Non tutti i grandi allenatori del college basket sono riusciti ad imporsi anche in NBA. I casi più recenti di Brad Stevens e Quinn Snyder sono l’eccezione, non la regola per il basket americano; il primo, dopo aver portato la piccola Baylor in finale della NCAA contro Duke, è salito sulla panchina dei Celtics e dal 2013 è uno dei migliori coach della NBA..

Discorso simile per Snyder, capace di portare la piccola università di Missouri per la prima volta tra le prime otto nell’NCAA Tournament. Dopo oltre 200 gare allenate a Missouri, Snyder è passato prima in D-League, poi per quattro anni  è stato assistente allenatore in NBA e al CSKA Mosca prima di salire sulla panchina degli Utah Jazz nel 2014. Nella storia del basket americano però alcune icone del college basket hanno deciso di provare il salto tra i grandi, fallendo però miseramente. 

Esaminiamo due casi iconici, più l'ultimo, in ordine di tempo:

Rick Pitino

John Calipari

John Beilein

Rick Pitino

Rick Pitino e John Calipari, due vere leggende che sfiorano le mille panchine a testa in NCAA. Il primo ha iniziato ad allenare nel lontano 1978 in quel di Boston, dove ha allenato per ben cinque stagioni riportando la squadra all’NCAA Tournament 24 anni dopo l’ultima partecipazione. Dopo due annate come assistente allenatore ai New York Knicks, Pitino torna in NCAA a Providence, dove in due anni passa da un pessimo record di 11 vittorie e 20 sconfitte all’accesso alle Final Four nel 1987.

Dopo questo successo torna a New York, questa volta come capo allenatore dei Knicks e anche qui in due anni ribalta la squadra. Si passa dalle 24 vittorie del 1986/87 ai 52 successi in Regular Season del 1988/89 e la vittoria dell’Atlantic Division a oltre 20 anni di distanza dall’ultimo successo. I Playoff però non furono un successo, dopo il 3-0 inflitto ai Sixers nel primo turno i Knicks vengono eliminati 4-2 dai Bulls di Jordan e Pitino viene mandato via.

La consacrazione di Pitino a livello NCAA arriva però negli anni Novanta, quando riporta in vetta Kentucky dopo lo scandalo che aveva coinvolto l’ex coach Eddie Sutton. Nel ’93 i Wildcats tornano alle Final Four, e nel ’96 arriva il sesto titolo NCAA nella storia dell’Università grazie proprio a Pitino, che nel ’97 torna in NBA per guidare i Celtics.

In meno di quattro stagioni a Boston, Pitino colleziona un record negativo di 102 vittorie e 146 sconfitte tornando in NCAA nel 2001, alla guida di Louisville con cui vince da favorito per le scommesse basket, dopo aver dominato la Midwest Regional, il secondo titolo NCAA della sua carriera nel 2013. 

John Calipari

Carriera simile per John Calipari, attualmente coach più pagato di tutto il college basket con un contratto da circa otto milioni all’anno. Inizia la sua carriera da capo allenatore a UMass, ovvero l’Università del Massachusetts che conduce a cinque titoli della "Atlantic 10" consecutivi e altrettante partecipazioni all’NCAA Tournament.

Dopo questa avventura, chiusa con un record di 193 vittorie e 71 sconfitte, prova il grande salto in NBA con gli allora New Jersey Nets. In due anni e mezzo colleziona un record di sole 72 vittorie e ben 112 sconfitte e prima di tornare in NCAA prova a rimanere in NBA come assistente dei Philadelphia 76ers. Nel 2000 arriva la chiamata dell’Università di Memphis, dove infila quattro stagioni consecutive da almeno 30 vittorie (record nella storia della NCAA) e porta Memphis alle Final Four nel 2008.

L’anno successivo dice sì a un contratto di otto anni da quasi 35 milioni di dollari complessivi offerto da Kentucky, dove allena tutt’ora e dove ha vinto il suo primo e unico titolo NCAA nel 2012.

John Beilein

L’ultimo coach a fallire il grande salto è stato John Beilein, arrivato la scorsa estate a Cleveland dopo una lunga carriera in NCAA. Dal 1975 inizia la sua carriera come capo allenatore di università minori, fino al grande salto che arriva nel 1992 con la prima panchina di una squadra della “Division I”. Cinque anni a Canisius College, altrettanti a Richmond e sempre cinque stagioni alla guida di West Virginia, fino al 2007 quando arriva la chiamata di Michigan.

Beilein rimane sulla panchina dei Wolverines fino al 2019, vincendo due titoli nazionali e chiudendo la sua carriera NCAA con oltre 800 vittorie a fronte di 500 sconfitte.

Per le scommesse NBA la sua avventura in quel di Cleveland dura meno di una stagione, dopo 54 partite e sole 14 vittorie viene licenziato dai Cavs che decidono di sostituirlo con l’ex Rockets JB Bickerstaff. 

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Sam Craft (AP Photo).

August 9, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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I campionati europei di Portogallo hanno raccontato una storia indimenticabile, irripetibile. Quella della Grecia del commissario tecnico tedesco Otto Rehhagel. E, a raccontarla adesso, solo l'unione di intenti tra ellenici e tedeschi sa di ossimoro. Già, ma uno dice "Danimarca nel 1992" e crolla il castello. Sì, vero, ma il trionfo dei ripescati di 12 anni prima fu diverso: in fondo gli scandinavi avevano in rosa gente di qualità acclarata come Peter Schmeichel, Brian Laudrup, Flemming Povlsen....

La Grecia era un insieme di "ragazzacci" dalle capacità tecniche relative, senza particolari idee di gioco (se non quella di distruggere le trame avversarie), un portiere dai capelli grigi (l'eterno Antonis Nikopolidis) e, soprattutto senza elementi di talento. La classica squadra data come quarta al girone di qualificazione. Una potenziale vittima sacrificale il cui cammino si era subito fatto in salita, dovendo affrontare i padroni di casa dell'astro nascente del calcio mondiale Cristiano Ronaldo (ma non solo), Spagna e Russia.

La Lettonia e quegli strani segnali

Ma non c'era solo il "gruppo A": ovviamente il talento strabordava anche nel "B" con Francia, Inghilterra, Croazia (e Svizzera), nel "C", il nostro, passato alla storia per il "biscotto scandinavo" tra Svezia e Danimarca e il D con Repubblica Ceca, Olanda e Germania.

