Insieme al basket è uno dei primi campionati ad aver scelto di chiudere per rispondere alle stringenti norme imposte durante le settimane di marzo ed aprile. Parliamo del volley e, in special modo, della “SuperLega”, massima espressione di un movimento popolare da sempre seguito sui principali media (prodotto di punta della Lega Volley Serie A).

Nello specifico è un format sportivo che riunisce 13 club solo nella prima divisione maschile. L’unicità di questo campionato è che tutte le squadre iscritte hanno vinto almeno una volta il titolo nazionale. E’ il caso della You Energy Volley Piacenza o, a livelli più alti, del Modena Volley, la “Juventus” della pallavolo, capace di conquistare ben 43 scudetti. Un record nei record di questa disciplina e delle scommesse sportive!

Sul secondo gradino troviamo la Lube di Treia (24 titoli) e, su quello più basso la Trentino Volley (20). Ancora più sotto Top Volley Latina (18), Padova (17), Blu Volley Verona (16), Callipo Vibo Valentia (13), Volley Milano (9), Sir Safety Perugia e Porto Robur Costa di Ravenna (7), o ancora, Powervolley Milano (6), Argos, con sede a Sora (FR) vincitrice di 4 scudetti, e, appunto, You Energy (1) sopracitato.

Le perdite del mondo del volley 

I vertici della SuperLega, nell’attuale e delicata “Fase 3”, stimano a non meno di 28 milioni di mancati guadagni a fronte di un fatturato, nella stagione precedente, molto vicino ai 54 milioni di euro. In sintesi, si è perso più del 50% del valore della produzione, ma soprattutto sarà molto difficile recuperare le perdite in esame nei prossimi mesi.

Se poi a questa stima vengono aggiunti i fatturati di di “A2” (16 squadre) e “A3” (24 realtà sportive) si supera nettamente la quota dei 64 milioni di euro. Analizzando la torta dei ricavi al 1° posto vi sono le sponsorizzazioni (circa l’70% del budget), seguite dal tradizionale botteghino 20%) e dai diritti tv (10%). 

A differenza di altre discipline sportive come il calcio, il volley è fortemente schiacciato sui ricavi da sponsorship, non potendo contare sui tv rigths come appunto nel mondo del pallone. Il business model, in questo caso. è completamente rovesciato. I diritti tv sono il pilastro più debole, segue il ticketing e, appunto, le sponsorizzazioni al primo posto, vero e proprio “salvadanaio” di questo sport. 

I numeri della Lega

Il pubblico medio della regular season è stato sempre in costante crescita nelle ultime stagioni. Nel 2018/19, l’ultima completa, la media della SuperLega Credem Banca per Regular Season e Play Off si è attestata su 2.694 spettatori medi. In quella appena trascorsa, la Regular Season, purtroppo incompleta, stava viaggiando a 2.554 spettatori di media, con un incasso totale di 3 milioni e 800mila euro.  

Per quanto riguarda l’audience in Italia, tralasciando le gare trasmesse all’estero, su Rai Sport le dirette (sono due a turno, al sabato e alla domenica pomeriggio) hanno registrato ascolti medi per 138mila viewers (fonte: Auditel).

Picchi, soprattutto, per le partite delle cosiddette big, come Cucine Lube Civitanova–Leo Shoes Modena con 189.025 spettatori medi, l'ultimo precedente tra le due squadre per le scommesse pallavolo è stato vinto per 3-1 dai ragazzi di Andrea Giani o la Finale della Del MonteCoppa Italia tra Cucine Lube Civitanova e Sir Safety Conad Perugia, con 314.664 al meter Auditel.

Leva fiscale per attrarre gli sponsor

Ecco perché la SuperLega (guidata da poche settimane dal manager Massimo Righi) chiede da tempo di poter tornare a giocare a porte aperte (con il pubblico sugli spalti) e di poter ottenere dallo Stato il credito d’imposta (la possibilità per le aziende sponsor di rendere deducibile l’importo dell’’investimento effettuato).

Una proposta, quest’ultima, che, almeno per il momento, non ha ottenuto il via libera da parte della Commissione Bilancio della Camera dei Deputati, nonostante il supporto bipartisan di tanti parlamentari vicini al mondo del volley e dello sport in generale.

Complessivamente le tre serie della pallavolo impiegano più di 3.900 addetti (2.500 risorse solo considerando i team maschili della SuperLega). Tra le novità di questi giorni l’annuncio del prolungamento dell’accordo di sponsorship tecnica (per la fornitura del pallone di gioco) con il brand Mikasa. La casa nipponica si affiancherà al title-sponsor Credem Banca, al gruppo Italtelo e al marchio di soft drink Del Monte

*Il testo dell'articolo è stato curato da Marcel Vulpis, direttore di SportEconomy; l'immagine di apertura è di Jeff Roberson (AP Photo).

July 8, 2020

Di 888sport

888sport
Body

The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

888sport
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Quali sono le dieci migliori riviste sportive e, quindi, più lette al mondo? Tutto è relativo, specialmente se si accostano Italia, Vecchio Continente e Sudamerica - in cui il calcio regna sovrano - agli Stati Uniti, in cui il "Soccer", nonostante i numerosi sforzi, a livello maschile non ha mai fatto breccia nei cuori a stelle e strisce.

Normale, quindi, le differenze di numeri, tirature e argomenti trattati. In qualche modo, abbiamo cercato di proporre una selezione del "meglio del meglio". Iniziamo dalle riviste specializzate sul calcio!

Guerin Sportivo

Ci fu un tempo in cui si andava a comprare il Guerin Sportivo per leggere i risultati e, soprattutto vedere le foto pubblicate, di Coppa dei Campioni, Coppa delle Coppe e Coppa Uefa. Per anni, anzi decenni, il "Guerino" rappresentò una bottiglia di acqua fresca con le bollicine ai tanti assetati di calcio in Italia. Interviste, retroscena, focus su realtà pallonare sconosciute, calcio internazionale a go go (con tutti i risultati e le classifiche), poster...

Fino agli anni '90 è stato il non plus ultra della completezza pallonara, sempre con le migliori firme del giornalismo italiano: Gianni Brera, Italo Cucci, Adalberto Bortolotti, Indro Montanelli, Giorgio Tosatti, Luciano Bianciardi, Gianni Mura, Roberto Beccantini, Darwin Pastorin, Carlo Nesti, Mario Sconcerti, Stefano Disegni, Rino Tommasi, Rosanna Marani, Camilla Cederna, Oreste del Buono, Giancarlo Fusco, Stefano Benni, Michele Serra, Massimo Gramellini.

Nell'anno del campionato del mondo 1982, le vendite del Guerin Sportivo superarono quota 300 mila. La crisi editoriale, il calendario calcistico totalmente rivoluzionato e l'editoria web, lo costrinse nei tempi moderni a mensile, in cui sembra aver trovato una nuova dimensione, anche grazie a un pregiato sito internet, contenente storie sportive tutte da leggere.

Panenka

Rivista mensile nata in Spagna e dalla finezza assoluta, Panenka affronta la cultura calcistica attraverso approcci storici, culturali, sociali o politici. È stata fondata nel 2011 da un gruppo di giornalisti, fotografi, illustratori e designer, e ha iniziato la sua attività il 20 giugno di quell'anno, data del 35° anniversario del celebre penalty "a cucchiaio", il primo nella storia, del talentuoso centrocampista della Repubblica Ceca (Antonín Panenka), che decise l'Europeo 1976 contro la Germania proprio ai calci di rigore.

