Il 14 settembre 1980, il campionato italiano riaprì le frontiere accogliendo ben 11 calciatori provenienti da Federazioni estere. Il loro rendimento fu direttamente proporzionale al valore economico speso, tanto che l’anno successivo quasi tutti i club di Serie A si presentarono con uno straniero in squadra; nel 1981-82, l’unico calciatore straniero a essere “tagliato” fu il brasiliano Eneas del Bologna, prima scambiato con Herbert Neumann dell’Udinese, poi ceduto dai friulani al Palmeiras poche settimane dopo.

Tra le cinque società che nella stagione precedente avevano resistito all’acquisto esotico, tre questa volta cedono alla tentazione, il Brescia - retrocesso - non può schierare giocatori provenienti da federazioni estere, l’unico club che resta senza straniero è il Cagliari allenato da Paolo Carosi.

Dopo Danuello, Fortunato e Neumann, raccontiamo altre tre storie straordinarie che ci fotografano strumenti completamente diversi rispetto all'attento processo di scouting attuale! 

François Zahoui

Ascoli, Catanzaro e Como presentano tre giocatori che non lasceranno mai il segno. Nel capoluogo piceno arriva l’ivoriano François Zahoui, pagato dieci milioni di euro. Il presidente Rozzi lo scova in un torneo giovanile di Marsiglia: gioca nella squadra africana Stella Club di Abidjan, è un attaccante rapido e promettente: ha appena vent’anni, lavora in una fabbrica di bottiglie di vetro. Il club marchigiano per giocare gli offre un contratto al minimo sindacale, e per lui è già un successo.

Ma una volta arrivato ad Ascoli, la simpatia e l’entusiasmo del giocatore non fanno breccia su Carletto Mazzone che lo manda in campo soltanto otto volte in tutto il campionato. Il suo esordio arriva il 28 ottobre 1981, a Firenze: il tecnico lo fa entrare nell’ultimo quarto d’ora per cercare di mantenere il prezioso pareggio.

“De Ponti era l'unico in avanti e nel finale, svolgeva compiti di copertura lasciando a Zahoui la parte del guastatore - scriverà l’indomani l’inviato de La Stampa Bruno Bernardi - Il negretto della Costa d'Avorio si faceva pescare sempre in fuorigioco, ma pare che fosse nei piani di Mazzone questo atteggiamento per perdere tempo. E' proprio vero che ormai i tecnici le studiano tutte”. Nel campionato successivo Zahoui colleziona altre tre presenze, prima di sposare una nuova avventura in Francia.

Viorel Nastase

Il Catanzaro la stessa estate scelse Viorel Nastase. La storia del primo giocatore rumeno approdato in Italia vale la pena di essere raccontata, somiglia a quelle di tanti altri sportivi dell’Europa dell’Est che - durante la guerra fredda - hanno conquistato la propria libertà al di là del Muro.

Viorel è un predestinato, a sedici anni gioca già nella prima divisione rumena con la maglia del Progresul. Il ragazzino si mette in luce, tanto che l’anno successivo si trasferisce allo Steaua Bucarest, squadra del dittatore Nicolae Ceaușescu: per ovvie ragioni, la formazione è destinata a vincere, almeno in Romania. E quando si presenta in Europa, quanto meno ci prova. Accadrà - in maniera trionfale e del tutto inaspettato per le scommesse calcio - nel 1986, in Coppa dei Campioni, contro il Barcellona.

Ma siamo ancora nella stagione 1971-1972, l’avversario è lo stesso, la competizione è diversa; Barcellona e Steaua Bucarest si affrontano in coppa delle Coppa; i catalani hanno scelto per la panchina il santone olandese Rinus Michels, al Nou Camp non è ancora tempo di Johann Cruijff, ma ci arriveremo.

Questa è la notte di Viorel Nastase, che con un gol decide la partita di andata contro i catalani. Vittoria di misura, la qualificazione è ancora in bilico, e quando nella sfida di ritorno il Barcellona trova il vantaggio con Juan Manuel Asensi, per la formazione del regime sembra finita. Ma a questo punto entra in scena ancora Nastase che realizza una doppietta nel giro di sette minuti, ribaltando il risultato.

La Romania gli va stretta, Nastase è un uomo libero imprigionato in una rete dorata: è l’idolo di Ceaușescu, che non intende lasciarlo andare per nessuna ragione al mondo. Ma l’attaccante trova il guizzo vincente nell’estate del 1979; nel primo turno di Coppa delle Coppe, il sorteggio ha indirizzato la squadra rumena a Berna, contro lo Young Boys: quando il dirigente dello Steaua - prima della partita - fa l’appello sul pullman della squadra, Nastase non risponde.

E’ fuggito via, ed è il suo dribbling più bello. Riapparirà un anno dopo, al Monaco 1860, al fianco di un giovanissimo Rudy Voeller.

Nastase arrivò in Italia a 28 anni, consumato da una voglia di libertà sfogata con tutti gli eccessi del caso, dopo la repressione degli anni giovanili della dittatura; a Catanzaro - nelle tre stagioni in cui vestì la maglia giallorossa - non fece mai la differenza mettendo insieme la miseria di tre gol, uno per stagione ed un ricordo indelebile del gol qualificazione al San Paolo in Coppa Italia.

Concluse la sua esperienza calabrese ciondolando, tra un bar e un night club: una notte - stanato dal suo allenatore Bruno Pace - pensò bene di invitarlo al suo tavolo e offrirgli da bere qualcosa di forte, come la sua voglia di libertà. “Mister, per me whisky con ghiaccio!”.

Dieter Mirnegg

Dieter Mirnegg è il difensore che il Como sceglie per affrontare il campionato. Più che giocare a calcio, è uno sciatore provetto. L’Udinese lo prende in prova per disputare il Torneo di Capodanno, disputato per consentire alla Nazionale italiana di partecipare al Mundialito organizzato per il Centenario della Federazione uruguaiana: Mirnegg fa una gran figura, segna una doppietta alla Juventus; il torneo lo vince clamorosamente l’Ascoli che in finale batte la Juve per due a uno.

Durante il calcio mercato estivo tuttavia è il Como a gettarsi senza remore sul difensore austriaco Mirnegg, ma i soldi versati al Duisburg non sono ben spesi: gioca soltanto undici partite, il Como scivola in Serie B.

In totale, i volti nuovi nella seconda stagione del calcio senza frontiere sono otto: la metà delle formazioni della Serie A ha in rosa un nuovo straniero; il Milan si presenta con lo squalo Joe Jordan: il soprannome deriva dalla dentatura, il centravanti ha perso i due incisivi superiori, e quando gioca, si toglie la protesi. Senza denti, l’attaccante non morde: i rossoneri retrocedono.

Il Milan miglior difesa del campionato per le scommesse Serie A si gioca @quota 10!

Il Cesena trova il contropiedista austriaco Walter Schachner, grazie ai suoi 9 gol porterà i romagnoli alla salvezza. L’Udinese - dopo aver ceduto Neumann al Bologna, acquista il difensore brasiliano Orlando Pereira: ha 31 anni, è il suo ultimo anno di carriera, viene in vacanza nel Bel Paese.

La scelta della neopromossa Genoa ricade sul belga René Vandereycken che ripaga la fiducia dei dirigenti. Questi i pionieri di inizio anni ’80: poi arriva Platini, e per oltre un decennio il campionato italiano sarà di gran lusso, sarà ostriche e champagne.

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Carlo Fumagalli (AP Photo).

