«Mancava una partita di febbraio, l'ultimo match rimasto in cui ero sicuro ci saremmo coperti di gloria. In trasferta a Cowdenbeath. Nelle circa trenta partite giocate fino a quel momento, il Cowdenbeath era riuscito a collezionare sette punti. Aveva incassato settantanove gol. Andai a casa in aereo. Non fraintendetemi. Kirkcaldy non è certo una cittadina ricca. Ma Cowdenbeath, che si trova qualche chilometro più su, la fa sembrare una cittadina turistica tipo Cheltenham.

Mio padre, con sprezzo del pericolo, condusse l'auto con a bordo me e i suoi amici Ron, Jim e Roger lungo le vie che avrebbero fatto inorridire un abitante di Danzica dopo i bombardamenti. Il Central Park sembrava abbandonato da un decennio». Correva la stagione 1992-93 quando Nick Hornby curava la raccolta di racconti a tema calcistico "Il mio anno preferito".

In quello a firma Harry Ritchie, intitolato "Take my whole life too" e dedicato alla promozione dalla Second alla Premier Division del Raith Rovers di Kilkcardy, l'autore si sofferma  sul fascino assolutamente decadente di e del Cowdenbeath. Rispetto a 27 anni fa, nulla è cambiato: la cittadina da 11mila e 600 abitanti alle porte di Dunfermline, nel Fife scozzese, continua a sprofondare nella sua piana violentata, nel tempo, dagli incalcolabili tunnel minerari in cui - fino alla metà del XX secolo - si cercava senza sosta il carbone.

Varcata la soglia di Cowdenbeath si ha subito la sensazione postapocalittica dell'abbandono. Non solo lungo le strade, ma anche arrivati al vetusto Central Park: una serie di prefabbricati, un ovale verde e una pista in calcestruzzo detta detta "Cowdenbeath Racewall per via delle gare di stock-car, organizzate nei weekend. E l'odore di pneumatici pervade sistematicamente i match calcistici casalinghi del "Blue Brazil".

I Blue Brazilians!

Brazil? Che diavolo c'entra il Brasile in uno scenario simili. Ancora oggi ce lo si chiede: perché la squadra calcistica espressione di uno dei posti più tetri di tutto il Regno Unito, custodisce il soprannome più leggendario, esotico e misterioso, peraltro conosciuto in tutto il mondo? Come spesso accade in questi casi, le versioni si sprecano. Quella più fantasiosa, tramandata dai nonni ai nipotini, corrisponde a quella più in voga.

Si narra che, nella prima metà secolo scorso, un gruppetto di minatori sostenitori del "Cowden" sia intento a scavare senza sosta in un tunnel minerario alla ricerca - quotidiana - del solito carbone. Le punte dei picconi quasi si smussano da quanto scavano e, a un certo punto della giornata, esausti per i risultati inconcludenti, decidono di riemergere in superficie. Una volta risaliti, però, si ritrovano proiettati come in una realtà parallela: il cielo non è plumbeo come quello di Scozia, ma azzurro limpido e assolato, tanto da riscaldare le loro ossa ormai sbriciolata dall'umidità del Fife.

La gente era allegra e sorridente e, all'orizzonte, su di un monte, si scorgeva la statua del Cristo redentore. Le donne non erano smorte e sdentate come quelle del pub, bensì di un invidiabile e fascinoso colorito, in un corpo aggraziato e semisvestito. Insomma, quei minatori scozzesi avevano scavato così tanto da essere passati per il centro della Terra sino a sbucare a Rio de Janeiro!

E aggraziati erano anche tre ragazzi che palleggiavano in maniera fenomenale: i "miners" li avvicinarono e chiesero loro di seguirli dentro il tunnel, per approdare in Scozia e disputare una partita con il loro Cowdenbeath avrebbe dovuto affrontare contro il "grande e fortissimo Dunfermline".

Ma come fare per permettere a tre stranieri dell'altro capo del mondo di giocare nel campionato scozzese? Venne quindi l'idea di riferire all'arbitro che la carnagione scura di quei tre ragazzi sconosciuti, altro non fosse che la fuliggine del carbone rimasta impressa nella pelle dato che "quei bravi e volenterosi giovani minatori non avevano fatto in tempo a darsi una lavata dopo il turno e prima di scendere sul campo del Central Park". L'arbitro acconsentì al loro tesseramento-lampo e il Cowdenbeath vinse addirittura 11-1.

Il pubblico in festa, per quella vittoria tutta gol, palleggi e giochi di prestigio, iniziò ad acclamare a gran voce i "Blue brazilians" e la squadra divenne ben presto "The Blue Brazil". Al triplice fischio, i tre giocolieri rientrarono nel tunnel per tornare alla loro vita scanzonata di Rio, di cui la cupa comunità di Cowdenbeath aveva avuto un piacevole assaggio, quel giorno.

Le altre versioni? La più - storicamente - accreditata risale alla dismissione delle miniere che, dagli anni Cinquanta in avanti, provocò un improvviso crollo finanziario. Tra la gente c'era un detto che andava per la maggiore: "Saremo pure messi male economicamente, ma la nostra squadra gioca meglio del Brasile".

In realtà, la cromia delle maglie risalirebbe ai tempi della fondazione del club (1881), avvenuta per mano dei fratelli John e James Pollock la cui mamma, proveniente dall'Ayrshire, gestiva una piccola ditta di mobili e, di ritorno da un viaggio di affari a Glasgow, portò a casa un completo da calcio color blu come i Glasgow Rangers, fondati nel 1872.

Per tutti però, anche oggi in cui il Cowdenbeath si barcamena nell'attuale Second Division (nel frattempo trasformatasi nella quarta serie scozzese) a grande distanza dal Cove Rangers capolista ed opzione sempre valida per le scommesse, le anime di quei tre ragazzi brasiliani stanno ancora palleggiando, dribblando e segnando sul rettangolo del vetusto Central Park...  

June 9, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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E come si fa senza poter fare le sostituzioni? Bisognerebbe chiedere a chiunque sia sceso in campo tra gli albori del pallone, gli anni Sessanta dell’Ottocento, e quasi cento anni dopo.

 

Un secolo senza poter fare sostituzioni, con i poveri infortunati costretti a vagare per il campo dando meno fastidio possibile ai compagni (solitamente chi zoppicava veniva relegato all’ala sinistra) o, in caso di problemi più importanti, semplicemente a lasciare la squadra in inferiorità numerica.

I cinque uomini in panchina

Il terzo cambio

Le cinque sostituzioni

Non il massimo della vita, quindi era ovvio che prima o poi se ne sarebbe discusso. E questo accade negli anni Cinquanta. Dopo parecchi anni, si considera la possibilità di permettere cambi a partita in corso, solo ed esclusivamente in caso di infortunio. Il primo sostituto di sempre, da quanto spiega la FIFA, è il tedesco Richard Gottinger, che gioca la sua unica partita con la Mannschaft entrando al posto di Horst Eckert nel match di qualificazioni ai mondiali del 1954 contro la rappresentativa della Saar.

La questione viene regolamentata nel 1958, quando dagli undici calciatori a referto si passa alla possibilità di averne fino a tredici, considerando che le regole prevedono un cambio per i calciatori di movimento e uno in caso di problemi fisici al portiere. 

Anche Messi può essere sostituito!

