Divide, appassiona, fa discutere. In tempi di campionato sospeso, la diatriba tra “giochisti” e “risultatisti” è uno degli argomenti più dibattuti del momento, uno di quelli che più infiammano i salotti televisivi, i commenti degli appassionati, l’opinione pubblica del pallone.

Chi ha ragione? L’allenatore che si adatta ai propri giocatori, alle loro caratteristiche tecniche, quello che privilegia la sostanza alla forma e che non si fossilizza sul bel gioco o il tecnico che invece pretende che al risultato si concili l’estetica, una produzione fatta di idee, di armonia, di bellezza, di ricerca di spazi, di voglia di proporre e non solo di speculare.

Filosofie contrapposte, modi di intendere il calcio diversi e agli antipodi. Linee di condotta che hanno avuto negli anni interpreti di spicco, vere e proprie leggende che hanno fatto dell’una o dell’altra via quella prediletta. Invece di scrivere di Guardiola ed Allegri, il blog di 888sport fa un salto nel passato!

Da una parte visionari come Rinus Michels, Arrigo Sacchi, Johan Cruijff e dall’altra totem come Giovanni Trapattoni e Fabio Capello. Palmares da fare invidia su entrambi i fronti: campionati e coppe nazionali, Coppe dei Campioni o Champions League, vittorie con le squadre nazionali; ma modi diversi di raggiungere l’obiettivo. Alla faccia di chi sostiene che il calcio sia un gioco semplice. Forse lo è davvero, ma dipende dalla prospettiva da cui si guarda al gioco. 

SACCHI VS TRAP - Figlio del calcio totale di Michels è senza dubbio Arrigo Sacchi che Gianni Brera, dopo i primi mesi difficili e poveri di risultati sulla panchina del Milan, definì un “apostolo soggiogato da visioni celesti”. Se Michels era stato la rivoluzione, i “giochisti” avevano poi dovuto subire un’epoca reazionaria, di ritorno di idee considerate da loro vecchie, antiquate. In Italia dominava la cosiddetta “zona mista” che aveva assorbito alcuni concetti arrivati dall’Olanda, ma che li aveva poi riadattati alla mentalità nostrana ottenendo tra l’altro grandi risultati.

La Juve di Trapattoni vince, convince, domina e fornisce alla nazionale il blocco principale e poi c’è Platini a illuminare la scena. Sacchi arriva al Milan nell’estate del 1987, la scia vincente della Juve ha segnato l’ultimo decennio del calcio italiano. I bianconeri, con Trapattoni alla guida, hanno vinto sei scudetti, due Coppe Italia, una Coppa dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Coppa delle Coppe, una Coppa UEFA tra le altre. Il Trap ha lasciato Torino ed è approdato sulla sponda nerazzurra dei Navigli nel 1986. Ma i concetti non cambiano.

La Juve giocava di base con il 4-4-2 che però può diventare 4-3-3, 4-4-1-1 o un 3-5-2 in base all’avversario e ai momenti della partita. La difesa è a quattro, ma applica una zona mista con un libero capace di impostare, un marcatore puro e due terzini con caratteristiche diverse: uno con grandi capacità di spinta e un altro invece in grado di scalare e diventare il terzo centrale quando il collega era in proiezione offensiva. In mezzo al campo c’era il classico mediano e un 10 capace di dare estro alla manovra.

Il Trap è stato spesso accusato di essere un “catenacciaro”, un allenatore la cui priorità è difendere. Non è così, o meglio se analizziamo le sue Juventus sono tanti i giocatori offensivi messi in campo: la squadra che giocò la tragica finale di Bruxelles del 1985, aveva Platini, Rossi, Boniek, Briaschi, un terzino di spinta come Cabrini e una mezzala come Tardelli che amava inserirsi. Trapattoni non è un allenatore antico, ma un pragmatico, sa leggere le situazioni che la partita gli presenta, sa adattarsi alle necessità e ai momenti del gioco.

No all’aggressione alta e costante, ma sì a un possesso palla che possa rallentare i ritmi in caso di risultato favorevole. Camaleontica la Juve del Trap, in grado anche di abbassarsi molto e guadagnare campo alle spalle delle linee avversarie da attaccare in contropiede. Concetti che ai “giochisti” però sanno di vecchio, di passato, di reazione da spazzare via con una seconda rivoluzione. Quella sacchiana. La zona non è più mista, ma tutti devono essere coinvolti nell’azione offensiva e difensiva.

Sacchi detesta gli attaccanti che restano fermi in fase di non possesso, che diventano passivi una volta persa palla, il loro compito è schermare l’inizio azione avversaria e permette alla squadra di alzarsi. La pressione è fondamentale nel calcio di Sacchi, quella che lui chiama difesa attiva, che fa sì che la squadra sia padrona del gioco sempre, anche quando la palla ce l’hanno gli altri “perché li costringe a giocare a ritmi a cui non sono abituati”. Nel Milan di Sacchi i terzini posso spingere entrambi e in contemporanea, cosa che invece nel sistema di Trapattoni non accadeva e si attacca con minimo cinque giocatori.

Il 4-4-2 è solo di partenza perché poi i numeri vengono lasciati da parte, si ragiona di squadra, in movimento, con 5-7 elementi che in fase di transizione offensiva vanno sopra palla. Il centrocampo non è mai in linea, ma si trasforma in un rombo in cui il vertice basso ha il compito di agevolare la circolazione del pallone. No a un calcio speculativo, ma propositivo. Sempre. Il mantra sacchiano è chiaro. La squadra non deve mai subire, ma imporre, deve rimanere corta e stretta e tramite la trappola del fuorigioco cancella campo a disposizione degli avversari.

All’epoca se un giocatore era oltre l’ultimo difensore, anche se in posizione oggi passiva, veniva considerato in offside. Così la linea difensiva del Milan si muoveva guardando la palla e non gli uomini, aspettando l’attimo giusto per salire e lasciare gli avversari in zona proibita. Anche il contropiede, arma preferita dei difensivisti, viene riletto in modo razionale, armonioso, da Sacchi. La ripartenza va accompagnata da diversi uomini, bisogna muoversi in modo da aprire spazi. Addio alla fuga solitaria di un solo uomo.

La rivoluzione è compiuta. Sacchi parte con fatica con alcuni risultati che avrebbero decisamente fatto saltare il banco delle scommesse Serie A, ma poi impone il suo calcio, cambiando definitivamente lo sport più amato. Vince due volte la Coppa dei Campioni, due Intercontinentali, uno Scudetto e due Supercoppe Europee. Prima di passare la mano...

*La foto di apertura dell'articolo è di Luca Bruno (AP Photo).
 

March 10, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Esiste un mestiere che l'appassionato di calcio invidia perfino più di quello di allenatore: il direttore sportivo. Scegliere giocatori, (tentare di) comprarli, cederli, costruire squadre: il sogno di ogni innamorato del pallone. E' il lavoro di questi dirigenti che con il passare degli anni hanno acquisito sempre più importanza e potere.

Adesso sono figure irrinunciabili per il calcio: si sta adeguando anche la Premier, che ne faceva a meno perché era l'allenatore a occuparsi in prima persona del mercato. L'Italia invece ne sforna tanti all'anno, quelli che superano l'esame apposito alla fine del corso organizzato dalla Figc ed entrano nel relativo albo. Magari poi faticano a trovare lavoro, ma questa è un'altra storia.

