L’America sta cambiando e questo modificherà anche lo sport made in USA. È proprio quello che sta succedendo in queste settimane a Washington, dove i tifosi di football sono pronti a dire addio ai “Redskins”.

Storica franchigia della NFL, viene fondata a Boston nel 1932 e dall’anno successivo cambia il nome in “Redskins”, mantenuto poi nel ’37 quando la franchigia si è trasferita a Washington. Il simbolo distintivo che richiama ai “pellerossa”, un richiamo oggi considerato razzista nei confronti dei nativi americani dagli attivisti per i diritti civili.

La polemica era già scoppiata in passato, tanto che nel 2013 l’attuale proprietario dei Redskins, Dan Snyder aveva bloccato qualsiasi protesta. Il numero uno della franchigia di Washington aveva, infatti, dichiarato di non voler cambiare per alcun motivo il nome della società. Fino a quanto accaduto nella primavera 2020 in America, con tutte le proteste anti-razzismo che hanno costretto la franchigia a prendere una decisione radicale.

I principali sponsor dei Redskins, da Nike e Pepsi fino a FedEx, marchio che fa da sponsor allo stadio di Washington, hanno preteso il cambio del nome alla franchigia. Una richiesta confermata tramite un comunicato ufficiale emesso dal Presidente Dan Snyder sui profili social dei Redskins: “Oggi annunciamo il ritiro del nome e del logo Redskins dopo il completamento del nostro riesame..

Dan Snyder e il coach Ron Rivera stanno lavorando insieme per sviluppare un nuovo nome e un approccio progettuale che rafforzerà la posizione della nostra franchigia orgogliosa e ricca di storia e ispirerà i nostri sponsor, i nostri fan e la nostra comunità per i prossimi 100 anni”.

Il Super Bowl XVIII del 1984 a Tampa tra Raiders e Redskins

Gli altri casi in NFL

I “Redskins” non sono il primo caso di cambio nome per una franchigia della NFL. I tanti trasferimenti di città in città hanno modificato radicalmente la storia di diverse squadre, ma sono quattro i casi "di scuola" nella NFL, ovviamente per ragioni diverse rispetto a quella che modificherà la facciata del FedEx Field. Il primo cambio di nome riguarda una franchigia storica, ovvero i Pittsburgh Steelers. Fino al 1940 però la squadra si chiamava “Pirates”, così come la squadra locale di baseball, ma il proprietario Art Rooney decise di cambiare identità alla franchigia.

Tramite il Pittsburgh Post-Gazette ci fu un contest per scegliere il nuovo nome della società e vinse “Steelers”, in omaggio alle acciaierie della città. Qualche anno dopo, nel 1947, il secondo cambio nome avviene a Buffalo per motivazioni simili di quelle di Pittsburgh. A Buffalo tutte le squadre professionistiche erano nominate “Bisons”, ma nel ’47 si decise per il cambio nome e a spuntarla fu “Bills”.

Nel 1963 i New York Titans, seconda squadra della grande mela, sono stati salvati dalla bancarotta da una cordata di cinque uomini guidati da Sonny Werblim. Vista la vicinanza dello stadio della squadra al “LaGuardia Airport”, fu proprio il proprietario Sonny Werblim a dare il nome “Jets” alla squadra.

L’ultima “novità” in NFL è datata 1998, quando a cambiare fu Tennessee abbandonando il nome “Oilers”. Il proprietario Bud Adams delegò una commissione per trovare un nome più forte, che esprimesse leadership e qualità eroiche. Il 22 dicembre del 1998 arrivò l’annuncio ufficiale di Adams dove si diede vita ai Tennessee Titans. 

Casi simili in NBA

Tante franchigie leggendarie hanno vissuto un cambio di nome nella loro storia. Dai Philadelphia 76ers nati come Syracuse Nationals ai Los Angeles Lakers, favoriti per 888sports nella stagione ridotta 2020: i Lacustri, originariamente fondati a Detroit erano nati come “Gems”.

Negli ultimi anni però ci sono stati tre cambiamenti radicali in NBA, cominciando proprio a Washington prima del 2000. Dopo l’arrivo a Washington dei Chicago Packers, nella capitale americana dal 1973 è nata la storia dei Washington Bullets. Questo nome però non era ben tollerato in città, visto il riferimento al proiettile in una delle città dall’alto tasso di criminalità. Per questo nel 1997 si è deciso di cambiare nome dando vita ai Wizards.

Nei primi anni del nuovo millennio l'asse tra Charlotte e New Orleans ha cambiato la storia delle due franchigie. Cerchiamo di fare ordine e dare la giusta... consecutio: nel 2002 gli Charlotte Hornets sono passati a New Orleans e nel 2004 è stata fondata la trentesima franchigia NBA con il nome di Charlotte Bobcats. Nel 2013 gli Hornets hanno deciso di cambiare nome dando vita ai New Orleans Pelicans, così nel 2014 Charlotte ha rinunciato ai “Bobcats”, riportando il città gli Hornets.

Uno dei trasferimenti che hanno mosso di più l’opinione pubblica in NBA è quello del 2008 con il passaggio dei Seattle SuperSonics ad Oklahoma; gli appassionati di pronostici e scommesse sportive ricorderanno sicuramente le prestazioni del leggendario Shawn Kemp con la canotta verde n. 40 ed in particolare la stagione sportiva 1995-96, terminata con il clamoroso record di 64-18!  Il proprietario della franchigia ha però deciso di rivoluzionare totalmente la storia della squadra, rinunciando al nome “SuperSonics”, dando vita agli Oklahoma City Thunder. 

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Susan Walsh e Doug Sheridan.

August 1, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Ecclettico è forse il termine che lo descrive meglio se consideriamo la sua vita lontano dal campo. 
Quel prato verde in cui Ian si sentiva sicuramente a suo agio e può tranquillamente essere definito un attaccante che spaccava le porte, spesso e volentieri, però, accarezzandole con la sua grande tecnica. 
Non male il suo biglietto da visita, il codice fiscale di un attaccante, ovvero il numero dei gol: 387 in 581 partite in carriera. 

Se proprio dobbiamo giudicare Ian Wright anche dalla score di segnature, allora diventa più interessante contare quanti ne abbia realizzati cogliendo i portieri avversari fuori dai pali con pallonetti di ogni genere e da ogni posizione. 

Oggi è commentatore tecnico, presentatore e show man. Protagonista mediatico con le sue interviste sul profilo Instagram, una su tutte per noi quella con Lukaku.
Nel 1993 è il cantante della canzone Do The Right Thing scritta da Chris Lowe e Pet Shop Boys. 