E pazienza se per sostituire un giocatore c’è bisogno che si faccia male, perché l’impossibilità di fare cambi tattici viene bypassata attraverso infortuni più o meno veritieri. Al punto che, a fine anni Sessanta, il cambio per ragioni non mediche viene finalmente permesso.

Ai mondiali le sostituzioni arrivano tardi, nell’edizione 1970 assieme all’esordio dei cartellini. Il primo a entrare in campo a match in corso è il sovietico Puzach nella partita contro il Messico. In Italia il “tredicesimo”, il calciatore di movimento in panchina, viene inserito nel 1968/69, mentre nella stagione 1973/74 nasce addirittura il “quattordicesimo” uomo a referto, sempre però con la possibilità di un solo cambio, più quello del portiere.

I cinque uomini in panchina

Nel 1980/81 la Serie A allunga la panchina a cinque uomini, ma per avere la possibilità di cambiare due giocatori, indipendentemente dal ruolo, bisognerà aspettare il 1980/1981: il tecnico della Juve Giovanni Trapattoni, nel 1982, mandò in campo Prandelli e Bonini, al posto rispettivamente di Rossi e Platini, nel pirotecnico 2-1 al Comunale contro la Roma.

In quell’anno la FIFA rivede il regolamento e permette di fare due sostituzioni, rimuovendo l’obbligo di utilizzarne una per cambiare il portiere. Il che, è proprio il caso di dirlo, lo spiraglio che apre a una serie di normative sempre più permissive da questo punto di vista. In Inghilterra la novità dei due cambi arriva addirittura 7 anni dopo!

Già nel 1993, in previsione dei mondiali negli Stati Uniti, nasce il “2+1”, ovvero la possibilità di cambiare due calciatori di movimento più, eventualmente, il portiere.

Il terzo cambio

La A modifica la regola numero tre del Regolamento del gioco del calcio nel 1995, introducendo il terzo cambio, a prescindere dal ruolo: all'Olimpico, contro la Lazio, Paolo Di Canio con la maglia del Milan subentra come terzo sostituto a Savicevic, pochi secondi dopo il gol decisivo di Weah per guadagnare qualche secondo prezioso.

Dal 1997 i calciatori a referto passano addirittura a 18, con le panchine allungate a sette elementi. Nel corso degli anni il numero di calciatori a disposizioni nelle competizioni nazionali viene deciso dalle singole organizzazioni, il che porta alle panchine lunghe come in Italia (con la Serie A che ammette ben 12 riserve sin dalla stagione 2012/13), ma anche alla decisione di bloccare a sette il numero dei panchinari di altri campionati come la Premier League e nelle coppe europee.

Per una nuova rivoluzione servono altri vent’anni, quando la FIFA considera la possibilità del quarto cambio. Nel 2016 nasce l’idea per cui, in caso di supplementari in partite a eliminazione diretta, le squadre possono sostituire un altro calciatore. Il primo “quindicesimo” della storia del calcio è Alvaro Morata, che nella finale del Mondiale per Club 2016 prende il posto di Cristiano Ronaldo nei supplementari del match tra Real Madrid e Kashima Antlers.

Morata nel 2016 con il Real Madrid!

La nuova normativa viene poi utilizzata ai Mondiali in Russia e allargata a tutte le competizioni ad eliminazione diretta, comprese le coppe europee, a partire dalla stagione 2018/19. 

Le cinque sostituzioni

E per l’aumento successivo…ci vuole il 2020! Tra le norme temporanee (in un primo tempo fino al 31 dicembre 2020) stabilite dalla FIFA per la ripresa del calcio dopo lo stop forzato, c’è la possibilità di fare fino a cinque sostituzioni in massimo tre slot diversi nei novanta minuti regolamentari. In realtà la possibilità di aumentare stabilmente a cinque le sostituzioni era già stata paventata nel 2018, ma era tra le proposte che l’IFAB, l’organo che si occupa di stabilire le regole del calcio, aveva bocciato. 

Simone Inzaghi abile nello sfruttare le sostituzioni

La Bundesliga, il primo campionato di livello a riprendere in Europa, ha già avuto modo di sperimentare il nuovo regime, con Timo Becker, calciatore dello Schalke 04, che si prende l’onore di diventare il primo “sedicesimo” nel primo turno di campionato post-sospensione, anche se in Zweite Bundesliga parecchie squadre avevano già approfittato dei cinque cambi nelle ore precedenti.

Nei prossimi mesi sarà interessante analizzare se e come la novità regolamentare avrà influenzato le scommesse calcio, ed in particolare quelle relative ai secondi tempi di gara!

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 8 giugno 2020.

October 31, 2021

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Il calcio si, sa, s'intreccia storicamente con mille significati. Dalla politica allo status sociale, passando per le tematiche lavorative. Oltremanica si è spesso parlato di "working class football", ma quali sono le 5 società che maggiormente interpretano, ancora oggi, le loro origini operaie? Ne abbiamo selezionate 5, andiamole a scoprire:

I minatori di Sunderland

Certamente non la più bella città d'Inghilterra, almeno dal punto di vista paesaggistico. E tra le più povere, se non la più povera. Scordatevi Londra e le atmosfere altolocate del sud. E' qui che si respira, sino a sprofondarci dentro, l'Inghilterra più profonda. Quella dei cantieri navali, dei minatori, a cui è dedicato lo "Stadium of Light", che nel 1997 prese il posto del suggestivo Roker Park.

Proprio davanti all'impianto, una lanterna-monumento, in onore dei lavoratori sotterranei, che per poche sterline rischiavano quotidianamente la vita mandando avanti una buona fetta di economia del paese.

Politica di riconoscenza per la "working class" che però non viene esattamente trasferita nei prezzi: di fronte ai 1200-1400 euro circa di stipendio mensile guadagnato da uno stipendio del Tyne and Wear (salario normale per un italiano, molto basso, invece, per il costo della vita in Inghilterra), il prezzo più basso per l'abbonamento alle gare casalinghe della stagione di League One (terza serie) 2020-2021 corrisponde a 310 sterline (348 euro / 16,5 per match, che singolarmente - in League One - viene venduto a circa 30 euro).  

West Ham e i suoi martelli

Il club fu fondato nel 1895 dal filantropo Arnold Hills, direttore del cantiere navale londinese Thames Ironworks, come dopolavoro per i suoi operai. La squadra fu iscritta alla London League, che vinse nel 1898. L'anno dopo fu iscritta alla Seconda Divisione del campionato semi-professionistico della Southern League, vinse nuovamente il campionato e giocò per la prima volta le partite casalinghe al Memorial Grounds, nel quartiere londinese (nel sud della metropoli) di Canning Town.

A quel punto, affinché la squadra fosse competitiva in Prima Divisione, si rese necessario l'ingaggio di calciatori professionisti. Il Thames Iron Works Football Club fu quindi sciolto nel giugno del 1900 e un mese dopo (esattamente il 5 luglio) fu costituito il West Ham United. In quell'occasione fu deciso che i colori sociali fossero il bordeaux e l'azzurro (claret and blue).

A tutt'oggi, giocatori e tifosi vengono chiamati "Hammars" in onore dei martelli incrociati raffigurati sullo stemma del club. Che peraltro, talvolta, vengono mimati - con le braccia incrociate - anche in fase di esultanza. Per le paratite casalinghe, sempre interessanti per le scommesse live i prezzi di ingresso per gli adulti alle gare dell'Olympic Stadium (che, gli Hammers ancora misconoscono in ricordo di Boleyn Ground)? Da 45 a 80 pounds per match.

