Gli Anni Ottanta portarono nel calcio italiana lo sponsor sulle magliette. Una vera e proprio rivoluzione che creò brand, colori e tratti distintivi. I primi prodotti pubblicizzati erano tendenzialmente più "ruspanti" rispetto a quelli a cui siamo abituati oggi: Olio Cuore nel Milan, detersivi Dyal per l'Avellino, salumi Negroni o costruzioni Andreotti sulla casacca grigiorossa della Cremonese, tanto per fare qualche esempio tra i molti.

In questo senso, il primo sponsor che accompagnò le maglie blucerchiato della Sampdoria, era avveniristico, perché già quasi 40 anni fa spingeva sul settore di tecnologia e innovazione. Stiamo parlando di "Phonola", marchio italiano (ad oggi non più utilizzato) del mercato dell'economia di consumo, in particolar modo di apparecchi radiotelevisivi. Faceva capo alla "FIMI S.A." di Saronno e, oltre al calcio, fu attiva con grande successo anche nel basket, con la Juvecaserta.

I favolosi Anni '80 e le sponsorizzazioni

Un'eccellenza italiana: iniziò con il "modello 547", ovvero una radio a forma di telefono prima della Seconda Guerra Mondiale. Sospese le produzioni durante il conflitto bellico, Phonola ripartì nel 1945 producendo apparecchi per conto di marchi terzi come Grundig, Siemens e Motorola, prima di dedicarsi ai televisori negli Anni Cinquanta ed essere assorbita da Phillips una ventina d'anni più tardi.

Un'azienda di livello internazionale e abituata a legarsi allo Sport, diventando sponsor storico del PSV Eindhoven. In Italia, nel Basket, si era legata a Milano.
E proprio il match tra Philips Milano e Phonola Juvecaserta, decise lo scudetto di pallacanestro al termine della stagione 1990-91.

Quell'incredibile Scudetto nel basket

Quasi una festa nei quadri dirigenziali a tutto tondo, certamente un piccolo smacco l'esito della finale: se la formazione meneghine si piazzò prima in regular season e quella campana seconda, nella sfida conclusiva, il team di Phonola si impose al meglio dei 5 confronti 90-99, 94-80, 72-87, 93-81 e 97-88 in quella che sarebbe stata la serie finale più equilibrata della storia per 888sports!

Una formazione storica, rivoluzionaria, quella di coach Franco Marcelletti, per essere stata la prima e ultima squadra del sud, per la precisione geograficamente al di sotto di Roma, a vincere uno scudetto di basket.

Per trovare un'impresa simile, bisogna andare alla stagione 2014-2015 con il titolo della Dinamo Sassari di coach Meo Sacchetti.

Oscar!

La compagine casertana, pur senza la conferma alla vigilia del bombardiere brasiliano Oscar Schmidt, poteva contare cestisti del calibro di Sandro Dell'Agnello, Charles Shackleford, Massimiliano Rizzo, Francesco Longobardi, Ferdinando Gentile, Tellis Frank, Cristiano Fazzi, Vincenzo Esposito, Sergio Donadoni, Giacomantonio Tufano, Damiano Faggiano, Giuseppe Falco, Claudio Acunzo, Luigi Vertaldi e Virgilio Vitiello.

Phonola e la nascita del progetto Sampdoria

Per quanto riguarda la Sampdoria, invece, quella degli Anni Ottanta funse da laboratorio a quella che, peraltro nello stesso anno della Juvecaserta nel basket, arrivò a conquistare il suo primo - e anch'esso storico - scudetto della storia. Quello targato Vujadin Boskov. Ma sulle magliette, tuttavia, campeggiavano già i carburanti Erg.

Phonola, insisté sulle casacche blucerchiate dal 1982 (appena tornata in Serie A) al 1988. Fecero in tempo a crescere i vari Gianluca Vialli, Roberto Mancini, Pietro Vierchowod, Moreno Mannini, Gianluca Pagliuca, Fausto Pari, Luca Fusi. Con Phonola, la giovane Samp di Eugenio Bersellini vinse la sua prima Coppa Italia nel 1984-85 nel doppio confronto contro il Milan e la seconda contro il Torino nel 1988.

Nel 1986 sfiorò lo stesso trofeo contro la Roma di Sven Goran Eriksson (tecnico dei blucerchiati dal 1992 al 1997), che dopo la sconfitta per 2-1 di Genova, rimontò all'Olimpico coi gol di Stefano Desideri e Toninho Cerezo, altro alfiere doriano negli anni a venire.

Una sfida Samp - Verona!

Un marchio, Phonola, che divenne icona sulla maglia blucerchiata, anche perché "vestito" da campioni del calcio britannico come il centrocampista scozzese Graeme Souness - campione d'Europa col Liverpool - e l'attaccante inglese Trevor Francis - ex di quel Nottingham Forest dei miracoli allenato da Brian Clough.

I tempi che cambiano

Negli anni novanta, quindi, il marchio Phonola - separato dall'azienda - fu acquistato dalla Seleco (sponsor in tempi recentissimi di Lazio e Salernitana), e nel 1997, insieme ad altri brand (come appunto la stessa Seleco), passò al gruppo Formenti. Ma i passaggi societari, in questo senso, proseguirono anche negli Anni 2000.

E la FIMI di Saronno, da cui nacque tutto? Ebbene, risulta tuttora esistente: rilevata dalla "Barco", ha proseguito la propria attività di costruzione ed assemblaggio di display cambiando tuttavia genere, dedicandosi a quelli per uso essenzialmente medicale. Una svolta intrapresa già dal 1977.

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo; la seconda è uno scatto di Mark Duncan.

September 22, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Sembrava poter essere un martedì decisivo per lo Scudetto, invece la 31esima giornata della Serie A 2019/2020 sarà ricordata come una delle tre giornate più pazze di sempre. A cominciare dalla sfida del Via del Mare dove la Lazio di Inzaghi, reduce dal ko interno col Milan, aveva la possibilità di portarsi momentaneamente a -4 dalla Juve.

Contro i biancocelesti, forse la squadra in quel momento meno in forma rispetto alla prima parte del campionato, il Lecce reduce da sei sconfitte consecutive (4 dalla ripresa) e ben 25 reti subite nei sei ko incassati.