 

Non siete convinti della definizione di eclettico? Bene, proviamo con iconico. Nonostante Wright abbia giocato gran parte della sua carriera in due squadre, Crystal Palace e Arsenal, il decalogo delle squadre in cui ha militato è proprio un inno all’iconicità: oltre ai Gunners del double del 1998, Wright ha militato nel West Ham, nel Nottingham Forest e nel Celtic. 

L'inizio

Tutto ciò dai 23 anni in su, perché è a quell’età che Ian inizia a giocare con i “professionisti”, in League Two col Palace che lo preleva dai semi pro del Greenwich Borough, piccolo club del sud est di Londra. 

Prima di allora Wright alternava gol e lavoretti da imbianchino e muratore. 

L’Arsenal è però nel suo destino, una sorte che lo trascinerà fino ai Gunners come una forza motrice più forte di tutti i disagi e gli ostacoli che hanno contraddistinto la sua adolescenza: Ian Wright nasce a Wolwich, il posto in cui sorge la Royal Arsenal, l’armeria che ha dato il nome al club londinese. 

Una storia affascinante, degna di essere raccontata, parola di chi di numeri 8 se ne intende. Sì, perché Ian Wright è stato il numero 8 dell’Arsenal forse più bello di sempre, anche per le scommesse sportive ma nella nazionale inglese indossava un'altra casacca, perché lì la numero 8 era destinata a un certo Paul Gascoigne

*Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer. La foto di Santiago Lyon (AP Photo) immortala un duello tra Julio Salinas e Gareth Southgate, attuale allenatore della Nazionale di Ian Wright!

July 31, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Cosa fanno oggi i grandi campioni del passato? C'è chi è rimasto sulla cresta dell'onda con alte cariche dirigenziali nei club per i quali hanno scritto la storia in campo. Chi ha optato per percorsi decisamente affini al calcio. E chi, infine, ha deciso per una vita ritirata, lontana dai riflettori....


Gabriel Omar Batistuta

L'ultimo caso succitato riguarda proprio il Re Leone. Questo anche - anzi, soprattutto - per le pesanti operazioni che ha dovuto subire alle caviglie martoriate dai calci e dalle infiltrazioni, quando ancora era "Batigol". Nella sua vita post ritiro, Batistuta fonda una linea di abbigliamento, "GB", e al contempo prova a restare nel mondo del calcio.

Ottiene l'abilitazione ad allenare dopo aver frequentato l'apposito corso in Argentina, dove era tornato per seguire più da vicino i terreni di proprietà a Reconquista, la sua città natale. Nel 2009 torna all'attività sportiva, dedicandosi al polo ed entrando a far parte della squadra Loro Piana. Quindi, nel 2010, segue il campionato del mondo sudafricano in qualità di commentatore televisivo per un'emittente asiatica. Nel mese di novembre dello stesso anno entra a far parte dello staff tecnico del ct dell'Argentina, Sergio Batista.

Quindi, a fine, 2011 il presidente del Colón de Santa Fe (German Lerche) lo nomina segretario tecnico del club, salvo poi lasciarlo nel 2013. Nel 2018 fottiene la qualifica "Uefa A" di Coverciano, ma non sembra intenzionato a proseguire nell'universo pallonaro, da cui Batistuta ha detto spesso di estraniarsi per i dolori fisici che gli ha provocato. Nominato cittadino onorario di Firenze, Batistuta - a 51 anni - è diventato nonno di Lautaro grazie al suo secondogenito Lucas, per qualche tempo calciatore dilettante in Toscana.

Paolo Maldini

Dopo anni di vita privata seguiti alla sua carriera di calciatore leggendario, negli ultimi tempi - dopo essere stato tra i fondatori del club statunitense Miami FC - è tornato da dirigente nel club rossonero nell'era "post Berlusconi e Galliani". Un uomo-immagine - nelle vesti di direttore tecnico - evidentemente irrinunciabile per gli ultimi burrascosi anni di Milanello, a livelli societari.

Paolo Maldini, leggenda rossonera!

La sua volontà è pesata tantissimo per confermare il progetto tecnico di Stefano Pioli, allontanando, invece, quello del tedesco Ralf Rangnick.

Javier Zanetti

Una vita per l'Inter, di cui oggi è vicepresidente. La sua figura, in termini dirigenziali, è ancora più fondamentale rispetto a quella di Maldini al Milan, con il quale ha dato vita ad una sfida per le scommesse Serie A per il primato di derby disputati! Diventato il numero due della Beneamata, la sua presenza scenica iconica ha significato tantissimo nel momento dei vari cambi societari. Un trait d'union con la "belle époque" morattiana che serve a rassicurare l'ambiente, senza nulla togliere alle sue indiscusse capacità dirigenziali.

David Trezequet

Dopo i simboli di Fiorentina (e Roma), Milan e Inter, eccone anche uno della Juventus. Il suo nome è stato urlato a squarciagola, scandendolo in tre sillabe distinte dai tifosi bianconeri, a ogni suo gol. Dieci anni con la Vecchia Signora - dal 2000 al 2010 - e 138 reti, al suo servizio, in Serie A.  Svestita la casacca zebrata, l'attaccante della nazionale francese ha giocato per Hercules Alicante (nella Liga spagnola), Baniyas (negli Emirati Arabi), River Plate e Newell's Old Boys (rispettando le sue origini argentine), per poi chiudere nel 2014 in India al Pune City.

Dopodiché, dall'anno successivo, torna alla Juve in veste dirigenziale, prima con l'incarico di presidente delle "Juventus Legends" (l'associazione che riunisce tutti i giocatori bianconeri del passato), poi con il ruolo commerciale di "Brand Ambassador" del club. Nel marzo 2019, inoltre, viene scelto dall'Uefa tra gli ambasciatori per il campionato europeo 2020, che vede proprio la sua Francia favorita per le scommesse sportive 888!

Carlos Valderrama

Ebbe il potere di diventare un'icona del calcio, pur non avendo vinto trofei straordinariamente importanti. La sua gigantesca zazzera bionda e riccioluta è stata un simbolo dei Mondiali Anni '90. Abbiamo già raccontato su questo blog, il clamoroso, anche per le scommesse calcio, 0-5 all'Argentina!

Spesso affiancato in ogni dove al suo amico portiere René Higuita, è stato l'indiscusso "Pibe" colombiano. Geometrie di metà campo disegnate a velocità ragionate, ma non per questo meno preziose. Pelé, ad esempio, lo ha sempre adorato.

Il campione colombiano!

La sua vita dopo il ritiro (avvenuto nel 2002 tra gli statunitensi del Colorado Rapids) si è dapprima dedicata alla costruzione di una sua statua nella città natale di Santa Marta, poi da dirigente sportivo del Junior de Barranquilla.