Che non si trattasse di un Europeo come tutti gli altri lo si incominciò a intuire da quell'inspiegabile 0-0 con cui i tedeschi di Rudi Völler si fermarono di fronte alla matricola assoluta Lettonia di bomber Maris Verpakovskis, che in quel pomeriggio nello stadio del Boavista (l'Estadio do Bessa Século XXI) non andò a segno, mandando in tilt l'intero sistema di pronostici e consigli delle scommesse sportive. La Germania non vinse una partita e non si qualificò.

Fuoco di paglia? Macché

Quell'Europeo annoverò un'altra singolare particolarità: la partita inaugurale del torneo fu la stessa che lo chiuse, allo stadio Da Luz, quasi un mese dopo: Portogallo-Grecia. Vinsero gli ellenici anche nel primo caso, d'amblè con Karagounis e il rigore di Basinas, concesso da Pierluigi Collina. A nulla valse l'acuto finale dell'1-2 definitivo firmato Cristiano Ronaldo. Con l'1-1 rimediato contro la Spagna e la sconfitta per 2-1 al cospetto della Russia (gli unici tre punti del girone da parte degli ex sovietici), si pensò che quello ellenico fu il classico fuoco di paglia.

In tutto ciò, gli uomini di Rehhagel si ritrovarono secondi non per una superiorità negli scontri diretti con gli spagnoli e nemmeno per la differenza reti (0 per entrambe le selezioni). Bensì solamente per il numero di gol realizzati: 4 per la Grecia e 2 per la Spagna.

Il metodo ellenico

Ai quarti c'è la Francia campione in carica: ci sono Barthez, Thuram, Zidane, Henry, Trezeguet. Ma c'è sempre l'attaccante del Werder Brema (squadra del cuore, peraltro, del ct Rehhagel per la lunga militanza e i due titoli tedeschi conquistati come mister) Andreas Charisteas, che con la sua classica incornata, su cross di Zagorakis dalla destra, beffa lo scarsicrinito portiere transalpino e manda i greci in semifinale,da assoluti outsider per 888sport.

Dici Grecia e dici 1-0, lo stesso con cui beffò la Repubblica Ceca di Pavel Nedved grazie al silver gol del romanista Traianos Dellas, sempre presente ed eletto peraltro miglior difensore del torneo.

Il metodo era sempre lo stesso: 3-5-2 abbottonato e volto ad addormentare la partita, per poi risvegliarla con il colpo letale. Davanti a Nikopolidis, il terzetto composto da Seitaridis, Dellas e Fyssas (ma c'era anche Dabizas). A centrocampo i vari Kapsis, Basinas, Zagorakis, Karagounis e Katzouranis (ma anche Kafes, il centrocampista col numero 1 all'Olympiacos). Là davanti Charisteas e l'ex Zisis Vryzas, scoperta di Luciano Gaucci nel Perugia del "primo" Serse Cosmi.

Charisteas-gol e quel trionfo irripetibile

Il solito Charisteas, infine, decise al 57' la finale che i portoghesi pensavano di vincere in carrozza. Dicevano, i lusitani Fernando Couto, Rui Costa, Figo: "Abbiamo già commesso una volta l'errore di sottovalutarli e perdere. Non può succedere un'altra volta". E invece successe.

Il popolo greco non ricorda un momento di unità nazionale come durante quel mese folle. L'ultimo - anzi, il penultimo - momento di felicità spensierata, prima delle Olimpiadi che contribuirono al default del Paese. Una storia irripetibile, che lasciò tutti a bocca spalancata. 

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Luca Bruno (AP Photo).

August 9, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Chi fa da sè fa per tre, ma quando ci si trova ad affrontare una difesa, sempre meglio avere un partner. Meglio ancora se il proprio compagno di avventura è in grado, già da solo, di creare grattacapi anche alle retroguardie. Del resto, la Serie B non è un campionato semplice. Non è detto che chi ha fatto bene in Serie A si trovi bene tra i cadetti, anzi, spesso e volentieri la vita è complicata per chi scende di categoria..

Ma c’è anche chi fa il viaggio all’incontrario, terrorizzando gli avversari in B e lanciandosi verso la Serie A. Negli anni Novanta, più che di una B forse era il caso di parlare di una A2... Soprattutto guardando alle squadre ed alle relative coppie di attaccanti, sempre ottima opzione per le scommesse calcio, che hanno scritto la storia della seconda serie tricolore:

Fiorentina

Foggia

Bari

Ascoli

Cesena

Ravenna

Fiorentina

La Fiorentina 1993/94 si trova in Serie B… quasi per caso. La Viola paga un campionato assurdo: dopo quasi metà stagione è terza, ma crolla alla distanza dopo problemi interni. Normale dunque che in quel campionato cadetto la squadra di Claudio Ranieri sia la grande favorita. E basterebbe guardare l’attacco per capire perché. La batteria offensiva in mano al tecnico di San Saba è impressionante.

C’è Gabriel Omar Batistuta, che scriverà la storia della Fiorentina e che l’anno successivo vincerà la classifica cannonieri al ritorno in Serie A. E accanto a lui c’è Ciccio Baiano, già re dei bomber cadetti due anni prima con il Foggia di Zeman. L’attaccante partenopeo quell’anno subisce un infortunio che lo tiene fuori a lungo, ma non c’è problema: Ranieri ha in rosa un duo che può fare faville, Anselmo Robbiati e Francesco Flachi. E infatti la promozione è una formalità.

Foggia

A proposito di Foggia, non si può non menzionare il tridente del 4-3-3 di Zeman che porta i rossoneri alla promozione in Serie A nella stagione 1990/91. Oltre a Baiano, che con 22 marcature è il capocannoniere, c’è un ragazzo con un sinistro fatato che si sta facendo le ossa. Beppe Signori quell’anno segna “soltanto” 11 gol, ma avrà tutto il tempo di farsi notare in Serie A, di cui diventerà re dei bomber addirittura per tre volte, sempre con la maglia della Lazio.

Terzo del tridente, ma secondo per realizzazioni, è Roberto Rambaudi, che segna 15 gol e contribuisce a una promozione storica e alla nascita del mito di “Zemanlandia”.

Bari

La terza vittoria di Signori nella classifica marcatori arriva in coabitazione con un mito del gol tricolore: Igor Protti, uno dei due calciatori in grado di diventare capocannoniere in A, in B e in C. Il trionfo in A arriva con il Bari, che l’anno prima (stagione 1994/95) è arrivato secondo nel campionato cadetto grazie a un altro tridente d’eccezione.

