Quali sono gli abbinamenti commerciali più riusciti per i miti dello sport? Mettiamo da parte, nella nostra analisi, le sponsorizzazioni tecniche con le multinazionali di abbigliamento, gli straordinari dei piloti in favore delle rispettive case madri ed il marchio della racchetta per i tennisti e lavoriamo un  po’ di fantasia.

Naturalmente, in tempi di The Last Dance non possiamo che iniziare da Michael Jordan, il GOAT del basket e non solo.

JORDAN/GATORADE - Ad agosto 1991, dopo il primo anello conquistato dominando i Lakers, Gatorade investe sul divino, già uomo immagine di 18 aziende tra le quali la lotteria dell’Illinois, l’equivalente di una fiches iniziale di due miliardi di lire; così, l’azienda, attualmente partner ufficiale della NBA prende, di fatto, il posto della Coca-Cola come drink del miglior giocatore di pallacanestro. La partnership continua a durare e tra gli spot più riusciti, non può che menzionarsi la sfida tra il giovane ed il “vecchio”... Mike!

SENNA/NACIONAL - Uno degli oggetti più iconici del circus della Formula 1 è il cappellino con il quale la leggenda Ayrton saliva sul podio, di solito sul gradino più alto...

Di colore blue royal, con la scritta Nacional in bella evidenza, il boné, come dicono da quelle parti è ancora vendutissimo in Sud America. Nacional era una banca brasiliana che ha accompagnato per due lustri, anche sul famosissimo casco giallo, la carriera del talento paulistano a partire dal 1984.
Oggi, anche attraverso il ricavato legato al personaggio di fumetti Senninha, la fondazione guidata dalla sorella Vivienne aiuta migliaia di bambini a studiare!

MARADONA/ANTARCTICA - Tra i tanti marchi sponsorizzati durante e dopo la carriera da Diego Armando Maradona, scegliamo la pubblicità più simpatica e stravagante, molto in linea, naturalmente, con il calciatore più forte di tutti i tempi!

Siamo alla vigilia dei Mondiali in Germania del 2006, il Brasile, campione in carica, è il grande favorito per il sesto titolo per le scommesse sportive. Lo spot, elaborato dal famosissimo creativo Ricard Braga, parte con lo starting eleven carioca in campo a cantare l’inno nazionale: la telecamera passa su Ronaldo il fenomeno, poi Kakà e si ferma su... Diego, con la camisa della Selecao! Nel frame successivo, l’idolo di Napoli si risveglia nel suo letto ed attribuisce alla quantità di lattine di Guaranà bevute la responsabilità dell’incubo!

 

FEDERER-TOMBA/BARILLA - Re Roger è riuscito nell’impresa più unica che rara a continuare a dare visibilità mondiale ad un marchio di abbigliamento sportivo, praticamente come unico testimonial! Significativa la durata dell’accordo che andrà ben oltre il giorno nel quale Federer, provocando un dispiacere ai fedeli tifosi, lascerà il campo. Per anni il talento svizzero è stato lo sportivo più pagato per gli accordi commerciali. Nell’abbinamento con prodotti extra tennis, riuscitissima è la pubblicità con Barilla: si parla di un investimento per l’azienda italiana di quaranta milioni di dollari in 5 anni!

A proposito di Italia e Barilla, un altro testimonial di grandissimo impatto è stato Tomba: in un’ambientazione che non ha nulla ad invidiare al laboratorio di Westworld (e siamo ancora nel 1995...) l’Albertone Nazionale ha bisogno di una forchettata di fusilli per rispondere alle sollecitazioni degli scienziati!

Se l’accordo tra Valentino e Fastweb è stato forse il più remunerativo per uno sportivo italiano, chiudiamo con una finestra sul calcio della A. Senza tornare indietro negli anni alle sponsorizzazioni di Antognoni e Paolo Rossi, due apripista, in un’epoca nella quale avere una consolle dentro casa non era di certo una priorità, per gli spot televisivi su scala nazionale sono stati Walter Zenga, Roberto Mancini e Gigi Lentini nella pubblicità di Sega!


*L'immagine di apertura dell'articolo è di Mark Elias (AP Photo).

 
May 9, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Riparte la Bundesliga, un campionato aperto, divertente, non più solo Bayerncentrico, con tanti calciatori top, seppur giovanissimi ed altri, come Leroy Sané, pronti a tornare... alla base! Si segna tanto in Germania (quasi il 67% di Over 2.5) e le squadre in lotta per il titolo hanno una media superiore a 2,5 reti realizzate ad incontro. Ricordiamo che il campionato si sviluppa, a differenza della altre leghe principali europee, su 34 turni.

DOVE ERAVAMO RIMASTI

L’equilibrio ha regnato nelle prime 25 giornate della Bundes 2019/2020: anche il Bayern, alla ricerca dell’ottavo titolo consecutivo non ha dominato la stagione, anzi ha raggiunto la vetta della classifica solo il 3 febbraio con la vittoria esterna 1-3 sul campo del Mainz, mentre il Lipsia, non più una sorpresa come testimonia lo splendido cammino in Champions, non andava oltre l’1-1 interno con il il Borussia Moenchengladbach.

Certo, la lotta a tre per la Meisterschale ci terrà incollati a Sky Football fino al 27 giugno, ma ci sono altri spunti di grandissimo interesse sportivo per le 9 giornate che mancano al termine della stagione, oltre alle semifinali di Coppa e la finale della Coppa, DFB Pokal, con la sorpresissima Saarbrucken ancora in gara! Andiamo con ordine.

Il Bayern ha esordito in campionato con un deludente 2-2 in casa contro l’Herta: sulla panchina dei padroni di casa in quel fresco pomeriggio di metà agosto all'Allianz Arena di Monaco di Baviera sedeva Nico Kovac: il tecnico croato, ad inizio novembre, è stato sostituito da Hans-Dieter Flick, dopo la rovinosa caduta (5-1) di Francoforte.

Uno spettacolare gesto tecnico in Bundes!

Quella che doveva essere una scelta temporanea, in vista di un successivo accordo con un tecnico di respiro internazionale (i nomi erano, in quel momento, quelli di Mourinho, non ancora al Tottenham e di Allegri che proprio contro il Bayern, probabilmente, ha vissuto l’eliminazione più dolorosa della sua carriera, per certi versi più di quella di Madrid) si è rivelata una strada percorribile anche per il futuro: l’ex centrocampista di Bayern e Colonia ha proseguito nel filotto di vittorie in Champions ed ha avuto continuità di risultati in campionato.

La bontà del lavoro svolto e la serenità ritrovata a Säbener Straße hanno garantito a Flick il rinnovo del contratto sino al 2023! Per gli amanti del calcio tedesco, è doveroso ricordare come proprio nella settimana che precede la riapertura del campionato tedesco sia arrivata la notizia che dal 1 luglio 2020 nello staff tecnico bavarese avrà un ruolo anche Miro Klose: il campione di Opole non avrà difficoltà ad integrarsi in quella che è, di fatto, la sua seconda casa e continuerà a brillare come esempio per la batteria di talentuosi attaccanti del club di Rumenigge!

