Non esiste giorno che la sempre efficace pagina facebook "Calciatori italiani all'estero" non ci informi di nuove esperienze oltreconfine di connazionali. Alcuni di alti livello, la maggior parte partiti per lidi non ordinari, talvolta esotici, sparsi per il mondo. In questo caso, trattasi di vere e proprie esperienze di vita: i soldi non contano, o meglio, importano relativamente, passando in secondo piano rispetto a curriculum vitae e "voglia di altrove".

Per chi fa veramente sul serio, tuttavia, lo stipendio - non giriamoci intorno - è la prima voce presa in considerazione tra le clausole del contratto: lo sapevate, ad esempio che dei 10 calciatori italiani più pagati al mondo, ben 6 non giocano in Serie A? Il caso più eclatante, è decisamente quello di Graziano Pellé ma, senza anticipare nulla e analizzando i dati raccolti nell'arco del 2019, andiamo ad esaminarli tutti, in ordine di... "bonifici":

Altra premessa: 3 di questi 6 "paperoni italiani in calzoncini" si sono esponenzialmente arricchiti grazie al calcio cinese. Si tratta di ottimi giocatori, oggettivamente non di fuoriclasse.

6. EDER (Jiangsu Suning, Cina)

Il primo esempio è quello di Eder: l'attaccante di origini brasiliane ex Empoli, Frosinone, Cesena, Brescia, Sampdoria e Inter ha ingrassato il proprio patrimonio nel Jiangsu Suning, "alter ego" del club nerazzurro del paese asiatico: 5,2 annui per un contratto di tre stagioni sottoscritto il 13 luglio 2018 con scadenza prevista il 30 giugno 2021. Un'esperienza fin qui proficua per l'ex seconda punta della nazionale italiana a Euro 2016: nel torneo asiatico, 40 presenze e 23 gol.

5. JORGINHO (Chelsea, Inghilterra)

I tempi della gavetta in Serie C alla Sambonifacese sono decisamente lontani per il centrocampista degli Azzurri di Roberto Mancini, nato in Brasile ma cresciuto in quel di Verona. Esploso a Napoli, a partire dall'estate 2018 è stato metronomo di Maurizio Sarri anche al Chelsea, in cui gioca tuttora anche dopo l'approdo del tecnico di Bagnoli alla Juventus. Per il rigorista infallibile, classe 1991 di Imbituba, il contratto coi Blues - quinquennale, fino al 30 giugno 2023 - vale 5,5 milioni a stagione.

4. MARCO VERRATTI (PSG, Francia)

Tra i più ricchi calciatori italiani sin dal 2012, anno in cui il PSG lo prelevò per 12 milioni di euro dal Pescara (squadra della sua città natale) di Zdenek Zeman, vincitore, non da favorito per le scommesse e quote serie B, di quel campionato cadetto. Verratti, incredibile ma vero, non ha mai disputato una singola partita in Serie A, ma col PSG ha già da tempo sfondato le 200 presenze e arrivato a guadagnare ben 6 milioni all'anno.

3. SEBASTIAN GIOVINCO (Al-Hilal, Arabia Saudita)

Meglio "star" ricca (anzi, ricchissima) nei campionati di secondo profilo, che comprimario alla Juventus. Una scelta "di campo", che la Formica Atomica prese già all'età di 28 anni, quando - nel 2015 - si accordò col Toronto, club della Major League Soccer: 3 anni per 5,6 milioni a stagione. Da inizio 2019 Giovinco gioca in Arabia Saudita, nell'Al-Hilal, in cui è arrivato a percepire la bellezza di 10 milioni di euro. Cifre impensabili, se non in Arabia Saudita, a 33 anni suonati...

2. STEPHAN EL SHAARAWY (Shanghai Shenhua, Cina)

Tra i giocatori più attesi ma mai propriamente "esploso". Sono state probabilmente le troppe aspettative a bloccarlo al Milan. Per le scommesse Serie A, Roma agrodolce, tra numeri eccezionali e nuovi blackout. Dal 2019 il Faraone gioca in Cina, allo Shanghai Shenhua. E lo fa per una cifra record di 13 milioni. Subentrato a metà della scorsa stagione (che in Cina segue l'anno solare) il talento savonese ha segnato un solo gol in 10 presenze.

1. GRAZIANO PELLE' (Shandong Luneng, Cina)

Si diceva, il caso più eclatante. Resta il calciatore italiano più ricco coi suoi 15 milioni a stagione che incassa dai cinesi dello Shandong Luneng, club che lo ha messo sotto contratto subito dopo quell'inguardabile cucchiaio sfoderato nella lotteria dei calci di rigore contro la Germania a Euro 2016. Bomber di razza pura e senza fronzoli, ottimo colpitore di testa, Pellè è sbocciato proprio all'estero, con gli olandesi dell'AZ Alkmaar, prima di mettere a segno la bellezza di 50 reti in 57 partite di Eredivsie con quella del Feyenoord.

Poi, 23 gol in campionato con gli inglesi del Southampton e il successivo approdo in Cina, in cui segna a mitraglietta (45 centri, fin qui, nel massimo campionato di Pechino). I fuoriclasse sono altri, si diceva. A giudicare dal portafogli, però...

Segui tutto il calcio, anche la Serie D, con 888sport!

*La foto di apertura dell'articolo è di Czarek Sokolowski (AP Photo).

April 18, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
Body

Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Chi di noi non ha mai acquistato un prodotto di abbigliamento sportivo nel gigantesco magazzino online di Mike Ashley? L’imprenditore inglese sta per concludere la cessione del Newcastle con un fondo che fa capo al principe ereditario dell’Arabia Saudita. Il probabile cambio di proprietà dei Magpies ci consente di condividere una serie di riflessioni sul panorama calcistico europeo, ancor più interessanti, probabilmente, in queste settimane di astinenza dal football! 

Non è questa, naturalmente, la sede per parlare di diritti umani e di approcci alla vita mediorientali, soffermiamoci, invece, sul potenziale impatto di un nuovo proprietario straniero nella Premier.

LA PREMIER ATTUALE

Solo il Tottenham, tra le squadre di vertice, ha una proprietà inglese. Più che paragonarli ad altre realtà calcistiche, per fotografare l'esatta dimensione di società come quelle di prima fascia della Premier, il termine di confronto più appropriato è lo sport professionistico americano. Non è un caso, ad esempio, che tra le società controllate da Stanley Kroenke, azionista di riferimento dell’Arsenal, ci siano anche i Los Angeles Rams o i Denver Nuggets. 

Il mercato inglese tiene, anche con il campionato fermo, e la quotazione che sembra attribuita al Newcastle, già con Ashley tra le ultime ad aver cambiato proprietà, di circa 350 milioni di euro, lo conferma, una volta di più! Come sopra indicato, il paragone con altri campionati non regge: Commisso ha pagato la Fiorentina meno della metà e, seppur in assenza di uno stadio di proprietà, nell’organico viola mai troppo valorizzato nelle ultime stagioni, ci sono almeno due potenziali campioni come Chiesa e Castrovilli dei quali a Darsley Park non c’è traccia...

Quindi dobbiamo andare oltre l’aspetto meramente sportivo: il football d’oltremanica è entertainment puro, con diritti televisivi sempre alle stelle (“ultimo” arrivato tra i players Amazon...), oltre 120 milioni di pounds per i Mapies nell’ultima distribuzione, stadi pieni e floride royalties da merchandasing (nel caso specifico la Puma veste il Newcastle da oltre un lustro).

