Tra gli sport più attesi dell'estate 2020 vi è il ciclismo, che si caratterizza, tra l’altro, per un affollamento di kermesse nazionali e internazionali, come mai era successo prima (il calendario è concentrato infatti in meno di 90 giorni).

Si riparte, in ordine cronologico, il prossimo 1° agosto, da Siena con la “Strade Bianche”, poi si proseguirà l’8 agosto con la Milano-Sanremo e il 23 agosto con i “Tricolori”. Il 7-14 settembre con la Tirreno-Adriatico, il 27 settembre con i Mondiali in Svizzera (ad Aigle-Martigny), il 3-25 ottobre con il “Giro d’Italia”, il 4 ottobre con la Liegi-Bastogne-Liegi, il 18 ottobre con il Giro delle Fiandre, il 20 ottobre-20 novembre con la Vuelta di Spagna e il 25 ottobre con la Parigi-Roubaix. 

L’evento di punta dell’UCI World Tour però è storicamente il Tour de France (di proprietà di Amaury Sport Organization). La 107ima edizione della “Grande Boucle”, è in programma dal prossimo 29 agosto al 20 settembre 2020. Il percorso conta più di 3.470 km, per un totale di 21 tappe, con partenza da Nizza e arrivo sugli Champs Élysées a Parigi. 

Il business della “Grande Boucle”

Prima della sospensione di tutti gli eventi, questo grande contenitore economico sportivo aveva superato i 160 milioni di euro di valore della produzione. Oltre il 50% di questa torta economica (per la precisione il 55%) è legato, a filo doppio, ai diritti audiovisivi, così come avviene ormai nella stragrande maggioranza dei format di sport-business. 
France Télévision investe ogni anno 25 milioni di euro, altri 60 milioni arrivano invece dagli altri paesi interessati al prodotto ciclistico d’oltralpe. 

In totale, in questa edizione, saranno più di 30 i broadcaster (Rai Sport trasmetterà sul mercato italiano), ma saranno presenti anche BeIn Sports (Medio Oriente e Nord Africa), RTVE (Spagna), ESPN (America Latina e Caraibi), Zhibo TV e CCTV (Cina), ARD (Germania), SBS (Australia), J Sports (Giappone), Eurosport, NOS (Olanda), Flos Bike (Canada), Sky Sport (Nuova Zelanda), VRT (Belgio) e il colosso NBC Sports (Stati Uniti). 

Quest’anno è una edizione “atipica” del Tour e anche per i broadcaster, naturalmente, non sarà semplice coprire i costi dei diritti pagati ad A.S.O.. 

France Télévision, negli ultimi anni, non è riuscita a superare i 10 milioni di raccolta pubblicitaria e, in questa edizione, da stime indicative, dovrebbe fermarsi attorno ai 6 milioni di euro.

Il colombiano Egan Bernal festeggia nella tappa di Parigi!

La messa in onda della più importante gara di ciclismo su strada del World Tour è un vero e proprio “evento nazionale” in Francia. Il valore della Grande Boucle non è solo economico, ma soprattutto sociale e culturale. Per capire il giro d’affari della kermesse transalpina, il Tour de France vale 4 volte il Giro d’Italia, e, ogni anno, coinvolge, nella carovana pubblicitaria, più di 150-200 mezzi supportati da importanti aziende sponsor, nazionali e internazionali. 

Non solo diritti tv

Le sponsorizzazioni pesano per il 25%, a seguire i ricavi da merchandising (10%) ed i contratti che le municipalità francesi (10%) siglano per ottenere il passaggio del Tour (in fase di partenza o arrivo). Una modalità di business ormai in uso in tutti i principali eventi ciclistici a tappe. 
Complessivamente, nelle tappe più importanti, si superano le 800mila presenze (lungo il percorso), contro le 500mila del Giro d’Italia. 

A livello digital, infine, la corsa francese e gli arrivi spettacolari che infiammano le scommesse live “intercettano” più di 2.7 milioni di fan su Facebook, 3 milioni su Twitter e 1.2 milioni di follower sul profilo ufficiale di Instagram. 

Tornando al tema delle partnership, in totale, sono 44, con LCL (banca-assicurazione) sponsor della maglia “gialla”, Skoda (auto) della “verde” (classifica a punti), Krys (magazzini) della “bianca” (per il giovane più promettente), E.Leclerc (supermercati) di quella a “pois” (miglior scalatore). Namedsport (integratori alimentari), infine, firma il “best team” e Antargaz (gas/energia) la classifica del corridore “più combattivo”. 

*Il testo dell'articolo è stato curato da Marcel Vulpis, direttore di SportEconomy; le immagini, distribuite entrambe da AP Photo, sono di Laurent Rebours e Thibault Camus.

June 24, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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A volte contro il fato c’è davvero poco da fare. Quando si è destinati a diventare famosi, l’esposizione mediatica arriva anche in maniera assolutamente casuale. Basta una foto scattata al momento giusto (o sbagliato) per finire sotto i riflettori. Per fortuna di Raoul Bellanova, l’impressione è che la sua celebrità istantanea sarà a breve coadiuvata da altrettanta fama sui campi da calcio.

Il classe 2000, nato a Rho, è tra i migliori prospetti del calcio italiano in un ruolo, quello del terzino destro, che fatica a trovare degli interpreti in grado di adattarsi alle mansioni sempre più disparate che il calcio moderno assegna a chi occupa quella zona di campo. Eppure tutti lo hanno conosciuto per un’immagine che ha fatto il giro del mondo. Una foto con Cristiano Ronaldo e…un ospite inatteso.

Per il giovanissimo cresciuto nel vivaio del Milan, l’occasione di incontrare il portoghese dopo Milan-Juventus del 2018 (in cui è stato portato in panchina da Gattuso, allora tecnico rossonero) era troppo ghiotta. E quindi il terzino è andato negli spogliatoi dei bianconeri chiedendo un selfie al cinque volte Pallone d’Oro. Una foto di cui andare orgogliosi, da condividere sui social. Peccato che Bellanova non abbia notato che sullo sfondo ci fosse Re Giorgio Chiellini…come mamma l’ha fatto.

Un piccolo segnale del destino, che ha catapultato sulla bocca di tutti il nome di un calciatore che, nonostante non sia riuscito a fare neanche una presenza in rossonero, ha fatto le giovanili a Milanello per tredici anni e che è stato una colonna di tutte le nazionali giovanili, partendo dall’Under-15 per arrivare all’Under-20.

Una scelta difficile

Un talento su cui il Diavolo era pronto a scommettere, anche considerando che da più parti il ragazzo è paragonato a Gianluca Zambrotta. Fare bene come il campione del mondo 2006 non sembra proprio il più semplice degli obiettivi, ma le caratteristiche di Bellanova, in fondo, non possono non ricordare l’esterno di Juventus e Milan. Buon fisico (1,88m per 82kg), velocità, capacità offensive, senso della posizione, piedi buoni e versatilità. Una di quelle scommesse serie A con parecchie probabilità di vittoria.

