Straordinari primi attori in grado di regalare il successo alle loro squadre. Spesso i portieri sono stati decisivi nelle ultime edizioni delle coppe europee. Sia in positivo, sia in negativo. Inevitabile il riferimento a Loris Karius, protagonista suo malgrado di due errori gravissimi nella finale di Champions nel 2018 contro il Real Madrid a Kiev.

Nel 2010 il migliore fu Julio Cesar, il portiere brasiliano dell’Inter è stato decisivo soprattutto nella semifinale contro il Barcellona. Due interventi straordinari al Camp Nou hanno permesso ai nerazzurri di subire un solo gol ed arrivare alla finale di Madrid. Al Bernabeu, per Julio Cesar ordinaria amministrazione: ha dovuto compiere solo un paio di parate in un match controllato per novanta minuti dalla squadra di Mourinho, favorita anche per le scommesse online...

Julio Cesar in Champions!

Nel 2011 Victor Valdes ha vinto la sua terza Champions League della carriera da numero uno del Barcellona, mentre nel 2012 è stato grandissimo protagonista Petr Cech per la vittoria del Chelsea a Monaco. Contro il Bayern il portiere ceco ha prima parato un calcio di rigore a Robben nei tempi supplementari, poi ha neutralizzato i tiri dal dischetto di Olic e Schweinsteiger, prima del rigore decisivo della leggenda Didier Drogba per una vittoria insperata dagli esperti discommesse Champions League.

Dopo la sconfitta nel 2012 in finale a Monaco (aveva anche trasformato il suo personale rigore), nel 2013 Manuel Neuer si riscatta e vince la Champions nel derby tedesco contro il Borussia Dortmund. 

Il dominio blanco

Dal 2014 partono i quattro successi in cinque stagioni del Real Madrid, il primo conquistato con Iker Casillas in porta. Il capitano spagnolo solleva al cielo di Lisbona la Decima prima di lasciare il Real per andare a giocare al Porto. L’anno successo arriva il trionfo del Barcellona nell’anno della consacrazione di Marc André Ter Stegen. Arrivato due anni prima in blaugrana, il portiere tedesco è protagonista di una straordinaria Champions che si chiuderà con il successo di Berlino contro la Juventus.

L’ultima finale assegnata ai calci di rigore è quella del 2016, il secondo derby di Madrid in tre anni. A San Siro vince il Real Madrid di Keylor Navas, che però non para alcun rigore visto che Juanfran calcia sul palo il quarto tiro dagli undici metri dei ragzzi del Cholo. Il capitano della Costa Rica vincerà anche le due edizioni successive della Champions, prima dell’arrivo di Courtois nel 2018 e del suo trasferimento al Paris. Nell’edizione 2019 della Champions League ha avuto un ruolo decisivo per il Liverpool Alisson, l’ex portiere giallorosso ha dato quella sicurezza alla difesa dei Reds che mancava gli anni precedenti. 

La doppietta di Cech!

Dopo il successo in Champions League nel 2012, Petr Cech torna a vincere da titolare in Europa la stagione successiva. Con il Chelsea infatti vince la finale d’Europa League contro il Benfica: Cech è l’unico portiere capace di vincere entrambe le coppe europee in questi ultimi dieci anni.

Il portierone Cech!

Ci sono andati vicinissimi gli ultimi due portieri dell’Atletico Madrid, ovvero Thibaut Courtois e Jan Oblak. Il primo ha vinto l’Europa League nel 2012 e ha perso la finale di Champions del 2014 contro il Real, ai supplementari per chi ricorda le relative scommesse calcio. Altra sconfitta in finale di Champions contro il Real per Oblak a San Siro nel 2016, mentre il successo in Europa League è arrivato nel 2018 a Lione contro il Marsiglia.

Nella prima edizione dell’Europa League vinta dall’Atletico Madrid nel 2010 il portiere era David De Gea, passato poi nel 2011 al Manchester United. Con i Red Devils il numero uno spagnolo ha vinto l’Europa League del 2017 ma da riserva, per la competizione europea, di Sergio Romero. L’argentino, infatt,i è stato il portiere di coppa dello United di José Mourinho, dimostrando la stessa concentrazione dei mondiali brasiliani!

Gli altri vincitori

Due portieri portoghesi hanno vinto l’Europa League negli ultimi dieci anni. Il primo è stato Helton, capitano del Porto di André Villas Boas campione nel 2011 dopo il successo in finale nel derby contro il Braga deciso, naturalmente, da Radamel Falcao.

Il secondo lusitano a vincere è stato Beto, portiere titolare del Siviglia nella finale del 2014 di Torino contro i connazionali del Benfica: il numero uno degli andalusi è stato decisivo ai calci di rigore, parando ben due tiri dal dischetto a Cardozo e Rodrigo.

Nelle due edizioni successive ci saranno altrettanti successi del Siviglia, ma con due portieri diversi. Beto infatti sarà la riserva di Sergio Rico nella finale del 2015 vinta contro il Dnipro per 3-2 grazie a una doppietta di Carlos Bacca. Nel 2016 invece è Sergio Rico che diventa la riserva di David Soria nella finale vinta 3-1 a Basilea contro il Liverpool.

Nel 2019 a vincere l’Europa League è stato invece Kepa Arrizabalaga con il Chelsea al suo primo anno ai Blues dopo il trasferimento record da 70 milioni di euro dell’estate precedente. 

*Le immagini dell'articolo, tutte distribuite da AP Photo, sono in ordine di pubblicazione, di Dave Thompson, Michel Spingler e Matthias Schrader.

 
August 19, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Dal prestito alla gloria. Il trasferimento temporaneo, in voga da una trentina d'anni a questa parte nel calcio, viene utilizzato secondo vari scopi. Principalmente per mandare un giovane di belle speranze a "farsi le ossa", come si suol dire, spesso in una categoria inferiore, in cui può iniziare a saggiare i duri contrasti di gioco che poco hanno a che vedere con il calcio giovanile.

Altre volte perché non si crede esattamente nelle potenzialità del ragazzo o, ancora, per problemi di provenienza, per prendere tempo nel caso in cui occorre liberare una "slot" in rosa da calciatore extracomunitario. Quali sono i casi più rappresentativi?

Ce ne sarebbero davvero tanti, noi di 888 Sport - procedendo in mero ordine cronologico - ne abbiamo selezionati 6:

Alessandro Costacurta

A fine agosto 1986, a 20 anni, fu mandato in prestito in Serie C1 al Monza, in cui stavano crescendo - dal settore giovanile brianzolo - anche il portiere Francesco Antonioli e l'attaccante Pierluigi Casiraghi. Non prima, però, di aver disputato due partite ufficiali con il Milan di Nils Liedholm, le prime due di Coppa Italia (quando ancora prevedeva la formula dei gironi di qualificazioni) contro la Sambenedettese a "San Siro" (1-0, rete di Agostino Di Bartolomei) e la Triestina al "Grezar" (successo con medesimo risultato, firmato Pietro Paolo Virdis)...

In terza serie, un ottimo quinto posto agli ordini di mister Antonio Pasinato, che lo manda in campo praticamente sempre (30 presenze). Un'esperienza altamente formativa, come più volte ribadito dallo stesso "Billy", che rientrato al Milan nell'estate successiva avrà modo di vincere - da autentico pilastro di una difesa granitica, insieme a Paolo Maldini, Franco Baresi e Mauro Tassotti - 7 Scudetti, una Coppa Italia, 5 Supercoppe italiane, 5 Coppe dei Campioni, 4 Supercoppe europee e 2 Coppe Intercontinentali.