Dopo il gol annullato a Mancosu al primo minuto, la Lazio passa subito in vantaggio con Caicedo grazie a un regalo di Gabriel. A metà primo tempo Immobile ha la palla gol per lo 0-2, con i biancocelesti che sembrano in controllo. Poi nel giro di 20 minuti succede di tutto, il Lecce pareggia alla mezz’ora e nel finale di primo tempo Mancosu sbaglia il rigore del possibile 2-1. Ad inizio ripresa però i salentini passano in vantaggio con Lucioni e la Lazio, che rincorre il pareggio con le poche energie rimaste, sembra dire addio alla lotta al titolo.

Una corsa Scudetto che sembra chiusa al 50esimo minuto del match serale di San Siro tra Milan e Juventus. I bianconeri, con lo 0-2 di CR7 dopo il vantaggio sulla clamorosa azione personale di Rabiot sembrano mettere in cassaforte i tre punti ed il nono Scudetto consecutivo.

Il Milan di Pioli però è in fiducia e ribalta clamorosamente il risultato in 7 minuti, passando dallo 0-2 al 3-2 grazie alle reti di Ibra su rigore, Kessié e Leao. Nel finale il definitivo 4-2 di Rebic certifica il ko bianconero, mantiene aperto ancora per qualche giorno il discorso Scudetto e, soprattutto, inizia a far vacillare la panchina di Sarri... 

Stagione 2000

Un suicidio collettivo che apre le porte alla Juventus di Carlo Ancelotti. La ventiseiesima giornata della stagione 1999/2000 è, senza dubbio, la più assurda domenica calcistica degli ultimi venti anni, fatta eccezione ovviamente per le ultime giornate dei vari campionati nella quali, spesso, molte squadre non hanno più nulla da chiedere. A metà marzo la Juve è capolista con sei punti di vantaggio sulla Lazio, nove sull’Inter, dieci sul Milan e undici sulla Roma.

Un buon distacco, che diventa apparentemente incolmabile nel weekend del 18 e 19 marzo, che inizia sabato a San Siro con il sorprendente pareggio dell’Inter in casa contro il Bologna decimo in classifica. Dopo la vittoria 3-2 della Juve grazie a due autoreti sul Toro, la domenica scatta l'imponderabile! Tutte le altre rivali si fermano, a cominciare dalla Lazio di Eriksson che perde 1-0 col Verona quartultimo e regala ai bianconeri il massimo vantaggio in classifica a otto giornate dal termine.

Non ne approfittano neanche Milan e Roma, che potevano accorciare sui biancocelesti: i rossoneri perdono clamorosamente per le scommesse calcio in casa del Venezia terzultimo di Pippo Maniero ed i giallorossi all’Olimpico vengono battuti per 0-2 dalla Reggina.

 

Le due giornate successive riapriranno poi il campionato, con la Lazio che recupera lo svantaggio sulla Juve e vince con merito il titolo, sfuggito nella stagione precedente, all’ultima giornata! 

2002, quante follie!

Nel 2001/2002 sembrava una corsa a due tra l’Inter di Cuper e la Roma campione in carica di Fabio Capello. A cinque giornate dalla fine i nerazzurri hanno tre punti di vantaggio sui giallorossi e sei sulla Juventus di Lippi, quasi definitivamente fuori dalla lotta al titolo. A San Siro l’Inter ospita l’Atalanta, una dea diversa da oggi, che infatti ha disperato bisogno di punti salvezza. Nel finale di primo tempo i bergamaschi passano in vantaggio, ma ad inizio ripresa il pareggio di Vieri sembra aprire la strada all’Inter per un successo.

L'esultanza di Bobo Vieri!

A 25 minuti dalla fine il gol del definitivo 1-2 di Daniele Berretta riapre ufficialmente il campionato e certifica una giornata pazza per le scommesse Serie A. LA sconfitta dell’Inter, infatti, non viene sfruttata dalla Roma di Capello, che dopo lo 0-0 dell’intervallo a Venezia ha la possibilità di raggiungere l’Inter in testa alla classifica nella ripresa.

I veneti, già matematicamente retrocessi a cinque giornate dalla fine, tirano fuori l’orgoglio e si portano sul 2-0 a dieci minuti dalla fine. Due calci di rigore di Montella negli ultimi 5 minuti permettono ai giallorossi di pareggiare 2-2 e di rimanere al secondo posto in solitaria a -2 dall’Inter.

La Juve però non perde l’occasione, vince 0-4 a Perugia e lascia aperta la speranza Scudetto che diventerà poi realtà nello sciagurato 5 maggio interista. I bianconeri vincono 0-2 a Udine, l’Inter perde all’Olimpico contro la Lazio e scivola addirittura al terzo posto a -2 dalla Juve, superata anche dalla Roma. 

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Tano Pecoraro e Luca Bruno.

September 21, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Nel Mondiale del 2014 in Brasile c’erano tutte le premesse per divertirsi e godere di uno spettacolo generato dalle migliori stelle del pianeta tranne una: Zlatan Ibrahimović. 
Non a caso lo svedese non perse occasione, dopo l’eliminazione nello spareggio contro il Portogallo, per ridimensionare quello che sarebbe stato lo spettacolo della Coppa del Mondo: "Una cosa è chiara: un Mondiale senza di me non merita di essere visto"

Quel novembre del 2013 e quella sconfitta contro Cristiano Ronaldo lasciò un segno deciso in una delle tante fasi dell’immensa carriera dello svedese. L’ennesima non qualificazione ai Mondiali spinse infatti Ibrahimović a ripensare di nuovo a un ipotetico ritiro dalla Nazionale, salvo poi ripensarci e chiudere dopo l’Europeo del 2016. 

All'Inter

Un’altra fase importante della carriera di Zlatan Ibrahimović fu sicuramente quella all’Inter. 

Se tutti siamo abituati a ricordarlo con numeri altisonanti come il 9 della triste parentesi di Barcellona, degli inizi juventini, ma anche dello strapotere a Los Angeles, o il 10 indossato nella ridente Parigi, uno dei numeri più fortunati per lo svedese fu proprio il nostro amato numero 8 cucito sulla maglia di tutto il periodo neroazzurro. 

Ibrahimović non ha semplicemente giocato nell’Inter, ma l’ha vissuta, l’ha fatta risorgere e l’ha trascinata quando stava diventando uno squadrone sul quale puntare sempre, anche per le scommesse sportive.