Il Lipsia di Nagelsmann - La prima parte di stagione ha ribadito la credibilità del progetto calcistico Red Bull. Dopo il terzo posto della scorsa stagione, il Lipsia è cresciuto ulteriormente nel rendimento, in Germania ed in Europa. Quando il pallone Adidas della Champions riprenderà a scorrere, i ragazzi di Julian Nagelsmann, miglior esponente della generazione dei c.d. laptop coach, ripartiranno dai quarti di finale, dopo aver annichilito il Tottenham con un devastante aggregate score di 4-0!

Il bomber del Lipsia!

Nel palinsesto di quote di 888sport.it per le scommesse Bundesliga rappresenta sempre un'opzione valida il gol di Timo Werner: il centravanti della Die Nationalelf ha timbrato già 27 volte fino al 10 marzo e sembra il più accreditato per far coppia con Lukaku a San Siro dalla prossima stagione!

Il fenomeno Haaland - La Bundes è stata travolta dall’arrivo dell'incredibile bomber norvegese Haaland: il figlio dell’ex centrocampista del Manchester City ha scelto il Dortmund ed tecnico svizzero Lucien Favre grazie ad un’operazione di mercato, ampiamente descritta con le cifre esatte sul nostro blog, gestita con la solita sapienza da Raiola. Il classe 2000 ha esordito ad Ausburg con una sensazionale tripletta, subentrando dalla panchina!

Al momento dello stop, nella classifica cannonieri guidata dal solito Lewa, Haaland, senza mai calciare con il suo sinistro dagli 11 metri, ha totalizzato 9 gol in soli 6 gare o frazioni di incontro, con una clamorosa media realizzativa di un gol ogni 40’ circa!

Racconteremo in un successivo articolo i talenti da seguire con più attenzione tra i calciatori meno noti, con i fari puntati, in particolare, sul funambolico Matheus Cunha, nuovo idolo della tifoseria dell'Hertha!

I big match - La partita di cartello al rientro sarà, in diretta su Sky, il derby della Ruhr Borussia Dortmund-Shalke: prima dell’interruzione, Marco Reus e compagni avevano conquistato 4 vittorie consecutive, superando il Lipsia e posizionandosi al secondo posto in classifica. Le ultime sei settimane di Bundes ci regaleranno altri incontri di assoluto spettacolo: nel turno successivo, spareggio per il quarto posto e relativo slot per la prossima Champions tra Borussia M. e Bayer Leverkusen.

Ancora, nell’infrasettimanale della ventottesima giornata, proprio a Dortmund sarà di scena il Bayern, per una sfida che varrà buona parte del titolo 2020 (si ricomincia, infatti, con i bavaresi solo a +4). Il calendario dei campioni in carica non è agevole: oltre al Westfalenstadion, dovranno far punti sui difficili campi di Leverkusen e Wolsburg.

*Le immagini della guida, tutte distribuite da AP Photo, sono, in ordine di pubblicazione, di Martin Meissner, Matthias Schrader e Jens Meyer.

May 8, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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E' entrato nel sistema della Football League - ovvero tra i club professionistici inglesi - per la prima volta nel 2007 e, da lì, non è più uscito. Una volta, nella stagione 2009-2010, ha perfino sfiorato la promozione in League One, la terza serie, ottenendo un miracoloso terzo posto, salvo poi essere eliminato ai playoff dal Dagenham & Redbridge.

La sfida con il Chelsea in FA Cup

La working-class football

Un modo diverso di fare calcio

La proprietà del Morecambe

Ha superato passaggi di proprietà e inevitabili difficoltà economiche, ma oggi il Morecambe è diventato il club "modello" per eccellenza del calcio d'oltremanica, come testimonia anche la bella figura in FA Cup!

Fino al destro da fuori di Mason Mount ed al tap-in nell'area piccola di Timo Werner sul colpo di testa Kai Havertz, i ragazzi avevano retto bene anche nel terzo turno contro il Chelsea!

Siamo sulle coste dell'omonima baia (la Morecambe bay) nel Lancashire, dalle parti di Blackpool, Fleetwood, Lancaster: 45mila abitanti sferzati dal vento costante e ammaliati dal canto dei gabbiani. Parliamo di nordovest, working-class football, marinai storicamente in partenza: l'idea delle caramelle "Fisherman's Friend" è nata lungo queste coste... Ed è un anno importante, il 2020, per il Morecambe Football Club, perché quello del centenario dalla fondazione, avvenuta nel 1920 al West View Hotel.

Un grosso gambero come simbolo: la rosa degli "Shrimps" è quella con gli stipendi più bassi del calcio professionistico inglese. La media si attesta al di sotto delle mille sterline settimanali. La "media", è giusto specificarlo: in organico ci sono, infatti, gli esperti Steven Old (ex nazionale neozelandese) e Kevin Ellison, attaccante classe 1979, vera e propria istituzione delle "lower leagues" della Perfida Albione.

UN MODO DIVERSO DI FARE CALCIO

Fino allo scorso novembre, poi, i rossoneri del Lancashire detenevano un altro primato: essere guidati dal manager più "longevo" della Football League. Stiamo parlando di Jim Bentley, in carica dal 2011, divenuto una vera istituzione, un po' sulla scorta - con le debite proporzioni - di sir Alex Ferguson al Manchester United e Arsène Wenger con l'Arsenal. Proprio questo spunto, all'inizio della stagione attualmente sospesa, attirò i media da tutta la Gran Bretagna.

A novembre, però, si diceva, Bentley considerò il rapporto professionale con gli Shrimps ormai logoro, accettando l'offerta del Fylde, senza allontanarsi più di tanto da casa, scendendo però di una categoria, tra i dilettanti. A ottobre, prima di andarsene, Bentley, quando era ancora alla guida del Morecambe, espresse concetti particolarmente interessanti: "In otto anni non ho mai speso un soldo per il cartellino di un giocatore. A Morecambe sono arrivati sempre e solo giocatori svincolati, in prestito o promossi dal settore giovanile.

Qui, senza budget (e tra i rettangoli verdi universitari, presi in affitto per gli allenamenti, ndr), si deve sempre avere l'idea giusta, quella rivoluzionaria: è normale se devi affidarti al cosiddetto 'mercato degli scarti', di calciatori abbandonati dai club di appartenenza dopo un infortunio, a quelli bisognosi di essere rilanciati. Con loro, nonostante le premesse, siamo sempre riusciti a salvarci, comodamente o all'ultima giornata".

E la mentalità non è cambiata, nemmeno una volta assoldato il nuovo tecnico, lo scozzese Derek Adams, ricercato con "skills" particolarmente simili a quelle di Bentley: in 11 anni di carriera manageriale, solo due formazioni cambiate con 7 anni di militanza al Ross County e altri 4 alla guida del Plymouth Argyle, praticamente ai due capi opposti della Gran Bretagna.

In mano alla proprietà londinese "Bond Group" (che promuove servizi finanziari di medio cabotaggio), gli Shrimps - al momento della sospensione - viaggiavano a 32 punti al 22° posto, normalmente l'ultimo buono per salvarsi in League Two. Quest'anno, però, a seguito del fallimento del Bury in terza serie, retrocederà una sola squadra nella vecchia Conference. E il Morecambe può ritenersi al sicuro, distante 7 lunghezze dal Macclesfield Town penultimo e 10 dal fanalino Stevenage.

