, prima di arrendersi, solamente ai calci di rigore, al Bologna. Nel 1978-79, invece, sulla panchina dei rosanero siede Fernando Veneranda: questa volta è la Juventus a togliere ai siciliani, dopo i tempi supplementari, l’opportunità di alzare al cielo il trofeo. 

Napoli 1961-62
Il Napoli conquista il secondo posto in classifica nel campionato cadetto, appaiato al Modena e alle spalle del Genoa dominatore incontrastato. Il 3 giugno 1962 festeggia, così, la promozione in A e il 21 dello stesso mese si trova ad affrontare in finale della coppa nazionale la Spal, che ha appena ottenuto la salvezza nel massimo campionato. I ferraresi hanno eliminato in semifinale con un sonoro 4-1 la Juventus e si presentano, perciò, alla sfida dello Stadio Olimpico di Roma come favoriti.

Il Napoli, guidato da Pesaola in panchina, però, si impone per 2-1 grazie alla rete decisiva di Ronzon al 78′, aggiudicandosi la sua prima Coppa Italia. La prima, e per ora unica, vinta da una squadra di Serie B.

Il Napoli è ancora in lizza per conquistare la Coppa Italia 2019/20: la vittoria dei partenopei si può giocare sul calcio di 888sport.it @3.25.

Padova 1966-67
Anche i biancoscudati nel 1967 sono tra i cadetti quando arrivano fino alla finale. Nel loro percorso verso la sfida per il trofeo eliminano, nell’ordine, Venezia, Palermo, Varese e Napoli, prima di superare l’Inter di Mazzola e Suarez in semifinale, grazie al 3-2 decisivo messo a segno da Carminati.

Nella finale di Roma, il 14 giugno, il Padova del tecnico argentino Humberto Rosa si trova di fronte il Milan di Rocco, che ha allenato la formazione veneta per sette stagioni, portandola a un prestigioso terzo posto in Serie A: i rossoneri possono schierare giocatori del calibro di Trapattoni, Schnellinger e Rivera, ma fanno fatica a imporsi. Vincono per 1-0 con un gol di Amarildo a inizio secondo tempo ma il Padova può recriminare per un rigore negato a Bigon sullo 0-0 e per il presunto fuorigioco in occasione del gol rossonero.

Ancona 1993-94
L’Ancona è stata retrocessa al termine della stagione precedente, la prima della sua storia in Serie A, e nell’anno del ritorno tra i cadetti si trova a ottenere i risultati migliori in Coppa Italia, più che in campionato che conclude all’ottavo posto. Vecchiola e Caccia eliminano il Giarre al primo turno, poi arriva la prima impresa: l’Ancona pareggia 0-0 al San Paolo e, al ritorno, elimina con un 3-2 il Napoli. Sempre in duplici sfide, i marchigiani di Vincenzo Guerini mettono in fila Avellino agli ottavi, Venezia ai quarti e Torino in semifinale, grazie alla rete del Condor Agostini.

Nella doppia finale, l’Ancona pareggia l’andata per 0-0 al Dorico, per poi subire un netto 6-1 a Marassi contro la Sampdoria, al suo quarto successo in Coppa Italia.

*La foto di apertura dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo).
 

February 27, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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C'è chi guadagna troppo rispetto al rendimento, chi perfino poco perché invece in campo vola. Di sicuro, leggere gli ingaggi (netti) dei calciatori di Serie A è una full immersion intrigante nel dorato mondo del pallone. Con tante conferme e molte sorprese.

Non lo è, una sorpresa, lo stipendio di Cristiano Ronaldo, al top della classifica con i suoi ormai mitici 31 milioni netti all'anno che gli garantisce la Juve. Un ingaggio da marziano, proprio, tanto più se si nota che chi è sul podio in questa graduatoria è distante una ventina di milioni, praticamente una voragine: si tratta, praticamente a pari merito, di due top player dell'Inter, Lukaku e il nuovo arrivato Eriksen. Entrambi, con bonus facili, arrivano a 10 milioni netti a stagione.

Sorpresa subito sotto il podio - Appena sotto il podio, i nababbi della Juve. Normale, per la squadra che ha il fatturato nettamente più alto della Serie A: di conseguenza, è il più alto anche il monte ingaggi, a quota 294 milioni, mentre l'Inter è a 139. Il più pagato, dopo CR7, è Rabiot: 7 milioni di base fissa più 2 di bonus agevoli, più 10 milioni intascati già al momento della firma. Erano necessari per soddisfare le pretese della madre-agente del centrocampista ex Psg.

Il rendimento, per ora, non è assolutamente adeguato alla busta paga, anche se il francese negli ultimi tempi ha mostrato progressi e infatti è stato schierato da titolare più volte rispetto a inizio stagione. Poi, sempre per la Juve, ancora favorita per le scommesse Serie A c'è il difensore centrale corteggiato da mezza Europa, l'olandese De Ligt: 7,5 milioni netti per lui, scivolato tra le riserve prima che Demiral si infortunasse. Sullo stesso piano dell'ex Ajax c'è Higuain, subito sotto Dybala con 7,3. E poi il gallese Ramsey con 7 milioni: c'è da considerare che quest'ultimo e Rabiot sono arrivati a parametro zero, da qui lo stipendio faraonico (altissime anche le commissioni, però).

Salary cup a Begamo - Scorrendo l'elenco degli stipendi, si intuisce uno dei segreti dell'Atalanta dei Percassi: gli ingaggi dei calciatori nerazzurri sono quasi tutti sullo stesso livello, cosa che sicuramente non crea invidie nello spogliatoio e favorisce un clima sereno nella squadra. Nessuno tra i bergamaschi supera i 2 milioni, cifra toccata da Ilicic grazie al rinnovo dello scorso autunno.

I vari Zapata, Gomez e Muriel guadagnano 1,8 milioni, il resto della formazione titolare galleggia tra gli 800mila euro e 1,5 milioni netti a stagione. Un equilibrio che i Percassi cercheranno di mantenere nonostante i super incassi della Champions League.

Lazio in crescita costante - Un passo in avanti lo ha fatto la Lazio di Lotito, che progressivamente – anno dopo anno – ha alzato il tetto massimo degli stipendi. Mossa necessaria per trattenere i migliori. Ora è arrivato a 3 milioni, la somma guadagnata dai due top player, Immobile e Milinkovic. Luis Alberto è ancora a 1,8, ma è in corso la trattativa per il rinnovo. Ad alta quota, intorno ai 2,3-2,5 milioni ci sono altri giocatori importanti come Leiva e Correa. Adeguamento in vista per Acerbi: ingaggio da “solo” 1,5 milioni per uno dei pilastri della squadra.

Fiorentina, Cagliari e Milan - Poi ci sono le rose che presentano un giocatore con uno stipendio decisamente superiore agli altri componenti dell'organico: è il caso di Ribery, trattato molto bene dalla Fiorentina. Il francese guadagna 4 milioni, al secondo posto della classifica viola c'è il tormentato Chiesa con 1,7. Una distanza notevole.

Stesso discorso per Nainggolan: il Cagliari gli assicura 4,5 milioni, visto che il campione belga – in prestito dall'Inter che non lo ha voluto - ha preferito la “sua” Sardegna a squadre più prestigiose. Alle spalle del Ninja, il più pagato dal presidente Giuliani è Pavoletti, peraltro infortunato, con 1,8 milioni. A differenza di Ribery, ancora in infermeria, Nainggolan sta davvero facendo la differenza per la squadra di Maran.