Fece risorgere la squadra portandola al filotto di successi post-Calciopoli insieme a Roberto Mancini: 88 (guarda un po’) partite e 57 gol in Serie A. Trascinò la squadra nei momenti più difficili, come ad esempio il finale di stagione nel 2008 al Tardini di Parma. 
A proposito del rapporto con l’attuale tecnico della Nazionale Ibrahimović disse: “Mancini mi ha detto che i miei gol erano quasi belli come quelli che faceva lui... Ma non è vero i miei sono più belli!”
Nel periodo all’Inter e con la numero 8 sulle spalle anche i suoi gol più stratosferici per l’appunto.
Fanno ancora scuola le reti segnate di tacco sfruttando la sua elasticità, improbabile per uno col suo fisico. Caratteristica dovuta alla pratica di alcune arti marziali, tra cui il Taekwondo, da quando era bambino. 
 
Nella parte di carriera neroazzurra chiude con un bottino personale di 117 match e 66 reti in totale. A differenza della media pazzesca maturata in Serie A, nella statistica aggregata pesano i digiuni sottoporta nelle notti europee. Ma guai a definire la Champions League una maledizione o qualcosa di simile. 

“Non è un'ossessione. Se lo fosse significherebbe che non avrei raggiunto i miei obiettivi. Invece ho fatto esattamente quel che volevo, al 100%. Ho sempre dato il massimo per vincere quanto possibile. Certo, sarebbe bello vincere la Champions, ma se finissi la carriera senza sarei comunque felice e fiero di quanto fatto”
Come dargli torto.

Girando il mondo 

La parabola che forse lo descrive meglio è quella nel periodo ascendente della sua carriera. Parentesi che parte dal momento in cui va in Inghilterra al Manchester e vince da favorito per le scommesse calcio l'Europa League, poi ai L.A. Galaxy e infine Milan bis. 

Zlatan a Los Angeles!
Quel periodo di carriera in cui sembrava aver dato tutto il possibile e che sembrava appunto un momento ascendente, anche a causa dell’età che avanzava e gli infortuni che lo bloccavano.
È proprio in questa fase che effettivamente Ibrahimović ha dimostrato (e sta dimostrando ancora oggi, questo è il bello) di essere tra i migliori calciatori degli anni ’20. 
Quando sembrava finito ha ricostruito una nuova carriera con istanti brillantissimi e momenti di strapotere imbarazzanti. 

Qui abbiamo potuto comprendere che tutta quella dose di autostima non era poi parte di un personaggio costruito, ma semplicemente specchio di quello che Ibra è sempre stato e ha sempre sentito di essere: semplicemente uno dei migliori. 
Arrogance? No. Confidence” scrisse in uno dei suoi recenti post di Instagram

Didascalia che lo descrive meglio di come hanno fatto tutti gli altri, non a caso è farina del suo sacco. 
Quella che negli anni abbiamo spacciato per arroganza in realtà è pure autostima (lo abbiamo fatto anche in un derby di Milano, confondendo la sua ammirazione per Ronaldo “Il Fenomeno” per arroganza). 
All'ingresso del suo lussuoso appartamento a Malmö, Zlatan Ibrahimović ha fatto appendere una gigantografia di due piedi ammaccati e rovinati. 

Gli amici, quasi perplessi, gli chiesero la prima volta: "Ma che razza di piedi schifosi sono quelli? Come puoi appendere al muro una simile porcheria?". 

"Idioti. Sono quei piedi che hanno pagato tutto questo"
Passeranno gli anni, passeranno i decenni, ma continueremo sempre a raccontare di Zlatan Ibrahimović. Parola di chi di numeri 8 se ne intende. 
“Io sono Ibra, voi chi ca**o siete?"

*Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer. La foto è di Kelvin Kuo (AP Photo).

September 19, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Disputare quattro edizioni del Campionato del Mondo di calcio e vincerne ben 3. Un autentico record, che solo "il più grande" per coloro i quali scelgono lui nell'eterno dualismo con Diego Armando Maradona può fregiarsi di aver tagliato.

Stiamo parlando, ovviamente, di Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé, che, ci ha lasciato in eredità tante storie da raccontare! 

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Dei trionfi in Svezia, nel 1958 a 17 anni, contro i padroni di casa scandinavi, del 3-1 alla Cecoslovacchia in Cile quattro anni più tardi e del largo successo per 4-1 contro un'esausta Italia "post partita del secolo" a Messico 1970, si è già detto tutto.

Ma che ne fu della Coppa Rimet non vinta dalla Seleção? Ecco, diciamo che l'espressione "non vinta" non è proprio l'espressione più corretta. L'edizione di Inghilterra 1966, infatti, fu una vera e proprio disfatta per i verdeoro, usciti di scena già al girone di qualificazione, da campioni in carica. Le motivazioni furono svariate. Ce ne fu una, però, che "abbracciò" tutte quante.

Il Mondiale più "europeo"

Il Brasile era il detentore del titolo, ma ad aspettarlo c'era la patria del calcio. Quella degli inventori del gioco: anche se la competizione non propose scontri diretti tra le due nazionali, la mentalità della Perfida Albione, come in un "transfer", si impossessò in qualche modo dello stile di gioco di Bulgaria, Portogallo e Ungheria, avversari del Brasile nel gruppo 3.

Si trattava di un Mondiale profondamente diverso dagli altri: si segnava poco, si badava al sodo, i contrasti erano particolarmente ruvidi e gli arbitraggi decisamente "all'inglese". Si lasciava correre, non si sanzionava e, a corollario di tutto ciò, non erano previste sostituzioni. Una problematica inesistente, quest'ultima, oltremanica: l'unica - eventuale - sostituzione di cui si preoccupò la Football Association, fu quella riguardante il trofeo, sparito misteriosamente il 20 marzo 1966 durante un'esposizione al pubblico.

Ci pensò poi il meticcio Pickles (morto un anno dopo strozzato dal suo stesso guinzaglio) a ritrovarla, avvolta in carta da giornale, in un parco londinese a pochi giorni dall'inizio della competizione.

Tra stranezze e boicottaggi

Altre stranezze di quel Mondiale? Non venivano suonati gli inni prima delle partite (se non per il match inaugurale e quello della finale Inghilterra-Germania 4-2). Questo per lo scompiglio dettato dalla partecipazione di una nazione "nemica" della Gran Bretagna come la socialista Corea del Nord, letale in seguito all'Italia. Pak Doo-ik e compagni si qualificarono disputando appena due partite, entrambe giocate a Phnom Penh contro l'Australia.

La Corea del Sud si ritirò per il cambio sede del girone "a tre" dal Giappone alla Cambogia. Dopodiché i Nordcoreani avrebbero dovuto giocare contro la vincente delle qualificazioni riservate alle nazionali africane, che però a loro volta - proprio per non aver ottenuto dalla FIFA un posto a loro riservato - boicottarono tutte la competizione, non partecipandovi.