Un altro miracolo, quindi, è in dirittura di arrivo, anche per le quote scommesse calcio. I giocatori rossoneri meritano però un altro grande applauso. Perché? Hanno donato parte dei loro - modesti - stipendi per permettere ai lavoratori e magazzinieri del club di mantenere il 100% del salario mensile. Tra i tifosi, intanto, è partita un "crowdfunding del centenario" per riempire la Globe Arena (casa degli Shrimps dal 2010, dopo l'era al "Christie Park") nella prossima stagione e offrire l'ingresso gratuito a quanti più match possibili al personale ospedaliero. In segno di ringraziamento. Chapeau.   

*L'immagine dell'articolo è di Matt Dunham (AP Photo). Prima pubblicazione 7 maggio 2020.

January 10, 2021

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Ha ancora senso il doppio nel tennis? Questo articolo e l’intervista esclusiva che contiene partono proprio dalla domanda provocatoria lanciata da uno dei massimi esperti di tennis, come il giornalista Ubaldo Scannagatta su Ubitennis. Non so se esistano aforismi sul doppio, ma la sua essenza si potrebbe riassumere nel concetto di squadra applicato a uno sport individuale.

Il doppio è rapidità, strategia, velocità di esecuzione e tanto, tanto gioco di volo. La provocazione di Scannagatta nasce dalla constatazione che questa specialità è ormai in declino, dominata da tennisti non di primo piano, i quali, invece, la utilizzano più per arrotondare gli incassi delle loro vittorie in singolare che per dedizione e passione. 

A difesa della nobile specialità del doppio, ho chiamato Mara Santangelo, ex tennista classe 1981 originaria di Latina, che nella declinazione a coppie del suo sport ha vinto 23 titoli, ma soprattutto ha conquistato il Roland Garros nel 2007, insieme all’australiana Alicia Molik, prima italiana nella storia ad aggiudicarsi un titolo del Grande Slam. Tra i successi di Mara meritano una menzione speciale la Fed Cup del 2006 con la Nazionale italiana del capitano non giocatore Corrado Barazzutti e gli Internazionali d’Italia del 2007, nel doppio in coppia con la francese Nathalie Dechy

In carriera sei stata soprattutto un'eccellente doppista. Come si sceglie questa particolare specialità?
“Ho ottenuto indubbiamente grandi successi nel doppio. Un dolore al piede mi ha sempre dato qualche problema, durante tutta la mia carriera tennistica: il doppio è una specialità in cui si ha meno dispendio fisico e mi dava la possibilità di giocare più liberamente, senza sentire dolore, essendo gli spostamenti più ridotti rispetto al singolare.

Questo è il motivo per cui ho avuto risultati migliori. Oltretutto avevo delle prerogative tecniche che si adattavano bene al doppio: ero una giocatrice molto aggressiva e prediligevo venire a rete quanto prima dopo il servizio, seguendo il mio modello Martina Navratilova; essendo alta di statura, coprivo molto bene la rete, il che mi ha molto agevolato”.

Che differenze ci sono nello stile di gioco individuale tra il singolare e il doppio?
“Necessariamente, nel tennis di oggi, per essere forti e incisivi in doppio le caratteristiche più importanti sono: essere aggressive, giocare una buona volée, avere una visione del campo e del gioco. Quest’ultimo è  un aspetto che si deve assolutamente allenare per essere incisivi in questa specialità”. 

Segui i pronostici sul tennis di 888sport.it!

C'è l'impressione che i doppisti siano una sorta di figli di un dio minore del tennis. Tu hai provato questa sensazione? Come ti spieghi questa considerazione inferiore del doppio, soprattutto da un punto di vista mediatico?
“Non ho mai provato la sensazione di essere considerata meno giocando il doppio rispetto al singolo. Quando ho vinto gli Internazionali d’Italia e il Roland Garros c’era tanta risonanza mediatica intorno a questi risultati; forse ne avrei avuta di più se avessi vinto questi grandi tornei insieme a un’altra italiana: questo aiuta tantissimo. L’abbiamo visto quando Fognini e Bolelli hanno vinto gli Australian Open o Vinci ed Errani con i loro 5 successi nel Grande Slam in coppia, perché erano team tutti italiani.

Nel mio caso, a parte i successi con la Nazionale, ho avuto sempre al mio fianco giocatrici straniere. Il doppio, inoltre, è meno seguito a livello televisivo del singolare, ma da giocatore non lo percepisci perché è tanta la gioia di entrare dentro quel campo! Un altro bell’aspetto da non sottovalutare del doppio è quello di poter condividere le vittorie o le sconfitte con il tuo partner: giocare con una compagna, in uno sport individuale, mi ha aiutato e insegnato tantissimo”.

Come si fa a conciliare singolo e doppio nello stesso torneo? Se si va avanti in entrambe le specialità, si rischia di giocare ogni giorno. E la preparazione?
“Conciliare singolo e doppio non è sempre facile: infatti i giocatori più forti che puntano a vincere i tornei individuali solitamente non giocano il doppio e i migliori doppisti non eccellono nel singolare. Sono pochi quelli che si cimentano in entrambe le specialità, anche perché è molto, molto dispendioso: noi tenniste abbiamo una grande preparazione dietro le spalle e questo sicuramente ti aiuta”. 

Riprendendo quanto ha scritto Ubaldo Scannagatta, ti pongo la domanda diretta: ha ancora senso il doppio nel tennis, secondo te?
“Certo che ha senso giocare il doppio! Lo ha sia da giocatore, per migliorare tanti aspetti del tuo gioco che poi ti puoi riportare nel singolo, sia per il pubblico e per chi lo guarda in televisione perché è molto spettacolare. Da parte mia, quindi, evviva il doppio!”

Quali sono le tue partite che ricordi con più piacere?
“Sicuramente la vittoria in doppio al Roland Garros e il successo nella Fed Cup. La partita che vinsi in finale nel singolare fece da apripista per poi farci alzare la coppa al cielo: era la prima, storica, dell’Italia e non posso non portarla nel cuore”.

E quelle che ricordi con rammarico?
“Mi considero una persona positiva, non mi piace vedere le cose con un’ottica di rammarico. Forse, l’unica partita che ricordo con dispiacere, e ne parlo anche nel mio primo libro che si chiama Te lo prometto, è quella contro Serena Williams a Wimbledon. Nel libro parto proprio da quell’episodio: eravamo sul campo centrale, avevo vinto il primo set e stavo per mettere sotto nel punteggio anche nel secondo la numero uno del mondo, quando il piede ha iniziato a farmi male.

Devo dire che mi sarebbe piaciuto tanto (e questo è il rammarico) giocarmi quella partita alla pari, senza dover pensare  a questo maledetto dolore che, come ti dicevo, mi ha ostacolato in tutta la mia carriera”. 

Chi sono i tuoi doppisti preferiti di tutti i tempi, in campo maschile e femminile?
“Non posso non citare il mio mito, Martina Navratilova, e, nel tennis maschile, John McEnroe e Stefan Edberg che mi piaceva tantissimo. Parlando, invece, di oggi e degli anni in cui giocavo, tra le donne direi Alicia Molik, insieme alla quale ho vinto a Parigi, e un’altra australiana, Samantha Stosur; tra gli uomini, per me i fratelli Bryan sono davvero il top, anche perché molto spettacolari”.