Nel video, prima di rivedere il rigore di Panenka, per gli amici del blog di 888sports una carrellata di calciatori che si sono ispirati al più famoso tiro dagli 11 metri degli Europei!
 

 

Placar

Mensile - nato, tuttavia, settimanale - di riferimento per coloro i quali vivono il calcio brasiliano in maniera viscerale. Un vero e proprio brand, un magazine che, come accaduto in casi omologhi in tutto il mondo, ha vissuto moltissime fasi, talune anche turbolenti, della sua vita editoriale. La sua voce ha un peso importante nel paese verdeoro, come France Football in Europa: alla fine di ogni Brasileirão, Placar assegna il trofeo "Bola de Prata", selezionando i migliori giocatori del campionato per ogni ruolo.

Tutte le partite sono ovviamente seguite da giornalisti che assegnano voti: i giocatori con la miglior media si aggiudicano il trofeo; la miglior media assoluta, infine, si aggiudica la Bola de Ouro. Il premio fu ideato nel 1970, primo anno della rivista, e, visto che il Campeonato Brasileiro allora non esisteva, fu inizialmente applicato al "Torneo Roberto Gomes Pedrosa".

Pelé fu giudicato fuori concorso, sia per la Bola de Ouro che per la Bola de Prata; il più premiato in assoluto è stato Zico, con cinque Bolas de Prata, due Bolas de Ouro e due titoli di capocannoniere.

Four Four Two

"La Bibbia del calcio". Il modo in cui è stata ribattezzata la rivista, nata in Inghilterra, la dice lunga sulla qualità delle tematiche proposte e l'accuratezza di scrittura e approfondimento. Mensile che a maggio 2019 ha festeggiato la sua 300esima pubblicazione, possiede diverse edizioni (anni fa fu provato anche un esperimento italiano, tuttavia mai decollato) in altri paesi: Stati Uniti, Canada, Australia, Sud Africa, Ungheria, Corea del Sud, Spagna e Turchia.

Interviste, analisi tattiche, scouting, focus a diversi latitudini del calcio mondiali, argomenti mai banali. Four Four Two, curiosità, fu anche lo sponsor che comparve sulle magliette dello Swindon Town nella stagione 2008-2009. L'edizione originale, nella storia, ha potuto vantare "columnist" eccezionali, su tutti il mitico Brian Clough. E, ancora, Arsène Wenger, Robbie Savage, Sam Allardyce, David Platt, Diego Forlan e tanti altri.
 

*La foto di apertura dell'articolo è di Natacha Pisarenko (AP Photo).

July 7, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
Body

Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Con la sconfitta del Manchester City sul campo del Chelsea, il Liverpool è tornato a vincere la Premier, trent’anni dopo l’ultimo titolo della allora First Division. I Reds hanno concluso al meglio una stagione semplicemente straordinaria, trionfando con ben sette giornate d’anticipo. Nella sera della matematica vittoria, i numeri erano: ventotto vittorie, due pareggi e una sola sconfitta per i ragazzi di Jurgen Klopp, capace di valorizzare al meglio la rosa a sua disposizione.

E pensare che i Reds sono una delle squadre “più corte” tra le big d’Inghilterra, visto che il tecnico tedesco si fida dei suoi 14/15 titolari. Poche rotazioni e tanta fiducia nello zoccolo duro della squadra, queste le principali linee guida di Jurgen Klopp. Nel quartetto difensivo le uniche rotazioni sono state legate all’infortunio al ginocchio di Matip, che ha lasciato tanto spazio a Joe Gomez.

Oltre ai titolarissimi van Dijk, Robertson e Alexander Arnold, per le rotazioni in fase difensiva Klopp ha utilizzato anche James Milner come terzino. A centrocampo il terzetto titolare è composto da Fabinho, Henderson e Wijnaldum, con Oxlade-Chamberlain che è quasi sempre entrato a gara in corso.

Poco spazio per giocatori come Naby Keita e Lallana, pagati molto più di altri titolari della rosa. In attacco oltre al trio delle meraviglie composto da Salah, Firmino e Mané, Klopp ha ritagliato il ruolo di dodicesimo uomo a Divock Origi, decisivo sia lo scorso anno in Champions che quest’anno in Premier League. 

I primi colpi di Rodgers

Prima dell’arrivo di Jurgen Klopp, sotto la guida di Brendan Rodgers sono state gettate le basi per la rosa dei Reds. L’arrivo di Henderson, attuale capitano del Liverpool, nell’estate del 2011 per 18 milioni dal Sunderland è stato poi seguito dal colpo Origi dal Lille nel 2014 per 13 milioni. Altri tre protagonisti sono arrivati nell’estate del 2015, a parametro zero i Reds hanno preso James Milner dal City e per 5 milioni di euro dal Charlton è arrivato il giovanissimo Joe Gomez, valorizzato poi da Klopp.

Lo Starting Eleven del Liverpool!

Chi però è esploso davvero solo dopo l'arrivo del tecnico tedesco è Bobby Firmino, arrivato per 41 milioni di euro nell’estate del 2015 dall’Hoffenheim. Nel suo primo anno in Inghilterra il brasiliano ha fatto fatica ad affermarsi, poi nel 2016 Klopp lo ha schierato come falso nueve nel suo tridente e Firmino è diventato il protagonista della manovra offensiva dei Reds.

Nel 2016 e nel 2017 il Liverpool ha fatto il primo salto di qualità, grazie anche agli enormi investimenti sul mercato, mirati al ritorno in Champions. Nella prima estate da manager dei Reds, Klopp ha portato a Liverpool Joel Matip a parametro zero, Georginio Wijnaldum dal Newcastle per 28 milioni e Sadio Mané dal Southampton per 41 milioni di euro.

Con il ritorno in Champions League sono arrivati altri tre rinforzi, uno per reparto come nell’estate del 2016. Dall’Hull City è arrivato Andrew Robertson per nove milioni di euro, dall’Arsenal è arrivato Oxlade-Chamberlain per 38 milioni e soprattutto dalla Roma è stato acquistato Momo Salah per 42 milioni.

La cessione di Coutinho nel gennaio del 2018 ha permesso poi ai Reds di completare la rosa con altri tre acquisti nel 2018. Prima l’arrivo di van Dijk a gennaio per 85 milioni, poi il colpo Fabinho per la regia dal Monaco investendo 45 milioni e infine Klopp ha risolto il problema portiere, non secondario come ha dimostrato la finale di Kiev, con Alisson arrivato dalla Roma per quasi 70 milioni. 

Il valore della rosa

A tutti questi acquisti, va aggiunta la ciliegina sulla torta proveniente dal settore giovanile. Stiamo parlando naturalmente  di Alexander-Arnold, che in soli due anni sotto la guida di Klopp si è affermato come il miglior terzino destro al Mondo. Nel complesso i 14-15 titolari utilizzati dal tecnico tedesco sono costati circa 420 milioni di euro.

La loro valutazione ora è praticamente raddoppiata, visto che secondo il sito di valutazioni del mercato transfermarkt questi 15 giocatori ora valgono circa 870 milioni di euro. L’altro elemento da segnalare è che il Liverpool non ha mai comprato giocatori di movimento già affermati.