IL FUTURO DEI MAGPIES

Dopo la clamorosa retrocessione del maggio 2016 nonostante la presenza di un campione come Georginio Wijnaldum, dal rientro in Premier, negli ultimi tre anni, la squadra, prima di Benitez ed oggi di Steve Bruce è stata assolutamente constante... nella mediocrità! Metà bassa classifica e praticamente stessa posizione in classifica per tre anni consecutivi.

Si parla di Pochettino o di Allegri sulla panchina del St James' Park, ma la realtà, oltre alle indiscutibili possibilità economiche della nuova proprietà, è che per tornare davvero competitivi serviranno anni. La distanza con le prime è abissale, non solo in termini di punti. L’attacco bianconero è tra i meno prolifici in assoluto e per giocarsi i primi posti in Premier come all’inizio degli anni 2000 non servirà un acquisto per ruolo, ma una vera e propria rivoluzione.

Il Newcastle, unica squadra prima dell’Atalanta, per le scommesse Champions ad aver superato un girone della massima competizione continetale dopo aver perso le prime tre partite, una a Torino con la Juventus, manca in Europa dalla sconfitta con il Benfica nei quarti di Europa League del 2013.

La nuova proprietà porterà agli appassionati un’altra squadra da seguire con interesse nella prossima stagione, ma per tornare al secondo posto che è il miglior risultato di sempre dalla riforma del professionismo del calcio inglese, servirà scovare nei prossimi anni un nuovo Alan Shearer e spendere, in sede di mercato, molto di più di quanto pagato per il pacchetto azionario. Fair play finanziario permettendo, naturalmente, ma questa è un’altra storia...
 

*La foto di apertura dell'articolo è di Scott Heppell (AP Photo).

April 17, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
Body

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Campione d’Italia, d’Europa e del Mondo. Il premio “Gaetano Scirea” per la Carriera Esemplare, il rispetto di tantissimi tifosi in giro per lo stivale e persino una candidatura a sindaco. Eppure, strano a dirsi, Pietro Vierchowod è sottovalutato.

Quando si stilano le classiche graduatorie che premiano i migliori calciatori di una determinata epoca, lo Zar non fa spesso capolino quanto dovrebbe. Forse perché nella sua lunghissima avventura, cominciata a sedici anni con la Romanese e terminata quando ne aveva 41 a Piacenza, di epoche Vierchowod ne ha vissute anche troppe. “Ho giocato contro Boninsegna e contro Shevchenko”, ha spiegato più volte. E contro entrambi ha messo bene in chiaro perché lo chiamassero lo Zar.

Per le origini ucraine, vero. Ma non è solo la storia familiare a validare un soprannome che è nella storia del calcio italiano. Come ogni Zar che si rispetti, in campo Vierchowod regnava eccome. Comandava la difesa, da buon figlio di soldato. E soprattutto imponeva la sua legge, quella del più forte (ma anche del più rapido) contro qualsiasi avversario si trovasse davanti. E poco importa che la carta di identità segnasse sedici o quaranta primavere, chi lo ha affrontato se lo ricorda benissimo.


Platini, Maradona, Van Basten, Ronaldo il Fenomeno. Questo il valore di chi domenica dopo domenica cercava di superare Vierchowod. E non sempre ci riusciva, anzi. Già ai tempi del Como, che lo acquista nel 1976, si capisce che quel ragazzo ha qualcosa di speciale. La squadra lombarda, anche grazie a lui, parte dalla C1 e arriva fino alla Serie A.

Ad ammirarlo c’è un grandissimo intenditore di calcio, Paolo Mantovani, che lo vuole per la sua Sampdoria. Il problema è che i blucerchiati in quel momento sono in Serie B, quindi il presidente, dopo averlo comprato, lo gira in prestito. Nella stagione 1981/82 è alla Fiorentina, che non per caso arriva seconda, contendendo lo Scudetto alla Juventus fino all’ultima giornata. In quella successiva si rifà, vincendo il tricolore da protagonista con la Roma di Liedholm, uno che il talento sa riconoscerlo molto bene. E nel frattempo, seppure da riserva, lo Zar sale sul tetto del mondo con la nazionale di Bearzot.

UNA COLONNA NELLA SAMP


Nel 1983 però la Samp decide che non è più il momento dei prestiti e lo richiama alla base. Della Doria diventa una vera e propria bandiera, passando in blucerchiato dodici stagioni e giocando praticamente sempre. Non per niente, lo Zar è secondo solo a un’altra leggenda del club, Roberto Mancini, come presenze: 493 tra campionato e Coppe Europee. Già, le coppe. Lo Zar decide che, visto che il campionato italiano e quello del mondo l’ha già vinto, è il caso di dedicarsi all’Europa. La Samp, del resto, vince nella sua storia quattro volte la Coppa Italia proprio nei dodici anni di militanza di Vierchowod.

La vecchia Coppa delle Coppe, dunque, diventa una seconda casa e il difensore la porta a casa nel 1990, vincendo la finalissima contro l’Anderlecht, dopo che nella stagione precedente i blucerchiati erano stati fermati solo all’ultimo atto dal Barcellona di Cruijff.


A quella Samp manca quindi solo l’affermazione casalinga, che non tarda ad arrivare. Il campionato 1990/91 è leggendario, perché tra il Milan degli olandesi, l’Inter dei tedeschi e il Napoli di Maradona, lo Scudetto lo vince… la Sampdoria di Boskov. E di Vialli, Mancini, Pagliuca, Katanec, Lombardo, Cerezo. Senza dimenticare Vierchowod, che è sempre stato un difensore con il vizio del gol, ma che stavolta ne fa tre e tutti a fine campionato. La rete alla “sua” Roma alla ventinovesima giornata è una pietra fondamentale del trionfo dei doriani.

L’apoteosi potrebbe esserci a Wembley, un anno più tardi. Ma il Barcellona si conferma bestia nera per la Sampdoria, che si arrende in finale di Coppa dei Campioni solo ai supplementari, quando un missile terra-aria di Ronald Koeman spedisce il trofeo in Catalogna.

ALTRE PIAZZE, ALTRI SUCCESSI


Quando nel 1995 si interrompe la storia d’amore con i blucerchiati, si potrebbe pensare che la carriera dello Zar stia volgendo al termine. La carta di identità segna 36 primavere, ma questo non conta nulla per Vierchowod, che riceve una chiamata importante: quella della Juventus di Lippi. In bianconero il centrale resta una sola stagione, si adatta rapidamente ad un sistema difensivo diverso, e porta a casa il gioiello che manca alla collezione: la Champions League, vinta da protagonista nella finale di Roma contro l’Ajax.

La Signora lo lascia libero e il difensore si accorda con il Perugia, ma visti i dissidi con Galeone rescinde immediatamente il contratto e firma con il Milan per sostituire l’infortunato Baresi. Potrebbe finire qui, ma c’è ancora il colpo di coda. A quasi trentotto anni, lo Zar si regala l’ultima esperienza, quella a Piacenza. Tre stagioni in cui, contro i ragazzini terribili (Ronaldo, Vieri, Totti, Inzaghi) il grande vecchio difende e si difende ancora benissimo. Al suo ritiro, è il secondo calciatore per presenze in Serie A, con 562 partite.


Sottovalutato, dunque? Sì, perchè l’abbondanza di vincitori fortissimi lo ha sempre un po’ messo in ombra, come dimostra l’esperienza in nazionale. Per lui 45 presenze, non poche, ma neanche molte in relazione al valore e alla carriera. In Spagna nel 1982 ha davanti Scirea e Gentile, in Messico nel 1986 è tra i titolari, ma la nazionale di Bearzot crolla e Vicini non lo convocherà per quattro anni.