*La foto di apertura dell'articolo è di Lionel Cironneau (AP Photo).

 
May 7, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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Sono passati oltre 40 anni dalla prima sponsorizzazione di maglia nel campionato di Serie A. Parliamo del Perugia calcio del presidente Franco D’Attoma, che, il 26 agosto del 1979, scese in campo (nel match di Coppa Italia che vedeva i “grifoni” opposti alla Roma) con uno sponsor commerciale, la pasta Ponte (in quel periodo di proprietà del gruppo Buitoni-Perugina), “mascherato” da sponsor tecnico. Da quella data storica abbiamo assistito ad una vera e propria “rivoluzione” nel segmento delle cosiddette jersey-sponsorship. 

La maglia da gara, che un tempo, secondo i parametri della Federcalcio (guidata nel 1979 dall’allora presidente Artemio Franchi), doveva essere totalmente pulita, con la possibilità di “sporcarla” riservata esclusivamente al fornitore del materiale tecnico, oggi si presenta come un vero e proprio “media” a disposizione delle aziende partner.

Non siamo ancora ai patchwork del futebol sudamericano, ma non si può più parlare di maglia pulita. Segno inequivocabile dei tempi, ma anche delle stringenti necessità commerciali dei singoli club.  

GLI SPAZI A DISPOSIZIONE  

Con spazi complessivi che raggiungono i 650 cmq nel caso della Serie A, 745 potenziali in Serie B o ancora 950 in Serie C (Lega Pro). Nella massima serie, oltre all’ormai popolare main sponsor, troviamo il second sponsor, lo sleeve (sponsor di manica) e il back sponsor (o partner retro maglia). 

La massima divisione è quella che, naturalmente, presenta le superfici più interessanti per gli sponsor commerciali. Sul fronte maglia infatti le società possono muoversi liberamente fino a 350 cmq (fino a 3 anni fa non si superavano i 250). Centimetri di visibilità assegnati o ad un solo partner commerciale o massimo a due (abitualmente 250 per il main e 100 per il second sponsor). Il back sponsor assorbe invece 200 cmq (il contratto più oneroso in “A” è quello che vede il marchio Hyundai legato alla Roma per 7 milioni di euro annui). Per lo sleeve sponsor infine la superficie totale è di 100 cmq. 

Sono diverse le società che hanno stretto partnership sfruttando al massimo la novità sponsorizzativa dello spazio sulla manica sinistra: nello specifico Fiorentina, Torino, Cagliari, Atalanta, Parma, Lecce e Spal. 

Analizzando poi la stagione in corso (2019/20) ben 6 club su 20 di “A” sono riusciti a sfruttare tutte le superfici disponibili (a norma di regolamento). E’ il caso della Fiorentina (in totale 4,25 milioni di euro), del Torino (4,2), del Cagliari (3,6), dell’Atalanta (3,45), Spal (1,0) e infine del Lecce (830 mila euro). 

L'ANALISI DELLE CIFRE

Più in generale la situazione del mercato delle sponsorizzazioni di maglia non è così florida come potrebbe apparire ad un occhio inesperto. Se è vero infatti, che, quest’anno, si è superato il tetto complessivo dei 135 milioni di euro, in crescita rispetto alla stagione precedente, la presenza di marchi internazionali è una caratteristica solo dei top club (in Serie A più dell’80% delle realtà partner è di matrice italiana). 

Siamo quindi poco attrattivi rispetto a ciò che avviene, ad esempio, in English Premier League (80% multinazionali e solo il 20% con base nel Regno Unito). 

Juventus e Inter sono i benchmark del mercato domestico, con “regional partnership” sviluppate anche all’estero. Il Milan, di proprietà del fondo Elliott, sfrutta ancora la scia di contratti firmati nell’era Galliani-Berlusconi. Roma e Lazio (anche se quest’ultima non presenta sulla divisa alcun marchio commerciale) stanno crescendo soprattutto nel settore delle attività corporate. In forte crescita, grazie alla lungimiranza della proprietà Percassi, è l’Atalanta, che può contare su un forte legame con il territorio. In totale, il club lombardo, sempre in zona Champions per i pronostici Serie A, vanta oltre 230 partnership all’interno di 21 diversi format commerciali. 

LE SPONSORIZZAZIONI IN B

In crescita anche il mercato della “cadetteria”. In Serie B alcuni club, dopo una prima esperienza di sponsorship degli shorts (sui pantaloncini gara si arriva a superfici espositive pari a 75 cmq), stanno testando la visibilità dei “calzettoni” (140 cmq). Nella stagione in corso è successo al Chievo Verona, al Trapani, al Perugia, al Pisa (come da immagine gentilmente concessa dalla società toscana), al Venezia, al Pescara ed infine alla Salernitana. Il prossimo anno questa tipologia di contratto sarà “centralizzato” da parte della LNPB, così come avviene da due stagioni per lo “sleeve”. 

I calzettoni sponsorizzati del Pisa!

Sulle divise delle 2a divisione lo spazio complessivo (se parliamo di “fronte maglia”) è è di 250 cmq (normalmente il main occupa 200 cmq e il second sponsor i restanti 50). Per lo sleeve invece non si possono superare gli 80 cmq. Il retro partner, infine, è nell’ordine dei 200 cmq. Per un totale di 745 cmq. 

In sintesi Benevento, Cremonese, Empoli e Frosinone sono i club che hanno saputo sfruttare, nel modo migliore, le opportunità sponsorizzative, coniugando investimenti di aziende di “proprietà” (ovvero collegate alla figura imprenditoriale del presidente) alla ricerca diretta di aziende sul mercato. In media, le maglie della “cadetteria” presentano valori complessivi vicini ai 400 mila euro (mentre le 4 realtà succitate  si muovono tra i 550 ed i 750 mila euro). 

Nonostante l’evoluzione in atto è difficile, però, immaginare nuovi sviluppi sulle superfici delle divise. Non vedremo pertanto mai maglie-patchwork come nel calcio sudamericano.

*Il testo dell'articolo è stato redatto da Marcel Vulpis, direttore di Sport Economy; l'immagine di apertura è di Gregorio Borgia (AP Photo).

May 7, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Vincente, di nome e di fatto. Se la Coppa del Mondo 2018 l’avesse sollevata il Belgio, sarebbe stato il giusto premio alla carriera di Vincent Kompany, uno che dovunque è andato ha portato a casa un trofeo. Sembra semplice, avendo giocato solamente con tre squadre, due delle quali sono Anderlecht e Manchester City. Ma, soprattutto negli ultimi decenni, portare l’Amburgo alla vittoria è abbastanza complicato, anche se si parla di una Coppa Intertoto.

La bacheca del belga parla comunque chiaro: due Pro League con l’Anderlecht, quattro Premier League, due FA Cup, due Community Shield e quattro League Cup con il City, una medaglia di bronzo a Russia 2018. Abbastanza per trasformare il difensore classe 1986 in un’icona. Il punto, però, è che Kompany è un simbolo dentro ma anche fuori dal campo. 


Quando indossa gli scarpini, il capitano dell’Anderlecht è un leader, coraggioso e leale. Ma soprattutto, uno dei migliori calciatori della sua generazione. Un difensore completo, con senso della posizione, stacco aereo (sfruttato sia per difendere la propria porta che per creare pericoli agli avversari), forza fisica, velocità, capacità di anticipare con precisione i movimenti del pallone e ottime doti di impostazione, che nel calcio moderno (Guardiola docet), male non fanno.