Di sicuro la figura con il tempo è cambiata: una volta il direttore sportivo era un vecchio volpone cresciuto con il sogno - e l'ansia - di diventare Luciano Moggi, per decenni riferimento della categoria prima che Calciopoli lo travolgesse. Adesso invece il ds è un piccolo manager che, oltre al calcio in ogni dettaglio, conosce le lingue e il diritto commerciale, le esigenze del bilancio e quelle dei calciatori.

Il ruolo odierno - Già, perché una volta il ds si occupava solo di mercato. Ora è un dirigente a tutto tondo, di solito chiamato a fare da raccordo tra società e squadra. I suoi poteri sono aumentati a dismisura, tanto che spesso tocca agli allenatori porre loro dei limiti: si è visto con l'episodio avvenuto nell'intervallo di Sassuolo-Roma, con il tecnico giallorosso Fonseca che ha “invitato” a uscire dallo spogliatoio il ds Petrachi, furioso per il pessimo primo tempo dei suoi.

D'altronde il direttore sportivo è sempre più coinvolto nella gestione della squadra, giorno per giorno: un lavoro che va in parallelo con quello più specifico di cercare giocatori funzionali alla rosa che verrà. Per questo dirige riunioni con il capo scout, che dipende direttamente da lui e a sua volta è chiamato a organizzare il lavoro degli osservatori. Il feeling tra direttore sportivo e capo scout dev'essere totale: il secondo propone profili che poi il ds deve valutare, decidendo – ascoltato anche il parere dell'allenatore - se iniziare una trattativa o no.

L'iter - Il percorso che porta all'acquisto di un giocatore di solito funziona così: l'allenatore comunica al ds le proprie esigenze, indicando un calciatore specifico per un certo ruolo o le caratteristiche che deve – dovrebbe – avere. Il ds gira le indicazioni al capo scout che sguinzaglia gli osservatori in giro per il mondo: ricevute le relazioni da loro sui vari calciatori visionati, il capo scout propone al ds tre profili per ogni ruolo, in pratica un piano A (per qualità, adattabilità alla squadra e soprattutto prezzo), un piano B e un piano C.

Da questo punto in poi parte il lavoro del ds, di concerto con l'amministratore delegato e/o il presidente, per indirizzarsi sul calciatore prescelto. Se fallisce l'assalto al "piano A" si va al "piano B" e così via.

I riconoscimenti - Il premio (Globe Soccer Awards) come miglior direttore sportivo d'Europa del 2019 è stato vinto da Andrea Berta, ds dell'Atletico Madrid. Un riconoscimento che nasce dal colpo Joao Felix, giovane portoghese considerato un fenomeno da (quasi) tutti gli addetti ai lavori. È anche vero che quando hai 120 milioni da spendere su un giocatore, non è così difficile centrare l'obiettivo.

Non a caso, tra i candidati al premio (con Overmars dell'Ajax e Abidal del Barcellona) c'era Igli Tare della Lazio, che invece ha fatto spendere al suo club “solo” 87,1 milioni per costruire l'intera formazione titolare dei biancocelesti, capaci di lottare per lo scudetto con la ricchissima Juve (basti pensare che Cristiano Ronaldo è stato pagato 100 milioni).

Insomma la Lazio è costata come all'Inter il solo Lukaku. Da qui gli elogi a Tare, che per scoprire e comprare i giocatori da Lazio si affida alla rete di rapporti in giro per l'Europa: il fatto di parlare sei lingue sicuramente lo favorisce. In Italia, come miglior ds, gli è stato preferito Giovanni Sartori, autore di quel capolavoro atalantino che ha travolto anche le scommesse sportive online: grazie al mercato, più che al settore giovanile, i bergamaschi l'anno scorso sono arrivati in finale di Coppa Italia e si sono qualificati per la Champions League.

Entrambi, Tare e Sartori, sono ex calciatori professionisti, come Petrachi e tanti altri che poi hanno intrapreso la carriera di direttore sportivo. Molti invece non hanno un passato in Serie A ma sono sono diventati abili ds, come Fabio Paratici.

Al di là dei premi, il più bravo di tutti per anni è stato considerato proprio lui, il 47enne Paratici, l'uomo che con Beppe Marotta (fino al divorzio del settembre 2018) ha costruito la serie incredibile di scudetti bianconeri, portando nel club torinese fuoriclasse assoluti come Pirlo, Tevez, Pogba, Dybala e così via. Fino a Cristiano Ronaldo. Il “fiuto” di Paratici per il talento da Juve – meglio se a parametro zero - è proverbiale nel mondo del calcio. Di sicuro poter contare sulle risorse economiche della società bianconera aiuta, ma è anche vero che non è facile ogni anno costruire una formazione super competitiva e Paratici finora ci è sempre riuscito.

Non si può dire lo stesso per Ausilio, o per Monchi (a Roma ha fallito dopo aver vinto tanto nel Siviglia), o per Giuntoli, tanto per indicare direttori sportivi molto stimati. Come l'esperto Pier Paolo Marino, ora all'Udinese. Tra i più bravi di sempre c'è Ariedo Braida, l'uomo che consigliò al Grande Milan di Berlusconi di acquistare un certo Shevchenko: la sua relazione super positiva sull'ucraino, visionato in un Barcellona-Dinamo Kiev al Camp Nou, è ancora gelosamente custodita nel museo di Casa Milan come prezioso cimelio, nonché testimonianza di competenza.

Molti ds, poi, meritano un elogio particolare per la capacità di gestire le paturnie di presidenti vulcanici: è il caso, per esempio, di Tare con Lotito, di Giuntoli con De Laurentiis, di Osti con Ferrero, di Marroccu (e prima di lui Capozucca) con Preziosi. D'altronde nel repertorio del direttore sportivo, tra le doti principali, ci dev'essere la pazienza. Ma tanta.

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Manu Fernandez (AP Photo).

March 10, 2020

Di Giulio Cardone

Giulio
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Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

Giulio Cardone
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Martedì 10 marzo, in un Mestalla a porte chiuse per l’emergenza coronavirus, il Valencia ospiterà l’Atalanta per il ritorno degli ottavi di Champions League. La sconfitta subita a Bergamo per 4-1 rende molto difficile la rimonta degli iberici che, però, possono aggrapparsi a uno storico precedente, che abbiamo deciso di raccontarvi su 888sport.

Champions League 2003-04, il Milan di Ancelotti è detentore del trofeo, conquistato nella memorabile finale, tutta italiana, di Manchester contro la Juventus ai calci di rigore, ed è ancora una volta la squadra favorita per la conquista della coppa dalle grandi orecchie.

Il primo posto del Milan con due sconfitte - Il cammino europeo dei rossoneri va avanti, con qualche intoppo di troppo per una squadra che vuole confermarsi campione d’Europa: sorteggiati in un girone con Ajax, Club Bruges e Celta Vigo, infatti, i rossoneri rimediano due sconfitte casalinghe, difficilmente preventivabili, contro i belgi e gli iberici.

Le battute d’arresto, tuttavia, non impediscono al Milan capitanato da Paolo Maldini di concludere la fase eliminatoria al primo posto nel gruppo H con 10 punti, davanti al Celta con 9 e passano, così, agli ottavi di finale, introdotti per la prima volta nella fase a eliminazione diretta della competizione.

Il Deportivo nuova nobile di Spagna - Dopo aver eliminato agevolmente negli ottavi lo Sparta Praga, il sorteggio del 12 marzo 2004 a Nyon porta in dono al Milan, rimasto insieme alla Juventus a rappresentare l’Italia in Champions League dopo l’eliminazione di Lazio e Inter, gli spagnoli del Deportivo La Coruña.