Arrivò anche, con la Nazionale, alla semifinale Mondiale, saltando per un giallo evitabile contro la Bulgaria, l'atto conclusivo perso col Brasile al "Rose Bowl" di Pasadena.  

Demetrio Albertini

Cinque anni più giovane rispetto a Costacurta, vanta un  palmarès personale pressoché identico, essendo stato una colonna portante del Milan anni Novanta. Debutta in A a 17 anni, mandato in campo da Arrigo Sacchi in un Milan-Como (4-0) della stagione 1988-89. E' durante l'annata '90-91 che a Padova, in Serie B, viene mandato in prestito con maggiore continuità ed esprimere tutte le proprie doti balistiche ed una visione di gioco ineguagliabile.

Ventotto presenze e 5 reti in cadetteria, nella quale sfiora la promozione in Serie A con un quinto posto a 41 punti, a una sola lunghezza dall'Ascoli quarto. Alla corte di Mauro Colautti, manda numerose volte a segno bomber Giuseppe Galderisi.

Andrea Pirlo

Prodotto più pregiato del settore giovanile del Brescia, l'Inter lo acquista nell'estate del 1998 per circa 4 miliardi di lire. Finisce però nel tritacarne di una stagione che vede avvicendarsi, sulla panchina nerazzurra, dopo l'esonero di Gigi Simoni, Mircea Lucescu (che ben lo conosceva dai tempi delle Rondinelle), Luciano Castellini e Roy Hodgson.

Nel 1999-2000 va in prestito alla Reggina, il cui exploit porta gli amaranto di Franco Colomba a conquistare una super salvezza (12° posto). Tornato in nerazzurro, viene successivamente girato al Brescia: cresce ulteriormente all'ombra di Roberto Baggio e, proprio per garantirne la coesistenza tattica, Carletto Mazzone s'inventa di schierarlo da regista difensivo, arretrandolo rispetto alla posizione di mezzapunta. Una trovata tattica che svolterà la carriera dell'attuale allenatore della Juventus.

Samuel Eto'o

Il Real Madrid lo nota nella sempre florida fucina camerunense di Douala e lo porta nelle giovanili della Casa Blanca. Impossibile, però, lanciarlo in prima squadra, dato il suo status di extracomunitario. Allora, via al prestito non ancora 17enne - per la stagione 1997-98 - al Leganés, in Segunda Division. Ventotto presenze e 3 reti, da comprimario. I media, però, sono disattenti nei suoi confronti e, addirittura, negli almanacchi, sotto la sua immagini vengono sbagliati nome ("Etto", anziché "Eto'o") e piede preferito (viene scritto "sinistro" anziché "destro").

Finirà per siglare 380 gol in carriera, con una stagione da record nel 2009 per le scommesse ed essere considerato tra i migliori - e più iconici - cannonieri di tutti i tempi del continente africano e del mondo. Oltre a diventare, nel 2010, uno degli eroi del "Triplete" dell'Inter. A gennaio 1999 venne prestato - sempre dal Real - all'Espanyol, senza mai giocare. Che abbaglio da parte dell'altra sponda di Barcellona, e dei Blancos, che lo vendono nel gennaio 2000 al Maiorca, trampolino di lancio per una carriera meravigliosa...

Luka Modrić

Pallone d'oro 2018, la Dinamo Zagabria lo fece crescere attraverso i trasferimenti temporanei ai bosniaci dello Zrinjski Mostar (8 gol in 22 gettoni nella stagione 2003-2004 a 18-19 anni) e all'Inter Zaprešić nell'annata successiva (4 reti su 18 presenze). Al rientro nella capitale croata, è pronto a consacrarsi al grande calcio, tanto che il Tottenham, nella stagione 2008-2009, lo porta in Premier League per 21 milioni di euro.

Nell'estate 2012 passa al Real Madrid, di cui diventa uno degli uomini più rappresentativi. Nel 2018, prima del riconoscimento di France Football, trascina da capitano la sua Croazia fino alla finale mondiale poi persa 4-2 contro la Francia.

Gerard Piqué

Uno dei casi in cui la squadra proprietaria del cartellino - il Manchester United - non crede profondamente nelle qualità del giocatore mandato in prestito. Nella fattispecie, alla Real Saragozza: a San Sebastian, a 19 anni acquisisce continuità nella Liga spagnola. Ritorna a Old Trafford per l'annata 2007-2008, in cui però racimola solo 9 presenze in Premier League: per le scommesse calcio è il primo marcatore nella serata di Champions dell'Olimpico!

Il Barcellona lo riporta a casa nel 2009 per circa 5 milioni di euro, la stessa cifra per cui l'aveva venduto ad Alex Ferguson nel 2004. In blaugrana vince tutto. Più volte. Con la Spagna - per quanto sia un fiero rappresentante dell'orgoglio catalano - si laurea campione del mondo nel 2010 e d'Europa due anni più tardi. 

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Jon Super (AP Photo).

August 19, 2020

Di Stefano Fonsato

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Otto campioni per dieci edizioni della Champions League. Se si esclude la storica tripletta firmata Zidane, la Champions ha visto sempre allenatori diversi trionfare dal 2010 ad oggi. Idee di gioco agli antipodi, filosofie diametralmente opposte che però sono risultate tutte vincenti.

Si è iniziato con il trionfo dell’Inter di Mourinho nel 2010, con il portoghese unico vincitore di Champions ed Europa League nell’ultimo decennio. Gli ingredienti mescolati con sapienza dal tecnico portoghese? Un gruppo di campioni, una squadra sempre votata alla collaborazione in campo ed un bomber, Diego Milito, mai ispirato come nel maggio 2010!

Mou esulta nel 2010!

Dal pragmatismo di Mou al tiki-taka quasi ingestibile per gli avversari di Pep Guardiola, campione nel 2011 a Londra con il suo Barcellona. Si torna alla solidità difensiva nel 2012, quando a sorpresa per le scommesse online è Roberto Di Matteo a guidare il Chelsea al trionfo in Champions League.

L’inversione di tendenza arriva nel 2013: a vincere è il Bayern Monaco. Si sfrutta il talento dei giocatori, l’obiettivo è gestire al meglio un gruppo di campioni. Questa la filosofia di Jupp Heynckes, tecnico tedesco che vince nel derby contro il Borussia nella finale di Wembley con una prodezza di Robben, proprio prima dell'inizio dei minuti di recupero.

Robben, decisivo nella vittoria del Bayern!

Stessa chiave di lettura nella gestione della rosa che ha portato Carlo Ancelotti a vincere, ancora una volta in un derby, la sua terza Champions League della carriera nel 2014. Non solo, questa coppa è leggendaria perché è la “Decima” per il Real Madrid, che inseguiva questo record da quasi 15 anni nei quali aveva collezionato clamorose disfatte anche per le scommesse calcio

Gli allievi terribili

Dal 2015 al 2018 la Champions League è terreno degli allievi che diventano addirittura più grandi dei loro maestri. Il tiki-taka di Guardiola è stato tramandato a Luis Enrique, che, durante l’avventura di Pep a Barcellona, allenava il Barça B, seguendo fedelmente le idee di gioco dell’attuale tecnico del City. Nel 2015 queste idee, modificate leggermente con la ricerca di più verticalizzazioni per sfruttare la velocità del tridente Messi-Suarez-Neymar, hanno portato il Barcellona a vincere la Champions a Berlino contro la Juve di Max Allegri.