Torna in azzurro nel 1990, in tempo per partecipare alla World Cup casalinga, ma anche in quel caso la difesa è blindata da Baresi e Ferri e allo Zar non resta che fermare Lineker nella finalina di Bari. Vierchowod paga parecchio il dualismo con Kaiser Franco, che potrebbe sostituire nel 1994 quando il milanista si fa male nella fase a gironi. Ma Pietro negli USA non c’è, perchè non voleva sperare negli infortuni altrui per essere protagonista. Il che dice tutto: se non può regnare, uno Zar non è se stesso…

April 17, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
Body

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Analizziamo i numeri delle ultime 20 finali di Champions League, dal colpo di testa di Morientes con il quale il Real sbloccò, in avvio di gare, la finale di Parigi del 1999/2000 contro il Valencia, al diagonale di Origi a Madrid che chiuse la sfida tutta inglese con il Tottenham.

Inutile elencare i trionfi di CR7 e ripetere le statistiche pubblicate dal sempre aggiornato sito della UEFA, cerchiamo qualche dato sfuggito ai più...

LE SEDI

Turnazione metodica delle città ospitanti, con l’eccezione di Londra, in particolare di Wembley, teatro di due finali in tre anni tra 2011 e 2013, nella scelta della sede per la finalissima. L’Italia ha ospitato l’atto conclusivo tre volte negli ultimi venti anni: in due occasioni, sempre a San Siro, la Coppa dalle grandi orecchie è stata assegnata solo ai calci di rigore. Successo netto, più del risultato di 2-0, del Barcellona sul Manchester United (finale che si ripeterà con lo stesso esito solo 24 mesi più tardi) all’Olimpico di Roma.

I RISULTATI FINALI

Per sette volte si è dovuto fare ricorso ai supplementari; sei volte di queste sette anche ai calci di rigore. L’unica squadra che ha trionfato al termine dei 120 minuti è stato il Real a Lisbona contro un Atletico, distrutto nella testa e nelle gambe, dal pari subito nel recupero del secondo tempo.
Per le scommesse calcio in cinque occasioni delle ultime venti finali disputate, il risultato al termine dei tempi regolamentari è stato di 1-1, quattro sono stati i 2-1, tre volte 2-0. Solo uno lo 0-0, quello di Manchester tra Milan e Juve naturalmente.

UNDER/OVER

Equilibrio negli Under/Over 2.5: per 9 volte la partita più importante della stagiona calcistica è terminata con meno di 3 gol. Prima della finale di Madrid, per otto anni consecutivi entrambe le squadre protagoniste avevano segnato almeno una rete: gli Spurs, ipnotizzati dalla saracinesca Alisson, fanno compagnia ad altre compagini che non sono riuscite ad andare in gol: oltre naturalmente lo 0-0 della finalissima tutta italiana del 2003, il Valencia nel 2000, il Monaco nel 2004, lo United a Roma nel 2009, il Bayern a Madrid nell’anno del triplete nerazzurro.

PRIMO MARCATORE

Spesso ad aprire le segnature è stato un campione assoluto, il calciatore, quindi, per le scommesse Champions con la quota da favorito per il primo marcatore: due volte Cristiano Ronaldo (a Mosca con il Manchester e a Cardiff contro la Juve), Samuel Eto'o all’Olimpico di Roma, Super Mario Mandžukić nella finale tutta tedesca contro il Borussia, Raul a Glasgow contro le Aspirine del Bayer. In ben quattro occasioni, però, ad iscrivere il proprio nome per primo sul tabellino è stato un difensore: Maldini, Sol Campbell a Parigi, Godin a Lisbona, e Sergio Ramos a Milano nella seconda finale stracitaddina madrilena.

Non ha mai segnato per primo Leo Messi.

Dei 19 primi marcatori, uno merita un paragrafo a parte: lo Special One trionfa con il Porto nel 2004, dopo aver centrato l’Europa League nella stagione precedente. Nelle finale vinta 3-0, il primo a superare il portiere italiano Flavio Roma del Monaco fu Carlos Alberto, centrocampista offensivo carioca, classe ’84. In quel momento, il talento brasiliano cresciuto nel Fluminense sembrava destinato ad una carriera importante; oggi è probabilmente il meno famoso tra i calciatori decisivi in Champions e lo si ricorda solo per un siparietto a mezzo stampa con Mourinho!

Il gol di Carlos Alberto al Monaco!

Nessuna tripletta nelle finali di Champions. Hanno realizzato una doppietta CR7 alla Juve, Milito nella magica notte di Madrid, Crespo ed Inzaghi al Liverpool e Gareth Bale, seppur con la clamorosa complicità di Karius, al Liverpool nella serata di Kiev!

*Le foto dell'articolo sono di Victor R. Caivano e Martin Meissner, entrambe distribuite da AP Photo.

April 16, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
Body

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off


Da quasi dieci anni, un nome nuovo è entrato di prepotenza in Serie A. Una squadra che si è presentata in punta di piedi e che non se n’è mai più andata, prendendosi il lusso di battere le big e persino di assicurarsi un posto in Europa. Una società moderna, che punta a svilupparsi ancora di più seguendo (e a volte anticipando) i trend gestionali e sportivi del momento. Un piccolo grande miracolo di programmazione e competenza che veste neroverde. Il Sassuolo, un vero e proprio modello di gestione virtuosa che mostra come, con le giuste capacità, si possa crescere in maniera esponenziale.

Anche perché quando nel 2002 Giorgio Squinzi, presidente della Mapei, decide di entrare ufficialmente in società come patron, dopo essere precedentemente sponsor del club emiliano, il Sassuolo è in Serie C2, mentre una manciata di anni prima il club era addirittura tra i dilettanti. La scalata al successo è lunga e tortuosa, perché nonostante alle spalle ci sia un colosso industriale, le spese del Sassuolo non sono faraoniche. Al momento di decidere come affrontare la sfida, la società preferisce una crescita costante, senza scossoni, che permetta di gettare le fondamenta di un club capace, all’occorrenza, anche di autofinanziarsi.

I PRIMI SUCCESSI

E pian piano, i risultati sportivi arrivano, nonostante qualche delusione iniziale. La prima promozione dell’era Mapei risale alla stagione 2005/06. Quell’anno il Sassuolo, guidato da Gian Marco Remondina, arriva secondo nel girone B di Serie C2 e vince la finale playoff contro il Sansovino. L’annata successiva è positiva, con un secondo posto nel girone A di C1, ma non basta per la promozione in B, visto che i neroverdi perdono la semifinale playoff contro il Sassuolo.

Nel 2007/08 ci vuole un allenatore emergente, un certo Massimiliano Allegri, per centrare la seconda promozione in tre stagioni. Della B il Sassuolo diventa presto protagonista, vedendo sulla panchina anche Stefano Pioli, ma per il capolavoro ci vuole Eusebio Di Francesco. L’abruzzese, ingaggiato nella stagione 2012/13, centra la promozione in A vincendo il campionato cadetto.


Dunque, il Sassuolo è nella massima serie dalla stagione 2013/14 e, escludendo l’anno dell’esordio, si è sempre distinto positivamente. La prima annata in A è accidentata e porta a un breve esonero di Di Francesco, sostituito per cinque giornate da Malesani. L’ex Parma e Fiorentina però infila altrettante sconfitte e il tecnico della promozione torna in tempo per salvare la squadra. Di Francesco resta a guidare i neroverdi fino alla stagione 2016/17, al termine della quale viene ingaggiato dalla Roma.