Millwall e gli scaricatori di porto

Vicini di casa del West Ham, con cui - le ormai rare volte che il calendario lo propone - danno vita al derby più caldo d'Inghilterra. Non inganni lo stemma del club, un leone rampante; per questo motivo i giocatori e i tifosi sono detti The Lions (I Leoni), che si esibiscono al "The Den" (la tana), ubicato al termine di Bolina Road a South Bermondsey.

Originariamente, i giocatori erano soprannominati The Dockers (in italiano Gli Scaricatori di Porto), in riferimento agli scenari portuali dell'Isle of Dogs in trae origine la storia del club. La divisa tradizionale consiste in una maglietta blu e pantaloncini bianchi, in onore della Scozia. Era scozzese, infatti, l'imprenditore James Morton, la cui omonima fabbrica (J.T. Morton) fondata nel 1870,  attirava manodopera da tutto il Regno Unito.

I tifosi del Millwall, ancora oggi espressione della zona più umile di Londra, sono i più temuti in UK: "No one likes us, we don't care" ("Non piacciamo a nessuno, non ce ne frega niente") è il loro motto. Un plauso alla dirigenza biancoblù che, nonostante un costo della vita piuttosto elevato a Londra, applica tra i prezzi più convenienti della Football League: per la Championship (la B inglese), appena 289 sterline (314 euro) per l'abbonamento-adulti stagionale.

Bradford City e l'industria tessile

Nell'ottobre 2015, la testata "The Independent" ha definito Bradford "il posto peggiore dove vivere nel Regno Unito". Con circa 284mila abitanti, la città dello West Yorkshire fu la più importante nell'industria tessile a metà del Diciannovesimo secolo. Le origini umili  si sono trasferite anche nel club, che attualmente frequenta la League Two.

La storia non ha mai riservato grande soddisfazioni da queste parti: l'11 maggio del 1985 lo stadio Valley Parade fu teatro di una delle peggiori tragedie del calcio britannico, quello che viene ricordato come il disastro di Bradford in cui persero la vita 56 persone e 265 rimasero ferite.

Tornando alla mentalità operaia del club, significativo è il gesto nel 2017 del co-proprietario tedesco (di origini bosniache) Edin Rahic, che fissò il prezzo più basso degli abbonamenti annuali in tutta la Football League inglese: 149 sterline, somma unificata per tutti i settori dello stadio.

Ad oggi, il prezzo intero per una gara di League Two (quarta serie) al Valley Parade, equivale a 20 sterline. E questo in una delle città col più alto tasso di disoccupazione dell'intero paese e il cui stipendio medio è molto simile a quello già citato per Sunderland.

Scunthorpe United: il pugno e l'incudine

Cittadina industriale da 73mila abitanti a un centinaio di chilometri da Bradford, il settore metallurgico ha da sempre costituito la principale fonte di reddito (1500 sterline il salario mensile medio di uno "steel worker").

"Any old Irons" sono soprannominati i tifosi e i giocatori e il simbolo del club claret and blue (le cui divise richiamano le tute degli operai) - anch'esso militante in League Two (26 euro il costo del biglietto intero per una partita al Glanford Park) - è un pugno che stringe una barra di ferro, simile ad un'incudine, icona laica di tutta l'area del North Lincolnshire.

Più calcio-operaio di così...

Segui la Premier anche con le scommesse calcio!

*La foto di apertura è di Tim Ireland

June 6, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Una favola senza lieto fine. Sono passati trent’anni, e non è semplice raccontare a chi ancora non c’era, quell’aria di allegria e di spensieratezza che il Paese ebbe modo di respirare a pieni polmoni nell’estate del 1990. Le Notti Magiche cantate da Gianna Nannini ed Edoardo Bennato non sono state unicamente l’inno dei Mondiali: si potevano vivere, apprezzare, si potevano toccare con mano con quella leggerezza tipica di quei tempi.

Il Muro di Berlino era venuto giù da pochi mesi, le ansie della Guerra Fredda erano distanti, i timori degli anni di piombo ormai fugati; l’Italia era un Paese che viaggiava in maniera spedita grazie all’industria del petrolchimico, delle automobili, dell’agroalimentare che aveva modo di alimentare la quarta economia mondiale: si poteva guardare al futuro con certificate speranze, sognare non era soltanto lecito, era persino doveroso.

L’organizzazione della Coppa del Mondo sarebbe stata l’occasione per cambiare radicalmente il Paese: opportunità vanificata. Tangentopoli già scorreva in maniera fluida tra economia e politica, il fiume sotterraneo - una volta emerso - sarebbe drammaticamente esondato travolgendo uomini, partiti e aziende.

La macchina politica e amministrativa non si mostrò virtuosa nella gestione economica, gli enormi investimenti statali produssero ecomostri e tangenti, ma tutto ciò affiorò soltanto più avanti, e soltanto in Italia. La percezione del mondo fu diversa, una manifestazione compresa come una festa a cielo aperto, in nome della fratellanza e dei valori sportivi.

L’8 giugno 1990 iniziò il Mondiale che si concluse con incoronazione della Germania riunificata: non fu l’epilogo che l’Italia si aspettava. Il Paese scelse il vestito della festa per presentarsi al Mondo: stadi rinnovati e grande salto tecnologico per le riprese televisive.

Tra le ventiquattro squadre qualificate, partecipano per la prima volta Costa Rica, Eire e Emirati Arabi, c’è l’Unione Sovietica che ha tolto dalle maglie la scritta CCCP, ci sono Jugoslavia e Cecoslovacchia selezioni che di lì a poco verranno disunite, generando diverse altre formazioni nazionali. Nel tabellone ci sono sei gironi; si qualificano le prime due di ogni raggruppamento, più le 4 migliori terze.

Le favorite

L’Italia è tra le favorite alla vittoria finale; essendo il Paese organizzatore, negli ultimi 2 anni ha disputato soltanto amichevoli, ma la qualità della squadra è di valore assoluto: Zenga, Bergomi, Baresi, Ferri, Maldini, Berti, Ancelotti, Giannini, Donadoni, Baggio, Vialli. Sulla carta, è una formazione invincibile. E infatti, non perde mai.

Poi ci sono la Germania di Lothar Matthäus, l’Olanda di Ruud Gullit, l’Inghilterra di Paul Gascoigne. E il solito Brasile, che non vince da quattro edizioni, ma che alla vigilia si presenta sempre con i favori del pronostico per le scommesse calcio .

L’Argentina si presenta con rinnovate ambizioni dopo aver vinto il titolo mondiale quattro anni prima in Messico. Ma l’albiceleste cade all’esordio contro un sorprendente Camerun; decide la partita un gol di testa di Omam-Biyik, ed è un gesto atletico di una bellezza barbara, uno stacco di testa illogico per l’altezza che il giocatore riesce a raggiungere. Il Camerun chiude in nove, ma resiste e porta a casa una vittoria insperata.

Che sorpresa per i Campioni del Mondo dell'Argentina!

L’Italia fa il suo esordio il 9 giugno, in uno stadio Olimpico avvolto da ottantamila tricolori al vento. La sfida con l’Austria non si sblocca, alla fine la risolve Totò Schillaci, l’ultimo arrivato: diventerà l’uomo simbolo dei Mondiali, ma ancora non può saperlo.