Quindi, una parentesi da tedoforo per le Olimpiadi di Londra 2012, un vago flirt con la politica tra le fila del "Partido de la U" (il Partito Sociale di Unità Nazionale) e, infine, nel 2014, la partecipazione speciale come attore nel film comico colombiano "Por un puñado de pelos" ("Per un pugno di capelli") nel ruolo di "Nemesio". Negli ultimi tempi accetta più che volentieri interviste e ospitate radiotelevisive. 

*Le immagini dell'articolo, tutte distribuite da AP Photo, sono, in ordine di pubblicazione di Jorge Saenz, Michael Sohn e Daniel Muzio.

 
July 31, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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"Gennaro Gattuso allenatore? Non sarà mai pronto per una grande panchina". Un anatema ripetuto come un mantra, nei confronti di Ringhio, subito dopo il passaggio della staccionata, dal campo alla guida tecnica. Un Mondiale, due Champions League, due campionati e una Coppa Italia, tra i tanti trofei vinti da calciatore, evidentemente non sono bastati a certa opinione pubblica..

Dopo il ritiro da mediano più forte, gli si è sempre rimproverato il suo essere "ruspante", troppo genuino, quasi "scalmanato" per pensare di gestire un club "top level", in cui la presenza scenica imporrebbe cravatta e doppio petto. Il calcio di oggi, tuttavia, pare aver dimostrato di volersi gettare alle spalle i vecchi - e per molti versi antipatici - luoghi comuni. E così, se il proverbiale "stile Juve" è riuscito ad aprirsi a una figura come Maurizio Sarri (geniale ancorché provinciale, in senso buono, fino al midollo), ecco che i nodi sono venuti al pettine anche in merito alle - tante - qualità del buon Rino.
 

Il rimpianto del Milan

Prima di sedersi sulla panchina del Napoli, ereditando con un filo di imbarazzo il posto lasciato libero dal "maestro" Carlo Ancelotti, Gattuso era arrivato - per quasi due stagioni intere - fino al suo Milan, in cui lo si è rimpianto per gran parte della stagione corrente (prima dell'exploit di Stefano Pioli), dopo aver raggiunto la quinta piazza a un solo punto dal quarto posto dell'Inter di Spalletti, strafavorita per le scommesse Serie A nel testa a testa meneghino.

Alias, il miglior risultato del club rossonero dalla stagione 2012-2013, conquistato con "quello che c'era a disposizione", nella piena confusione dirigenziale ai vertici. L'"arrivederci e grazie" è arrivato a fine maggio 2019, quando Gattuso ha chiesto di integrare la rosa con 2-3 acquisti di qualità. Quasi una beffa pensare a come poi andranno le cose dalle parti di Milanello, da Giampaolo a Pioli passando per il "fantasma" di Rangnick e, quindi, al continuo montare e smontare dei progetti tecnici.

Gattuso, leone a bordo campo!

Il grande cuore e la polveriera Napoli

Con estrema dignità, Gattuso accetta l'avvicendamento e, con la grande nobiltà d'animo che l'ha sempre contraddistinto, rinuncia alla sua buonuscita, preoccupandosi esclusivamente del pagamento delle 24 mensilità di tutto il suo staff tecnico. Un grande uomo, che ha poi saputo risollevare le sorti di un Napoli il cui spogliatoio era ridotto a una polveriera, con Allan a capo dell'ammutinamento dei giocatori nei confronti della società.

Beninteso, Gattuso non ha perso il suo modo di essere "Ringhio" dalla mediana alla panchina. Proprio al termine della sconfitta di campionato contro l'Inter, ha dichiarato di volere "più veleno" dai suoi giocatori, chiamati a dare qualcosa di più oltre a rispettare le consegne tattiche. Lo spirito con cui ha compattato l'ambiente ha portato, infatti, i partenopei al trionfo, da outsiders per le scommesse sportive 888sport in Coppa Italia contro la Juventus. 

Il tesoro delle panchine burrascose del passato

Ma c'è stato, in questi mesi, qualcosa di più della sola grinta. Sembra quasi che Ringhio abbia accumulato tutte le esperienze passate e ne abbia fatto tesoro proprio alla corte di De Laurentiis: l'esordio da allenatore col vulcanico presidente del Sion (l'architetto elvetico Christian Constantin), l'altro esordio - in Italia - in cadetteria col Palermo di Zamparini, durato appena sei giornate di campionato.

Ancora, la Grecia con la "fregatura" OFI Creta alle dipendenze di una società esistente e l'analoga esperienza biennale di Pisa, riportato in Serie B nello spareggio col Foggia di Roberto De Zerbi. Sia in Grecia che in Toscana, pare che Ringhio abbia provveduto lui stesso ad alcune necessità economiche primarie dei calciatori rimasti per mesi senza stipendio.

Il trionfo "riflessivo" in Coppa Italia

Da qui, la necessità di tirare il fiato, dopo tante panchine così burrascose, accettando nell'estate 2017 di diventare il tecnico della Primavera del Milan. A novembre, con l'esonero di Vincenzo Montella, il cerchio si è chiuso. Oggi, al Napoli, ci troviamo di fronte a un Gattuso più riflessivo, un fratello maggiore da non tradire. E, perché no, uno stratega.

Ha subito compreso il corto-circuito derivato dall'accostamento tra Maurizio Sarri e Carlo Ancelotti, che aveva creato un ibrido con poche applicazioni al lato pratico. Già, quel lato pratico e quel pragmatismo fondamentali per salvare la stagione e renderla, anzi, indimenticabile. Gattuso si è preso Diego Demme (peraltro da sempre ispiratosi a Ringhio) e ha sistemato la metà campo, tornando al 4-3-3 senza la spettacolarità dell'era Sarri, ma in grado di speculare con intelligenza sulle debolezze altrui.

Un esempio, su tutti, la vittoria, da sfavorito per le scommesse calcio 0-1 conquistata a San Siro in semifinale di andata di Coppa Italia contro l'Inter di Conte, cedendole completamente l'iniziativa e, di fatto, mandandola in afasia tecnico-tattica, punendola quindi con la rete di Fabián Ruiz al 57'. Allan, Callejon, Mertens, da agitatori sono tornati a essere "pretoriani".

E quel trofeo coccardato, alzato in faccia alla Juventus, sa tanto di grande rivincita per Rino Gattuso. Con dedica affettuosa, ancorché commovente, alla sorella, recentemente scomparsa. 

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono, in ordine di pubblicazione, di Antonio Calanni e Luca Bruno.