La formazione allenata dal tecnico basco Javier Irureta sta vivendo gli anni migliori della sua storia calcistica: nel 1999-2000, infatti, con stelle del calibro di Djalminha, Jokanovic, Flavio Conceicao, Naybet e Mauro Silva, ha conquistato il suo primo (e unico) titolo nella Liga, per poi ottenere due secondi e un terzo posto che l’hanno lanciata stabilmente tra le grandi del calcio spagnolo di quel periodo.

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I galiziani e l’Europa - In Europa, i galiziani hanno raggiunto i quarti di finale alla loro prima, storica, partecipazione in Champions League nel 2000-01, eliminati dal Leeds di Rio Ferdinand, Lucas Radebe e Alan Smith; un’altra formazione inglese, il Manchester United, ha sbattuto in faccia la porta delle semifinali della massima competizione continentale al Deportivo l’anno dopo, mentre nel 2002-03 gli iberici sono usciti alla seconda fase a gironi, dopo aver superato la prima proprio insieme al Milan.

L’andata a San Siro - Il Deportivo che si presenta a San Siro per la gara d’andata dei quarti, il 23 marzo 2004, è una formazione che incute timore, avendo eliminato nel turno precedente la Juventus con un doppio 1-0, al Riazor e al Delle Alpi, grazie alle reti di Albert Luque all’andata e Walter Pandiani al ritorno.

Il Milan è una corazzata, una formazione zeppa di fuoriclasse, come evidente dall’undici messo in campo da Ancelotti per l’occasione: Dida; Cafu, Costacurta, Maldini, Pancaro; Gattuso, Pirlo, Seedorf; Kakà; Shevchenko, Inzaghi. Il Depor, senza alcun timore reverenziale, vuole ripetere l’impresa di Torino e passa in vantaggio dopo 11 minuti grazie all’uruguaiano Pandiani; ma il Milan è in serata di grazie e seppellisce i volenterosi ragazzi di Irureta sotto quattro reti, messe a segno a Kakà (doppietta), Shevchenko e Pirlo.

La remuntada del Riazor  - Due settimane dopo al Riazor, il Milan arriva convinto che la partita di ritorno altro non sia che una semplice formalità: la squadra di Ancelotti si sente già il biglietto per le semifinali in tasca. Ma quel volo non lo prenderà mai.
Il Deportivo scende in campo con il sangue agli occhi, aggredendo e attaccando fin dal primo minuto, con un solo obiettivo: segnare tre gol. “Un primo tempo drammatico. Come altro definirlo? Il Depor parte con la grinta furiosa di un toro. A testa bassa, schiacciando il Milan con un pressing pungente e fastidioso”, sono le parole con cui La Gazzetta dello Sport racconta la prima parte di gare il giorno successivo.

Il solito Walter Pandiani mette a segno la prima rete dopo 5 minuti, ma il Milan si sente forte dell’ampio vantaggio e conta sulla propria capacità di rallentare il ritmo forsennato dei galiziani; quando Valeron raddoppia di testa, su azione da calcio d’angolo al 35’, la terra sotto i piedi dei rossoneri inizia a cedere. Tocca a Luque, sempre per dirla con le parole della rosea, nove minuti dopo “fare pernacchie a Nesta e battere ancora una volta Dida con un fendente sotto la traversa. Fiesta: 3-0. Ovvero, Depor in semifinale. Tutto da rifare”.

Paolo Maldini prova a caricare i suoi all’inizio della seconda frazione di gioco, ma è ancora una volta il Deportivo ad andare a segno con Fran che, a quattordici minuti dal termine, fissa il punteggio sul 4-0 finale e manda i suoi in semifinale e le quote Champions in ghiaccio! Per il Milan rimane una delle più cocenti e clamorose eliminazioni; per il calcio europeo, una delle più fantastiche rimonte mai viste.

*La foto di apertura dell'articolo è di Lalo Villar (AP Photo).

March 9, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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Nulla è eterno, persino nel calcio. Ogni periodo di dominio è destinato a terminare e anche le squadre che hanno fatto la storia, prima o poi, sono costrette ad abdicare. A volte lo fanno in maniera silenziosa, con una discesa evidente, ma non troppo rapida. Altre, e succede assai più spesso, con cadute che fanno rumore.

Il Dream Team di Guardiola, il Barcellona che perde 4-0 contro il Milan di Capello è l’esempio più evidente, ma anche la storia delle nazionali è piena di storie simili. La Spagna che ha dominato l’Europa e il mondo tra 2008 e 2012 sembrava destinata a recitare il ruolo di protagonista ancora a lungo. Ma il suo regno è terminato, in modo fragoroso e inatteso, in un giorno di giugno 2014 in Brasile.


All’esordio da campioni del mondo in carica gli uomini di del Bosque si trovano di fronte una squadra di grande tradizione e ben conosciuta. Spagna-Olanda è il remake della finale del 2010, quella decisa ai supplementari da una rete di Don Andres Iniesta. Dopo quella partita, le Furie Rosse vanno a vincere anche l’Europeo 2012, mentre i Tulipani deludono, uscendo di scena ai gironi con zero punti, seppure in un girone complicato con Danimarca, Portogallo e Germania.

All’arrivo in Brasile, dunque, il pronostico sembra abbastanza chiuso. E quando il nostro Rizzoli dà il via al match a Salvador de Bahia, pochi per le scommesse calcio punterebbero su una vittoria dell’Olanda. Anche perché, con una mossa che ha quasi del clamoroso, Van Gaal sistema i suoi in un 3-5-2 parecchio difensivo, con sugli esterni un mediano adattato come De Jong e un terzino destro come Janmaat. Primo: non prenderle. Una filosofia che non sembra adattarsi troppo all’ex tecnico di Ajax e Barcellona.


Il gol... a freddo - Al punto che, all’inizio della partita, l’Olanda le prende eccome. La Spagna, a cui viene lasciato il controllo del pallone, va in vantaggio al minuto 27. De Vrij fa fallo su Diego Costa e Rizzoli indica il dischetto. Xabi Alonso si prende il pallone e segna l’1-0. La calma prima della tempesta. E non può mancare la più classica delle sliding doors. Il momento che cambia la storia di quel mondiale e forse del calcio spagnolo è a fine primo tempo. David Silva si trova uno contro uno con Cillessen e potrebbe far saltare il piano di Van Gaal, ma sbaglia clamorosamente.

Un grande classico del calcio, gol sbagliato, gol subito. Passano pochi istanti e Daley Blind lancia lunghissimo dalla sua metà campo, pescando Van Persie in velocità. Uno schema assai poco olandese, ma efficace. L’olandese sfugge a Ramos e non dà il tempo a Casillas di reagire, perché decide di concludere in una maniera inattesa ma stilisticamente perfetta: colpo di testa in tuffo e neanche Saint Iker può farci nulla. Al 44’ è 1-1. E nulla sarà più come prima.

Il clamoroso gol di testa di Van Persie!


La ripresa è sotto il diluvio tropicale, visto che si gioca all’altezza dell’Equatore. E piove fortissimo sulla Spagna, che dagli spogliatoi sembra non rientrare proprio. L’Olanda capisce che il metodo funziona e Blind lancia di nuovo in avanti. Stavolta pesca Robben, che, incredibile ma vero, non fa tutto col sinistro. Aggancio al volo col piede preferito, dribbling col destro con cui l’olandese manda al bar sia Piquè che Ramos, e mancino a colpo sicuro su cui Casillas non può nulla.