Assieme allo Zar, che segna sei reti, la squadra di Materazzi schiera anche un centravanti storico del calcio italiano: il Cobra Tovalieri, che trascina i suoi con 14 gol. A concludere il trio c’è il brasiliano Joao Paulo, ala elegantissima, che nonostante non fosse un gran realizzatore è tuttora uno dei miti della tifoseria biancorossa.

Ascoli

Non solo Puglia, però. Anche più al nord si difendono egregiamente. L’Ascoli degli anni Novanta inizia dalla Serie A ma termina in C, nonostante un attaccante particolarmente prolifico in rosa. Oliver Bierhoff passa al Del Duca l’inizio della sua carriera italiana e non lesina reti nel campionato cadetto. Per lui, che, poi, sarà re dei bomber in Serie A con l’Udinese nella stagione 1997/98 e Campione d'italia a sorpresa per le scommesse Serie A nel 1999, arriva il titolo di capocannoniere nella stagione 1992/93.

In quella successiva è secondo in classifica marcatori, nonostante faccia coppia con un attaccante di grandissima esperienza. Beppe Incocciati in due anni però fa solamente due reti e nell’ultima stagione di Bierhoff nelle Marche, i bianconeri retrocedono.

Cesena

Stessi colori per un altro bomber storico del calcio italiano, il re dei centravanti di provincia: Dario Hubner. Anche lui, come Protti, si toglie la soddisfazione di laurearsi capocannoniere sia in A, che in B che in C. L’exploit nella serie cadetta arriva con la maglia del Cesena, nella stagione 1995/96. In quel caso Tatanka fa 22 reti, ma i romagnoli arrivano solamente decimi.

L’anno in cui vanno più vicini alla promozione in Serie A è il 1993, visto che accanto a Hubner c’è un altro pendolare del gol, Lorenzo Scarafoni. I 12 gol del Bisonte e i 15 del marchigiano trascinano il Cesena allo spareggio contro il Padova, che viene però vinto dai veneti per 2-1. Hübner comunque si rifarà ampiamente negli anni successivi tra Brescia e Piacenza…

Ravenna

E pensando a capocannonieri di Serie A che hanno avuto un passato in B, impossibile non menzionare il Bobo nazionale. Christian Vieri si prende il trono del gol in A nel 2000/2001 con la maglia dell’Inter, dopo essersi laureato in Spagna Pichichi con l’Atletico Madrid nella memorabile stagione 1997/98. Una delle sue tre esperienze in B la fa con la maglia del Ravenna, mettendosi in luce e realizzando 12 reti.

Accanto a lui c’è un vero e proprio bomber di categoria, Cosimo Francioso, che nel 1999 vincerà la classifica dei cannonieri in B con il Genoa. Ma neanche una coppia del genere riesce a salvare i romagnoli, che arrivano penultimi, a pari (de)merito con il Modena nella stagione 1993-1994: chi ha vinto per le scommesse Serie B il titolo di capocannoniere in quella clamorosa annata nella quale hanno segnato a ripetizione, oltre a Batigol, Bierhoff, anche Carnevale, Chiesa, Galderisi e Pippo Inzaghi? Uno dei due rapaci dell'Ancona che scopriremo nel prossimo articolo sui centravanti cadetti!

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Fabio Muzzi (AP Photo).

 

August 7, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Testa, cuore e gambe. È il titolo del suo libro pubblicato nel 2013, ma potrebbe essere tranquillamente un trittico che racconta tutta la sua genesi, dall’Antonio Conte ragazzino fino al capitano, senza escludere l’Antonio Conte allenatore..

Con la testa (sulle spalle) è partito dal Lecce per affermarsi alla Juventus, superando anche un grave infortunio che poteva mettere a serio rischio la carriera. 

Con il cuore ha vissuto e giocato nei posti che più ha amato, appunto Lecce e Juventus, cosa che non gli ha evitato di allenare Bari e Inter, le acerrime rivali delle sue storie d’amore. 

Gambe, e qui c’è poco da contestare: l’Antonio Conte giocatore era un atleta pazzesco. Ora che è allenatore ha un suo modo di intendere il calcio che richiede un’intensità fisica, e quindi una gamba, che non tutti i calciatori e le squadre possono permettersi. Con le gambe ha giocato 418 partite alla Juventus e vinto scudetti, una Coppa Uefa, una Champions League e una Coppa Intercontinentale. Praticamente tutto. 

L'inizio

La storia di Conte parte come quelle favole che appartengono più ad un calcio sudamericano e a un mondo pallonaro che non appartiene più alla contemporaneità.
Tira i primi calci nella Juventina Lecce (guarda caso), società dilettantistica del capoluogo salentino, fondata dal padre Cosimo che poi "vende" le prestazioni del figlio ai giallorossi del Lecce per 8 palloni (di cui “Tre pure sgonfi” dirà Antonio) e 200.000 lire. 

Una vita fatta di battaglie personali, di squadra e contraddizioni, ma tanta “self confidence” come direbbero gli inglesi. 

Quando nella stagione 2006 – 2007 fu esonerato dall’Arezzo in B dopo 9 partite e zero vittorie, salutò lo spogliatoio con un discorso in cui si dichiarava deluso dai calciatori che non lo avevano compreso appieno e che nel giro di 4-5 anni sarebbe arrivato in Serie A su panchine del calibro di squadre come Juventus, Inter e Milan...

Un personaggio #NotForEveryone. 
Un numero 8 affascinante, parola di chi di numeri 8 se ne intende. 

Segui le scommesse calcio con 888sport!
 

*Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer.

August 7, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Esattamente come l'Europa League, anche la Champions si prepara a vivere una fase finale inedita in 65 anni. Un epilogo storico ma inevitabile: a partire dai quarti di finale, le 8 squadre qualificate si ritroveranno tutte a Lisbona. Come nelle più emozionanti competizioni riservate alle nazionali, sfide dirette, "one shot", al meglio dei 90' con tempi supplementari ed eventuali rigori in caso di persistente parità..