Differenza netta, ma per questioni “pregresse”, anche nel Milan: Donnarumma ha una busta paga monstre da 6 milioni all'anno, frutto del contratto fino al 2021 sottoscritto nella famosa estate – era il luglio 2017 - del duo Fassone-Mirabelli. Il secondo nella classifica degli ingaggi rossoneri è Romagnoli, che guadagna poco più della metà del suo compagno portiere: 3,5 milioni. Lo supererà Ibrahimovic, se deciderà di restare anche nella prossima stagione: in quel caso, per Zlatan scatterà lo stipendio da 4,5 milioni.

Un altro esempio c'è nella Roma: Edin Dzeko, a quota 7,5 più bonus, guadagna molto più del secondo in graduatoria, cioè Pastore (4,5), peraltro ospite fisso dell'infermeria. Livellati invece, ma a livelli molto alti, gli stipendi del Napoli, dai 6 milioni di Koulibaly ai 4,6 di Insigne, dai 4,5 di Lozano ai 4 di Manolas. E 6 milioni guadagnava Balotelli ai tempi del Liverpool: dopo una serie di flop, ora il centravanti ex Milan deve accontentarsi, si fa per dire, della metà: il Brescia gli garantisce un contratto fino al 2022 da 3 milioni netti a stagione.

Al club lombardo, al lordo, grazie alle agevolazioni fiscali stabilite dal Decreto Crescita, Balotelli costerà 4,56 milioni il primo anno e 3,8 gli altri due anni. Pensate la differenza con i suoi compagni: i più pagati – l'attaccante Donnarumma e il jolly Romulo - non vanno oltre i 600mila euro.

Intuizioni incredibili - La vera sorpresa arriva da chi guadagna poco, a volte pochissimo, e finora ha avuto un rendimento eccellente. È il caso del Verona di Juric, la rivelazione del campionato. Un talento come Amrabat, già acquistato dalla Fiorentina per la prossima stagione, in questa percepisce appena 300mila euro. Stesso stipendio del bravissimo difensore Rrahmani, che andrà al Napoli, del laterale Faraoni, del portiere Silvestri (miracoloso a Roma contro la Lazio). Il regista Veloso e il fantasista Verre arrivano a 400mila.

Massimo risultato con il minimo sforzo (economico): per il Verona – ultimo nella classifica dei monte ingaggi e dato già per retrocesso ad inizio stagione per le scommesse Serie A - è il caso di dirlo.

Applausi per la società scaligera - e per il Sassuolo, che spende 400mila euro per un attaccante da urlo e sempre decisivo come Boga, tra le rivelazioni di questa Serie A - e fischi, invece, per chi è a metà di quella graduatoria e invece lotta (disperatamente) per non retrocedere, come Genoa (undicesimo con 40 milioni di stipendi) e Sampdoria, dodicesima con 36. Cioè la stessa somma totale pagata ai suoi giocatori dall'Atalanta, una squadra che “rischia” concretamente di qualificarsi ai quarti di Champions League...

*La foto di apertura dell'articolo è di Marco Vasini (AP Photo).

February 27, 2020

Di Giulio Cardone

Giulio
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Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

Giulio Cardone
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Partita a porte chiuse. Senza pubblico, solo le squadre e gli arbitri in campo. Una situazione surreale, che più di qualche protagonista ha ritenuto innaturale per il gioco del calcio. Eppure l’epidemia di coronavirus che ha colpito alcune regioni d’Italia consiglia prudenza, che come da detto popolare non è mai troppa.. 

Campo neutro

In Europa

Le due Coree

Dunque si giocheranno senza pubblico Inter-Ludogorets di Europa League, ma anche alcune delle sfide della ventiseiesima giornata di campionato. Un weekend anomalo per la Serie A, ma in fondo neanche troppo. Ci sono stati parecchi casi di partite giocate a porte chiuse e per i motivi più disparati.

Campo neutro

In principio era il campo neutro, con le squadre costrette ad andare a giocare altrove per la squalifica del proprio stadio. Poi arrivò il campo neutro a porte chiuse, come quella del 1993 tra Fiorentina e Cagliari, con i viola squalificati per una bomba carta contro la Juventus. Oppure, in tempi più recenti, il match tra Roma e Cagliari del 2006, disputato a Rieti a porte chiuse. 

Il decreto Pisanu del 2005 viene rivisto e prevede, tra le altre cose, la disputa di partite a porte chiuse anche per gli impianti non a norma. Il calcio si ferma per una settimana dopo i fatti di Catania, ma quando riprende molte squadre giocano senza pubblico. La giornata dell’11 febbraio 2007 vede giocarsi a porte chiuse ben quattro partite di calcio: Fiorentina-Udinese, Atalanta Lazio, Chievo Verona-Inter e Messina-Catania.

Altri casi di partite a porte chiuse hanno ragioni diverse. Il match del 2010 tra Genoa e Milan di disputa senza tifosi per ragioni di ordine pubblico, nel timore di ritorsioni tra le tifoserie per il quindicesimo anniversario della morte del tifoso genoano, Spagnolo. E nel 2013 il Cagliari, dopo aver abbandonato il Sant’Elia per parziale inagibilità, può giocare a Is Arenas solo 13 delle 19 partite previste perché l’impianto di Quartu Sant’Elena non è a norma. 

Il match con la Roma non si gioca, alcuni vengono disputati a Parma e Trieste e altre partite addirittura a porte chiuse o con chiusure di parte degli spalti.

In Europa

Anche le coppe europee, come insegna Inter-Ludogorets, non sono immuni dai problemi. Ora, poi, si puniscono più i settori che le tifoserie intere, ma le storie particolari non mancano. 

L’esempio più assurdo è quello dell’Aston Villa: dopo incidenti nella semifinale a Bruxelles, l’UEFA decide che impedire ai Villans di assistere alla finale di Rotterdam di Coppa Campioni 1981/82 contro il Bayern sarebbe impossibile e quindi la partita a porte chiuse è la prima da campioni d’Europa in carica, quella contro il Besiktas. Che, tra le altre cose, viene addirittura giocata alle 14:30 di pomeriggio, per evitare problemi di ordine pubblico. 

Ma succede anche altrove di non vedere il pubblico sugli spalti. Nel 2017 a rimanere desolatamente vuoto è stato il Camp Nou di Barcellona. A causa dei disordini avvenuti in città nel giorno del referendum per l’indipendenza della Catalogna, il match di calcio tra i blaugrana e il Las Palmas rischia il rinvio perché la squadra di casa non vuole giocare. La LFP però si impone: se non si presenta, il Barça perde il match a tavolino e anche sei punti in classifica Alla fine si opta per giocare, ma per la prima volta nella sua storia l’impianto catalano resta chiuso ai tifosi. 

Problemi anche in Olanda, dove il match tra Ajax e AZ della coppa d’Olanda 2011/12 viene giocato a porte chiuse. Anzi, rigiocato, perché la partita era stata precedentemente sospesa quando un tifoso aveva invaso il campo colpendo con un calcio da karateka il portiere dell’AZ, che aveva risposto all’attacco ed era stato espulso per aver reagito nei confronti dell’invasore. L’AZ a quel punto aveva abbandonato il campo, ma qualche giorno dopo la federazione decide di far ripartire da capo la partita, senza però la presenza del pubblico.

Anche il continente americano non può mancare. In Messico e Brasile nel 2009 si ha un caso simile a quello del coronavirus: la penultima giornata di Liga MX e due partite della Serie D verdeoro si giocano a porte chiuse per l’emergenza sanitaria legata all’H1N1, la cosiddetta febbre suina. 