July 30, 2020

Di Stefano Fonsato

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Frasi azzardate, pronostici sconclusionati, dichiarazioni arroganti. Nel mondo del calcio, davanti ai microfoni si tende spesso a mantenere un profilo basso, vero. Ma ci sono stati casi, nel presente e nel passato, in cui si è andati fuori strada, Noi di 888 Sport ne abbiamo selezionati 5, che - se non altro - strappano un sorriso (anche amaro) al pensiero di come siano effettivamente andate le cose...

 

1994 - L'arroganza di Cruijff 

Un idolo assoluto per gli amanti del gioco corale. Personaggio da cui diffidare, invece, per i "risultatisti". Johan Cruyff, er quanto indiscutibile "signore del calcio", ha sempre diviso gli amanti del pallone. Certo, nel 1994 si rese protagonista di un'uscita che definire azzardata, ancorché arrogante, è un vero eufemismo.

Alla guida del Barcellona di Romario e Stoichkov e alla vigilia della finale di Coppa dei Campioni contro il Milan, si dichiarò arcisicuro di una roboante vittoria dei suoi blaugrana: "I rossoneri? - disse - Una squadra mediocre e prosaica. Desailly? Un modesto operaio del pallone senza tecnica calcistica". Dichiarazioni che devono aver caricato a molla gli uomini di Fabio Capello, che - nella partita di Atene, subissò i catalani 4-0, con una doppietta di Daniele Massaro, il terzo gol di un sensazionale Dejan Savicevic. E la quarta rete chi la realizzò? Proprio Marcel Desailly, il modesto operaio del pallone...

1995 - "Il Campobasso in Serie A"

Sembrano i versi di una hit di Edoardo D'Erme, al secolo Calcutta. Ma il destino del capoluogo molisano nulla ebbe a che vedere con quello molto più felice di (del) Frosinone. Estate 1995, Campobasso si ritrovò a sognare dopo che l'avvocato serbo-britannico Giovanni Di Stefano, di rientro dall'Inghilterra dove si era trasferito a 6 anni con la famiglia, tornò nella terra natia acquistando il club rossoblù.

Nel piccolo paese d'origine, Petrella Tifernina, si presentò in elicottero, sfrecciando poi in Roll's Royce e con quel suo italiano stentato, all'urlo "Abbonatovi" (tra le più grandi fortune della Gialappa's band) annunciò: "Porterò il Campobasso direttamente dai dilettanti alla Serie A vincendo tutte le partite, senza neanche un pareggio". Solo che non andò proprio così. Il club andò in bancarotta e Di Stefano sparì dopo aver fallito la scalata in politica e alla Banca del Molise.

Continuò a gravitare nel mondo del calcio con - tra i tanti club - Obilic, Northampton Town, Dundee, in cui portò Fabrizio Ravanelli prima, anche qui, di lasciare il club tra i debiti. Ne sparava una dietro l'altra, Di Stefano, che all'apparenza sembrava il classico "presidentissimo" genuino e un po' svampito. Macché. A livello internazionale era definito "L'avvocato del diavolo" per aver difeso gente come la Tigre Arkan, Saddam Hussein, il dittatore dello Zimbabwe Robert Mugabe, numerosi serial killer (tra cui Charles Manson).


2009 - Zenga: "Al Palermo voglio vincere lo Scudetto"

Era l'8 luglio 2009 quando alla presentazione alla stampa, il nuovo allenatore del Palermo Walter Zenga se ne uscì con un una frase ad effetto, ripetuta più volte per lasciare a bocca spalancata un po' tutti: "Io voglio vincere il campionato e i miei giocatori saranno mentalizzati per questo”.

E, ancora, sempre in riferimento alla stagione in apertura dei rosanero: “Faremo un grandissimo torneo, non chiedo ai miei giocatori di essere perfetti ma di migliorare ogni giorno il proprio rendimento e la voglia di arrivare il più in alto possibile”. Solo all'apparenza sembrava trattarsi della classica dichiarazione estiva d'intenti con l'unico obiettivo di infiammare la folla siciliana.

Rincarando così la dose: “Il mio modello è il Bordeaux, l’ Unirea Urziceni o lo Shakhtar Donetsk, che sono arrivati al titolo partendo da posizioni mediane; il mio obiettivo è quello massimo, lo Scudetto”. Ovviamente, apriti cielo, sulle cronache sportive e, naturalmente, tra i tifosi. Come finì? Diciassette punti nelle prime 13 partite ed esonero il 23 novembre. Dal fantomatico obiettivo scudetto al non "arrivare al panettone", come si suol dire.

Quel Palermo (di Cavani, Miccoli, Liverani, Simplicio e tanti altri) arrivò comunque a un traguardo storico, al termine della stagione successiva, tra le mani del successore di "Coach Z" Delio Rossi: la finale di Coppa Italia, conquistata a sorpresa per le scommesse superando il Milan e poi persa all'Olimpico contro l'Inter di Eto'o e Milito!
 

2016 - Noordin, il magnate che voleva il Bari in Champions League

Aprile 2016. Tempo di Erick Thohir all'Inter, della telenovela di Mr. Bee al Milan e... di Datò Noordin Ahmad al Bari. Un magnate malese presentato niente meno che dall'allora club manager dei Galletti Gianluca Paparesta.

Tifosi pugliesi in visibilio, specie dopo che Noordin si lasciò sfuggire che le sue intenzioni erano quelle di portare il Bari in Champions League entro 5 anni. Finì, invece, che l'uomo d'affari malese si volatilizzò (dichiarando di voler comprare il club solo da Paparesta e di non gradire la guerra di potere in atto tra soci biancorossi) e l'unica Coppa dei Campioni che Bari ricordi, resta la finale del 1991 disputata al San Nicola tra Olympique Marsiglia e Stella Rossa Belgrado.

2019 - La sparata di Matthäus sul Borussia Dortmund

Il post carriera di Lothar Matthäus non rende merito all'incredibile saga vissuta sul rettangolo di gioco. Da allenatore, a parte i campionati vinti in Serbia col Partizan Belgrado, e in Austria col Salisburgo (come vice di Trapattoni), collezionò una serie di esperienze fallimentari, tra cui quelle da commissario tecnico di Ungheria e Bulgaria prima di rinunciare - una decina di anni fa - alle vesti di coach, per dedicarsi alla figura di opinion leader di questioni calcistiche a lui vicine, quasi mai azzeccandoci.

Tanti pronostici, la maggior parte di essi campati in aria, sul suo account twitter e davanti a microfoni e taccuini. Uno dei più recenti, quello al termine della vittoria della sua Inter (2-0) a San Siro contro il Borussia Dortmund in Champions League: "Quello che ha dimostrato il Borussia non è sufficiente per una squadra che ha come obiettivo minimo il passaggio della fase a gironi. Potevano fare di più nonostante l’assenza di Reus e Paco Alcacer".