CAPTAIN FANTASTIC!

Al City lo adorano, al punto che uno dei vialetti fuori dall’Etihad è intitolato a lui e che, quando ha lasciato il club nell’estate 2019, è partita una petizione per costruire una statua a lui dedicata nel piazzale antistante lo stadio. 


Il minimo, verrebbe da dire, per chi è stato il capitano dell’incarnazione più vincente del City, quella nata dopo l’acquisto del club dal fondo di investimenti degli Emirati Arabi Uniti. E non è certo un caso che di tanti calciatori, sia proprio lui ad aver regalato a Guardiola l’ultimo titolo, quello combattutissimo della scorsa stagione. Alla penultima giornata, il City stava trovando difficoltà a battere il Leicester, mentre il Liverpool di Klopp due giorni prima aveva già regolato il Newcastle.

Un pareggio avrebbe significato il sorpasso dei Reds, che però non avevano fatto i conti con Captain Fantastic. Con il più improbabile dei siluri terra-aria, Kompany ha di fatto deciso la Premier League 2018/19; la più combattuta anche per gli esperti di consigli scommesse. Con il senno di poi, un qualcosa di assurdo, visto che il belga ha spiegato che i compagni più giovani gli avevano urlato di non tirare…

Disciplina, in campo e fuori. Anche perché, da buon capitano, il belga guida con l’esempio: in 531 partite, appena 6 cartellini rossi. Visto il ruolo, anche una media abbastanza bassa.

Sarà per questa attitudine al comando che, senza neanche togliersi gli scarpini, Kompany ha provato già il brivido della panchina. Il “suo” Anderlecht, la squadra in cui è cresciuto, lo ha chiamato e lui ha risposto, mettendoci il cuore. Non è andata benissimo, perché sotto la sua guida come player-manager il club biancoviola stava andando così male che Kompany è stato affiancato prima da Simon Davies e poi da Franky Vercauteren. Il deludente esordio come allenatore gli è costato parecchie critiche, ma da un certo punto di vista il belga è anche abituato.

UNA FAMIGLIA ATTIVA NEL SOCIALE


L’impegno sociale di Kompany e della sua famiglia, del resto, ha sempre catalizzato parecchio interesse anche al di fuori del calcio. Papà Pierre, che è anche il suo agente, è un immigrato congolese, figlio di un operaio che lavorava in miniera. Nel 2018 è diventato sindaco di Ganshoren, il primo sindaco di colore della storia del Belgio. 

Anche lo stesso Vincent ha partecipato assieme a sua moglie Carla a progetti volti a garantire un’educazione e condizioni di vita migliori ai bambini che vivono in povertà. Tra le tante iniziative, spicca l’acquisto del FC Bleid, un club della periferia di Bruxelles, che Kompany ha immaginato come un’alternativa alla strada per i ragazzi della zona. A capo della società il belga ha messo sua sorella Christel. E, tanto per sottolineare che il pallone è questione di famiglia, anche suo fratello François ha giocato a calcio.

Non c’è dunque solo il campo nella vita di Kompany, spesso considerato come uno dei più intelligenti e acculturati calciatori di livello internazionale. Tra un match e l’altro, Vincent è anche riuscito a laurearsi in Amministrazione alla Manchester Business School e ha provato la strada dell’imprenditoria, aprendo due bar a tema sportivo chiamati “Good Kompany” a Bruxelles e ad Anversa.

In questo caso, però, il difensore non è stato poi così vincente, visto che ha dovuto chiudere entrambi i locali nel giro di un anno. Ma del resto, nel calcio come negli affari, è l’allenamento che rende perfetti. E se dovesse provarci di nuovo, Kompany sicuramente avrebbe imparato a non commettere errori. Vincent si nasce,…e si diventa!

*La foto di apertura dell'articolo è di Natacha Pisarenko (AP Photo).

 
May 6, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Tutte le edizioni della Coppa del mondo di calcio a partire dal 1960 e degli Europei dal 1980 hanno avuto la propria mascotte, tradizionalmente un pupazzo che cerca di rappresentare una caratteristica tipica della nazione ospitante: flora, fauna, tradizioni. Curiosamente, il target principale delle mascotte sono i bambini di tutto il pianeta, o di tutto il continente, che così sono spinti ad avvicinarsi al calcio e, perché no, alla cultura.

Ne abbiamo scelte sei da raccontarvi, alle quali l’Italia, per diversi motivi, è legata.

Juanito Maravilla (Messico 1970)

Messico ‘70 per la Nazionale azzurra fa rima con Italia-Germania 4-3, che la targa all’ingresso dell’Estadio Azteca della capitale ricorda per sempre come “El partido del siglo”, la partita del secolo. Ad accompagnare l’avventura degli azzurri di Ferruccio Valcareggi, tra la storica staffetta tra Rivera e Mazzola e i gol di Gigi Riva, c’è Juanito Maravilla, il bimbo col sombrero e le guance paffute, vestito con la divisa dei padroni di casa. Juanito diventa presto una celebrità, poiché il mondiale messicano è il primo trasmesso in mondovisione in tv.

Pinocchio (Italia 1980)

L’Italia ospita i Campionati europei nel 1980, la prima edizione della competizione continentale che prevede una mascotte per il paese organizzatore. Puntiamo sul famoso burattino di legno di Collodi, con il naso dipinto con il tricolore, un pallone sottobraccio e un cappellino da marinaio in testa con la scritta Europa 80.

Una curiosità: inizialmente alla mascotte non viene dato un nome ufficiale: Artemio Franchi, all’epoca presidente Uefa e Figc, spiega infatti alla stampa, nell’ottobre 1979, che i diritti di Pinocchio appartengono alla Disney. La Fondazione Collodi, però, corre in soccorso all’organizzazione italiana, ricordando che i diritti d’autore sul libro sono scaduti da un pezzo: la mascotte può quindi presentarsi con il suo nome ufficiale al sorteggio di Roma del 16 gennaio 1960.

Naranjito (Spagna 1982)

Sarà perché in Spagna siamo diventati campioni del mondo o perché quell'arancia sorridente dalle gote rubiconde è uno dei miei primi ricordi d'infanzia legato al calcio, ma Naranjito non poteva proprio mancare in questa carrellata. 

Attenzione però, perché al mondiale spagnolo del 1982, a far compagnia alla Nazionale di Bearzot, Paolo Rossi, Bruno Conti e Gaetano Scirea non c'è solamente l'arancia con la maglia e i pantaloncini delle Furie Rosse: come dimenticare, infatti, Sport Billy? In quello stesso anno, infatti, la FIFA ha scelto il personaggio della serie di cartoni animati statunitense per sensibilizzare sul fair-play e sull'importanza di tutti gli sport, non solo del calcio.


