Tra i molti rimpianti in ambito sportivo di queste settimane, l’impossibilità di soddisfare una curiosità che solleticava davvero tanto il nostro spirito di appassionati di calcio: la giovane Italia di Mancini sarebbe riuscita a giocare un grande Europeo, come le strepitose premesse – il girone di qualificazione dominato vincendo tutte le 10 partite – avevano fatto immaginare?

La competizione continentale è stata rinviata al 2021, giustamente, e allora non resta che aspettare per rispondere alla domanda. Nel frattempo, però, va elogiato lo straordinario lavoro che ha permesso a Mancini di risollevare una Nazionale caduta nella più profonda depressione dopo l’esclusione dal Mondiale 2018, uno shock per l’intero movimento calcistico italiano.

Il ct scelto come erede di Ventura ha saputo riportare entusiasmo anche tra i tifosi, ricucendo uno strappo affettivo che sembrava definitivo. Non a caso, i numeri – audience e share – delle gare di qualificazione all’Europeo trasmesse dalla Rai sono stati assolutamente confortanti. L’amore è tornato. Perché Mancini ha puntato sulla combinazione vincente: giovani e gioco. Il fattore G, si direbbe. Una vera rivoluzione, la sua, decisa con coraggio e portata avanti con assoluta determinazione. Arrivare al risultato attraverso il possesso della palla e il bel calcio, con una mentalità offensiva che avevamo perso.

“Divertitevi!”. Così Mancini, rivolto ai suoi giocatori, ha sempre concluso l’ultima riunione tecnica, quella che avviene nello spogliatoio pochi minuti prima di uscire sul campo per riscaldarsi. Lo faceva ai tempi della Lazio, quando guidò la squadra biancoceleste alla vittoria in Coppa Italia nel 2004, e lo fa adesso che allena la Nazionale, il suo sogno fin da bambino. Divertitevi, sì. Per questo vuole che gli azzurri abbiano sempre la palla tra i piedi, che siano loro a dominare il gioco, con l’obiettivo di far male all’avversario.

Come sempre nella sua filosofia, assolutamente centrale è la tecnica pura. Nelle scelte di Mancini, i giocatori tecnici avranno sempre la preferenza, a prescindere dal ruolo. Non pretende che i propri allievi abbiano le sue doti da fuoriclasse (ovviamente pensa che sarebbe l’ideale…), ma neanche può ammettere che un calciatore della nazionale sbagli uno stop o un passaggio agevole. Per questo ama uno come Marco Verratti, incredibilmente poco valorizzato da Ventura: appena diventato ct, Mancini lo ha piazzato al centro del nuovo progetto tecnico.

AL POTERE LA FANTASIA

Il genietto del Psg, schierato mezzala ma libero di andare dove vuole, ha il compito di creare la giocata vincente. La fantasia al potere, di nuovo. Il ragazzo ex Pescara è la punta di diamante di un centrocampo leggero ma che risponde perfettamente alle esigenze dell’esteta di Jesi (che non a caso chiamavo l’Artista quando giocava – dava spettacolo e ordini - nella Lazio di Eriksson): il sarriano Jorginho regista, con Verratti e Barella ai lati. Ecco, Barella è un altro dei suoi pupilli. Ci ha creduto fin da subito, perché ha una personalità fuori dal comune.

Quella lo ha colpito dal primo giorno: già dall’esordio in azzurro, contro l’Ucraina a Genova, l’interista (all’epoca al Cagliari) ha giocato come se si trovasse nel cortile di casa sua. Perfettamente a proprio agio. E invece era il debutto in Nazionale. Una cosa che ha impressionato Mancini, che da quel momento lo ha promosso titolare.

Proprio quella partita, contro l’Ucraina a Genova del 10 ottobre 2018, nonostante sia finita con un pareggio (1-1), ha rappresentato la svolta della gestione Mancini. Perché, nel secondo tempo, si è vista una Nazionale bella e coraggiosa, capace con i suoi fraseggi stretti di tenere sempre la palla tra i piedi e nello stesso tempo di creare tante palle gol. Sempre proiettata all’attacco. Immediato, poi, il recupero del pallone, con un pressing aggressivo, seguendo la scuola di Guardiola e di Sarri.

Infatti il modulo è il 4-3-3, con ali veloci e tecniche come Chiesa e Insigne. Il primo, figlio del suo amico Enrico, è tra i giocatori preferiti in assoluto da Mancini, che gli ha dato fiducia anche nei momenti peggiori di questa travagliata stagione. Tra gli attaccanti esterni c’è Zaniolo, che il ct convocò quando ancora non aveva debuttato in Serie A: il rinvio dell’Europeo gli permetterà di recuperare dall’infortunio al crociato, quindi potrà diventare l’arma in più per la squadra azzurra.

Per il ruolo di centravanti continuerà il duello tra Immobile e Belotti, con Balotelli come terzo incomodo: Mancini ha un debole per Super Mario, è stato l’allenatore che lo ha fatto rendere al meglio (con Prandelli), sarà sempre disposto a concedergli una chance. Ma Balotelli dovrà meritarla sul campo, ovvio: anche quest’anno non ci è riuscito. Al momento quindi il favorito resta Immobile, che sta cercando di adeguarsi al gioco della Nazionale, totalmente diverso da quello della sua Lazio, dove segna gol a grappoli.

TANTE OPZIONI VALIDE

A centrocampo, oltre i tre titolari, il ct stima molto Lorenzo Pellegrini, in particolare per la sua capacità di inserirsi in area con i tempi giusti, e Sensi per la tecnica e la visione di gioco. Poi sta seguendo con grande attenzione il talento Tonali, considerato il nuovo Pirlo, e i progressi di Castrovilli, autore di una grande stagione con la Fiorentina. In difesa, Acerbi ha scalzato Romagnoli grazie alla continuità di rendimento ad alti livelli (e ha sorpreso il commissario tecnico), ma la coppia titolare resta Bonucci-Chiellini.

La porta è di Donnarumma, mentre sulle fasce Florenzi a destra ed Emerson Palmieri a sinistra dovranno guardarsi dalla concorrenza dei vari Spinazzola, Biraghi, De Sciglio e soprattutto Di Lorenzo.

Come si nota, non esiste più il famoso blocco Juve: Mancini ha messo insieme nel modo migliore giocatori di tante squadre, riuscendo a battere record storici come quello di Pozzo. Il ct di Jesi è arrivato a 11 vittorie consecutive, di cui 10 nel girone di qualificazione. Mai nessuno aveva vinto tutte le gare di un girone di qualificazione alla guida della nazionale italiana (imbattuta da 40 gare di qualificazione agli Europei, addirittura). Ha rifilato nove gol all’Armenia (solo altre 2 volte nella storia l’Italia aveva segnato 9 reti), mandando in gol 7 giocatori diversi.

Ha vinto 13 delle 19 gare da ct, eguagliando Arrigo Sacchi. Con questi numeri, oggettivamente difficili da pronosticare ad inizio 2018 anche per le scommesse calcio, gli azzurri andavano ad affrontare un Europeo da protagonisti, con la possibilità di giocare a Roma le gare del girone eliminatorio, contro Turchia, Svizzera e Bosnia.

Tutto rinviato di un anno, ma il Mancio saprà ribaltare la sfortunata situazione a proprio favore: avrà più tempo per oliare i meccanismi della squadra, recupererà Zaniolo e forse avrà l’occasione di inserire qualche nuovo talento, magari nei ruoli dove l’Italia è meno forte, come i difensori di fascia. Di sicuro per Mancini non cambierà l’obiettivo: giocare all’attacco e vincere.