September 14, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

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Tutti contro Rafa Nadal in quella che è casa sua. Dopo l’avventura in USA tra Cincinnati e US Open, scattano gli Internazionali di Roma che daranno il via alla stagione sul rosso. Il mondo del tennis si sposta dunque in Europa ed inizierà proprio a Roma. Mancheranno gli appassionati sugli spalti, ma ci saranno tantissimi campioni che proveranno a sfidare Rafael Nadal. Lo spagnolo è reduce da due vittorie consecutive a Roma, dove ha trionfato per ben nove volte e va alla caccia del decimo successo.

Il fenomeno ispanico favorito sia a Roma che al Roland Garros però non gioca dalla finale di Acapulco del 1 marzo e le sue condizioni fisiche sono un’incognita. Discorso molto simile che si può fare per Novak Djokovic, che di certo non è stato straordinario negli Stati Uniti. Il serbo dopo la clamorosa squalifica agli US Open si vuole riscattare e cerca un successo a Roma che manca dal 2015 quando sconfisse in finale Roger Federer. Djokovic sarà la testa di serie numero uno nel torneo di Roma, dove ci sono comunque alcune incognite.

Il torneo distribuisce oltre 5 milioni di euro tra edizione maschile e femminile ed assegnerà 1.000 punti ATP al vincitore.

Grossi punti interrogativi legati soprattutto ai possibili favoriti alle spalle dei due che partiranno in prima fila. Le assenze di Medvedev e dei finalisti di New York Thiem e Zverev, aprono il tabellone per diversi giocatori che vogliono stupire. Attenzione a Stefanos Tsitsipas, quotato @13 per le scommesse tennis: il greco vuole riscattarsi dopo la disastroso sconfitta con Borna Coric agli US Open.

A Roma si vedranno Monfils e Wawrinka, entrambi rimasti in Europa dopo aver rinunciato alla campagna americana giocata nella bolla di New York. Sulla terra rossa possono stupire giocatori solidi come Goffin e Diego Schwartzman, mentre arrivano a Roma con ottime sensazioni dopo New York Rublev e Alex De Minaur che ricordiamo battere da sfavorito Shapovalov per le scommesse Coppa Davis.  

Gli italiani

Non arrivano in grandissima condizione gli azzurri al torneo di Roma. Le ambizioni tricolori sono però importanti, a cominciare dal padrone di casa Matteo Berrettini. Il tennista romano non è riuscito a ripetere lo straordinario US Open dello scorso anno, ma ha comunque raggiunto gli ottavi di finale prima di essere sconfitto da Rublev. Berrettini aveva iniziato alla grande nel primo set, poi è calato alla distanza dimostrando una condizione fisica non straordinaria.

Giocare a Roma in match da due su tre, non tre su cinque come a New York può dare una grossa mano a Berrettini. L’azzurro si presenterà come testa di serie per la prima volta a Roma, l’anno scorso dopo l’impresa con Zverev non gestì al meglio le aspettative e perse contro Schwartzman.

Le speranze azzurre passano da Berrettini ma anche da Fabio Fognini, che al contrario del romano ha deciso di non andare a New York. Il ligure è rimasto in Europa, ma la sua prima uscita è stata molto preoccupante: un nettissimo 6-1 6-2 incassato dal qualificato Huesler al secondo turno dell’Austrian Open, dove Fognini era la testa di serie numero uno.

Per Berrettini sorteggio abbastanza insidioso, il romano come Fognini inizierà dal secondo turno e può trovare sulla sua strada Struff, reduce da un buonissimo US Open e da tabellone il possibile quarto di finale sarà con Goffin, che ricordiamo ai quarti di finale per le scommesse Wimbledon nell'ultima edizione londinese. Fognini invece si trova nel lato di tabellone di Tsitsipas, suo possibile avversario ai quarti, mentre al secondo turno il ligure affronterà il vincente di Anderson-Humbert.

Chi può stupire è Jannik Sinner, 19 anni e tanta voglia di dare spettacolo a Roma. Il giovanissimo gioiello del tennis italiano giocherà il primo turno contro Benoit Paire. Sorteggio negativo per l’altoatesino, che dovrà vedersela con un avversario di tutto rispetto al primo turno e qualora dovesse batterlo affronterà al secondo turno Stefanos Tsitsipas, sfidato la scorsa stagione sempre al Foro Italico.

Cammino molto duro anche per Salvatore Caruso, che al primo turno se la vedrà con un qualificato ma qualora dovesse vincere incontrerà subito Novak Djokovic.

Partite tutt’altro che agevoli per gli altri due italiani già presenti nel tabellone al primo turno: Travaglia se la giocherà con l’americano Taylor Fritz, mentre Mager dovrà affrontare la testa di serie numeri dodici Grigor Dimitrov

Per il torneo WTA, favorita la Halep.

*L'immagine di apertura è di Andrew Medichini (AP Photo). Le quote indicate nell'articolo sono aggiornate al 14 settembre 2020.

September 14, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Piccolo, furbo e vince sempre lui. Non c’è da meravigliarsi se, sin da quando è bambino, Dragan Stojković è noto a tutti in famiglia come Piksi. Che volendo è una traslitterazione di “pixie”, folletto, ma deriva invece dal titolo di un celebre cartone animato, “Pixie and Dixie and Mr. Jinks”, in cui una coppia di topolini riesce costantemente ad avere la meglio su un gatto pasticcione.

 

E anche in campo, spesso e volentieri, andava così. Il piccoletto (1,74m, per i chilogrammi parlano ampiamente le maglie sempre troppo grandi) non avrà avuto un fisico statuario, ma se il pallone gli finiva tra i piedi non c’era modo di toglierglielo. A meno che lui stesso non decidesse di calciarlo in porta o di regalare un assist ai compagni.

La carriera di Dragan, classe 1965, comincia a Niš, in Serbia. Da quelle parti sono abituati a dare i natali a personaggi importanti come gli imperatori Costantino il Grande o Giustino I. E con la maglia del Radnički Niš, ad appena sedici anni, Piksi comincia a far capire che il trono potrebbe prenderselo anche lui. Puntuale come un orologio svizzero, dopo quattro anni arriva la chiamata dalla capitale.

La Stella tra le Stelle

La Stella Rossa Belgrado raduna i migliori calciatori di tutta la Jugoslavia e Stojković non fa eccezione. Di quella squadra piena di campioni, lui è quello che emerge di più a dispetto del fisico. Le sue giocate permettono alla Zvezda di vincere due campionati e a Darko Pančev di laurearsi capocannoniere.

L’estate che però cambia la carriera di Piksi è quella del 1990. In Italia, a poche centinaia di chilometri dalla sua Jugoslavia, c’è il canto del cigno della nazionale balcanica. Pochi mesi dopo da quelle parti cominceranno purtroppo a cantare i cannoni, ma la “Jugo” che si presenta nello Stivale è uno spettacolo. Accanto a Stojković e Pančev ci sono Katanec, Bokšić, Prosinečki, Jarni, Savićević e Šuker, manca solo Zvone Boban che è stato squalificato per un anno dopo gli incidenti tra Stella Rossa e Dinamo Zagabria.

La stella assoluta però è Dragan, che con il suo numero 10 trascina i compagni di forza ai quarti di finale. Le sue due reti contro la Spagna agli ottavi (con una punizione da antologia) illudono una nazione intera, prima dell’eliminazione ai quarti, ai calci di rigore, contro l’Argentina. Tra i tre che sbagliano, c’è anche Stojković. E la sua storia con i tiri dal dischetto non finisce qui.