Ciao (Italia ‘90)

Il portafortuna delle Notti magiche, che sono state tali fino a quella sciagurata serata partenopea, non poteva che chiamarsi con la parola italiana più nota e utilizzata nel mondo, quella che si è tramutata nel saluto più internazionale che ci sia: Ciao

"Un'idea sfruttabile tridimensionalmente, giochi tecnologici futuri, immagini televisive, consumismo": tutti questi concetti sono racchiusi dell'omino tricolore con la testa nel pallone secondo le parole del suo creatore, Lucio Boscardin, pronunciate nel novembre 1986 in sede di presentazione della snodata mascotte dei Mondiali italiani.
Un curioso aneddoto: il primo nome dato a Ciao da Boscardin è stato L'italiano.

Striker (USA 1994)

Dopo gli esperimenti di Italia '90, gli Stati Uniti scelgono di tornare alla tradizione, per tentare di lanciare finalmente ad alti livelli il soccer tra le stelle e le strisce: la mascotte di Usa '94 è un cane che indossa pantaloncini blu e una maglietta bianca e rossa. Il suo nome è Striker, che in inglese significa attaccante e il padre è davvero nobile: il design, infatti, è commissionato alla Warner Bros.

Ricordiamo quel Mondiale per il gran caldo durante le partite, per le magie di Baggio che ci tengono a galla, scommesse sportive comprese, contro la Nigeria, per i tatticismi di Sacchi, i crampi di Baresi e gli sfortunati calci di rigore in finale contro il Brasile.

Goleo VI e Pille (Germania 2006)

Un altro trionfo memorabile, quello dei Mondiali di Germania del 2006 con l'indimenticabile notte di Berlino. Goleo è un leone, vestito con la maglia numero 06 della nazionale teutonica, senza pantaloncini; Pille è il sorridente pallone che lo accompagna: il suo nome, oltretutto, è un'espressione gergale con cui, in tedesco, si è soliti chiamare il calcio.

La mascotte compare nel video della canzone "Love generation" di Bob Sinclair, uscita in Germania il giorno del sorteggio mondiale.

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Carlo Fumagalli (AP Photo).

May 6, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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Per 39 anni - sino al 1999 - è stata una delle più fascinose competizioni europee per club. Ha offerto ai tifosi quattro decenni di trionfi, ribaltoni, campi improbabili, sorprese, gioie inaspettate. Ha concesso la ribalta a club sconosciuti - affiancandoli a quelli maggiormente prestigiosi -, mostrato immagini di stadi talora avveniristici, talora improbabili, campi innevati, prati tagliati con precisione elvetica o dall'erba alta nei quali scambiarsi la sfera diventava qualcosa di impossibile.

L'albo d'oro della Coppa delle Coppe

L'edizione 1994/1995

Le partecipazioni di Atalanta e Vicenza

Per tutte queste ragioni, a prima vista contraddittorie, la Coppa della Coppe era amata da tutti: nella scala dei trofei internazionali, era considerata la seconda competizione continentale per club (la Coppa Uefa veniva dopo, infatti) e la vincente disputava la Supercoppa Europea insieme a quella della Coppa dei Campioni. A giocarla erano le formazioni che avevano trionfato nelle rispettive coppe nazionali.

La Cup Winners' Cup fu rimossa dal palcoscenico calcistico europeo proprio dopo la riforma della Champions League (con 4 squadre qualificate nei paesi con il ranking Uefa più alto) e l'introduzione dell'Europa League, diventata di fatto una fusione tra la Coppa Uefa e, appunto, la Coppa delle Coppe.

L'ALBO D'ORO DELLA COPPA DELLE COPPE

Il club a detenerne il record di vittorie? Il Barcellona, con 4 trofei alzati dopo i successi nel 1979, 1982, 1989 e 1997. Tuttavia fu aperta e chiusa dai trionfi italiani: nel 1999 fu la Lazio di Alessandro Nesta e Cristian Vieri a mandare in archivio la competizione grazie al 2-1 con cui sconfisse il Maiorca di Héctor Cúper, con le reti di Vieri e di Pavel Nedvěd.

Nel 1961 invece, tutto iniziò con la Fiorentina, che in un atto conclusivo a doppia mandata, sconfisse i i Rangers di Glasgow espugnando Ibrox 2-0 e imponendosi 2-1 all'allora Comunale di Firenze. Diventato poi "Artemio Franchi", storico dirigente viola e presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio, che convinse l'Uefa (di cui fu anche presidente negli anni '70) a riconoscere ufficialmente la competizione, atto che si concretizzò nell'ottobre 1963.

Otto i successi inglesi (due del Chelsea e poi Tottenham, West Ham, Manchester City, Everton, Manchester United e Arsenal), 7 quelli italiani (oltre a Fiorentina e Lazio, anche Juventus, Sampdoria, Parma e due volte il Milan), altrettanti quelli spagnoli: al poker del Barça si aggiungono anche le vittorie di Atletico Madrid, Valencia e Real Saragozza. Quest'ultima, formazione provinciale del calcio iberico, visse una stagione eccezionale per le scommesse sportive nel 1994-95, arrivando a trionfare contro il "gigante" Arsenal nella finale del Parco dei Principi.

L'EDIZIONE 1994/1995

Il Saragozza - detentore della Copa del Rey grazie al successo ai calci di rigori sul Celta Vigo - entra in gioco nei Sedicesimi di finale ma viene sconfitto 2-1 dal Gloria Bistriţa nell'andata in Romania. Parte male, quindi, l'avventura degli spagnoli, che però dilagano (4-0) nel ritorno della Romareda.

I Leoni di Víctor Fernández eliminano così gli slovacchi del Tatran Prešov agli ottavi e iniziano a crederci ribaltando, in casa, lo 0-1 di Rotterdham contro il Feyenoord: 2-0 in Aragona e Inghilterra nel destino. In una Romareda completamente esaurita, capitan Miguel Pardeza e compagni, si entusiasmano con un secco 3-0 nell'andata contro il Chelsea, che a Stamford Bridge s'impone vanamente 3-1.

Arriva il 10 maggio 1995, tempo di affrontare il grande Arsenal "pre Wenger" al Parco dei Principi di Parigi: erano i Gunners di David Seaman, Nigel Winterburn e bomber Ian Wright. Gara bloccata nel primo tempo e aperta al 68' da uno spettacolare mancino dalla distanza dell'attaccante argentino Juan Esnáider (in seguito meteora della Juventus) e riequilibrata al 77' dal non proprio raffinatissimo attaccante gallese John Hartson in seguito a un'azione elaborata dei londinesi.

Si va ai tempi supplementari sull'1-1 e tutto sembra essere indirizzato verso i calci di rigore. Ma al 120', all'ultimo respiro del match, lo show di Mohammed Alí Amar, in arte Nayim, centrocampista dai piedi "educati" di Ceuta, che s'inventò quello che fu definito il gol più spettacolare di tutte le edizioni della Coppa delle Coppe: su una palla vagante, senza nemmeno controllarla, da metà campo, l'ex canterano del Barcellona calciò di destro verso l'alto con tutta forza, sorprendendo il portiere dei Gunners (e della nazionale inglese) Seaman sotto la traversa. Tifosi aragonesi in delirio: Real Saragozza incredibilmente campione.