La descrizione di ciascun arrivo ad Anfield!

Da Firmino a Salah, da Mané a Wijnaldum, passando per van Dijk, Alisson e Fabinho nessuno aveva mai vinto il campionato prima del titolo vinto quest’anno. L’unica eccezione è la chioccia del gruppo, James Milner, che aveva già vinto due titoli con il Manchester City nel 2012 e nel 2014 e riproverà il double in Premier anche con il Liverpool, favorito per le scommesse calcio nel 2021! 
 

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Jon Super (AP Photo); le infografiche sono state elaborate da Ivan Garcia.

July 7, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
Body

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

“Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince”. La celebre frase di Saint Gary Lineker, pronunciata al termine della semifinale di Italia ’90 tra i Tre Leoni e la Germania Ovest, ha un fondo di verità, anche e soprattutto considerando che quel mondiale, alla fine, i tedeschi se lo portano a casa.

Certo, ci sono casi (soprattutto quando incontrano l’Italia) in cui i teutonici sono costretti ad inchinarsi, ma se si va alla ricerca di calciatori affidabili e con una certa propensione alla vittoria, guardare alla Mannschaft è sempre una soluzione logica.

Chi sta prendendo sul serio la citazione di Lineker è il Chelsea, che in questo mercato è particolarmente attivo e guarda con interesse alla Germania. In rosa c’è già Antonio Rüdiger, e la colonia teutonica è destinata ad aumentare. È già ufficiale infatti l’acquisto di Timo Werner, per cui i Blues hanno pagato la clausola rescissoria di 60 milioni di euro al Lipsia.

Ma oltre al centravanti titolare della squadra di Löw, Lampard punta anche al nuovo talento del calcio tedesco, quel Kai Havertz che sta dando spettacolo a Leverkusen. Per il talento classe 1999 c’è parecchia concorrenza e le Aspirine, dal canto loro, chiedono parecchio: 100 milioni. Ripetiamo: la storia insegna che spesso e volentieri affidarsi a un buon numero di calciatori della Germania significa fare bene ed il Chelsea sarà tra le favorite al titolo della Premier 2021 nelle relative quote delle scommesse!

L'Inter dei record

Impossibile da questo punto di vista dimenticare l’Inter a cavallo tra anni Ottanta e Novanta. La squadra nerazzurra, guidata da Giovanni Trapattoni, vince uno scudetto con numeri da record nella stagione 1988/89 e lo fa con in squadra due dei protagonisti del successivo mondiale.

Nell’estate 1988, per un totale di circa sette miliardi e mezzo di lire, il presidente Pellegrini porta in Italia dal Bayern Monaco Lothar Matthäus e Andreas Brehme, che aggiungono all’ossatura italiana dell’Inter (Zenga, Ferri, Berti, Serena) quel pragmatismo tutto teutonico che al Trap piace tanto.

Brehme, il giorno della presentazione all'Inter!

Risultato, 58 punti (con due punti a vittoria) e tricolore strameritato. L’anno dopo i nerazzurri completano il tris, andando a pescare dallo Stoccarda Jürgen Klinsmann. Il biondo centravanti si fa valere a Milano e sarà, assieme ai suoi connazionali, grande protagonista della Coppa UEFA vinta nel 1991 contro la Roma. Quando nel 1992 tutti e tre i tedeschi lasciano l’Inter, arriva Matthias Sammer. Il difensore nel 1996 vincerà l’Europeo e il Pallone d’Oro, ma la sua esperienza nerazzurra è da dimenticare, visto che dura appena sei mesi…

A proposito di Roma, in quel periodo anche i giallorossi si fanno ammaliare dal fascino del teutonico. Tutto comincia nel 1987, quando Dino Viola porta a Trigoria il centravanti titolare della Mannschaft che è arrivata seconda ai mondiali in Messico. La prima stagione di Rudi Völler è deludente, ma il “tedesco che vola” poi comincia a segnare con regolarità. Nel 1989 arriva a fargli compagnia Thomas Berthold, roccioso difensore che fino alla stagione prima aveva giocato a Verona.

Il tris non viene completato nel 1991 solo perché la regola impone tre stranieri per ogni squadra. Dunque, quando a Roma arriva Thomas Hässler, a lasciare la Capitale è Berthold, visto che i giallorossi hanno trovato in Aldair un nuovo pilastro difensivo. La Roma di quel periodo, comunque, si gioca quella che ancora oggi è la sua ultima finale europea.

Persino la Juventus negli anni Novanta guarda con favore alla Germania. Peccato che alla fine ci guadagni… il Borussia Dortmund. I tedeschi bianconeri cominciano nel 1991 con Hässler, che però finisce alla Roma al termine della stagione. Nel 1992 arrivano Kohler e Reuter. Il difensore resta fino al 1995, riuscendo a vincere anche uno scudetto e una Coppa UEFA. Il centrocampista lascia Torino l’anno dopo, quando viene sostituito da Möller. Anche il fantasista vince la Coppa ma resiste appena due stagioni.

Tutti e tre, poi, si ritroveranno a Dortmund, dove vinceranno la Champions League, neanche a dirlo, contro i bianconeri. Negli ultimi anni non va molto meglio. Sami Khedira fa bene in bianconero, ma l’altro campione del mondo 2014 Höwedes riesce a raccogliere appena tre presenze (pur segnando un gol).

Madrid teutonica!

Sarà per spirito di contraddizione rispetto al Barcellona, che da sempre si affida agli olandesi, ma anche Real Madrid ha, spesso e volentieri, scommesso su calciatori tedeschi. La stella teutonica dei Blancos è attualmente Toni Kroos, vero cervello della squadra di Zidane. Oltre al già menzionato Khedira, arrivato alla Juventus proprio da Madrid, anche Mesut Özil ha vestito a lungo la camiseta blanca, diventando anche il miglior assistman per Cristiano Ronaldo nel suo periodo di calcio a Madrid.

Qualche anno fa non è andata benissimo al Real con Metzelder, che a causa dei troppi infortuni non ha mai potuto esprimersi a pieno al Bernabeu. A guidare il difensore, tra l’altro, c’era Bernd Schuster, che per non farsi mancare nulla è riuscito a giocare con il Real, l’Atletico e persino con il Barcellona. Molto più fedele alla causa Bodo Illgner, storico portiere della nazionale tedesca e del Real, protagonista della Champions League 1997 vinta contro la Juventus.

A lanciare la “moda” madridista però sono state tre stelle della Mannschaft negli anni Settanta. Il primo tedesco del Real è Netzer, acquistato prima del vittorioso mondiale 1974. Dopo la Coppa del Mondo arriva anche Paul Breitner e qualche anno dopo si presenta Stielike, roccioso difensore dell’Amburgo. A differenza di quasi tutti gli altri connazionali, nessuno dei tre riesce a sollevare la grande coppa! A dimostrazione che, nonostante quello che dice Lineker, non sempre…vincono i tedeschi.

*Le due immagini dell'articolo sono di AP Photo, la seconda è stata scattata da Uwe Lein.

July 6, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
Body

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Una carriera gloriosa da 478 presenze in Serie A impreziosita, all’età di 36 anni, dalla Coppa del Mondo vinta nel 2006 da riserva di Gigi Buffon. Angelo Peruzzi per quasi 20 anni è stato uno dei portieri più forti del calcio mondiale. Cresciuto nel settore giovanile della Roma, fa il suo esordio in Serie A a soli 17 anni in un Milan, Roma prendendo il posto di Tancredi.