Subito dopo il mondiale, arriva una chiamata importante. È Franz Beckenbauer, fresco di titolo iridato con la Germania Ovest. Il Kaiser è stato convinto a suon di soldi da Bernard Tapie a diventare allenatore dell’Olympique Marsiglia e ha chiesto il suo acquisto. A venticinque anni, Stojković diventa il numero 10 di un’altra squadra piena di campioni: Papin, Cantona, Waddle, Deschamps, Tigana e Abedì Pelè.

E la stagione 1990/91 sembra decisamente quella della consacrazione. L’OM vince il titolo di Francia e si fa strada fino alla finalissima della Coppa dei Campioni, al San Nicola di Bari. Ma Piksi gioca poco, perché un infortunio al ginocchio lo tiene per parecchio lontano dal campo.

Quando torna, in panchina trova Goethals e soprattutto di fronte, nell’ultimo atto continentale, la “sua” Stella Rossa. La finale è considerata tra le più brutte di sempre e si decide dal dischetto. Stojković, però, si rifiuta. Non può tradire i suoi vecchi compagni. “Se lo sbaglio sono jugoslavo e a Marsiglia mi ammazzano. Se lo segno, non posso più tornare nel mio paese”. Il ragionamento non fa una piega. E alla fine, vincono gli jugoslavi.

Per le scommesse calcio, in Francia il 13 settembre si gioca un apertissimo Paris - Marsiglia!

L'arrivo a Verona

Ce n’è abbastanza per una rottura e per un addio inatteso. Ma mai quanto la nuova destinazione di Stojković. Una neopromossa, per quanto dal curriculum importante. Nel 1985, l’Hellas Verona aveva conquistato un clamoroso scudetto. Sei anni dopo tornava in A dopo un anno di purgatorio tra i cadetti. I tre stranieri scelti dal presidente Mazzi sono il rumeno Răducioiu, lo svedese Prytz, già protagonista della promozione, e Piksi, pagato dieci miliardi di lire.

Le aspettative, però, non corrispondono alla realtà. Il ginocchio che lo ha già tormentato negli anni precedenti continua a dargli noie e nella sua unica stagione in Serie A Stojković raccoglie solamente 19 presenze e una rete, in un pareggio esterno ad Ascoli.

Nel mezzo, due rigori sbagliati, con tanto di infortunio sulla ribattuta di uno dei due. Non mancano i problemi disciplinari: nella prima amichevole stagionale arriva un’espulsione con tanto di mega-squalifica da scontare in campionato. Insomma, un’annata da dimenticare. E quando gli Scaligeri tornano in Serie B, anche Piksi decide di tornare indietro.

Per gli appassionati di scommesse Serie A, il Verona giocherà in casa entrambe le partite dei primi due turni di campionato.

Al Marsiglia, però, non è più una delle stelle. E dire che nella stagione 1992/93 arriva per i francesi la gioia della vittoria in Champions League contro il Milan. Stojković quella partita non la gioca per infortunio, così come molte altre nell’annata seguente. Poi l’OM retrocede d’ufficio per il caso Valenciennes e a neanche trent’anni un campionissimo come lui resta senza squadra. E la scelta, anche stavolta, è inattesa. Il Giappone, all’epoca l’ultima frontiera del calcio mondiale.

Il gol dalla panchina

La carriera di Piksi termina nel 2001, dopo sette anni nel campionato del Sol Levante con la maglia del Nagoya Grampus e con in bacheca due Coppe dell’Imperatore. Nel mezzo, un ottimo mondiale 1998, con al braccio la fascia di capitano della Jugoslavia (allora Serbia e Montenegro) e “rubando” di nuovo il numero 10 al rivale Savicevic. In nazionale per Stojković 43 presenze e 6 reti, non proprio il bottino che ci si aspetta da uno dei calciatori più importanti della storia dei Balcani. 

Un po’ il riassunto stesso della sua carriera, un susseguirsi di alti e bassi. E quello che poteva essere un Piksi senza infortuni lo si intravede per un attimo, in un video che diventa virale ai tempi dell’esperienza da allenatore del Nagoya Grampus, coronata con la vittoria del campionato nel 2010. Gioco fermo, calciatore a terra, il portiere getta il pallone fuori alla rinfusa.

Ma dalla panchina qualcuno coglie l’occasione: Stojković, che con un tiro al volo da cinquanta metri spedisce la sfera in rete ed esulta tra gli applausi del pubblico. Del resto, essere campioni è come andare in bici. Impossibile dimenticarsi come si fa…

*L'immagine di apertura è di Armando Franca (AP Photo).

September 12, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Sfidiamo chiunque a stilare una lista di calciatori che nella loro carriera possono vantare di aver giocato in Italia nel Milan, nella Roma, nella Juventus e a Firenze. Ma anche Liverpool e Sporting Lisbona all’estero, senza contare i diversi infortuni che hanno limitato la brillantezza in alcuni momenti della carriera. 

Tant’è che la sua storia, vissuta attraverso i soprannomi che gli sono stati affibbiati, parte dall’iconico “Principino”, dovuto alla somiglianza con Giuseppe Giannini detto il Principe, e “Swarovski”, a causa della sua fragilità muscolare. 

Parliamo comunque di carriera di assoluto rispetto da calciatore e una da allenatore inaugurata con la vittoria della Coppa Italia Primavera con la Fiorentina. Insomma, il meglio deve ancora venire (?).

Tecnica e carattere del “Principino”

Alberto Aquilani è uno che alle pressioni dell’ambiente ha potuto rispondere quasi sempre sul campo con la qualità. Ha mostrato fin da subito le sue doti imponendosi in una Roma instabile, quella dei 4 allenatori in una sola annata (Prandelli, Völler, Delneri e Bruno Conti), sempre con il numero 8 sulle spalle (per 5 stagioni). Una squadra con dei nomi pesanti come Totti e Montella, e con giovani che volevano imporsi, come ad esempio De Rossi. 

Ma come anticipato, per Aquilani le aspettative alte hanno costellato la sua esperienza. Prendiamo Liverpool ad esempio. L’ex Roma si approcciava ai Reds dopo uno dei suoi più grandi infortuni. Quasi un crocevia per la carriera. Eppure, dopo i debutti con la maglia del Liverpool prima in coppa e poi in campionato da subentrato, colleziona la sua prima presenza da titolare il 9 novembre contro il Birmingham, strappando la standing ovation al suo pubblico al momento dell’uscita dal campo.

Mica male quando capita in un palcoscenico di nome Anfield. Alla lunga però, in carriera, ha pesato più il fisico di cristallo che il talento cristallino. 

Il futuro da allenatore

Dal 2019 è diventato allenatore. Ha cominciato con l’under 18 della Fiorentina, fino ad affacciarsi in prima squadra come collaboratore tecnico di Iachini. Ora è il mister della Primavera. 

Tra le tante scommesse Serie A pubblicate da 888sport, la Fiorentina è favorita @1.60 nello speciale testa a testa con il Sassuolo!

Grande occasione in panchina per Aquilani con importanti responsabilità legate ai risultati e, soprattutto, alla crescita dei ragazzi. Il primo impatto è stato un po’ come quella volta ad Anfield: memorabile, subito la Coppa Italia.

La speranza, ma anche la convinzione, è quella che la carriera da allenatore restituirà ad Aquilani le soddisfazioni e i trofei che da calciatore non sono arrivati.
Uno da seguire con la lente di ingrandimento, parola di chi di numeri 8 se ne intende. 

*Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer.