Nei gironi di qualificazione l’unica sorpresa è il Costa Rica che approda agli ottavi estromettendo Svezia e Scozia. Altre selezioni a rischio - compresa l’Argentina - si salvano conquistando il passaggio del turno come migliori terze. Il gol di Giannini contro gli Stati Uniti esalta i tifosi azzurri, quello di Roberto Baggio contro la Cecoslovacchia è un capolavoro michelangiolesco di rara bellezza.

La fase ad eliminazione diretta

Negli ottavi di finale l’Italia batte senza patemi l’Uruguay, la Jugoslavia elimina la Spagna, l’Irlanda supera ai rigori la Romania, la Cecoslovacchia travolge il Costa Rica, la Germania supera l’Olanda, il Camerun ha la meglio sulla Colombia, l’Inghilterra si impone sul Belgio all’ultimo minuto dei tempi supplementari. Ma la vera sorpresa per le scommesse, è il successo dell’Argentina sul Brasile.

Decide la partita un gol di Caniggia, e una borraccia inquinata dagli argentini, e passata volutamente a un avversario. Branco ko.

Il gol che elimina il Brasile a Torino!

Le sfide dei quarti di finale sono equilibrate, almeno nel risultato; l’Italia domina contro l’Eire, ma segna un solo gol con il solito Schillaci, l’Argentina va a un passo dall’eliminazione contro la Jugoslavia, la salva il portiere Sergio Javier Goycochea che ha preso il posto da titolare dopo l’infortunio di Pumpido contro l’URSS: ai rigori Goycochea fa la differenza, e non sarà un caso isolato.

Il Camerun si ferma a un passo dall’impresa; in vantaggio contro l’Inghilterra, viene raggiunto a ridosso del novantesimo e superato ai supplementari grazie a due calci di rigore realizzati da Lineker.

Si risolve dal dischetto anche la sfida tra Germania e Cecoslovacchia: decide Matthäus. In semifinale i tedeschi trovano l’Inghilterra: è la rivincita della finale dei Mondiali del 1966, la partita è equilibrata e bellissima, sblocca Brehme, pareggia Lineker. Ai rigori i tedeschi non sbagliano mai.

La semifinale dell’Italia si gioca a Napoli, contro l’Argentina di Maradona; il campione sudamericano incendia la conferenza stampa della vigilia: “Solo adesso si chiede ai napoletani di essere italiani, e si dimentica che per un anno Napoli è stata definita la città dei terremotati, dei terroni, è sempre stata emarginata, ha ricevuto solo schiaffi. C’è tanto razzismo nei confronti dei napoletani, io ho sempre saputo che Napoli è italiana”.

Le premesse sono buone, l’Italia sblocca il risultato con Schillaci, e pensa di tenere in mano la partita. Ma a metà della ripresa pareggia Caniggia; da quel momento in poi gli azzurri vanno in confusione. Supplementari, poi rigori. Donadoni e Serena sbagliano, il sogno è finito, l’Argentina è in finale.

Le Notti magiche finiscono qui, la finalina per il terzo posto contro l’Inghilterra a Bari è l’occasione per dare il giusto tributo agli Azzurri: Schillaci segna ancora, e vince il titolo dei cannonieri.

Il giorno successivo è quello della finale. L’Olimpico fischia l’inno argentino, ed è la pagina più mortificante di Italia ’90: Maradona insulta tutti, inizia ringhiando e finisce piangendo. E’ una delle partite più brutte della storia del Mondiale, decisa da un rigore dubbio realizzato da Brehme.

L'esultanza dei tedeschi!

Queste furono le notti magiche sotto il cielo di un’estate italiana; mancò il trionfo sportivo, e ai tifosi disillusi rimase soltanto il rammarico. Ma per tutti gli altri, fu una manifestazione gioiosa; fu il Mondiale la festa stessa, e durò un mese intero: fu un’avventura senza frontiere. E con il cuore in gola. Inseguendo un gol, che non arrivò mai.

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Foggia; quella del gol di Caniggia di Luca Bruno; l'ultima di Carlo Fumagalli. Tutte distribuite da AP Photo.

June 5, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

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Un secondo e un terzo posto al mondiale. Solo due qualificazioni a grandi appuntamenti (Euro 2000 e Mondiale 2010) mancati negli ultimi trent’anni. Un Pallone d’Oro, l’unico dal 2008 in poi a interrompere il duopolio di Messi e Cristiano Ronaldo.

Non male per un paese di appena quattro milioni di abitanti, ma soprattutto per una nazionale che esiste solamente dal 1990. Anzi, a sentire la FIFA dal 1991, perché i risultati ottenuti dalla Croazia prima dell’indipendenza ufficiale dalla Jugoslavia non sono stati considerati. Il primo match della “nuova” Croazia, però, è datato 17 ottobre 1990, allo stadio Maksimir di Zagabria, e viene vinto per 2-1 dai padroni di casa contro gli Stati Uniti. Dunque, trent’anni di storia. 

Il campionato locale inizia nel 1992, sotto la denominazione di Prva HNL o  1. HNL: al momento della ripartenza sono stati giocati ventisei turni e ne mancano dieci. Si avvia, ripartendo da rassicurante +18 in classifica, a vincerlo per la quattordicesima volta nelle ultime quindici stagioni, la Dinamo Zagabria; unico titolo non vinto dai poeti, quello del 2016/2017 conquistato dal Rijeka

Il calcio croato è ripreso dalle semifinali di Coppa, la Kup, e proprio la formazione di Fiume è stata protagonista di un’incredibile rimonta: campione in carica, grazie al successo nel 2019 contro la Dinamo, avrà la possibilità di difendere il trofeo nella finalissima contro la NK Lokomotiva Zagreb, dopo aver ribaltato lo 0-2 iniziale nella semifinale secca con il NK Osijek in una sfida dallescommesse live imprevedibili!

 

Il format

Solo dieci squadre partecipanti che si affrontano quattro volte per un totale di trentasei turni di campionato. Al momento non sono previste riduzioni nelle giornate da disputare.

Sono ben quattro, tra campionato e coppa, le posizioni che danno diritto ad altrettanti slot nelle coppe europee. Chi vince, inizia il percorso in Champions dal secondo turno preliminare della Champions League,  seguendo il c.d. Champions Path. I quarti in classifica iniziano dal primo turno preliminare di Europa League. Nessuna delle tre compagini croate impegnate nel secondo trofeo continentale, è riuscita ad arrivare alla fase a gironi.

L'ultima in classifica retrocede in 2. HNL, la nona, invece, disputa il playout con la seconda della B croata.

Progetto Dinamo

L'idea calcistica è chiara, semplice, ma davvero efficace: i giocatori si formano in casa e quando sono pronti vengono lanciati senza particolari preoccupazioni tra prima squadra e Youth League, ancora in gara al momento della sospensione delle competizioni UEFA, dopo aver eliminato addirittura il Bayern Monaco. Un serbatoio clamoroso per la Nazionale, uno dei migliori settori giovanili d’Europa: i calciatori più talentuosi vengono lanciati giovanissimi.