Altro allievo è Zinedine Zidane, che aveva già vinto nel 2014 la coppa come vice di Carlo Ancelotti. Nel gennaio del 2016, dopo l’esonero di Rafa Benitez, il campione francese prende la panchina del Real e dimostra di essere subito vincente, anche a bordo campo! Perfetta intesa con CR7, splendida gestione del gruppo, grandissima capacità nello sfruttare il talento dei suoi campioni, anche quelli che subentrano dalla panchina.

Queste le chiavi di un triennio leggendario, che porta il Real Madrid ad alzare tre Champions consecutive, l'ultima a Kiev contro il Liverpool, probabilmente la meno scontata per le scommesse e quote Champions League

La finale di Madrid del 2019, invece, presta il fianco ad una nuova filosofia di gioco, il pressing a tutto campo e la ricerca spasmodica della palla in verticale verso il clamoroso tridente offensivo, voluto da Jurgen Klopp a Liverpool. Il tecnico tedesco c’era andato vicinissimo due volte: alla guida del Dortmund, valorizzando in modo meraviglioso un giovane Lewa, stracapocannoniere dell'edizione 2020 con la maglia del Bayern, ha perso in finale proprio contro il Bayern e nel 2018 contro il Real Madrid, con grandissime colpe di Loris Karius  su due dei tre gol subiti.

Il 2019 invece è stato il suo anno, anche grazie alla spesa da record effettuata per garantire con Alisson sicurezza tra i pali, la sua idea di gioco potrebbe diventare il leitmotiv del calcio europeo per il prossimo decennio, con una generazione vincente proveniente dalla Germania! 

*Le immagini dell'articolo, tutte distribuite da AP Photo, sono, in odine di pubblicazione di Francisco Seco, Antonio e Matt Dunham.

 
August 19, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Come di consuetudine, al termine del campionato di Serie A si tirano le somme sulle operazioni di mercato andate a buon fine. Lo si fa, tuttavia, e soprattutto, anche sui clamorosi flop. Sui giocatori che non hanno reso secondo le aspettative e che, con ogni probabilità, porteranno alle famigerate "minusvalenze" in fase di eventuale rivendita.

Quali sono stati i più grandi flop nei grandi club della massima serie 2019-2020? Proviamo a scoprirlo...

Inter - Valentino Lazaro

Juventus - Adrien Rabiot

Lazio - Denis Vavro

Milan - Léo Duarte

Roma - Pau Lopez

Napoli - Hirving Lozano

Inter - Valentino Lazaro

Prodotto della fucina di talenti Red Bull Salisburgo e giunto a San Siro dall'Hertha Berlino come "freccia della Bundesliga" per 22 milioni e la bellezza di 4 anni di contratto, mister Antonio Conte comprende immediatamente la sua difficoltà di ambientamento in Serie A, impiegandolo solamente 6 volte. La dirigenza nerazzurra, quindi, in inverno lo gira in prestito al Newcastle, ma anche in Premier League fa flop tanto da essere rispedito al mittente dal club Geordie...

Ora lo vuole il Borussia Mönchengladbach: chissà che, di rientro in Germania, l'esterno austriaco classe 1996 di origini greche ed angolane, non ritrovi la verve perduta...

Juventus - Adrien Rabiot

Rispetto ai flop nelle altre squadre "masterclass", almeno la Vecchia Signora può consolarsi pensando di avere ingaggiato l'ex Paris a costo zero, a contratto scaduto. Certo, l'ingaggio piuttosto alto (7,5 di euro) e una lentezza esasperante in fase nevralgica, hanno fatto indispettire parecchi tifosi bianconeri. Una sola rete in campionato (peraltro di pregevole fattura) contro il Milan nella sconfitta di San Siro per 4 a 2.

Lazio - Denis Vavro

Arrivato in casa biancoceleste dal Copenhagen (per 12 milioni di euro più 2 di bonus) con le credenziali di compagno di difesa inseparabile dell'interista Skriniar nella nazionale slovacca, si è rivelato centrale di retroguardia lento, macchinoso e disordinato, tanto che Simone Inzaghi lo impiega appena 12 volte in campionato (una sola volta da titolare, a Marassi contro il Genoa). Viene schierato essenzialmente in Europa League, sempre titolare. E infatti, tra un'amnesia e l'altra, i biancocelesti, a sopresa per i pronostici e consigli sulle scommesse sportive, escono senza appello ai gironi.

Milan - Léo Duarte

Il suo acquisto dal Flamengo (per 11 milioni) è accostabile ai grandi abbagli anni '80. Il centrale difensivo brasiliano classe 1996, grande promessa del calcio verdeoro tanto da essere accostato niente meno che a Marquinhos, esordisce nella rovinosa sconfitta (1-3) a San Siro contro la Fiorentina. Da lì a novembre, anche dopo l'avvento di Stefano Pioli, disputa ancora 4 partite, tutte per intero (contro Genoa, Spal, Lazio e Juventus), impiegato anche come terzino. Non a caso i risultati per i rossoneri sono iniziati ad arrivare quando accanto a Romagnoli, sul centro destra ha giocato Simon Kjaer, mentre il Flamengo, appena ceduto Duarte, ha preso il volo!

A fine novembre, tuttavia, rimedia un brutto infortunio al calcagno e, anche dopo la ripresa, altri problemi fisici lo tengono lontano dai campi. La sua sesta e ultima presenza arriva in occasione dell'ultima giornata di campionato, il 1° agosto a San Siro contro il Cagliari. Appena 12', giusto una passerella-contentino. Al Milan 2019-2020 non è stata l'unica delusione: gli altri nomi da flop?  Krzysztof Piatek (durato da gennaio a gennaio, passato all'Hertha Berlino), il centrocampista ex Empoli Rade Krunic (fortemente caldeggiato dall'ex tecnico rossonero Marco Giampaolo), il cavallo di ritorno Diego Laxalt, Lucas Paquetà (arrivato come Piatek a metà della stagione 2018-2019)...

Roma - Pau Lopez

Sembra proprio che, per la porta giallorossa, sia in atto una "maledizione" post Alisson, ceduto nell'estate 2018 al Liverpool per l'iperbolica cifra (per un portiere) di 62,5 milioni di euro, più altri 10 di bonus facilmente raggiunti. Il suo immediato successore fu lo svedese Robin Olsen, giunto dal Copenhagen e disastroso fino ad essere sostituito dal "secondo" Antonio Mirante per scelta di Claudio Ranieri.

Questa stagione, invece, è stata la volta dello spagnolo Paul Lopez, giunto dal Betis Siviglia con grandi premesse, al costo di 23,5 milioni e con un improvvido contratto quinquennale. Rivelatosi, tuttavia, decisamente insicuro sia trai pali che nelle uscite, clamoroso per 888sports l'essure sul pareggio di Acerbi nel derby di ritorno, la Roma ha già valutato l'opzione di liberarsene, esattamente com'è stato per Olsen, girato in prestito al Cagliari.
 