September 11, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Nominare Ciro Immobile ha significato a lungo parlare…di gol. L’attaccante della Lazio ha portato a casa una meritatissima Scarpa d’Oro, la terza vinta da un italiano dopo i trionfi consecutivi di Luca Toni e Francesco Totti tra 2006 e 2007.

I numeri di Ciro Immobile

Gli altri Nove Azzurri

Gli altri attaccanti segnano di più

Il ritorno di Benzema con la Francia

Gnonto e Retegui

I numeri di Ciro Immobile

Per lui solo una stagione (quella 2018/19) sotto quota venti gol, mentre in quella precedente ne erano arrivati addirittura 41. Insomma, non sembra esserci davvero modo di fermare Immobile in campionato... a meno di non mettergli addosso la maglia azzurra.

Quella che colpisce il centravanti biancoceleste in nazionale sembra una vera e propria maledizione. Per lui con l’Italia 41 presenze e appena 10 reti.

Immobile in gol contro il Cagliari!

Mancini, ad esempio, spesso lo ha alternato con Belotti, un altro il cui score con la nazionale non è esattamente positivo (28 presenze, 9 gol).

Indubbio che, nonostante le difficoltà incontrate con la rappresentativa azzurra, Immobile meriti fiducia, perché il gol ce l’ha nel sangue. E forse, visti gli ultimi anni, il problema non è poi così relativo al laziale (o a Belotti), quanto endemico alla nazionale italiana che ha vinto, come a Wembley, anche in serata di luna storta dei nostri centravanti!

Raspadori!

Gli altri Nove Azzurri

Andando a spulciare le rose delle ultime grandi competizioni, risulta evidente che l’Italia non ha un “9” di livello mondiale ormai da parecchio. A Euro 2016, Conte si è affidato a un attacco atipico composto da Pellè ed Eder, non proprio due “spacca porte”.

Il centravanti titolare di Prandelli, sia ad Euro 2012 che al Mondiale 2014, era Balotelli, l'ultimo attaccante a realizzare una doppietta pesante in Nazionale, ma il talento di SuperMario è sempre stato troppo intermittente per poterlo considerare un attaccante tra i più forti del mondo.

E lo confermano anche i numeri, che parlano di 14 gol in 36 presenze in azzurro, cifre… da Immobile. Va ancora peggio in Sudafrica nel 2010, quando Lippi porta in attacco un paio dei reduci della vittoria nel 2006 (Iaquinta e Gilardino), affiancati da Pazzini.

Insomma, l’ultimo vero bomber in azzurro sembra essere Luca Toni, che gioca Euro 2008 (senza mai segnare) ed è protagonista in Germania nel 2006 ma va a segno solo due volte, sempre nei quarti di finale contro l'Ucraina. E anche le sue statistiche non sono di quelle memorabili: 47 partite, 16 gol.

Un po’ meglio forse Pippo Inzaghi, anche lui iridato nel 2006, che ha chiuso la sua carriera in nazionale con 57 presenze e 25 marcature, che lo rendono il sesto miglior marcatore di sempre nella storia azzurra. E forse il problema… è tutto qui, considerando che il capocannoniere della nazionale, Gigi Riva, è a quota 35 e per le idee tattiche dell’epoca non era neanche un vero numero 9.

Così come non lo erano naturalmente Baggio e Del Piero, a quota 27 entrambi. E se si cercano centravanti veri si deve tornare agli anni tra le due guerre per trovare Meazza (33) e Piola (30). Anche bomber conclamati come Vieri (23) e il Pallone d’Oro 1982 Paolo Rossi (20) sono parecchio indietro in classifica.

Gli altri attaccanti segnano di più

Fatti un paio di calcoli, è evidente che con l’Italia… non si segna, soprattutto facendo un rapido paragone con le altre nazionali di un certo livello. Cristiano Ronaldo magari non fa testo (112 gol con il Portogallo), così come i 77 gol di Pelè con il Brasile.

CR7 esulta con la maglia della sua nazionale!

Ma già i 71 di Klose con la Germania dovrebbero rendere l’idea, così come i 70 di Messi con l’Argentina. La Spagna è a 59 con David Villa, come l’Uruguay con Luis Suarez, l’Inghilterra supera comunque quota 50 con Rooney (53) e lo fa anche la Francia con i 51 di Henry.

Delle big restano solo l’Olanda, con le 50 marcature di Van Persie, che comunque sono 15 in più del miglior marcatore azzurro e Lukaku, nel pieno della sua carriera, è già a 52 gol con il Belgio... Paradossalmente, va ancora peggio se si valutano nazionali “minori”.

Ibrahimovic alla data di prima pubblicazione di questo articolo ha segnato 62 gol con la Svezia ed è insidiato da Lewandowski, a quota 61 con la Polonia e prossimo avversario per la Nations ad ottobre in una gara che si annuncia equilibrata per le quote di 888sports. Subito dietro il meraviglioso attaccante del Bayern, spunta Dzeko, che ha all’attivo 59 marcature con la Bosnia. 

Dove sta la differenza? Di certo nel fatto che, almeno nel caso delle selezioni più “piccole” spesso e volentieri la squadra gioca solo ed esclusivamente in funzione del suo bomber, che è l’unico terminale offensivo e di conseguenza, se non fosse altro per una semplice questione numerica, segna più degli altri.

C’è anche una questione di qualità media della squadra. Se la stella non è (o non è solamente) il centravanti, probabile che siano anche gli altri a prendersi l’onore e l’onere di segnare e i numeri di Baggio e Del Piero, da questo punto di vista, validano la tesi.

Il ritorno di Benzema con la Francia

Straordinaria l'incidenza realizzativa di Benzema alla sua seconda "vita" calcistica con la Francia!

Benzema a segno a San Siro

Il capitano del Real non solo è implacabile sotto porta, ma non ha problemi a fare qualche corsa all'indietro per coprire Mbappè...

Immobile, per rimanere all’attualità, non appartiene alla stessa categoria del centravanti della nazionale francese. In Nazionale, non è come nella Lazio il fulcro della manovra e sfogo preferito degli assist di Luis Alberto; ad esempio nel match con l’Olanda lo si è visto, spesso, svariare sulla sinistra, tanto da offrire, per la rete decisiva in un Under difficile da prevedere per i pronostici e consigli sulle scommesse, un cioccolatino a Barella, che si inserisce e segna, ma centravanti proprio non è.

Se l’Italia di Mancini, come fanno la Polonia o la Bosnia, giocasse “per” Immobile, di certo l’attaccante laziale ne beneficerebbe assai. E pur non raggiungendo le cifre mostrate in campionato, con tutta probabilità Ciro avrebbe una media gol ben superiore a quella attuale, che parla di una marcatura ogni quattro partite circa.

Ma l’Italia non è pronta (e a ben vedere non lo è stata mai) a sacrificare la bontà tecnica e tattica di una squadra intera per far sì che il suo 9, che sia il bianconceleste, Belotti o chi per loro, possa aumentare le sue statistiche. Il modo di intendere il calcio degli azzurri è da sempre diverso. E pazienza se i centravanti alla fine a livello internazionale sembrano soffrire.

Gnonto e Retegui

Un qualcosa che ha notato anche lo stesso Roberto Mancini, che non per nulla si è messo al lavoro per individuare quello che potrebbe essere il nove del futuro della nazionale italiana. 

E visto che alcuni di quelli che sono nel giro della nazionale non giocano con continuità, il CT con le sue convocazioni ha preferito dare fiducia a chi invece sta vedendo il campo con frequenza.