*La foto di apertura dell'articolo è di Paul White (AP Photo).

 

April 7, 2020

Di Giulio Cardone

Giulio
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Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

Giulio Cardone
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"Fare la sauna, bere tanta vodka e lavorare molto". Queste le parole, che unite hanno costituito il messaggio inaugurale, della stagione 2020 della Vysshaya Liga, il massimo campionato bielorusso. A pronunciarle, neanche a dirlo, il presidente autocrate Lukashenko, in carica dal 1994 praticamente da quando Minsk ha ottenuto l'indipendenza da Mosca (il 26 dicembre 1991). Uno staccamento al cordone ombelicale del Cremlino mai del tutto avvenuto, essendo lo stato più strettamente legato alle vicende di casa Putin.

La Vysshaya Liga ha raggiunto la terza giornata e si continua a giocare e a porte aperte. Nonostante, da Brest a Vitebsk, siano stati proprio gli stessi gruppi ultras ad aver chiesto al governo di rivedere alcuni concetti, se non addirittura di valutare la chiusura degli stadi e del torneo, come avvenuto nel resto dell'Europa.

Chi ha dato un'occhiata ai match della Vysshaya Liga in streaming, avrà senz'altro notato gli enormi vuoti degli impianti del Paese rossoverde. In Bielorussia, infatti, i soldi per i biglietti delle partite generalmente non ci sono, la povertà è tuttora dilagante e, specie nelle zone al di fuori della capitale, si continua a pensare a come sbarcare il lunario economicamente e, in alcuni casi, a come mettere insieme il pranzo con la cena.

VODKA, SAUNA E GHIACCIO: LA SFRONTATEZZA DELLO SPORT BIELORUSSO

Detto questo, per chi ne "mastica" di calcio post sovietico, a proposito, ci permettiamo, per gli amanti del genere di consigliare vivamente l'esauriente gruppo facebook (post)-soviet football(gruppo), segnaliamo la vetta a sorpresa, a quota 9 punti, di un club giovane come l'Energetik-BGU di Minsk, squadra che normalmente lotta per una faticosa salvezza, come quella colta nell'ultima stagione. Una formazione, che fa la spesa nelle repubbliche asiatiche dell'ex Urss (coi centrocampisti uzbechi Jasurbek Yaxshiboyev e Shokhboz Umarov, insieme all'attaccante tagico Muhammadjon Loiqov), ma che sa anche stupire con un mercato straniero che strizza l'occhio al continente africano.

E, in questo senso, non ci stupiremmo di vedere sbocciare in altri paesi, gli interessanti David Tweh (centrocampista della nazionale liberiana, classe 1998) e l'attaccante camerunense Junior Atemengue ('95). Tutto questo dopo che, nella passata stagione (che, lo ricordiamo, da queste parti segue ancora l'anno solare), ha visto abdicare il ricchissimo (per gli standard locali) BATE Borisov dopo la bellezza di 13 titoli consecutivi, a favore della rediviva Dinamo Brest. Ancor prima l'ultima squadra diversa dal BATE a vincere il campionato bielorusso, fu lo Shakhter Soligorsk, avversario del Torino nei preliminari di Europa League 2019-2020.

DOVE ALTRO SI GIOCA

L'esempio della Bielorussia viene emulato, in giro per il mondo, da Nicaragua, Burundi e... Tagikistan, altra repubblica dell'ex Unione Sovietica, che nell'ultimo weekend è partita con la prima giornata di campionato, oltre ad assegnare la Supercoppa nazionale (sabato) con la vittorie per 2-1 dell'Istiqlol Dushanbe sul Khujand.

Nel frattempo, il presidente bielorusso Lukashenko, si fa fotografare mentre gioca a hockey, grande passione locale, che ha visto - proprio nel weekend appena trascorso - il trionfo dello Yunost Minsk al cospetto dello Shakhter Soligorsk, 4-1 nella serie della finale playoff di Extraleague. "Questo è un frigorifero - ha detto Lukashenko alla televisione di stato Btrc -. Gli sport, specialmente quelli sul ghiaccio, sono la migliore medicina". E intanto, perfino "mamma Mosca" ha chiuso le frontiere con Minsk... 

*La foto di apertura dell'articolo è di Sergei Grits (AP Photo).

April 6, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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C’era una volta un calcio tricolore con le rose delle squadre di Serie A separate da una tanto sottile quanto importante linea distintiva. Italiani e stranieri. E tutte quante si dilettano nella scelta del calciatore esotico, con risultati molto diversi. E per un Platini, un Van Basten o un Matthäus arrivano anche i Luis Silvio, gli Aaltonen e i Maradona….Hugo. Solo una squadra, nel corso degli anni, ha resistito all’influsso degli stranieri del calcio italiano. E lo ha fatto diventando un mito, quello dell’ItalPiacenza.

Una squadra di Serie A che non acquista calciatori stranieri. O meglio, che si affida solamente a giocatori italiani. L’idea del presidente Leonardo Garilli, che porta la società emiliana nella massima serie nell’ormai lontano 1993 è affascinante, ma di difficile realizzazione. Se non altro perché all’epoca gli stranieri rappresentavano il vero valore aggiunto di una squadra. Ma questo non ferma il presidentissimo e il suo primo rappresentante in panchina, Gigi Cagni.

 

Nella rosa che fa il suo esordio il 29 agosto 1993 (con un pesante 0-3 casalingo subito dal Torino) ci sono nomi che faranno la storia del calcio italiano, destinati, a modo loro, a lasciare un segno nella leggenda del campionato italiano. Il portiere Massimo Taibi gioca tutte le partite, mentre il bomber è Giampietro Piovani con 6 reti. Non bastano per la salvezza, perché il Piacenza retrocede, arrivando quindicesimo a 30 punti, ma giocandosela fino alla fine. E a 31 c’è l’Inter di Bergkamp, Shalimov, Pancev, Ruben Sosa e Jonk. Allora forse questi stranieri in Italy non servono poi troppo, chiosano divertiti in Emilia.


La stagione successiva, in Serie B, è trionfale. Cagni, alla sua quinta stagione alla guida del club, centra la seconda promozione in tre anni e lo fa dominando il primo campionato dei tre punti, tornando in A dalla porta principale. Il tutto anche grazie ai gol di un ragazzo nato e cresciuto a Piacenza, che ha un fiuto del gol davvero incredibile. Filippo Inzaghi torna dal prestito al Verona e trascina la squadra della sua città al ritorno sul palcoscenico più importante. Per lui e per Piovani 15 marcature ciascuno in campionato. E il mito dell’ItalPiacenza può tornare ad essere raccontato in Serie A.


Nell’estate 1995 il Milan fa un mercato da Pallone d’Oro: porta nel nostro campionato Weah e si compra Roby Baggio. Il Piacenza risponde a modo suo, innestando in rosa altri calciatori destinati a lasciare il segno. Dalla Lucchese arriva Eusebio Di Francesco, mentre dall’Ancona, per il reparto offensivo già orfano di Inzaghi, finito a Parma, c’è Caccia. Per un po’ di fosforo a centrocampo, il genio di Eugenio Corini. La formula stavolta funziona alla perfezione, perché il Piacenza raccoglie i frutti dell’ottima programmazione: salvezza anche abbastanza agevole, quattordicesimo posto con 5 punti di vantaggio sul Bari quintultimo.