Il Milan però non se lo godrà, visto che ad appena 19 anni il classe 2000 ha fatto una scelta di vita difficilmente pronosticabile. Dopo tantissimi anni a Milanello non ha rinnovato il suo contratto e si è accasato al Bordeaux, che lo ha pagato un milione di euro ai rossoneri, lasciandolo in prestito in Serie A fino a fine stagione.

Per lui è arrivato un quadriennale e nell’agosto 2019 anche l’esordio tra i professionisti, giocando da titolare la prima di Ligue 1 tra il club girondino e l’Angers. Il primo impatto non è stato semplice, considerando che dopo quel match in cui ha sbagliato parecchio non ha più trovato spazio nelle scelte di Paulo Sousa. Eppure su di lui le aspettative sono tante, come dimostra il passo successivo della sua carriera.

Bellanova contro il Marsiglia!

L'arrivo a Bergamo

Se c’è un club che sa come crescere giovani di prospettiva e trasformarli in prototipi di campioncini, quello è l’Atalanta. E non è certo un caso che nel gennaio 2020 siano stati gli orobici a contattare il Bordeaux, ottenendo il prestito di Bellanova per 18 mesi, con tanto di opzione per il riscatto. Per tenerlo definitivamente a Bergamo serviranno 5 milioni di euro, con il 10% del ricavato che andrà nelle casse del Milan, per provare a lenire almeno un po’ il dispiacere di aver perso un talento dal futuro che appare parecchio luminoso.

Per il terzino, però, ancora nessuna presenza con Gasperini.  Ma con tutte le partite che ci saranno da giocare con la ripresa, probabile che l’esterno trovi prima o poi la possibilità di scendere in campo.

Del resto, il curriculum in nazionale parla molto chiaro. Per lui già oltre sessanta presenze nelle rappresentative giovanili, con ottime prestazioni sia con l’Under-17 (24 partite) che con l’Under-19 (21 caps). E soprattutto, già quattro competizioni di livello internazionale disputate. Nel 2016 e nel 2017 prende parte agli Europei Under-17, giocando la prima delle due edizioni da titolare ad appena sedici anni. Nel 2018 è poi uno dei protagonisti della cavalcata dell’Italia Under-19 di Nicolato che arriva a un passo dal titolo continentale.

Per lui in quell’Europeo cinque presenze, compresi tutti i 120 minuti nella finalissima poi persa contro il Portogallo, con due assist. E poi nel 2019 è arrivata anche l’esperienza del Mondiale Under-20, in cui gli azzurri sono arrivati quarti, giocato da esterno a tutto campo nel 3-5-2. Insomma, solo ottime referenze per questo ragazzo del 2000.

Che, se tutto va bene, dovrebbe essere un punto fermo del calcio italiano dei prossimi anni e per questo è andato a Pescara da Mister Oddo, altro Signore della fascia, poi sostituito da Delio Rossi! E chissà che un giorno, riguardando quella famosa foto, non si pensi più a Chiellini ma al primo assaggio di celebrità di un calciatore affidabile sulla fascia…

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo sono di Darko Vojinovic e Daniel Cole. Prima pubblicazione 23 giugno 2020.

June 28, 2023

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Dopo Vicenza e Triestina, continua il nostro viaggio attraverso tre piazze dove il calcio, seppur lontano da palcoscenici prestigiosi, rappresenta sempre l’elemento trainante delle rispettive comunità, in particolare di quelle giovanili!

PISA

Lontani i tempi di Anconetani, triestino di nascita, ma poi, legatosi alla città della Torre e alla sua squadra, la portò in Serie A, dopo averla presa in Serie C. Era il 1982, Pisa festeggiava il ritorno nella massima serie e poco dopo si tingeva anche di tricolore per la vittoria dell’Italia al Mondiale di Spagna. Sono diciassette le presenze in A e l’ultima è datata 1991.

Con Anconetani arrivarono due Mitropa Cup (’86 e ’88) e all’Arena Garibaldi si potevano ammirare giocatori come Klaus Berggreen, Wim Kieft, Claudio Sclosa, Dunga, Max Allegri, ma anche José Antonio Chamot e Diego Pablo Simeone e un Direttore Tecnico del calibro di Mircea Lucescu. Pisa, però, non è solo Anconetani. Negli anni ’20 la squadra conobbe altre pagine di gloria e nel 1921 arrivò a giocarsi la finale scudetto persa poi (2-1) contro la Pro Vercelli. 

Oggi, per le scommesse 888sport, la doppia chance 1X è sempre un'ottima opzione per le partite interne del Pisa in Serie B!

Caraballo, a sinistra, con Klaus Bergreen: la coppia di assi stranieri del Pisa!

FOGGIA

Serie D, girone H. Il Foggia è ripartito da qui, dopo il fallimento. I Satanelli sono però un’altra di quelle squadre che hanno fatto epoca, che hanno segnato la geografia del calcio italiano. Come dimenticare, infatti, il nono posto conquistato nel 1965 con Oronzo Pugliese in panchina, a pari merito con la Roma che poi volle il Mago di Turi alla guida della propria squadra. Schietto, sincero, uomo d’altri tempi, si ricorda di Pugliese l’impresa tattica di imbrigliare la Grande Inter di Helenio Herrera, sconfitta 3-2 che spinse Gianni Brera a titolare, il giorno dopo, così: “L’orgoglio del Foggia ha fatto bastione, fermata l’Inter”.

In effetti, Pugliese mise in campo una squadra cortissima, con linee strette per non dare campo all’Inter e impose una marcatura a uomo ferrea sui giocatori nerazzurri per limitarne l’immenso talento. Racconta Patini, capitano di quella squadra: “Quando entrammo in campo, lo stadio tremò, l’urlo delle gente era così forte che per venti minuti quelli dell’Inter rimasero annichiliti”. Un’impresa che resta nella memoria di Foggia, tramandata dai padri ai figli, come le gesta di quella che fu poi soprannominata Zemanlandia.

Con il tecnico boemo in panchina, tornato dopo una parentesi nella stagione ’86-’87, Signori e Baiano in attacco, il Foggia diede spettacolo all’inizio degli anni ’90. I Satanelli tornano in Serie A nel 1991, dopo 13 anni di assenza, Rambaudi-Signori-Baiano solo il tridente delle meraviglie e il Foggia con Zeman arriva, clamorosamente per le scommesse calcio, due volte nono e una volta undicesimo. Poi il boemo se ne va alla Lazio e nel ’95 il Foggia retrocede. In Serie A, quindi, manca ormai da 25 anni.

CATANZARO

I giallorossi sono stati il primo club calabrese ad arrivare nella massima serie. Sette partecipazioni in Serie A tra il 1971 e il 1983 condite da due settimi posti nel 1981 e nel 1982 che gli valsero l’appellativo di “Timore del Nord”. Il Catanzaro, allenato da tecnici del calibro di Gianni Di Marzio, Carlo Mazzone e poi anche da Tarcisio Burgnich che conquistò il settimo posto dell’81 e permise al Catanzaro d’essere incoronata come “La Regina del Sud”.