Napoli - Hirving Lozano

Giustiziere per le scommesse online della Germania ai Mondiali di Russia 2018, in Messico stravedono per lui. Anche in Olanda, dall'alto dei suoi 35 centri su 60 presenze in Eredivisie con la maglia del PSV, più di uno ogni due partite. Fu uno dei tormentoni del calciomercato estivo 2019 e, dopo un lungo tira e molla, a Napoli arrivò per 38 milioni e a ritiro finito da un pezzo.

Gettato subito nella mischia nella gara contro la Juventus, Lozano andò a bersaglio all'esordio, diventando il primo messicano, non una grande tradizione per loro in Italia, a segnare in Serie A. Ma un infortunio patito ad Eindhoven (con cui aveva iniziato la stagione 2019-2020) duro da smaltire, problemi di ambientamento in Italia e tattici con Carlo Ancelotti, oltreché comportamentali (fu subito messo in riga da Gattuso, che lo espulse da un allenamento), hanno minato il suo primo anno nel Bel Paese.

E' stato protagonista, tuttavia, di un finale in crescendo, impiegato largo sugli esterni, in cui Hirving è stato bravo ad attaccare gli spazi e ad arrivare a fermare il contatore dei gol a quota 5. Ora, la possibilità di cominciare dal primo giorno di ritiro (a Castel di Sangro) con un'idea ben chiara di ciò che significhi la Serie A per un giocatore offensivo. 

*Foto di Antonio Calanni (AP Photo).

 
August 19, 2020

Di Stefano Fonsato

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Non tutti i recenti attaccanti del Napoli hanno riscosso gol e successi come il Pipita, Dries Mertens, Lorenzo Insigne, José Maria Callejon ed Arkadiusz Milik. Negli ultimi 7 anni, infatti, lo stuolo di comprimari e il relativo destino, hanno posto inevitabili interrogativi sulle operazioni di mercato dei direttori sportivi che si sono succeduti nel club partenopeo, nella fattispecie Riccardo Bigon (oggi al Bologna) e Cristiano Giuntoli, ancora al comando delle operazione di compravendita.

Parliamo dei vari Duvan Zapata, Manolo Gabbiadini, Leonardo Pavoletti, Roberto Inglese, Amato Ciciretti e, oggi, in arrivo dalla SPAL, Andrea Petagna. Prendendo in esame proprio quest'ultima operazione di mercato, formalizzata lo scorso gennaio e concretizzatasi a fine campionato, ci si chiede a questo punto che destino avrà l'ex atalantino, dal momento che stiamo parlando - sì - di un ottimo attaccante, ma - la domanda è d'uopo - adatto alle ormai grandi mire (nazionali e internazionali) del club di patron Aurelio De Laurentiis? Proviamo a capirlo, andando ad analizzare il percorso dei suoi predecessori:

Duvan Zapata

Gian Piero Gasperini, all'Atalanta, l'ha plasmato in un attaccante di sfondamento dal peso internazionale. Ma il colombiano di Cali, classe 1991, ha impiegato un po' di tempo per consacrarsi. In Italia lo porta proprio il Napoli, dall'Estudiantes di La Plata. Arrivato alla corte di Rafa Benitez, interpreta il ruolo di attaccante di scorta, alle spalle di Gonzalo Higuain, che il tecnico spagnolo amava supportare con tre trequartisti. In questo senso, con un "Pipita" in forma smagliante, Zapata poteva essere la riserva perfetta, specie nelle competizioni extra Serie A. E in effetti lo era.

Ma, per l'appunto, i numeri raccolti in maglia azzurra, sono stati quelli tipici della riserva di lusso: nelle due stagioni disputate in azzurro, 5 reti in campionato all'esordio e 6 al secondo tentativo, su 16 e 21 presenze in Serie A. Quattro, invece, i gol internazionali, uno in Champions - il 22 ottobre 2013, un autentico capolavoro al Velodrome di Marsiglia, ovvero un destro a giro da fuori, sotto l'incrocio, dopo essere subentrato proprio al collega argentino - e altri 3 in Europa League. Quindi, le esperienze con Udinese e Sampdoria, imparagonabili - tuttavia - a quella, meravigliosa, atalantina, nella quale rappresenta sempre un'ottima opzione di primo marcatore per le scommesse calcio!
 

 

Manolo Gabbiadini

Arriva in azzurro a gennaio 2015. Nell'estate successiva, l'approdo di mister Maurizio Sarri dall'Empoli e dell'attuale ds Cristiano Giuntoli dal Carpi. Prodotto del settore giovanile atalantino, il mancino di Calcinate è un autentico mistero: se entra a partita in corsa è letale. Nelle - rare - volte in cui parte da titolare, sembra un altro giocatore. L'abbondanza offensiva a disposizione del tecnico toscano non gli lasciano granché spazio.

Gabbiadini con la maglia del Napoli!

Nelle due stagioni e mezza all'ombra del San Paolo, Gabbiadini totalizza 16 reti (su 56 presenze), in Serie A, 2 in Coppa Italia, una in Champions e 6 in Europa League. Dopo l'esperienza in Premier League col Southampton, con il quale - appena arrivato - segna una doppietta nella finale di League Cup, tenendo in equilibrio l'incontro fino al termine per le scommesse 888sport, contro il Manchester United di Mourinho (poi vincitore 3-2), torna alla Sampdoria, club da cui era stato prelevato dal Napoli.
 

Leonardo Pavoletti

Giunge nel capoluogo campano a gennaio 2017 dopo un inizio di stagione opaco col Genoa, in controtendenza rispetto alla prolifica stagione precedente. Acquistato per ovviare all'infortunio di Milik e con un Gabbiadini ormai diretto oltremanica, la sua esperienza in azzurro si rivela un vero flop: 10 presenze complessive, 289 minuti e 0 gol. Non era un "uomo di Sarri" e si è immediatamente capito. Ma ormai era troppo tardi. Al Cagliari, prima del grave infortunio patito ad inzio della stagionw 2019/2020, diventa "Pavoloso" tra gol e acrobazie che emozionano il popolo del Casteddu.

Roberto Inglese

Amato Ciciretti e... Andrea Petagna? Neanche una presenza per i primi due. Usati solamente per fare cassa: il primo, con la vendita al Parma attraverso un prestito con obbligo di riscatto, frutta una plusvalenza di 15,5 milioni di euro. Ciciretti, invece, prodotto del settore giovanile della Roma, trascina il Benevento in Serie A e, nella prima parte della stagione 2017-2018, rivela il suo mancino fatato anche nel massimo torneo italiano. Il Napoli lo acquista a gennaio 2018 e lo gira in prestito in cadetteria al Parma: "E' l'acquisto del futuro", si dice.

Ma non è così: inizia - sempre in prestito - la Serie A coi ducali, nella stagione successiva, ma il Napoli lo ricede in prestito ad Ascoli in inverno. Il Picchio vuole acquistarlo, ma non c'è l'accordo con Giuntoli e allora Ciciretti rimane "disoccupato" nel Napoli di Ancelotti durante la prima parte dell'annata 2019-2020, prima di finire - ancora a titolo temporaneo, ancora a gennaio e ancora in cadetteria - all'Empoli. Anch'egli, una moneta di scambio, in poche parole.