La Dinamo è strutturata a livello economico e societario, non deve vendere subito i suoi gioielli. Nel girone di Champions con Manchester City, Atalanta e Shakhtar Donetsk, si è fatta valere, sfiorando la qualificazione e sorprendendo per le scommesse calcio proprio i bergamaschi nella gara di apertura del raggruppamento. Anche l’anno scorso ha fatto una buona campagna in Europa League, passando il girone ed i sedicesimi finali, uscendo solo ai supplementari con il Benfica negli ottavi. 

La bontà del lavoro svolto nel centro di è testimoniata una volta di più dalle dinamiche relative alla prima parte di carriera dell’ancora giovanissimo Dani Olmo: il talento spagnolo ha lasciato a 16 anni la Masia di Barcellona, per investire su stesso e velocizzare l'ingresso nel calcio che conta.

L'operazione è stata un successo per tutti e con il trasferimento del centrocampista al Lipsia, la dirigenza della società dello stadio Maksimir  ha ottenuto una della cessione più remunerativa: solo i bonifici della Juve per Pjaca e del Tottenham per Modric sono stati leggermente più alti.

Un'immagine della sfida di Champions contro l'Atalanta!

La stagione dell’Hajduk, altra big del calcio croato, è stata davvero travagliata. Pronti, via e subito esonero per l’allenatore Sinisa Orescanin, dopo un clamorosa sconfitta, anche per le scommesse, nei preliminari di Europa League contro i maltesi dello Gzira United Football Club: la squadra nella quale è cresciuto quel fenomeno di Alen Boksic è uscita, subendo in casa tre gol nel secondo tempo della partita di ritorno...

Il secondo tecnico stagione ha allenato la squadra per circa quattro mesi, sino alle elezioni presidenziali che hanno portato a Spalato una nuova dirigenza ed un manager di sicura esperienza, tra l'altro vecchia conoscenza del calcio italiano, Igor Tudor.

Obiettivi e talenti 

La volata per il secondo posto sarà entusiasmante nelle ultime dieci partite; grazie ai punti conquistati dalla Dinamo in Champions che hanno migliorato il  Ranking Uefa della Croazia, il secondo posto in classifica potrebbe valere l’accesso ai preliminari di Champions e non a quelli di Europa League. Sono quattro le squadre che possono puntare alla posizione finale di runner-up!
Tra i calciatori da seguire segnaliamo Mirko Maric, attaccante classe 1995 del NK Osijek: classico centravanti dal fisico importante, in odore di nazionale, sinistro pregevole, già 17 gol in questo campionato, per età e caratteristiche possiamo paragonarlo ad Andrea Petagna.

*Le foto dell'articolo sono di Darko Bandic (AP Photo).

June 5, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Il magico mondo del basket USA vive di visibilità. Tutto è esploso con l’espansione a livello mondiale del marchio NBA, riconducibile agli anni Novanta e all’incredibile epopea dei Bulls di Michael Jordan. Da quel momento la NBA è diventata la Lega più seguita al mondo, attraendo sponsor da ogni parte del pianeta, con i relativi ricavi schizzati alle stelle!

Qualsiasi impresa commerciale che vuole avere una sponsorizzazione nel mondo della pallacanestro americana può decidere di accordarsi o con la singola franchigia, o direttamente con la NBA. L’azienda più attiva da questo punto di vista è la compagnia assicurativa State Farm, che oltre a un contratto quadro con la NBA, esports incluso, vanta sponsorizzazioni con circa l’ottanta per cento delle franchigie.

La NBA gestisce direttamente gli accordi per la fornitura del materiale da gioco, affidato dalla stagione 2017 al colosso americano Nike. Il precedente accordo, stipulato con Adidas, aveva portato nelle casse della NBA 400 milioni di dollari in dieci anni. Il contratto con l'azienda dell'Oregon vale un miliardo di dollari in otto anni!

L'incremento sempre più esponenziale del valore di queste entrate ha portato il Salary Cap ad una crescita enorme negli ultimi anni. In quindici anni si è passati dai 43 milioni di dollari della stagione 2004/05 ai quasi 120 milioni della stagione in corso. Numeri astronomici che, tra l'altro, non comprendono gli accordi commerciali delle singole franchigie con le varie aziende. 

I naming rights

Una delle fonti di guadagno a livello di sponsorizzazione per le franchigie NBA arriva dai diritti delle arene. O meglio, dalla denominazione delle arene stesse. Ogni squadra infatti “cede” a uno sponsor il nome della propria arena, e non mancano addirittura dei “conflitti”. È il caso dei Dallas Mavericks e dei Miami Heat, entrambi sponsorizzati dalla American Airlines. Per questo motivo in Florida si trova l’American Airlines Arena, mentre in Texas l’American Airlines Center.

L’accordo più ricco è quello firmato nel 2018 dai Toronto Raptors, che al termine del contratto con Air Canada, hanno ceduto i diritti dell’arena alla Scotiabank. La franchigia canadese, vittoriosa nel 2019 per le Scommesse e quote per il basket ha firmato un accordo della durata di venti anni da 30 milioni di dollari a stagione.

Cifre astronomiche se si considera che il secondo accordo per valore raggiunge appena la metà. Stiamo parlando dell’ultimo contratto firmato per la nuova arena dei Golden State Warriors. I vice-campioni NBA hanno lasciato la Oracle Arena di Oakland per trasferirsi al Chase Center di San Francisco,  a seguito di un accordo ventennale da 15 milioni di dollari all’anno. 

Lo sponsor sulla maglie

Fino alla stagione 2017 le maglie della NBA erano “pulite”, ovvero prive di sponsor. Per aumentare ulteriormente i ricavi e offrire maggior visibilità alle tantissime aziende che volevano investire nel mondo NBA, il Commissioner Adam Silver ha dato il via libera all’introduzione di una piccola sponsorizzazione sulla maglia.

Come per quanto riguarda la gestione delle arene, gli accordi vengono gestiti direttamente dalle singole franchigie. Vista la novità, la maggior parte delle società ha deciso di firmare accordo molto più brevi rispetto a quelli firmati per le arene. Si parla di sponsorizzazioni di 2-3 anni, che comunque fruttano dai cinque ai dieci milioni di dollari per ogni franchigia.

Gli accordi più ricchi sono stati firmati, ovviamente, dalle squadre che, al momento dell'introduzione, lottavano per il titolo. A cominciare dai Cleveland Cavaliers, che hanno ottenuto un accordo triennale con Goodyear da dieci milioni a stagione. Addirittura raddoppiato il valore dell’accordo tra i Warriors e il servizio di streaming giapponese Rakuten, che sponsorizza Golden State per venti milioni a stagione.

Anche le franchigie storiche hanno ottenuto contratti molto ricchi. È il caso dei New York Knicks, che nonostante un’assenza pluriennale dai playoff, hanno sottoscritto un'intesa triennale con l’azienda americana Squarespace da circa 13 milioni a stagione.

Discorso simile anche per i Lakers, che nel 2018 prima dell’arrivo di LeBron e del ritorno, anche per le Quote e Scommesse NBA ad alti livello avevano firmato un accordo biennale con Wish, azienda attiva nell'e-commerce da 12 milioni a stagione.

L’esperimento sponsor sulla maglia verrà testato definitivamente nel 2021. Quasi tutti i contratti di sponsorizzazione, infatti, scadranno al termine dei prossimi NBA playoffs previsto per ottobre 2020 e la NBA punta a massimizzare gli introiti con i nuovi accordi che entreranno in vigore dalla prossima stagione. 