Fondamentali erano i gol di Massimo Palanca che realizzò 70 con la maglia dei calabresi. Storica rimane la tripletta in casa della Roma (nella vittoria 1-3 del Catanzaro) nel marzo del 1979. Catanzaro che sfiorò anche la finale di Coppa Italia nella stagione 1981-1982, ma in semifinale fu decisiva la regola dei gol segnati in trasferta e in finale andò l’Inter.

I giallorossi, infatti, persero 2-1 a San Siro, poi s’imposero 3-2 in casa. Ma non bastò. Il Catanzaro manca dalla Serie A da quasi 40 anni e la piazza, una delle più passionali d’Italia, oggi aspetta ancora di risalire dalla terza serie. 

*Il testo dell'articolo è stato curato da Marco Valerio Bava; entrambe le foto sono distribuite da AP Photo, l'immagine di apertura è stata scattata da Lorenzo Galassi.

 
June 23, 2020

Di 888sport

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Proseguiamo la nostra carrellata di acquisti sfumati al momento delle firme, con sette ulteriori casi che hanno dell’incredibile. Uno, in particolare, è stato approfondito dal nostro blog per simulare una proiezione diversa della qualità e del valore calcistico dell'attacco del Milan, predominio... juventino!

7. Il "dente avvelenato" di Cissokho

Sempre Milan. Ed è proprio l'estate 2009: i rossoneri si sono aggiudicati il forte terzino 22enne di origini senegalesi Aly Cissokho. La trattativa col Porto è chiusa: 15 milioni di euro. Sembra tutto a posto ma, durante le visite mediche, succede qualcosa di imponderabile: viene evidenziato un problema ai denti in grado perfino di compromettere la corretta postura dell’esterno di spinta.

Affare saltato, Cissokho passa quindi al Lione, dove raggiungerà, pochi mesi dopo, le semifinali di Champions League.

8. Tevez e i legami amorosi di Pato...

Gennaio 2012. Il Milan campione d'Italia è a caccia di una stella per rinforzarsi ulteriormente, anche in ottica dell'interesse del PSG per Alexandre Pato. Ad Adriano Galliani viene in mente Carlitos Tevez del Manchester City e, dopo una cena con l'argentino (con tanto di foto in circolazione) è tutto apparecchiato per un prestito oneroso più 2 milioni di ingaggio. Poi, però, interviene ancora una volta Berlusconi: il trasferimento di Pato a Parigi non s'ha da fare. Il "Papero", in quegli anni, è sentimentalmente legato alla figlia Barbara. E tutto salta.

9. Berbatov: Tra Juventus e Fiorentina, il Fulham gode

Dall'inverno, all'estate 2012: il bomber bulgaro Dimitar Berbatov è al termine della sua esperienza al Manchester United. Visite mediche e dettagli da ultimare con la Fiorentina. Poi, però, nella trattativa si inserisce all'improvviso la Juventus. Volano stracci tra le due società, già di per sé non proprio amiche. Tra i due litiganti, godrà poi il Fulham in grado di intercettare l’attaccante sul volo di scalo...

10. I tifosi bloccano lo scambio Guarin-Vucinic tra Inter e Juventus

Finestra invernale di mercato del campionato 2013-2014. Inter e Juventus hanno precise esigenze tattiche. L'Inter di Erick Thohir vuole l'attaccante Mirko Vucinic e propone ai bianconeri - che accettano - lo scambio col forte centrocampista colombiano Fredi Guarin.

I tifosi dell'Inter insorgono, più per rivalità storica che per reali motivazioni tecnico-tattiche o di sentimento. Guarin e Vucinic svuotano gli armadietti e salutano i propri compagni, raggiungendo le rispettive destinazioni. Tuttavia Thohir, "novello" - ai tempi - nel calcio, si fa convincere dalla protesta e porrà il proprio veto sulla trattativa definita poi "sconcertante" dalla dirigenza juventina. 

Il montenegrino sarà utile per l'ultimo titolo di Conte alla Juve per le scommesse calcio.

11. Bye Bye Witsel

Gennaio 2017. La Juventus trova l'accordo economico con lo Zenit San Pietroburgo per il forte centrocampista Axel Witsel. Il quale, sembra apprezzare particolarmente la destinazione bianconera. Con la maglia della nazionale, agli Europei dell'estate precedente, il belga va in gol di testa per le scommesse live nella fondamentale vittoria contro l'Irlanda, affrontata subito dopo la sconfitta con gli Azzurri.

Quando tutto sembra fatto con i bianconeri, all'ultimo secondo, si presenta il Tianjin Tianhai, che, con una ricchissima offerta a entrambe le parti in causa, porta il centralone in Cina.

12. Patrik Schick alla Juventus? La foto c'è, l'affare no...

Nell'estate 2017, il giovanissimo attaccante della Sampdoria Patrik Schick - considerato un potenziale crack della Serie A - sta per passare alla Juventus per 30 milioni di euro. Visite mediche con tanto di foto con la maglietta di rappresentanza al "J-medical".

Dagli accertamenti vengono riscontrati problemi cardiaci mai del tutto specificati. Alla fine, durante quella stessa estate, l'attaccante ceco passerà alla Roma. In cui farà sostanzialmente "flop", soprattutto in considerazione del mancino che doveva sostituire in rosa: Mo Salah! Gli va decisamente meglio ai RB Lipsia, outsiders per le scommesse della Champions 2020!

13. "Malcom arriva". Anzi no

Estate 2018. La Roma del diesse Monchi si accorda col Bordeaux per l'attaccante esterno brasiliano Malcom, per una cifra importante, pari a circa 40 milioni di euro. Si attende solo il volo che lo porterà nella Capitale. Sull'aereo Malcom salirà, tuttavia su quello in direzione Barcellona, che propose al giocatore condizioni contrattuali migliori.
 

*La foto di apertura dell'articolo è di Miguel Morenatti (AP Photo).

June 22, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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La storia della Croazia, calcisticamente e non, è legata a doppio filo con quella della Jugoslavia. La Croazia che conosciamo, con la maglia a scacchi e del Pallone d'oro, nasce da una nazionale jugoslava non ancora disciolta, quella che pochi mesi prima è arrivata ai quarti di finale di Italia ’90.

La nidiata esplosa a cavallo tra anni Ottanta e anni Novanta è considerata dalle parti di Zagabria la generazione d’oro. Al mondiale in Italia nella Jugoslavia ci sono infatti ben otto croati: Ivković, Vulić, Vujović, Bokšić, Prosinecki, Jarni, Šuker e Panadić. Ci sarebbe anche Boban, se non fosse squalificato per un anno dopo gli incidenti della partita tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa, una delle prime testimonianze a livello internazionale della rinascita dei nazionalismi balcanici.

Dei reduci mondiali, nel match dell’ottobre 1990 contro gli USA in campo scende solo Vulić, mentre il primo gol della nuova Croazia lo segna Asanović. Arriveranno altre due amichevoli, ma non il riconoscimento, perché la dissoluzione della Jugoslavia non è ancora cosa fatta. Al punto che Prosinecki, neanche un mese prima della dichiarazione di indipendenza (25 giugno 1991) e dell’inizio della guerra, addirittura gioca e vince la finale di Coppa dei Campioni con la maglia della Stella Rossa.