La stessa fine che rischia di profilarsi per il classe 1995 Andrea Petagna: dopo l'acquisto invernale dalla SPAL (per 17 milioni + 3 di bonus) in cui è rimasto sino a fine stagione, l'attaccante triestino alto 190 centimetri e abile a fare reparto da solo, è già stato richiesto da numerosi club di Serie A che puntano a una salvezza tranquilla. Ben altri obiettivi, insomma, rispetto a quelli del Napoli di Gennaro Gattuso. Che però a Castel di Sangro, in sede di ritiro, lo prenderà in esame. E chissà che proprio Ringhio non insceni uno dei suoi consueti coup de theatre in grado di cambiare la trama di un destino che, ad oggi, appare segnato.
 


 

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Salvatore Laporta e Felice Calabro'.

August 18, 2020

Di Stefano Fonsato

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Era ora, si potrebbe dire. Dopo ventuno anni di assenza una squadra italiana torna finalmente in finale di Europa League. Il merito è dell’Inter di Antonio Conte, capace di presentarsi in condizioni straordinarie alla fase finale tedesca. Di fronte troverà il Siviglia di Julen Lopetegui, forse la squadra peggiore da affrontare nell'ultimo atto di Europa League.

Già, perché gli spagnoli non hanno mai fallito l’appuntamento finale in questa competizione. Cinque su cinque, tutte conquistate dal 2005 ad oggi. Dall’altra parte, l’Inter ha la possibilità di entrare nella storia perché in caso di successo sarebbe la prima squadra con proprietà asiatica a vincere un trofeo europeo. 

Il momento nerazzurro

Nove gol fatti, un solo subito e il roboante 5-0 inflitto allo Shakhtar in semifinale. L’Inter si presenta alla finale di venerdì sera a Colonia in una condizione psico-fisica straripante. Trascinata da un Lukaku inarrestabile, sempre ottima opzione come primo marcatore per le scommesse calcio, la squadra nerazzurra ha dimostrato una maturità e una solidità spesso mancate durante la stagione, specialmente in campionato. La capacità di gestire le partite, di controllarle grazie a una difesa mai così solida. Quattro gol subiti nelle ultime dieci partite, solo uno nelle tre gare in Germania dove ha affrontato attacchi importanti come quello del Bayer Leverkusen e dello Shakhtar.

Eppure l’Inter ora è solida, grazie anche alle scelte, per certi versi coraggiose, di Antonio Conte. Ha messo in panchina Skriniar, fino a qualche mese fa considerato un intoccabile in casa nerazzurra. Ha puntato su un giovane di 21 anni come Bastoni e ha saputo aspettare Godin. L’uruguaiano è stato etichettato da tutti come una delle delusioni di questa stagione in casa nerazzurra. L’ex Atletico ha avuto bisogno di tempo per adattarsi a un nuovo sistema di gioco, ma adesso la sua esperienza e la sua personalità stanno facendo la differenza in Europa League.

Scelte importanti anche a centrocampo, dove Conte sta cavalcando il clamoroso momento di forma di Danilo D’Ambrosio e premia la solidità di Gagliardini piuttosto che la classe e la fantasia di Christian Eriksen. Il danese ha comunque dato risposte importanti entrando dalla panchina e può essere un uomo decisivo anche in finale contro il Siviglia. Tutto, o quasi, passa comunque dai due attaccanti.

L’aver ritrovato anche Lautaro Martinez contro lo Shakhtar, autore di una doppietta, è una grandissima notizia per Conte in vista del match con gli spagnoli. La sua rapidità, la sua capacità di muoversi vicino a Lukaku possono mettere in difficoltà una difesa che ha concesso pochissimo in questa Europa League. E poi c’è la voglia di vincere in Europa di Antonio Conte.

Il tecnico nerazzurro ha già detto che non gli interessa arricchire la propria bacheca personale, ma solo quella del club. È inevitabile però pensare che voglia vincere il suo primo titolo in Europa, rispondendo così alle critiche di chi lo ha etichettato come un allenatore vincente solo in campionato. 

La Siviglia League

Non è sbagliato chiamare così l’Europa League. Il Siviglia è, senza dubbio, la squadra maggiormente legata a questa competizione. Fin dalla doppietta realizzata nel 2005 e nel 2006, quando gli spagnoli guidati da Luis Fabiano, Kanouté e il nostro Enzo Maresca vinsero in finale 4-0 col Middlesbrough ad Eindhoven e l’anno dopo ai calci di rigore contro l’Espanyol a Glasgow.

La storia però è stata scritta dal 2014 al 2016, con la tripletta firmata Unai Emery. Cambiano i giocatori, non il risultato. Con la costante di Ever Banega, che sarà presente anche nella finale di venerdì a Colonia. Il Siviglia di Lopetegui arriva alla finale con un solo gol subito, tra l’altro su rigore, nelle tre partite giocate in Germania. Sono state premiate le difese più solide, anche se gli spagnoli qualche piccola crepa la hanno evidenziata.

E sia col Wolverhampton, sia con lo United, a salvarli è stato il secondo portiere, Yassine Bounou. Ai quarti ha parato il rigore di Jimenez, in semifinale nella ripresa ha salvato di tutto su Rashford, Martial e Greenwood prima del definitivo 2-1 di Luuk De Jong.

In casa Siviglia preoccupano le condizioni di Ocampos, alle prese con una brutta contusione al ginocchio subita nei quarti contro il Wolverhampton, che ne ha condizionato pesantemente la prestazione contro lo UNited. Mentre l’Inter dovrà fare attenzione soprattutto a Sergio Reguilon, terzino sinistro di proprietà del Real che piace al Napoli e che in Germania sta facendo la differenza. Un gol per lui negli ottavi di finale contro la Roma e l’assist in semifinale per il gol del momentaneo 1-1 firmato da Suso. Siamo davanti ad una finale, straordinariamente in equilibrio anche per le scommesse sportive 888!


*L'immagine di apertura è di Sascha Steinbach (Pool Photo via AP).

August 18, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Investitori stranieri, tanti proprietari spagnoli e un’unica traccia tricolore. Tra i Presidenti campioni d’Europa degli ultimi dieci anni si trovano storie uniche e spunti davvero interessanti. Dai presidenti “locali” ai proprietari internazionali, dai progetti a spesa ridotta alle spese folli di chi vuole incidere e ribaltare la storia della propria società.

Le tante differenze tra i vari Presidenti dimostrano come non esista un unico progetto vincente in Europa. Servono idee, investimenti e quel briciolo di fortuna che non guasta mai. Nel 2010 a vincere la Champions League è stato Massimo Moratti, capace di raggiungere un obiettivo che inseguiva da quindici anni. Dopo i due successi del padre Angelo Moratti negli anni Sessanta, l’Inter ha inseguito per oltre 40 anni la coppa dalle grandi orecchie...

Salito alla guida dell’Inter nel 1995, dal 2004 al 2006 ha lasciato la presidenza a Giacinto Facchetti prima di raggiungere nel 2010 la vittoria della Champions League. 

I successi spagnoli

L’anno successivo la coppa vola in Spagna e la vince Sandro Rosell, Presidente del Barcellona dal 2010 al 2014. I blaugrana trionferanno nuovamente in Champions nel 2015, ma alla guida del club catalano ci sarà Josep Bartomeu, subentrato proprio a Rosell nel 2014. L’attuale presidente del Barcellona è nell’occhio del ciclone per i rapporti tutt’altro che buoni con Messi, spesso al centro di voci di mercato che lo vedono lontano da Barcellona, ancora con maggiore insistenza, naturalmente, dopo il clamoroso 2-8 per le scommesse calcio contro il Bayern!