È il caso di Willy Gnonto, che tra Zurigo e Leeds United ha già oltre 2000 minuti giocati in stagione.

Il problema per il Mancio è stato che Gnonto, che con l’Italia ha giocato da centravanti contro l’Ungheria e ha già battuto il record del gol più giovane in Nazionale, a Leeds gioca da attaccante esterno.

Willy Gnonto

Ecco perchè il tecnico ha guardato anche…oltreoceano, con la convocazione di Mateo Retegui.

Il centravanti del Genoa, ha il passaporto italiano grazie alle origini siciliane e visto che in Superliga Argentina stava segnando a ripetizione, Mancini lo ha chiamato, ricevendo un sì convinto dall’attaccante; 2 reti in 2 partite per l'oriundo ...2.0!

Non bisogna poi dimenticare nel novero dei giovani attaccanti il classe 2006 Simone Pafundi, di cui il CT parla sempre benissimo. Ma considerando che il talento di Monfalcone gioca poco anche nell’Udinese, è difficile pronosticare che la 9 vada a lui a breve…

Retegui ha subito segnato 2 gol anche con Luciano Spalletti.

Intanto, la Scarpa d’Oro a Immobile non la toglierà comunque a nessuno, così come la considerazione degli addetti ai lavori. E poi, guardando alla bacheca, con quattro Mondiali e due Europei, quello di Wembley davvero meraviglioso, si potrebbe pensare che il metodo, in fondo, funzioni eccome...

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 10 settembre 2020.

March 22, 2024

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Torna il grande calcio europeo e, naturalmente, non poteva mancare il TOTO8! Le prime due partecipazioni al TOTO8 2020/2021 sono completamente gratis per gli utenti registrati e potrebbero coincidere con il primo palinsesto stagionale, con partite della Premier e della Liga e con quello del prossimo weekend che avrà in cartellone l’esordio della nuova stagione di Serie A!

Il jackpot!

Dalla sterza partecipazione al gioco, basterà aver giocato 25 euro dopo la mezzanotte tra domenica e lunedì e, ovviamente, entro l'inizio del primo incontro in schedina, per ricevere il bonus di 1 euro che consente di indovinare gli 8 pronostici del TOTO8 e vincere il jackpot di 888 euro!

Il TOTO8!

Come si gioca?

Giocare al TOTO8, come sempre, è semplicissimo: accedi al tuo conto 888sport, registrati adesso se non hai ancora un conto. Leggi gli incontri in palinsesto e pronostica l’esito delle 8 partite selezionate (1X2):  se fai 8 su 8, vinci 888€!

Attenzione, se non fai 8 su 8, ricevi 1€ di Bonus per ogni pronostico corretto!

Le novità

A differenza dell'edizione precedente, chi fa 8 su 8, vince 888 euro a prescindere dal numero di utenti registrati che indovineranno tutte le gare dell'intero palinsesto. Ogni 7 giorni, aggiorneremo sulle nostre pagine il numero dei vincitori della settimana e, perché no, confronteremo la competenza della comunità di 888sport italiana rispetto a quella degli altri mercati europei!

La prima schedina

Avranno più facilità nel ponderare le squadre che usciranno vincitrici dalla prima giornata di Liga e Premier gli appassionati di calcio internazionali: il big match tra gli 8 in palinsesto è sicuramente Tottenham - Everton, un capitolo in più di uno dei duelli che hanno caratterizzato maggiormente le competizioni europee degli ultimi 15 anni, Mou vs Ancelotti!

September 9, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Il 14 settembre 1980 i calciatori stranieri tornavano a calcare i campi di calcio italiano, dopo un embargo durato quattordici lunghi anni. Nessuna questione politica, soltanto una decisione presa dalla Federcalcio all’indomani dell’eliminazione dell’Italia dal Mondiale inglese del 1966 per mano di Pak Doo Ik, inaspettato goleador. Il sicario di Middlesbrough - oltre a far scorrere i titoli di coda sul torneo dell’Italia - chiuse a doppia mandata le frontiere.

Da quel momento, la Figc approvò il veto di tesserare calciatori provenienti da altre federazioni, mentre quelli che già partecipavano al campionato ebbero la possibilità di restare; l’ultimo ad arrendersi fu il gringo Sergio Clerici che disputò il suo ultimo campionato nella Lazio allenata da Luis Vinicio: correva l’anno 1978, undici presenze e un solo gol - decisivo - contro l’Inter, realizzato nei minuti finali, dopo una sfida giocata sotto una pioggia torrenziale.

Era arrivato agli albori degli anni sessanta, rimase in Italia diciotto anni cambiando sette squadre; Lecco, Atalanta, Verona, Fiorentina, Napoli, Bologna e Lazio.
Il club biancoceleste - quando riaprirono le frontiere - si mosse per tempo, acquistando dal PSV Eindhoven l’olandese Renè Van de Kerkhof; il ds laziale Luciano Moggi concluse tempestivamente la trattativa per il centrocampista che tuttavia non ebbe mai modo di giocare un solo minuto: una sentenza della Caf condannò Lazio e Milan in Serie B.

Fu così che il primo straniero a sbarcare sul patrio suolo fu il difensore olandese Michel Van de Korput, tesserato dal Torino. L’accoglienza non è delle migliori, un quotidiano ironizza sul nome del giocatore etichettandolo come un efficace lassativo: ironia da anni ’80, c’è poco da ridere.
Via via, gran parte dei club di Serie A portarono a casa il loro acquisto forestiero: alla fine, arrivarono più bidoni che campioni.

Cinque squadre rinunciarono alla possibilità di acquistare un calciatore straniero: Cagliari, Catanzaro, Ascoli, Como e Brescia rimasero con una rosa al 100% Made in Italy.

Al termine del mercato arrivano undici giocatori dalle federazioni straniere: Brady (Juventus), Falcao (Roma), Kroll (Napoli), Prohaska (Inter), Bertoni (Fiorentina), Eneas (Bologna), Van de Korput (Torino), Juary (Avellino), Neumann (Udinese), Fortunato (Perugia), Luis Silvio Danuello (Pistoiese).

Grande curiosità animò l’esordio dei nuovi volti: l’irlandese Brady, il brasiliano Falcao, l’argentino Bertoni e l’olandese Kroll mostrarono immediatamente il loro valore, altri impiegarono più tempo. Altri ancora - con il passare dei mesi - si rivelarono dei veri e propri brocchi, partiamo raccontando le imprese, rectius, le non imprese di:

Luis Silvio Danuello

La neo promossa Pistoiese decise di volare fino in Brasile per scegliere il proprio gioiello. La storia potrebbe somigliare molto alla sceneggiatura del film “L’allenatore nel pallone”, soltanto che qui manca il lieto fine con la salvezza ottenuta in extremis. 

La Pistoiese vola in Brasile per acquistare un bomber, una punta in grado di fare la differenza. Ma alla fine arriva una ponta, un’ala destra. L’equivoco generato dall’assonanza è fatale, la Pistoiese acquista Luis Silvio Danuello per 170 milioni di vecchie lire. In pochi mesi, si svela l’equivoco, il brasiliano gioca appena sei partite, poi - inevitabilmente - finisce in tribuna; notte tempo, scappa da Pistoia e prende il primo volo per il Brasile, con biglietto isola andata.