Nel frattempo, nel campionato 2015/16, la squadra arriva sesta in campionato e guadagna una storica ed inaspettata qualificazione in Europa League per le scommesse e quote per il calcio. Al posto dell’abruzzese arrivano prima Bucchi (sostituito di Iachini) e poi De Zerbi, che conferma il Sassuolo come grande scuola per i tecnici emergenti.


Ma se la parola chiave è continuità, lo si deve anche ai calciatori. E il simbolo della scalata del Sassuolo non può essere che Domenico Berardi. L’attaccante classe 1994 viene acquistato dal Cosenza e termina l’attività giovanile nel Sassuolo. Nella stagione 2012/13 è uno dei grandi protagonisti della promozione, segnando 11 reti in Serie B e guadagnandosi l’interesse della Juventus, che lo acquista in comproprietà. L’impatto con la massima serie non è problematico, anzi. Berardi si dimostra un calciatore che in A può decisamente dire la sua, segnando 31 reti nelle prime due stagioni.

La Juventus decide di non riscattare la metà, lasciandolo al Sassuolo, di cui diventa vicecapitano e miglior marcatore di sempre. Per lui arriva anche la nazionale (5 presenze), anche se per il grande salto al ragazzo di Cariati manca la continuità. Dopo i grandi exploit iniziali, Berardi non riesce più a raggiungere la doppia cifra a causa di alcuni infortuni e dell’addio del suo mentore Di Francesco. Nella stagione 2019/2020, però, il ventiseienne è già a quota nove, dimostrazione che quando il carattere un po' fumantino e un fisico che a volte fa scherzi vengono tenuti a bada, il talento c'è eccome.

IL MAPEI STADIUM

Un altro elemento fondamentale nello sviluppo del Sassuolo è certamente il Mapei Stadium di Reggio Emilia - Città del Tricolore. L’ex Stadio Giglio è il primo stadio di proprietà della storia del calcio italiano ed è stato costruito negli anni Novanta dalla Reggiana. Dopo una serie di problematiche economiche del club granata, nel 2013 è stato rilevato dalla Mapei che lo ha trasformato nella casa del club neroverde.

Nel corso degli anni l’impianto è stato utilizzato anche per le partite della nazionale, oltre che per le partite europee del Sassuolo e dell’Atalanta, che lo ha utilizzato per l’Europa League nel periodo in cui stava ristrutturando l’Atleti Azzurri d’Italia. Tra le strutture della Mapei, che si è sempre occupata anche di ciclismo, c’è inoltre il centro studi e ricerche, un laboratorio all’avanguardia per quello che riguarda la medicina sportiva.


Nell’ottobre 2019, il Sassuolo e tutto il calcio italiano sono stati colpiti dalla morte di Giorgio Squinzi, ma come ha spiegato il DS Carnevali, protagonista della "fenomenata" Boga sul mercato, i tifosi neroverdi non devono preoccuparsi. I due figli del Patron, Marco (laureato in chimica industriale) e Veronica (laureata in scienze politiche), garantiranno la continuità aziendale.

Il Sassuolo, del resto, ha anche imparato a camminare con le proprie gambe. Il club è una società modello e nel corso degli anni, attraverso la valorizzazione del parco giocatori e una gestione virtuosa, è riuscito a creare un modello vincente e positivo per tutto il calcio tricolore. L’ultimo regalo di Giorgio Squinzi, nato con il cuore rossonero (era un grandissimo tifoso del Milan) ma che è diventato un simbolo neroverde.

April 16, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
Body

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Non è prerogativa esclusiva di Serie A, B o del calcio internazionale assistere alle grandi sfide calcistiche, quelle per le quali l'attesa e il fervore possono durare un anno intero. Di "derby calienti" la C è letteralmente colma e, qui di seguito, proponiamo una selezione delle sfide tra realtà separate da un fiume, da una manciata di chilometri da "cugini che si guardano in cagnesco", sempre restando tuttavia nel recinto della parabola sportiva. Sono sfide che riempiono ancora gli stadi e che fanno ancora divertire!

GIRONE A - PRO VERCELLI NOVARA

Separate dal fiume Sesia lungo il Piemonte Orientale, Vercelli e Novara hanno parecchi aspetti in comune: anzitutto Silvio Piola, che dà il nome agli stadi di entrambi i club, il cannoniere più prolifico della storia del calcio italiano, cresciuto tra le Bianche Casacche, squadra della sua città e congedatosi dal calcio dopo numerose stagioni all'ombra di San Gaudenzio, passando per Lazio e Juventus, oltreché campione del mondo con l'Italia nel 1938 con tanto di doppietta nella finale di Parigi contro l'Ungheria, vinta 4-2.

Entrambe le città sono circondate dalle risaie, le cui spighe producono i chicchi del riso più apprezzato al mondo per qualità e prelibatezza. Sono separate dal fiume Sesia, si diceva: Vercelli a ovest, Novara a est. A separare i due capoluoghi, appena 22 chilometri. Ma ci sono anche alcune differenze basilari: Vercelli rappresenta la storia del calcio italiano anche nel palmarès, con la bellezza di 7 scudetti, conquistati dai "Leoni" dalla Pro tra il 1908 e il 1922. Novara - 104mila residenti - ha più del doppio degli abitanti di Vercelli.

I primi "guardano in direzione Milano" e rimproverano agli eusebiani uno stile di vita, a loro dire, eccessivamente contadino. Ma le caratteristiche di questi due "biasimi", in questo senso, sono perfettamente vicendevoli. Le due città (in cui a zanzare e umidità si dà del tu ogni giorno) fanno parte del "Quadrilatero" storico del calcio piemontese (e, ai tempi, italiano) che vede come altri due vertici Alessandria (sempre in Serie C girone A) e Casale (oggi in D).

Il caso ha voluto che l'emergenza Covid-19 bloccasse il campionato proprio alla vigilia del duello di ritorno tra Bianchi e Azzurri, che si sarebbe dovuto giocare al "Piola" vercellese. Nella sfida di andata, curiosità, la Pro - allenata da Alberto Gilardino - si impose 1-0 con un gol giunto dopo appena 9 secondi di gioco grazie a un colpo di testa vincente di Gianmario Comi, figlio peraltro di Antonio Comi, ex giocatore e attuale direttore generale del Torino. Nell'attuale girone A di Serie C, un altro derby da tenere in seria considerazione è naturalmente quello tra Como e Lecco.

GIRONE B - L'EMILIA E LA ROMAGNA

Il derby Modena-Reggiana è anche denominato Derby del Secchia, dall'omonimo fiume che segna il confine tra la provincia di Modena e quella di Reggio Emilia. Anche questa storica rivalità è molto sentita dalle due tifoserie e dalle due città in qualsiasi ambito (le province sono confinanti e le città estremamente vicine). Le due tifoserie sono riuscite a riempire i rispettivi impianti anche l'anno scorso quando entrambi i club erano impegnati a togliersi dalle secche post fallimento della Serie D, categoria che certo non rappresenta al meglio la storicità di Modena e Reggiana (oggi Reggio Audace, che freme storicamente anche per il confronto col Parma).

Furono i granata ad aggiudicarsi - per 1-0 - il match disputato in trasferta al "Braglia" con rete dell'esperto attaccante Stefano Scappini.