Per una volta l'espressione "sono tutte finali" non apparterrà solamente al mondo della retorica, bensì a quello della realtà nuda e cruda. E se l'Europa League proporrà 4 stadi, a Lisbona - città scelta di buon grado dall'Uefa dopo la rinuncia di Istanbul, sede originaria dell'ultimo atto della coppa - saranno due gli impianti ad ospitare le sette partite totali in programma nel tabellone della cosiddetta "final eight":

lo stadio "Da Luz"

e lo stadio "José Alvalade".

Un percorso tutto d'un fiato, da mercoledì 12 a domenica 23 agosto, per decretare chi entrerà nell'albo d'oro della massima competizione europea riservata ai club come successore del Liverpool, già eliminato dall'Atletico Madrid. Uno sguardo più approfondito ai due impianti in questione.

Da Luz

Letteralmente, lo "Stadio della Luce", che ospiterà - la finalissima del 23 agosto con il Bayern tra le favorite per le scommesse e quote Champions League, una semifinale e i due quarti di finale RB Lipsia-Atletico Madrid e Atalanta-Paris Saint-Germain. E' la casa del Benfica, i cui tifosi sono soliti chiamare "A Catedral", ovvero "La Cattedrale", un riferimento alla sacralità laica delle partite del seguitissimo e storico club biancorosso dell'"Águia Vitória".

Ha già ospitato un atto conclusivo della Champions in tempi recenti, nel 2014: sono gli stessi sostenitori dell'Atletico Madrid a non nutrire un ottimo ricordo di questo stadio, sede del trionfo per 4-1 degli acerrimi rivali del Real all'epoca timonati di Carlo Ancelotti. Quella alzata al cielo di Lisbona 6 anni fa, fu la cosiddetta "Décima" Coppa dei Campioni per i Blancos.

Un epilogo davvero doloroso per la formazione già all'epoca allenata da Diego Pablo SImeone, avanti fino al 92' grazie all'acuto di Diego Godín al 36'. Poi, però, la solita proiezione offensiva di Sergio Ramos al 93' sospese le scommesse online e portò la sfida ai supplementari; nei 30' successivi di extra time, l'impianto difensivo dei Colchoneros crollò sotto i colpi dei vari Bale, Marcelo e, al 120' su calcio di rigore, Cristiano Ronaldo. Simeone non resse, facendosi espellere a fine gara.

Oggi spera di riprendersi quello che la sorte gli sottrasse, quella notte del 24 maggio 2014. L'Estádio da Luz è capiente 66.147 posti e fu costruito per 133 milioni di dollari nel 2003 - seguendo il progetto dell'architetto Damon Lavelle - in vista degli Europei in Portogallo dell'anno successivo. Fu inaugurato il 25 ottobre 2003 e la prima partita disputata (un'amichevole) è stata Benfica-Nacional Montevideo, terminata 2-1 per il club lusitano.

Le gare disputate a Euro 2004 furono, in successione, Russia-Portogallo 0-2, Francia-Inghilterra 2-1, Croazia-Inghilterra 2-4, Inghilterra-Portogallo 2-2 (6-5, dcr) e la finalissima - indimenticabile - Portogallo-Grecia 0-1 con rete ellenica di Angelos Charisteas.  

José Alvalade

Impianto da 50.095 posti ubicato a pochi passi dalla fermata Campo Grande, sulla linea gialla della metropolitana della capitale portoghese. Dalla sua inaugurazione, avvenuta il 6 agosto 2003, ospita le partite casalinghe dello Sporting Lisbona. Fa parte di un complesso denominato "Alvalade XXI" ed è stato progettato dall'architetto Tomás Taveira ed infine intitolato al fondatore del club biancoverde.

Nella sua storia ha ospitato 5 gare del campionato d'Europa 2004 tra le quali la semifinale che ha visto i padroni di casa sconfiggere i Paesi Bassi, oltre alla finale della Coppa UEFA 2004-2005 proprio tra Sporting Lisbona e CSKA Mosca, che vide i russi imporsi per 3-1. Una delle sue principali caratteristiche era la pista di atletica fatta in tartan: prima della posa della pavimentazione con il sintetico, veniva utilizzato per il ciclismo, incluso il Giro del Portogallo.

Ecco, infine, le gare tra nazionali disputate durante Euro 2004: Svezia-Bulgaria 5-0, Spagna-Portogallo 0-1, Germania-Repubblica Ceca 1-2, l'incredibile per le scommesse calcio Francia-Grecia 0-1 con Zidane ed Henry battuti dalla rete di Charisteas e Portogallo-Olanda 2-1.

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Armando Franca.

 
August 6, 2020

Di Stefano Fonsato

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Sarà dunque la Germania ad ospitare il rush finale dell'Europa League. Esattamente come la Champions a Lisbona o l'NBA a Orlando (in Florida), verrà ricreata una "bolla" - termine molto in uso di questi tempi - in cui giocatori e staff tecnico potranno ovviare agli impegni di calendario senza continui spostamenti internazionali.  In questo sistema, ovviamente, i turni da recuperare saranno "secchi", come in un Mondiale o un Europeo.

Via alla "Final 8", con le 8 squadre qualificate ai Quarti a sfidarsi tutte in Germania. E perché proprio la Germania? Il paese teutonico che, come risaputo, certamente in quanto a impianti sportivi, può dirsi all'avanguardia. Queste le città ospitanti:

Colonia

Duisburg

Gelsenkirchen

Düsseldorf

Sette partite complessive tra quarti, semifinali e finale, che verranno giocate in quattro stadi, sempre senza pubblico. Quali? Andiamo a scoprirlo.

Colonia

RheinEnergieStadion. Costruito nel 1923, fino al 2004 era conosciuto come Müngersdorfer Stadion. Ha ospitato partite degli Europei di calcio del 1988 e, più di recente, dei Mondiali del 2006. Inaugurato 97 anni fa, è da sempre l'impianto interno degli incontri della formazione calcistica dei "Caproni", ma ha ospitato anche - dal 2004 al 2007 - la squadra di football americano dei Cologne Centurions. ù

E' stato interessato da due periodi di ristrutturazione: il primo tra il 1973 e il 1975, il secondo tra il 2002 e il 2004 proprio in previsione della competizione iridata in cui a trionfare furono gli Azzurri. Citare la capienza, parlando di stadi vuoti, diventa pleonastico. Ma, per curiosità, conterebbe 49.698 spettatori.

Il Manchester United, favorito per le scommesse Europa League esordirà in questo impianto il 10 agosto!