Poi cominciano a parlare i cannoni e nel 1992 arriva l’ammissione alla FIFA. Per gli amanti delle statistiche che seguono il nostro profilo ufficiale IG La prima partita ufficiale è di quell’anno, una sconfitta per 1-0 contro l’Australia. Un inizio che sembra promettere male, ma che è fuorviante.

Il primo torneo

La guerra e le tempistiche impediscono di prendere parte alle qualificazioni per USA ’94, ma a conflitto quasi terminato in panchina arriva Miroslav Blažević, che ha un obiettivo: portare la Croazia a EURO ’96. Risultato ottenuto. La nazionale slava, che si è lasciata alle spalle gli anni delle armi, esordisce nel torneo battendo 3-0 i campioni in carica della Danimarca. La Croazia arriva ai quarti di finale, perdendo contro la Germania che vincerà il torneo.

Ma il meglio deve ancora venire. Per qualificarsi a Francia ’98 servono i playoff, ma la cavalcata croata è leggendaria. Il genio di Boban e Prosinečki e i gol di Suker, che diventerà capocannoniere, spingono la squadra di Blažević a un passo dal sogno. Dopo aver affrontato nei gironi Giamaica, Giappone e Argentina, i croati eliminano agli ottavi la Romania e ai quarti si prendono la rivincita contro la Germania con un netto 3-0.

Solo la Francia ferma la corsa della Croazia, che poi batte l’Olanda nella finalina ed esordisce ai Mondiali con un terzo posto.

Sorprendentemente, però, i biancorossi mancano la qualificazione a Euro 2000. E di mezzo, in una doppia sfida carica di significato, c’è la Jugoslavia. Le due nazionali sono sorteggiate nello stesso gruppo, ma mentre la squadra di Boskov si qualifica agevolmente, non è lo stesso per i croati. Mancano proprio i punti lasciati per strada contro gli ex connazionali.

Il primo storico incontro è al Marakana di Belgrado nell’agosto 1999. Finisce 0-0, non senza scontri tra le tifoserie qualche polemica a causa di un blackout pre-partita che innervosisce gli ospiti. La sfida di ritorno, al Maksimir di Zagabria, è decisiva. Alla Croazia serve la vittoria per superare l’Irlanda. La rete di Bokšić al ventesimo illude i padroni di casa, che però in capo a dieci minuti si trovano sotto di un gol, grazie a Mijatović e Stanković. Stanic salva l’onore, ma non la qualificazione: finisce 2-2 e i padroni di casa sono eliminati.

La rete del croato Boksic!

Da quel momento in poi, la Croazia vive un periodo altalenante. Si qualifica quasi sempre con tranquillità ai grandi appuntamenti internazionali, salvo però poi deludere. Al Mondiale 2002 e a quello del 2006 i croati salutano ai gironi.

Nel 2010 non riescono a qualificarsi e nel 2014 escono di nuovo al primo turno, togliendosi però la soddisfazione di battere per 2-0 la Serbia nelle qualificazioni. Agli Europei non va meglio, se si escludono i quarti di finale nel 2008. Fuori nel girone nel 2004 e nel 2012 e agli ottavi, dopo un gironcino da assoluti protagonisti, nel 2016 ai supplementari per mano dei futuri campioni del Portogallo.

Per tornare grandi ci vuole un’altra generazione d’oro dopo quella degli anni Novanta. Il CT Zlatko Dalić costruisce la squadra attorno a una manciata di calciatori di talento, che fanno già le fortune delle big europee: lo juventino Mandzukic, gli interisti Perisic e Brozovic, il centrocampista del Barcellona Rakitic, il sempre presente Srna e due stelle del Real Madrid: Kovačić e Luka Modric. E l’esperienza in Russia nel mondiale 2018 diventa memorabile.

Il Mondiale della consacrazione!

Nella fase a gironi, in un gruppo complicato con Argentina, Nigeria e Islanda, la Croazia passa con tre vittorie in altrettante partite. Agli ottavi gli uomini di Dalić si trovano davanti la coriacea Danimarca, che rende loro la vita complicata. Modric sbaglia un penalty ai supplementari e ci vuole una prestazione maiuscola del portiere Subasic nei calci di rigore per portare a casa la qualificazione.

Stesso copione nei quarti. I padroni di casa della Russia trascinano di nuovo il match ai calci di rigore e anche stavolta ci vogliono le mani di Subasic per volare in semifinale. La sfida successiva è un vero e proprio classico del moderno calcio europeo, il match tra la Croazia e l’Inghilterra. I Tre Leoni, leggermente favoriti per 888sport vanno in vantaggio con Trippier, ma la Croazia è inarrestabile. Perisic porta di nuovo la gara ai supplementari, ma stavolta i rigori non servono perché Mandzukic al minuto 109 segna la rete che spedisce i croati in finale. 

La favola però finisce, di nuovo per mano della Francia. I tre match da 120 minuti pesano sulle gambe della Croazia e Mbappè e compagni vincono agevolmente per 4-2. I biancorossi possono però consolarsi con un secondo posto carico di onore e con il premio di miglior calciatore del torneo per Modric, che nel dicembre 2018 porta a casa anche il Pallone d’Oro. Non male per il capitano di una nazionale che tre decenni prima… neanche esisteva!

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Thanassis Stavrakis e Hrvoje Knez.

June 21, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Mettere in vetrina grandi talenti e far tremare l’Ajax. È mancata solamente la ciliegina sulla torta all’AZ Alkmaar in questa stagione. L’interruzione voluta dal governo olandese ha tolto alla squadra di Arne Slot la possibilità di lottare sino all'ultima giornata per il titolo con i Lancieri. Nessuna assegnazione del trofeo in Olanda, ma l’AZ chiude la stagione a pari punti con l’Ajax strappando il pass per i preliminari di Champions League.

La squadra di Alkmaar è andata vicinissima al terzo titolo, che manca da undici anni. Lo straordinario successo del 2009 con Louis van Gaal in panchina e dai 23 gol di El Hamdaoui. Dopo cinque anni sotto la guida di John van den Brom, in estate la società olandese ha deciso di puntare sul 41enne Arne Slot, da due anni vice allenatore dell’AZ. Il nuovo progetto è partito con la pesante cessione del talento Guus Til, trequartista cresciuto nel vivaio dell’AZ ceduto allo Spartak Mosca per 15 milioni di euro.

Questo trasferimento in uscita non ha però inciso sul rendimento della squadra, partita subito forte, investendo sui giovani talenti provenienti dal florido settore giovanile. Grande solidità difensiva, dovuta soprattutto alla straordinaria stagione del capitano Teun Koopmeiners.

A soli 22 anni il mediano, prodotto del settore giovanile dell’AZ, ha già totalizzato 110 presenze in prima squadra e quest’anno ha segnato ben undici reti, nove delle quali su rigore giocando anche come difensore centrale. Il suo sarà sicuramente un nome caldo sul mercato, con diversi club della Premier che hanno già chiesto informazioni, mentre in Italia è stato accostato al Milan. 