Luis Silvio Danuello è diventato - nel corso degli anni - una sorta di leggenda; molte storie sono state inventate sul suo conto: da gelataio a pornodivo, da pizzaiolo a rivenditore di ricambi per macchine. La cosa certa è che sia diventato - anno dopo anno - un vero e proprio monumento al “bidone”. La Pistoiese allenata da Lido Vieri, con Marcello Lippi e Mario Frustalupi agli sgoccioli delle rispettive carriere, retrocede mestamente conquistando la miseria di sedici punti.

 

Sergio Elio Angel Fortunato

In quell’estate non andò meglio al Perugia, privato di Paolo Rossi e penalizzato di 5 punti per le vicende relative al Calcioscommesse. Il direttore sportivo Ramaccioni vola in Argentina per acquistare dall’Estudiantes Sergio Elio Angel Fortunato. La sua patente di bomber è buona; nel Racing Club segna 20 gol in 46 partite, 56 gol in 100 partite all’Estudiantes, 23 gol in 55 presenze con il Quilmes. Sulla panchina c’è Renzo Ulivieri, esordiente in Serie A, e forse è questa la decisione più sciagurata della società che affida la squadra a mani inesperte.

A metà del campionato Ulivieri viene esonerato, ma neanche il cambio alla guida tecnica rinvigorisce l’artillero sudamericano che nel contempo è finito in panchina. Alla fine realizza soltanto due gol nelle dodici apparizioni in cui scende in campo. Sergio Fortunato entra in scena quando il Perugia è già condannato: si toglie lo sfizio di segnare a San Siro contro l’Inter alla penultima giornata e va a bersaglio nell’atto conclusivo del torneo firmando una delle poche vittorie della stagione contro il Torino. Poi saluta, e se ne va.

Herbert Neumann

A completare il podio dei bidoni d’oltre confine, non può mancare il tedesco Herbert Neumann che dopo aver fallito a Udine, pensò bene di replicare le proprie nefaste prestazioni anche al Bologna. In verità, la cosa più apprezzata di Neumann era l’avvenenza della moglie, bellezza portoghese degna di Cristiano Ronaldo.

Se ne accorse subito il direttore generale dei friulani Dal Cin quando volò in Germania per chiudere il contratto, se ne accorsero i compagni quando il tedesco arrivò a Udine con famiglia al seguito. Il centrocampista segna un solo gol, decidendo lo scontro diretto contro la Pistoiese.

A fine stagione, dopo 25 presenze e una sola rete, va a Bologna. Anche qui, il tedesco non riesce a marcare la differenza: venti presenze e un solo gol, all’Udinese, che aveva avuto il demerito di portarlo in Italia. Se ne va dopo due stagioni vissute in campo quasi nell’anonimato.

Per le scommesse serie A , il Bologna si gioca @2.40 nello speciale testa a testa contro il Sassuolo!

Torna al Colonia, va in Grecia all’Olympiakos e chiude in Svizzera, nel Chiasso. In Nazionale, una sola presenza, contro l’Inghilterra. E’ una storia che potrà raccontare ai nipoti, omettendo quel suo deludente viaggio in Italia.
(fine prima parte)

*L'immagine di apertura è di AP Photo.

September 9, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

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All’Autodromo del Mugello si correrà domenica pomeriggio il Gran Premio della Toscana Ferrari 1000. Per la prima volta nella sua storia il Mugello ospiterà una gara della Formula 1, a causa delle pesanti modifiche che ha subito il calendario del Mondiale. In realtà il Mugello non è una novità assoluta per la Formula 1, specialmente per la Ferrari che è la proprietaria del circuito.

L’Autodromo è sempre stato teatro dei test della Rossa, prima dello stop voluto dalla FIA ai test privati. 

Le curiosità

Il Mugello sarà il quarto circuito italiano nella storia del Mondiale della Formula 1 dopo Monza, Pescara e Imola e sarà il 72esimo circuito ad ospitare un Gran Premio di Formula 1 (anticipando il Vietnam). Il Mugello sarà il terzo circuito di proprietà di uno dei partecipanti dopo Suzuka proprietà della Honda e il circuito di Spielberg, meglio conosciuto come il Red Bull Ring.

La Formula 1 è stata Mugello per l’ultima volta ben otto anni fa, quando ci furono tre giorni di test nei quali a segnare il miglior tempo, davanti a tutti, fu Romain Grosjean. Il francese è uno dei pochi piloti del circuit ad aver già girato al Mugello, anche se otto anni fa lo fece alla guida della Renault.

Nonostante sia alla sua prima gara in Formula 1, il Mugello sarà il tracciato più “anziano” di questa stagione. Il suo layout dal 1974 non è mai cambiato, risultando così un tracciato datato ormai 46 anni. 

I record del Mugello

Quindici curve e 5245 metri da percorrere per completare il giro all’Autodromo Internazionale del Mugello. Servirà grande carico aerodinamico per gestire al meglio le quattro varianti e soprattutto le due curve storiche dell’Arrabbiata. A questo però bisognerà aggiungere un gran motore per non perdere troppo sul lunghissimo rettilineo del traguardo.

Poco meno di un chilometro dalla Bucine, ultima curva del giro, fino alla profondissima staccata alla San Donato, tornante in curva 1 che metterà a dura prova i piloti della Formula 1.

L'ultima esultanza rossa!

Il ritmo tra la MotoGP e la Formula 1 è completamente diverso al Mugello, come dimostra anche il record della pista. Per quanto riguarda la MotoGP il record è stato segnato da Marc Marquez la scorsa stagione con la sua Honda. Il fuoriclasse spagnolo ha completato il giro in 1’45’’519 strappando così la pole position, anche se il suo rapporto col Mugello non è ottimo.

Il Gran Premio d’Italia infatti è stato vinto solamente una volta da Marc Marquez in MotoGP (per lui altri due successi in 125 nel 2012 e in Moto2 nel 2013).

Al Mugello ha dominato a lungo Valentino Rossi, capace di vincere sette volte consecutivamente tra il 2002 e il 2008, anno del suo ultimo successo nel GP d’Italia. Dopo il padrone del Mugello è stato Jorge Lorenzo, sei volte vincitore in otto edizioni tra il 2011 e il 2018. Se il giro record della MotoGP è superiore a un minuto e quarantacinque secondi, molto più veloce è invece la Formula 1.

Il record storico del Mugello è stato realizzato da Rubens Barrichello con la F2004 il nove febbraio di sedici anni fa. Giro record in 1’18’’704, con una media vicina ai 240 chilometri orari, tempo che rischia di cadere il prossimo weekend. 

Dopo il clamoroso successo di Gasly a Monza, per le scommesse su 888sport con le migliori quote sui motori il britannico Hamilton torna favorito @1.51!

Le altre piste

Il Mugello non è l’unica pista che vede gareggiare sia la Formula 1 che la MotoGP. Ad esempio la pista di Jerez de la Frontera è un riferimento storico per il Motomondiale, ma in passato ha anche ospitato la Formula 1. Il circus automobilistico è arrivato a Jerez nel 1986, con cinque diversi Gran Premi di Spagna fino al 1990, per poi tornare nel 1994 e nel 1997 per due ulteriori edizioni del Gran Premio d’Europa.

In quel di Le Mans invece la MotoGP dal 1969 disputa il Gran Premio di Francia, ma nel 1967 il Circuito Bugatti vide protagonista anche la Formula 1 con la vittoria di Jack Brabham. Sono invece quattro le piste attualmente condivise tra la Formula 1 e la MotoGP nel calendario “classico” del Mondiale. Sono i circuiti di Barcellona, Spielberg, Silverstone e Austin e solo la pista catalana presenta un layout leggermente diverso tra la Formula 1 e la MotoGP. 

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Antonio Calanni e Darren Abate.