Qui, nel tempo, si sono tenuti anche importanti concerti: di Michael Jackson, P!nk, Bruce Springsteen, i Coldplay, Bon Jovi, Rihanna, Beyoncé con Jay-Z. Nel 2006, le partite mondiali disputate sono state Angola-Portogallo 0-1, Ghana-Repubblica Ceca 2-0, Svezia-Inghilterra 2-2, Togo-Francia 0-2 e Svizzera-Ucraina 0-3 (dcr).

Duisburg

Schauinsland-Reisen-Arena. Un tempo conosciuta come MSV-Arena, è l'impianto che (nel suo complesso) ha ospitato gli allenamenti dell'Italia campione del mondo nel 2006. Ha una capienza di 31.500 spettatori, è stato costruito in un anno, tra il 2003 e il 2004 ed è costato 43 milioni. Fu costruito sulla base del vecchio Wedaustadion ed ospita le partite casalinghe del Duisburg. Nel 2005 ha ospitato le partite di football americano nell'ambito dei Giochi mondiali, torneo che è stato vinto dalla nazionale tedesca.

Gelsenkirchen

Veltins-Arena. Sede, dal 2001, delle partite casalinghe dello Schalke 04, che in precedenza giocava nel Parkstadion. E' capiente 61.481 seggiolini. Nato col nome di Arena Auf Schalke, dal 1º luglio 2005 è stato ribattezzato col nuovo nome in seguito alla stipula di un contratto di sponsorizzazione con l'omonima azienda produttrice di birre (la Veltins, per l'appunto). È uno degli stadi più moderni del mondo, ed è stato costruito in previsione dei Mondiali 2006.

La Veltins-Arena!

In questa occasione vennero disputate le partite Polonia-Ecuador 0-2, Stati Uniti-Repubblica Ceca 0-3, Argentina-Serbia e Montenegro 6-0, Portogallo-Messico 2-1 e Inghilterra-Portogallo 0-0 (1-3, dcr). La Veltins-Arena ha ospitato anche la storica finale della Champions League 2003-2004 tra Porto e Monaco col trionfo finale di José Mourinho.

Düsseldorf

Merkur Spiel-Arena. Impianto polifunzionale da 54.600 posti casa del Fortuna Düsseldorf, neoretrocesso in Zweite Bundesliga, che nella stagione appena conclusa l'ha condiviso col KFC Uerdingen il cui stadio, il "Grotenburg", era in ristrutturazione. Erigerlo ex novo - dal 2002 al 2004 - è costato la bellezza di 240 milioni di euro.

L'arena, sorta per sostituire il precedente Rheinstadion, era conosciuta dal 2004 al 2009 come LTU Arena, dal 2009 al 2018 come Esprit Arena e nel 2011, anno in cui divenne sede dell'Eurovision Song Contest, come Düsseldorf Arena. Pur non essendo stato parte dei Mondiali di calcio del 2006, l'impianto ha ospitato numerose competizioni internazionali nel corso della sua storia. Ospiterà la semifinale di lunedì 17 agosto!

La prima, nel febbraio del 2005, fu l'amichevole tra la Germania e l'Argentina, terminata in un pareggio 2–2. Nel 2007 ci fu una seconda amichevole internazionale tra la nazionale tedesca e la Svizzera, che vide quest'ultima battuta 3–1. La terza amichevole vittoria a sorpresa della Norvegia contro i tedeschi per 1–0. L'arena ha ospitato anche due amichevoli del Portogallo oltre a diversi concerti importanti che hanno visto protagonisti Bruce Springsteen, Madonna, Beyoncé e One Direction.

 

*Le immagini dell'articolo, distribuite da AP Photo, sono di Martin Meissner.

August 6, 2020

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Non solo centravanti, la Polonia ha regalato anche grandi portieri al calcio europeo. La nuova generazione vive di tantissimi bomber di alto livello, da Lewandowski a Milik fino all’altalenante Piatek. In giro per l’Europa però ci sono anche tantissimi portieri molto validi, capaci di essere protagonisti nei principali campionati internazionali. La scuola dei portieri polacchi ha sempre prodotto ottimi numeri uno, vi raccontiamo la storia di quattro campioni:

Jan Tomaszewski

Jerzy Dudek

Artur Boruc

Wojciech Szczesny

Jan Tomaszewski

Forse il più grande portiere di sempre in Polonia è stato Jan Tomaszewski, nato nel 1948 e protagonista soprattutto negli Anni Settanta. A volte criticato ad inizio carriera, scrive la storia del calcio polacco nel 1973. A 35 anni di distanza dalla prima e sino a quel momento unica partecipazione al Mondiale, la Polonia ha la possibilità di tornare nella massima competizione internazionale.

Decisivo il match di Wembley, dove i biancorossi devono blindare il primo posto nel girone di qualificazione completato da Galles e Inghilterra. Basta un pareggio alla Polonia, ma nella bolgia di Wembley con 100 mila spettatori l’impresa sembra ardua. Gli inglesi dominano, ma Tomaszewski diventa leggenda grazie anche a un durissimo scontro con Clarke. Quel contatto portò a ben cinque microfratture alla mano, ma nonostante il dolore infernale, il numero uno polacco difese il pareggio che portò la Polonia al Mondiale. .;

 

Jerzy Dudek

Un balletto che ha fatto la storia. Jerzy Dudek sicuramente è uno dei portieri polacchi più famosi al Mondo. Esploso con il Feyenoord, diventa grande poi con la maglia del Liverpool, scrivendo la storia dei Reds e dell'incredibile Champions vinta ad Istanbul. Dopo lo 0-3 del primo tempo del Milan di Ancelotti, Gerrard e compagni rimontano clamorosamente, anche per le scommesse calcio fino al 3-3, portando la gara ai calci di rigore.

Il portiere polacco si mette in mostra con uno stranissimo balletto sulla linea di porta che però distrae i campioni rossoneri. Dudek infatti para ben tre rigori a Serginho, Pirlo e Shevchenko, prendendosi le luci della ribalta e regalando al Liverpool una insperata Champions League. Successivamente decide di andare al Real Madrid dove gioca poco, accettando il ruolo di secondo alle spalle di Iker Casillas. Con la maglia della Polonia colleziona 60 presenze ed è il titolare dei biancorossi al mondiale tedesco del 2006. 