D'accordo, di mezzo c'è anche il Ravenna, ma il derby più caldo della Romagna nel girone B dell'attuale Serie C, ci sentiamo di riservarlo a Cesena-Rimini. I primi si attribuiscono l'invenzione della piadina, i riminesi sostengono di farla più buona rimproverando ai cugini dell'entroterra l'eccessivo spessore nella consistenza. Una diatriba sfociata anche sugli strisconi da stadio.  Lo scorso 20 ottobre finì 1-1 allo stadio "Romeo Neri": botta e risposta Karlo Butic (su rigore)-Scott Arlotti.

GIRONE C - REGGINA-CATANZARO

C'è il Bari (un pesce fuor d'acqua a queste latitudini calcistiche) e le altre realtà pugliesi, c'è lo scontro caldissimo con l'Avellino, che proprio derby non è. C'è Avellino-Casertana e Cavese-Paganese per la Campania. Ma c'è, soprattutto, Reggina-Catanzaro, "U Classicu", come viene chiamato da quelle parti.

Formalmente il "Derby della Calabria" è quello che oppone i giallorossi al Cosenza (oggi in Serie B), ma altrettanto uniche sono le suggestioni che fornisce il confronto il capoluogo di regione e la città affacciata sullo Stretto. Per le scommesse e quote per il calcio già disputate le due "bollenti" partite stagionali, entrambe vinte 1-0 dalla Reggina schiacciasassi, primissima nel raggruppamento meridionale e destinata al ritorno in Serie B in attesa delle disposizioni della FIGC.

Una curiosità storica, tutta a favore del Catanzaro: i giallorossi vantano infatti la vittoria con maggiori reti di scarto: 5-0 in casa, il 29 marzo del 1953 nel campionato di Quarta serie.

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Ivan Benedetto, fotografo ufficiale della Pro Vercelli. 

April 16, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
Body

Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off


I social media sono una parte importante della vita di tutti i giorni. Non è diverso neanche per i giocatori di calcio più ricchi e famosi del mondo, che dedicano molto tempo alle dinamiche quotidiane di Facebook, Twitter e Instagram. Molti account sono gestiti da agenzie specializzate, altri dagli stessi campioni. Che si tratti di pubblicare le migliori battute sul calcio o un semplice selfie, i calciatori di fama internazionale attirano, naturalmente, molta attenzione su Internet.

I social media non costituiscono solo lo strumento per interagire con i fan, ma,davanti a questi numeri, sono la base per sponsorizzare aziende ed eventi! 

Con l'aiuto degli amici del blog inglese, abbiamo classificato i 10 calciatori (o ex) più seguiti in base alla fanbase, ovvero al risultato totale della somma delle tre principali piattaforme di social media. Ecco i calciatori più seguiti del pianeta. Primo denominatore comune per gli attenti appassionati di 888sport: hanno tutti giocato in Liga, tra Barcellona e Real Madrid!

 

Cristiano Ronaldo

Cristiano Ronaldo è assolutamente a miglia di distanza dagli altri con quasi 420 milioni di followers sui social media. L'attaccante della Juventus ha il sesto maggior numero di follower su Twitter e guida, incontrastato, le pagine di Instagram e Facebook. I 122 milioni di Mi piace di Facebook di Ronaldo, vincitore anche della UEFA Nations League lo mettono a 20 milioni di vantaggio dagli inseguitori.

Fanbase: 418 milioni - + 52 milioni da maggio 2019, stabile al primo posto della classifica.

Neymar

Il Brasile ha una popolazione di oltre 200 milioni. Barcellona è uno dei club più grandi del mondo. L'importanza del Paris Saint Germain sul panorama internazionale sta crescendo. È un cocktail per un vasto seguito di social media, che pone Neymar davanti a Lionel Messi in questa lista. Neymar ha ben 137 milioni di followers su Instagram!

Fanbase: 243 milioni + 23 milioni da maggio 2019, conferma del secondo posto.

Neymar con la maglia del PSG!

Lionel Messi

Considerato il più calciatore in attività, Leo è lontanissimo dal re dei social media, a quasi 200 milioni di distanza del suo rivale di lunga data Cristiano Ronaldo.

Messi è riservato: la sua attività sui social media lo dimostra. Ha 90 milioni di Mi piace su Facebook.

Fanbase: 237 milioni + 28 milioni da maggio 2019, sempre terzo gradino del podio.

 

David Beckham

La prima delle due leggende del calcio in pensione in questa lista, la fama di David Beckham oscura la sua carriera in campo. Ora proprietario di un franchising MLS, Beckham ha un alto profilo negli Stati Uniti e in Europa dopo una infinità di incantesimi tra Manchester, Madrid e Milano.

Beckham era un marchio ancor prima dell'era dei social media. Sarebbe, probabilmente, in cima a questa lista se Facebook, Twitter e Instagram esistessero dai primi anni del duemila.

Fanbase: 113 milioni.

 

Ronaldinho

Pochi potrebbero fare magie con un pallone da calcio come Ronaldinho. L'ex vincitore del Pallone d'Oro è stato universalmente amato per tutta la sua carriera, giocando con gioia e tormentando le strategie difensive degli allenatori di mezzo mondo.

Il gioco di gambe di Ronaldinho è ancora virale ad oggi. È impegnato naturalmente sui social media, raccogliendo oltre 2.000 post di Instagram per i suoi 52 milioni di follower. Le immagini dei suoi assist per i... "compagni di squadra" in Paraguay hanno fatto il giro del mondo!

Fanbase: 105 milioni.

 

James Rodriguez

James Rodriguez è diventato famoso ai Mondiali del 2014, con quella meravigliosa doppietta realizzata al Maraca contro la sempre ostica Uruguay. Dopo esser stato nominato miglior giocatore del mondiale brasiliano, i suoi social hanno avuto un netto aumento, e, successivamente, vestire le maglie di Real Madrid e il Bayern Monaco non può che aver agevolato una crescita costante.

James ha 31 milioni di Mi piace su Facebook e oltre 45 milioni di follower su Instagram.

Fanbase: 95 milioni, + 3 milioni da maggio 2019, si mantiene al quarto posto tra i calciatori in attività.

 

Gareth Bale

Pur non essendo sempre una figura popolare al Santiago Bernabeu, Gareth Bale ha trascorso diversi anni nella capitale spagnola ed è stato in prima linea nella gloria europea, con ben tre gol decisivi in due diverse finali di Champions!!!

L'essere decisivo contro Atletico e Liverpool è una combinazione per accumulare decine di milioni di followers sui social media, ancor di più per gli amanti della Premier League che lo ricordano scorrazzare sulla fascia degli Spurs!

Come la maggior parte di questo elenco, la fetta più grande dei followers di Bale proviene da Instagram. Oltre la metà (43 milioni) dei suoi 88 milioni in totale sono su Insta, dove ha pubblicato 877 volte tra cui una recentestoria nella quale si dimostra grande golfista...

Fanbase: 88 milioni, + 2 milioni da maggio 2019, sempre quinto tra i campioni del calcio.

 

Andres Iniesta

Il primo spagnolo in questa lista, il seguito di Andres Iniesta è stato potenziato dal suo incantesimo in Giappone. Iniesta è forse il più grande centrocampista del calcio moderno; decisivo nella World Cup 2010, ha giocato nella migliore squadra di club di tutti i tempi.

La sua visione di gioco è stata avvicinata solo da Andrea Pirlo.

Fanbase: 85 milioni, non era neanche tra i primi 20 la scorsa stagione!

Il Mago Iniesta contro il suo Barcellona!