Dopo due stagioni da secondo, nel 1989 i giallorossi decidono di cederlo in prestito a Verona dove da titolare disputa 29 partite ma nonostante alcune ottime prestazioni non riesce ad evitare la retrocessione dei veneti. Tornato a Roma per fare il titolare nel 1990, dopo sole tre partite giocate viene squalificato per dodici mesi come il suo compagno Andrea Carnevale.

Scontata la squalifica, la Juventus nel 1991 decide di investire 4.5 miliardi di lire per portarlo a Torino dove il primo anno fa il vice all’esperto Tacconi. Dopo una stagione con sole 12 presenze tra Serie A e Coppa Italia, la Juve però decide di puntare con forza su Peruzzi, lasciando partire Tacconi, che va al Genoa e il portiere di Blera diventa il titolare dei bianconeri. 

Protagonista in bianconero

Nella stagione 92/93 Peruzzi gioca 29 partite e subisce 44 reti. La Juve torna ai vertici della Serie A nell'anno successivo come dimostrano i numeri: il portiere bianconero incassa solamente 24 reti in 32 presenze, entrando nel giro della Nazionale. L’esordio però arriva solamente nel girone di ritorno del 94/95: la prima presenza in maglia Azzurra la trova nel marzo del ’95 nel match vinto 4-1 dall’Italia di Sacchi contro l’Estonia all’Arechi di Salerno.

In quelle settimane, vince anche il suo primo Scudetto e perde la finale della Coppa UEFA nel derby italiano contro il Parma e divide la porta Azzurra con Pagliuca; dal ’96 diventa il titolare e sarà il numero uno dell’Italia agli Europei inglesi del ’96. Sole tre partite giocate dagli Azzurri, che vengono eliminati nel girone, a sorpresa per le scommesse sportive, per la sconfitta contro la Repubblica Ceca di Pavel Nedved.

Pochi mesi prima Peruzzi è stato il protagonista della vittoria della Champions League della Juventus: nei quarti limita i danni contro gli attaccanti del Real a Madrid ed in finale, all’Olimpico di Roma contro l’Ajax, dopo il pareggio per 1-1 nei tempi regolamentari, è proprio il portiere bianconero a decidere la finale, parando ben due calci di rigore agli olandesi. 

Peruzzi alza la Coppa dei Campioni!

La maledizione del ’98

Dopo altri due anni da titolare della Nazionale sotto la nuova gestione tecnica di Cesare Maldini, Peruzzi si prepara a disputare il suo primo Mondiale in Francia nel ’98. A ventotto anni il numero uno bianconero è pronto ad essere protagonista difendendo i pali della Nazionale, ma nella preparazione a Coverciano subisce un brutto infortunio che lo costringe a dare forfait. Per Peruzzi era l’unica occasione per giocare da titolare un Mondiale, vista l’imminente esplosione di Gigi Buffon.

Dopo otto anni in bianconero, nell’estate del ’99 l’Inter, da favorita per il titolo per le scommesse calcio dopo un mercato faraonico, investe circa 38 miliardi di lire per strapparlo alla Juventus. Con i nerazzurri gioca solamente una stagione, collezionando 38 presenze e subendo 37 reti prima dell’arrivo a Roma. Dopo lo Scudetto del 2000, Sergio Cragnotti vuole rinforzare ulteriormente la Lazio e decide di puntare su Peruzzi per circa 40 miliardi.

In biancoceleste chiuderà la sua carriera ed inizierà, poi, la sua seconda vita sportiva, da dirigente sportivo apprezzato. Giocare da titolare a Roma e la sua enorme esperienza lo riportano nel giro della Nazionale, con Lippi che dopo averlo avuto alla Juve decide di convocarlo nuovamente da ct dell’Italia nel 2005. Peruzzi colleziona le ultime tre presenze in Nazionale per l’assenza di Buffon nelle Qualificazioni Mondiali contro Scozia, Bielorussia e Slovenia.

Da dodicesimo uomo in Germania e mental coach aggiunto, impreziosisce la sua carriera arricchendo ulteriormente il suo palmares con il titolo mondiale. Peruzzi appende i guantoni al chiodo a 37 anni nell’estate successiva, dopo aver conquistato una storica qualificazione ai preliminari della Champions con la Lazio di Delio Rossi, da outsider per le scommesse Serie A.

Attualmente il portiere di Blera occupa, con 478 partite disputate, il 19esimo posto nella classifica all-time delle presenze in Serie A con altre due leggende del calcio italiano come Giancarlo “Picchio” De Sisti e Alex Del Piero. 

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Enzo Giannotti e Massimo Sambucetti.

July 6, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
Body

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

E’ una corsa ad ostacoli, quella che contraddistingue il confronto economico, in termini di ricavi da diritti audiovisivi (più comunemente conosciuti come “diritti tv”), tra la Serie A e il resto dei campionati europei top.

Per ricavato dai diritti tv, in testa la Premier

Liga che incassi dall'estero

Balzo in avanti della Bundesliga

I diritti TV in Italia

Le tv in Ligue1 in attesa dell'effetto Messi

Parliamo dei “Big Five”: English Premier League (EPL), Bundesliga tedesca, LaLiga spagnola, Ligue1 francese e appunto prima divisione tricolore.

Per ricavato dai diritti tv, in testa la Premier

I numeri, in attesa dei dati aggiornati, parlano chiaro: la Premiership britannica è il contenitore calcistico più “attraente”, sia a livello di mercato domestico (1,85 miliardi di euro) sia sui mercati esteri (1,56 mld). Ciò che è che sotto gli occhi di tutti è l’espansione dei tv rights su scala internazionale. 

Un risultato ottenuto grazie anche al supporto dei club, che, tra tournée, vittorie prestigiose in ambito sportivo (la finale 2019 di Champions è stato un derby britannico: Liverpool vs Tottenham Hotspur) ed aperture di scuole calcio/academy, stanno conquistando l’interesse di milioni di fans/simpatizzanti in ogni angolo del pianeta. 

Un processo di espansione nato più di 15-20 anni fa. Si fonda tra l’altro su un vantaggio competitivo difficilmente superabile: la diffusione della lingua inglese. Oggi i broadcaster asiatici e mediorientali, tra i più interessati ad acquistare football match dei principali campionati europei, trasmettono per primi le gare della EPL e poi tutto il resto del calcio continentale.

La Premier League è sempre in onda in “prime time” e questo ne facilita l’ulteriore visibilità e notorietà. In totale, la prima divisione UK sviluppa, a livello di tv rights, un volume di affari superiore ai 3,41 miliardi di euro. Una cifra “mostre” che consente a questa serie di presentarsi come la più ricca del pianeta.

Guardiola ai microfoni Sky

 

Liga che incassi dall'estero

Al secondo posto c’è LaLiga Santander. Il massimo campionato iberico vale attualmente 2,04 miliardi di euro. Circa 1,15 miliardi provengono dai contratti siglati in patria (attraverso il colosso MediaPro), il resto (897 milioni) a livello internazionale. Anche in questo caso la lingua accelera gli affari (soprattutto all’interno dei mercati di matrice ispanica).