Il portiere del Real potrebbe farci qualcosa, e sbaglia clamorosamente, sul terzo gol della squadra di Van Gaal. Al minuto 63 Sneijder scodella in mezzo un calcio di punizione e il portiere spagnolo si preoccupa troppo di Van Persie, che lo ostacola. Dietro di loro spunta De Vrij, che non colpisce benissimo di testa ma riesce comunque a spingere il pallone in porta. 


La Spagna barcolla, ma non vuole mollare. Cillessen cerca di aiutarla respingendo malissimo il colpo di testa del neo-entrato Pedro, ma quando David Silva ribadisce in rete, Rizzoli annulla per fuorigioco. Il preludio alla tragedia calcistica. Il crollo dell’Imperio Español è ufficiale al minuto 71, quando Casillas pasticcia non da par suo su retropassaggio di Sergio Ramos e ancora Van Persie gli porta via il pallone e lo spedisce in rete con facilità.

Ma è la quinta marcatura degli Oranje a certificare, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la caduta degli dei. In ripartenza Robben si mangia il campo e Piquè, ne evita il rientro mandando a terra anche Casillas, e col solito sinistro fa cinquina. Sulla panchina di Van Gaal è il delirio, gli spagnoli sono sotto shock. 


E, purtroppo per loro, ci rimangono anche nella partita successiva. Contro il Cile, che all’esordio ha battuto l’Australia, è già partita da dentro o fuori. Finisce, inaspettatamente, con un fuori. Vidal e compagni fanno polpette delle Furie Rosse al Maraca, vincendo 2-0 con reti dell’ex meteora napoletana Edu Vargas e di Aránguiz. Nel frattempo l’Olanda ha battuto i Canguri e di conseguenza i campioni del mondo sono già eliminati dopo appena due partite, con un gol all’attivo e sette al passivo.

Non sarà più come prima - Non serve a nulla rimediare gli unici punti di quel mondiale, battendo la povera Australia in una partita assolutamente inutile. Del Bosque non rischia il posto solo perché in fondo ha vinto sia il Mondiale che l’Europeo, ma la Spagna non si riprende più. Nel 2016 l’Italia di Conte si vendica dell’Europeo precedente e sbatte fuori Ramos e compagni agli ottavi. E in Russia nel 2018 la corsa della squadra di Hierro (che sostituisce Lopetegui, il quale a due giorni dall’esordio decide di firmare con il Real) si ferma contro i padroni di casa.

Ma la leggenda di quella Spagna termina il 13 giugno 2014, a Salvador de Bahia. Una partita che entra nella storia. E non solo di quella dell’Olanda.

*La foto di apertura dell'articolo è di Manu Fernandez (AP Photo); la seconda di Christophe Ena (AP Photo).

 
March 9, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Se chiedessimo a Jose Altafini di farci consultare il manuale aggiornato, 2.0, del calcio la prima cosa che balzerebbe ai nostri occhi sarebbe quella relativa ai terzini, i quali pur mantenendo il loro nome originale, nel corso degli anni, hanno ampliato caratteristiche e compiti all’interno del rettangolo verde.

Ma quando esattamente è avvenuta questa mutazione ? Mondiali del 1958 in Svezia, inizio del secondo tempo di Brasile-Austria, Nilton Santos, l'uomo chiave della difesa brasiliana, soprannominato A Enciclopedia, decise di abbandonare la retroguardia verdeoro, superò la linea di centrocampo, eluse un paio di rivali e continuò diritto verso l'area rivale, non passando il pallone a nessun attaccante e completando la sua giocata con uno straordinario gol.

L'evoluzione del ruolo - Ovviamente, la singola e specifica giocata di Nilton Santos fu il risultato di un'evoluzione tattica graduale, che trovò libero sfogo e terreno fertile nei due terzini della nazionale di Vicente Feola, nella classe assoluta e nell'assoluta modernità appunto di A Enciclopedia e dell'altro terzino Djalma Santos, magnifico interprete moderno del ruolo, un vero e proprio attaccante aggiunto, capace di sovrapporsi sulla fascia e dotato del tocco di palla proprio di un raffinato centrocampista.

Il calcio vedeva nascere così il 4-2-4 fatto di giocatori dalle cadenze felpate e tendenti a bailar futebol!

Nell’immaginario collettivo da sempre i terzini brasiliani hanno rappresentato la “doppia fase” per eccellenza, ovvero coloro in grado al tempo stesso sia di contrastare e marcare i giocatori esterni della squadra avversaria, ma soprattutto di iniziare la manovra, cercando l'aggiramento e gli inserimenti negli spazi lasciati liberi dai compagni sulle fasce laterali per crossare o concludere a rete.

Ad ogni mondiale le corse, le giocate, i dribbling dei vari Carlos Alberto, Jorginho, Cafù, Roberto Carlos, Maicon fino agli ultimi Dani Alves e Marcelo hanno fatto sognare migliaia di tifosi e di appassionati.

I "brasiliani" del Liverpool - Con un calcio che negli ultimi anni sta ridisegnando la propria geografia, anche il ruolo di terzino sembra essersi spostato di Nazione andandosi a posizionare per l’esattezza in Gran Bretagna a Liverpool.
I Reds ormai sono diventati una macchina quasi perfetta, e tra le chiavi di lettura utili a spiegare ciò ci sono i due terzini Andrew Robertson da un lato e Trent Alexander-Arnold dall’altro.

Accanto ad un mercato dispendioso, con cui Klopp ha modellato a propria immagine la formazione di Anfield, ci sono i due ragazzi che imperversano su e giù per le fasce laterali.

A sinistra, Robertson prelevato due anni fa dall’Hull City, per appena otto milioni di sterline, sta disputando un’altra stagione di altissimo livello. A destra, Alexander-Arnold, cresciuto nel settore giovanile del Liverpool, si sta confermando come uno degli interpreti più talentuosi del calcio europeo e mondiale: il sito specializzato transfermarkt lo valuta oltre 100 milioni di euro!

In squadra ed in coppia stanno frantumando record su record (record di assist, 29, come coppia di terzini nella stagione 2018-2019), non facendo altro che testimoniare la centralità che rivestono nello scacchiere offensivo del Liverpool, fatto da un lato di una partecipazione costante e attiva alla fase di possesso del Liverpool, dall’altro da una alternativa importante nella risalita del campo, una fase di gioco che il Liverpool sta affrontando in questa stagione con un approccio meno verticale e nella quale entrambi i terzini svolgono un ruolo di primo piano.

Alexander-Arnold e Robertson sono, ormai, diventati la migliore espressione del ruolo in Europa, incarnando, ciascuno, l’identikit del terzino moderno con la loro mobilità, la loro abilità tecnica e la loro capacità di partecipare alla manovra alla stessa stregua di un centrocampista. 

La giocata del calcio d'angolo battuto rapidamente contro il Barcellona dal classe '98 di West Derby resta l'immagine più bella della Champions 2019: l'assist per Origi ha letteralmente sconvolto le quote calcio della manifestazione!

*La foto di apertura dell'articolo è di Frank Augstein (AP Photo).

 
March 8, 2020

Di 888sport

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Ogni qual volta si stilano graduatorie epocali, pagelle, rievocazioni, il concetto di "de gustibus" è il pilastro fondante da cui è difficile prescindere. Figuriamoci quanto possa essere soggettiva una risata. Strappata, in questo caso, dalle interviste più folli della storia del calcio, quelle a cui abbiamo spesso assistito ai tempi di Mai Dire Gol.