PIACENZA - MILAN 3-2

La stagione dopo va ancora molto bene, anche se a Piacenza c’è un mezzo terremoto: va via Cagni, sostituito da Bortolo Mutti, e parte della squadra viene smantellata: arriva Pasquale Luiso. Il Toro di Sora è protagonista assoluto il 1 dicembre 1996, quando al Galleana arriva il Milan di Tabarez. Finisce 3-2 per i padroni di casa, con l’ultimo e decisivo gol realizzato dall’attaccante in rovesciata acrobatica. Per il Maestro è il momento dell’esonero, per i biancorossi è quello della felicità. Quello delle lacrime arriverà un mese dopo, quando il 30 dicembre si spegne il presidentissimo Garilli.

 

Lo sostituisce suo figlio Stefano, ma il nome di Leonardo resta per sempre, visto che gli viene intitolato lo stadio. La spinta emotiva dell’addio al numero uno è fondamentale nella rincorsa alla salvezza, che arriva in uno spareggio contro il Cagliari, vinto per 3-1.


Nella stagione 1997/98 l’annata è altalenante. Agli ordini di Vincenzo Guerini, il Piacenza fa il suo miglior piazzamento di sempre, un tredicesimo posto. E poco importa che i tre capocannonieri del club in Serie A, Piovani, Dionigi e Murgita, facciano appena cinque gol ciascuno, con Dionigi a lungo fermo per infortunio. La squadra inizia malissimo, ma pian piano risale la china fino ad assicurarsi la terza permanenza consecutiva nella massima serie, vincendo all’ultima giornata contro il Lecce per 3-1. Quell’anno, poi, al Piacenza arriva…un russo. Pietro Vierchowod, svincolato dal Milan, scommette sui biancorossi per allungare la sua carriera. Funziona, perché chiuderà proprio con il Piacenza addirittura nel 2000, a 41 anni.


Nel 1998/99 il copione non cambia di una virgola, anche se i protagonisti sono diversi. In panchina c’è Giuseppe Materazzi, mentre in campo brillano altre stelle. Quella di Giovanni Stroppa, arrivato un anno prima, e quella di un altro Inzaghi, Simone. Dopo parecchi prestiti, l’attaccante segue le orme del fratello Pippo e si laurea capocannoniere stagionale del Piacenza con 12 reti in Serie A. Anche stavolta la salvezza arriva però all’ultima giornata, con un pareggio contro la Salernitana che permette agli emiliani di mantenere la categoria e che costringe i campani alla retrocessione.


Il sogno però si interrompe nella stagione che porta al nuovo millennio. Il Piacenza cambia tanto, forse molto, a partire dall’allenatore. I biancorossi si affidano a Gigi Simoni, che però non porta risultati. I calciatori impiegati sono tantissimi, ma nessuno riesce a impedire una retrocessione che puntuale arriva con l’ultimo posto in campionato. La nota positiva è l’esordio di un altro centravanti che sarà in grado di diventare campione del mondo, Alberto Gilardino. 

Il colpo di coda arriva l’anno dopo, con il grande ritorno di Caccia e Novellino in panchina. In B il Piacenza arriva secondo, riconquistando la A dopo appena dodici mesi. Ma è la fine di un’era. Nell’estate 2001 termina l’esperienza dell’ItalPiacenza, con l’acquisto dei brasiliani Amauri e Matuzalem e del rumeno Pătrașcu. Il bomber però sarà l’italianissimo Dario Hübner, che con 24 reti vince anche la classifica cannonieri. Come ennesima dimostrazione che, in fondo, gli stranieri non servivano poi a molto. Almeno a Piacenza!

Segui il campionato con le scommesse Serie A di 888sport!

*La foto di apertura dell'articolo è di Maurizio Spreafico (AP Photo).

April 6, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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A volte per scoprire se stessi è necessario allontanarsi dalle proprie radici e trovare un posto nuovo dove metterle. Succede anche nel calcio, dando vita a storie che suonano incredibili. Come quella di Luigi Riva da Leggiuno, Varese, che si ritrova a Cagliari quasi controvoglia e che ora è il simbolo di una squadra, se non di una regione intera. E quindi accade anche che un ragazzo nato a Centocelle, cresciuto a pane, pallone e Lazio, si ritrovi a diventare la bandiera dell’Udinese. Lontano da Roma, lontanissimo da quella maglia biancoceleste che ha nel cuore.

Eppure così vicino alla sua nuova casa, che non ha abbandonato neanche quando ha appeso gli scarpini al chiodo. Giampiero Pinzi ora è bianconero, dentro e fuori. Normale, quando in diciannove anni di professionismo, tredici sono stati trascorsi in Friuli. Per lui con la “sua” Lazio appena quattro partite, contro le 355 con la maglia della squadra friulana. Il che lo rende terzo nella classifica di presenze con il club, dietro a due altri mostri sacri come Totò Di Natale (446) e Valerio Bertotto (404).


Una storia nata per caso e che ricorda un po’ quella di un quasi coetaneo. Classe 1981 Pinzi, 1979 per Daniele Conti. Entrambi sedotti e abbandonati dalla squadra del cuore, ma in grado di trovarsi un nuovo luogo dell’anima. Per l’ex romanista non arriverà mai la gioia di indossare l’azzurro (“la mia nazionale è sempre stata il Cagliari”, ricorda spesso il figlio di Bruno). L’ex laziale, invece, si toglie anche questa soddisfazione. È il 30 marzo 2005 quando Marcello Lippi gli regala l’esordio con l’Italia, nell’amichevole di Padova contro l’Islanda. Un quarto d’ora scarso, mai più ripetuto, ma quanto basta per inserirlo nella propria storia di calcio personale.


Di trofei, del resto, Pinzi ne ha vinti pochi. Uno Scudetto, il secondo della storia della Lazio, senza giocare neanche una partita, una Coppa Italia scendendo in campo tre volte e una Supercoppa Italiana, anche quella da spettatore. Più un Europeo con l’Under-21. Già, perché il centrocampista romano è un talento, gli viene riconosciuto un po’ da tutti. Ha soltanto una sfortuna, ritrovarsi nella Lazio forse più forte di tutti i tempi. Per un ragazzino della Primavera, a meno che non si chiami Nesta (che però ha esordito qualche anno prima) non c’è troppo spazio se quelli davanti nelle gerarchie si chiamano Almeyda, Stankovic o Veron.

Cragnotti vuole calciatori già formati, come Fiore o Giannichedda. E proprio nell’ambito dell’affare che porta i due dell’Udinese a Roma, Pinzi fa il viaggio verso il Friuli.

LA CARRIERA AD UDINE

Se non è amore a prima vista, poco ci manca. Pinzi diventa quasi immediatamente una pedina fondamentale dello scacchiere bianconero. De Canto non lo vede, ma Spalletti sì. E come lui Hodgson, Ventura, ancora Spalletti, Cosmi, Dominissini, Galeone e Marino. Davanti alla difesa, intermedio o trequartista di gamba, non fa troppa differenza. Nessuno può fare a meno del dinamismo dell’ex laziale. Che se non gioca è per infortunio. O per squalifica, perché ogni tanto qualche cartellino ci scappa. Anzi, abbastanza spesso.