Sergio Ramos

Ha vinto, da capitano ed assoluto protagonista, tutto quello che c'era da vincere in campo! Sergio Ramos, oltre una serie infinita di trofei con il Real e con la Spagna, ha raccolto anche quasi 80 milioni di followers sui social media.

Il marcatore del gol del pari nella finale della Decima è più popolare su Instagram con oltre 38 milioni di followers e quasi 1.800 post. È il più utilizzato dei suoi tre account, compresa una buona porzione di selfie.

Fanbase: 78 milioni, + 6,5 milioni da maggio 2019, ma cede il passo all'eterno rivale Iniesta.

 

Mesut Ozil

Con oltre 20 milioni di follower su Instagram e Twitter (e oltre 30 milioni su Facebook), Mesut Ozil si inserisce al numero 10 in questo elenco. Un assist al bacio di sinistro nel Real Madrid garantiva un enorme seguito da parte dei social media, e Ozil conquista anche i tifosi dei Gunners e quelli dell'intera Germania nella notte di Rio!

Fanbase: 77 milioni - + 2 milioni da maggio 2019, cede un paio di posizioni, ma della Premier rimane il più seguito.

 

*Si ringrazia Sam Cox per la ricerca dei dati complessivi; gli stessi sono aggiornati al 14 aprile 2020. Le immagini, tutte distribuite da AP Photo, sono state scattate in ordine di pubblicazione da Antonio Calanni, Francois Mori e Eugene Hoshiko.

April 15, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
Body

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Il modello dell’allenatore-manager all’inglese, quello reso famoso – per capirci – da Ferguson al Manchester United e Wenger all’Arsenal, è possibile importarlo in Italia? Parliamo del tecnico che oltre a dirigere la squadra sul campo si occupa direttamente anche di mercato, una specie di direttore sportivo in panchina. È la scommessa – davvero intrigante – che è pronto a fare il Milan di Elliott.

L’ad Gazidis ha scelto Ralf Rangnick per la prossima stagione: niente di ufficiale, ma i contatti vanno avanti da tempo e il club rossonero punta sull’allenatore-manager (appunto) tedesco per il dopo-Pioli.

A meno di colpi di scena, Rangnick firmerà un triennale e inizierà la sua avventura con la società portata in cima al mondo dal suo tecnico preferito, Arrigo Sacchi. Solo che il guru rossonero ed ex ct azzurro era un allenatore-allenatore, viveva di tattica e schemi ripetuti ossessivamente, mentre il “professore” (come lo chiamano) tedesco è un allenatore con esperienze concrete da direttore sportivo: dal 2012 al 2015 è stato il ds addirittura di due squadre, il Salisburgo e il Lipsia, entrambe del Gruppo Red Bull, prima di tornare in panchina (quella del Lipsia).

Insomma Rangnick è abituato a costruirsele da solo le squadre, scegliendo giocatori e portando avanti trattative. Tra scoperte e intuizioni di mercato, il 61enne tedesco ha portato nei suoi club talenti come Luiz Gustavo, Firmino, Mané, il Keita ora al Liverpool, Demme, Minamino e Werner, il giovane centravanti del Lipsia pagato 10 milioni che ora vorrebbe con sé al Milan. Anche perché è difficile immaginare una convivenza tra un tipo come Rangnick, cultore del calcio totale, e quel meraviglioso egocentrico di Ibrahimovic: sarebbero scintille quotidiane. A meno che i due non trovino un compromesso, come accadde all’epoca del Grande Milan tra Sacchi e Van Basten.

IL PRECEDENTE DEL MANCIO

L’esperimento di Elliott si annuncia interessante e ha un precedente illustre dall’altra parte di Milano: sia Mancini che Mourinho sono stati due tecnici in grado di indirizzare concretamente le mosse di mercato, da veri direttori sportivi. Il Mancio aveva iniziato già nell’estate ’99 alla Lazio, quando era incerto se continuare a giocare, come avrebbe poi fatto vincendo lo scudetto 2000, o intraprendere una carriera diversa, da allenatore o appunto direttore sportivo.

Quell’estate Cragnotti gli diede la possibilità di misurarsi come dirigente e lui subito ebbe l’intuizione Simone Inzaghi, portato alla Lazio dal Piacenza. Soprattutto, convinse Cragnotti a cambiare la contropartita proposta da Moratti per avere Vieri: l’Inter, oltre ai soldi, offriva Paulo Sousa, mentre Mancini consigliò al presidente biancoceleste di farsi dare Simeone. Mossa vincente, visto che il Cholo fu decisivo per il trionfo della Lazio nel campionato successivo.

Famose sono diventate le telefonate di Mancini per convincere giocatori a trasferirsi nelle sue squadre. Il Manchester City lo costruì praticamente tutto così, chiamando i vari David Silva, Balotelli e Yaya Touré. Lo stesso era successo in precedenza all’Inter: nel 2006 convinse gli juventini Ibrahimovic e Vieira a passare in nerazzurro, dove i due furono decisivi per gli scudetti vinti nell’era post Calciopoli. Stesso discorso per Cambiasso, soffiato a parametro zero al Real Madrid grazie anche alla mediazione dell’agente Ernesto Bronzetti. E nella parentesi allo Zenit, Mancini aveva concluso l’affare con la Roma per il difensore Manolas: poi saltò tutto perché il greco non accettò il pagamento in rubli.

Anche Mourinho utilizza il suo carisma per concludere operazioni di mercato a favore della squadra che allena. Nonostante il portoghese faccia parte del gruppo di allenatori capaci di far rendere al massimo il materiale umano che ha a disposizione, a prescindere da chi lo scelga, è ovvio che lui preferisca guidare giocatori a lui graditi per caratteristiche tecniche e di personalità.

Successe così, nella stagione dell'imprevedibile, anche per le scommesse calcio, Triplete sulla panchina dell’Inter, con il difensore Lucio (anche se Mou aveva inizialmente puntato su Ricardo Carvalho, bloccato dal Chelsea), il trequartista Sneijder e il fuoriclasse Eto’o: tutti convinti dallo Special One. Dopo di lui, all’Inter, un allenatore-manager fu Leonardo, che nella sua carriera si è sempre alternato tra panchina e scrivania (ora infatti è il direttore sportivo del Paris Saint Germain, dopo essere stato uomo-mercato del Milan).

Lo stesso Antonio Conte è abituato a spingere in maniera quasi ossessiva per avere un certo calciatore: si è visto con Lukaku, vanamente corteggiato ai tempi del Chelsea e finalmente raggiunto all’Inter. Ma in nerazzurro le trattative le imposta il ds Ausilio e le conclude il dg Marotta.

NESSUNO COME LUI

Al Manchester United invece faceva tutto sir Alex Ferguson, capace di formare una squadra super con Cristiano Ronaldo e Rooney ma anche di sbagliare valutazioni, come accadde con il giovane Pogba lasciato andare alla Juve gratis (e poi riacquistato con 105 milioni…). Il saldo però per lui e Wenger, per anni allenatore-manager dell’Arsenal, resta decisamente in attivo. Il loro modo di operare in campo e sul mercato ha influenzato generazioni di allenatori (Pellegrini, Pochettino, Emery e Brendan Rodgers, tra gli altri) che però non avevano e non hanno il loro carisma per eccellere in entrambi gli aspetti.