I momenti esilaranti tra giornalisti e calciatori microfonati sono proseguiti anche ben oltre la trasmissione della Gialappa's band, di cui si sente tanta nostalgia. Noi abbiamo selezionato 5 momenti in cui i telespettatori sono rimasti a bocca aperta...

5. La domanda infinita di Aldo Biscardi a Roberto Baggio
Saint-Denis, 3 luglio 1998. Ancora una volta, la maledizione dei calci di rigori punisce l'Italia, che viene eliminata 4-3 dalla Francia dopo lo 0-0 dei 120'. Erano i tempi della concorrenza in azzurro tra il campione appena sbocciato Alessandro Del Piero e il leggendario Roberto Baggio. Il Processo di Biscardi, in particolare, ai tempi si era schierato (più o meno apertamente) dalla parte del Divin Codino. Ma da parte dell'altrettanto leggendario padrone di casa Aldo Biscardi, traspare imbarazzo nel porre una domanda scomoda.

Sarebbe bastato un "Perché gioca Del Piero al posto tuo?", invece il presentatore si perde in un giro di parole prolisso, poi passato alla storia come "la domanda infinita". Quell'imbarazzo traspare anche nell'espressione di Roby, che nonostante il triste momento calcistico, fatica a trattenere il sorriso di fronte a quelle interminabili parole: "Roberto, scusa, ti volevo chiedere questo, senza voler tornare a una polemica in cui tu sei stato molto corretto, tu hai cercato sempre di dribblare, tu sai benissimo che l'opinione pubblica è con te.

Sai benissimo, perché hai giocato, dall'ottant... a venti minuti dalla fine sei entrato in campo e la squadra e apparsa trasformata, hai dato almeno tre palle-gol. Allora, io dico: perché, in questo Mondiale il giocatore più in forma, adesso... ormai è finita l'avventura ai Mondiali dell'Italia. Siamo stati sfortunati ai rigori, c'è questa maledizione che ci perseguita e per fortuna tu hai segnato, per fortuna tua personale hai segnato il gol, non è successo come quattro anni fa in Brasile.

Però, ecco, quando gioca il giocatore meno in forma, io lo chiederei... l'ho chiesto già a Del Piero; Del Piero ha detto: 'No, ma io ero in forma' (...) è stato anche corretto, molto corretto, Del Piero. Non ha fatto polemica... Allora io chiedo a te: tu hai sentito tutta l'opinione pubblica che era con te. Dentro di te, adesso lo puoi dire, puoi fare una confessione! Cosa pensavi, di meritare questo affetto, questa stima di tutta l'Italia calcistica che ti voleva in campo?

Cosa ti rispondevi: perché io non gioco? Perché tutta l'Italia è con me e io non gioco? E che cosa rispondevi a te stesso. Sicuramente, io lo so, sei un ragazzo sensibile, sei forte, te l'abbiamo posta noi (questa domanda)"... Biiiiiiiip! E il collegamento satellitare con la Francia salta, proprio mentre il Divin Codino stava per rispondere. Cosa pensasse in quel momento non lo sapremo mai: certamente, alla storia, resterà un momento televisivo irripetibile.
 

 

4. Il Cantona filosofo
Eric Cantona - correva il 25 gennaio 1995 - impazzisce al Selhurst Park e scalcia, con un colpo di arti marziali, un tifoso del Crystal Palace che lo aveva preso a insulti tra le prime file dei seggiolini. Per questo motivo, il talento francese del Manchester United fu costretto a scontare una squalifica di 9 mesi. In conferenza, per spiegare l'accaduto, si lasciò trasportare dalla filosofia di una frase che lasciò ammutoliti i tantissimi giornalisti affamati di richieste di scuse da parte del giocatore. Il vero significato di quel "Cantona’s philosophical statement", è ancora poco chiaro oggi:

"Quando i gabbiani seguono il peschereccio, è perché pensano che verranno gettate in mare delle sardine".
 

3. Oddo campione del mondo. E ubriaco
Occhio ballerino, espressione assente e frasi sbiascicate. Si presentò così Massimo Oddo, di fronte a microfoni e taccuini, dopo la vittoria del Mondiale 2006. Sicuri che, tra gli alcolici per festeggiare, c'erano solo bottiglie di birra...?
"No, perché c'hanno messo una cesta di birra nello spogliatoio, hanno sbagliato clamor... tatticamente son stati proprio... un disast...".
 

2. David Luiz-Sacchi e quel "careca"...
A proposito di apparizioni in tv in condizioni quanto meno "alticce", come scordare quella di David Luiz, ai microfoni di Sky Sport dopo la sorprendente conquista della Champions League da parte del Chelsea contro il Bayern Monaco, con il gol del pari di Drogba che stoppa le scommesse live calcio?

Intervistato da un giocoso Pierluigi Pardo, alla comparsa di Arrigo Sacchi nello schermo, il difensore brasiliano si mise urlare: "Arrigo Sacchi careca! Careca, don't have pelo". 'Careca', per chi non lo sapesse, in portoghese significa 'pelato'. Sacchi la prese nella maniera più giusta: con una bella risata.
 

1. Trapattoni infinito
Da "Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco", ai concetti riscritti a macchina da scrivere da parte della Gialappa's band. Per non parlare di quell'inglese-meneghino sfoggiato ai tempi del ct dell'Irlanda. Ma la sfuriata in conferenza in cui, nel marzo del 1998, da allenatore del Bayern Monaco, se la prese col povero Thomas Strunz (accusato di scarso impegno), rimane il "must" dialettico  assoluto di mister Giovanni Trapattoni.

Vent'anni dopo, anche il collega Jupp Heynckes ammise: "Strunz? Una vera genialata da parte del Trap".
 

*La foto di apertura dell'articolo è di Camay Sungu (AP Photo).

March 7, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Tra le tante frasi che si ripetono nel mondo del pallone, ce n’è una che forse è più vera delle altre: a calcio non si gioca solo in undici. Il che vale per tutti quelli che in settimana si allenano e lavorano a vario titolo per preparare la partita, ma soprattutto per i calciatori che scendono in campo a match già iniziato.

Le sostituzioni possono rappresentare la differenza tra una sconfitta e una vittoria, tra un titolo sollevato o una medaglia d’argento. Per informazioni chiedere a Teddy Sheringham e Ole Gunnar Solskjaer, che nel 1999 dalla panchina ribaltano una finale di Champions League che sembrava ormai persa e la regalano al Manchester United. 

Il super sub

Normale dunque che anche da questo punto di vista stiano nascendo dei veri e propri specialisti. Il dodicesimo uomo, o quello che gli anglofoni chiamano il super-sub, non è un semplice cambio, ma è un titolare aggiunto, che se non entra in campo ogni partita, poco ci manca. E spesso e volentieri il suo ingresso cambia radicalmente un match.

Nel 2019 il super-sub più pericoloso era Paco Alcacer, capace di avere un impatto sulle partite davvero pazzesco. Ma nella stagione 2019/20, non ci sono dubbi che il titolo di miglior dodicesimo uomo del calcio mondiale spetti al laziale Felipe Caicedo. L'unico che può stare, in qualche modo, in scia del mancino di Simone Inzaghi è il nerazzurro Luis Muriel in Italia e, probabilmente, Origi in Premier, se consideriamo gli attaccanti centrali del City, entrambi titolari.