Tredici espulsioni, dieci per doppia ammonizione e tre dirette. E 140 gialli in Serie A, più un’altra manciata tra campionati minori, Coppa Italia e competizioni europee. Rischi del mestiere, perché a un certo punto Pinzi si specializza: decide di fare il mediano, quello il cui compito è sradicare la sfera dai piedi dell’avversario e metterla a disposizione dei compagni deputati a gestire il gioco. La grinta e l’attaccamento alla maglia lo rendono un idolo. E quando Bertotto lascia il calcio, la fascia di capitano non può che finire sul braccio del ragazzo di Centocelle.


Nel 2008, però, qualcosa si rompe. L’Udinese decide di cederlo in prestito al Chievo Verona, con diritto di riscatto della metà. Riscatto che però non avverrà, nonostante il prestito sia rinnovato per un secondo anno. E quindi nel 2010 il figliol prodigo torna a casa. In panchina c’è Guidolin, in campo, neanche a dirlo, c’è Pinzi. Trentacinque partite, un gol, nove gialli e un rosso, che non sia mai che il buon Giampiero si sia dimenticato cos’è che sa fare meglio. Quell’anno l’Udinese arriva quarta, quello dopo addirittura terza, sorprendendo le scommesse e quote per la Serie A! Ci sono due playoff di Champions, entrambi da dimenticare.

Prima la sconfitta di misura contro il più quotato Arsenal, poi il doppio confronto perso con il Braga, per lo sciagurato rigore col cucchiaio di Maicosuel. Quella sera Pinzi il suo rigore lo tira, e segna. Così come l’altro friulano d’adozione Di Natale. Le presenze nella massima competizione rimarranno quindi solo quattro, l’esordio con la Lazio e tre con l’Udinese 2005/06. Una vittoria (col Panathinaikos), un pareggio e una sconfitta, entrambi col Werder Brema. E un’espulsione, tanto per non smentirsi troppo.

Sul campo, l’amore da favola con l’Udinese finisce nel 2015. Poi, tre anni e mezzo in giro per l’Italia. Prima il ritorno al Chievo, poi la B e la C con il Brescia e con il Padova. Ma quando Giampiero Pinzi smette, non può che tornare a casa. Il Friuli, ormai diventato Dacia Arena, lo attende di nuovo, stavolta come assistente tecnico. E se qualcuno gli chiede dov’è che è il suo cuore, il Cavaliere della Repubblica Italiana (onorificenza ricevuta dopo l’Europeo Under-21 vinto nel 2004) non può che puntare il dito su Udine. Dove la sua bandiera sventola ancora più in alto che mai.

April 5, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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La cancellazione di un torneo come Wimbledon è una delle tante "prova provate" di come ci si trovi al cospetto di un periodo storico difficile. Eventi di così ampio indotto e respiro e, soprattutto, dall'ingente valore economico si cerca, fino all'ultimo di tenerli in vita. Un esempio? Sempre rimanendo nel tennis, gli ultimi Australian Open, disputati comunque nonostante le condizioni ambientali definibili eufemisticamente "al limite" a causa di un Paese in fiamme a causa degli incendi quasi inestinguibili.

In questo caso si presenta la chance di un "atterraggio col paracadute", materializzatosi grazie alla stipula della giusta polizza. Il torneo di Wimbledon è  assicurato: un premio del costo di 1,6 milioni l'anno e che, oggi, come confermato al "The Guardian" da Richard Lewis, ex amministratore delegato dello slam londinese, dovrebbe portare nelle casse del torneo verde-viola, circa 100 milioni di euro, a fronte dei 260 milioni che lo stesso genera nel complesso giro di affari. 

Ora, è interessare andare a scoprire anche i casi di premi assicurativi ed eventuali i 5 risarcimenti nel mondo sportivo che, nel corso degli anni hanno fatto parlare di sé:

1. LE GAMBE DEI CALCIATORI PIU' ILLUSTRI

Ai tempi del Real Madrid, Cristiano Ronaldo godeva di un'assicurazione sulle proprie gambe che, in caso di indennizzo, avrebbe versato 100 milioni di Euro. Sempre meno di David Beckham, che ai tempi dei Galacticos era "protetto" per 150 milioni di euro. Le gambe di Lionel Messi, invece, valevano - nel 2017 - "appena" 50 milioni.

Altri esempi tra passato e presente: Zidane e Raul (da calciatori) rispettivamente 75 e 70 milioni, Gareth Bale, probabile partente per le scommesse e quote per il calcio 91... Il computo di tali premi assicurativi è dettato da precedenti infortuni, valore effettivo del calciatore e stile di vita.

2. IL PASTICCIO GROSJEAN IN F1

Nel GP del Belgio 2012, a bordo della sua Lotus, il ginevrino Romain Grosjean provoca per l'ennesima volta un incidente in partenza. Ma in quell'occasione la combina davvero grossa: alla prima curva dopo il via, crea una carambola in cui diverse monoposto vengono coinvolte e alcune delle quali sono da buttare. Si arrivano a contare circa 3 milioni di danni: chi pagò? Non le assicurazioni, bensì la squadra che, di fatto, non può rivalersi nemmeno sul pilota. Il "rischio", negli sport motoristici, è una variabile da mettere automaticamente in conto...

3. IL CASO ALONSO

Restando nel giro della Formula Uno, nel 2015 a Fernando Alonso - dopo l'incidente ai test al Montmelò del 22 febbraio, fu imposto lo stop dai dottori, anche sulla base del fatto che nei contratti con le squadre, il pilota McLaren è obbligato - per correre - a presentarsi in condizioni idonee. Ebbene, oltre all'assicurazione privata sulla salute stipulata dal pilota, ne esiste un'altra coi team definita "per race missed", che interviene nell'eventualità che lo stesso pilota sia costretto a saltare uno o più gran premi a causa di un incidente.

Il premio si calcola sulla base dell'ingaggio del tesserato: nel caso di Alonso, venne pagata una cifra pari a 1,8 milioni. A farlo furono proprio le assicurazioni, anche perché non vennero riscontrati malfunzionamenti della monoposto nell'incidente di Montmelò.

4. IL CASO GALLINARI (E NON SOLO) IN NBA

Anno 2014: il talentuoso cestista italiano dei Denver Nuggets Danilo Galinari si rompe il crociato anteriore sinistro e inizia un lungo calvario riabilitativo. Dopo la 41esima partita non giocata, in NBA, le assicurazioni intervengono pagando il 50% dell'ingaggio del giocatore calcolato sulla base di ogni partita. In questo caso 61mila dollari - entrati a gettito continuo per tutto l'inverno e la primavera di quell'anno nelle casse del team del Colorado - per ogni match non disputato.

5. IL CASO SUNDERLAND E LA POLIZZA "NON SCRITTA" IN CASO DI FIGURACCE

Esistono anche "polizze non scritte", "assicurazione tra galantuomini", come solo in Gran Bretagna si sa essere. Ottobre 2014: 2500 tifosi del Sunderland seguono la propria squadra nella trasferta a Southampton, dall'altro capo del Paese. Solo che i "Black Cats", in campo, fanno una pessima figura, perdendo ben 8-0. Su suggerimento del portiere italiano Vito Mannone e comunicato dal capitano John O'Shea, i giocatori risarciscono biglietti e costi di trasferta ai propri sostenitori, per una cifra pari a 60mila sterline. Somma che verrà devoluta ad un reparto pediatrico.

* La foto di apertura dell'articolo è di Kirsty Wigglesworth (AP Photo).