Nelle zone del Messico particolarmente colpite, anche la settimana successiva si è giocato senza pubblico. In Brasile, poi, nel 2014 è a porte chiuse addirittura un intero torneo: due gironi del Campionato Catarinense di seconda divisione si giocano senza pubblico perché gli stadi non rispettano gli standard di sicurezza.

 

Le due Coree

Chiudendo con le nazionali, impossibile non farsi venire in mente la partita…che non ha visto nessuno, quella tra le due Coree. Ottobre 2019, Nord e Sud si affrontano a Pyongyang in un match valido per le Qualificazioni ai Mondiali del 2022. Si tratta del primo incontro ufficiale tre le due nazionali dopo il 1990, ma ad assistere ci sono un totale di settanta persone, nonostante lo stadio Kim Il-sung possa contenerne 70mila. 

Tra i fortunati spettatori, il presidente della FIFA Infantino, gli staff delle due nazionali, i rappresentanti del regime nordcoreano e alcuni diplomatici. Nessuno si perde nulla, comunque, visto che il match termina con uno scialbo 0-0.

*La foto di apertura dell'articolo è di Manu Fernandez (AP Photo). Prima pubblicazione, 27 febbraio 2020.

February 3, 2021

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Real Madrid contro Barcellona, un classico del calcio europeo. Anzi, il Clasico, per utilizzare il soprannome con cui è nota in tutto il mondo la sfida tra le due squadre. Mondi opposti, rette parallele destinate a non toccarsi mai. Monarchici contro repubblicani, il governo centrale di Madrid contro le pulsioni indipendentiste della Catalogna.

E ancora, nel corso degli anni, Di Stefano contro Suarez, Netzer contro Cruijff, Hierro contro Guardiola e Cristiano Ronaldo contro Messi. Insomma, una sfida ricchissima di contenuti, ma non solo. Ricchissima anche per quello che riguarda le disponibilità economiche dei due club, per il monte ingaggi e per tante altre ragioni.


Partendo da quella più ovvia, il valore delle rose. Al momento attuale, secondo i dati di Transfermarkt, Real e Barça occupano il terzo e il quarto posto della classifica delle squadre con i cartellini più pesanti, dietro a Manchester City e Liverpool, ma davanti a PSG, Bayern e a tutti gli altri colossi del calcio mondiale.

Tra i Blancos il calciatore con il valore di mercato più alto è Eden Hazard, acquistato per 100 milioni la scorsa estate e che ora ne vale 120. Al Barcellona, neanche a dirlo, il gioiello della corona è Leo Messi, che a quasi 33 anni vale ancora 140 milioni di euro. Ma anche Griezmann se la cava abbastanza bene, considerando un valore di 120 milioni.


Anche per quello che riguarda il monte ingaggi, la battaglia è serrata. Secondo i dati di Fox Sports, il Real Madrid spende 640 milioni di euro lordi per pagare i suoi calciatori nella stagione attuale, senza contare gli acquisti del mercato di gennaio come il giovanissimo Reinier. I due calciatori che percepiscono lo stipendio più alto sono Hazard e Bale, che al netto delle tasse intascano 15 milioni di euro netti a stagione.

Con gli acquisti stagionali, però, vince il Barcellona, che aggiungendo Griezmann e de Jong alla rosa porta la sua spesa per gli stipendi a 671 milioni. Ovviamente, anche in questo caso, l’ingaggio netto più alto ce l’ha Leo Messi, che guadagna circa 40 milioni a stagione.


I record del calciomercato ed i ricavi - Non sorprende dunque che nella lista degli acquisti più costosi di sempre ci siano spesso e volentieri i nomi del Real e del Barcellona. I Blancos hanno detenuto per ben quattro volte (consecutive) il primato per il giocatore più caro di tutti i tempi. Prima Luis Figo, pagato circa 70 milioni. Poi, nel 2002, Zinedine Zidane, che ne costa 75. Nel 2009 arriva CR7, per cui il Real sborsa 94 milioni. E infine nel 2013 all’ultimo giorno di mercato si presenta al Bernabeu Bale, il primo calciatore a essere pagato più di 100 milioni di euro.

Il Barça si difende con due primati, ma dai nomi importanti. Il primo acquisto record è quello di Diego Armando Maradona, pagato un corrispettivo equivalente a 6 milioni di euro nel 1982, mentre il secondo è quello di Ronaldo il Fenomeno, per cui nel 1996 i blaugrana sborsano la clausola rescissoria di 28 milioni di euro al PSV Eindhoven. Il calciatore più costoso della storia del Real è ancora il gallese, mentre il Barça non avrà battuto il record mondiale, ma ha sborsato 145 milioni per far arrivare in Liga Coutinho nel gennaio 2018.


Real e Barça, dunque, spendono e spandono. Ma possono decisamente permetterselo, visti gli incassi. Secondo il recentissimo report del Deloitte Money Football, le due spagnole sono i club che hanno più ricavi al mondo. Per la prima volta in vetta alla classifica c’è il Barcellona, che lo scorso anno ha avuto introiti per 840,8 milioni di euro. Segue a distanza, ma neanche troppo, il Real Madrid, fermo a 757,3 milioni ma saldamente avanti al Manchester United, l’unico altro club a sforare il tetto dei 700 milioni.


Ma dove li prendono tutti questi soldi i Blancos e i blaugrana? Beh, intanto basta vedere le sponsorizzazioni per capire che i due club sono a un livello superiore rispetto a tutte le altre concorrenti. Per madrileni e catalani primo e secondo posto della classifica delle squadre che monetizzano di più dalla maglia da gioco, considerando sponsor tecnico e main sponsor.

Sponsor e diritti tv - Il Barcellona, riceve dalla Nike una cifra variabile tra 105 e 155 milioni di euro e che per indossare il marchio dell'azienda di commercio elettronico giapponese Rakuten ne incassa altri 55, per un totale di almeno 160 milioni a stagione. Senza calcolare i bonus, vince il Real Madrid, che incassa 190 milioni di euro distribuiti tra i 120 provenienti dall'Adidas e i restanti 70 dalla Emirates Airlines.


Anche per quello che riguarda i diritti TV entrambi i club non se la passano certo male. Quando a dicembre 2019 la Liga ha comunicato la spartizione dei proventi dei diritti della scorsa stagione, è emerso che i Blancos e i blaugrana ricevono assieme il 22% degli incassi dei diritti audiovisivi. I club che ha ricevuto di più è il Barcellona, con 166,5 milioni di euro. Dietro c’è il Real Madrid (155,3 milioni di euro).

Per non parlare poi delle altre fonti di guadagno. Diritti di immagine, merchandising e le competizioni europee (che con il sistema del ranking decennale garantiscono introiti ancora più costanti alle due big). Insomma, una sfida ricca di contenuti. Ma anche ricca…in generale.

*La foto di apertura dell'articolo è di Joan Monfort (AP Photo).

February 25, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Inter-Lazio 3-0 (Coppa Uefa 1997-98)
Lo scenario è quello del Parco dei Principi di Parigi: Inter e Lazio si contendono la Coppa Uefa nella prima finale della competizione disputata in gara unica. La sfida tutta italiana tra i nerazzurri di Luigi Simoni e i biancocelesti di Sven-Göran Eriksson vede un unico dominatore in campo, Luis Nazario da Lima, meglio conosciuto come Ronaldo, come ricorda perfettamente Cristiano Carriero, giornalista e autore: “Inter Lazio è la finale perfetta.