Il Presidente spagnolo che ha scritto la storia recente della Champions League è stato però Florentino Perez. Dal 2000 al 2006 ha vissuto la sua prima avventura alla guida del Real Madrid, vincendo la nona Champions nel 2002 e creando la leggenda dei “Galacticos” con colpi di mercato sensazionali. Tornato alla guida del Real nel 2009 con un mercato faraonico che portò Kakà, Benzema e soprattutto Cristiano Ronaldo a Madrid, è riuscito nel 2014 a vincere, finalmente, la decima tanto attesa dai tifosi del Real. Dal 2016 al 2018 poi è arrivata la storica tripletta con Zidane sulla panchina dei Blancos e per Florentino Perez le Champions League vinte sono diventate addirittura cinque. 

Gli altri

Il dominio spagnolo è stato parzialmente interrotto da due proprietà estere, il primo fu Roman Abramovich che nel 2012ha vinto, in Finale, al secondo tentativo, la Champions League con il suo Chelsea. Arrivato nell’estate del 2003 per ribaltare i Blues, dopo diversi successi in Inghilterra, finalmente è arrivato il successo europeo nel 2012, impreziosito poi l’anno successivo con la vittoria dell’Europa League.

Il Chelsea in finale di Champions ha battuto il Bayern di Uli Hoeness, capace però di alzare la coppa dodici mesi dopo nella finale contro il Dortmund. Il Presidente dei bavaresi è l’unico ex giocatore che fa parte di questa lista ed è stato in carica dal 2009 al 2014, prima della condanna per evasione fiscale. Dopo due anni dalle sue dimissioni è stato nuovamente eletto a Presidente del Bayern Monaco nel 2016. Nel 2019 a vincere la Champions è stato il Presidente e proprietario del Liverpool Tom Werner, ricchissimo investitore americano alla guida dei Reds dal 2010. 

L'Europa League

Due Presidenti capaci di vincere sei delle ultime dieci edizioni dell’Europa League. Da una parte Enrique Cerezo, attivo nel settore cinematografico, numero uno dell’Atletico Madrid dal 2010 e capace di vincere l’Europa League nel 2010, nel 2012 e nel 2018 e arrivando anche in finale di Champions nel 2014 e nel 2016. Dall’altra parte invece Jose Castro Carmona, Presidente del Siviglia dal 2013 e protagonista della tripletta europea degli andalusi dal 2014 al 2016.

Ricordato di Abramovich che è stato l’unico Presidente a vincere entrambe le coppe europee (addirittura doppietta in Europa League nel 2013 e nel 2019), nel 2011 l’Europa League è andata in Portogallo. In carica dal 1982, Jorge Nuno Pinto da Costa ha scritto forse le pagine più belle della storia del Porto. Oltre alla storica doppietta Coppa UEFA e Champions League tra il 2003 e il 2004, i portoghesi sono tornati a vincere in Europa nel 2011.

La prima proprietà americana a vincere una competizione europea è quella guidata da Joel e Avram Glazel, Presidenti del Manchester United. I due americani hanno preso in carica i Red Devils nel 2014 e tre anni più tardi hanno vinto, da strafoviriti per le scommesse sportive 888, l’Europa League nella finale contro un giovanissimo Ajax. 

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Martin Meissner (AP Photo).

August 17, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

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Amarsi e dirsi addio. L’esonero di Sarri dalla Juventus è soltanto l’ultimo caso, prevedibile per le scommesse sportive, di un tecnico allontana dopo aver vinto lo scudetto. Era accaduta la stessa cosa l’anno passato, quando il club bianconero decise di avvicendare Allegri, dopo la vittoria del quinto scudetto consecutivo del tecnico livornese. E prima dell'ex fantasista del Pescara- arrivato in corsa alla Juve - c’era stato il divorzio con Antonio Conte, dimessosi dopo un solo giorno di ritiro perché “Non si può mangiare con 10 euro in un ristorante da 100 euro”..

Un licenziamento dopo lo scudetto è cosa già successa in casa juventina. Sfogliando i libri di storia calcistica, per trovare un episodio simile è necessario risalire all’inizio degli anni ’30: la squadra del Quinquennio d’oro è allenata da Carlo Carcano, almeno fino al dicembre del 1934. 

L’allenatore di Varese ha vinto quattro titoli consecutivi, ma viene esonerato nel dicembre del 1934 con la squadra a soli due punti dalla vetta della classifica. I motivi dell’avvicendamento all’inizio non furono chiari, la verità emerse diversi anni dopo, tra un’indiscrezione e un commento dei calciatori dell’epoca; alla base dell’allontanamento ci sarebbe stata la volontà del Regime che non tollerava la presunta omosessualità dell’allenatore. La Juventus riuscì a evitare lo scandalo, ma non poté fare nulla davanti alla richiesta della politica.

Quattro anni dopo, un altro allenatore lascia la panchina dell’Ambrosiana (Inter) dopo aver vinto lo scudetto. Il suo nome è Armando Castellazzi, a tutt’oggi è il più giovane tecnico ad aver vinto il titolo italiano; da calciatore ha vinto con la maglia dell’Ambrosiana lo scudetto del primo campionato a girone unico: sulla panchina dei nerazzurri c’è l’ungherese Árpád Weisz. Gioca tre partite in Nazionale, e vince il Mondiale del 1934, disputando la sua unica partita del torneo contro la Spagna. Castellazzi decide di lasciare il mondo del calcio ad appena 34 anni.

In casa nerazzurra non è la prima volta che un tecnico ottiene il massimo risultato e si congeda. E’ già successo nel 1920, quando Vincenzo Resegotti ha scelto di lasciare il sodalizio interista per entrare a far parte della Commissione Tecnica della Nazionale Italiana. Il tecnico ha guidato l’Inter nella stagione 1919-1920, è ancora il campionato di Prima Categoria, un torneo diviso per gironi che contempla una fase finale con tre squadre. Nino Resegotti è nato in Lomellina, e la sua storia è particolare: non ha mai giocato a calcio, e prima di sedersi sulla panchina dell’Inter è stato un arbitro.

Nel 1911 è uno dei membri fondatori dell’Associazione Italiana Arbitri, qualche anno dopo la Federazione lo chiama per far parte della prima Commissione tecnica. Poi accetta la guida dell’Inter, ma quando accarezza la gloria, preferisce tornare in Federazione per prendere parte a una nuova Commissione Tecnica.

Roma e Toro

E’ una scelta di vita, come quella dell’allenatore della Roma Alfréd Schaffer, che appena conquistato lo scudetto del 1942 decide di tornare in patria - in Ungheria - per allenare il Ferencvaros; in tempo di guerra, il destino non gli fu propizio: morì appena tre anni dopo, in Bavaria.

Il secondo dopoguerra è caratterizzato dalle imprese del Grande Torino, ma anche qui, ci sono due avvicendamenti singolari dal club granata che riguardano altrettanti allenatori; il primo a lasciare la squadra di Valentino Mazzola è Luigi Ferrero, il tecnico che vince lo scudetto del 1947: lascia il Toro, sceglie la Fiorentina. L’anno successivo sulla panchina granata arriva Mario Sperone; la squadra segna 125 gol in campionato, travolge ogni avversario che gli si pone davanti. Ma al termine della stagione, Sperone viene avvicendato dal presidente Novo che sceglie l’inglese Lievesley; sarà una mossa che gli salverà la vita.