April 4, 2020

Di Stefano Fonsato

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Belinelli, Gallinari, Melli sono i protagonisti italiani in NBA, sempre presenti nelle cronache, sportive e non, sui media nostrani. Sotto le loro ali protettive c’è una nidiata di talenti azzurri, in campo maschile e femminile, che sta crescendo nel campionato NCAA dei college statunitensi. Ve li presentiamo qui sul blog italiano di 888sport.

Alessandro Lever (Grand Canyon Antelopes)

Al suo terzo anno con la rappresentativa dell’università di Grand Canyon a Phoenix, ateneo in espansione, Lever sta facendo molto parlare di sé, impressionando per i miglioramenti ottenuti nell’evoluzione del suo gioco che l’ha portato ad avere la miglior media punti della squadra (14.3). Coach Majerle, il Thunder Dan dei Phoenix Suns, è una garanzia di crescita per l’altoatesino.

Niccolò Mannion (Arizona Wildcats)

Il programma cestistico di Arizona University ha il sangue blu: da queste parti, infatti, hanno iniziato a giocare Iguodala, Richard Jefferson, Elliott, Bibby, Steve Kerr, Damon Stoudamire, Jason Terry e Lauri Markkanen, solo per citare gli ex studenti atleti più illustri. In quanto a quarti di nobiltà, la matricola Nico non scherza: è figlio, infatti, dell’ex canturino Pace. A diciannove anni, Mannion ha già fatto il suo esordio in Nazionale e sta andando fortissimo in NCAA: per la point guard dai capelli rossi dei Wildcats si parla di un posto nei draft, a breve.

Davide Moretti (Texas Tech Red Riders)

Anche lui figlio d’arte (suo padre Paolo ha conquistato l’argento a Spagna ‘97) la guardia italiana da tre stagioni gioca con Texas Tech in NCAA. Il suo obiettivo era andare ai workout NBA per  ricevere feedback dagli scout e, quindi, capire se sarebbe stato il momento giusto per partecipare al draft. Alla ripresa dell’attività, le altre alternative che Moretti dovrà valutare, per una carriera che sta esplodendo, saranno un’altra stagione nel campionato universitario o tentare l’avventura in Europa.

Tomas Woldetensae (Virginia Cavaliers)

I Cavaliers della University of Virginia lo scorso anno hanno conquistato il titolo NCAA: nel roster c’era l’italiano Francesco Baldocchi che, dopo la vittoria, ha deciso di lasciare il team, continuando però a studiare negli USA. Le porte girevoli di UVA, però, si sono aperte per un altro italiano, il bolognese Tomas Woldetensae, di origini eritree, al suo debutto nel campionato universitario dopo aver strabiliato in due anni di college. Deve ancora imparare in difesa (e ne è consapevole), ma al tiro può fare la differenza.

Francesca Pan (Georgia Tech Yellow Jackets)

La senior tra le due italiane nello starting five delle Yellow Jackets, l’esterno bassanese Francesca Pan, è alla sua seconda nomination di fila nella watch list del Cheryl Miller Award, premio dedicato alla miglior ala piccola dell’anno per il 2020. Francesca è il punto di riferimento offensivo della squadra, unica returning player con punti di media in doppia cifra. 

Mariella Santucci (Toledo Rockets)

Bolognese, il suo ultimo anno all’università di Toledo si è dovuto concludere anzitempo. Mariella è stata costretta a interrompere la stagione e sta cercando di rientrare in Italia. Ha lasciato su Instagram il suo saluto “Thank you Rocket Nation", dopo aver fatto la storia della sua squadra: prima del suo arrivo, infatti, nessuna giocatrice era stata in grado di collezionare, nei quattro anni di università, più di 1.000 punti, 600 assist, 500 rimbalzi e 200 palloni recuperati. Con 160 assist, in questa stagione, è stata la 25ma di tutto il torneo NCAA, nel rapporto tra assist e palle perse (160 e 94) è stata la seconda in tutta la sua conference. 

 

Lorela Cubaj (Georgia Tech Yellow Jackets)

Di origini albanesi, la ternana Lorela Cubaj gioca nella selezione femminile della Georgia Institute of Technology dal 2017, dopo gli esordi con la Reyer Venezia. Cubaj è reduce dall’esperienza europea del 2019 con la Nazionale maggiore (1.8 punti e 5.0 rimbalzi in 18.3 minuti in campo) ed è una presenza irrinunciabile in area per le Yellow Jackets, specialista nei rimbalzi e in difesa.

Elisa Pinzan (South Florida Bulls)

Elisa Pinzan è reduce dall’oro europeo conquistato in casa con la Nazionale U20. Rientrata a gennaio da un infortunio alla caviglia, Elisa è leader nella AAC (American Athletic Conference) per numero di assist (4.8 a partita) e seconda nella sua squadra con 9.7 punti di media. La point guard è ormai leader di South Florida.

*La foto di apertura è di John Locher (AP Photo).

 

April 4, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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Nell’Italia dei campanili, il campionato di calcio ha regalato soddisfazioni anche a cittadine di provincia: queste le dieci piazze più piccole che hanno preso parte alla Serie A ottenendone fama e gloria.

In principio fu biancoceleste, poi - in onore dello sponsor - divenne biancorossa. La città di Mantova (49mila abitanti) è nella top ten di questa speciale classifica; la sua squadra prese parte al campionato di Prima categoria della stagione 1919/1920, inserita nel girone emiliano. Apparizione fugace, non l’unica. I fasti della formazione virgiliana presero forma grazie a due grandi uomini: Edmondo Fabbri e Italo Allodi. All’inizio degli anni ’60, il Mantova diventa per tutti “il piccolo Brasile” perché è stato ingaggiato Angelo Benedicto Sormani, centravanti della Nazionale verdeoro.

Nel corso degli anni, arriveranno a vestire la maglia del Mantova anche Dino Zoff, il tedesco Karl Heinz Schnellinger, Giacomo Losi e Bruno Nicolè. La squadra resta negli annali per la stagione 1966/67 quando nell’ultima giornata - battendo l’Inter per 1-0 - consegnò lo scudetto alla Juventus.

Al nono posto c’è Empoli (48.600 abitanti); la squadra nel 1986 sfrutta la penalizzazione del Vicenza e viene promossa in Serie A. L’esordio nella massima serie è clamoroso; due successi nelle prime due giornate di campionato. Alla fine, la formazione di Salvemini si salva in extremis. Molti gli allenatori passati per Empoli e successivamente divenuti famosi: su tutti, Spalletti e Sarri.

Quella del Lecco (48.500 abitanti) è un’altra storia che appartiene agli anni sessanta. La squadra prende parte al primo campionato di Serie A nel 1960-61, e alla fine riesce a salvarsi dopo uno spareggio a tre contro Udinese e Bari grazie ai gol di Enrico Arienti, un emigrato di ritorno dalla Svizzera. L’exploit del Lecco avviene nel 1977 quando - lasciata da tempo la Serie A - vince il torneo Anglo-Italiano battendo in finale per 3-0 il Bath City.

Arrivò a un soffio dal prestigioso trofeo anche l’Ascoli (48 mila abitanti) che nel 1995 perse la finale di Wembley contro il Notts County. Ma il calcio nella cittadina picena è unito in maniera inscindibile al nome di Costantino Rozzi: grazie al costruttore marchigiano, la squadra conquista la serie A presentandosi ai nastri di partenza del campionato 1974-75 con la sapiente guida di Carlo Mazzone.