Quella sbloccata dopo pochissimi minuti grazie ad un gol di Zamorano, contro una Lazio forte, fortissima, in una stagione difficile, perché poteva essere tutto ma poteva diventare nulla. Poi il suggello di Javier Zanetti con un tiro da fuori all'incrocio dei pali, un gol che lo ha consacrato e che per lui ha rappresentato una sorta di svolta tra il prima (buon giocatore prima, bandiera dopo). Ma fu il tre a zero il momento indimenticabile di quella partita.

Il gioco di gambe di Ronaldo su Marchegiani in uscita. Il dribbling perfetto, il movimento da rivedere mille volte, da qualunque angolazione, da provare ne campetti di provincia. Quel gol è il Fenomeno che si materializza tra noi, una fotografia che anche Marchegiani secondo me custodisce gelosamente”.

Inter-Aston Villa 3-0 (Coppa Uefa 1990-91)
Sedicesimi di finale. L’Inter dei tre tedeschi Brehme, Klinsmann e Matthäus, allenata da Giovanni Trapattoni, dopo aver eliminato il Rapid Vienna al primo turno, perde 2-0 a Birmingham contro l’Aston Villa. Al ritorno, però, i nerazzurri giocano una delle loro partite più memorabili. “Inter-Aston Villa è la rimonta perfetta – racconta Carriero -. Se in quegli anni perdevi con due gol di scarto e senza segnare in trasferta, ribaltarla era quasi impossibile. Soprattutto con una squadra inglese.

L'andata era stato il match che aveva consacrato all'attenzione degli appassionati il talento di David Platt. L'Inter deve sbloccarla subito, e ad aiutarla ci sono 80.000 spettatori. Passano sette minuti: lancio di Battistini da dietro la metà campo, Jürgen Klinsmann si incunea nella difesa avversaria e dopo aver subito una carica dal difensore, cade riuscendo però a battere a rete. Uno a zero. Sembra in discesa, ma ci vorranno altri 60 minuti per pareggiare i conti. Lothar Matthäus batte una punizione dalla destra dell’area, il pallone è indirizzato sul primo palo: Pizzi prolunga di testa sul secondo per Berti che segna il 2 a 0.

Il programma perfetto prevede che adesso si vada ai supplementari, ma al 74′, Brehme lancia sulla fascia Stringara che indirizza un pallone quasi uscito sul fondo verso Alessandro Bianchi, il quale incrocia di destro al volo e batte ancora una volta Spink. Tre a zero, delirio di San Siro e rimonta completata per l'Inter che a maggio vincerà La Coppa Uefa”.

Bayern Monaco-Inter 0-2 (Coppa Uefa 1988-89)
Andata degli ottavi di finale: l’Inter pesca i temibili tedeschi occidentali, dopo aver eliminato due squadre svedesi (Brage e Malmö) nei turni precedenti. La squadra di Trapattoni compie una grande impresa a Monaco di Baviera: peccato che sarà, poi, vanificata da un ko al ritorno. Ce la siamo fatti raccontare da Cristiano: “Bayern Monaco-Inter è una delle prime partite di coppa che ho visto. Di fatto, di quella gara, ricordo pochissimo.

La maglia bianca vintage dell'Inter, la neve a bordo campo, le bandiere rosse dei tifosi, gli italiani di Germania in trasferta. Poi poco altro. Mio padre, milanista, che tifava Inter perché a quei tempi era sempre Germania - Italia e poco importava se fosse Juventus, Milan o Inter. Alcune partite si ricordano per degli episodi e Bayern - Inter fu quella della cavalcata di Berti. Una sorta di epifania per me che entravo ed uscivo dalla stanza dove mio padre guardava il mercoledì di coppa.

Però fu impossibile non entrare mentre mio padre diceva "Vai, vai, tira, tira", mentre Bruno Pizzul gridava "Berti, Berti, Siiiiii". Se non fu la mia prima esultanza, poco ci manca. Ho rimosso il ritorno, credo non si sia mai giocato”.


Inter-Casino Salisburgo 1-0 (Coppa Uefa 1993-94)
L’Inter dei mai apprezzati due olandesi Bergkamp e Jonk supera il Cagliari in semifinale e si va a giocare il trofeo nella doppia sfida contro gli austriaci, in una folle stagione, come ricorda Carriero: “L'Inter arriva alla finale di Coppa Uefa del 1994 lottando per la salvezza. Di fatto la raggiungerà all'ultima giornata. In panchina c'è Gianpiero Marini che ha sostituito Osvaldo Bagnoli, in campo i due olandesi che avrebbero dovuto avvicinare l'Inter alle imprese del Milan e invece fanno fatica, soprattutto Bergkamp, a inserirsi.

A San Siro, come sempre, lo stadio trabocca di amore ed entusiasmo. Per una sera la contestazione si placa. L'Inter ha vinto 1 a 0 a Salisburgo con un gol di Berti, ma a Milano non è una passeggiata. La salvezza ancora da raggiungere, il clima di contestazione, l'addio già dichiarato di alcune bandiere come Zenga non aiutano. Gli austriaci provano a fare la partita e ci riescono. L'Inter non la sblocca e quindi tutto resta aperto.

Ci pensa Zenga, con alcune parate sensazionali a tenere la partita in parità. Il gol dell'Inter lo segna Wim Jonk con un pallonetto dolce al termine di un’azione tutta olandese. In Europa, i due giocano in maniera diversa. Sono un valore aggiunto, sono belli di notte. L'Inter resiste, Zenga evita ulteriori sofferenze e poi ai microfoni sfogherà tutta la sua rabbia contro chi non lo vuole più all'Inter: ‘Me ne frego, oggi mi godo la Coppa’. Una Coppa strana, un successo europeo in una stagione quasi maledetta. Una Coppa bellissima”.

Barcellona-Inter 1-0 (Champions League 2009-10)
È curioso che tra le cinque partite memorabili dell’Inter in Europa ci sia una sconfitta. Contestualizziamo. L’Inter di Mourinho ha eliminato nei quarti di Champions League il CSKA Mosca con un doppio 1-0, con gol di Milito in casa e Sneijder fuori: ad attendere i nerazzurri in semifinale c’è il temibile Barcellona di Pep Guardiola che si è sbarazzato, con un complessivo 6-2, dell’Arsenal. Dopo aver vinto per 3-1 in rimonta a San Siro, l’Inter di Mourinho resiste, in dieci per oltre 60 minuti, agli attacchi dei catalani guidati da Messi.

Poco importa se, a sei minuti dal termine Piqué realizza l’inutile gol per il Barcellona. “Barcellona-Inter è sofferenza, interismo puro – racconta Cristiano Carriero -. Qualcuno parla di capolavoro di Mou, ma sinceramente io non ricordo nulla di tattico. Ricordo una partita lunghissima, durata tipo 10 anni. Negli ultimi 5 minuti mi sono passate davanti tutte le delusioni interiste, pronte a palesarsi come spettri.

Pensare che in quella partita ci siano state anche imprese lucidissime, come la parata di Julio Cesar su Messi, una delle più belle di sempre, o il sacrificio di Eto'o che ha giocato da terzino, per non parlare di Samuel che ha forse disputato la miglior partita della sua vita, è letteratura. Tanto che penso di essermene accorto, come tutti gli interisti, solo anni dopo”.

*La foto di apertura dell'articolo è di Massimo Pinca (AP Photo).

February 25, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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È il 1978 quando il Barcellona commissiona a Cesar Luis Menotti, detto El Flaco, selezionatore della nazionale argentina che conquista la Coppa del mondo in casa, un report su un diciassettenne di Lanus, nella provincia di Buenos Aires, del quale si inizia a parlare in Europa e che i catalani potrebbero essere interessati ad acquistare. Si tratta di Diego Armando Maradona, al suo secondo anno da professionista con la maglia dell’Argentinos Juniors. 