Pelé preso di mira

Il cammino del Brasile del commissario tecnico dalle discendenze di Castellabbate Vicente Feola, parte proprio dalla Bulgaria il 12 luglio al Goodison Park di Liverpool, casa dell'Everton. Secco 2-0 per i verdeoro, con entrambi i gol giunti su calcio di punizione: il raddoppio porta la firma di Garrincha al 63', ma al quarto d'ora ad aprire è proprio Pelé.

La "Pérola Negra", 25 anni, però, fu presa a calci dai figli di Sòfia. In particolare il suo ginocchio fu "timbrato" dal ripiegamento offensivo dell'attaccante Petăr Petrov Žekov, il suo omologo bulgaro, che appena tre anni dopo si aggiudicò la Scarpa d'Oro. Per questo Pelé è costretto a saltare il match di tre giorni dopo, sempre a Goodison Park, contro l'Ungheria, che con un rigurgito di grandeur anni Cinquanta, rifila un 3-1 senza appelli ai brasiliani che avrebbe sorpreso tutti gli appassionati di scommesse calcio.

La stella di Três Corações torna a disposizione per l'ultimo match del raggruppamento, in programma il 19 luglio a Liverpool, contro il Portogallo. I lusitani lo presero di mira, letteralmente "a calci". L'intervento più duro fu quello del rude difensore dello Sporting Lisbona João Pedro Morais, lo costringe a zoppicare (non essendo previsti i cambi) sino al 90', quasi fuori uso. L'arbitro è l'inglese George McCabe, fischietto di Sheffield che non ha la minima intenzione di abbandonare gli standard interpretativi sull'agonismo, propri del calcio britannico.

Risultato? 3-1 per i rossoverdi con doppietta di Eusébio e per il Brasile l'avventura finì già al primo turno, come non succedeva dal 1934. La delusione di Pelé per quanto visto e vissuto in Inghilterra fu tale da dichiarare, a fine competizione, di non voler disputare più Mondiali. Purtroppo per l'Italia e per fortuna del calcio non fu così, perché nel 1970, fu grandissimo protagonista del 4-1 con cui i verdeoro asfaltarono gli Azzurri, reduci dal 4-3 alla Germania Ovest.

Segui le competizioni internazionali anche con le scommesse online!

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Bippa (AP Photo). Prima pubblicazione 19 settembre 2020.

 
January 3, 2023

Di Stefano Fonsato

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Si riparte. Con le solite attese, la stessa passione, i nuovi acquisti e le vecchie ambizioni. La prima giornata di campionato rinnova quel senso di sano entusiasmo che avvolge l’avvio del campionato di calcio. Da sempre, l’esordio del torneo è accompagnato da sorprese più o meno grandi che nel tempo hanno generato vincite miliardarie al Totocalcio o aspettative disattese; Platini battuto all’esordio, Berlusconi bastonato da Rozzi, Edy Bivi che beffa Rudy Kroll.

Storie da … clamoroso al Cibali, partite che si sono prese - di imperio - la prima pagina dei giornali, reti che hanno freddato gli entusiasmi dei tifosi disegnando scenari differenti rispetto a quelli ipotizzati sotto l’ombrellone. Di seguito gli esordi stagioni con risultati più a sorpresa:

1982-1983

L’estate del 1982 è una delle più esaltanti grazie agli Azzurri che hanno appena vinto il Mundial di Spagna. Sei undicesimi della squadra italiana giocano nella Juventus che si è anche assicurata il polacco Boniek e il francese Michael Platini. Quella di Trapattoni sembra una squadra imbattibile, ma quando si presenta a Marassi per la prima sfida del campionato 1982-83, si capisce subito che c’è qualcosa che non va. La giovane Sampdoria del presidente Paolo Mantovani si prende la scena, e batte i campioni d’Italia in carica grazie a un gol di Mauro Ferroni.

L’uomo della domenica è un terzino: ha sulle spalle la maglia numero 2, e ha appena segnato quello che resterà il suo unico gol in Serie A.

 

Ferroni gioca otto stagioni in Serie A, dopo aver rovinato la domenica a Platini & compagni, vivrà una gloriosa stagione a Verona, vincendo l’unico scudetto scaligero della storia.

1984-1985

Il campionato 1984 inizia il 16 settembre, al Bentegodi arriva il Napoli di Diego Armando Maradona che gioca la sua prima partita in Serie A: il fuoriclasse argentino - appena acquistato dal Barcellona - è oscurato dal tedesco Hans-Peter Briegel che - oltre a cancellare dal campo il diretto avversario - segna il vantaggio gialloblù. Il Verona vince per 3-1, segnano anche Galderisi e Di Gennaro: è la prima recita di un torneo trionfale.

1986-1987

Nell’estate del 1986 soffia il vento del rinnovamento italiano, mosso dalle pale degli elicotteri che atterrano all’Arena Civica di Milano: il nuovo Milan si mostra in tutto il suo splendore, campagna acquisti faraonica e ambizioni imperialiste. L’esordio dei rossoneri è in programma a San Siro contro l’Ascoli, il presidente Silvio Berlusconi è emozionato come al primo appuntamento.

Passerella, sorrisi, fotografie. Tutto sembra andare per il meglio, almeno fino al minuto diciannove: lancio di Brady, destro a incrociare di Barbuti e palla sotto la traversa. Massimo Barbuti di mestiere fa l’attaccante, ma non è un gran cannoniere: gioca soltanto una stagione in Serie A, segna all’esordio, e segna nella sua ultima apparizione della carriera contro il Napoli - quello di Maradona - che sette giorni prima ha vinto il suo primo scudetto.

 

1987-1988

Anche l’avvio del campionato successivo riserva delle sorprese all’esordio, la partita in schedina che fa saltare il banco si gioca sempre a San Siro; l’Inter di Trapattoni si presenta con rinnovate ambizioni, di fronte c’è la neo promossa Pescara allenata da Giovanni Galeone.

Un po’ alchimista, un po’ sognatore, un po’ filosofo: il tecnico sa di calcio, e si affida ai piedi educati di Leo Junior; lancio di esterno destro, taglio di Galvani che si inserisce, e supera Zenga con un pallonetto chirurgico.

La scheda tecnica di Romano Galvani racconta che successivamente indossò anche la maglia dell’Inter (3 presenze) nella stagione dello scudetto dei record. Ma a San Siro la partita non è ancora finita: nella ripresa il Pescara raddoppia, tra una sigaretta e un caffè trova il tempo di segnare anche Slišković, - fantasista gitano - vizioso frequentatore di stadi, di porti e di bische.