La formazione bianconera scrive pagine epiche, sfiora la qualificazione in Coppa Uefa nel 1979-80 arrivando al quarto posto alle spalle di Inter, Juventus e Torino. Nel 1987 l’Ascoli conquista la Mitropa Cup contro il Bohemians ČKD di Praga. Diversi i campioni che hanno vestito la maglia bianconera: da Felice Pulici a Bruno Giordano dal brasiliano Dirceu al suo connazionale Casagrande.

La leggenda della Pro Vercelli (46 mila abitanti) la conoscono in tanti: sette scudetti tra il 1908 e il 1922. L’ultimo tricolore conquistato - come vedremo anche in seguito - è un titolo controverso, perché la stagione 1921/22 ha un’anomalia di fondo, generata dallo scisma del calcio italiano che conta due differenti campionati: quello organizzato dalla Figc e quello organizzato dalla Confederazione Calcistica Italiana (CCI) al quale partecipano le formazioni più importanti.

La spaccatura rientrerà l’anno successivo. Ma la “Pro”, pur potendo contare successivamente su un campione del calibro di Silvio Piola, non riuscirà più a vincere il titolo.

A Frosinone (46 mila abitanti) negli ultimi anni la squadra di calcio ha rappresentato il vanto dell’intera Ciociaria: la storica promozione in Serie A risale al 2015, l’impresa porta la firma del tecnico Roberto Stellone, ma buona parte dei meriti sono da ascrivere al presidente Maurizio Stirpe, capace di scegliere un indirizzo imprenditoriale vincente.

Il calcio ha un sapore antico dalle parti di Torre Annunziata (42 mila abitanti). Il club campano partecipò al campionato di massima serie nella stagione 1923-1924, la squadra che rappresentava l’orgoglio della cittadina era il Savoia, che arrivò fino a disputare la finalissima per lo scudetto contro il Genoa; alla sconfitta per tre a uno rimediata in trasferta, seguì un onorevole pareggio casalingo.

IL PODIO

Si arriva sul podio, con le tre piazze più piccole della storia ad aver giocato nel principale campionato di calcio italiano. A dire il vero, Sassuolo (41 mila abitanti) non ha mai visto una partita di Serie A, la squadra gioca nello stadio di Reggio Emilia. L’impresa della promozione in Serie A risale al 2013 e porta la firma della famiglia Squinzi. Diversi i tecnici passati sulla panchina neroverde e successivamente divenuti famosi: Massimiliano Allegri e Stefano Pioli, ma anche Eusebio Di Francesco, artefice della prima, storica promozione in A, clamorosa per le scommesse calcio!

A Casal Monferrato (33 mila abitanti) si è scritta la storia del calcio italiano; il Casale - con Alessandria, Pro Vercelli e Novara - fece parte del “quadrilatero” all’alba del secolo scorso, quattro squadre che limitarono il sopravvento della Juventus e delle formazioni milanesi. I nerostellati vinsero lo scudetto nella stagione 1913-14, battendo nella doppia finale la Lazio.

La piazza più piccola ad aver militato in Serie A è Novi Ligure (28 mila abitanti) grazie alla Novese. La formazione biancoceleste non solo partecipò al campionato, ma nel 1921-22 vinse lo scudetto nella finale contro la Sampierdarenese. Fu un campionato anomalo perché quello fu l’anno della scissione: i club più forti fondarono una propria federazione, la C.C.I (Confederazione Calcistica Italiana), le altre continuarono a partecipare al campionato FIGC.

La Novese - insieme alla Pro Vercelli e al Casale - solo le uniche tre formazioni ad aver vinto lo scudetto, pur non essendo le loro città capoluogo di provincia. La stagione precedente alla vittoria del titolo, la Novese era nel campionato di Seconda categoria, ovvero in Serie B. E’ per questo l’unica squadra ad aver vinto lo scudetto alla sua prima partecipazione in Serie A, ma tale record non viene riconosciuto negli annali per lo scisma avvenuto proprio in quell’anno.
 

*La foto di apertura dell'articolo è di AP Photo.

April 3, 2020

Di Simone Pieretti

simone pieretti
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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

Simone Pieretti
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Non solo Boca

Le squadre italiane nel Mondo: italiani, popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori. E, già che ci siamo, di fondatori di squadre di calcio.

Esattamente come gli inglesi, che vagando per l’Europa e per il mondo hanno creato società che sono ancora oggi eccellenze assolute in paesi che hanno poco a che fare con il Regno Unito (il Milan o il Peñarol, tanto per dirne un paio), anche il tricolore ha avuto un certa importanza nella nascita di club storici.

La Buenos Aires italiana

Le squadre italiane in Brasile

Le squadre italiane in Cile, USA, Australia

Al punto che quasi quasi si potrebbe pensare a un…campionato italiano all’estero. E tra le squadre partecipanti ci sarebbero parecchi nomi altisonanti e conosciutissimi.

La Buenos Aires italiana

Non sorprende certo che in un paese ad altissima discendenza italiana come l’Argentina, i nostri compatrioti emigrati abbiano avuto un ruolo importante nella fondazione di parecchi club.

E se i colori del River Plate, il bianco e il rosso, sono quelli della città di Genova vista l’ascendenza ligure di alcuni dei fondatori, è assai più celebre (e celebrato) l’ascendente tricolore sul Boca Juniors. Il mito degli Xeneizes (i genovesi) nasce dall’idea di un gruppo di ragazzi di origini italiane che vivono nel quartiere de La Boca.

E poco importa che invece i colori sociali siano stati presi dalla bandiera svedese, perché la storia del club, con i tanti oriundi forniti alla nostra nazionale nel corso dei decenni non fa altro che confermare l’anima tricolore dei 34 volte campioni d’Argentina e 6 volte padroni del Sudamerica.


L’Italia fa anche capolino altrove, come nella storia del San Lorenzo de Almagro prende il nome dal prete salesiano Lorenzo Massa, figlio di un torinese.

Le squadre italiane nel Mondo

Ma per trovare un’altra squadra davvero tricolore bisogna fare un salto al quartiere Liniers, dove alcuni italiani contribuiscono a fondare una squadra destinata a diventare celebre: il Velez Sarsfield, ora celebre per la sua V rovesciata, ma che un centinaio di anni fa vestiva bianco, rosso e verde. Un passato che di recente è stato ricordato con una terza maglia celebrativa.

Chi invece rende le sue origini molto chiare è il Deportivo Italiano, che nasce come selezione dei migliori giocatori di un torneo amatoriale tra emigrati e che nel 1978 si toglie addirittura lo sfizio di giocare contro la Nazionale di Bearzot, in Argentina per il Mondiale. Finisce 1-0 con gol di Bettega per gli…azzurri originali.


Il tricolore in Brasile

Anche l’altro gigante del Sudamerica non può però farsi mancare l’influsso italiano. Al punto che di gloriosi club che si chiamavano Palestra Italia ce ne sono addirittura…due. Il primo è il Palmeiras, che nasce nel 1914 proprio come squadra delle comunità italiana di San Paolo.

Quando però nella seconda guerra mondiale il Brasile e l’Italia si ritrovano su fronti opposti, il club è costretto a cambiare nome e stemma, togliendo la “I” rossa e diventando biancoverde, come lo conosciamo al giorno d’oggi.