La storia dell’attaccante ecuadoriano è quella che forse meglio rappresenta la splendida cavalcata della Banda biancoceleste, che da outsider inattesa si è trasformata in una vera e propria corazzata, capace di strapazzare la Juventus campione d’Italia per due partite di seguito. E pensare che fino a qualche mese fa non era neanche così certa la sua permanenza a Formello. Il contratto del centravanti scadeva a giugno 2020 e non parevano esserci margini per un rinnovo.

Anche perché il calciatore voleva giocare, ma nelle scorse stagioni non ha mai trovato troppo spazio con l’insostituibile Immobile. Poi però è arrivato l’intuito di Simone Inzaghi, che ha trovato a Caicedo una nuova collocazione, non solo tattica ma anche mentale. Non più sostituto fisso di Re Ciro, ma dodicesimo uomo, al posto dell’attaccante della nazionale o, perché no, anche accanto a lui.

Un vero e proprio coniglio dal cilindro da parte del tecnico della Lazio, che ha convinto Caicedo a rinnovare (il contratto ora scade nel 2022) e che, soprattutto, ha acquistato un’arma non convenzionale, che gli ha risolto parecchi problemi in stagione. Per la Pantera, 29 presenze e 8 reti, tutte in campionato, a partire da quella contro il Genoa, neanche a dirlo, da subentrato.

Paradossalmente, neanche una marcatura in Europa League, dove ha giocato cinque partite su sei da titolare. Il che non fa altro che confermare il suo status di impact-player, capace di cambiare un match più entrando a partita in corso, piuttosto che partendo dal primo minuto. In campionato per lui 867 minuti giocati, otto reti e quattro assist. Numeri alla mano, un contributo a un gol biancoceleste ogni 72 giri di lancette.

Caiceido, oggi, troverebbe minutaggio in tutti i club più importanti, anche quelli in lotta per raggiungere la finale di Champions ad Istanbul con l'eccezione, forse, del City che alterna Gabriel Jesus e Aguero come unica punta di riferimento.


Altro che Zona... Cesarini 

Il momento d’oro di Caicedo è certamente stato quello a cavallo tra novembre e dicembre. Per ben tre volte consecutive, l’attaccante di Inzaghi è entrato dalla panchina e ha trovato la via della rete. Il 24 novembre 2019 a Sassuolo è stato suo il gol a inizio recupero che ha permesso alla Lazio di imporsi sui neroverdi per 1-2. E per realizzarlo gli ci sono voluti solamente undici minuti.

Va ancora meglio il 7 dicembre all’Olimpico, quando Caicedo entra al minuto 89 contro la Juventus, sul parziale di 2-1 per la sua squadra. A fine match I gol biancocelesti saranno tre e quello che chiude ogni discorso e rimescola le quote serie A è proprio il centro dell’ecuadoriano, che in capo a sei minuti finisce sul tabellino sia con la rete che con un cartellino giallo per eccesso di esultanza.

L’apoteosi però arriva il 16 dicembre a Cagliari. A dieci minuti dalla fine, sotto 1-0, Inzaghi manda in campo l’arma segreta. E nel recupero, ancora una volta, la Lazio ribalta il match. Prima Luis Alberto rimette il discorso in parità e poi, con uno stacco imperioso, è ancora la Pantera a regalare i tre punti ai biancocelesti. Situazione molto simile nel 3-4 al torino: sempre Caicedo a siglare al 90' + 7!

Ma il miglior dodicesimo uomo del mondo sa bene che per lui entrare a partita in corso non è affatto una bocciatura. Anzi, è il più importante attestato di stima che possa ricevere…

*La foto di apertura dell'articolo è di Alessandra Tarantino (AP Photo). Prima pubblicazione 7 marzo 2020.

November 1, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Valencia, Italia. No, non è un errore geografico, ma calcisticamente parlando è un dato di fatto. La squadra bianconera è il club di Liga che nella sua storia ha avuto più calciatori italiani.

Il mercato di gennaio ha permesso ai Pipistrelli di completare il proprio…dieci perfetto con l’arrivo in prestito secco di Alessandro Florenzi dalla Roma. Il classe 1991 ha scelto il Mestalla per giocarsi le sue possibilità di giocare con più continuità e rendersi, quindi, convocabile da Mancini per Euro 2020. E non sorprende che a cercarlo sia stato proprio il Valencia, che nella storia recente ha dimostrato di avere una gran passione per i calciatori tricolori. Al punto che qualcuno è anche entrato nella storia del club.


Seconda giovinezza - Il fortunato è anche il primo italiano a volare da quelle parti: Amedeo Carboni, che fa lo stesso percorso di Florenzi. Dalla Roma al Valencia nel 1997. A 32 anni potrebbero essere gli ultimi fuochi di una buona carriera, ma si trasformano in un amore bello e vincente. Carboni resta al Mestalla da calciatore fino al 2006, quando appende gli scarpini al chiodo con al braccio la fascia da capitano. E quello è il periodo più florido della storia del club, che con Carboni in rosa porta a casa due campionati, una Copa del Rey, una Supercoppa di Spagna.

Anche in Europa i Pipistrelli si fanno rispettare: un Intertoto, una coppa UEFA e la successiva Supercoppa Europea. Il mancino sbaglia un rigore nella finale di Champions di San Siro contro il Bayern. Dopo l’addio, il toscano prova anche per un anno l’esperienza da DS del club, per poi dedicarsi ad altro.


Il periodo al Valencia di Carboni è così ampio che l’ex romanista fa da chioccia a molti altri italiani che decidono di provare l’esperienza nel club. Il primo a seguire l’esempio del terzino è Cristiano Lucarelli. A portarlo al Mestalla è Claudio Ranieri, il primo dei due allenatori italiani che hanno guidato la squadra. Quella 1998/99 però per l’attaccante livornese si rivela una pessima stagione, condizionata da un grave infortunio. Lucarelli si fregia comunque della vittoria sia in Copa del Rey che in Intertoto, ma dopo appena un anno preferisce tornare in Italia, accettando l’offerta del Lecce.


A proposito di Ranieri, il tecnico italiano torna nel 2004 per sostituire Rafa Benitez e c’è un vero e proprio esodo tricolore dal campionato italiano al Valencia. Arrivano ben quattro calciatori dal nostro torneo e tutti di un certo spessore.

Più che il Valencia, sembra... la Lazio! - Ad aggiungersi a Carboni ci sono Stefano Fiore, Marco Di Vaio, Emiliano Moretti e Bernardo Corradi. Le loro storie in quel di Valencia sono molto diverse, ma hanno un punto in comune: la stagione 2004/05 è quella…degli italiani, perché in rosa ce ne sono cinque, più il tecnico. Inizia bene, con la vittoria della Supercoppa Europea, ma finirà malissimo, con Ranieri esonerato prima dell’arrivo della primavera. 

Claudio Ranieri, nel 2004 alla guida del Valencia!


In ogni caso il momento è storico. Fiore, dopo anni in cui ha brillato con le maglie del Parma, della Lazio e della nazionale, non riesce a sfondare in Spagna. Rimarrà sotto contratto fino all’agosto 2007, ma le due stagioni successive a quella in Spagna le gioca tra Fiorentina, Torino e Livorno. Storia simile per Corradi, anche lui arrivato dalla Lazio. Un anno per lui, in cui segna appena 4 reti in 29 presenze, poi il prestito al Parma e la cessione al Manchester City.

Non va molto meglio a Di Vaio, che rimane al Mestalla una stagione e mezzo. Nella prima mette a segno 15 reti, ma poi a dicembre 2005 viene ceduto in prestito al Monaco e poi tornerà in Italia, al Genoa.