Menotti lo inserisce nella lista dei quaranta preconvocati per il Mondiale, ma lo lascia fuori dalla lista definitiva dei 22 che si laureeranno campioni del mondo nella finale del Monumental contro l’Olanda del calcio totale: Maradona è frustrato e arrabbiato per l’esclusione, come racconterà anni dopo Gianni Di Marzio che va a osservare personalmente l’incredibile talento argentino segnalatogli dall’agente Settimio Aloisio, ma avrà tempo di rifarsi, abbondantemente.

Il report di Menotti - Questo il report compilato dal Flaco Menotti su Diego Maradona nel 1978.
RAPPORTO DEL GIOCATORE: Diego Armando Maradona 
VALUTAZIONE: Molto buono, straordinario. Velocità 9.5. Velocità iniziale 9.5. Con la palla 9.1. Senza palla 9.5. Agilità 9.5. Potenza nel salto 8. 
CONDIZIONE GENERALE: forza mentale 10. Capacità di sofferenza 10. Concentrazione 10. Egoista 0. Personalità 10. 
TECNICA GENERALE: imbattibile 
TECNICA SPECIFICA: Straordinario ed efficace dribbling. Potenza eccellente. Coraggio straordinario. Efficienza straordinaria. Ottimo tiro. Grande passaggio. Precisione totale. Visione completa. Colpo di testa nella media. Buona leadership. Ottimo potere di trattenere la palla. Straordinaria protezione della palla. 
TATTICHE INDIVIDUALI: completa intelligenza nel calcio. Senso completo per il calcio. Buona visione. Ottima velocità in termini di efficacia. 
CONCLUSIONI GENERALI: Giovane. È nato il 30/10/1960. Ha prodigiose qualità tecniche, facile dribbling. Ha una visione lineare di fronte alla porta, ma sa come liberarsi della palla per il compagno di squadra meglio piazzato. Riflessi straordinari. Protegge molto bene la palla per giocarla immediatamente con grande efficacia. I suoi passaggi e tiri corti sono pura meraviglia. Prodigiosi cambi di ritmo.

L’arrivo a Barcellona - Il trasferimento di Maradona al Barcellona, però, si concretizza solamente quattro anni dopo, durante i Mondiali di Spagna, in cui Diego e la sua Argentina si fermano nella seconda fase a gironi, dietro l’Italia di Bearzot e il Brasile. Il 5 giugno, il presidente blaugrana, Josep Lluís Núñez, ufficializza di aver acquistato Maradona dall’Argentinos Juniors per la considerevole cifra di 1 miliardo e 200 milioni di pesetas spagnole. 

L’esordio di Maradona con il Barcellona avviene il 4 settembre 1982, al Mestalla, contro il Valencia: nonostante il suo gol del vantaggio, messo a segno nel primo tempo, il Barcellona perde 2-1. Questo l’undici schierato da Udo Lattek nel giorno del debutto di Diego, per l’occasione con il numero 11 sulla schiena: Artola, Gerardo, Migueli, Alexanco, Manolo, Urbano, Schuster, Víctor Muñoz, Marcos, Quini, Maradona.

L’epatite e di nuovo Menotti - Dopo 13 partite di Liga e 6 gol all’attivo, gli viene diagnosticata un’epatite che lo costringe a rimanere lontano dal campo per tre mesi. Quando torna a disposizione, il Barcellona viene eliminato dalla Coppa delle Coppe nei quarti di finale per mano dell’Austria Vienna, nonostante la sua presenza nella partita di ritorno e il club decide di esonerare il tecnico tedesco Udo Lattek, con cui Maradona non ha un buon rapporto.

Al suo posto, sulla panchina dei catalani, arriva una vecchia conoscenza di Diego, quel Cesar Menotti che nel 1978 lo estromise dalla rosa dei Mondiali, ma compilò un rapporto lusinghiero su di lui proprio per la dirigenza del Barcellona.
A fine anno, il Barça ottiene il quarto posto nella Liga, a sei punti dall’Athletic Bilbao campione, ma porta a casa la Coppa del Re, superando il Real Madrid nella finale di Saragozza per 2-1, e la Coppa de La Liga, sempre contro i blancos.

Secondo e ultimo atto - La stagione 1983-84 di Maradona a Barcellona, sotto la guida di Menotti, parte molto bene: all’esordio in Coppa delle Coppe contro i tedeschi orientali del Magdeburgo, l’argentino mette a segno una tripletta nel successo per 5-1 dei catalani.

Ma alla quarta giornata di campionato, nella sfida contro l’Athletic Bilbao campione di Spagna, al cinquantanovesimo minuto sul 4-0 per il Barcellona, il difensore basco Andoni Goikoetxea Olaskoaga è autore di una brutta entrata su Diego che si infortuna gravemente: rientrerà solamente all’inizio del 1984, grazie alle sapienti cure del suo medico di fiducia, Ruben Dario Oliva. In sua assenza, la squadra si aggiudicherà, comunque, la Supercoppa di Spagna.

L’8 gennaio è di nuovo in campo contro il Siviglia e mette a segno due reti nel successo per 3-1: la situazione in classifica, però, in una stagione in cui il Barcellona avrebbe dovuto lottare per il titolo, si è compromessa durante l’assenza di Maradona e i blaugrana terminano al terzo posto. Diego disputa solamente 16 partite nella Liga, mettendo a segno 11 reti: riesce anche a vendicarsi di Goikoetxea, con il quale si riappacificherà dopo un intervento pubblico con re Juan Carlos.

Tutto è pronto per il suo addio al Barcellona e per lo sbarco nel luogo al quale sarà per sempre legato a doppio filo, nella squadra che porterà a due scudetti e ai traguardi più impensabili della sua storia: Napoli. Ma questa è un’altra storia.

Barcellona favorito sul Napoli per le scommesse calcio!

*La foto di apertura dell'articolo è di  Ron Frehm (AP Photo).

February 22, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

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Una campagna acquisti faraonica, suffragata dal ritorno in grande stile in Premier League. Quanto accaduto al Fulham nella stagione 2018-2019 ha il volto dei ricavi record di tutte le squadre della massima divisione, derivanti dalla vendita massiccia e spasmodica dei diritti tv in giro per il mondo. Continuiamo, quindi, nella descrizione delle retrocessioni più incredibili del calcio inglese!

La dirigenza di Craven Cottage con a disposizione di un tesoretto di 100 milioni di pounds, nell'estate 2018, si è buttata a capofitto sul mercato, rivoluzionando il team-promozione, non facendo altro, tuttavia, che accumulare giocatori dai nomi altisonanti ma, nella sostanza, incompatibili tra di loro. E che, arrivati ad affrontare l'ostico cammino salvezza, si sono rivelati privi del carattere necessario. Una squadra senza anima che esordisce con una pesante sconfitta 0-2 casalinga in un derby sulla carta abbordabile con il Crystal Palace!

L'immediata ricaduta dalla Premier League dei Cottagers ha il sapore delle clamorose retrocessioni di Newcastle (2015-2016) e Stoke (2017-2018). Il Fulham ha dovuto affrontare altre stagioni negative nella sua storia, ma l'ultima appare come quella economicamente più rovinosa.