L’intera squadra - compreso Lievesley - morirà appena un anno dopo nella tragedia di Superga.

Le scelte di vita sono alla base dei numerosi divorzi tra i tecnici scudetti e i loro club; anche lo svedese Nils Liedholm fa parte di questo club: ha appena vinto lo scudetto della stella con il Milan, ha visto dalla panchina  l’ultima partita della carriera di Gianni Rivera. Può bastare. L’allenatore decide di tornare alla Roma e accettare la corte serrata del neo presidente giallorosso Dino Viola. Prenderà lo stesso percorso cinque anni dopo, scegliendo di lasciare la Roma prima della finale della Coppa dei Campioni contro il Liverpool: tra i giallorossi e il trionfo, rimasero soltanto undici metri di distanza.

Trap contesissimo sul mercato

Se ne va dalla Juventus anche Giovanni Trapattoni, icona juventina per un intero decennio; dopo aver vinto il suo sesto scudetto in dieci anni, l’allenatore saluta tutti per accasarsi all’Inter.

Negli anni novanta sulla panchina rossonera irrompe Fabio Capello; vince tutto quello che c’è da vincere, e poi lascia il Milan per andare al Real Madrid, regalando un indicazione che lui stesso non saprà rispettare: “Mai tornare in un posto dove si è stati felici”. Lui torna, rinunciando a un’offerta della Lazio, ma la felicità non sarà più la stessa. E torna anche a Madrid, dopo aver allenato la Juventus vincendo due scudetti che verranno cancellati dalla Procura Federale.

Scudetti veri, e scudetti di cartone. L’attuale tecnico della Nazionale Roberto Mancini festeggia il titolo del 2006 a Riscone di Brunico. E’ il 26 luglio 2006, il commissario straordinario Guido Rossi ribalta il verdetto della giustizia sportiva e ufficializza il quattordicesimo scudetto dei nerazzurri.

Roberto Mancini avrà modo di vincere altri due scudetti sul campo. Ma il sogno di Massimo Moratti si chiama Champions League, e al termine della stagione 2007-2008 esonera l’allenatore pesino per accogliere ad Appiano Gentile il portoghese Josè Mourinho. Anche lo Special One vince, anzi vince tutto per gli appassionati di scommesse calcio e se ne va, scolpendo sul marmo della storia un glorioso Triplete.

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Luca Bruno (AP Photo).

August 17, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

Simone Pieretti
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Dopo una sfida a eliminazione diretta, un doppio turno di coppa in totale parità, una finale di un Europeo o di un Mondiale. I calci di rigore hanno contraddistinto i momenti non solo più emozionanti, ma quelli più "al cardiopalma" dei tifosi, tra gli spalti o davanti alla tv, senza fiato e in attesa del feroce verdetto! A tal proposito, dalla redazione di 888Sport.it siamo andati a spulciare tra i casi di penalty interminabili..

 

1) Euro U.21 2007 - Olanda-Inghilterra 13-12

E' il 20 giugno 2007 all'"Abe Lenstra" Stadium di Heerenveen va in scena la semifinale del campionato europeo Under 21. A sfidarsi, i padroni di casa dei Paesi Bassi e l'Inghilterra, in vantaggio fino a un giro di lancette dal novantesimo grazie alla rete di Leroy Lita, attaccante di origini congolesi classe 1984 e all'epoca del Reading, tanto promettente quanto, successivemante, deludente nel corso della sua carriera, tanto  che da tempo frequenta la pancia più profonda del dilettantismo d'Oltremanica, e oggi giochicchia al Nuneaton Borough, in settima serie. All'89', si diceva, il pareggio di Maceo Rigters, altra meteora del calcio ma capocannoniere di quel torneo.

E' 1-1 e, dopo gli infruttuosi tempi supplementari, si va ai calci di rigore. Apriti cielo: per risolvere la contesa ce ne vogliono ben 32! Un autentico record, tanto che ci sarà gente che verrà chiamata in causa due volte dagli undici metri e con esiti opposti. Ad esempio, tra i giovani Orange, Royston Drenthe (che in quella stessa estate si trasferì dal Feyenoord al Real Madrid) prima sbagliò e poi segnò. Sequenza contraria, invece, per Daniël de Ridder.

Nell'Inghilterra, andò alla battuta (segnando) il portiere Scott Carson (stesso discorso per il dirimpettaio Waterman), James Milner (oggi al Liverpool) segnò due volte, mentre ad essere decisivo alla lotteria infinita, furono le battute a vuoto di Matt Derbyshire (parata di Waterman) e di Anton Ferdinand, che colpì la traversa. Sarà il gol di un altro carneade, come il difensore Gianni Zuiverloon, a porre la parola fine alla sequenza da record che vide 13 rigori trasformati per i Tulipani e 12 per gli inglesi.

I Paesi Bassi, 4 giorni dopo, batterono da favoriti per le scommesse calcio la Serbia 4-1 e si laurearono campioni continentali di categoria.

2) Coppa d'Africa 1992: Costa d'Avorio-Ghana 11-10

Tornando parecchio indietro nel tempo, parliamo del 26 gennaio 1992, una sequenza interminabile di calci di rigore, decise addirittura la vincitrice della Coppa d'Africa per nazioni. A sfidarsi, di fronte a una bolgia di 47mila 500 spettatori dello stadio Léopold Sédar Senghor di Dakar, Costa d'Avorio e Ghana. Sul campo, un match scorbutico, senza gol, un derby particolarmente sentito dell'Africa occidentale, che non produce vincitori, né vinti, nemmeno al 120'.

Ai penalty, invece, non si smise più di segnare: finì 11-10 per gli Elefanti, dopo che tutti i 22 in campo si erano incaricati almeno di una battuta e con un errore per parte: Asara per le Black Stars e Tiéhi per gli ivoriani. Ironia della sorte, decisivi furono i giocatori che aprirono la sequenza: da una parte, l'ivoriano dell'ASEC Abidjan Basile Aka Kouamé, difensore che trasformò due volte i propri rigore.

Dall'altra, un altro componente della retroguardia, il ghanese Antony Baffoe (attuale vice-segretario della Confederazione calcistica africana e all'epoca giocatore del Fortuna Düsseldorf, in Germania, dov'era nato) si fa parare la propria seconda conclusione dal portiere del Raja Casablanca, Alain Gouamené. Curiosamente, la Costa d'Avorio vinse al termine di un'altra serie infinita di rigore: 12-11 contro il Camerun, nei quarti di finale della Coppa d'Africa 2006.
 

3) Il record assoluto è in Namibia

Attualmente, però, il primato calcistico fin qui ufficialmente riconosciuto anche per gli esperti di scommesse sportive, appartiene a una partita della Coppa di Namibia - si resta quindi sempre all'interno del continente africano - in cui il KK Palace s'impose 17-16 nei confronti dei Civics Windhoek, al termine di 48 tentativi dagli undici metri. Per citare un altro caso che coinvolge le squadre di club, infine, particolarmente indicativa fu la lotteria dei rigori che caratterizzò la finalissima-derby di Coppa di Grecia tra Olympiacos e AEK Atene, in cui i biancorossi trionfarono al termine di una sequenza che li vide vittoriosi 15-14. Non per deboli di cuore, insomma.