Il giovane tecnico Arne Slot!

I talenti di Raiola

Partendo dalla difesa, il primo giovane che ha fatto una grande stagione della scuderia Raiola è Owen Wijndal. Il procuratore di origini italiane, da sempre attivissimo nella sua Olanda, ha diversi giovani della sua scuderia all’AZ, tanti nomi che accenderanno il mercato di calcio nella prossima estate. Wijndal a soli 20 anni ha chiuso la sua seconda stagione da titolare in Eredivisie in maniera esaltante. Nell’ultimo match contro l’ADO Den Haag ha trovato il suo primo gol da professionista, al quale ha aggiunto anche sette assist in questa stagione. Terzino di spinta sulla corsia di sinistra, è stato accostato a Torino e Napoli.

Il fiore all’occhiello della stagione dell’AZ è stato senza dubbio il baby gioiello Myron Boadu, centravanti titolare nel tridente di Arne Slot. Tormentato dagli infortuni, il classe 2001 ha esordito in Eredivisie a 17 anni nell’ultima partita della stagione 2017/18. L’estate successiva viene promosso a titolare e parte alla grandissima con tre gol e due assist nelle prime cinque giornate. La sua crescita viene bloccata da un brutto infortunio alla caviglia, che lo tiene ai box per sei mesi.

Libero da infortuni, quest’anno Boadu è riuscito a imporsi segnando 14 gol e servendo otto assist in 24 partite. Milan e Napoli sono molto interessate al talento olandese, che ha una valutazione di circa 30 milioni di euro.

L’altro gioiello della scuderia Raiola è l’esterno classe 1998 Calvin Stengs, autore di cinque gol e otto assist in questa stagione in Eredivisie. Già entrato nel giro della Nazionale, dove ha esordito nel novembre del 2019, Stengs garantisce velocità e qualità sulla corsia di destra e anche lui piace a diversi club. Monitorato a fine 2019 dal Barcellona, Stengs è stato proposto da Raiola alla Juventus e al Napoli con l’AZ che chiede almeno venticinque milioni di euro.

L’idea del procuratore olandese è quella di sfruttare questa straordinaria stagione vissuta dall’AZ per battere cassa e portare i suoi talenti in club con maggiore visibilità. Da Boadu a Stengs, da Wijndal a Koopmeiners, la società olandese potrebbe decidere di rinunciare a una generazione di talenti che faranno le fortune anche della nazionale Orange.

Il rimpianto ad Alkmaar rimane, i tifosi dell’AZ e gli addetti ai lavori di quote e scommesse dell'Eredivisie erano convinti di poter strappare il titolo all’Ajax. Difficile per l’AZ, adesso, competere economicamente con l’Ajax o con le potenze europee che hanno già messo nel mirino i baby campioni emersi questa stagione. 

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Peter Dejong e Dave Thompson.
 

June 21, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Nel calcio bisogna saper perdere, anche se ci si chiama Josep Guardiola i Sala e se si è tra i migliori allenatori degli ultimi venti anni (e non solo). Vero, il catalano ha guidato delle vere e proprie corazzate. Il Barcellona del primo Triplete, poi un Bayern Monaco così forte da vincere la Bundesliga a marzo e nel 2020 è da quattro stagioni sulla panchina del Manchester City e ha portato a casa due volte la Premier League.

Come da statistiche del nostro account Twitter, in carriera Guardiola ha vinto 487 partite, ne ha pareggiate 107 e ne ha perse solamente 76. Eppure anche per lui sono arrivate sconfitte inattese, amare o semplicemente clamorose, per il risultato o per il significato della partita…

1. Inter - Barcellona 3-1

Complicato trovarne una con il Barcellona, che con Guardiola in panchina ha vinto tre campionati, due coppe di Spagna, tre supercoppe spagnole, due supercoppe UEFA e due mondiali per club. Eppure c’è una sconfitta che sicuramente rappresenta una cicatrice nella carriera blaugrana di Pep. Il palcoscenico è San Siro, il 20 aprile 2010. Di fronte ci sono il Barcellona, detentore della Champions, e l’Inter: Guardiola contro Mourinho. Le due squadre si sono scambiate i centravanti, con risultati misti. Eto’o è diventato imprescindibile ad Appiano Gentile, Ibrahimovic cozza con Guardiola e con Messi.

Nella semifinale di andata, tutto sembra andare per il meglio per i catalani. Pedro segna al minuto 19 e il viaggio verso la finale di Madrid sembra una formalità. Ma Pep non ha fatto i conti con uno tsunami nerazzurro: Sneijder (30’), Maicon (48’) e Milito (61’) tramortiscono un Barcellona totalmente incapace di reagire alle folate. Mourinho dirige l’orchestra, che caccia a pedate i campioni uscenti dalla Scala del Calcio. Al ritorno, poi, l’Inter fa una partita difensiva perfetta e vola verso la gloria, per la rabbia di Pep che di perdere con Mourinho proprio non ci sta.

2. Bayern Monaco - Real Madrid 0-4

Anche le delusioni dell’era Bayern Monaco arrivano tutte in Champions. In Bundesliga i bavaresi sono dei veri e propri rulli compressori, ma quando si tratta di giocare in Europa la macchina perfetta si inceppa con una certa facilità. E se quando era in Spagna Pep Guardiola ha regalato notti da incubo al Real Madrid (compresa una manita entrata nella leggenda), i Blancos gli rendono pan per focaccia al suo primo anno sulla panchina dei bavaresi.

Anche in questo caso il Bayern è detentore del trofeo e arriva in semifinale contro Ancelotti e Cristiano Ronaldo. Al Bernabeu l’andata finisce 1-0 con gol di Benzema. Ma chi pensa che i tedeschi possano ribaltare la questione all’Allianz Arena ha decisamente capito male. Le Merengues passeggiano su un Bayern che arriva scarico all’appuntamento clou dopo aver vinto il titolo con sette giornate di anticipo. Finisce 0-4, con doppiette di Sergio Ramos e di Cristiano Ronaldo, che poi saranno protagonisti anche del derby in finale contro l’Atletico Madrid.

3. Barcellona - Bayern Monaco 3-0

Se perdere contro il Real Madrid è un brutto colpo per Guardiola, forse può non esserlo arrendersi al “suo” Barcellona. Ma la semifinale della Champions League 2014/15 conferma che in Europa Pep ha parecchi problemi se non guida i blaugrana. Anche in questa stagione il Meisterschale viene conquistato praticamente senza un minimo di competizione e, come l’anno prima, il Bayern ne risente in Champions.

Il destino gli riserva un tuffo nella memoria, dopo che i suoi hanno eliminato abbastanza agevolmente lo Shakhtar e il Porto. Il ritorno al Camp Nou, però, è disastroso. Il match di andata termina con un secco 3-0, cortesia di un certo Leo Messi, che aspetta l’ultimo quarto d’ora di partita per accendersi e dimostrare al suo ex tecnico che anche senza di lui sa fare magie. Due reti (77’ e 80’) e l’assist per il prezioso sigillo di Neymar a tempo abbondantemente scaduto.