E sempre LaLiga deve la sua forte espansione agli eccellenti risultati sportivi conquistati dal binomio Barcellona-Real Madrid. Nelle ultime 10 edizioni di Champions, quattro trofei sono stati conquistati dalle Merengues, due dai blaugrana (il resto è equamente suddiviso tra Chelsea, Liverpool, Bayern Monaco e FC Inter). 

Balzo in avanti della Bundesliga

Sul gradino più basso del podio troviamo la Bundesliga, con un valore della “torta” dei diritti tv stimato in 1,44 miliardi di euro. A livello domestico (1,16 mld) è al secondo posto nella classifica dei Big Five, mentre sui mercati esteri il calcio tedesco deve ancora svilupparsi e mettere radici, anche se il Bayern Monaco, campione di Germania, (per l’ottava stagione consecutiva quest’anno), sta lavorando molto bene in Asia e America Latina. 

Una telecamera della produzione della Bundesliga!

 

I diritti TV in Italia

Perde terreno, purtroppo, la Serie A italiana. In attesa del pagamento della sesta ed ultima rata (bimestrale anticipata) della stagione 2019/20 da parte di Sky, il massimo campionato si lecca le ferite e riparte dai dati di questa stagione “tormentata”: 1,34 miliardi di euro. Ben 1,16 miliardi sono legati a filo doppio ai broadcaster che hanno acquisito il diritto alle trasmissioni delle partite: Dazn e SKY principalmente, ma anche Rai e Mediaset, oltre a Sportitalia per il campionato “Primavera”.

Anche Sheva lavora con DAZN

Sul fronte internazionale i rapporti sono esclusivamente con gli americani di IMG, che si sono impegnati a pagare alla Lega calcio (per il triennio 2018-2021) ben 371 milioni di euro.

Le tv in Ligue1 in attesa dell'effetto Messi

Al quinto ed ultimo posto di questa speciale classifica troviamo la Ligue1 francese, l’unica serie calcistica tra i mercati UE ad essersi fermata nel 2020, su diktat dell’esecutivo d’oltralpe.

In totale, i diritti tv di questa stagione valgono 806 milioni di euro (di cui 726 milioni per il territorio francese e i restanti 80 per i mercati esteri). Le difficoltà ad espandersi sono strettamente collegate alla presenza di un solo top team su scala nazionale: il Paris Saint-Germain tra le favorite per le scommesse sportive per la Champions 2020.

Il Marsiglia, ad esempio, ha un passato di vittorie anche in campo internazionale, ma non riesce a tenere il passo quando si confronta in tornei continentali. L’Olympique Lyonnais infine ha vinto ben 7 titoli nazionali, ma fuori dalla Francia non ha brillato con continuità. 

*Il testo dell'articolo è stato curato da Marcel Vulpis, direttore di SportEconomy; le immagini sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 5 luglio 2020.

October 21, 2021

Di 888sport

888sport
Body

The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

888sport
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Tanta corsa, spirito di sacrificio, grandissima continuità di prestazioni ed un sinistro piuttosto educato. Queste le caratteristiche che hanno portato Massimo Gobbi nella classifica dei primi cento giocatori per numero di presenze in Serie A, ad appena sei gettoni di distanza da Nesta. Entrato nel settore giovanile del Milan all’età di undici anni, dopo sette anni con i rossoneri va a giocare in Serie C con la maglia del Pro Sesto.

A vent’anni arriva l’esordio in Serie B con la maglia del Treviso, ma dopo sole sette presenze i veneti decidono di cederlo in prestito in Serie C. Due stagioni da titolare, la prima con la maglia del Giugliano, la seconda da assoluto protagonista con l’Albinoleffe, raggiungendo la storica promozione in Serie B. In quel di Bergamo, Gobbi riesce ad affermarsi, giocando in una squadra che ha fatto crescere diversi calciatori arrivati poi in Serie A.

Da Biava a Carobbio, da Raimondi allo stesso Gobbi, l’Albinoleffe conquista la promozione in Serie B, battendo ai tempi supplementari il Pisa nella finale dei Playoff.

Gobbi chiude la stagione con sette reti e cinque assist, risultando essere il miglior terzino sinistro della Serie C. A 23 anni arriva la consacrazione nella serie cadetta nuovamente a Treviso, dove rimarrà solamente una stagione. In Veneto, Gobbi colleziona 44 presenze, realizzando anche cinque reti in Serie B con il Treviso che riesce a raggiungere la salvezza con 4 punti rispetto alla zona playout. Al termine della stagione arriva la chiamata del Cagliari, che decide di portare Massimo Gobbi in Serie A.  

L'esordio in Serie A

I sardi lo acquistano in prestito con diritto di riscatto nell’estate del 2004. In rossoblu Gobbi mette in mostra la sua duttilità, giocando sia da mezzala che da terzino sinistro dimostrando di essere subito utile. L’esordio in Serie A arriva il 12 settembre del 2004, quando viene schierato dal primo minuto dal tecnico Daniele Arrigoni nel match vinto 1-0 contro il Bologna.

Il primo gol arriva nel giorno della Befana del 2005 nella vittoria per 2-1 del Cagliari contro il Messina al Sant’Elia. Dopo due stagioni in Sardegna, viene acquistato a titolo definitivo dalla Fiorentina per poco meno di 4 milioni di euro. Nel 2006 si guadagna anche la convocazione in Nazionale subito dopo il successo al Mondiale tedesco.

Il 16 agosto del 2006 il neo ct azzurro Roberto Donadoni lo fa esordire nella prima amichevole post Mondiale. All’Armando Picchi di Livorno gli Azzurri perdono 2-0 contro la Croazia e Gobbi entra a 15 minuti dalla fine prendendo il posto di Massimo Ambrosini. In maglia viola l’esterno mancino gioca oltre cento gare di cui 81 in campionato, facendo anche l’esordio in Champions League sempre con la Fiorentina di Prandelli.

Dieci presenze tra preliminari e fase a gironi nella massima competizione europea tra il 2008 e il 2010. Dopo quattro anni in quel di Firenze, i viola decidono di non rinnovare il contratto a Gobbi che lascia la Fiorentina.  

Una vita al Parma

Il Parma decide di offrirgli un contratto e con i Ducali Gobbi si rivela uno dei terzini più solidi e affidabili del campionato. La miglior stagione con il Parma è sicuramente quella del 2011/12, quando Gobbi, oltre a realizzare due gol, è uno dei titolari inamovibili nel 3-5-2 di Roberto Donadoni. Il Parma chiude a soli due punti dalla zona europea, concludendo la stagione con un'incredibile, per le scommesse Serie A sequenza di sette vittorie consecutive.

Cinque stagioni in Emilia e 155 presenze in Serie A, segnando anche quattro gol e servendo dieci assist. A 35 anni l’esterno sinistro firma un contratto di tre anni con il Chievo Verona: con i clivensi colleziona altre 88 presenze in Serie A. Nell’estate del 2018 per inseguire le 400 presenze nella massima serie, decide di tornare a Parma per finire la carriera lì dove ha giocato ad alti livelli per cinque stagioni ed aggiunge 16 presenze nella stagione 2018/19.

A 39 anni Massimo Gobbi chiude la sua carriera con 411 presenze in Serie A e attualmente occupa la 50esima posizione nella classifica dei giocatori con più presenze nella massima serie.  
*L'immagine di apertura dell'articolo è di Marco Vasini (AP Photo).