*La foto di apertura dell'articolo è di June Frantz Hunt (AP Photo).

June 5, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Ci siamo mai chiesti perché, veramente, il calcio anni Ottanta e Novanta è, per definizione, quello che ha fatto innamorare gli italiani a questo sport? Per la sua imprevedibilità, l'assenza di fil rouge, il modo che aveva di produrre emozioni e - per l'appunto - contenuti sempre diversi uno dall'altro. Un uovo di Pasqua perennemente da aprire, tra un Giampiero Galeazzi che, furbescamente, si chiudeva nello spogliatoio del Napoli per raccontare lo scudetto di e con Maradona, i colori degli stadi e tanti segni distintivi, squadra per squadra.

Tra questi, anche... il pallone da gioco. Che, fino al termine della stagione 2006-2007, cambiava, a seconda dello stadio in cui veniva disputata la partita. Dall'estate successiva, tutto è cambiato: firma sul contratto proposto dalla Nike e pallone unico. Omologazione che ha poi coinvolto i vari campionati a scendere, perfino in Serie D. La stessa che, per esempio, aveva storicamente contraddistinto le competizioni internazionali, come Mondiali ed Europei.

Che assortimento!

Che tipo di "sfere di cuoio" utilizzavano le varie squadre di Serie A negli Anni Novanta? Talvolta, come l'Asics per il Torino, riguardavano lo sponsor tecnico che già curava abbigliamento da gara e casual. Stesso discorso per la Lazio e il marchio tedesco "Puma".

Altre volte, invece, questo binomio non esisteva per nulla: storico, ad esempio, l'utilizzo del pallone "Select" - riconoscibilissimo per la sua sagomatura - da parte della Juventus (griffata Kappa, all'epoca) oppure Uhlsport da parte dell'Inter (che già a quei tempi cambiava diversi sponsor tecnici, dalla Puma alla Umbro, sino alla "definitiva" Nike).

Una modalità che non interessava soltanto le "big": nella stagione 2006-2007, ad esempio, il Messina di bomber Christian Riganò, vestita Legea, giocava con un pallone della "A-Line", ditta fondata fondata nel 1999 a Cagliari da Andrea Picciau e dagli ex-calciatori Gianluca Festa e Christian Karembeu. Tornando al "Select", quest'ultimo fu anche il pallone del Milan, che successivamente sposò la causa di Adidas e del mitico "Tango".

Segui il calcio anche con le scommesse 888sport!

Il pallone Adidas Tango!

Le grandi marche

Molte aziende in tutto il mondo fabbricano palloni da calcio. Solo Adidas, però, è il fornitore ufficiale di tutte le partite organizzate da Fifa e Uefa fin dagli anni settanta; inoltre, produce anche il pallone delle partite di Uefa Champions League, il "Finale", e ha fornito i palloni per il torneo olimpico del 2008.

L'Europa League, torneo sempre interessante per le scommesse live, invece, ha in essere un contratto con la giapponese "Molten", storico produttore di sfere sportive, anche nel basket e nella pallavolo.

Nike, invece, è il fornitore ufficiale dei palloni oltreché della Serie A (2,5 milioni annui il valore della sponsorizzazione), della Coppa Italia, della, Supercoppa italiana e della Primavera 1 e 2. Tutto questo, si diceva, a partire dalla stagione 2007-2008, grazie ad un accordo iniziale della durata di 5 anni siglato con la Lega Calcio. "Baffo" che - per 4 milioni ad annata calcistica fino al 2025 - offre anche i palloni alla Premier League e, tornando nel nostro paese, della LND (futsal compreso).

Il produttore statunitense è sempre presente anche in Portogallo e nella Chinese Super League. Nike che, invece, ha perso - dopo lungo tempo, dal 1996-97 - la Liga spagnola, i cui palloni sono ora quelli della Puma, che l'anno scorso ha sottoscritto un contratto triennale da circa 6 milioni a stagione: le Scommesse e quote per il calcio indicano un arrivo in volata tra Barcellona e Real Madrid!

E ancora, la danese Select offre i meravigliosi palloni da erba naturale alla Jupiler Pro League belga e all’Allsvenskan svedese. La tedesca Uhlsport, pagherà 1,2 milioni annui sino al 2022 per i club francesi di Ligue 1. La Derbystar, infine, rifornisce la Bundesliga - con una sponsorizzazione da 3 milioni stagionali - sempre fino al 2022. Stessi palloni anche nella Eredivisie olandese.

Il rinnovo di contratto tra Nike e Serie A è arrivato l'estate 2019 col pallone, modello "Merlin". A ciascuna delle 20 società viene, inoltre, fornito un quantitativo gratuito di 600 palloni ufficiali, a marchio Serie A TIM, 400 bianchi e 200, invernali, gialli. Se i club in Italia dovessero avere bisogno di un'integrazione, devono pagare un prezzo (scontato del 50%) di 55 euro più iva a pallone.

Resta, comunque, quel retrogusto malinconico a cui omologazioni abituano. Quanta nostalgia del calcio anni Ottanta e Novanta... 

*Le immagini dell'articolo sono di Luca Bruno e Doug Mills, entrambe distribuite da AP Photo.

June 4, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Il mondo della NFL è coordinato da tantissime regole, molte delle quali sono sconosciute alla maggior parte dei fans. Alcune riguardano la gestione delle franchigie, altre impattano, invece, sulle dinamiche del gioco durante la partita.

Una di queste norme poco conosciute ha dato il via di fatto alla dinastia dei New England Patriots di Tom Brady e Bill Belichick. Il famoso “Tuck Rule Game” del 19 gennaio del 2002, Divisional Round della AFC con i Pats che ospitarono gli Oakland Raiders. La “Tuck Rule” prevede che “se un giocatore [offensivo] è in possesso del pallone per passarlo in avanti, qualsiasi movimento volontario in avanti del suo braccio inizia un passaggio in avanti, anche se il giocatore perde il possesso del pallone mentre sta tentando di piegarlo indietro verso il suo corpo”.

Ci riferiamo, naturalmente, all’azione controversa nel quarto periodo del match dei Patriots, quando Tom Brady subisce un sack dal CornerBack dei Raiders Charles Woodson. Il pallone scappa dalle mani di Brady e gli arbitri dichiarano il fumble, con l’ovale recuperato dai Raiders che avrebbero, così, vinto la partita. Dopo la revisione all’instant replay, l’arbitro deciso di chiamare il passaggio incompleto restituendo così il possesso ai Patriots.

Da lì in poi scattarono molte polemiche, con la NFL che nel 2013 decise di annullare la “Tuck Rule”. Da allora se l’attaccante perde il pallone piegandolo all’indietro viene considerato un fumble, non più un passaggio incompleto. Si tratta di passaggio incompleto solo quando l’attaccante piega in avanti il pallone, dando il via al movimento di lancio. 

La Rooney Rule

All’inizio del nuovo millennio la NFL ha deciso di cambiare radicalmente alcune sue “abitudini”. L’allora proprietario dei Pittsburgh Steelers, Dan Rooney spinse per dare alle minoranze etniche le stesse possibilità di ricoprire incarichi di alto profilo nelle franchigie NFL. Fino al 1979 infatti nella massima lega americana c’era stato solamente un capo allenatore afro-americano, risalente addirittura agli anni Venti.