September 8, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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La telenovela calcistica dell’estate è durata poco, ma è stata parecchio intensa. Normale, considerando che l’attore protagonista è stato Leo Messi, sei volte Pallone d’Oro. La volontà, poi ritrattata (ma non troppo) di lasciare Barcellona è stata un fulmine a ciel sereno, anche se qualche nube, a ben, vedere, aveva già cominciato ad addensarsi sul Camp Nou.

L’opposizione del club blaugrana, però, ha sortito l’effetto sperato. Per sfruttare la sua celebre clausola di fuga, Messi avrebbe dovuto intentare una causa ai catalani, cosa che, come ha dichiarato in una lunga intervista, non avrebbe mai potuto fare per motivi affettivi. Dunque, almeno per una stagione, Messi resta a Barcellona. Ma con quali stimoli?

Complicato a dirsi, anche se quando si parla della Pulce lo stimolo principale è sempre uno: vincere, primeggiare, dimostrare a tutti di essere il migliore. D’altronde, uno dei motivi della scarsa soddisfazione di Messi è proprio l’annata pessima del Barcellona, che resta senza titoli stagionali dopo un’eternità. E anche tutti i contatti (veri o presunti) con Guardiola per un volo verso Manchester sponda City, vertevano su un solo punto: vincere di nuovo la Champions League ed il Pallone d’Oro!

Ma gli stimoli per Messi potrebbero arrivare anche dallo scontro frontale con il presidente Bartomeu. Del resto, le elezioni al Barça sono previste a marzo 2021. E anche se il numero uno ha esaurito i mandati e non potrà candidarsi, quale modo migliore di vendicarsi nei confronti di colui che non ha mantenuto la promessa di lasciarlo andare che brillare, favorendo con tutta probabilità la sconfitta della sua corrente alle urne?

Senza poi contare che la vittoria di qualcuno dei candidati potrebbe riportare al Camp Nou facce conosciute come Xavi, che certamente può essere importante per una ulteriore permanenza di Messi più di quanto lo sarà Koeman. Già, Rambo. L’allenatore olandese è arrivato a Barcellona nel momento più sbagliato possibile, provando a mettersi alla guida di una barca che definire in tempesta è poco.

Lui, e non può essere altrimenti, Messi se lo terrà con piacere, ma l’atteggiamento nei confronti degli altri senatori lascia poco spazio alle congetture: Koeman è arrivato anche per rinnovare a fondo la rosa. E così addio a Suarez, a Rakitic, a Vidal e chissà quanto spazio per i senatori che rimarranno, come Piquè. Il problema di Rambo, però, è duplice. Deve cambiare, ma anche vincere. Dopo una stagione all’asciutto, nessuno a Barcellona può neanche concepire l’idea di concedere il bis.

Non è un caso che, dopo lustri, per le scommesse la Liga, il Barcellona non sia più favorito per la vittoria in campionato: la quota è @2.50 contro 1.75 del Real che si conferma campione. Ma qualcosa dovrà arrivare in bacheca, che sia la Liga (buttata alle ortiche per demeriti propri) o, meglio ancora la Champions, che ormai manca dalla stagione 2014/15.

Molto però dipenderà da quello che rimarrà a disposizione dell’ex CT degli Oranje dopo il mercato, sia in entrata che in uscita. Non che gli ultimi anni, al riguardo, offrano garanzie.

L'ultimo successo in Champions...

I mercati senza logica

Tra le tante teste saltate a fine stagione, oltre a quella di Quique Setien c’è quella di Eric Abidal. L’ex direttore sportivo (sostituito da Planes) paga i risultati della squadra ma ancor di più una serie di operazioni di mercato fallimentari nelle ultime due stagioni. 

Ma il problema sul mercato dei blaugrana comincia da prima della gestione Abidal. Dopo il Triplete firmato Luis Enrique, i catalani hanno perso colpi in sede di trattative. Sono andati via nomi pesanti: Xavi e Iniesta hanno preferito chiudere la carriera altrove, mentre Neymar è fuggito a Parigi e Dani Alves ha scelto prima Torino e poi anche lui il PSG.

Al loro posto, ma non solo, una serie di acquisti non proprio azzeccati. Il più costoso, Coutinho (160 milioni), è attualmente un esubero dopo essere stato sbolognato in prestito, vincendo tra l’altro la Champions con il Bayern. Griezmann (anche lui un totale di 160 milioni) non è ancora giudicabile, visto che è arrivato nella stagione più complicata della storia recente del Barça. Pollice finora verso per Dembelè, che invece combatte con un fisico troppo propenso agli infortuni e che non ha giustificato i 120 milioni spesi per lui.

E anche quelli pagati meno non è che abbiano brillato. Malcom, strappato alla Roma mentre era in aeroporto per 41 milioni, ha lasciato dopo una sola stagione. Andrè Gomes ce ne ha messe due per andarsene, ma i 37 milioni versati al Valencia restano un mezzo mistero. Così come la storia in blaugrana di Arda Turan, pagato 34 milioni e poi desaparecido fino alla rescissione. E poi ancora Lenglet, che non è Piquè, e Semedo, che non sarà mai Dani Alves, ma che sono costati in due 70 milioni.

E infine Arthur, che almeno ha fruttato una buona plusvalenza (80 milioni, contro i 31 di costo), ma che non ha mai tenuto fede all’etichetta di nuovo Xavi. Per quanto Messi...sia Messi, al Camp Nou non potevano certo sperare che tenesse su la nave da solo.

Le tre sconfitte in Champions

E anche questi errori spiegano il perché del crollo verticale dei blaugrana, soprattutto in Champions League. Nelle ultime tre stagioni, il Barcellona è incappato in tre nottate terribili che hanno portato ad altrettante figuracce. E se in Liga, almeno fino all’ultima edizione, i valori tecnici e le 38 giornate hanno fatto sì che la squadra all’epoca di Valverde portasse a casa il titolo al netto degli inciampi, la competizione europea non ha perdonato.

La grafica di 888!

A Roma, nella notte che con il senno di poi ha dato il via alla valanga, i catalani hanno pagato una supponenza mentale evidente, quella di aver già chiuso i conti all’andata. Messi e compagni si sono presentati nella Capitale con l’idea di giocare una mezza amichevole.

L’entusiasmo dei giallorossi, la spinta del pubblico e l’imprevedibilità del calcio hanno fatto il resto, per una eliminazione clamorosa per le scommesse calcio, ma giusta per quanto espresso dalle due formazioni nell'arco dei 180 minuti! L’anno dopo, con il Liverpool, è invece stato il ricordo dell’Olimpico a giocare un brutto scherzo al Barça.

La notte dell'Olimpico!

Il 3-0 all’andata, in teoria, metteva gli spagnoli ancora più al riparo da sorprese del 4-1 alla Roma dell’anno precedente. Ma quando tutti si sono disperati all’errore di Dembelè, che sbaglia il 4-0 a porta vuota, si è capito che i blaugrana non erano tranquilli.

Ad Anfield il Liverpool ha giocato conscio del terrore latente degli avversari e quando ha segnato il 2-0 al minuto 54, Klopp si è goduto il crollo. Non per nulla, Wijnaldum ha portato il doppio confronto in parità pochi attimi dopo e Origi ha suggellato la caduta degli Dei con una rete figlia della confusione della squadra di Valverde, che si perde un corner battuto in fretta, roba che forse si vede in un match delle giovanili, non certo in semifinale di Champions.