July 5, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
Body

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

La Fiorentina della stagione 2014/15 è una delle sorprese più liete di quella Serie A. La squadra allenata da Vincenzo Montella si aggiudica in volata il quarto posto, terminando il campionato con 64 punti, figli di 18 vittorie, 10 pareggi e altrettante sconfitte.

Fossimo nell’epoca dei quattro posti in Champions League, i viola si andrebbero a giocare l’Europa che conta, ma purtroppo per loro all’epoca la medaglia di legno vale solamente l’accesso diretto ai gironi di Europa League. Il tutto anche grazie a due calciatori che ora come ora sono delle stelle di primissima categoria, ma che all’epoca erano ancora due misteri del pallone.

All’inizio della stagione 2014/15 Josip Iličić è a Firenze da un anno e non ha impressionato, anzi. Per lui appena 6 reti in 31 partite, non certo i numeri che la Fiorentina si aspetta dopo averlo pagato 9 milioni di euro al Palermo.

Senza contare che davanti Montella non ha le idee molto chiare, schierando lo sloveno in diversi ruoli senza trovargli una collocazione precisa. In quello stesso lasso di tempo, Mohamed Salah sta ancora cercando di adattarsi al campionato inglese, nel Chelsea di Mourinho, che lo ha acquistato per 15 milioni di euro dal Basilea nel febbraio 2014.

L’egiziano però non riesce a ricavarsi il suo spazio a Stamford Bridge e un anno dopo, il 2 febbraio 2015, viene prestato alla Fiorentina. Per quattro mesi, Montella avrà a disposizione una coppia di mancini terribili, destinati a diventare il terrore delle difese di tutta Europa.

L'esordio della coppia

La prima partita in cui i due sono a disposizione è quella contro l’Atalanta dell’8 febbraio 2015. Entrambi partono dalla panchina e solo Salah scende in campo, per 25 minuti al posto dello spagnolo Joaquin. Il match termina 3-2 per la Fiorentina, senza che però né lo sloveno né l’egiziano abbiano voce in capitolo. Tempo una settimana e contro il Sassuolo la storia cambia.

Salah parte titolare e gioca 82 minuti, il tempo di segnare il suo primo gol in Serie A e regalare anche un assist a Babacar. Iličić entra al suo posto e in 8 minuti non riesce a incidere nel 3-1 finale. I primi minuti giocati assieme sono gli ultimi cinque della partita di Europa League contro il Tottenham: Salah gioca tutta la partita, mentre Iličić subentra a Mario Gomez, ma nessuno dei due entra nel tabellino, con il match che finisce 1-1. Stesso risultato in Serie A contro il Torino.

Stavolta è Iličić a giocare 90 minuti, mentre l’egiziano subentra a Diamanti a tre quarti di match. Il suo gol all’ottantacinquesimo non basta però a portare a casa i tre punti. Febbraio si chiude con il ritorno contro gli Spurs, in cui gioca solo Salah, che segna il 2-0 che chiude il match.

Lo sloveno esulta in Viola!

Ancora una rete per l’egiziano contro l’Inter, dopo essere subentrato a Babacar a pochi minuti dall’intervallo. Salah e Iličić, in campo dall’inizio, fanno coppia per tutta la ripresa e la Fiorentina vola grazie alla stoccata dell’ex Chelsea che punisce i nerazzurri. Il primo match, posticipo del lunedì per le scommesse Serie A, in cui i due giocano assieme per novanta minuti è da dimenticare: la squadra di Montella perde malissimo (4-0) contro la Lazio di un ispirato Felipe Anderson.

Va meglio in Europa League contro la Roma. Al Franchi finisce 1-1 e la rete iniziale è di Iličić su imbeccata di Salah. Poi lo sloveno verrà sostituito al minuto 81. Lo sloveno è titolare ma non incide contro il Milan, match che termina 2-1 per i toscani e in cui Salah viene lasciato a riposo. Ruoli invertiti nel ritorno di Europa League contro la Roma, che finisce 0-3, ma in cui l’egiziano non riesce a trovare la porta. Nell’ultimo match di marzo, contro l’Udinese, Iličić trova due assist nel 2-2 finale, prima di lasciare il posto proprio a Salah al minuto 69.

Poi però qualcosa si rompe. Iličić salta per somma di ammonizioni l’unica vittoria in campionato di aprile, quella contro la Samp per 2-0, in cui Salah chiude i conti. Poi in Serie A arrivano quattro sconfitte di seguito. Contro il Napoli (3-0) i due scendono in campo assieme, ma sono impalpabili e lo sloveno esce all’intervallo. Nella sconfitta interna con il Verona (0-1) è quasi staffetta, con Iličić che entra al minuto 55 e Salah che esce sette giri di lancetta più tardi.

Nell’1-3 contro il Cagliari gioca solo l’egiziano, mentre Ilicic si accomoda in panchina, mentre nel 3-2 in casa della Juventus è di nuovo staffetta, con Iličić che entra al minuto 81 al posto di Salah e realizza l’inutile gol che accorcia le distanza. In Europa League la Fiorentina ha la meglio sulla Dinamo Kiev (2-0 e 1-1), ma in entrambi i match c’è minutaggio (90 minuti pieni) solo per Salah.

Finale in crescendo

A inizio maggio Montella decide di tentare il tutto per tutto e li schiera entrambi contro il Cesena. Finisce 3-1 con doppietta di Iličić e 63 minuti assieme. Nella semifinale di andata di Europa League il Siviglia di Emery è troppo forte e né Salah (90 minuti) né Iličić (entrato a dieci dalla fine per Gomez) possono impedire il 3-0 finale.

Meglio il match contro l’Empoli in campionato: nel 2-3 finale al Castellani ci sono le firme di entrambi. Doppietta dello sloveno, primo marcatore dell'incontro per le scommesse calcio e rete dell’egiziano, entrato a inizio ripresa, su assist ancora di Iličić. Il ritorno contro il Siviglia è pessimo, con i due che fanno coppia in attacco e lo sloveno che sbaglia un rigore quando però il risultato è già sullo 0-2 per gli spagnoli. In campionato però la coppia va: 79 minuti assieme contro il Parma, entrambi da titolari, con rete del 3-0 definitivo per Salah.

Alla penultima giornata Iličić fa piangere il “suo” Palermo su assit dell’egiziano (finisce 2-3 per i viola) e il campionato termina con una manita di vittorie consecutive con il 3-0 al Chievo, con partenza di entrambi da titolari e ancora gol di Iličić su assist di Salah.

Poi però il mercato divide la strana coppia. L’egiziano finisce alla Roma, che lo acquista dal Chelsea, mentre lo sloveno rimane a Firenze fino al 2017. Numeri alla mano, forse Montella poteva essere un po’ più coraggioso e schierare più spesso i due assieme e dal primo minuto.

Del resto, in quella stagione Iličić è capocannoniere della squadra con 10 reti, sette delle quali arrivano nell’ultimo mese, mentre Salah contribuisce alle fortune della Viola con sette reti in quattro mesi ed una meravigliosa serata di Coppa Italia a Torino con una vittoria a sorpresa per le scommesse sportive della Fiorentina per 1-2 e la Juve sconfitta in casa dopo quasi due anni! Per i due, quattro reti in “coabitazione”, tre di Iličić  su assist di Salah e una dell’egiziano con l’aiuto dello sloveno.