Il tecnico Galeone continua a fare il pirata, e qualche anno dopo si presenta all’Olimpico per la prima di campionato; la Roma ha salutato Rudy Voeller, ingaggiando l’argentino Caniggia e il giovane Sinisa Mihajlovic.

In panchina c’è Vujadin Boskov, nella rosa c’è anche un giovanissimo Francesco Totti, ma il suo nome ancora lo conoscono in pochi. Il Pescara affonda la Roma di Ciarrapico, basta un gol di Salvatore Antonio Nobile. Il terzino, quando arriva a Pescara, ha già visto passare il treno della vita: una stagione nell’Inter - da attore non protagonista - poi qualche campionato di A con le provinciali.

2000 e 2001

Il primo campionato del nuovo millennio si apre col botto; l’Inter di Marcello Lippi esce con le ossa rotte da Reggio Calabria: al Granillo la Reggina vince in rimonta, dopo il gol di Recoba arrivano quelli di Possanzini e Marazzina. Il campionato è iniziato da soli novanta minuti, e c’è il primo tecnico esonerato: Moratti congeda Lippi, futuro Campione del Mondo. Sembrava fosse amore, e invece era un calesse.

I colpi di scena non mancano neanche l’anno successivo. La squadra protagonista della domenica è il Chievo, fino ad allora un trivio piazzato nel cuore di un quartiere di Verona, tre strade che si incrociano e che profumano di pandoro.

Si gioca a Firenze, il club toscano vive una traballante situazione economica, ma la squadra che manda in campo è accettabile: ci sono Di Livio e Adani, Baronio e Morfeo, e c’è Enrico Chiesa che sa fare gol. Dall’altra parte Delneri ha quasi tutti esordienti; c’è Luciano che si chiama ancora Eriberto - ci sono D’Angelo e D’Anna - ci sono Corradi e Manfredini.

C’è anche Simone Perrotta, è figlio di emigrati, è nato ad Ashton, nel Nord Ovest dell’Inghilterra e ha già perso il suo primo treno per la gloria collezionando 5 presenze con la Juventus. Si farà trovare alla stazione quando il treno passerà ancora, e arriverà fino a Berlino. Perrotta ancora non sa cosa il destino gli riserva, intanto si porta avanti con il lavoro e segna. Il raddoppio è di Marazzina.

2015 e 2018

Con il passare degli anni, il divario tra big e squadre di provincia aumenta: i risultati a sorpresa sono ancor più rari. Ma ogni tanto accade ancora, anche per le scommesse. Nel 2015, è l’Udinese a fare uno scherzo indesiderato ai campioni d’Italia della Juventus; allo Stadium decide un gol di Thereau. Il regno di Allegri alla Juventus in questo avvio di campionato sembra finito: vincerà ancora, vincerà tanto.

Nel 2018 la sorpresa arriva da Reggio Emilia, dove l’ambiziosa Inter di Spalletti fa visita al Sassuolo di De Zerbi. Il tecnico ieratico piega la testa di fronte a un collega che ha ancora voglia di studiare, e aggiornarsi. Segna Berardi. E l’ingegner Squinzi può far festa. La sua squadra ha vinto, e lui è pure milanista.

La partita del Sassuolo contro il Cagliari è inserita nel palinsesto del secondo Toto 8 stagionale: gioca gratis e vinci gli 888 euro dal jackpot!

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Massimo Pinca (AP Photo).

September 19, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

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Chi perizia costantemente il palinsesto delle partite inglesi, si di fronte, al termine dell'estate, a un plotone di incontri. Sembra la FA Cup ma non lo è perché, a ben vedere, comprende - sì - tante squadre, ma solo professionistiche.

Trattasi, chiaramente, della League Cup, che - come accade dal 1982 - prende il nome del suo main sponsor, in questo caso la bibita energetica "Carabao". Il regolamento prevede che a partecipare siano tutti i 92 club iscritti alla Football League, organizzatrice della manifestazione: 20 squadre di Premier e le 24 di Championship, League One e League Two. 

Coppa "federale" e Coppa di Lega: le differenze 

Sempre rimanendo in Inghilterra, la League Cup è stata assegnata per la prima volta nel 1961. Ha senso di esistere perché la FA Cup è, di natura, una sorta di "Open" calcistico, che racchiude - in maniera onnicomprensiva - praticamente tutte le formazioni iscritte alla Football Association, la federazione organizzatrice. Il torneo più antico al mondo quindi, la FA Cup, è definibile come "coppa federale". Le varie leghe, poi, mettono a disposizione il proprio trofeo.

La Carabao Cup, addirittura, prevede un ulteriore frazionamento, come l'English Football League Trophy O "Checkatrade Trophy"), che racchiude le formazioni di League One e League Two (terza e quarta seria), oltreché alcune Under 23 dei club di Premier League. Una sorta, l'EFL Trophy, di Coppa Italia di Serie C, quindi.

Il "sistema misto" italiano

A proposito di Italia: alle nostre latitudini, dal 1957 ad oggi, si adotta un "sistema misto". La Coppa Italia è, sì, sotto giurisdizione della Figc ma, di fatto, viene organizzata dalla Lega Calcio e comprende tutte le formazioni di Serie A e B, più alcune di C e dilettanti. Una competizione di cui, a furor di popolo, si sono acclamate modifiche e rivisitazioni radicali.

Ragioni popolari, tuttavia, mai ascoltate per una competizione di cui si ha interesse promuovere solo l'ultima parte, per i soddisfacenti share tv forniti alla TV di Stato dai top club una volta portata la coppa, un po' troppo alla rinfusa, ai quarti di finale. Le formazioni di Serie B sono costrette a giocarsi le proprie chance di qualificazione in "gara secca" in stadi come San Siro o l'Olimpico. Insomma, della sorpresa o del "giant killing" alla inglese, tanto cari agli esperti di scommesse non importa a nessuno.

Dove la Coppa di Lega esiste (e dove ha fallito)

La Coppa di Lega persiste in una ventina di altri paesi. Più o meno tutti strutturati alla "britannica". Non è un caso, infatti, che gli "inventori" di questa competizione furono proprio gli scozzesi, insieme agli irlandesi. Dopodiché, la troviamo anche in Francia (Coupe de la Ligue), la cui Coup de France "federale" è praticamente identica alla FA Cup. E poi, tra gli altri esempi, in Portogallo (Taça da Liga), Giappone, Gibilterra, Sud Africa, Corea del Sud.