Gli unici degni eredi dei due maestri, perfino con caratteristiche manageriali e soprattutto di gioco decisamente più moderne, sono quei fenomeni di Guardiola e Klopp. E Rangnick? Gazidis è convinto che l’allenatore-manager tedesco abbia le qualità adatte per svolgere entrambi i compiti al meglio in un club da ricostruire come il Milan, nonostante l’inevitabile pressione che dovrà gestire dopo anni di fallimenti rossoneri. Per capire se si tratti di una scommessa vincente, bisognerà aspettare la prossima stagione: la curiosità è tanta, anche perché Rangnick è davvero un personaggio speciale. 

 

*La foto di apertura dell'articolo è di Martin Meissner (AP Photo).

April 15, 2020

Di Giulio Cardone

Giulio
Body

Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

Giulio Cardone
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Doveva partire proprio da Roma l’edizione di Euro 2020, rinviata al prossimo anno, e proprio dalla sponda romanista della Capitale, un blocco tutto romanista sarebbe partito all’assalto della massima competizione continentale per le Nazionali. Appuntamento solo rinviato di dodici mesi per l’Italia di Roberto Mancini, che ha un presente ed un futuro con non poche tinte giallorosse.

Il feeling tra la Nazionale e la Roma è stato sempre particolare negli anni.Tanti calciatori della Lupa, infatti, hanno vinto e scritto la storia con la maglia azzurra. In totale ottantuno calciatori giallorossi hanno vestito contestualmente questa casacca. Molti di questi sono stati protagonisti di grandi vittorie dell’Italia.

Come non citare il trio Totti - De Rossi - Perrotta della Nazionale che ci ha portato al trionfo di Berlino nel Mondiale del 2006. Un apporto non di poco conto da parte dei tre calciatori giallorossi, in particolare dei primi due che hanno costruito un’intera carriera alla ‘Magica’.

O basti pensare all’irresistibile Bruno Conti, uno dei grandi protagonisti del Mondiale di Spagna ‘82. Fu in quell’occasione che si guadagnò l’appellativo di MaraZico, grazie a prestazioni che lo incoronarono come uno dei migliori giocatori dell’edizione iberica dei campionati Mondiali.

Ben quattro invece i romanisti presenti nella lista dei convocati del CT Vittorio Pozzo nel Mondiale del 1938: Aldo Donati, Eraldo Monzeglio, Piero Serantoni e Guido Masetti. Quest’ultimo era presente anche nell’Italia che quattro anni prima vinse la Coppa del Mondo giocata proprio in casa. Insieme a lui altri due calciatori della Roma: Attilio Ferraris ed Enrique Gauita.

IL BLOCCO DEL FUTURO

Ma se tanti sono i campioni che hanno scritto la storia nel passato, la tradizione non può che essere rispettata anche oggi. Facendo quindi un salto dal passato al presente e al futuro della rappresentativa azzurra, ci rendiamo conto, infatti, che la Roma continua a fornire tanti effettivi.

Partiamo da colui che era designato come il grande assente di Euro 2020 ma che, a questo punto, avrà tutto il tempo di rimettersi in carreggiata: parliamo ovviamente di Nicolò Zaniolo. L'ex primavera dell'Inter è il miglior prospetto del nostro calcio e non può che diventare una colonna portante del centrocampo della Nazionale. Già cinque presenze e due reti per il classe ‘99 che avrà un anno di tempo per mettere minuti nelle gambe e per mettersi alle spalle il tremendo infortunio al ginocchio.

Insieme a lui, non potrà mancare un altro centrocampista di una Roma che, dopo tanti anni, ha deciso di puntare finalmente sulla linea green ed italiana. Trattasi di Lorenzo Pellegrini, sul quale la società giallorossa (in attesa di scoprire ulteriori dettagli sul passaggio di proprietà) vuole puntare in maniera assoluta nel futuro prossimo. Il rinnovo dell’ex Sassuolo, infatti, è ritenuto una priorità in quel di Trigoria e l’accordo, nonostante i tira e molla del caso, ha un esito tendente alla fumata bianca.

Per il vice capitano della squadra di Paulo Fonseca è pronto anche un futuro in pianta stabile nel progetto azzurro di Roberto Mancini. A tal proposito si contano già dodici presenze condite da un gol messo a segno in Armenia - Italia dello scorso 5 settembre.

Altro centrocampista nel giro della Nazionale è Bryan Cristante. La concorrenza a Coverciano, per lui, è spietata, compresi i compagni di squadra, ma l’ex Milan ha tutte le carte in regola per conquistarsi quantomeno un posto nei fatidici ventitre. Per lui, ad oggi, sono sette le presenze totali.

Dal centrocampo alla difesa, dove spicca il nome del difensore Gianluca Mancini. Il calciatore, nativo di Pontedera, arrivato nella Capitale durante la scorsa estate, si candida ad essere uno dei protagonisti della ‘nuova difesa’ che dovrà raccogliere la pesante eredità della coppia Bonucci - Chiellini. Tre le presenze, fino ad ora, per il centrale ex Atalanta che, per un tecnico che deve gestire 7 partite in 5 settimane, ha il vantaggio della duttilità tattica. Un patrimonio che la Roma in primis cercherà di coltivare e tutelare da tentazioni italiane ed estere, immancabili per calciatori dai prospetti interessanti quali i quattro succitati.

Gianluca Mancini, difensore della Roma e dell'Italia!

Una politica che potrebbe vedere proprio nella Nazionale Azzurra la principale beneficiaria, in un periodo in cui spesso ci si è interrogati sull’indolenza dei club di Serie A nei confronti dei giovani nostrani. Ma il tempo e la filosofia, almeno in casa Roma, sembrano essere mutati. E ciò non può che essere un bene per la A stessa e per l’intero movimento calcistico nazionale.

*Il testo è stato curato dalla redazione de Le Bombe Di Vlad, le immagini sono di Hakob Berberyan e Francisco Seco, entrambe distribuite da AP Photo.

April 15, 2020

Di 888sport

888sport
Body

The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

888sport
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

La storia dello sport è ricca di atleti che hanno gareggiato e vinto in più di una disciplina: a volte si è trattato di specialità affini tra loro, come automobilismo e motociclismo o nuoto e pallanuoto; in altri casi, i polivalenti si sono distinti in sport completamente diversi. 

Sul blog di 888sport abbiamo scelto di raccontarvi le 10 storie più interessanti e affascinanti di atleti che non si sono accontentati di misurarsi e vincere in un solo sport.

Jaroslav Drobny 

Definirlo giramondo è un eufemismo. Nato nel 1921 a Praga, nel 1947 conquista il titolo mondiale dell’hockey su ghiaccio con la nazionale dell’allora Cecoslovacchia e la medaglia d’argento alle Olimpiadi invernali di St. Moritz nel 1948, prima di lasciare da disertore il paese natale nell’anno successivo, a seguito del colpo di stato. Persa la cittadinanza, gira il mondo con una racchetta da tennis, da apolide prima che l’Egitto gli conceda un passaporto.

Vince per tre volte gli Internazionali d’Italia tra il 1950 e il 1953, gli Internazionali di Francia per due volte nel 1952 e nel 1953, prima di aggiudicarsi Wimbledon nel 1954, primo atleta di cittadinanza africana a vincere sull’erba londinese. In quello stesso anno, Lance Tingay del Daily Telegraph lo pone al numero uno del ranking mondiale. 

Cesare Rubini

È uno dei pochissimi atleti al mondo inseriti nelle Hall of Fame di due sport differenti, campione di pallacanestro e pallanuoto. Nato a Trieste nel 1923, a cavallo tra il 1945 e i 1957 raccoglie successi in entrambe le discipline, conquistando l’argento con l’Italia agli Europei in Svizzera ne 1946 e sei scudetti con la canottiera dell’Olimpia Milano nel basket, l’oro olimpico a Londra nel 1948, il bronzo a Helsinki nel 1952 oltre a un oro e un bronzo con la nazionale in campo europeo e sei titoli nazionali nella pallanuoto.