Le partecipazioni di Atalanta e Vicenza

Storie di ordinaria Coppa delle Coppe, come i trionfi del piccolo Mechelen (o Malines): i belgi avevano trionfato al cospetto del grande Ajax in una edizione in cui l'Atalanta di Emiliano Mondonico - quell'anno in Serie B (!) - si spinse fino in semifinale, proprio contro i giallorossoneri del portiere Michel Preud'homme. Ma si ricorda anche la partecipazione del Vicenza dei miracoli nel '97-'98, eliminati solamente dal Chelsea di Gianfranco Zola e Gianluca Vialli in semifinale a Stamford Bridge.

E che dire dei successi del Magdeburgo (nel 1974 sul Milan), della Dinamo Tbilisi (contro il Carl Zeiss Jena) nel 1981 e dell'Aberdeen di sir Alex Ferguson, che nel 1983 sconfisse niente meno che il Real Madrid? Quanta nostalgia per quel torneo: e chissà se il progetto in cantiere relativo all'"Europa League 2" (definita, per l'esattezza, "UEFA Europa Conference League") riuscirà a regalare le medesime emozioni. Difficile...

*La foto di apertura dell'articolo è di Dusan Vranic (AP Photo). Prima pubblicazione 6 maggio 2020.

March 2, 2021

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Tutti conoscono i club più famosi delle città italiane, ma poco sanno che i grandi capoluoghi della Penisola hanno anche altri sodalizi che continuano a giocare pur non avendo gli stessi riscontri mediatici delle maggiori formazioni.

Agli inizi del ‘900, oltre alla Lazio c’erano diverse altre squadre pronte a contendere il primato al sodalizio biancocelesti: Alba, Roman, Juventus Roma, Fortitudo. Poi - durante il ventennio - arrivò la fusione del 1927 con gran parte dei club riuniti sotto un unico vessillo: quello dell’AS Roma. Ma oltre alla Lazio, e alla successiva società giallorossa, nel corso degli anni nella capitale ci sono state squadre capaci di ritagliarsi il proprio spazio; Romulea e Almas, tanto per iniziare.

 

Il club che riuscì ad avvicinarsi - come categoria - alle due big capitoline fu la Lodigiani che a metà degli anni ’90 arrivò a disputare contro la Salernitana lo spareggio per essere promossa in Serie B. Oggi la terza squadra della Capitale, tra quelle militanti in D, è probabilmente il Trastevere; la formazione bianco-amaranto punta da alcune stagioni al salto di categoria, per restituire alla Capitale una formazione in Lega Pro.

La città di Milano - in tal senso - è più indietro: la terza squadra della città è il Brera: il club prende il nome del quartiere in cui è nato e milita nel campionato di Prima Categoria. La squadra gioca all’Arena Civica, intitolata da qualche anno al giornalista Gianni Brera: una coincidenza del tutto casuale, che sposa il calcio dilettantistico con la più grande penna del giornalismo sportivo italiano.

LA FAVOLA DELL'INTERNAPOLI

C’era una volta l’Internapoli. In riva al Golfo il cuore degli appassionati di calcio batte da sempre per un’unica squadra: il Napoli. Nata a cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70, l’Internapoli sfiorò alla fine degli anni sessanta la promozione in Serie B. Fu la squadra di Giorgio Chinaglia e Pino Wilson prima del loro trasferimento alla Lazio, e di Giuseppe Massa. Oggi l’altra squadra di Napoli - dopo il fallimento dell’Internapoli - è rappresentata dall’Afro Napoli United, formazione che milita nel campionato di Eccellenza.

Stessa categoria per la terza squadra di Torino, il Lucento, club che prende il nome da uno dei quartieri della città sabauda. La vita per la società rossoblù non è semplice; il cuore della città è granata, tutti gli altri hanno da tempo abbracciato la fede bianconera, spinta dai gloriosi successi della Juventus.

Da Torino a Genova il passo è breve; fu questa la vera culla del calcio italiano: il molo della città portuale accolse i marinai inglesi, qui nacque nel 1893 il Genoa Cricket and Football Club, la prima squadra italiana. La Sampdoria venne dopo - nel 1946 - grazie alla fusione tra Sanpierdarenese e l’Andrea Doria.

Ma sotto la Lanterna c’è anche il Ligorna, club che a tutti gli effetti viene considerato il terzo sodalizio della città. Nato nel 1922, il club fu fondato sul greto del fiume Bisagno, e prese come stemma sociale quello della casa automobilistica dell’Alfa Romeo. Il massimo risultato arrivò nel 1968 quando la squadra venne promossa in Serie D. Dopo stagioni di risultati altalenanti, la squadra ha nuovamente conquistato l’accesso alla quarta divisione nazionale.

Anche le città che hanno in apparenza una sola squadra a livello comunale, in realtà ospitano sul loro territorio altre associazioni calcistiche. Firenze è da sempre una città divisa, soltanto il calcio ha saputo mettere d’accordo i cittadini: la Viola è quasi una religione, ma anche in riva all’Arno - per diversi anni - la città è stata rappresentata anche dalla Rondinella, formazione nata nel secondo dopoguerra che -negli anni ’80 - arrivò a disputare cinque stagioni nella Serie C1. Fallita e rifondata per quattro volte, oggi milita nella Prima Categoria Toscana.

VIRTUS VERONA IN LEGA PRO

Facendo un passaggio a Nord-Est, troviamo l’unica città che attualmente può vantare una squadra in una delle tre categorie più importanti del calcio italiano. A Verona, l’Hellas primeggia per il leggendario scudetto conquistato nel 1985. Negli ultimi vent’anni, anche il Chievo ha saputo recitare un ruolo da protagonista.

Ma negli ultimi anni anche la Virtus Verona si sta facendo largo nel mondo del calcio ed ha un curioso record di quattro 0-0 consecutivi per le scommesse calcio; nata nel quartiere di Borgo Venezia nel 1921, la squadra rossoblù sta scalando le categorie e oggi milita nel campionato di Lega Pro.

La rivalità calcistica appartiene all’intera penisola; in Sicilia, l’Atletico Catania è da anni antagonista della prima squadra della città ed oggi partecipa al campionato di Eccellenza. Spostandoci sullo Stretto, anche Messina da qualche anno ha due formazioni che rappresentano la città: oltre allo storico sodalizio nato nel 1900 (oggi ACR Messina), che milita in Serie D, c’è anche l’FC Messina che ha provato a scalzare il club più antico della città per accogliere le simpatie degli sportivi: tentativo non riuscito, almeno dal punto di vista sociale. Ma sul piano sportivo, la squadra partecipa allo stesso campionato di Serie D dell’ACR Messina.

*La foto di apertura dell'articolo è di Giuseppe Calzuola (AP Photo).

 
May 5, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

Simone Pieretti
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Non potevamo scegliere un ospite migliore di Christian Giordano, giornalista di Sky e autore (tra i tanti libri che ha scritto) del pregevole “Lost souls: Storie e miti del basket di strada”, per raccontarvi, in esclusiva per il blog di 888sport.it,  la G-League, la sorella minore della NBA.

“L’ex NBA Development League o NBA D-League - ci spiega Giordano - è la lega minore ufficiale della NBA. Un campionato per ‘seconde’ squadre, affiliate alle rispettive case madri NBA, che serve da palestra per giocatori, staff tecnici e societari, dirigenti, preparatori, arbitri. E come laboratorio per modifiche regolamentari. In sintesi: ricerca e sviluppo (anche di talenti, spesso late bloomer, come da quelle parti chiamano – fuori e dentro metafora – i virgulti che sbocciano tardi). Ovvio, è anche show-biz: quindi deve pure produrre utili.