Un Dortmund, dunque, inadeguato al passaggio del turno. Immancabilmente verificatosi qualche tempo dopo in cui a pesare fu, proprio, la vittoria per 3-2, in una clamorosa rimonta per le scommesse calcio , del ritorno contro i nerazzurri, trascinati da un super Achraf Hakimi, prossimo acquisto alla corte di Antonio Conte. 

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo).

July 29, 2020

Di Stefano Fonsato

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Tutti a Orlando, con un titolo in palio. Il “circus” della NBA si sposta in Florida, più precisamente al Walt Disney World Resort per chiudere la stagione 2019/2020. Nell’ESPN Wide World of Sports Complex si chiuderà la Regular Season e poi si darà il via ai Playoff. Una full-immersion che durerà circa due mesi, con la Bay Lake che diventerà una sorta di “bolla” inaccessibile al mondo esterno..

La "nuova" stagione

Sarà di fatto una nuova stagione, a cominciare dalle ultime otto partite che daranno poi l’accesso ai Playoff. Non tutte e 30 le squadre saranno presenti a Orlando, solamente nove della Eastern Conference e 13 della Western Conference. Le altre otto squadre già matematicamente fuori dai Playoff non prenderanno parte al finale di stagione in Florida. Si riparte il 30 luglio e il 14 agosto si chiuderà la Regular Season, tre giorni prima dell’inizio dei Playoff.

Il 15 e il 16 agosto è previsto il “Play-in tournament”, la principale novità che vedremo a Orlando. La NBA ha infatti deciso che se ci saranno 4 o meno partite di distanza tra l’ottava e la nona in classifica in una Conference, queste due si sfideranno per accedere ai Playoff. Ci sarà una Gara-1 il 15 agosto, dove se a vincere sarà la squadra arrivata ottava in classifica, andrà direttamente ai Playoff. In caso di successo della nona classificata, il giorno successivo si giocherà Gara-2 e chi vincerà accederà alla post-season.

Il 17 agosto inizierà il primo turno dei Playoff, che si chiuderà il 29 agosto. Dal 31 agosto al 13 settembre il calendario prevede le semifinali di Conference, mentre dal 15 al 28 settembre si disputeranno le finali di Conference. Appuntamento per Gara-1 delle NBA Finals fissata per mercoledì 30 settembre, con eventuale Gara-7 in programma martedì 13 ottobre. 

Le favorite

Due le grandi candidate ad Ovest, dove tutti sognano il derby di Los Angeles in finale di Conference. Da una parte i Lakers di LeBron James ed Anthony Davis, dall’altra i Clippers che oltre a Leonard si presentano ad Orlando con il roster più completo della NBA. Ad Ovest attenzione anche ai giovani Nuggets e alla solida Utah, mentre i Rockets di Harden e Westbrook sembrano tagliati fuori per i troppi problemi difensivi mostrati in stagione.

Gli assi dei Clippers!

Ad Est il dominio dei Bucks in Regular Season non è mai stato messo in discussione, neanche per le scommesse NBA , mentre alle loro spalle spingono Raptors e Celtics per sfidare Giannis Antetokounmpo per il trono nella Eastern Conference. Più attardate Miami e Indiana, mentre i disfunzionali Philadelphia 76ers devono trovare il giusto equilibrio. La squadra di coach Brown ha un quintetto da NBA Finals, ma i limiti di alcune sue star e il disastroso rendimento in trasferta di questa stagione non lasciano ben sperare i tifosi di Philly. 

I grandi assenti

La formula studiata dalla NBA terrà fuori da Orlando diverse stelle, a cominciare dagli “Splash Brothers” Steph Curry e Klay Thompson. Gli Warriors, falcidiati dagli infortuni in questa stagione, occupano, non troppo a sorpresa per le scommesse basket, l’ultimo posto ad Ovest e non saranno a Orlando. Così come i T’Wolves di Karl Anthony Towns, altra stella che mancherà, così come il giovane “All Star” degli Atlanta Hawks Trae Young.

Oltre a loro, bisogna aggiungere i tanti infortunati come il duo di stelle dei Nets Kyrie Irving e Kevin Durant. Il primo, tra l’altro, ha guidato la protesta contro la ripresa della NBA in quel di Orlando e comunque sarà out per un problema alla spalla. Stesso problema che terrà a Washington Bradley Beal, la stella dei Wizards ha da poco confermato la sua assenza ad Orlando.

Altra stella che mancherà è Victor Oladipo, la guardia dei Pacers reduce da un brutto infortunio ha deciso di non andare in Florida per riprendersi fisicamente in vista della stagione 2020/21.

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di  Tim Reynolds e Ringo H.W. Chiu.

July 26, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Una torta ricchissima, da spartirsi stando attenti a rinunciare a... nulla! Anzi, facendo in modo che le fette diventino sempre più grosse, sazianti. Enormi capitali spostati da un conto all'altro, da una società all'altra. Da un "sistema" all'altro... Ognuno ha il suo stile. C'è chi agisce nell'ombra, c'è chi gioca con le bombe mediatiche - vere oppure no - per far lievitare i prezzi di mercato, quasi "drogandoli".

Abbiamo selezionato i 5 agenti più influenti nel mondo del calcio internazionale, cercando di capire cosa si muova dietro le quinte.

Jonathan Barnett

Secondo Forbes è, a ben donde, il procuratore più potente in assoluto. Non solo nel calcio ma nell'intero mondo sportivo internazionale. Più ricco e potente perfino dei colleghi statunitensi. E' colui che ha portato Gareth Bale dal Tottenham al Real Madrid per 100 milioni. Ha in mano mezza Premier League (probabilmente anche qualcosa in più) ed è specializzato nei trasferimenti Inghilterra-Spagna. Il più recente, quello del terzino Kieran Trippier all'Atletico Madrid, possibile finalista di Champions per le scommesse calcio, sempre dal Tottenham, con cui Barnett ha evidentemente una corsia preferenziale..

Tra i suoi altri giocatori di grido, il centrocampista colchonero Saul Ñiguez, i portieri Szczęsny e Jordan Pickford. Nel 2019 ha totalizzato un fatturato 128 milioni di dollari in commissioni e contratti per 1,3 miliardi. Una curiosità, anzi due: prima di tuffarsi nel calcio, Barnett era specializzato nel cricket - sport comunque molto remunerativo Oltremanica, col suo assistito Brian Lara. Il suo modo di lavorare? Rigorosamente nell'anonimato, a debita distanza da microfoni e taccuini.