Qualche cambiamento si è visto dagli anni Ottanta, ma la vera rivoluzione arrivò nel 2002. A Tampa Bay viene licenziato il coach afro-americano Tony Dungy dopo la seconda apparizione consecutiva ai Playoff. Nello stesso anno, a Minnesota viene licenziato Dennis Green perché i Vikings chiusero la stagione con un record negativo dopo nove anni consecutivi con record positivo, anche per le scommesse sportive.

Questi licenziamenti spinsero diversi afro-americani a sottolineare come le posizioni dei coach provenienti da minoranze etniche fossero molto più in bilico nella NFL. Per questo motivo nel 2003 nasce la Rooney Rule. Con l’introduzione della Rooney Rule tutte le franchigie hanno il dovere di intervistare almeno un allenatore proveniente da minoranze etniche qualora il ruolo di capo allenatore dovesse essere vacante.

Questo ha aperto le porte della NFL a molti più coach, come ad esempio il capo allenatore dei Pittsburgh Steelers Mike Tomlin, in carica dal 2007. La prima modifica alla Rooney Rule è molto recente, arrivata nell’ultima off-season della NFL, con le franchigie che dalla prossima stagione dovranno intervistare almeno due coach provenienti da minoranze etniche per aumentare ulteriormente le loro possibilità. 

Gli strani Overtime

Ci sono alcune regole particolari all’interno dei tempi supplementari in NFL. Secondo le regole attuali, se una squadra segna un touchdown al primo possesso nell’Overtime vince la partita. In caso contrario, il regolamento si divide tra regular season e playoff. Nella stagione regolare, si gioca un solo tempo supplementare da dieci minuti, visto che il match può terminare in pareggio.

Nei playoff invece non è previsto il pareggio, per questo sono previsti più di un tempo supplementare ma cambia la regola per la vittoria. Un qualsiasi touchdown, anche se non dovesse essere segnato al primo possesso offensivo, regalerebbe il successo senza garantire agli avversari la possibilità di replicare, come previsto invece nella regular season.

Delle novità sono attese a breve, la NFL sta studiando una nuova versione di “Overtime” per garantire più spettacolo e dare la possibilità a ogni squadra di recuperare in situazione di svantaggio. Regole che, qualora dovessero essere modificate, verrebbero equiparate tra regular season e playoff. 

Segui lo sport americano anche con le scommesse sulla MLS.

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Elise Amendola (AP Photo).

June 4, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Al termine di ogni stagione sportiva la Champions League (nata nel 1992 dalla trasformazione del torneo conosciuto con il nome di “Coppa dei Campioni”) celebra il club più forte (o in forma) su scala continentale. 

La PlayStation e la Champions

I contratti dell'Europa League

Quanto percepisce ogni club che partecipa alle coppe

Ma è anche il maggiore format di successo dell’UEFA (insieme agli Europei). 

Sotto il profilo marketing l’organismo di governo del football UE sviluppa, su base triennale, i propri piani commerciali. Attualmente può contare su otto realtà partner per la Champions (Nissan, Sony/PS4, Gazprom, PepsiCo-Lay’s, Banco Santander, Mastercard, Hotels.com e Heineken). La scadenza dei contratti, nella maggioranza dei casi, è prevista nel 2021 (soprattutto per gli accordi più longevi). 

Le vendite mondiali di tutti i diritti di sponsorizzazione delle competizioni UEFA per club sono gestite da “TEAM Marketing AG” (per conto dell’istituzione elvetica).

La PS4 da... Champions!

Alcune di queste realtà sono strettamente collegate alla storia della competizione calcistica. Sony Interactive Entertainment, presente nell'edizione 2019/2020 sul rettangolo di gioco con il marchio “PS4”, è, da oltre 20 anni, sponsor dell’evento (la mitica “PS1” è sbarcata in Europa nell’autunno-inverno 1995).

Una partnership che ha accompagnato quasi tutte le versioni della console (a partire dalla PS2 lanciata nel lontano 4 marzo 2000) e che, oggi, si sviluppa (nel 2016 la PlayStation4, ad esempio, ha superato i 50 milioni di unità vendute grazie al driver del calcio) soprattutto in ambito social e negli esports

Nel 2018 sempre l’ente di Nyon ha annunciato il prolungamento dell’accordo di sponsorizzazione con Pepsi e Mastercard per il ciclo 2018-21 della UEFA Champions League (l’accordo, tra l’altro, ha incluso i diritti di sponsorship per le Supercoppe Uefa del 2018, 2019 e 2020). 

La partnership storica, per eccellenza, è quella firmata da Heineken, che, in quest’ultimo triennio, ha speso più di 60 milioni (ha firmato, nel 2019, un contratto che la lega all’UEFA per il periodo 2021-2024). Una cifra simile è pagata da Mastercard (55 milioni fino al 2021). 

Su base annua gli sponsor pagano tra i 15 ed i 20 milioni di euro, oltre a fornire servizi e prodotti. Il settore più interessato al format UEFA è quello dei servizi bancari. Nel novembre 2017, Santander ha preso il posto di Unicredit, partner per diverse stagioni (dal 2009 al 2017), pagando una somma stimata in 70 milioni (sempre su base triennale). Al tempo stesso Unicredit group, per molto anni, ha gestito la tesoreria dell’ente di Nyon.

Mbappe esulta davanti ad un banner Unicredit!

Tra le partnership più interessanti spicca quella di Gazprom, entrata nella “famiglia” della Champions nel 2012. La compagnia estrattrice di gas naturale numero uno al mondo, con base a Mosca, non possiede stazioni di servizio o prodotti specifici. E’ una vera e propria “smart sponsorship” per crescere in brand reputation e in visibilità internazionale. 

I contratti dell'Europa League

Più ridotto, infine, il peso degli investimenti dei partner della Europa League, seconda competizione per club a marchio Uefa. Il costo di accesso delle sponsorizzazioni non è superiore ai 5 milioni di euro su base annua. I partners principali sono cinque: FedEx, Amstel, Kia motors, Enterprise-rent-a-car e Hankook. Un format con una buona visibilità, ma chiaramente non dello stesso “peso” televisivo della Champions. 

Ma la Champions non è un vero e proprio un “libero mercato”. Esistono rigide regole che devono essere rispettate dai club qualificati alla fase eliminatoria. Sulla base dell’art. 15 del Regolamento “per assicurare l'integrità delle competizioni UEFA, nessuna entità individuale o legale può avere il controllo di più di un club partecipante". Problema sorto, di recente, con il RB Lipsia e il Salisburgo di proprietà e/o sotto il controllo di Red Bull.

Il Villareal festeggia l'Europa League!

O ancora se due club sono sponsorizzati dallo stesso marchio commerciale, uno di questi dovrà presentarsi in campo o senza logo o con un “prodotto” dello stesso brand (purché non coincidente con il primo). Restano poi vigenti i divieti (pubblicitari) dei singoli paesi, in alcune categorie commerciali, sulla base delle normative nazionali. 
Il club può apporre sulla maglia solo un marchio sponsor, già preventivamente accettato dalla Federazione di appartenenza in una delle competizioni nazionali (campionato, coppa di lega, ecc.). 