E anche stavolta i bavaresi la finale la vedono dal divano, perché all’Allianz vincono 3-2 salvando la faccia, ma sapendo già al momento dell’1-2 di O Ney che non avrebbero ribaltato la doppia sfida.

4. Liverpool - Manchester City 3-0

Insomma, la Champions League regala delusioni a Guardiola da quasi una decina d’anni. E anche sulla panchina del Manchester City non è mancato un regalino indesiderato. Nella stagione 2017/18 il Manchester City passa il girone con cinque vittorie e una sconfitta e poi ha tranquillamente la meglio sul Basilea agli ottavi.

Guardiola segue, sconsolato, la gara in piedi

Ai quarti però c’è uno scontro tutto inglese, con il Liverpool di Klopp. I Citizens vengono accolti ad Anfield a colpi di lacrimogeni sul pullman e lo shock evidentemente se lo trascinano sul campo. Salah (12’), Oxlade-Chamberlain (21’) e Manè (31’) schiantano i campioni d’Inghilterra nel giro di una mezz’ora davanti a cinquantamila tifosi in delirio.

Il City, che pure in campionato termina con 100 punti e nel match di andata in Premier ne aveva fatti 5 alla squadra di Klopp all’Etihad, deve arrendersi e “accontentarsi” di un campionato da record, anche per le scommesse e quote per il calcio.

5. Manchester City - Manchester United 2-3

E che il 3-0 di Anfield sia un colpo duro, lo si capisce appena tre giorni dopo. In un Eithad strapieno, il City può festeggiare il titolo di Premier League contro i cugini dello United, guidati da Mourinho. Sembra una formalità e il parziale all’intervallo lo conferma: Citizens avanti per 2-0 con reti di Kompany e Gundogan.

Ma lo Special One e i suoi non ci stanno a fare da vittime sacrificali. Dagli spogliatoi i Red Devils escono… indiavolati e in capo a dieci minuti di secondo tempo pareggiano con doppietta di Pogba. Il colpo di grazia arriva dal goleador che non ti aspetti; Chris Smalling al minuto 69 trova il gol che vale una rimonta clamorosa che fa impazzire i calciatori dello United e lo stesso Mourinho.

Certo, alla fine i Citizens devono aspettare solo una settimana per aggiudicarsi il loro primo titolo nazionale con Pep in panchina, perché lo United dopo l’impresa perde con il WBA e consegna il titolo ai cugini. Ma questo match è la dimostrazione che, anche nelle annate migliori, persino Guardiola non è immune dagli scivoloni. E si sa, più in alto si sale, più rumorosamente si cade…

*Le immagini dell'articolo, distribuite da AP Photo, sono di Matthias Schrader e Jon Super.

June 20, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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"Disdetta!". Se si potesse riassumere in una parola un affare di calciomercato saltato all'ultimo momento o, perché no, all'ultimo secondo, probabilmente si ridurrebbe tutto a questa esclamazione. Talvolta si è consapevoli di rischiare con una trattativa intavolata in netto ritardo, in altre occasioni si rispettano rigorosamente i tempi del mercato, ma a un certo punto interviene un imprevisto, più o meno incalcolabile, o qualche volta anche la volontà dei tifosi, che blocca tutto. In un caso specifico, addirittura, ci si sono messi anche la fede religiosa e i cattivi presagi.

Ma quali sono le operazioni di calciomercato saltate, per un motivo o per l'altro, all'ultimo respiro? Ne abbiamo selezionate: iniziamo con questo articolo con le primi sei, in ordine cronologico.


1. Platini e l'embargo

Michel Platini, calciatore di classe e bandiera della Juventus anni '80, avrebbe potuto diventare un giocatore-simbolo... dell'Inter! Già, perché, nell'estate 1979, il fantasista francese sta per arrivare in nerazzurro da Nancy. Ma bisogna bloccare tutto a causa dell'embargo: i club italiani non possono acquistare calciatori stranieri.

L'allora plenipotenziario dell'Inter Ivanoe Fraizzoli decide di pagargli lo stipendio per un anno per poi acquistarlo l'anno successivo. Tuttavia, temendo che l'embargo duri di più, lascia perdere e tutto saltò. Nel 1982, dopo le semifinali con la Francia nei Mondiali di Spagna, arriva la Juventus...

2. Signori al Parma? I tifosi si oppongono

Forse il primo, vero caso in cui l'opinione dei tifosi influisce in maniera decisiva sulla trattativa. E' l'estate 1995 e i patron di Lazio e Parma Cragnotti e Tanzi stanno per definire il passaggio di bomber Beppe Signori in gialloblù per 25 miliardi di lire. I tifosi protestano per le vie del centro della Capitale: il presidente Dino Zoff, quindi, blocca l'affare.

3. Quel "pasticciaccio" di Luis Figo

Corre sempre l'anno 1995 e la Serie A è il campionato più ambito al mondo. In cui girano un sacco di soldi. Luis Figo, in procinto di lasciare lo Sporting Lisbona, sta per raggiungere l'Italia dieci anni prima della sua firma all'Inter. Il talento portoghese firma da svincolato sia con Juventus che col Parma.

Ovviamente intervengono Lega e Fifa: l'affare non può che essere bloccato. E tra i due litiganti, il terzo gode: ad aggiudicarselo, quell'estate, sarà poi il Barcellona, prima di passare - tra polemiche, minacce - al Real Madrid: rigorista infallibile nei Galacticos per gli esperti di scommesse live.

4. Taffarel all'Empoli? No, per colpa di una "premonizione"

Salto al 2004. Claudio Taffarel, ormai a fine carriera dopo le ultime esperienze al Galatasaray e di nuovo al Parma, a 38 anni suonati decide di accasarsi all'Empoli. Tutto bene, fintanto che, nel viaggio verso il centro toscano, la sua automobile si ferma per un guasto. Il portiere, campione del mondo dieci anni prima col Brasile, è molto religioso e sente che quell'inconveniente può trattarsi di un segnale premonitore, divino.

Decide quindi in quell'istante non solo di declinare l'offerta dell'Empoli (scusandosi con la società), ma anche di ritirarsi dal calcio giocato.

5. Le sliding doors di Dejan Stankovic

Estate 2008. Roberto Mancini lascia la panchina dell'Inter per fare spazio a José Mourinho. Il centrocampista Dejan Stankovic ha parecchi dubbi sul suo impiego da parte dello Special One e decide di ascoltare l'offerta della Juventus, per la quale era un vecchio pallino già prima di passare, giovanissimo, alla Lazio. I tifosi bianconeri insorgono, tuttavia, per alcune uscite poco apprezzate del serbo nei confronti proprio della Juve.

"Deki" restò quindi all'Inter e con "Mou" finì per vincere tutto da grande protagonista, di solito come dodicesimo uomo in campo, decisivo nei secondi tempi, vinti dai nerazzurri per le scommesse calcio!