LE REGOLE ED IL FORMAT

È nata nel 2001-02, dal 2018-19 si chiama NBA G-League. La G del nome non sta per Growth (crescita) bensì per Gatorade, il main sponsor e caso-scuola di naming rights applicato a un’intera lega. 
Non ci sono promozioni/retrocessioni, chi vince è campione della G-League, non viene promosso in NBA, per capirci. Lo preciso per chi non segue gli sport “americani” e le loro leghe chiuse. Le 28 squadre della G-League sono (tranne Denver Portland) associate alle 30 della NBA e giocano una regular season di 50 partite (contro le 82 della NBA). Ai playoff, previsti di 4 turni, sono ammesse 12 squadre.

Dal 2019-20 è sorta a Erie, come expansion team dei New Orleans Pelicans, la franchigia Bayhawks, che dovrebbe essere rilocata a Birmingham, Alabama, dal 2022-23. Non sempre (anzi) nick e città coincidono con quelli della casa madre, a volte nemmeno gli Stati, per quanto relativamente vicini. 
Come nella NBA si giocano 4 quarti da 12’ effettivi ciascuno. Cambia la durata degli overtime: 2’ in G-League rispetto ai 5’, sempre effettivi, della NBA. 

Con l’espansione è cambiato l’accesso ai playoff. Dal 2018-19 i sei campioni di division (miglior record) accedono di diritto. Gli altri sei posti si assegnano con 3 wild card agli altri tre migliori record delle due conference. Le squadre con il miglior record di conference (seed 1 e 2) partono dal secondo turno di tre turni a eliminazione diretta. Le finali si giocano al meglio delle tre e col formato 1-1-1, quindi nessuna finalista gioca due gare in fila in casa”.

In nessun caso una formazione di quel campionato può aspirare a salire in NBA?
“Per il momento, no. A meno che, in una delle periodiche valutazioni che la NBA fa sul seguito e i ricavi che alcune sue franchigie hanno in certe zone e la perenne fame di un ritorno del basket NBA in piazze storiche (un esempio su tutti: Seattle, mai ripresasi dalla perdita dei Super Sonics), non decida di promuoverne una particolarmente appetibile – magari previa rinomina, per motivi di identificazione – dalla G-League”.

Qual è il livello del campionato, comparato all'NBA o al campionato italiano?
“Non scherziamo. Senza mancare di rispetto a nessuno, l’attuale campionato italiano, o la parodia che ne è diventato, non può stare nella stessa frase con questi colossi. Più vicino alla NBA, quindi, ma un paio di gradini sotto. Gradini non così insormontabili, però. A fine 2018-19, il 52% dei giocatori nei roster finali della NBA erano ex G-League. Per i pronostici NBA, più di uno su due: Serie A, what? 

Non basta? Almeno 30 prospetti di G-League sono stati poi chiamati (call-ups, alla lettera: convocati), nella NBA in ciascuna delle ultime 8 stagioni (esclusa l’attuale). Tra i top chiamati in NBA: le guardie Danny Green (gran tiratore da tre e arma tattica campione nel 2014 con gli Spurs e nel 2019 con Toronto), Gerald Green (Rockets), la meteora - famosissima ai Knicks - Jeremy ‘Linsentity’ Lin (Hawks), il centro Hassan Whiteside (Heat).

Tra i top invece assegnati da squadre NBA alla propria affiliata di G-League (cioè percorso inverso con possibilità di ritorno): le guardie Eric Bledsoe (Bucks) e Reggie Jackson (Pistons), i centri Rudy Gobert (Jazz) e Clint Capela (Rockets). 
Una precisazione: gli assegnati hanno le garanzie del contratto NBA. Dal 2017 I roster NBA sono stati allargati da 15 a 17 giocatori con l’aggiunta di due spot riservati a giocatori con Two-Way Contracts per poter passare – appunto nei due sensi – dalla NBA alla G-League e viceversa”.

Che rapporto ha la G-League con il basket dei college NCAA?
“Non si può dire ufficialmente, ma è un fatto: la G-League sta cercando di prendere il posto – come bacino – della NCAA (e in questo senso ha già reso più povera la pallacanestro europea). In più sembra siano allo studio nuove forme contrattuali per invogliare i giocatori a giocare nella G-League, che ogni anno tessera oltre 100 giocatori pescando, col proprio Draft, fra i NON scelti al Draft NBA.

Fra questi anche i tagliati ai training camp NBA e i cosiddetti International players (come loro chiamano i giocatori “stranieri”). Attenzione: i giocatori, per poter essere eleggibili nel Draft della G-League, devono aver compiuto i 18 anni”.

A livello di pubblico e media è un prodotto che funziona?
“Sempre facendo riferimento all’ultima stagione completa (2018-19), la G-League è stata trasmessa su ESPN Networks, NBA TV e sui social Twitch and Facebook Live. La G-League ha un proprio sito ufficiale (NBAGLeague.com). E una app sia per iOs sia per Android. Sui social media è presente con profili ufficiali su Facebook, Twitter, Instagram, Twitch e Snapchat (nbagleague).

Bisogna capire bene che cosa si intende con ‘funziona’. Numeri e mezzi sono ‘americani’, quindi anni-luce dai nostri. Non saprei rispondere nel dettaglio perché bisognerebbe conoscere i target di mercato che si sono posti nei piani alti della NBA e della stessa G-League. La G League però ha un’altra funzione, del tutto peculiare, e che è quella di alzare il livello della NBA e al contempo impedire la nascita e l’affermazione di una vera lega concorrente, più che puntare ad alzare chissà quali share e ratings in tv o fare clickbaiting per se stessa. 

In generale, la NBA guarda molto oltre il piccolo-medio termine. Un esempio che va ben al di là della G-League? La NBA potrebbe sfruttare l’emergenza per risistemarsi più avanti nell’anno solare e smarcarsi così sempre di più – anche nel calendario – dalla NFL. L’unica lega che le fa davvero paura.
Come recita un vecchio detto USA, ‘il baseball è come l'America vorrebbe essere, il football è l'America com'è’. Il basket NBA sta nel mezzo, e non può mai smettere di sgomitare”.

Infine, quali sono i giocatori da seguire? 
“Ce ne sono tanti. E come sempre dipende da chi (e cosa) serve a chi. Con l’eccezione di Jared Harper, che ho visto dal vivo perdere da junior l’anno scorso a Minneapolis all’ultimo secondo la semifinale NCAA con Auburn (battuta dalla Virginia futura campione), cito una vecchia top10 di Sports lllustrated, bibbia che per me è – resterà – tale. 

Vi indico altri due nomi: il primo è B.J. Johnson (Lakeland Magic), gran realizzatore (quasi 24 punti di media) e rimbalzista (oltre 6). Al college con Syracuse e LaSalle, NON scelto al Draft 2018. L'altro è  Josh Gray (Erie BayHawks), duro, rapido, play ma anche realizzatore, la classica two-way point guard (oltre 23-7-5 in punti, assist e rimbalzi), anche lui due college (Texas Tech e Louisiana State), NON scelto nel 2016.

*La foto di apertura dell'articolo è di Gregory Payan (AP Photo).

May 5, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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