Il mercato pazzo - Spese pazze, si diceva, per il tecnico Slavisa Jokanovic: l'ex centrocampista del Chelsea, subito dopo la promozione dalla seconda serie nella finale di Playoff contro l'Aston Villa, ha portato a Craven Cottage gente del calibro di Sergio Rico (portiere, dal Siviglia, oggi secondo di Keylor Navas al PSG), Maxime Le Marchand (difensore, dal Nizza), Jean Seri (centrocampista, sempre dal Nizza), André-Frank Zambo Anguissa (centrocampista nazionale del Camerun, fino a pochi mesi prima in finale di Europa League con l'Olympique Marsiglia).

In attacco i nomi sono addirittura più importanti: Aleksandar Mitrovic (attaccante, dal Newcastle) André Schürrle (attaccante ex Chelsea, in prestito dal Borussia Dortmund) e Luciano Vietto (attaccante, in prestito dall'Atletico Madrid).

Il centravanti serbo, in gol anche con la maglia della propria nazionale in Russia 2018 contro la Svizzera nella deludente spedizione mondiale, era sul taccuino di squadre di buon livello in Europa: il colpo del Fulham che ha trasformato il prestito dal Newcastle in un trasferimento definito con un bonifico di oltre 20 milioni di euro ha stupito gli operatori di mercato della Premier League!

Anche André Schürrle non ha lasciato il segno: l'attaccante tedesco, due volte in gol con la maglia della Germania nella clamorosa vittoria sul Brasile a Belo Horizonte nel 2014, ha realizzato 6 reti, ben lontano dalle aspettative dei tifosi, dopo l'arrivo di un calciatore Campione del Mondo che aveva ben figurato in Premier con la maglia del Chelsea!

Girandola sulla panchina - La squadra, un autentico colabrodo in difesa, passò poi a Claudio Ranieri e, in seguito, a Scott Parker. Neanche l'esperienza del tecnico romano ha portato continuità di gioco e risultati: nei suoi 100 giorni di gestione, 12 punti in 16 partite, con appena 3 vittorie all'attivo. Ma non riuscì ad evitare l'immediato ritorno in Championship dopo un penultimo posto con appena 26 punti conquistati, a 10 di distanza dalla quota salvezza e la bellezza di 81 reti subite, la peggior difesa del torneo.

Anche l'ultima partita della stagione è stata davvero da dimenticare: sconfitta casalinga 0-4 con il Newcastle. I soldi, spesso, non sono tutto nel calcio: occorrono, anzitutto, fiuto d'affari, idee e dirigenti preparati che sappiano il fatto loro, scegliendo profili adatti, più che nomi importanti... 

Prossima puntata, anche per i lettori amanti della relativa serie Netflix, Sunderland, ultimo in Premier al 21 maggio 2017!

*La foto di apertura dell'articolo è di Tim Ireland (AP Photo).

February 22, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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C’era una volta un petroliere, un imprenditore e un costruttore, e tutti avevano la passione per il calcio. Nel corso degli anni, la figura del presidente dei club calcistici non è poi cambiata di molto; petrolio e mercato immobiliare continuano a farla da padrone, ma il ventaglio delle professioni dei massimi dirigenti che possono essere accostate al mondo del pallone sono aumentate.

L’e-commerce e la telefonia mobile hanno affiancato le attività che da sempre primeggiano nei club calcistici, ma in alcuni casi - sono scese in campo vere e proprie famiglie reali.
La Regina Elisabetta d’Inghilterra - in tal senso - non c’entra nulla, anche se la Casa Reale inglese è sentimentalmente legata all’Arsenal da almeno tre generazioni.

Cifre da Premier - La Premier League è il campionato più ricco del mondo, dove da anni il Manchester City fa incetta di campioni grazie a Mansour bin Zayd Al Nahyan, fratello dell’emiro di Abu Dhabi: la famiglia può vantare risorse per oltre 650 miliardi di euro, buona parte dell’indotto arriva dal ramo petrolifero.

Roman Abramivich è il secondo proprietario più ricco della Premier League; ha comprato il Chelsea quasi per caso, fin qui ha speso quasi 2 miliardi di euro per rafforzare la squadra che negli anni è arrivata sul tetto d’Europa, conquistando Champions League ed Europa League, oltre a cinque titoli della Premier League, quattro Coppe d’Inghilterra e tre coppe di Lega.

Anche qui, le risorse dell’oligarca russo arrivano principalmente da giacimenti di petrolio e di gas che gli hanno consentito di scalare la classifica degli uomini più ricchi del mondo.

L'imprenditore statunitense Stan Kroenke è il proprietario dell’Arsenal: deve il suo impero finanziario al mondo immobiliare che gli ha consentito di entrare come protagonista del mondo sportivo; oggi è l’azionista di maggioranza anche dei Denver Nuggets, squadra di basket dell’NBA, dei Colorado Avalanche, squadra di hockey dell’NHL statunitense e della squadra di calcio dei Colorado Rapids.

Ma In Premier League ci sono anche investitori insospettabili, come Lebron James, il campione di basket dei Los Angeles Lakers che ha deciso di regalarsi una quota minoritaria delle azioni del Liverpool, la squadra Campione d’Europa; la passione per il calcio e il tifo per i “Reds” hanno spinto il fuoriclasse a investire sul club inglese.

Eppure, osservando la classifica degli uomini più ricchi del mondo secondo le stime della rivista Forbes, ci sono due miliardari che - nonostante i loro capitali - non sono stati ancora in grado di conseguire risultati sportivi significativi con le loro squadre di proprietà.

Gli insuccessi di Slim - Il caso lampante è quello di Carlos Slim, quinto uomo più ricco della terra. Il messicano, proprietario della più grande azienda di telecomunicazioni dell’America Latina (America Movil) ha acquistato nel 2012 il Real Oviedo, squadra che milita nella Segunda Division spagnola (un campionato similare alla Lega Pro italiana) e che rischia addirittura di retrocedere nella Tercera Division. Il magnate sudamericano era intervenuto per salvare dal fallimento la società, ma fino a questo momento non ha mai inciso in maniera concreta sulla crescita del club.

Una storia simile è quella di Francois Pinault, considerato tra i tre uomini più ricchi di Francia. Il suo patrimonio è legato al mondo della moda (Yves Saint Laurent, Alexander McQueen, Gucci), ma il successo da imprenditore non si sta riflettendo sul suo percorso sportivo da presidente del Rennes.

Un altro nome di spicco del mondo sportivo è quello dell’austriaco Dietrich Mateschitz, che deve la propria fortuna alla bevanda energetica Red Bull. Oltre alla scuderia di Formula 1, il miliardario ha acquistato anche il Lipsia e il Salisburgo. A livello di risultati la sua scalata nel mondo dello sport è costante: il Lipsia, dopo aver battuto il Tottenham, a sopresa per i nostri lettori che amano scommettere on line sul calcio potrebbe accedere per la prima volta nella storia ai quarti di finale della Champions League.

E i presidenti Italiani? Se le attività imprenditoriali di Andrea Agnelli sono note a tutti, meno conosciute sono le professioni di altri presidenti della Serie A. Il patron dell’Atalanta Antonio Percassi ha una holding (Odissea SRL) che include diversi marchi internazionali; Joey Saputo, presidente del Bologna, è diventato miliardario grazie alle industrie casearie, il proprietario del Cagliari Tommaso Giulini ha ereditato una società che si occupa di estrazione e lavorazione del fluoro, e ha implementato i suoi affari nel settore chimico ed estrattivo.