Poi ci sono paesi in cui l'esperimento è fallito: in Spagna, una "Copa de la Liga" è stata assegnata dal 1982 al 1986, ma poi prevalse l'unicità della Copa del Rey federale. Stesso dicasi per la "DFL-Ligapokal" tedesca, messa in palio nel 1972 e tra il 1997 e il 2009.

La "Guardiola's Cup"

Tornando a parlare della Coppa di Lega più famosa, quella inglese, mette in palio un posto in Europa League e ha il merito di concentrare le proprie partite nella prima parte della stagione, con finale a Wembley a cavallo tra febbraio e marzo. La società detentrice del trofeo è il Manchester City, aggiudicatosi (2-1) l'ultima finale disputata contro l'Aston Villa. La terza consecutiva, in casa Sky Blues, da quando c'è Pep Guardiola, trionfatore anche nelle precedenti sfide  a Chelsea (2019) ed Arsenal (2018).

Citizens vittoriosi in tempi recenti anche nel 2014 e nel 2016. E' però il Liverpool il club ad aver vinto il maggior numero di edizioni (8, l'ultima nel 2012 contro il Cardiff City) e, dal 1991 ad oggi, è stata "alzata al cielo" sempre da formazioni di Premier League. Lo era anche il Birmingham City nel 2011, quando, da sfavoriti per le scommesse calcio , trionfarono sotto il cielo sotto l'arco londinese battendo 2-1 l'Arsenal con un gol all'89' di Obafemi Martins, salvo poi retrocedere in Championship a fine stagione.

 

Una competizione che, proprio parlando di Arsenal, ha anche un suo lato romantico: è durante la finale del 1969 (persa incredibilmente 3-1) con lo Swindon Town di terza serie, che lo scrittore Nick Hornby (autore, tra le sue straordinarie opere, di "Febbre a 90") scoprì il suo amore tormentato per i Gunners.

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Alastair Grant (AP Photo).

September 18, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Dal 2015 si è decisamente alzato il numero delle squadre neopromosse che, dopo una sola stagione, ritornano in Serie B. Un elastico che sta diventando sempre più frequente. Da cosa è dovuto però questo dato, per quale motivo le squadre neopromosse fanno così tanta fatica?

Negli ultimi cinque anni sono retrocesse nove squadre provenienti dalla Serie B su 15, ovvero nel 60% dei casi le neopromosse non si sono salvate. Nei cinque anni precedenti invece sono retrocesse solamente il 33% delle squadre provenienti dalla Serie B. Inoltre, c’è da sottolineare come l’ultima stagione in Serie A con tre neopromosse su tre in grado di garantirsi la conferma è lontana dodici anni. Nel 2007/08 infatti dalla B salirono tre grandi squadre come Juventus, Napoli e Genoa, naturalmente salve la stagione successiva. 

Le ragioni

Perché per una neopromossa è così difficile mantenere la categoria in Serie A? Le motivazioni sono diverse, la prima è legata all’innegabile calo tecnico della Serie B. Il campionato cadetto ha perso competitività, mancano piazze importanti per la B e, di conseguenza, scarseggiano gli investimenti rilevanti. Alcune realtà sono cresciute, diventando delle certezze della B. Alla lunga però ne risente la competitività del campionato e questo è dimostrato anche dalle tantissime squadre che salgono in Serie A per la prima volta nella loro storia.

L’ultima squadra, in ordine di tempo, è lo Spezia che ha vinto con merito il playoff contro il Frosinone. Un’altra motivazione, indubbiamente da valutare, è l’enorme divario economico che in questo momento c’è tra la Serie A e la Serie B. Il campionato cadetto vive con pochissimi introiti, non clamorosi i fatturati derivanti dai diritti tv e praticamente irrilevanti le altre tipologie di incassi.

Il tutto porta a un inevitabile divario con la Serie A, lì dove invece stanno crescendo gli investimenti di anno in anno. La crisi di quest’anno dovuta alla sospensione non farà altro che accentuare le difficoltà economiche di diverse squadre in Serie B. 

Le eccezioni

Sono state solamente sei le neopromosse in grado di salvarsi alla prima stagione in Serie A dal 2015/16 ad oggi. Cinque anni fa è stato il Bologna a consolidarsi nel massimo campionato, una piazza importantissima con alle spalle una proprietà ambiziosa. Il Presidente italo-canadese Joey Saputo ha voluto riportare Bologna nella massima serie e nell’arco di qualche stagione ha dato una stabilità importante al progetto emiliano.

Altre società importanti tornate in questi anni in Serie A sono Cagliari e Parma, rientrate nel calcio che conta, rispettivamente nel 2016 e nel 2018. I sardi, con il nuovo Presidente Giulini, sono riusciti a blindare la massima categoria e la scorsa stagione hanno addirittura sognato l’Europa fino al termine del girone d’andata.

Anche il Parma, dopo il fallimento, è riuscito a tornare in Serie A e nelle due stagioni nella massima serie ha ottenuto due solide salvezze, arrivando lo scorso anno a due soli punti dal Sassuolo ottavo in classifica, valorizzando fior di calciatori! 

Discorso diverso invece per Spal, Crotone e Verona, le altre tre squadre che sono riuscite a salvarsi da neopromosse. Le loro imprese sono, inevitabilmente, legate ai loro allenatori. Spal e Verona hanno dato continuità al progetto che le aveva portate in Serie A confermando Semplici e Juric, capaci di guidare le loro squadre a due salvezze/imprese.

Il Crotone, vera Coverciano calcistica sul campo e non sui banchi, invece si è dovuto affidare a stagione in corso a Davide Nicola, protagonista di una grandiosa rimonta che ha permesso ai calabresi di mantenere la Serie A nel 2016/17.

Il Benevento si salva

Ci potranno essere delle eccezioni anche nei prossimi anni? Secondo i quotisti di 888sport.it per le scommesse Serie A  le tre favorite per la retrocessione 2021 sono proprio le tre neopromosse. Nella “lotta” per l’ultimo posto viene dato leggermente favorito lo Spezia sul Crotone (rispettivamente @2.60 i liguri e @2.70 i calabresi), mentre il Benevento è la terza squadra favorita con ampia distanza dall’Udinese.