Artur Boruc

Il post Dudek è appartenuto ad Artur Boruc, quarantenne protagonista anche nel 2020 in Premier League. Il portiere classe 1980 lo abbiamo visto anche in Italia con la maglia della Fiorentina e ha lo stesso numero di partite a difesa della porta della Polonia, sempre 60 gettoni. Cinque anni più giovane Lukasz Fabianski, cresciuto all’Arsenal e affermatosi come valido portiere in Premier League con le maglie di Swansea e West Ham. I Gunners hanno puntato molto sui giovani portieri polacchi e un altro numero uno esploso a Londra è Wojciech Szczesny.

Wojciech Szczesny

Classe 1990, non è mai riuscito a convincere pienamente all’Arsenal e per questo ha cercato fortuna in Italia. Due anni di prestito a Roma, dove dimostra di essere uno dei migliori portieri d’Europa e tiene in panchina il fenomeno Alisson, gli valgono la chiamata della Juventus che decide di affidargli il post-Buffon. All’attuale numero uno bianconero manca però l’ultimo step, ovvero dimostrare di essere tra i migliori portieri d’Europa anche con la maglia della nazionale.

Spesso in Polonia, infatti, Szczesny viene criticato, nonostante sia stato il titolare degli ultimi due europei e nel Mondiale del 2018: contro la Colombia non è riuscito ad arginare i tiri avversari ed è stato superato anche dal compagno di squadra di club, Cuadrado, per un 3-0 finale imprevedibile per le scommesse!

I portieri della Polonia!

L’esempio di Szczesny apre le porte della Serie A ai portieri polacchi, proprio a Roma alle spalle dell’ex Arsenal cresce Lukasz Skorupski, attuale portiere titolare del Bologna di Mihajlovic. Anche la Fiorentina ha deciso di affidare la sua porta a un polacco, ovvero il classe 1997 Bartlomiej Dragowski protagonista una stagione discreta a difesa della porta viola. 
 

*Le immagini dell'articolo, distribuite da AP Photo sono di  Matt Dunham e Czarek Sokolowski.

August 4, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Stefano Pioli è stato confermato sulla panchina del Milan. L'ipotesi Ralf Rangnick può dunque aspettare. Ma, riavvolgendo il nastro fino all'epoca dell'esonero di Marco Giampaolo, ci furono giorni in cui si insistette molto sulla suggestione che vedeva l'ex bomber della casa Andriy Shevchenko sedersi sulla panchina del Milan portando avanti, contemporaneamente, il suo lavoro da commissario tecnico della nazionale ucraina. Per la verità, suggestione era e suggestione rimase..

In primis, perché il particolare doppio ruolo non è mai stato ben visto nel calcio italiano, per il quale si è sempre pensato essere necessaria una dedizione totale alle vicende della squadra di club. Tuttavia, oltre i nostri confini, nella storia del calcio si sono registrati sette casi di allenatori e cittì allo stesso tempo. Una lista che prevede anche nomi piuttosto illustri e che strizza l'occhio, in qualche modo, all'Olanda. Scopriamo quali, procedendo in ordine cronologico...

Questi sono i sette tecnici:

Rinus Michels 

Alex Ferguson 

Guus Hiddink 

Dick Advocat 

Fatih Terim 

Miguel Herrera 

Leonid Slutsky 

 

Rinus Michels - 1974 (Barcellona-Olanda)

Nel 1974 il "genio" Rinus Michels, papà del calcio totale, condusse l'Olanda alla finale del Mondiale poi persa contro la Germania Ovest, nello stesso momento in cui era l'allenatore del Barcellona con cui, nel medesimo anno, mozzafiato per lui, si aggiudicò il titolo di campione di Spagna. La panchina blaugrana fu sua dal 1971 al 1975 e, in seconda battuta, dal 1976 al 1978: la tradizione di olandesi e bel calcio, al Camp Nou, si può dire nacque proprio sotto la sua egida. Sempre come commissario tecnico dei Tulipani (anche se in maniera "esclusiva") si laureò campione d'Europa nel 1988.

Alex Ferguson - 1985-1986 (Aberdeen-Scozia)

Ci fu un'epoca, al di là del Vallo di Adriano, in cui l'eterna lotta di Glasgow tra Celtic e Rangers, prevedeva un "fastidioso" terzo in comodo, l'Aberdeen, guidato dall'astro nascente degli allenatori di tutto il mondo, Alex Ferguson. Con lui, il club del Pittordrie Stadium vinse tre campionati nazionali, una Drybrough Cup, quattro Scottish Cup, la Coppa delle Coppe (2-1 in finale al Real Madrid), la Supercoppa europea (in cui batté l'Amburgo) e una League Cup – tutto nel giro di sei anni e qualche mese, dal 1978 al novembre 1986.

Anno in cui venne chiamato per dirigere la Scozia ai Mondiali del Messico. A dire la verità, la sua avventura "in simbiosi" con la nazionale di casa inizia il 16 ottobre 1985, qualche mese prima. Alla competizione iridata, privo del talento del player-manager del Liverpool Kenny Dalglish, per la Scozia non andò bene, eliminata al primo turno. Il 6 novembre successivo, smessi i panni da ct, il presidente Martin Edwards lo volle a tutti i costi sulla panchina del Manchester United, in cui tornò a vincere senza sosta una volta cominciati gli Anni '90 fino all'anno del suo ritiro, avvenuto nel 2013.  

Guus Hiddink - 2009 (Chelsea-Russia)

Tecnico giramondo, sia di club che di nazionale. La sua esperienza in contemporanea risale al 2009, quando il Chelsea lo chiamò come traghettatore per rimpiazzare il deludente inizio di stagione targato Felipe Scolari, nonostante l'olandese fosse già da tempo sotto contratto con la federazione russa, alla guida della nazionale.

Con Hiddink, i Blues svoltarono: 3° posto in Premier, approdo alla semifinale di Champions League, dopo aver eliminato Juventus e Liverpool, nel leggendario ritorno allo Stamford Bridge, terminato 4-4, con il pari in extremis di FL8, anche per le scommesse! Trionfa anche in FA Cup (vittoria 2-1 sull'Everton). Al termine della stagione, tuttavia, Hiddink si dimise restando comunque, per qualche tempo, consulente della società londinese.

Dick Advocat - 2009-2010 (AZ Alkmaar-Belgio)

Esperienza che non rende onore a uno dei decani degli allenatori olandesi. La sua esperienza da ct del Belgio durò solo qualche mese, da settembre ad aprile, conclusa una volta fallita la campagna di qualificazione ai Mondiali sudafricani, affrontata per gran parte del tempo con l'ulteriore compito di tecnico dell'AZ Alkmaar.