Nuove regole e casi più unici che rari

In tempi modernissimi, si sono aggiunte ulteriori regole alla formula dei rigori. Nel 2017, agli Europei femminile Under 17, si varò la formula "ABBA" (battuta della squadra "A", due della squadra "B" e controrisposta della squadra "A") in sostituzione della classica "ABAB". A partire da quella stessa estate, la Football Association adottò l'idea per le proprie competizioni. E stupì che la patria del calcio e dei puristi di questo sport decise per questo "Coup de theatre". Che, infatti, non riscosse particolare successo. 


Tra le nuove regole, il portiere oggi è chiamato a mantenere almeno un piede sulla linea di porta: in caso contrario l'arbitro potrà utilizzare il VAR (qualora la competizione in questione lo consenta) per decidere se far ripetere oppure no l'esecuzione. Nel caso in cui ci sia un espulso nei 90' o 120', poi, la lista di battitori sarà di 10 per squadra (a scalare, quindi, a seconda dei cartellini rossi).

Ancora, nel caso di parità dopo tutte le esecuzione, eventuali serie di tiri ad oltranza possono venire effettuate con un ordine di tiratori diverso.

Tra gli episodi più curiosi, manifestatosi per giunta in un quarto di finale con Zico da una parte e Platini dall'altra, Mondiale, a Messico 1986, fece particolarmente discutere quello battuto dal laterale transalpino Bruno Bellone: sinistro rasoterra con pallone che prima colpisce in pieno il palo, poi tornando indietro, rimbalza sulla spalla del portiere verdeoro Carlos e si insacca.

Fu un episodio talmente inedito, che dopo mille discussioni, ci volle un anno e una nota ufficiale dell'International Football Association Board prima di stabilire che l'arbitro, il rumeno Ioan Igna, fece bene a convalidare.

*La foto di apertura dell'articolo e' di Sergey Ponomarev (AP Photo). Prima pubblicazione 13 agosto 2020.

October 2, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Ad inizio stagione doveva essere lo Staples Center di Los Angeles il punto focale dei Playoff, specialmente nella Western Conference. Sarà invece l’ESPN Wide World of Sports Complex, in quel di Disney World, il centro della NBA. La “bolla” di Orlando sta tenendo ed ora, dopo otto turni di Regular Season, partiranno i Playoff dopo la qualificazione dei Trail Blazers, usciti vincitori dal Play-in contro i Memphis Griezzlies..

I Blazers dovranno vedersela contro i Los Angeles Lakers, che hanno strappato il primo posto ad Ovest, anche se le loro prestazioni ad Orlando non sono state ottime. Poca fluidità offensiva, una squadra che di fatto si è limitata a gestire le forze in vista dei Playoff. Discorso completamente diverso per Portland, che ha mostrato le solite lacune difensive, ma si presenta alla sfida con i Lakers con un super Damian Lillard. “Dame” ha chiuso la Regular Season con 154 punti in tre partite, prima dei 31 segnati con i Grizzlies, seppurcon brutte percentuali.

Ovviamente favoriti i Lakers, ma attenzione allo stato di forma di Portland che potrebbe allungare la serie e portarla magari anche a Gara-6. Netto favore del pronostico anche per i Clippers nel primo turno contro i Dallas Mavericks. Secondo il pronostico in finale di Conference sarà Derby di Los Angeles, ma i Clippers devono iniziare dalla sfida a Luka Doncic.

Il fenomeno sloveno può infastidire LA, ma il 3-0 nella Regular Season e le enormi qualità difensive degli esterni a disposizione di Doc Rivers (Leonard, George e Beverley) ci portano a pensare che la serie si possa chiudere al massimo in cinque gare.

Denver-Utah e Houston-OKC sono senza dubbio le due serie più equilibrate. I Nuggets partono leggermente favoriti sui Jazz, che soffrono l’equivoco tattico di Conley e Mitchell tra gli esterni e il rapporto logoro tra “Spida” Mitchell e Rudy Gobert. Per quanto riguarda i pronostici, Nuggets vincenti in 5/6 gare, difficile pensare che Utah possa arrivare alla settima.

Potrebbero arrivarci invece Houston ed OKC, ma incide pesantemente sulla serie l’infortunio di Russell Westbrook. Il grande ex non ci sarà ad inizio serie per un problema alla schiena e Houston dovrà affrontare la squadra più sorprendente della stagione. Dati per spacciati ad inizio anno, i Thunder sono sempre stati in zona Playoff e ora vogliono continuare a stupire. Guidati dai veterani Paul, Adams e Danilo Gallinari, finalmente centrale in un progetto da Playoff. Se Westbrook non dovesse recuperare nel giro di una settimana, OKC parte favorita e può vincere la serie in 6 partite. 

Eastern Conference

Tutti contro Giannis e i suoi Milwaukee Bucks. Il greco, MVP in carica, ha avanzato con prepotenza la candidatura dei suoi Bucks per arrivare alle Finals. Fermata a sorpresa dai Raptors di Leonard lo scorso anno, ora Milwaukee non vuole porsi limiti e il primo turno sarà molto agevole. Orlando non ha le carte in regola per dare fastidio ai Bucks, e gli infortuni di Gordon e Isaac hanno ulteriormente indebolito i Magic. Molto probabile per le scommesse NBA uno “sweep” al primo turno per i Bucks, in attesa poi della vincente di Indiana-Miami al secondo turno.

Tra Pacers e Heat sarà battaglia vera, due squadre toste e solide che vogliono passare il primo turno prima di tentare l’impresa contro i Bucks. Tanti gli acciaccati da ambedue le parti, ma l’esperienza di Miami può fare la differenza. Indiana può contare sulla straordinaria condizione fisica di TJ Warren, secondo realizzatore dietro a Lillard nella “bolla” di Orlando. Nonostante questo, probabile che alla fine la spunterà Miami ma la serie può arrivare almeno a gara-6 e non è da escludere una bollente gara-7.

Se non fosse per l’infortunio di Ben Simmons, Boston-Philadelphia sarebbe senza alcun dubbio la serie più interessante del primo turno. Lo è per storia, ma l’equilibrio di questa sfida è tutto nelle mani, straordinarie, e nelle fragili gambe di Joel Embiid. Il centro camerunese è l’unico, ad Est, in grado di competere per qualità e fisicità con Giannis Antetokoumpo ma da solo farà fatica a mettere in difficoltà i Celtics. Boston ha profondità e un grande allenatore, ambedue cose che non può vantare Phila.

Il pronostico per le scommesse basket porta a dire Boston in 6 gare, se Embiid dimostra di vivere un momento di condizione strepitosa i Sixers possono strappare Gara-7 e addirittura mettere a segno il colpaccio.

L’ultima sfida è tra i Toronto Raptors e i Brooklyn Nets. I canadesi, campioni in carica, sono stati la grande sorpresa ad Est dopo l’addio di Leonard. Le previsioni erano nefaste, qualcuno parlava di un’annata negativa, con la possibilità di non fare i Playoff. Nick Nurse invece ha portato i Raptors al secondo posto ad Est e nel primo turno con ogni probabilità avranno vita facile sui Nets. Brooklyn si è presentata ad Orlando con la “squadra B” visti i tantissimi infortuni e il massimo obiettivo per i Nets può essere quello di vincere una partita contro i Raptors.

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Kevin Kluo (AP Photo).

August 16, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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