Luiz Adriano e compagni Campioni contro il Santos, da favoriti per le scommesse sportive, nella finale tutta brasiliana di Libertadores 2020 al Maraca di RJ!

Le squadre italiane nel Mondo

Una storia simile è quella del Cruzeiro. Anche a Belo Horizonte, ispirati dai connazionali di San Paolo, nel 1921 gli italiani creano la loro Palestra, permettendo l’iscrizione solamente a atleti di provata discendenza tricolore.

Il nome attuale, preso anch’esso nel 1942, deriva dalla Croce del Sud, la costellazione dell’emisfero australe. I colori del club cambiano, ma il riferimento all’Italia, volontario o no, non sparisce del tutto visto che da bianco rossi e verdi i membri della Palestra diventano comunque…blu. E se non è azzurro, poco ci manca. 


Azzurro, con scudo sabaudo, è invece lo Sport Club Savoia, la prima squadra italiana fondata in Brasile a fine Ottocento, che con la Palestra Italia gioca il primo derby tricolore all’estero nel 1915.

Il Fluminense è la squadra italiana di Rio

C’è poi un’altra big “italiana” che così poi italiana non è. Il Fluminense è la squadra della comunità tricolore di Rio de Janeiro, nonostante le sue origini siano inglesi.

Ma il fatto che il club utilizzi i colori della nostra bandiera e sia gemellato con il Velez lo rende il più tifato dai discendenti degli italiani che vivono nella cidade maravilhosa. Il Fluminense nel giugno 2014, ha ospitato la nazionale Azzurra per l'ultima amichevole prima dell'inizio dei Mondiali.

Nomi e colori, del resto, creano strane associazioni in Brasile. Dove c’è una Juventus granata. Confusione? Neanche troppo. Il Club Atletico Juventus nasce nel 1924 in onore dell’industriale del cotone Rodolfo Crespi, grande tifoso bianconero. Il problema è che in Brasile di maglie bianconere ce ne sono anche troppo, quindi la scelta cade sui colori dell’altra squadra torinese.

Di conseguenza ne scaturisce qualche storia abbastanza particolare, come l’avviso allo stadio che spiega che le maglie bianconere sono vietate. Nessun conflitto per quello che riguarda il Napoli Esporte Club, nato nel 1979 nei pressi di San Paolo e parecchio ispirato a club che al San Paolo…ci gioca.

Azzurri e con la N sul petto, tutto perfetto Giusto il simbolo cambia, perché al posto del classico ciuccio il Napoli verdeoro preferisce la raposa, la volpe. 

Squadre in Cile, USA, Australia


Non solo Brasile e Argentina, però. Anche il Cile ha la sua squadra tricolore: l’Audax Italiano. Il club è stato fondato da italiani emigrati a Santiago, il 30 novembre 1910 con il nome di Audax Club Ciclista Italiano, per poi diventare club sportivo negli anni Venti.

E nel 2007 il tricolore sul petto dei cileni ha anche preso parte alla Libertadores. Non sono certo ad alti livelli i Brooklyn Italians, che giocano nelle serie minori statunitensi ma indossano orgogliosamente l’azzurro dal 1949, quando hanno deciso di rappresentare gli abitanti di Little Italy appassionati di football. Anzi, di soccer.

E persino in Australia il calcio è stato esportato (anche) dagli italiani. Un giovanissimo Bobo Vieri prima di rientrare in Italy ha difeso i colori del Marconi Sydney, che ha vinto quattro volte il campionato prima che si trasformasse nella Australian Football League.

Anche l’ex laziale Paul Okon, amico di Bobo, ha mosso i primi passi nel club nato nel 1956 e che nel corso degli anni ha alternato una divisa azzurra a una tricolore.

E da quelle parti c’è addirittura chi ha avuto sul petto l’Etna: il Balcatta Football Club, nato da immigrati siciliani, che hanno voluto immortalare un simbolo della loro terra d’origine nello stemma del club. Insomma, tutto il mondo è paese. E spesso, tutto il calcio è italiano.

*La foto di apertura dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo); la seconda di Andre Penner (AP Photo). Prima pubblicazione 2 aprile 2020.

 
August 5, 2025

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Dipingere la passione, legarsi per sempre a ciò che si ama. Il calcio è fede, è amore incondizionato, è irrazionale palpito, inspiegabile moto che spinge il tifoso a compiere gesti all’apparenza senza senso per chi, invece, quel fuoco dentro non ce l’ha.

I tatuaggi dei calciatori e quelli più richiesti dai tifosi

I tatuaggi per le squadre di provincia

Come tatuarsi e imprimere in eterno sulla propria pelle un riferimento alla propria squadra, al proprio campione preferito. Un’arte, quella del tatuaggio, che in Italia ha preso sempre più piede negli ultimi anni, sconfiggendo antichi pregiudizi e diventando una vera e propria questione di stile. Lo sa bene Francesco Cuomo, art director dell’Eternal City Tattoo insieme a Massimo “Disegnello”, Daniele Caminati e Andrea Salvitti.

Lavorano nel loro studio di Roma e si dividono tra laziali e romanisti (biancocelesti i primi tre e giallorosso il quarto) perché va bene la fede, ma la professionalità è sacra e non si discute: si sono sicuramente affermati tra i migliori tatuatori d’Italia!

Scorrendo le pagine social dedicata all’attività è un continuo imbattersi in piccole-grandi opere d’arte a tema calcistico. Il ritratto di un campione come Signori, Del Piero, De Rossi, Crujiff, Milito o Gattuso; crest di tutte le squadre di Serie A e riproduzioni di scenografie ideate dalle varie curve. Gemme che si stagliano sulla pelle del tifoso e che lì rimarranno per sempre, veri e proprio tocchi d’artista che servono a ribadire l’amore che si prova per un club o per un calciatore che ha segnato la vita di chi decide di rendergli così omaggio. 

Con la collaborazione di Marco Valerio Bava intervistiamo per il blog di 888sport Francesco Cuomo.

Ciao Francesco, il calcio è fede ed è un legame viscerale che si instaura con la propria squadra del cuore. Quanti sono i tifosi che vengono da voi a chiedere un tatuaggio a tema calcistico?

“Direi che la statistica è ormai oltre il 100% rispetto a 20 anni fa, quando ho iniziato a tatuare. E anche il lavoro richiesto si è evoluto tantissimo. Anni fa, ai miei inizi, le richieste erano piuttosto basiche: lo stemma della squadra tifata che fosse ufficiale o stilizzato, tatuaggi inerenti ai gruppi ultras e niente di più. La domanda insomma era standard. Oggi, invece, è cambiato tutto e i lavori sono molto più sviluppati ed elaborati. Merito anche dei clienti che hanno molta fantasia.

Magari vedono il tatuaggio sulla mia pagina Instagram e poi vengono da me con delle modifiche che lo rendono ancora più accattivante. Poi cambia il genere rispetto alla tifoseria. Se mi concentro solo sull’ambiente di Roma, dove lavoriamo, i laziali chiedono tatuaggi relativi alla tradizione, alla maglia; mentre i tifosi della Roma nella maggioranza richiedono cose inerenti all’idolo che può essere Totti o De Rossi o alla città come un Colosseo con lo sfondo giallorosso tanto per dirne una”. 

Quanti calciatori sono venuti da te per un tatuaggio? Qual è il tatuaggio più particolare o che ti è rimasto più impresso fatto a un giocatore?