Durante il torneo è previsto il cambio dello brand sponsor presente sulla divisa di gara. I club qualificati ai turni preliminari possono cambiare fino a due volte l’azienda partner, ma solo una volta nella “fase a gironi”, mentre i club iscritti direttamente alla “fase a 32” possono cambiare lo sponsor solo una volta durante la stessa stagione agonistica. 

Il “tesoretto” da dividere

La Champions è una “macchina da soldi” non solo sul terreno marketing, ma anche per i football club, soprattutto quelli che entrano nella fase a gironi. Nel 2020, i 32 club si divideranno 1,95 miliardi di euro (mentre l’Europa League è una torta da 560 milioni di euro). Anche i "premi di consolazione" sono davvero ingenti, partendo dai 6 team come lo Young Boys che non si sono qualificati ad agosto (nel corso degli spareggi) per le scommesse calcio; questi ultimi si sono divisi 30 milioni di euro (5 milioni a testa). 

ll prizemoney per le compagini inserite nei gironi (8 gruppi da 4 squadre) è suddiviso tra parte fissa e parte variabile: il 25% è distribuito come bonus partecipazione (diviso in parti uguali tra tutti i club); il 30% è calcolato sulla base del ranking Uefa (vengono presi in considerazione i risultati degli ultimi 10 anni). Un ulteriore 30% è solo in base ai risultati conquistati sul rettangolo di gioco.

Il restante 15% fa parte del cosiddetto “market pool” (circa 300 milioni di euro) erogato dalla UEFA in base al valore televisivo di ciascuna squadra nel proprio mercato di riferimento, e al numero di partite che il club riesce a disputare nel torneo continentale. 

La Coppa dalle grandi orecchie che tutti sognano!

Quest’anno, ad esempio, la “starting fee” collegata all’inserimento nella fase a gironi è di 15,2 milioni di euro. Poi, per ogni vittoria, si incassano 2,7 milioni, mentre per il pareggio soltanto 900 mila. Superata la fase a gironi gli ottavi valgono 9,5 milioni di euro, i quarti, ottenuti dall'Atalanta dopo la straordinaria doppia vittoria sul Valencia anche per le scommesse online, 10,5 milioni, mentre la semifinale ben 12.

Arrivare alla finale 2020 vale 15 milioni di euro. Vincerla ulteriori 4 milioni di ricavi. 

Chi alzerà la coppa, con il Bayern favorito per le scommesse e quote Champions League infine, porterà a casa 3,5 milioni di euro, destinati alle due squadre inserite nel format della Supercoppa europea (vi partecipa la vincente della Champions e della Europa League).

*Il testo dell'articolo è stato curato da Marcel Vulpis, direttore di SportEconomy; le immagini sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 2 giugno 2020.

 
October 21, 2021

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Porto e Benfica sempre sugli scudi nel calcio lusitano: dalla stagione 2009/2010 una delle due squadre ha sempre vinto il campionato, con un parziale di sei titoli a quattro a favore delle Aquile! Le due compagini si affronteranno anche nella finale di Taca de Portugal.

La Primeira Liga si è sempre contraddistinta come uno dei campionati più “bloccati” d’Europa, come dimostra il rapporto tra Over ed Under della stagione in corso (oltre il 58% delle gare hanno registrato esito Under 2.5).

A fare eccezione è la neopromossa Famalicao, vera sorpresa del campionato. La squadra allenata da Joao Pedro Sousa ha totalizzato 16 over 2.5 nelle prime 24 giornate, con una media gol a partita di 3.3 (unica squadra a superare le tre reti a gara). Per quanto riguarda la finale di Coppa la finale vedrà protagoniste Porto e Benfica

Dove eravamo rimasti

Porto e Benfica da inizio stagione sono protagoniste di una corsa a due per il titolo. Si riparte con il Porto, allenato da Sergio Conceicao, con un punto di vantaggio rispetto al Benfica, oltre al favore dello scontro diretto: due vittorie, infatti, per i Dragoes sia nel match d’andata che al ritorno, 0-2 al Da Luz alla terza giornata e un 3-2 pirotecnico, anche per le scommesse calcio al Do Dragao, con ben quattro reti nella prima frazione di gara!

Pepe, bandiera del Porto!

Prima della sconfitta nel match di ritorno contro il Porto alla ventesima giornata, la squadra di Bruno Lage aveva ottenuto 18 vittorie ed un solo ko proprio nella sfida casalinga contro i Dragoes. Il Glorioso ha disputato un'ottima prima parte di stagione, ma nelle ultime cinque gare giocate prima della sospensione, la classifica si è clamorosamente accorciata, visto il netto calo del Benfica nell’ultimo mese di campionato.

Il successo degli uomini di Coincecao ha accorciato il Porto a quattro lunghezze di distanza dal Benfica, che nei quattro match successivi ha totalizzato solo cinque punti, vincendo appena un incontro, 1-0 in casa del Gil Vicente. Un crollo inaspettato che ha acceso una corsa al titolo che si sarebbe potuta chiudere già al termine del girone d’andata.

Molto accesa la lotta all’ultimo posto valido per l’Europa League, con tre squadre in un punto che vanno a caccia della quinta piazza in classifica. Al momento Braga e Sporting Lisbona, rispettivamente terza e quarta, sembrano stabilmente in zona europea anche se è impossibile per loro rimontare su Benfica e Porto per la qualificazione in Champions League. In grossa difficoltà in zona retrocessione Portimonense e Deportivo Aves, rispettivamente a -6 e -9 dalla salvezza. 

I big match

Alla ripresa il Porto capolista avrà una durissima trasferta sul campo della sorpresa Famalicao, mentre il Benfica due settimane dopo andrà in casa del Rio Ave, attualmente quinto in classifica. Le due giornate decisive potrebbero essere la terzultima e, soprattutto, l’ultima. Nella 32esima giornata, infatti, Benfica e Porto ospiteranno Vitoria Guimaraes e Sporting Lisbona, rispettivamente sesta e quarta in classifica al momento della ripartenza.

Un'esultanza dei giocatori dello Sporting!

Il weekend clou sarà, però, anche per le scommesse quello conclusivo, quando si incroceranno le prime quattro della classe con il Benfica che ospiterà lo Sporting del sempre pericoloso argentino Vietto in un caldissimo derby di Lisbona mentre il Porto farà visita al Braga. Un turno di fuoco che potrebbe essere quello decisivo per assegnare al rush finale il titolo portoghese. 

I gioielli

Grande curiosità in tutto il Portogallo per il nuovo fenomeno esploso in questa stagione. Il talento del Braga, Francisco Trincao, alle ultime apparizioni in Portogallo prima di passare a fine stagione al Barcellona. Sono bastati sei gol nella prima metà di stagione a convincere i blaugrana a spendere 31 milioni di euro per portarlo in Spagna.

Il gol del Braga in Europa League!

In casa Benfica si punterà con forza su Pizzi, autore di una stagione straordinaria da 14 gol e 8 assist in 24 partite. Il Porto di Conceicao invece affida al collettivo la sua potenza di fuoco offensiva, con quattro giocatori con almeno sei gol realizzati. Su tutti spicca l’ex terzino dell’Inter Alex Telles, esploso definitivamente al Porto in queste ultime due stagioni, e nelle mire di tante società di Premier, a partire dal Chelsea! 

*Le immagini dell'articolo, tutte distribuite da AP Photo, sono, di Armando Franca, Miguel Angelo Pereira e Luis Vieira.

June 2, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

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