Moretti, professionista esemplare - Chi a Valencia ci resta di più è Emiliano Moretti, difensore sempre affidabile e uomo spogliatoio in Spagna ed Italia. Per lui cinque anni in bianconero, dal 2004 al 2009. E il difensore, in un certo senso, prende l’eredità di Carboni, visto che riesce a imporsi nell’undici titolare e nella stagione 2007/08 è protagonista della cavalcata della squadra di Koeman, che riesce a vincere la Copa del Rey. Nel frattempo, al posto di Di Vaio è arrivato ed è subito andato via un altro attaccante italiano, Ciccio Tavano.

Il Valencia lo acquista dall’Empoli, ma finisce subito ai margini della rosa. Il club spagnolo lo presta alla Roma, che non lo riscatta, e poi dopo appena un anno lo rimanda definitivamente in Italia, al Livorno.


Sarà che, escludendo Moretti, il gruppo di italiani portati da Ranieri non convince per nulla, ma per rivedere un calciatore tricolore indossare la maglia del Valencia bisogna aspettare il 2017. Un anno prima, nel frattempo, dura pochi mesi l’avventura al Mestalla di un tecnico italiano, Claudio Cesare Prandelli, che subentra ad Ayestarán a settembre e lascia dopo appena otto partite.

La stagione successiva si rivede la nostra bandiera, grazie a Simone Zaza. L’attaccante arriva nel gennaio 2017 e gioca una stagione e mezza in Spagna, mettendo a referto un totale di 19 gol il 53 partite, con una rete straordinaria al Real che ha invertito le quote delle scommesse calcio. Quanto basta per convincere il Torino a riportarlo in Italia.


L’unico connazionale nonché compagno di reparto…e di ruolo per Florenzi resta dunque Cristiano Piccini, acquistato dal Valencia nel 2018. Per lui il club spagnolo sborsa 10 milioni allo Sporting Lisbona e sul suo contratto c’è una clausola da 80 milioni di euro. Dopo aver giocato da titolare nella scorsa stagione, Piccini si è però fratturato la rotula e quindi ha lasciato un posto in rosa scoperto, proprio quello che si è preso ora l’ex romanista.

E chissà che, nel caso il Valencia volesse provare il riscatto del numero 25, la prossima stagione la fascia destra dei pipistrelli non parli totalmente italiano.

*La foto di apertura dell'articolo è di Ramon Espinosa (AP Photo); la seconda di Claude Paris (AP Photo).

 
March 6, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Un sistema perfetto, o quasi, che troppo spesso lo sport europeo ha osservato senza però riuscire a prenderne realmente spunto. Il Salary Cap americano è uno degli strumenti più efficaci per garantire “pari diritti” all’interno dello sport.

Si basa però su un principio fondamentale, ovvero quello che non esiste retrocessione. Una società (in America vengono chiamate franchigie), può decidere di fare 2-3 stagioni spendendo meno e puntando su una rifondazione senza correre alcun rischio dal punto di vista tecnico. Per evitare però il fenomeno del “tanking”, ovvero perdere volontariamente per avere una scelta più alta al Draft, la NBA ha introdotto il Salary Floor. Le squadre sono costrette a spendere almeno il 90% del Salary Cap previsto per la stagione. 

SALARY CAP NEL 2019/20 - L’ammontare del Salary Cap viene stabilito dalla NBA in base agli introiti provenienti dai diritti televisivi. Per la stagione 2019/20 ammonta a 109 milioni di dollari, una cifra cresciuta in maniera esponenziale negli ultimi anni. Basti pensare che nel 2004/05, solo quindici anni fa, il Salary Cap si fermava a 43 milioni di dollari. Numeri enormi dovuti soprattutto allo sviluppo della NBA a livello mondiale, che permette così ai giocatori di guadagnare molto di più rispetto al passato.

Come detto in precedenza, il Salary Cap NBA viene definito “soft” perché permette alle varie franchigie di avere diverse esenzioni e, soprattutto, permette anche ai proprietari di sforare questo tetto. C’è un limite entro il quale le franchigie non hanno alcuna limitazione ed è la Luxury Tax Line, fissata quest’anno a 132 milioni di dollari. Chi supera questa Luxury Tax Line deve pagare una penale alla NBA che dipende da quanti milioni di dollari di disavanzo ci sono e dalla recidività di una franchigia. Penale che, poi, la NBA ridistribuirà per tutte le altre 29 squadre della lega. 

GLI STIPENDI - Il Salary Cap influisce ovviamente sui contratti dei giocatori, visto che in NBA ci sono dei limiti per le offerte che si possono fare ai giocatori. A cominciare dallo stipendio minimo, che varia anche in base agli anni di esperienza in NBA. Per un giocatore al primo anno un contratto al minimo salariale vale circa 600 mila dollari, mentre per un veterano con oltre dieci anni in NBA è previsto un contratto minimo vicino ai due milioni di dollari.

Poi le franchigie hanno ampio margine di manovra per fare qualsiasi tipo di offerta ai giocatori, fino ad arrivare al “Max Contract”. Qualsiasi squadra può offrirlo, ma ci sono delle eccezioni introdotte dalla NBA per favorire le squadre che vogliono rifirmare i loro gioielli. Ad un giocatore in scadenza di contratto tutte le squadre NBA possono offrire un “Max Contract” della durata di 4 anni, mentre la squadra di appartenenza ha il diritto ad offrire un quinto anno di contratto (il più ricco dell’accordo), convincendo così il giocatore a non cambiare squadra.

UN ESEMPIO... PER IL 2021! - Anche qui sono fissati dei limiti, per i giovani con massimo 6 anni di esperienza in NBA il “Max Contract” equivale al 25% del Salary Cap, si sale al 30% per giocatori tra i 7 e i 9 anni d’esperienza e si arriva al 35% per i veterani con almeno nove anni d’esperienza. Per capire quanto possa fare la differenza l’estensione per il quinto anno di contratto prendiamo un caso che potrebbe sconvolgere le scommesse NBA: l’attuale MVP della Lega, Giannis Antetokounmpo, stella assoluta dei Milwaukee Bucks, sarà il pezzo pregiato della Free Agency nell’estate del 2021! O meglio, potrebbe esserlo, perché i Bucks hanno già pronta la maxi-offerta per convincerlo a rimanere a Milwaukee.

Qualora Giannis decidesse di testare il mercato, potrebbe ottenere un’offerta di 4 anni da circa 190-195 milioni di dollari. Si parla con insistenza dell’interessamento dei New York Knicks, alla disperata ricerca di una stella per rilanciarsi dopo anni di enormi difficoltà. Ben diversa invece quella che può essere l’offerta dei Bucks, o meglio quella che sarà l’offerta di prolungamento già pronta per Milwaukee. Cinque anni di accordo da 247 milioni di dollari, ovvero il contratto più ricco mai firmato nella storia della NBA. 
 

*La foto di apertura dell'articolo è di Kathy Willens (AP Photo).

March 6, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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C’era una volta la cortina di ferro: c’era una volta un muro che divideva Berlino in due diverse città e un confine che faceva declinare la Germania al plurale, con le due metà identificate dalla collocazione geografica rispetto allo scacchiere del continente europeo. A ovest la Repubblica Federale di Germania (BDR), a est la Repubblica Democratica Tedesca (DDR), ognuna con le sue nazionali, le sue squadre e il proprio campionato di calcio.