Certo, con il senno di poi, ora che Iličić segna 4 reti a Valencia, è tra le stelle dell’Atalanta che fa innamorare l’Europa e Salah, valutato 120 milioni di euro dal sito specializzato transfermarkt ha vinto tutto il possibile e non con il Liverpool, sfiorando il Pallone d’Oro, è semplice dire che non ci si era resi conto del potenziale talento dei due mancini. Ma probabilmente, anche all’epoca, analizzando un po’ meglio le loro prestazioni, sarebbe stato il caso di dar loro un pizzico di fiducia in più…

*Le immagini dell'articolo, distribuite da AP Photo, sono entrambe di Fabrizio Giovannozzi.

July 3, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
Body

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

E' esistito un tempo - e pure assai duraturo in cui non era raro trovarsi di fronte all'enigmatica figura del player-manager o, per dirla all'italiana, dell'allenatore-giocatore. Un ruolo improvvisamente scomparso a un certo punto della storia del calcio: quello attuale, anche a fronte di allenatori "decisionisti" alla Mourinho o Simeone, necessita della presenza di assistenti bravi e coordinati.

Troppi aspetti tecnici da curare, rispetto al passato. In epoca recente, il ruolo di "player-manager"  è stato riesumato in un solo particolarissimo caso, che aveva visto impiegato nel doppio ruolo, al Manchester United, un certo Ryan Giggs. Era alla fine della stagione 2013-2014 e l'esperienza - esplicitamente annunciata a tempo determinato - vide il talento gallese scendere in campo - nella duplice veste - una sola volta, quella contro l'Hull City.

Ottenne una sola sconfitta e un buon bottino di 7 punti come "pezza" alla confusionaria annata di David Moyes, in vera difficoltà da immediato successore di sir Alex Ferguson. Dopodiché, il Mago gallese (oggi commissario tecnica della sua nazionale) iniziò a intraprendere la sua gavetta da allenatore vero e proprio da secondo di Louis van Gaal. Quello di Ryan Giggs si è trattato, ad ogni buon conto, dell'unica circostanza di player-manager al Manchester United, favorito dell'Europa League 2020 per le scommesse sportive 888!

I "pilastri" Giles e Dalglish

Un caso, lo ribadiamo, un po' isolato dall'epoca in cui il ruolo di allenatore-giocatore veniva effettivamente preso in seria considerazione. Un tempo collocabile tra gli anni Settanta e i Novanta. Gli esempi, neanche a dirlo, arrivavano quasi sempre da Oltremanica. In Italia se ne ricordano solo un paio. E parecchi anni fa. Armando Picchi col Varese 1968-69 e il cannoniere Giuseppe Meazza con un'Inter non proprio entusiasmante, ancor prima, nel 1946-47.

In Inghilterra, due solide colonne circa questo tipo di carriera, sono rappresentate da Johnny Giles e Kenny Dalglish. Il primo, tra 1973 e il 1980, lo si vide impegnato (unico caso nella storia di questo sport) ad essere il player-manager sia di una squadra di club, il West Bromwich Albion, che della propria Nazionale, l'Irlanda, con cui andò vicino alla qualificazione ai Mondiali di Argentina 1978.

Centrocampista dai piedi fatati ma dal temperamento sanguigno, era uno dei "cocchi" del maledetto Leeds United di Don Revie e colui che più di tutti - insieme a capitan Billy Bremner - maldigerì la scelta del board in favore di Brian Clough dopo l'investitura di Revie a ct inglese. Lo stesso Giles, infatti, si aspettava - così come il resto della squadra - di giocare e allenare a Elland Road. Abbandono prematuramente ogni velleità di tecnico nell'estate 1985 per dedicarsi alla vita di commentatore tecnico.

Non può essere un caso che quasi tutti i player-manager abbiano abbandonato completamente l'attività di allenatore (dopo quella di giocatore) prima dei 50 anni. E' stato così anche per Kenny Dalglish, che nel doppio ruolo, dopo aver sostituito il vecchio tecnico Joe Fagan subito dopo la tragica notte dell'Heysel, contribuì a rimpinguare la bacheca dei trofei del Liverpool, vincendo peraltro l'ultimo campionato - nel 1990 - prima di quello conquistato proprio in questi giorni da Jürgen Klopp.

Fu sconvolto dalla tragedia di Hillsborough, nel 1989, in cui rischiò di perdere il figlio Paul allora dodicenne (poi calciatore di Norwich, Wigan e Kilmarnock ed attuale direttore generale del Miami Fc in MLS). 

Hoddle, Gullit, Vialll e la tradizione Chelsea

Da ricordare anche l'esperienza di Glenn Hoddle, che a inizio anni Novanta portò il piccolo Swindon Town nella neonata Premier League, salvo poi passare, sempre da player-manager al Chelsea, inaugurando la lunga tradizione del giocatore-allenatore in casa Blues.

I "Pensioners" ebbero, nella seconda metà degli anni Novanta, anche Ruud Gullit: il presidente Ken Bates gli tratteggiò il ruolo di libero - da cui poteva vedere tutto l'andamento della squadra - e, al tempo stesso, guida tecnica. L'esperimento funzionò tra FA Cup conquistata da favoriti per le scommesse calcio contro il Boro nel 1997, ma a febbraio del 1998 Bates - che gli rimproverava un'eccessiva arroganza - lo fa "staffettare" con Gianluca Vialli, simbolo del Chelsea italiano in cui c'erano anche Roberto Di Matteo e Gianfranco Zola.

Il Chelsea festeggia la vittoria sul Middlesbrough nel 1997!

Non arriveranno titoli di Premier (il Manchester United di Ferguson era al massimo del suo strapotere, tuttavia ci si potrà "consolare" con una Coppa delle Coppe (quella essenzialmente ricordata per le incredibili imprese del Vicenza) e, tra gli altri successi, una Coppa di Lega e un'altra FA Cup. Dopo un'ultima esperienza al Watford, nel 2001-2002, Vialli molla "logorato - come da lui stesso ammesso - da un ruolo con troppe responsabilità, in cui far convivere le mentalità di calciatore e allenatore, è eccessivamente complicato".

Il raro caso di Attilio Lombardo

Attilio Lombardo è un altro raro caso nel suo genere: soprannominato "Italian Bald Eagle" fu allenatore-giocatore del Crystal Palace in Premier League  (dal 13 marzo al 29 aprile 1998) continuò la sua carriera esclusivamente da calciatore dopo l'esperienza inglese, vincendo un campionato al rush finale con la Lazio per le scommesse Serie A, dopo quelli con Sampdoria e Juventus.

Prima di sposare la causa delle aquile capitoline, non riuscì a salvare le "Eagles" rossoblù del sud di Londra, club di cui - tuttavia - resta a tutt'oggi una vera e propria leggenda.

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Jon Super e Max Nash.

 
July 3, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
Body

Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

“Dio è bulgaro e oggi gioca con noi”. Se lo dice uno che si chiama Hristo, va a finire che ci si può anche credere. Poi in realtà quel giorno nell’estate 1994 le volte celesti non guardano con favore alla Bulgaria ortodossa, ma alla cattolica Italia del buddhista Roberto Baggio. Il Codino segna due volte in capo a cinque minuti e spedisce l’Italia alla finale dei mondiali. E a Hristo, che di cognome fa Stoichkov, non resta altro che segnare la rete del vano 2-1 e diventare capocannoniere a fine torneo.