Per quello che riguarda il 2-8 subito in Portogallo dal Bayern, si tratta di una disfatta imprevedibile, ma neanche troppo. La squadra di Setien è arrivata al confronto con i bavaresi dopo mesi di tensioni, interne ed esterne, che hanno lasciato il segno. E proprio come accaduto al Brasile nel mondiale casalingo del 2014, si è sciolta come neve al sole non appena i tedeschi (che evidentemente per cultura calcistica non si fermano neanche quando l’avversario è ormai KO) hanno spinto sull’accelleratore.

Paradossalmente, nonostante un risultato mai visto e un’onta complicata da cancellare, quella contro i futuri campioni d’Europa resta la meno evitabile tra le figuracce continentali recenti. Ma, volente o nolente, ha segnato una cesura drammatica nella storia del Barcellona. E quali saranno le conseguenze, cominceremo a vederlo presto.

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Luca Bruno ed Andrew Medichini.

September 8, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

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17 gennaio 1999, ultima giornata di andata del campionato di Serie A. A San Siro arriva il Perugia, che affronta il Milan di Zaccheroni. A tempo ormai scaduto l’arbitro fischia un rigore per gli ospiti, realizzato dal giapponese Nakata. A riprendere il pallone va Bucchi, che però viene travolto da una vera e propria clothesline in pieno stile wrestling. A dargliela è Sebastiano Rossi, portiere rossonero, che viene espulso.

Pochi possono immaginare che quello sarà forse uno dei momenti decisivi del campionato e che sta per iniziare la carriera ad altissimi livelli di un ragazzo destinato a diventare un volto notissimo del calcio italiano. Per i minuti di recupero va in porta Christian Abbiati, classe 1977.

Il ragazzo, nato ad Abbiategrasso 22 anni prima, è all’esordio in Serie A ma non è poi un novellino. È cresciuto in una serie di piccole squadre lombarde prima di finire a Monza. Proprio con la maglia dei brianzoli gioca la sua prima partita in C1 nella stagione 1994/95, per poi passare in prestito al Borgosesia per un anno tra i dilettanti.

Al ritorno alla casa madre diventa il titolare, nonché uno dei protagonisti della promozione in Serie B nel 1996/97. Per Abbiati c’è anche il tempo di giocare un intero campionato cadetto, prima della chiamata da Milanello. Del resto, da quelle parti c’è Galliani che per il “suo” Monza ha sempre un occhio di riguardo e decide di portare in rossonero il portiere.

Da terzo ad eroe

All’inizio di quella stagione, Abbiati è il classico numero 22. Il titolare sarebbe Lehmann, con dietro l’eterno Rossi. Peccato (ma non troppo, almeno per Abbiati) che prima il tedesco decida di regalare momenti di terrore alla difesa rossonera, guadagnandosi un biglietto di ritorno per la Germania, e che poi il portiere del Milan degli Invincibili decida di tentare di decapitare Bucchi, beccandosi cinque giornate di squalifica. Il posto da titolare, il buon Seba non lo vedrà più.

Le prestazioni di Abbiati, che si presenta in campo con una determinazione forse inattesa, convincono Zaccheroni a tenerlo tra i pali per tutto il girone di ritorno. Le sue parate sono fondamentali nella clamorosa rimonta rossonera alla Lazio di Eriksson, con tanto di sorpasso alla penultima giornata. E nella partita che sancisce la vittoria dello scudetto a Perugia c’è la sua firma.

Ad appena 22 anni e a neanche sei mesi dall’esordio in Serie A, Abbiati è il portiere del Milan scudettato e la società si fida così tanto di lui da non cercare un sostituto. Per altre tre stagioni difende i pali rossoneri, esordendo anche in Champions League. Poi però, nel 2002, il destino gli fa un brutto scherzo. Un infortunio all’anca lo costringe a saltare i preliminari di Champions League contro lo Slovan Liberec e al suo posto gioca Dida.

Il brasiliano si comporta così bene che Carlo Ancelotti, che nel frattempo è diventato tecnico dei rossoneri, lo promuove a numero uno. Abbiati comunque gioca sei delle diciannove partite che porteranno il Milan a laurearsi Campione d’Europa a Manchester contro la Juventus. Per le due stagioni successive, però, le presenze saranno sporadiche, con il verdeoro ormai punto fermo della retroguardia rossonera.

Abbiati sotto la Curva Sud rossonera!

Le Torino di Abbiati

La sorte però ha uno strano rapporto con Abbiati e nell’estate 2005 gli regala un’avventura decisamente inattesa. In uno scontro con Kakà nel classico Trofeo Berlusconi, Gigi Buffon si infortuna alla spalla. Per tutta risposta il presidente rossonero offre come “compensazione” il prestito secco del suo portiere ai bianconeri.

Quindi Abbiati si ritrova titolare della Juventus di Capello fino al ritorno di Buffon, che avviene nella seconda parte della stagione. A Torino il portiere lombardo vince il suo terzo scudetto, che però verrà revocato a causa del ciclone calciopoli.

La città però evidentemente gli piace, perché anche l’anno successivo resta in prestito sotto la Mole, ma stavolta con la maglia granata. Da titolare indiscusso, Abbiati contribuisce alla salvezza della squadra guidata da Zaccheroni prima e da De Biasi poi. E anche la stagione 2007/08 la passa in prestito, stavolta all’Atletico Madrid, iniziando da secondo e poi conquistandosi il posto da titolare.

Al ritorno al Milan, la situazione è cambiata. Dida non regala più troppe certezze, quindi Abbiati rifiuta la cessione al Palermo e si riprende metaforicamente la numero 1. Deve però abbandonarla nel marzo 2009, quando una distorsione con interessamento dei legamenti lo costringe a chiudere in anticipo la stagione e a fermarsi per dieci mesi. L'infortunio non gli impedisce di tornare di nuovo da titolare e di ottenere il prolungamento del contratto.

La stagione 2010/11 è quella della rivincita. Il Milan di Allegri si aggiudica lo scudetto, l'ultimo non vinto dalla Juventus per gli appassionati di scommesse Serie A, ed Abbiati è di nuovo protagonista, indossando per la prima volta anche la fascia da capitano.

Per altri tre anni il classe 1977 si tiene stretto il posto, finché nella stagione 2013/14 non arrivano a Milano prima Inzaghi e poi Mihajlovic, che gli preferiscono prima Diego Lopez e poi Donnarumma. A quel punto Abbiati decide di lasciare il calcio nel 2016, non prima di essere diventato il portiere con più presenze nella storia del Milan, con 380 presenze e 8 trofei in quindici anni.

La Nazionale

L’unica vera delusione di una carriera così lunga e importante è la nazionale. Chiuso quasi sempre da Buffon, Abbiati riesce a racimolare appena quattro presenze in azzurro, due con Trapattoni e due con Donadoni. E dire che se nel 2000 la squadra di Zoff con Toldo titolare avesse vinto l’Europeo, Abbiati si sarebbe laureato campione d’Europa, visto che il tecnico friulano lo aveva convocato per sostituire proprio SuperGigi, che si era infortunato prima del torneo.

Anche nel 2002 ha fatto parte come terzo portiere della sfortunata spedizione in Giappone e Corea del Sud, mentre nel 2006 Lippi gli ha preferito Peruzzi e Amelia per guardare le spalle a quel Buffon con cui aveva condiviso la porta della Juventus proprio in quella stagione. Ma vista la bacheca, di certo il portiere lombardo non avrà molto di cui lamentarsi in ogni caso…

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di  Matt Dunham ed Alberto Pellaschiar.

September 7, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

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