Come allenatore dell’Olimpia Milano conquista una Coppa dei Campioni e due Coppe delle Coppe.

Gene Conley

Non solo Micheal Jordan! Molti, infatti, sono gli sportivi statunitensi che nella loro carriera si sono cimentati nel basket e nel baseball. Gene Conley è una delle uniche due persone nella storia (insieme a Otto Graham) in grado di vincere il campionato in due dei quattro principali sport americani, conquistando le World Series MLB di baseball con i Milwaukee Braves nel 1957 e tre titoli NBA nel basket con i Boston Celtics tra il 1959 e il 1961.

Manuel Estiarte

Da molti è considerato il Maradona della pallanuoto, capace di dominare la scena mondiale per oltre un ventennio nella disciplina, con le squadre di club e con la nazionale spagnola, con cui ha disputato 578 incontri a cavallo tra il 1977 e il 2000. Per dare un’idea del suo personale palmares, limitandoci solamente agli allori conquistati con la nazionale, Estiarte ha collezionato un oro e un argento olimpico, un oro e due argenti mondiali, tre bronzi europei.

Una rete di Estiarte alla Croazia!

Dopo essersi tolto qualsiasi soddisfazione possibile in vasca, ha collaborato con il CIO, prima di tentare l’avventura nel mondo del calcio: nel 2008, infatti, l’amico Pep Guardiola lo sceglie come suo assistente al Barcellona. Da allora, Estiarte ha seguito il tecnico catalano al Bayern Monaco e al Manchester City.

Alex Zanardi

Zanardi è il simbolo di chi non molla mai, di chi non si arrende di fronte alle dure prove a cui la vita ci mette di fronte. Appassionato di motori sin da bambino, tra il 1991 e il 1994 guida in Formula 1 con Jordan, Minardi e Lotus, prima di tentare l’avventura americana nella Formula Indy, laureandosi campione nel 1997 e nel 1998. Le vittorie negli USA gli valgono un ingaggio da parte della Williams in Formula 1 per la stagione 1999. Nel 2001, il ritorno al campionato CART (nuova denominazione della Formula Indy) nel circuito europeo e il gravissimo incidente del 15 settembre, a seguito del quale gli vengono amputati entrambi gli arti inferiori.

Alex mostra una tempra e una determinazione fuori dal comune che lo portano, nel 2005, a tornare in pista alla guida di una BMW nel Mondiale Turismo. Dopo l'incidente del Lausitzring, Zanardi ha iniziato a partecipare a varie manifestazioni sportive per atleti diversamente abili, prendendo parte anche alla maratona di New York nel 2007 dove coglie un sorprendente quarto posto. La sua nuova specialità, però, diventa il paraciclismo, dove gareggia in handbike nelle categorie H4 e successivamente H5. Dal 2011 mette in fila quattro ori e due argenti olimpici, con ben dodici medaglie del metallo più prezioso nei Mondiali su strada. Qualcosa più di un esempio da seguire.

Maria Canins

Nata in Val Badia nel 1949, tra il 1969 e il 1983 ha primeggiato nello sci di fondo, conquistando quindici titoli italiano e diventando la prima italiana a vincere la Vasaloppet, in Svezia. La bicicletta era stata il suo metodo preferito di allenamento estivo per il fondo dal 1975 prima di dedicarsi al ciclismo come disciplina agonistica, stupendo per la rapidità dei risultati ottenuti.

Nonostante un esordio da professionista all’età di 32 anni, Maria ha conquistato due Tour de France e la prima edizione del Giro d’Italia femminile nel 1988; ai Mondiali su strada si è aggiudicata due bronzi e due argenti individuali, oltre a un oro e un argento a squadre. Soprannominata la “mamma volante”, ha tentato anche la strada della mountain bike, vincendo due tappe di coppa del mondo nel cross country.

Nasser Al-Attiyah

Eclettico è l’aggettivo che più si addice al qatariota Nasser Al-Attiyah. Ha partecipato a cinque edizioni consecutive dei Giochi olimpici nel tiro a volo, specialità skeet, da Atlanta 1996 a Londra 2012, aggiudicandosi in quest’ultima occasione la medaglia di bronzo, la terza in assoluto per il suo paese nella storia delle Olimpiadi. Un anno prima del bronzo olimpico, Nasser Al-Attiyah ha vinto il Rally Dakar per auto, disputatosi tra Argentina e Cile, a bordo di una Volkswagen, precedendo una leggenda del rally mondiale come Carlos Sainz. Si è ripetuto anche nel 2015 e nel 2019.

Luigi Burlando

Di lui il famoso giornalista genovese e genoano Aldo Merlo scrisse: “Forse l'unico personaggio sportivo effettivamente decoubertiniano. Ed aveva vinto tutte le sue battaglie”; nato sotto la Lanterna nel 1889, Luigi Burlando, infatti, è stato in grado di destreggiarsi con disinvoltura come calciatore, allenatore di calcio e pallanuotista. Sul rettangolo verde, ha conquistato due campionati con la maglia del Genoa e altrettanti titoli nazionali ha vinto con la calottina dell’Andrea Doria.

Ha partecipato alle Olimpiadi di Anversa nel 1920 sia con la nazionale di calcio che con quella della pallanuoto, entrando di diritto nella storia dello sport mondiale.

Ester Ledecka

La madre di Ester, Zuzana, è stata pattinatrice di figura, mentre il nonno Jan Klapáč è stato un hockeista vincitore di un argento olimpico a Grenoble nel 1968 e di un bronzo a Innsbruck nel 1964 con la Cecoslovacchia. La venticinquenne praghese Ester Ledecka ha raccolto l’eredità familiare, vincendo la medaglia d'oro nel supergigante di sci alpino e nello slalom gigante parallelo di snowboard ai Giochi olimpici di Pyeongchang 2018: è la prima donna nella storia delle Olimpiadi invernali capace di centrare un titolo in due diverse discipline, nella stessa edizione.

Ledecka è, inoltre, l'unica atleta ad aver ottenuto vittorie sia nella Coppa del Mondo di snowboard che in quella di sci alpino, riuscendo peraltro a vincere in entrambi i circuiti nel corso della stessa stagione (2019-2020).

Vsevolod Bobrov

Se per gli statunitensi è abbastanza classica l’accoppiata basket-baseball, all’epoca dell’Unione Sovietica in molti sono stati gli sportivi che si sono misurati, alcuni ottenendo importanti successi, nel calcio e nell’hockey su ghiaccio. Anche Lev Jascin, il portiere Pallone d’oro 1963, prima di iniziare la sua brillante carriera da calciatore, ha provato l’esperienza in porta sulla pista ghiacciata con la maglia della Dinamo Mosca, conquistando la Coppa sovietica nel 1953.

Vsevolod Michajlovič Bobrov, classe 1922, ha giocato in entrambe le discipline contemporaneamente, vincendo tre titoli sovietici nel calcio con la maglia del CDKA Mosca e sei nell’hockey su ghiaccio con due formazioni moscoviti. Bobrov ha vinto l’oro olimpico con l’URSS nell’hockey su ghiaccio a Cortina nel 1956.

*Le foto dell'articolo sono di Lionel Cironneau e Christof Stache, entrambe distribuite da AP Photo.

April 14, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
Body

Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off