Fatih Terim - 2013 (Galatasaray-Turchia)

Sono tante diverse le occasioni in cui Fatih Terim si è alternato da allenatore del Galatasaray a commissario tecnico della Turchia. Per l'Imperatore anche una semifinale negli Europei del 2008, persa contro la Germania a Basilea per 3-2, proprio all'ultimo minuto in un incontro con repentini cambi di risultati anche per le scommesse calcio!

Miguel Herrera - 2013 (Club América-Messico)

Un'alternanza davvero prolifica: titoli con il prestigioso Club América (un Clausura 2013) e una qualificazione al Mondiale brasiliano del 2014, affrontato poi senza distrazioni del club. A parimerito nel raggruppamento proprio con i verdeoro, primi per miglior differenza reti, portò i biancorossoverdi fino agli Ottavi di finale prima dell'eliminazione avvenuta per mano dell'Olanda (1-2). Sempre con la Nazionale, vinse una Gold Cup nel 2015.

Leonid Slutsky - 2015-2016 (CSKA Mosca-Russia)

L'attuale allenatore del Rubin Kazan prese il posto del dimissionario Fabio Capello alla guida della Nazionale russa quando già allenava il CSKA Mosca (da bel 6 anni). Quattro vittorie consecutive garantirono la qualificazione a Euro 2016, subito terminata - a dire il vero -  con un solo punto conquistato nel raggruppamento con Galles, Inghilterra e Slovacchia.

*L'immagine di apertura è di Bernat Armangue (AP Photo).

August 3, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Dopo la lunga cavalcata in regular season e le promozioni dirette di Benevento e Crotone, si apre il sipario sull'appendice playoff di Serie B, riservata alle squadre piazzatesi dalla terza all'ottava posizione in graduatoria e  che metterà a disposizione l'ultimo pass utile per il salto nella massima serie..

Il VAR ed il regolamento

Anzitutto una precisazione: tutti gli spareggi vedranno l'utilizzo del VAR, una condizione fortemente voluta dal presidente della Lega B, Mauro Balata. Sei le squadre che si daranno battaglia. Il primo turno vedrà sfide "secche": si parte subito, martedì 4 agosto, con Chievo-Empoli alle 20,45: spettatore interessato lo Spezia, semifinalista come terzo classificato al termine della stagione regolare. Ventiquattr'ore dopo, invece, sarà la volta di Cittadella-Frosinone, partita abbinata al Pordenone di Attilio Tesser, quarto.

I primi due match, si diceva, saranno ad eliminazione diretta: le squadre ospitanti, favorite per 888sports, saranno quelle meglio classificate (Cittadella 5° e Chievo 6°). Al termine dei 90 minuti, in caso di parità, si procederà ai tempi supplementari. Se al 120' il risultato non vedrà né vincitori né vinti, a passare il turno sarà, per l'appunto, la squadra meglio piazzatasi, dopo le 38 giornate del torneo regolare.

In semifinale, invece, le sfide saranno di andata e ritorno: in caso di parità di reti al termine dei 180' non si procederà ai tempi supplementari, né si terrà conto dei gol in trasferta: a qualificarsi all'ultimo atto saranno le squadre meglio classificate (in questo caso, si diceva, Spezia e Pordenone).

In finale, quindi, andata domenica 16 agosto e ritorno giovedì 20 agosto, in caso di parità di punteggio, per determinare la squadra vincente, si tiene conto ovviamente della differenza reti; in caso di ulteriore parità, viene considerata vincente la squadra miglior piazzata al termine del campionato; solo nel caso in cui le due squadre avessero terminato il lungo torneo col medesimo punteggio in classifica (parità di punti), la gara di ritorno prevederà anche i tempi supplementari ed eventualmente i calci di rigore.

Nell'applicazione pratica, ad esempio, Empoli e Frosinone (settima e ottava) hanno totalizzato entrambe 54 punti, così come Pordenone e Cittadella (quarta e quinta classificata a quota 58 ma coi Ramarri avanti negli scontri diretti).

Come arrivano ai playoff le 6 squadre?

Dopo aver analizzato tutte le pieghe del regolamento, andiamo a veder come arrivano ai playoff le squadre qualificate: male, malissimo il Frosinone di Alessandro Nesta, che da primo inseguitore del Benevento dei record, ha accusato un autentico crollo nell'ultimo terzo di campionato, in cui i ciociari hanno arrancato con una media punti da zona retrocessione: dalla ripresa a giugno del torneo, appena 7 punti nelle ultime 10 partite disputate, con 1 vittoria, 4 pareggi e ben 5 sconfitte.

Tanto che, fino a 10' dalla fine dell'ultimo match - casalingo - contro il Pisa, in vantaggio 0-1 grazie alla rete del solito Michele Marconi, i giallazzurri erano scivolati addirittura fuori dalla griglia spareggi, ripresi per i capelli con il rigore dell'1-1 in extremis trasformato da Camillo Ciano.

Ci stava arrivando non bene anche il Cittadella di mister Roberto Venturato che aveva patito 5 sconfitte consecutive, prima di ritrovare il sorriso negli ultimi due match contro Venezia e Virtus Entella, con due successi che hanno decisamente rinverdito le ambizioni dei veneti, finalisti l'anno scorso col Verona contro cui - dopo la vittoria per 2-0 nell'andata del Tombolato - avevano accarezzato il sogno Serie A, poi svanito con o 0-3 del "Bentegodi" con gol decisivo per l'Hellas di Karim Laribi.

Chievo ed Empoli sarà, invece, una finale anticipata, tra due squadre che - senza troppi giri di parole - ci si sarebbe aspettato vedere lottare per la promozione diretta, non certo per il turno preliminare dei playoff. In particolare i toscani hanno investito denaro pesante nel calciomercato invernale rivoluzionando la squadra e affidandola a Pasquale Marino il quale, con ogni probabilità e indipendentemente dall'esito degli spareggi, al termine della stagione corrente accetterà le lusinghe della SPAL per riportare immediatamente i ferraresi in Serie A.

Il sogno della Serie A e... dell'incremento degli introiti

Da sottolineare, per l'ennesima volta, la straordinaria cavalcata del neopromosso Pordenone di mister Attilio Tesser, che con lo zoccolo duro della squadra di Serie C, ha plasmato un gruppo sorprendente, mentre lo Spezia di Vincenzo Italiano si gioca, da favorito per i pronostici e consigli scommesse sportive, l'ennesima chance - mai sfruttata nel recente passato - per il tanto agognato salto di qualità.