Il presidente della Fiorentina Rocco Commisso iniziò a lavorare alla Pfizer (industria farmaceutica che produce il Viagra) ma trovò il suo Eldorado con le tv via cavo: oggi è proprietario di Mediacom, azienda all'ottavo posto fra gli operatori via cavo negli Stati Uniti con un fatturato annuo di oltre 1,6 miliardi di dollari. Il tesoro di Steven Zhang, numero uno dell’Inter spazia tra investimenti finanziari e attività immobiliari, oltre che nell’e-commerce, la vendita di prodotti on line.

Il presidente del Lecce Saverio Sticchi Damiani è un avvocato e un professore universitario con la cattedra all’Università del Salento. La famiglia Pozzo, proprietaria dell’Udinese, deve le proprie fortune agli utensili industriali per la lavorazione del legno, prodotti e venduti su scala internazionale. Il patron del Verona Maurizio Setti è un imprenditore immobiliare che ha sviluppato i propri affari anche attraverso investimenti finanziari.

*La foto di apertura dell'articolo è di Matt Dunham (AP Photo).


 

February 21, 2020

Di Simone Pieretti

simone pieretti
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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

Simone Pieretti
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Sarà perché Torino dista dal confine un centinaio di chilometri, o perché la dinastia sabauda, che regnava dal trono della Reggia di Venaria, era di chiare origini transalpine, ma i rapporti tra la Juventus e la Francia sono sempre stati molto stretti.

I primi francesi a Torino

Michel Le Roi

I Campioni del Mondo di Parigi '98

Trezeguet e i suoi fratelli

Lilian Thuram e gli altri difensori francesi bianconeri

Il Polpo Paul Pogba

Un dato su tutti: considerando anche le gare non ufficiali, la Francia è la terza nazione straniera più rappresentata nella storia juventina, dopo l’Argentina e il Brasile e davanti alla Svizzera.

In particolare, per gli amanti della statistica, 34 sono gli argentini che hanno vestito la maglia bianconera, mentre 32 sono i brasiliani. I calciatori francesi, compreso Rabiot non più nella rosa a disposizione di mister Thiago Motta, sfiorano il totale di 30.

I primi francesi a Torino

In una calda serata di fine giugno del 1963, la Juventus del tecnico brasiliano Paulo Amaral affronta in amichevole al Comunale di Torino il Santos di Pelé: per l’occasione, i torinesi schierano titolare in attacco il francese Yvon Douis, in prova dal Monaco.

La Juventus supera 5-3 i futuri campioni della Libertadores e della Coppa Intercontinentale, ma Douis non convince: Giampiero Boniperti è folgorato dalla prestazione di Nené con la maglia del Santos e preferisce ingaggiare il brasiliano. Yvon Douis rimane, comunque, il primo francese a vestire la maglia della Juventus, seppure in amichevole.

Nestor Combin, nato in Argentina, ma naturalizzato francese, è invece il primo transalpino a giocare con la Juventus in partite ufficiali: viene ingaggiato, infatti, per la stagione 1964-65, proveniente dal Lione, e rimane solamente un anno con i bianconeri, vincendo la Coppa Italia, prima di trasferirsi al Varese. 

Michel Le Roi

A seguito della pessima figura rimediata ai Mondiali in Inghilterra, con l’eliminazione clamorosa subita per mano della Corea del Nord, dal 1966 la FIGC decide di vietare l’ingresso di calciatori stranieri nel nostro campionato.

Platini con la coppa più brutta di sempre!

Le frontiere vengono riaperte nel 1980 e due anni dopo la Juventus acquista dal Saint Etienne il centrocampista francese, di origini italiane, Michel Platini: Le Roi, come viene ribattezzato dai tifosi bianconeri, è uno dei più grandi giocatori della storia della Juventus e in cinque stagioni a Torino vince tutti i trofei possibili, compresi tre Palloni d’oro.

I Campioni del Mondo di Parigi '98

Dall’addio al calcio di Platini nel 1987, bisogna attendere fino al 1994 per vedere un altro francese dalle parti di piazza Crimea: dall’Olympique Marsiglia arriva il centrocampista Didier Deschamps che della Juventus diventerà una bandiera, da calciatore e da allenatore, accettando di guidare i bianconeri nella stagione del purgatorio tra i cadetti dopo la sentenza di Calciopoli.

Nel 1996 arriva a far compagnia a Deschamps un altro transalpino che si laureerà campione del mondo nel 1998 e d’Europa nel 2000, il fantasista di origini algerine, proveniente dal Bordeaux, Zinedine Zidane che nei suoi cinque anni a Torino vincerà una Coppa Intercontinentale, due scudetti, una Supercoppa italiana e una europea, oltre al Pallone d’Oro del 1998, seguendo idealmente le orme di Platini.

Un altro campione del mondo arriva alla corte di Carlo Ancelotti nel gennaio 1999, il giovane Thierry Henry che, però, viene utilizzato fuori ruolo e lascia la Juventus, senza rimpianti, dopo 18 presenze e 3 gol in campionato, prima di diventare una vera e propria leggenda in Premier League con la maglia dell’Arsenal.

Trezeguet e i suoi fratelli

Come Nestor Combin, David Trezeguet ha origini argentine. Nasce a Rouen, dove il padre Jorge Ernesto si trova poiché milita nella squadra locale, ma cresce a Florida, nella provincia di Buenos Aires, terra d’origine della sua famiglia. Inizia la sua carriera nel Platense, prima di tornare in Francia a 18 anni, con un contratto da professionista firmato con il Monaco.

Nel 2000 si trasferisce alla Juventus dove rimane per 10 stagioni: con 171 reti è il quarto marcatore di tutti i tempi nella storia dei bianconeri.

Trezegol, 171 reti con la maglia bianconera!

Jocelyn Blanchard, Vincent Pericard, Landry Bonnefoi e Olivier Kapo sono alcuni tra i calciatori francesi che la Juventus ha ingaggiato tra il 1998 e il 2005, ma non hanno lasciato il segno. Patrick Vieira, proveniente dall’Arsenal, veste il bianconero per una sola stagione, lasciando Torino dopo la retrocessione post-Calciopoli.

Lilian Thuram​​​​​​​ e gli altri difensori francesi bianconeri

I difensori Lilian Thuram e Jonathan Zebina, invece, diventano due vere e proprie colonne della Juventus nell’epoca di Marcello Lippi e Fabio Capello.

Lo straordinario difensore francese!

Un discorso a parte merita Jean-Alain Boumsong, difensore che milita nella squadra allenata da Deschamps per una stagione e mezza, proveniente dal Newcastle: è uno dei maggiori protagonisti dell’unica stagione in Serie B e dell’immediato ritorno nella massima serie.

Il Polpo Paul Pogba

La Juventus compie un capolavoro prelevando a parametro zero, nell’estate 2012, il diciannovenne talento francese di origini guineiane Paul Pogba dal Manchester United che conquista quattro scudetti sotto l’ombra della Mole prima di tornare all’Old Trafford per la cifra record di 105 milioni di euro.

Pogba allo Juventus Stadium per la Nations League

Durante i suoi sei mesi alla Juventus nel 2013, l’attaccante Nicolas Anelka, una carriera da globetrotter, fa in tempo a conquistare uno scudetto, con 3 presenze complessive tra campionato e Champions League, prima di trasferirsi al West Bromwich Albion.

Nel luglio 2014 due francesi arrivano a Torino: Patrice Evra, esperto esterno sinistro con mille battaglie di calcio alle spalle, proveniente dal Manchester United, e il giovane Kingsley Coman, proveniente dal Paris Saint Germain: il primo rimane tre anni alla Juventus, conquistando due scudetti, mentre il secondo si rivela uno dei prospetti più interessanti del calcio europeo e si trasferisce, dopo un double campionato-coppa, al Bayern Monaco.