“L’aquila sulla schiena di Paolo Di Canio resta sicuramente un bel ricordo e un lavoro al quale sono rimasto legato. Un tatuaggio importante anche a livello di dimensioni. Il mio collega, Daniele, ha fatto tatuaggi a Milinkovic-Savic. Gli altri miei colleghi stanno tatuando Murgia e Cataldi. Io personalmente ho tatuato anche Fabio Firmani e Dejan Stankovic. Andrea Salvitti ha tatuato Amato Ciceretti”. 

Chi sono invece i giocatori più richiesti dai tifosi?

“Se parliamo di Roma, allora ti dico che i laziali sono molto legati a Chinaglia, Di Canio, Nesta, Gascoigne e ad argentini del passato come Veron, Simeone, Almeyda. I romanisti invece ovviamente a Totti e De Rossi, ma anche ad Agostino di Bartolomei. Poi ci sono anche tifosi delle altre squadre e la richiesta è per idoli come Del Piero, Pippo Inzaghi, Zanetti, Maradona. Ma anche giocatori del passato come Best o Crujiff”. 

Il tatuaggio di Tyson Casiraghi!

Non solo calcio di Serie A. La passione è fatta anche di radicamento sul territorio e amore per realtà meno note. Quanti sono i tatuaggi fatti legati a squadre “piccole” o di provincia?

“Tantissimi ed è un aspetto che mi affascina molto. Io partecipo a molti raduni e convention e ormai il mio lavoro è legato al calcio quasi per il 90%. Ho tatuato recentemente su un ragazzo lo stendardo del Sulmona. Ma ho lavorato anche con tanti ragazzi che seguono l’Avezzano, il Legnano. Le storie che escono dai loro racconti sono bellissime, domeniche passate con un manipolo di amici, in trasferta nei paesi o nelle città vicine, dove il campanilismo è ancora fortissimo.

Passando ore in una stanza solo con loro il discorso inevitabilmente verte sul calcio e sulla loro passione e ti rendi conto quanto attaccamento c’è e quanto il calcio moderno abbia inficiato certe realtà. Quando ero io un ragazzo gli stadi erano pieni anche in Serie C, oggi molte squadre invece rischiano di fallire e dopo questa emergenza  tante realtà sono destinate a sparire portandosi via la passione di uomini e donne che sono legati al loro territorio e alla squadra che lo rappresenta”. 

Da tatuatore hai dovuto combattere anche con il pregiudizio?

“Quando ho iniziato era molto complicato e chi tatuava non veniva visto come un vero lavoratore. Il mio sembrava un hobby e invece è un lavoro vero. Oggi, per fortuna, le cose sono cambiate. Dipingere sulla pelle è difficilissimo, parliamo di una superficie imperfetta, con il sangue che esce di continuo, senza contare i movimenti che una persona, consciamente o inconsciamente, può fare. Il tatuatore è un vero artista”. 

Segui le scommesse calcio di 888sport!


*L'immagine di apertura è di Rodrigo Abd (AP Photo). Prima pubblicazione dell'articolo, 1 aprile 2020.

January 27, 2021

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Nonostante lo stop alle attività sportive, BeSports non si ferma, come recita il comunicato ufficiale pubblicato sul sito della Lega. Dieci tornei qualifier online hanno selezionato nelle ultime settimane settimane i giocatori che disputeranno dal 9 aprile il campionato ufficiale su Pes 2020 della Lega B. 

I numeri ottenuti durante la fase delle qualificazioni sono impressionanti: 1693 partecipanti, 2534 partite giocate per un evento che ricalca quello della Serie BKT, che non si disputa sui campi ma su Pes 2020, licenziatario esclusivo dei diritti della Serie BKT nel mondo dei videogiochi per la stagione 2019/20. E l’emozione non ci rimette, garantisce la Lega della seconda divisione italiana. 

Il prossimo passo sarà l’abbinamento di due player per squadra, attraverso un’estrazione. Il totale dei partecipanti al campionato, che si concluderà il 21 maggio dopo 38 giornate online prima dei playoff, è di 40 giocatori, trenta qualificati più dieci pro-player già al servizio di altrettanti club della Serie B

Ne abbiamo parlato, in esclusiva, con Alberto Monguidi, Responsabile Comunicazione della Lega Serie B, con un occhio rivolto anche all’eventuale ripresa dell’attività sportiva, tema molto dibattuto negli ultimi giorni.

Si è molto parlato della vostra iniziativa del campionato eSport della Serie BKT. Ci puoi spiegare come nasce l'idea?

“Dall’incontro fra le esigenze di tanti giovani tifosi, che ci chiedevano di poter giocare con la loro squadra del cuore attraverso una console, e la volontà della Lega B e soprattutto del presidente Balata di essere presenti e all’avanguardia in tutte quelle tecnologie che possono portare benefici alla Serie BKT. Da qui l’accordo con Konami, che ha subito creduto nella nostra categoria attraverso Pes 2020”.

Come la sviluppate? Qual è la peculiarità del vostro campionato?

“Noi siamo un campionato di giovani per giovani e strettamente connesso con i territori e la propria gente. Per questo abbiamo organizzato dieci tornei nelle scorse settimane che hanno coinvolto 1693 partecipanti in 2534 partite. Ora i qualifier inizieranno il campionato vero e proprio, il 9 aprile, su Pes 2020 che durerà 38 giornate come il campionato reale e si concluderà con i playoff. Il progetto è stato sviluppato dalle aree marketing e digital della Lega B grazie al supporto di A.C.M.E e MKERS, società rispettivamente esperte nell’organizzazione di eventi e nelle attività del settore eSport”.

Qual è, nel vostro progetto e nella vostra idea, il rapporto tra calcio virtuale e reale?

“Il calcio virtuale è uno strumento per fidelizzare al nostro campionato le nuove generazioni che hanno esigenze diverse rispetto al tifoso di dieci, vent’anni fa. Quindi è indispensabile dialogare con loro anche attraverso queste piattaforme. Allo stesso modo uscire su Pes 2020 significa entrare nelle case di appassionati e player di tutto il mondo, migliorando l’esposizione del nostro brand. Tutto questo, non dimentichiamolo, è possibile perché c’è un campionato reale alle spalle che rimane il principio da cui non poter prescindere”.   

Gli eSports sono in grande crescita in questo periodo. Cosa ne pensi?

“In questi momenti mi viene in mente il dibattito sulla tecnologia, se è vero che migliora o se invece peggiora le nostre vite. In questo caso permette a molte persone di rimanere in contatto giocando e divertendosi anche solo per qualche minuto. E’ una grande opportunità e non è un caso che i nostri tornei siano andati avanti nelle modalità ovviamente previste dai decreti, senza cioè meeting ma con gare online. In questo modo la Serie BKT in un certo senso è rimasta nelle abitudini di molte persone nonostante il campionato reale sia in questo momento fermo”.  

Scommetti sugli eSports con 888sport.it!

Una domanda sul calcio reale: che ripresa prevedete per il campionato di Serie B? E in caso di annullamento del campionato, cosa si farà con promozioni e retrocessioni?

“Il presidente Balata e tutte le società sono determinate a concludere il campionato quando le autorità preposte lo consentiranno in tutta sicurezza. Ulteriori ipotesi non sono al momento prospettabili”.

*La foto di apertura dell'articolo è di Martin Meissner (AP Photo).

April 1, 2020

Di Emanuele Giulianelli

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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

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