Federico Ricci, ai tempi della Roma!

Il salto di categoria vale, naturalmente, anche un netto cambiamento dell'economia societaria: se tra Rai, Dazn e radio, ogni società di Serie B arriva a guadagnare circa 1,6 milioni di euro, l'incremento degli introiti per i diritti radiotelevisivi (evidentemente la voce più incisiva a bilancio) in A può segnare un aumento davvero esponenziale: in attesa della suddivisione esatta relativa alla stagione 2020, dagli ultimi dati disponibili, del campionato 2018/2019, il Frosinone, penultimo in classifica, ha incassato ben 36,5 milioni di euro!

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Andrew Medichini e Tano Pecoraro.

August 3, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Una realtà di provincia che ha avuto tanti allenatori di primissimo livello. In quel di Crotone hanno lavorato tecnici importanti, ben cinque protagonisti della Serie A 2020 sono passati dall’Ezio Scida negli anni scorsi e Giovanni Stroppa, primo a credere nella promozione.. dopo la parentesi a Pescara, si appresta a vivere la Serie A che ha meritato sul campo!

Il precursore, ovviamente, è stato Gian Piero Gasperini. Il tecnico della favola Atalanta si è messo in mostra nel calcio dei grandi proprio a Crotone, dove arrivò nel 2003. Dopo un lungo percorso nelle giovanili della Juve, la sua prima panchina tra i grandi è proprio quella dei rossoblu e al primo anno arriva subito la promozione in Serie B.

Dopo un inizio difficile nella serie cadetta, nel dicembre del 2004 viene esonerato ma quattro mesi dopo torna a Crotone il 19 aprile del 2005. Con un distacco di 10 punti dalla zona salvezza a 9 giornate dalla fine Gasp riesce nell’impresa che ha del clamoroso, anche per le scommesse calcio: ottiene 19 punti con 5 vittorie e 4 pareggi e salva il Crotone, evitando anche i playout. La stagione successiva guida il Crotone fino al nono posto a soli tre punti dalla zona playoff, guadagnandosi, così, la chiamata del Genoa con cui otterrà la promozione in Serie A l’anno dopo. 

L'allievo d Gasp

È in quel di Crotone che Gasperini apprezza Ivan Juric, centrocampista di ordine e sostanza che porta, poi, con sé anche a Genova, dove il croato chiuderà la sua carriera da calciatore nel 2010. Un calcio estremamente fisico in un 3-4-2-1 nel quale si lavora già uomo contro uomo quasi a tutto campo. Idee che Gasperini ha tramandato anche allo stesso Juric, che diventa una sorta di allenatore in campo nelle squadre di Gasp.

Dopo qualche avventura come vice allenatore o assistente (anche nelle poche settimane di Inter di Gasp) e un anno alla guida della Primavera del Genoa, Juric passa tra i grandi grazie al Mantova nel 2014. Una buona stagione in Lega Pro gli vale, nel 2015, la chiamata del Crotone che lo riporta in Calabria facendogli firmare un contratto biennale.

Basta una sola stagione al croato per scrivere la storia del club rossoblu, reduce da una salvezza ottenuta all’ultima giornata con lo 0-0 casalingo contro l’Entella nell’annata precedente. Addirittura 34 punti ottenuti in più e la prima storica promozione della storia del Crotone, guadagnata con ben tre giornate d’anticipo il 29 aprile del 2016.

Una difesa praticamente impenetrabile, ben cinquanta punti ottenuti all’Ezio Scida dove il Crotone ha subito, come ricordano gli appassionati di statistiche e scommesse Serie B, solamente una sconfitta su 21 gare disputate davanti ai tifosi della Curva Sud locale. Lascia la Calabria dopo sola una stagione e ripercorre lo stesso percorso intrapreso da giocatore, andando al Genoa dove però non avrà fortuna.

La consacrazione in Serie A è arrivata nell’ultima stagione, grazie all’incredibile annata vissuta alla guida del Verona che ha incantato per continuità, idee, gioco ed una clamorosa valorizzazione del parco giocatori, confermata dai siti specializzati! 

Protagonisti secondari

Juric e Gasperini hanno scritto pagine importanti della storia del Crotone, ma altri allenatori protagonisti in Serie A sono passati dall’Ezio Scida negli ultimi anni. La parentesi più breve a Crotone l’ha vissuta Eugenio Corini, durato solamente dieci giornate nella stagione 2010/11 alla sua prima esperienza come allenatore. Otto anni più tardi lo stesso Corini ha dominato la Serie B con il Brescia guadagnandosi la promozione in Serie A, dove ha allenato 19 gare totalizzando 15 punti e venendo esonerato ben due volte da Cellino.

Decisamente più lunga l’esperienza di Davide Nicola alla guida dei rossoblu, primo tecnico del Crotone in Serie A e protagonista della straordinaria impresa della stagione 2016/17. Proprio come fece Gasperini dodici anni prima in Serie B, Nicola si ritrova a poche giornate dalla fine della stagione e la retrocessione sembra inevitabile.

Nonostante i sette punti conquistati nelle tre giornate precedenti compreso uno storico pareggio col Milan, il Crotone di Nicola si ritrova a quattro punti dalla salvezza con sole tre partite da giocare, tra cui la proibitiva sfida a Torino con la Juve. Il Crotone vince con l’Udinese allo Scida, perde a Torino ma nell’ultima giornata riesce a battere la Lazio in casa e conquista una leggendaria salvezza ai danni dell’Empoli, sconfitto a sorpresa per le scommesse  Serie A dal Palermo, già retrocesso.

Nella stagione successiva il Crotone soffre, tanto che Nicola, tecnico del Genoa nel girone di ritorno 2020, viene esonerato nel dicembre del 2017 e lascia la panchina a Walter Zenga. L’ex portierone della Nazionale ottiene 23 punti in 22 giornate e prima dell’ultima partita il suo Crotone è terzultimo a pari punti con la SPAL. I ferraresi vincono in casa con la Fiorentina, i calabresi perdono a Napoli e sono costretti a dire addio alla Serie A dopo due stagioni. 
 

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Paolo Giovannini (AP Photo). Prima pubblicazione 2 agosto 2020.

December 30, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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