Jorge Mendes

L'agente di Cristiano Ronaldo e José Mourinho, lo sanno tutti. E ancora - tra i tanti altri - di Radamel Falcao, James Rodríguez, Ángel Di María, Diego Costa, André Silva, Bernardo Silva, João Cancelo, Ederson Moraes. E' stato calciatore di terza serie in Portogallo, per poi ritirarsi a 30 anni e gestire una discoteca. Nel 1996 fonda la GestiFute, una società di procure calcistiche che diventerà una delle più importanti del mondo del calcio con un valore complessivo di 400 milioni di euro.

Dietro a CR7 e allo Special One si nasconde un mondo di vero e proprio controllo delle sorti sportive di club di livello medio alto. Il sistema, in questo particolare caso, è questo: fare il "direttore sportivo-ombra", per spostare e far crescere l'interesse attorno ai propri assistiti che, occorre dirlo, sono anche tutti di ottimo lignaggio.

Mendes con CR7!

Ebbene, tutti i giocatori portoghesi del Wolverhampton Wanderers, tra i favoriti per le scommesse dell'Europa League, ben 8, compreso l'allenatore Nuno Espirito Santo, sono sotto sua egida. Stiamo parlando dei vari Rui Patricio, Rúben Neves, João Moutinho, Bruno Jordão, Rúben Vinagre, Diogo Jota, Daniel Podence e Pedro Neto. 

Dirigenza accondiscendente (d'altronde i bei risultati fanno gola) e valutazioni dei propri assistiti in costante ascesa. Da poco tempo, addirittura, questo tipo di sistema ha raggiunto picchi esponenziali in patria col Famalicão, club improvvisamente comparso dalle categorie minori e insediatosi in massima serie come "deposito" di calciatori della scuderia Mendes in cerca di un trampolino di lancio.

Mino Raiola

Zlatan Ibrahimovic, Paul Pogba, Matthijs de Ligt, Mario Balotelli, Gianluigi Donnarumma, Kostas Manolas e un'infinita di altri calciatori, di grido e non. La sua base è in Olanda, ad Harlem, e ogni talento dei Paesi Bassi è "roba sua". In Italia si è fatto strada tra un "crack" di mercato e l'altro. Ha iniziato a farsi conoscere prestissimo, quando da 25enne portò Bryan Roy al Foggia e poi Dennis Bergkamp e Wim Jonk all'Inter e così via.

A differenza dei suoi colleghi, il suo potere è internazionale: a seconda delle opportunità di mercato, ha influenzato le campagne acquisti ora di Milan (specie nell'era di Berlusconi e Galliani), ora di Juventus. Il suo modo di agire si distingue anche per la sua presenza fissa sui media: a ogni sua dichiarazione, casca un masso dalla montagna. Il meglio del meglio del calcio mondiale passa dalle sue mani.

Kia Joorabchian

Anglo-iraniano che ha ottenuto le luci della ribalta ai tempi di Carlos Tévez. Per anni ha influenzato il mercato dell'Inter, specie nell'ultima era Suning. E non sempre con buoni consigli (vedi il primo Gabigol e João Mario). Si è dato, da un po' - fiutandone le enormi potenzialità - agli affari con la Cina. Un esempio?  

Il passaggio di Oscar, ancora giovane, allo Shanghai SIPG per 60 milioni.  Secondo il sito "Football Leaks", Kia - figlio di un venditore d'auto di Teheran -, avrebbe guadagnato, negli ultimi 4 anni, una cifra pari a circa 170 milioni tra commissioni e cessioni di giocatori.

Fali Ramadani

Nato in Macedonia, di etnia albanese (è di Tetovo, come lo Shkendija) e con base in Germania, Ramadani è il "re" di tutti gli affari in qualche modo collegabili a tutta l'area balcanica: Luka Jovic, Samir Handanovic, Nikola Kalinic, Ivan Perisic, Miralem Pjanic, Adem Ljajic.

Definito il "Mino Raiola dell'Est", ha lavorato molto, dietro le quinte del passaggio di Maurizio Sarri dal Napoli al Chelsea, club con cui collabora spesso (ha portato in Blues anche Marcos Alonso). Qualche tempo fa era l'agente-intermediario di riferimento della Fiorentina, con cui strinse i contatti per gli affari Jovetic, Ljajic, Seferovic, Nastasic e Behrami.

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Manu Fernandez e Paul White.

July 26, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Ormai l’espressione “La prende” è diventata propedeutica e quindi consequenziale al cognome dell’uruguaiano numero 8 dell’Inter, praticamente dopo l’ormai celebre Inter-Tottenham di Champions League del 18 settembre 2018. Al di là della presenza prepotente del numero 8 nel calendario di questo episodio, è “simpatico” notare come Matías Vecino abbia incanalato in sé stesso il dono della divina provvidenza interista nel corso degli ultimi 2 anni neroazzurri. 

Ma Vecino sembra uno abituato agli intrecci col destino, di piccola o grande entità. Uno di questi si allaccia al suo esordio in Italia, alla Fiorentina: Vecino debutterà con la Viola il 26 settembre 2013 proprio contro l’Inter, la squadra italiana che nella sua lunga carriera nella Penisola l’ha reso decisamente più celebre al grande pubblico. 

La sua figura, e soprattutto la sua prodezza in Champions che ha bloccato al secondo minuto di recupero il mercato delle scommesse live, sono state anche ottimo pretesto per introdurre nel vocabolario italiano del calcio il significato di Garra Charrua, un’espressione più che altro cara al Fútbol sudamericano, presa in prestito per l’occasione, con grande enfasi, dal commentatore tecnico Lele Adani

Quel giorno, il 18 dicembre 2018, era il giorno del debutto di Matías Vecino nella Coppa “dalle grandi orecchie” tra le tante cose.Riduttivo ingabbiare il personaggio e il calciatore Vecino nell’espressione della Garra Charrua, così come sarebbe riduttivo definirla come enfasi, ultimo affondo con artiglio, grinta, eccetera.  

Ma a Vecino è andata così, con l’immagine dell’”uruguaiano feroce” ormai cucita addosso, per uno poi che da oriundo è stato anche vicino ad indossare la maglia azzurra. 
Non uno abituato ai grandi palcoscenici del calcio internazionale, ma sicuramente un numero 8 dotato di ottima tecnica, intelligenza tattica, intuito e divina provvidenza, appunto. 

Parola di chi se ne intende di numeri 8. D'altronde, “la prende (sempre) Vecino”.
 

*Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer.

July 24, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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E' saltato il Pallone d'Oro 2020. La decisione, si a, è arrivata da una considerazione avanzata dalla commissione del premio istituito dalla prestigiosa rivista France Football: troppo particolare, l'anno solare 2020 per pensare di distribuire premi individuali con la dovuta cognizione di causa. Specie pensando al fatto che, ad esempio, anche i campionati europei per nazioni sono stati rimandati.