Abbiamo chiesto a Roberto Brambilla, collaboratore di Avvenire e BundesItalia.com, autore del libro “C'era una volta l'Est. Storie di calcio dalla Germania orientale” di raccontarci il calcio nella DDR e le imprese in campo europeo di quelle squadre, con un occhio particolare rivolto al Lipsia protagonista di uno straordinario percorso in Champions League.

Ci racconti brevemente com'era il calcio della Germania Est?
“Il calcio della Germania Est faceva dell'atletismo e dell'organizzazione di gioco i suoi principi cardine. Non mancavano però i giocatori di talento e i fuoriclasse, come Jürgen Croy, del Sachsenring Zwickau, probabilmente uno dei cinque portieri più forti della storia tedesca, come Peter Ducke, centrocampista offensivo del Carl Zeiss Jena o Matthias Sammer, stella della Dinamo Dresda e futuro Pallone d'Oro dopo la Riunificazione”.

Qual era il rapporto delle squadre della DDR con le coppe europee? 
“Per essere un Paese relativamente piccolo, con poco meno di 20 milioni di abitanti, il rapporto era più che discreto. In circa 40 anni i club della Oberliga, la massima serie della DDR, sono andati tre volte in finale, tutte in Coppa delle Coppe, conquistando il trofeo nel 1974 con il Magdeburgo”.

Ci sono stati episodi clamorosi di tifosi o giocatori che hanno approfittato di trasferte europee per scappare in occidente?
“Bisogna tenere in conto che il permesso e il visto per seguire le squadre della DDR in trasferta in Occidente veniva concesso dalle autorità della Germania Orientale con il contagocce, a persone ideologicamente “fidate” o addirittura con rapporti con la SED, il partito guida del Paese o gli apparati di sicurezza dello Stato.

Frequente invece era la fuga di calciatori durante le trasferte europee. I più famosi forse furono quelli di Falko Götz e di Dirk Schlegel, fuggiti nel 1983 prima di un match di Coppa dei Campioni tra la “loro” Dinamo Berlino e il Partizan Belgrado o quello di Frank Lippmann, scappato dopo un'epocale sconfitta della Dinamo Dresda con il Bayer Uerdingen in Coppa delle Coppe nel 1986”.

La vittoria del Magdeburgo in Coppa delle Coppe nel 1974 è stato il punto più alto per una squadra della DDR, oltretutto in finale contro il Milan. Cosa puoi dirci di quella squadra?
“Se volessimo usare un'espressione tanto in voga, quella formazione era a “chilometro zero” o quasi. A parte non esserci gli stranieri, banditi nel calcio della DDR per regolamento, l'intera rosa, gestita da Heinz Krügel, era stata costruita negli anni precedenti e con calciatori cresciuti nella regione, la Sachsen-Anhalt, tra cui l'attaccante Martin Hoffmann, il centrocampista Jürgen Pommerenke e soprattutto Jürgen Sparwasser, l'uomo che un mese dopo avrebbe segnato la rete decisiva nel match tra Germania Est e Germania Ovest ai Mondiali '74”.

Qual è stato, prima del RB Lipsia, il miglior risultato in Coppa dei Campioni di una formazione della DDR?
“Nella storia della vecchia Coppa dei Campioni, due squadre, la Dinamo Berlino e la Lokomotive Lipsia sono arrivati più volte fino ai quarti di finale, senza mai superarli, tra la gli Anni Settanta e l'inizio degli Anni Novanta”.

Chemie Leipzig, Leipzig XI, Lokomotive Leipzig, SC Leipzig sono le quattro squadre di Lipsia che hanno disputato le coppe europee prima del RB. Hanno legami con la squadra odierna? Se sì, quali?
“Nessuna delle squadre che hai citato ha legami con l'attuale RB Lipsia. Il RasenBallsport, questo il nome ufficiale del club (RedBull non può essere citato nella denominazione per ragioni di regolamento), ha una relazione con un solo club “precedente”, il SSV Markranstädt, sodalizio dilettantistico della zona di Lipsia da cui la dirigenza della squadra attuale acquisì la licenza al momento della nascita”.

Che idea ti sei fatto del RB Lipsia, ormai sempre tra le favorite delle quote calcio? Qualcuno non la vede di buon occhio, rappresentando un progetto di business calcistico troppo moderno: tu cosa ne pensi?
“Faccio una premessa: adoro il modo in cui il RB gioca e il calcio che propone. Riconosco però che le modalità in cui il RB è entrato nel calcio tedesco, con un cospicuo investimento di denaro fin dagli esordi nelle serie dilettantistiche e alcuni aspetti mai chiariti (ad es.i rapporti con le squadre sorelle), possano aver fatto storcere il naso a una buona fetta di tifosi tedeschi, molto ancorati alla tradizione e poco abituati a questi progetti con grandi disponibilità economiche e scarso legame con il territorio”.

Se dovessi elencare le cinque più belle (o importanti) partite di una formazione della DDR in Europa, quali menzioneresti?
Non vado in ordine, solo perché non saprei scegliere.
- Bayer Uerdingen-Dinamo Dresda 7-3, ritorno quarti di finale di Coppa delle Coppe 1985/1986: dopo essere aver vinto all'andata 2-0 ed essere avanti 3-1 a circa mezz'ora dalla finale la Dinamo Dresda di Klaus Sammer (il papà di Matthias che è in campo) prende sei gol e viene eliminato
- Nottingham Forest – Dinamo Berlino 0-1, andata quarti di finale Coppa Campioni 1979-1980: al “City Ground” la squadra di Brian Clough futura campionessa d'Europa cede in casa per un gol di Riediger in contropiede. Al ritorno perderanno 3-1 e saranno estromessi dalla coppa.
- Lokomotive Lipsia-Bordeaux 0-1, 6-5 d.c.r, ritorno semifinale di Coppa delle Coppe 1986/1987: la Lokomotive Lipsia raggiunge la sua prima (e unica) finale europea, battendo dopo una maratona casalinga i francesi del Bordeaux. Protagonista assoluto il portiere René Müller, che ai rigori realizza dal dischetto il gol decisivo
- Carl Zeiss Jena-Roma 4-0, ritorno sedicesimi Coppa delle Coppe 1980-1981: i giallorossi, dopo un comodo 3-0 all'Olimpico crollano in Germania Est. Vengono sommersi da 90' a ritmo altissimo e da quattro reti, che ne decretano l'eliminazione.
- Bayern Monaco- Dinamo Dresda (4-3: 3-3), ottavi di finale Coppa dei Campioni 1973/1974: il più equilibrato confronto tra due club dai lati opposti del Muro, con tanti risvolti politici. Il Bayern si salva pareggiando a Dresda nel ritorno ma la squadra campione della DDR dimostra di poter competere con buona parte di quelli che neanche un anno dopo saranno campioni del mondo con la Germania Ovest.

Infine, se il Lipsia dovesse andare avanti in CL, sarebbe il massimo risultato di tutti i tempi per una formazione della ex DDR?
Per una squadra della ex DDR sì. Da quando è caduto il Muro, due squadre hanno partecipato alla massima competizione europea: l'Hansa Rostock, nella stagione 1991-1992, rappresentando di fatto ancora la Germania Est (grazie a un accordo con la UEFA). In quell'occasione il club del Baltico uscì al primo turno con il Barcellona. E poi la stessa RB, eliminata nel 2017-2018 al suo debutto nel girone di Champions League.

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*L'immagine di apertura dell'articolo è di AP Photo.
 

March 6, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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