6. "Non si vende Kakà"

Ancora tifosi, come per Signori, per bloccare una cessione. E' un vero plebiscito quello che convince la dirigenza rossonera, nel gennaio 2009, a trattenere Ricardo Kakà, in procinto di trasferirsi al Manchester City per la cifra record (per i tempi) di 105 milioni di euro! 

Berlusconi decide di assecondare le richieste dei sostenitori rossoneri, ma alla fine sbagliò: il brasiliano lasciò, come prevedibile per le scommesse sul mercato, comunque il Milan, appena sei mesi dopo, per il Real Madrid e, soprattutto, per la metà dei soldi...

Nel prossimo articolo, ricorderemo... i denti di Cissokho, il conto in banca di Axel Witsel ed altre cinque incredibile storie di calciomercato!

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Luca Bruno (AP Photo).

June 19, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Crescere sognando di giocare a calcio. Entrare nel vivaio della propria squadra del cuore, solo per vedersi tagliare e finire a giocare tra i dilettanti. E poi tornare a casa, andarsene di nuovo, diventare un idolo in giro per il mondo, ma andarsene spesso da indesiderato. Segnare ovunque, giocare con i migliori e aiutarli a diventare grandi, ma senza ottenere quasi mai nulla per se stesso

Tutto questo e molto, moltissimo di più e Petrus Ferdinandus Johannes Van Hooijdonk: un nome da nobile olandese dei secoli andati, la storia di una vita difficile, calcisticamente e non.

Van Hooijdonk cresce a Welberg, a una quarantina di chilometri da Breda. Lì c’è il NAC, l’amore di una vita, la squadre del cuore di quel ragazzino riccioluto. Che col pallone ci sa fare e che ad appena 11 anni viene inserito nelle giovanili del club di cui è tifoso. Ma nonostante l’amore, il NAC non lo riesce a valorizzare. Lo fa giocare da esterno destro e quando a 14 anni ci sono da fare valutazioni, la sua è tremenda: non abbastanza forte. E dopo l’abbandono paterno, per Van Hooijdonk arriva anche quello calcistico.

Si parte dai dilettanti

Ma non è abbastanza per farlo smettere di sognare. Il giovane Pierre decide di tentare la scalata partendo dal calcio dilettantistico e soprattutto cambiando ruolo: diventa centravanti e fa la scelta che gli cambierà la carriera. A dargli fiducia è l’RBC Roosendaal, che in piena crisi finanziaria lancia il classe 1969 dal primo minuto ad appena vent’anni. I gol arrivano a grappoli, così come l’interesse delle grandi squadre olandesi. 

Ma bastano tre lettere per convincere Van Hooijdonk di quale sarà il suo futuro: il NAC ha decisamente cambiato idea nei suoi confronti e lo riacquista per 400mila fiorini. Denaro speso benissimo, perché in capo a quattro anni i suoi gol (81) catapultano la squadra di Breda in Eredivisie e le permettono anche di ottenere uno splendido settimo posto in campionato.

Quanto basta perché anche dall’estero si accorgano del suo talento. A gennaio 1995 lo acquista il Celtic, sempre molto attento al mercato olandese. Il primo anno e mezzo è all’insegna dei gol, ma con un'unica soddisfazione di squadra, la Coppa di Scozia vinta con una sua rete. Nella stagione 1995/96 è capocannoniere del campionato, ma va a litigare con il presidente del club per un aumento non ricevuto.

Di conseguenza finisce sempre più spesso in panchina e, una volta ricevuto dal CT Hiddink la perentoria indicazione che senza un minutaggio consistente nel Celtic non avrebbe ricevuto la convocazione in nazionale, Van Hooijdonk va più a sud. A inizio 1997 diventa un calciatore del glorioso Nottingham Forest, ma non può impedire la retrocessione dei Garibaldi Reds. Quello che può fare (e lo farà benissimo) è riportare immediatamente il club in Premier League a suon di gol, guadagnandosi il pass per i 23 convocati di Hiddink per Francia ‘98.

Anche in riva al Trent, però, i rapporti con la dirigenza non vanno benissimo e, dopo un litigio per promesse di mercato non mantenute e il mancato inserimento nella lista dei trasferimenti, l’olandese entra in sciopero. È l’inizio della fine. Nonostante venga reinserito in squadra, non può impedire la seconda, prevedibile per le scommesse calcio, retrocessione in tre stagioni del Forest e anche i rapporti con i compagni vengono incrinati dallo scontro frontale con il club. L’unica soluzione è tornare a casa.

Un nuovo inizio

Non al NAC, ma pur sempre in Olanda, al Vitesse. Ma basta una stagione per attrarre di nuovo gli occhi delle big. Stavolta è il turno del Benfica, dove resta solo un anno. Poi la patria chiama di nuovo e stavolta ha il bianco e il rosso del Feyenoord. Le due stagioni al De Kuip sono molto prolifiche e portano in dote la Coppa UEFA 2001/02, vinta con una sua doppietta nel primo tempo nel pirotecnico 3-2 sul Borussia, con i tedeschi sempre sotto nelle scommesse live!

In gol su rigore!

Va anche meglio al Fenerbahce, con cui vince due campionati in altrettante stagioni. Tanto è l’amore dei tifosi turchi che riceve anche il soprannome di Aziz Pierre, che da quelle parti… sta per “santo”. Le ultime due stagioni in carriere sono divise tra due grandi amori. Prima il NAC, poi di nuovo il Feyenoord, per chiudere nel 2007 dopo 375 gol in 634 partite. Non male, per chi non nasce centravanti.

La specialità della casa

Ma cosa aveva di così speciale Pierre Van Hooijdonk? Un’eleganza molto particolare, per chi faceva del fisico e del colpo di testa le proprie armi migliori. Ma soprattutto un’abilità innata che ha poi trasmesso ai suoi eredi: i calci di punizione. Da fermo, l’olandese è assolutamente una sentenza ed un'ottima opzione per le scommesse 888sport: nel video, Buffon neanche si muove... E i segreti del mestiere fa in tempo a passarli a un certo Wesley Sneijder.

 

I due si incontrano in nazionale quando il trequartista è giovanissimo e il centravanti si diverte ad allenarlo sui calci di punizione. Nel corso degli anni Ajax, Real Madrid, Inter e l’Olanda intera avranno ottimi motivi per ringraziarlo di questi insegnamenti.

A proposito di nazionale, la storia di Van Hooijdonk con la maglia dell'Olanda merita un capitolo a parte. Per lui, 46 presenze e 14 reti. Non male, se si considera che, dati alla mano, le volte in cui parte da titolare sono appena 5. Per tutti i CT dell’epoca, Aziz Pierre è l’arma segreta da utilizzare a partita in corso, quasi sempre con buoni risultati.

Sfortuna però vuole che nel 2000 Rijkaard non gli regali neanche un minuto all’Europeo casalingo, mentre nel 2002, quando con il Feyenoord è in forma smagliante, gli arancioni non si qualifichino neanche per i mondiali in Corea e Giappone. Un peccato, perché un calciatore della sua eleganza avrebbe meritato palcoscenici ancora più importanti.