Proprio a proposito del "Ballon d'Or", si è sempre disquisito sulla possibilità, sempre in qualche modo sviata, di consegnarlo a un portiere. Ruolo unico nel suo genere, che certo non strizza l'occhio a palleggi e colpi di tacco, ma che possiede importanza vitale per il gioco. Gli estremi difensori, a questo proposito, hanno sempre avuto vita difficile in termini assoluti ma si sono potuti consolare con premi e riconoscimenti specifici, prestigiosi e appaganti per la loro carriera.

Miglior portiere dell'anno (IFFHS)

Il più antico è certamente il premio "Miglior portiere dell'anno" assegnato dall'IFFHS (International Federation of Football History & Statistics). Sopravvive dal 1987 e ogni anno solare viene consegnato al miglior portiere del mondo, eletto con i voti di esperti provenienti da 81 paesi. Tuttora vede Gianluigi Buffon e Iker Casillas guidare il palmarès con 5 vittorie a testa, seguiti da gente come Manuel Neuer con 4, e da José Luis Chilavert, Oliver Kahn e Walter Zenga con 3.

L'attuale allenatore del Cagliari si è reso protagonista di tre vittorie consecutive tra il 1989 e il 1991. Tutti di seguito furono anche i riconoscimenti assegnati a Casillas, che tra il 2008 e il 2012 non aveva rivali. I primi due portieri premiati nel 1987 e 1988? Il belga Jean-Marie Pfaff del Bayern Monaco e Rinat Dasaev, portiere dello Spartak Mosca e dell'allora Unione Sovietica.

Arrivando ai tempi attuali, le ultime due edizioni sono andate a Thibaut Courtoi nel 2018 (anno del suo passaggio dal Chelsea al Real Madrid) e Alisson (Liverpool). In questo palmarès mancano ancora gli eccellenti Ederson Moraes del Manchester City e, del Barcellona, Marc-André ter Stegen, ma tutto lascia presagire che si tratti solamente di una questione di tempo.

Best European Goalkeeper (Miglior portiere in Europa)

Subito dopo il riconoscimento IFFHS segue, a livello di tradizione, il "Best European Goalkeeper", istituito dal 1990 dall'Uefa magazine, oggi, in mano a ESM (European Sports Media). E' riservato ai portieri di qualsiasi nazionalità ma militanti in club europei. Si è detto che a cavallo tra Ottanta e Novanta era Walter Zenga il portiere più ammirato e, infatti, la prima edizione fu la sua.

L'estremo difensore milanese trovò quindi - in qualche modo - il modo di consolarsi dopo l'uscita su Claudio Caniggia che costò la semifinale mondiale con l'Argentina. Il più premiato, con questo riconoscimento, è Oliver Kahn (4 volte consecutive tra il 1999 e il 2002). Chiude la cerniera temporale il meraviglioso Alisson del Liverpool, insuperabile nell'annata solare 2019.  

The Best Uefa Goalkeeper

Da non confondersi col "Best European Goalkeeper". S'inserisce nel solco degli "Uefa Club Football Awards", in cui vengono distribuiti riconoscimenti vari, ruolo per ruolo. La versione dedicata ai portieri è stata istituita nel 1997-98 per poi essere interrotta dal 2010 (dopo la vittoria dell'allora interista Julio Cesar) al 2016.

Quindi, i successi di Gianluigi Buffon, Keylor Navas e, tanto per cambiare, Alisson. La particolarità del premio è che tiene dichiaratamente conto della stagione calcistica e non dell'anno solare. Anche qui, il più premiato - allo stato dell'arte - è il tedesco Oliver Kahn.

The Best Fifa Goalkeeper

Tra i riconoscimenti più "giovani", ma non meno prestigiosi, dal momento che arriva direttamente dalla Federazione che regola il calcio mondiale. Istituito nel 2017, tiene anch'esso in considerazione le annate solari. La prima edizione è stata inaugurata da Gianluigi Buffon (davanti a Manuel Neuer e Keylor Navas), il 2018 è stata la volta di Thibaut Courtois (seguito da Hugo Lloris e Kasper Schmeichel), mentre l'anno scorso si è registrato il trionfo di Alisson (che ha battuto la concorrenza di Marc-André ter Stegen ed Ederson Moraes.

Thibaut Courtois la sera della premiazione!

Il 2019 è stato anche l'anno in cui il premio è stato declinato anche al calcio femminile: prima l'olandese Sari van Veenendaal (passata dalla Arsenal all'Atletico Madrid e oggi custode della porta del PSV Eindhoven), seconda la cilena del PSG Christiane Endler, terza la svedese Hedvig Lindahl passata dal Chelsea al Wolfsburg.

Il Guanto d'Oro e il premio Lev Yashin


...Che fino a una certa epoca erano la stessa cosa. In questo caso, il riferimento va al premio di miglior portiere premiato al termine di un Mondiale. Istituito 26 anni fa, ha visto allori per il belga Michel Preud'homme (a Usa '94), il transalpino Fabien Barthez (Francia '98), il tedesco Oliver Kahn (Giappone e Corea del Sud 2002), l'italiano Gianluigi Buffon (Germania 2006), lo spagnolo Iker Casillas (SUdafrica 2010), il tedesco Manuel Neuer (Brasile 2014) e il belga Thibaut Courtois (Russia 2018).

ll portiere che viene onorato di questo trofeo è inoltre eleggibile come miglior giocatore assoluto, come accaduto a Oliver Kahn che nel 2002 li vinse entrambi. Il riferimento al "Ragno nero" Lev Yashin venne abbandonato nel 2006, ma tornò a battezzare un altro riconoscimento per portieri.

Dal 2019, infatti, il "Trofeo Yashin" fa parte delle "statuette" consegnate alla serata al Théâtre du Châtelet di Parigi. L'unica edizione fin qui contemplata è stata vinta da Alisson Becker del Liverpool, seguito da Marc-André ter Stegen (Barcellona) ed Ederson Moraes (Manchester City).

The Premier League Golden Glove

Inglesi maestri del calcio e della tradizione dei premi individuali. Ogni campionato distribuisce ogni mese, infatti, il miglior giocatore e allenatore. E, ovviamente, ce n'è anche per i portieri. Dal 2004-2005, infatti, esiste il Premier League Golden Glove, che fa un po' il "verso" al prestigioso premio hollywoodiano.

Primo premiato fu Petr Cech, assoloto protagonista della Champions vinta dal Chelsea contro ogni pronostico delle scommesse sportive; ultimo - tanto per cambiare - Alisson Becker. L'estremo difensore ceco (il più insignito) vinse ancora al termine delle stagioni 2009-2010, 2013-2014 e 2015-2016. 