I campani allenati da Pippo Inzaghi hanno dominato la scorsa edizione della Serie B e il Presidente Vigorito ha ambizioni importanti, per questo è proprio il Benevento la squadra che ha le maggiori chances di rimanere in Serie A ed evitare l’elastico che ormai ha colpito la maggior parte delle neopromosse. Il bravo DS Pasquale Foggia sta allestendo una rosa sicuramente competitiva e Inzaghi vorrà tenersi stretta la Serie A dopo l'infelice esperienza a Bologna.

Più che i nuovi calciatori, però, sarà fondamentale per gli Stregoni fare tesoro del bagaglio di esperienze negative della stagione 2017/2018, conclusa all'ultimo posto, ma con un girone di ritorno più che dignitoso. 

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Massimo Pinca (AP Photo). Le quote indicate sono aggiornate al 17 settembre 2020.
 

September 17, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Una decisione storica dovuta ad una stagione sportiva così complessa, France Football ha stabilito di non assegnare il Pallone d’Oro 2020. La scelta, probabilmente, è stata affrettata e influenzata dalla conclusione anticipata del campionato francese che, di fatto, è terminato a febbraio.

Una stagione strana che però aveva un netto favorito nella corsa al Pallone d’Oro. Quest’anno si rischiava il plebiscito in favore di Robert Lewandowski, autore di un'annata mostruosa con la maglia del Bayern. Il Triplete dei bavaresi poi non avrebbe fatto altro che aggiungere un ulteriore vantaggio per il polacco.

Un plebiscito

Capocannoniere di tutte le competizioni giocate, ovvero Bundesliga, Coppa di Germania e Champions League, nella quale ha segnato in tutti gli incontri ad eccezione della finale di Lisbona. Un totale di 57 reti realizzate in sole 47 partite, alle quali Lewandowski ha aggiunto anche dieci assist. Un ruolino di marcia incredibile, i migliori numeri della sua carriera che il polacco avrebbe ulteriormente impreziosito con il Pallone d’Oro.

"A chi lo avrei dato? A me stesso. Con il Bayern abbiamo vinto tutto quello che potevamo vincere. In ogni competizione, Bundesliga, Coppa di Germania e Champions League, sono stato il capocannoniere. Con i miei numeri, a chi altro sarebbe dovuto andare il Pallone d’Oro?" Difficile dare torto al bomber di Varsavia, a cui manca solamente la Scarpa d’Oro quest’anno vinta da Ciro Immobile grazie ai suoi 36 gol in Serie A con la maglia della Lazio.

Una vittoria di Lewandowski avrebbe riportato il Pallone d’Oro in Germania 24 anni dopo l’ultimo successo di un calciatore che gioca in Bundesliga. Nel 1996 infatti a vincere fu il fuoriclasse del Borussia Dortmund, Matthias Sammer, mentre sarebbe stato il quarto Pallone d’Oro della storia del Bayern, il primo non tedesco dopo Gerd Muller, Franz Beckenbauer e Karl-Heinz Rummenigge. 

Gli altri candidati

Inevitabile la citazione verso chi ha dominato questo premio dal 2009 ad oggi. Lionel Messi e Cristiano Ronaldo potevano entrambi essere dei candidati al podio, anche se le loro stagioni sono state altalenanti. Il portoghese ha vinto la Serie A segnando 31 reti, concludendo la stagione con 37 gol e 7 assist ma l’eliminazione in Champions agli ottavi contro il Lione pesa sulla sua annata. Da aggiungere anche il record di 101 reti realizzato a settembre con la maglia del Portogallo, diventando il secondo giocatore della storia a raggiungere i 100 gol in nazionale.

L’argentino, dal canto suo, ha vinto la classifica cannonieri in Liga con 25 reti servendo anche 21 assist, record nella storia del campionato spagnolo. La stagione del Barcellona però è stata negativa, per questo la sua candidatura sarebbe stata piuttosto debole. Chi in Spagna poteva sperare davvero nel podio è Sergio Ramos, decisivo per il suo Real Madrid con 11 gol realizzati in campionato, decisivi nella rimonta dei Blancos in classifica sul favorito per le scommesse calcio Barcellona.

Due candidature importanti sarebbero arrivate anche da Liverpool che, forse, paradossalmente, ha avuto il "demerito" di vincere troppo presto al Premier... Da una parte l’attaccante esterno dei Reds Sadio Mané, autore di 22 gol e dodici assist in stagione, dall’altra il perno della difesa di Klopp ovvero Virgil van Dijk

Gli outsider

In Italia poteva raccogliere consensi il sinistro di Ilicic: lo sloveno, prima dei problemi personali, era il protagonista della straordinaria cavalcata dell’Atalanta. I 4 gol a Valencia rimangono nel libro delle imprese calcistiche e magari con una Dea in semifinale di Champions la sua candidatura ai primi tre posti sarebbe stata tutt’altro che campata in aria.

In Inghilterra il gioiello belga Kevin De Bruyne sta riscrivendo record su record per numero di assist serviti ai compagni. Il centrocampista del City è da anni uno dei migliori giocatori del Mondo, ma non è mai riuscito a salire sul podio del Pallone d’Oro. In casa Real Madrid merita una citazione anche Karim Benzema, straordinario con la maglia del Blancos questa stagione ed autore di diversi gol di pregevole fattura.

La parata dell'anno!

A Monaco naturalmente non c’è solo Lewandowski, e merita un'attenta riflessione anche la rinascita di Manuel Neuer, tornato ad essere il miglior estremo difensore del Mondo in questa stagione e stradecisivo nella finale contro il Paris.

"Outsider", naturalmente solo per il ruolo, più volte snobbato dalla giuria riunita in Francia. Solo la straordinaria reattività del portiere di Gelsenkirchen ha tenuto il risultato ancorato sull'1-0 in quella che per tutti gli operatori di scommesse Champions League sembrava una partita da gol e da Over!

Straordinario anche il 2020 di Alphonso Davies, gioiello canadese che senza ombra di dubbio è stato la rivelazione di questa stagione in Europa. Arrivato al Bayern come esterno d’attacco, è stato in quest’annata particolare il miglior terzino sinistro del Mondo. 

Il nostro podio? Lewa, Sergio Ramos e Neuer, con i due mostri sacri sicuramente fuori dai primi tre!

*Le immagini dell'articolo, distribuite da AP Photo, sono entrambe di David Ramos.

September 16, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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La Nigeria e il calcio. Un'associazione entusiasmante, acrobatica, pirotecnica, tuttavia misteriosa. Una nazione che detiene il record vittorie (5) nel Mondiale Under 17 e che, alle Olimpiadi di Atlanta 1996 aveva riscritto la storia del calcio conquistando l'oro (prima e unica volta per una formazione africana) a scapito dell'Argentina dei vari Javier Zanetti, Diego Pablo Simeone, Ariel Ortega, José Antonio Chamot, Néstor Sensini.