*La foto di apertura dell'articolo è di Peter Dejong; la seconda di Thomas Kienzle. Entrambe sono distribuite da AP Photo.

June 18, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Il mercato del merchandising calcistico è uno dei più affascinanti dello sport-business. Mettendolo a confronto con lo scenario di appena 10 anni fa emergono molto differenze. Il principio guida attuale è “allargare”, per quanto possibile, stagione dopo stagione, il catalogo delle referenze disponibili. Oggi, a farla da padrone, sono soprattutto i partner tecnici, che decidono tipologie di prodotto, distribuzione e reti di vendita. 

In media i piccoli-medi club hanno aumentato il loro catalogo del 100%, i top team del 300% (dal “ciuccio” per i neonati, passando per le borracce, fino ai frigoriferi o al sopra tuta). Allargare il numero di “referenze” significa infatti generare maggiori ricavi. 

Il problema, soprattutto per le società di calcio di piccole dimensioni, è, ancora oggi, garantire agli sponsor tecnici livelli minimi di vendite in quasi tutte le tipologie. Questo crea un vero e proprio effetto “fisarmonica” e non genera opportunità di crescita per le realtà in esame. 

Le squadre di calcio sono divise in 3 fasce: “A” (top club), “B” (medie dimensioni) e “C” (piccole dimensioni).  

Crescita esponenziale dei prodotti negli store

Il Barcellona, uno dei team più attivi sul fronte del merchandising, nel rapporto con Nike (attuale sponsor tecnico) può contare su un catalogo di oltre 500 prodotti co-branded (ovvero a marchio FC Barcellona-Nike); un club di seconda fascia circa la metà; uno di terza fascia infine non supera le 100-150 categorie di items
Se poi si passa ad analizzare i prodotti a licenza, il numero di prodotti di una realtà calcistica (del livello dei blaugrana) supera le 2-3mila referenze (anche in questo caso 10 anni fa si era in una dimensione molto più ridotta: circa il 50% in meno). 

Sono aumentati i prodotti, in base ai gusti-esigenze dei tifosi, ma anche ne sono mutati alcuni, in funzione del marketing e delle necessità di gioco o televisive. Un caso per tutti è la maglia gar utilizzata solo a manica corta. L’esplosione dei prodotti in lycra per i sottomaglia ha fatto sì che i giocatori decidessero di utilizzarli e i produttori iniziassero a non produrre più casacche con le maniche lunghe.

Anche perché i sottomaglia hanno sempre più seguito gli aspetti cromatici della divisa di gioco, per cui non entravano in contrasto (a livello di colore) con il prodotto principale (appunto la maglia). 

In primo piano, maglie e sottomaglie del Bayern!

I rapporti tra società e sponsor tecnici

I club più importanti ormai hanno due linee di prodotti: la prima è estremamente tecnica ed è destinata esclusivamente alla squadra, la seconda (simile per caratteristiche tecniche e grafiche alla prima, ma non identica al 100%) è rivolta al grande pubblico. 

Sotto il profilo commerciale, gli sponsor tecnici, oltre a pagare per poter produrre e fornire materiale tecnico, riconoscono royalties sulle vendite ai club tra il 7 e il 13% (sulla base dei volumi di vendita e al raggiungimento dei target commerciali). Nel contempo tutti i principali marchi (Nike e Adidas in pole position) forniscono dei royalties report periodici sugli introiti. Non comunicare dati veritieri o non consentire controlli (da parte del club) può portare anche alla risoluzione dei contratti in essere. 

Se si analizzano poi le vendite delle maglie, da sempre gli attaccanti o i calciatori più iconici delle singole squadre trascinano le vendite del merchandising. Nell’AS Roma, ad esempio, il “22” di Niccolò Zaniolo e il “9” di Edin Dzeko sono i numeri di maglia più gettonati dai fan giallorossi. 

Nonostante i miglioramenti in atto il campionato di calcio italiano è ancora molto lontano dai numeri di altri campionati. Anche perché, al netto della presenza di Cristiano Ronaldo, la stragrande maggioranza dei top player è da cercare in Premier League, Liga e Bundesliga. 

ManCity e PSG i brand da seguire nel futuro

Soprattutto Manchester City e Paris Saint-Germain sono i club con i maggiori margini di crescita (se si guarda al futuro), entrambi tra i favoriti per la Champions 2020 per i bookmakers di 888sport. Il PSG è riuscito a coniugare l’immagine di una squadra vincente con quella iconica della città d’oltralpe e ha sviluppato una serie di collezioni con stilisti e star dello sport come Michael Jordan.

Neymar durante la presentazione al primo giorno a Parigi!

Da questo punto di vista nessun club tricolore, nonostante il processo di rebranding della Juventus (compiuto alcuni anni fa scegliendo solo una lettera, la “J”, al posto del tradizionale logo con l’immagine della zebra) è riuscito a diventare così attrattivo negli ultimi anni. Manca poi un sistema centralizzato, sui mercati internazionali, e questo non facilità lo sviluppo del merchandising del football tricolore.

Al di fuori del circuito dei top team (Juventus, Inter e Milan) spicca la crescita del brand AS Roma, che, già nel 1999, poteva contare su un negozio monomarca di proprietà (a via Vittorio Colonna di fronte a Palazzo Chigi, nel cuore della capitale). Il club di Trigoria ha fortemente rivoluzionato la sua rete vendita, negli ultimi anni, e ha potenziato il catalogo prodotti affidandosi ad un colosso dello sportswear del calibro di Nike. 

Neonati atalantini già vestiti di nerazzurro

Punta invece sulla fantasia, creatività e legame con la propria fan base, l’Atalanta calcio. Il club bergamasco, da oltre 10 anni, “veste” i neonati venuti al mondo negli ospedali del capoluogo lombardo (più di 120 mila negli ultimi due lustri). Il progetto è stato ribattezzato “Neonati atalantini” e ha permesso all’Atalanta di essere conosciuta e diventare popolare in ogni angolo del mondo, perché i neonati di cui parliamo non appartengono soltanto a famiglie del territorio. 

Le “regine” del merchandising

Secondo i dati stimati dall’agenzia Euromericas Sports Marketing, a trionfare sul podio è, ancora una volta, il Manchester United, con più di 3,2 milioni di maglie vendute nel mondo. I Red Devils sono seguiti dal Real Madrid (3,0 milioni) e da Bayern Monaco (2,5 milioni). Il club bavarese è la vera novità del merchandising mondiale, perché, ormai, è considerato un brand di successo sportivo in ogni angolo del pianeta. Barcellona e Liverpool sono infine al quarto e quinto posto con più di 2 milioni di maglie vendute.

La prima delle realtà italiane è la Juventus (sesta in assoluto) con 1,6 milioni di pezzi in tutto il mondo. Nella top ten infine ManCity e PSG, con oltre 1 milione di maglie (nel futuro saranno le avversarie, sul fronte del merchandising, da tenere maggiormente sotto controllo). 

*Il testo dell'articolo è stato curato da Marcel Vulpis, direttore di SportEconomy; l'immagine di apertura è di Michel Euler (AP Photo).

 

June 17, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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