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo sono di Dave Thompson e Frank Augstein.

July 23, 2020

Di Stefano Fonsato

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Sven-Göran Eriksson, classe 1948, ha passato oltre quarant’anni in giro per il mondo, allenando in tantissimi paesi e riempiendo una bacheca con trofei importanti. Eriksson è l’unico a poter vantare tre double in tre paesi diversi, centrando l’accoppiata campionato-coppa in Svezia (con il Göteborg), in Portogallo (con il Benfica) e in Italia (con la Lazio). Ma anche in campo europeo, lo scandinavo è una vera e propria sicurezza.

Ha guidato il Göteborg alla prima finale continentale della sua storia, quella vinta nel 1982 contro l’Amburgo. Nel 1990 ha trascinato il Benfica a giocarsi una finale di Champions dopo moltissimi anni, arrendendosi, di misura, solo al Milan degli Immortali di Sacchi.

E poi ha preso per mano la Lazio e l’ha accompagnata a una finale persa di Coppa UEFA (nel 1998 contro l’Inter di Ronaldo), ma soprattutto al successo nell’ultima Coppa delle Coppe contro il Maiorca e in Supercoppa Europea contro il Manchester United fresco di treble.

Insomma, esiste qualcosa che a Eriksson non riesca alla perfezione? Beh, forse sì. Il suo palmares con i club è invidiabile, ma quando si è trattato di allenare le nazionali, lo svedese ha avuto parecchi problemi. L’esperienza più celebre e discussa è ovviamente quella alla guida della nazionale inglese. Eriksson accetta di mettersi al servizio di Sua Maestà nel 2000, fresco di scudetto con la Lazio.

Dovrebbe cominciare attivamente nel luglio 2001, ma l’addio alla squadra biancoceleste a gennaio dello stesso anno accelera i tempi. L’esordio arriva a gennaio in amichevole, con un convincente 3-0 alla Spagna. Tempo qualche mese e a settembre arriva un risultato storico, incredibile per le scommesse calcio: a Monaco di Baviera con un poker di Michael Owen l'Inghilterra supera la Germania 1-5. L’inglese, anche grazie a quella prestazione, conquista il Pallone d’Oro e i Tre Leoni vincono il proprio girone di qualificazione ai mondiali del 2002.

Quante delusioni!

Ma i buoni auspici non vengono tradotti in realtà in Corea e Giappone. L’Inghilterra passa il turno in un girone complicato, con Argentina (che viene eliminata), Svezia e Nigeria. Gli uomini di Eriksson pareggiano con gli scandinavi e con gli africani e vincono il sempre sentitissimo match contro l’Albiceleste con un rigore di Beckham. Due gol in tre partite, però, non depongono a favore del CT, che però si rifà agli ottavi, con la buona vittoria sulla Danimarca.

Il giustiziere degli inglesi però si chiama Ronaldinho, che con una punizione da quaranta metri beffa Seaman e mette la sua firma sulla vittoria del Brasile ai quarti. Scolari si conferma poi la bestia nera di Eriksson anche a Euro 2004. L’Inghilterra perde con la Francia, ma batte Svizzera e Croazia e passa il turno. Si ferma però contro il Portogallo di un giovanissimo Cristiano Ronaldo, che batte i Tre Leoni ai rigori.

Eriksson con Lampard!

È proprio in quel periodo che si rompe l’idillio con la stampa, da sempre fattore importantissimo per chiunque sieda sulla panchina inglese. I tabloid si interessano sempre di più alla vita privata della svedese e l’opinione pubblica comincia a vedere con insofferenza la sua permanenza alla guida della nazionale.

La sconfitta a sorpresa per le quote delle scommesse contro l’Irlanda del Nord nelle qualificazioni mondiali potrebbe costargli il posto, ma alla fine l’Inghilterra stacca il biglietto per Germania 2006 ed Eriksson può guidarla nel suo terzo torneo internazionale.

Anche in questo caso, la delusione è dietro l’angolo. Sempre Scolari e di nuovo il Portogallo ai quarti di finale e ai rigori, stavolta con tanto di espulsione di Rooney per un fallaccio su Carvalho. A Berlino, cala il sipario ed Eriksson si dimette da CT inglese. Per lui 67 partite, 40 vittorie, 17 pareggi e solo 10 sconfitte.

I Mondiali 2010

Tra 2008 e 2010, dopo una stagione al Manchester City, Eriksson ci riprova e guida ben due nazionali nel giro di due anni. Nel giugno 2008 prende il posto di Hugo Sanchez come selezionatore della nazionale messicana, ma l’esperienza è pessima e dura poco. Appena 13 partite, con 6 vittorie, un pareggio e ben 6 sconfitte, comprese due con l’Honduras, che in Messico vengono ritenute oltremodo umilianti.

I pessimi risultati portano il Tricolor a rischiare di non qualificarsi ai mondiali del 2010 e ad appena un anno dal suo insediamento, Eriksson viene esonerato. In Sudafrica ci andrà comunque, ma su un’altra panchina, quella della Costa d’Avorio di Drogba.

Gli Elefanti lo assumono nel marzo 2010, con un solo compito: guidare la nazionale alla Coppa del Mondo. Dunque, solo cinque partite, di cui due amichevoli, perché l’avventura degli ivoriani termina al primo turno con un pareggio contro il Portogallo, una sconfitta contro il Brasile e una inutile vittoria contro la Corea del Nord.

Eriksson con Drogba!

Queste avventure non proprio soddisfacenti, però, non hanno impedito allo svedese di riprovarci. Dopo aver guidato alcune squadre in Cina, è stato il turno delle Filippine nel 2018.

L’ex CT dell’Inghilterra però si è trovato davanti a una situazione davvero complicata: in un paese dalla scarsissima cultura calcistica, Eriksson ha dovuto dare fondo a tutta la sua esperienza per ottenere dei risultati. La Coppa dell’Asia del Sud 2018 ha visto buone prestazioni delle Filippine, che però hanno perso contro il Vietnam in semifinale.

Va molto peggio la Coppa d’Asia 2019, in cui gli uomini di Eriksson perdono tutte e tre le loro partite (contro Corea del Sud, Cina e Kirghizistan), segnando un solo gol. Al termine della manifestazione lo svedese ha lasciato la panchina, continuando però a mantenere un ruolo da consulente della federazione.

Insomma, non tutte le ciambelle a Eriksson riescono col buco. Soprattutto quando si tratta di nazionali e non di club…

*Le immagini dell'articolo, distribuite da AP Photo, sono, in ordine di pubblicazione di Gregory Bull, Matt Dunham ed Armando Franca.

July 22, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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