Oggi Thuram jr e Randal Kolo Muani

Tutto il resto è storia recente, con gli ingaggi di due francesi dal Paris Saint Germain: Blaise Matuidi, arrivato ad agosto 2017, e Adrien Rabiot, oggi a Marsiglia.

Dopo l'acquisto del Thuram centrocampista nella campagna estiva 2024, nella successiva finestra di mercato, a gennaio 2025, arriva dal PSG anche Randal Kolo Muani, straordinario jolly offensivo: il nazionale francese, nel complicato esordio allo Stadio Maradona, va subito in gol, con un chirurgico tiro al volo!

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 21 febbraio 2020.

January 26, 2025

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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Le trattative di calciomercato sono spesso complicate, ma ci sono club con cui arrivare a un accordo per avere un giocatore comporta davvero una fatica micidiale. Per esempio Adriano Galliani non ha dimenticato, 13 anni dopo, le energie spese per convincere Lotito – un mastino negli affari – a cedere al Milan nel gennaio 2007 Massimo Oddo.

Ancora oggi, l'ex ad rossonero racconta quei giorni come chi ha vissuto un trauma difficile da elaborare: l'accordo, dopo infiniti colloqui notturni, fu trovato sulla base di 7,750 milioni più il cartellino di Pasquale Foggia. Stesso discorso per i dirigenti dell'Inter che trattarono con il presidente della Lazio il trasferimento di Hernanes, giocatore cui Lotito era particolarmente legato.

Tutt'altro che morbidi anche i Pozzo, proprietari dell'Udinese. Ne sa qualcosa il Barcellona, costretto a una trattativa estenuante nel 2011 per Alexis Sanchez, all'epoca gioiello dell'Udinese. Ovviamente la vicenda si concluse esattamente alla condizioni dettate dai Pozzo: il cileno diventò del Barcellona in cambio di 26 milioni di euro più 11,5 di bonus, poi regolarmente incassati.

Era implacabile anche Squinzi, demiurgo del Sassuolo scomparso nell'ottobre 2019: finché la Lazio non si è convinta a dare quanto da lui chiesto per Acerbi, nell'estate 2018, il Sassuolo non ha mollato di un centimetro: 12 milioni e punto, nonostante il pressing dello stesso difensore per la cessione.

I numeri dell'Atalanta - Ma in Italia la bottega più cara è forse l'Atalanta dei Percassi. Scoprono giocatori, li valorizzano - a volte prestandoli in società che danno spazio ai loro talenti, come Kulusevski nel Parma - e poi li vendono a cifre che spesso stupiscono gli stessi operatori di mercato. Solo per restare ai casi più recenti, nel gennaio 2017 il mediano Gagliardini passò all'Inter, dopo 6 mesi giocati a calcio a buoni livelli a Bergamo, per 25 milioni più 2.5 di bonus: un'esagerazione per quanto mostrato fino a quel momento.

Come sembrano francamente troppi i 40 subito investiti dalla Juve per soffiare alla concorrenza lo stesso Kulusevski, jolly offensivo rivelazione della prima parte del campionato.

Ma con l'Atalanta è così, prendere o lasciare. E di solito, gli acquirenti prendono. Lo ha fatto il Milan nel 2017 con Kessié, pagato esattamente quanto preteso, cioè 28 milioni. Basta una sola stagione da urlo per far lievitare il prezzo: una volta stabilito, però, i Percassi tengono duro finché l'acquirente non molla. È successo anche con la Roma per Cristante, buon giocatore pagato circa 30 milioni (5 per il prestito oneroso, 15 per l'obbligo di riscatto, 10 di bonus piuttosto agevoli).

La Juve sborsò al volo 15 milioni di euro per “scommettere” sul giovane difensore Caldara, poi rivenduto al Milan addirittura per 35. Lo stesso Milan di milioni ne ha spesi 28 per il terzino Andrea Conti, subito tormentato dagli infortuni (come peraltro Caldara): 24 cash più il cartellino di Pessina.

E Gianluca Mancini? La Roma ha versato 2 milioni subito per il prestito, ne serviranno 19 per l'acquisto definitivo (già concordato) e 5 di bonus: altri 26 milioni per un difensore che Gasperini ha lasciato andare senza eccessivi rimpianti. Stesso discorso per l'attaccante Barrow, che era scomparso dai radar da un po' di tempo: su di lui ha scommesso il Bologna di Mihajlovic. Trattativa lunga anche in questo caso, e anche in questo caso Percassi ha ottenuto quanto richiesto: quasi 20 milioni, bonus facili compresi.

Levy: meglio accontentarlo - Fama simile, di bottega cara, hanno pure alcuni club stranieri. Tremendamente complicato, per esempio, trattare con Daniel Levy, temutissimo presidente del Tottenham. Si è scontrato con lui Beppe Marotta, che sperava nello sconto per portare a gennaio Eriksen all'Inter. Visto che il danese, in scadenza a giugno, aveva già firmato per i nerazzurri per la prossima stagione, il dirigente ex Juve era convinto di chiudere l'affare con una decina di milioni o magari qualche scambio di giocatori.

Invece Levy di milioni ne ha chiesti subito 20 e non ha ceduto Eriksen, utilizzato fino all'ultimo da Mourinho, finché non ha ottenuto proprio quella somma. Fece lo stesso per Modric nel 2012: nonostante il croato avesse già scelto di andare al Real Madrid e si fosse impuntato per realizzare il suo sogno (con annesse liti e polemiche), il Tottenham ha dato l'ok solo quando ha ricevuto l'assegno preteso, da 42 milioni di euro.

Non parlate a De Laurentiis di Jean-Michel Aulas, presidente del Lione dal 1987. Anche lui è un tipo da “prendere o lasciare”. Nel 2016 il Napoli era convinto di avercela fatta a portare il corteggiatissimo Tolisso in azzurro, la proposta da 20 milioni sembrava sufficiente, invece non ci fu nulla da fare: Aulas tenne duro per mesi e il mediano restò a Lione, per la delusione del giocatore e dei tifosi napoletani.

D'altronde De Laurentiis fece lo stesso nel gennaio 2019 con il Psg che voleva a tutti i costi Allan: ogni volta che la dirigenza parigina si decideva ad accettare la richiesta del Napoli, il presidente alzava il prezzo. O trovava qualche dettaglio che non lo convinceva. Finché i francesi non mollarono, per la disperazione del centrocampista brasiliano che aveva la valigia pronta.

Gioielleria dell'Alta Francia - In Francia, la gioielleria più cara è considerata quella del Lille, tra le più costose d'Europa. Basta analizzare l'ultimo mercato estivo: creando un'asta strategica tra Napoli e Arsenal, il Lille del presidente Gerard Lopez è riuscito a incassare qualcosa come 80 milioni dalla cessione dell'attaccante Pepé ai Gunners, acquisto più costoso nella storia del club londinese. Una cifra enorme per un giocatore che aveva - ha - ancora molto da dimostrare (e infatti per ora è un flop).

In tutto, le cessioni dell'estate 2019 hanno fruttato al Lille ben 143 milioni. Compresi i circa 28 pagati dal Milan per Leao, talento che ancora non riesce a esplodere in rossonero. E il Lione ne ha dovuti sborsare 22 per il mediano Thiago Mendes. Prendere o lasciare, la regola è quella. Sono gioiellerie di calcio di successo, e allora il cliente paga. Spesso senza neanche guardare il prezzo.

*La foto di apertura dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo).

February 21, 2020

Di Giulio Cardone

Giulio
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Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

Giulio Cardone
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