Si potrà comunque consolare qualche mese dopo. L’Italia la Coppa del Mondo non la solleva e il 20 dicembre di quell’anno da France Football la classifica della trentanovesima edizione del Pallone d’Oro recita: Stoichkov, 210 voti, Baggio 136.

Non male per chi quell’anno ha vissuto due delle delusioni più cocenti della sua carriera. Qualche settimana prima del match di New York, il Barcellona di Johan Cruijff, il Dream Team, era stato schiantato ad Atene nella finalissima di Champions League dal Milan di Maldini e Savicevic.

Eppure, grazie alla quarta Liga consecutiva conquistata e all’exploit mondiale della Bulgaria, il numero 8 blaugrana si porta a casa il premio. Da quando è arrivato in Catalogna, del resto, sembra non saper fare altro che vincere, compresa la Coppa dei Campioni strappata alla Sampdoria e quella delle Coppe vinta successivamente. E anche in patria, con la maglia del CSKA Sofia, non si è fatto mancare nulla, con tre campionati e quattro coppe di Bulgaria.

Un duello con Desailly!

Ma la sua storia non è solo campo. La vita di Hristo Stoichkov, classe 1966, potrebbe tranquillamente diventare un film. Un’infanzia complicata dalle parti di Plovdiv, tra fabbriche e legge del più forte. Il più forte quasi sempre è lui, visto che già da giovanissimo si guadagna un soprannome mica da ridere: “Kamata”, il pugnale. Non un fine pensatore, verrebbe da pensare.

E invece Hristo riesce curiosamente a rimanere in bilico tra un carattere scontroso e un atteggiamento quasi da filosofo. Un misto tra quella genialità che in campo gli fa fare cose pazzesche con il sinistro e una concretezza tutta balcanica che, visto che è già al CSKA, squadra dell’esercito, lo porta ad entrare nelle forze armate (fino a diventare maresciallo) per garantirsi, comunque vada, un futuro.

Il futuro in realtà se lo costruisce con il pallone tra i piedi, anche se rischia che tutto finisca presto, quando ha appena vent’anni. In una doppia finale di coppa di Bulgaria tra il CSKA e i rivali del Levski, succede l’imponderabile. All’andata Hristo ne fa quattro nel 5-0 della sua squadra e al ritorno si presenta in casa degli avversari con sulla schiena proprio il numero quattro invece dell’iconico otto che ne accompagnerà tutta la carriera.

Apriti cielo, a fine partita scoppia una rissa leggendaria che costringe il governo a prendere provvedimenti esemplari. Stoichkov viene radiato. Anzi no, sospeso per un anno, che poi diventano sei mesi. Giusto il tempo di saltare il mondiale in Messico. Per farsi notare, però, ci sono le coppe europee. E quando nel 1989 il CSKA affronta il Barcellona con Stoichkov primo marcatore per le scommesse calcio, Cruijff si innamora di lui.

Gli sconvolgimenti politici danno una mano ai blaugrana e nel 1990 il bulgaro si trasferisce al Camp Nou. Ma persino il Profeta del Gol ha le sue difficoltà a tenere a bada il suo nuovo campione. Le finali di coppa, evidentemente, non piacciono granchè a Hristo, considerando che nella prima giocata in Spagna riesce a dare (volontariamente) un pestone clamoroso all’arbitro Unzuè, che aveva espulso il tecnico olandese. Risultato, sei mesi di squalifica.

Ma, come era facilmente prevedibile, arriva l’amore incondizionato della tifoseria culè, considerando che il fattaccio avviene in un match contro il Real Madrid. La sua esultanza a braccia alzate gli vale un altro soprannome, quello di “Ayatollah”, anch’esso non troppo usuale ma sicuramente esplicativo.

Barcellona diventa casa sua, nonostante molti alti e bassi. I rapporti con Cruijff sono altalenanti, perché neanche un fenomeno, nell’impostazione mentale dell’olandese, può permettersi di mettersi davanti alla squadra. Ma quando a Hristo va di giocare, è uno spettacolo, soprattutto quando gli si affianca un altro talento puro dal carattere particolare: quella tra Stoichkov e Romario è tra le coppie più pazzesche (e pazze) della storia recente del pallone, ma funziona divinamente.

L'avventura in Italia

Il sinistro d’oro del bulgaro e il fiuto del gol del brasiliano regalano al Barça una stagione di trionfi che fa epoca, nonostante la bruciante sconfitta di Atene. Nel 1995 però qualcosa si rompe definitivamente e in estate arriva una notizia clamorosa: Hristo arriva in Serie A.

Il Pallone d’Oro in carica se lo aggiudica, per dodici miliardi, il Parma di Tanzi, che vuole fare di lui il suo uomo immagine per la Parmalat nell’Europa dell’Est e negli Stati Uniti, dove molti se lo ricordano per le prodezze mondiali. La rosa dei ducali fa impressione: Zola, Sensini, Couto, Asprilla, Brolin, Dino Baggio, nonchè quattro giovanissimi futuri campioni del mondo come Buffon, Inzaghi, Cannavaro e Barone. Tante stelle. Troppe, come ha spiegato di recente Hristo.

Il duello si ripete in campionato!

Il rispetto per il tecnico, Nevio Scala, è assoluto, ma manca la la pazienza. E mentre il bulgaro cerca faticosamente di ambientarsi, mostrando a volte una condizione fisica non proprio ottimale, gli intrighi cominciano a farsi largo nello spogliatoio. Stoichkov non fa nomi, ma in effetti le sue presenze si diradano (31 partite e 7 gol tra campionato e coppe) a e marzo lancia bordate contro il calcio italiano e contro lo stesso Parma, chiedendo la cessione.

Neanche a dirlo, nell’estate 1996 lo riaccoglie il Barcellona, dove trova un’intesa quasi magica con il brasiliano Ronaldo. Il sogno però dura poco con il successo da favoriti per le scommesse sul PSG nella finale di Coppa delle Coppe, perché quando Robson viene esonerato arriva un altro olandese con un carattere non semplice: Louis van Gaal. Il rapporto è così burrascoso che dura pochi mesi, con due sole presenze in Liga.

Meglio tornare in patria, con il suo CSKA, prima di intraprendere uno strano finale di carriera che lo porta brevemente in Arabia Saudita, poi in Giappone per chiudere infine in MLS. Da allenatore, poi, non andrà per nulla bene, tra esoneri e polemiche, che lo portano a darsi alla TV. 

Eppure, anche a distanza di decenni, il mito di Stoichkov non accenna minimamente a perdere il suo smalto. L’Ayatollah è ancora amatissimo a Barcellona, ma in generale resta una leggenda del calcio degli anni Novanta. Nonchè, da opinionista, uno di quelli che non ha peli sulla lingua e non si lascia mai sfuggire l’occasione di dire qualcosa di scomodo.

Come quando ha spiegato che non intervisterebbe mai Cristiano Ronaldo, perché lui parla solo con i più grandi. Spocchioso? Forse. Ma in ogni caso…è pur sempre parola di Hristo…

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Michael Probst e Luca Bruno.

July 2, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
Body

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off