Nonché del Brasile di Bebeto, Dida, Aldair, Ronaldo, Rivaldo, Zé Maria... E tutto questo a suon di gol. Il neo acquisto del Napoli Victor Osimhen, bomber classe 1998 giunto dal Lille per 70 milioni di euro, promette fuoco e fiamme.

Osimhen con la maglia della Nazionale contro l'Egitto!

E, a proposito di Mondiale Under 17, l'ultimo vinto dalle Super Eagles lo vide assoluto protagonista, in qualità di capocannoniere nell'edizione cilena del 2015 con la bellezza di 10 reti.

Una storia di rivincita e cuore, pensando che da bambino Victor, orfano di madre, vendeva bottigliette d'acqua agli incroci semaforici di Lagos. E mentre gli amanti del fantacalcio preparano la strategia giusta per aggiudicarselo nelle imminenti aste, parte il nostro viaggio alla scoperta degli 11 migliori talenti nigeriani della storia del calcio. La maggior parte dei quali si è concentrato tra la metà degli anni Novanta e i primi anni Duemila.

11° John Obi Mikel

Bandiera del Chelsea, che lo provina e lo ingaggia nel 2006, all'età di 19 anni. Con la maglia dei Blues giocherà fino al 2017.

In questo decennio abbondante, da centrocampista rapido, tecnico e aggressivo conquisterà due Premier League (2009-10, 2014-15), quattro FA Cup (2006-07, 2008-09, 2009-10, 2011-12), due League Cup (2006-07, 2014-15) un Community Shield (2009), la Champions League 2011-12, contro il Bayern nella notte di Monaco che resta una delle più grandi sorprese delle scommesse calcio nell'ultimo decennio e una Europa League (2012-13, contro il Benfica).

Considerato in patria il più popolare e ricco giocatore nigeriano, oggi gioca in Championship, nello Stoke City

10° Obafemi Martins

L'attaccante veloce come un treno e "acrobata" nelle sue esultanze. Indimenticabili le sue capriole all'indietro accompagnate dallo sguardo spiritato alla Totò Schillaci. La sua specialità è sempre stata l'azione in contropiede, la verticalizzazione, l'attacco della profondità, visto che era in grado di percorrere i 100 metri in 11".

Martins ai tempi dell'Inter!

Grazie a queste caratteristiche è, ad oggi, Oba è il calciatore nigeriano più prolifico nelle competizioni Uefa per club con 23 reti con le maglie di Inter, Newcastle United, Wolfsburg, Rubin Kazan e Levante; 10 delle quali realizzate in Champions League. "Oba Oba", classe 1984, gioca ancora in Cina, allo Shanghai Shenhua. Diciotto sono le segnature con la maglia della nazionale, su 42 presenze.

9°Emmanuel Amunike

Classe 1970, autore del gol decisivo nel 3-2 contro l'Argentina, quello che consegnò la medaglia più preziosa alle Super Eagles ad Atlanta 1996. Già distintosi, come altri suoi compagni, ai Mondiali statunitensi di due anni prima sino a sfiorare contro l'Italia di Roberto Baggio la qualificazione ai quarti di finale. Fu ancora lui a siglare la rete che illuse la nazionale africana col vantaggio "di rapina" al 26' sugli sviluppi di un calcio d'angolo.

Amunike contro l'Italia!

Formidabile in area di rigore, giocò anche nel Barcellona. Ma è con la nazionale che diede il meglio di sé.

8° Taribo West

Quarantuno presenze in nazionale, portato in Italia dall'Inter, ha giocato anche nel Milan. Si divertiva a colorarsi le treccine a seconda della squadra per cui era tesserato. Aggressivo, pittoresco, istintivo con qualche eccesso di troppo, che lo aveva portato - con un intervento a forbice - a martoriare la caviglia di Andrei Kanchelskis, allora alla Fiorentina.

A fine carriera si è autoproclamato pastore pentecostale, fondando in seguito la "Taribo West Charity Foundation" per aiutare i bambini nigeriani in difficoltà.

7° Celestine Babayaro

Terzino tutto campo, classe 1978, anch'egli fu tra gli uomini più rappresentativi - 160 presenze in Premier - della storia del Chelsea, che nel 1997 lo prelevò dall'Anderlecht, in cui diventò il più giovane calciatore a esordire in Champions League a 16 anni e 87 giorni, contro la Steaua Bucarest, sfida (in Romania, il 23 novembre 1994) in cui venne addirittura espulso. Anch'egli oro olimpico ad Atlanta, con la nazionale collezionò 27 gettoni.

6° Sunday Oliseh

Mediano moderno antesignano negli anni Novanta. A 19 anni, ai Mondiali statunitensi era già il perno delle Super Eagles. Di lui si accorse immediatamente la Reggiana, che lo catapultò dal Belgio alla Serie A nella stagione 1994-95 (29 presenze e 1 gol).

Colonia e Ajax sono le maglie della successive consacrazione, che spinse la Juventus a investire 21 miliardi per averlo in bianconero nella stagione 1999-2000. Non funzionò. In compenso, in seguito, divenne una colonna del Borussia Dortmund, in Bundesliga.

5° Tijjani Babangida

Attaccante esterno, vide il suo "hype" di carriera con la maglia dell'Ajax tra il 1997 e 2000. Classe 1973 era talmente veloce che, nel celebre videogioco per la playstation "ISS Pro", risultava uno dei calciatori più forti al mondo. 

4° Daniel Amokachi

Prima punta presente in tutte le competizioni internazionali della Nigeria più forte della storia, oltre alla medaglia aurea conquistata da fuori quota nel 1996, tra le soddisfazioni più grandi della sua carriera, la conquista della FA Cup 1995 con l'Everton alle spese del Manchester United (1-0, gol dell'ex Bari Paul Rideout) subentrato al 69' allo svedese ex Cremonese Anders Limpar.

3° Finidi George

Tra i simboli più rappresentativi del calcio nigeriano (62 presenze e 6 reti in nazionale). Ala prolifica e dalle progressioni brucianti, fu bandiera di Ajax con cui vinse una Coppa dei Campioni a Vienna da titolare contro il Milan da veri outsider per le scommesse e Betis Siviglia.

2° Nwankwo Kanu

Un problema al cuore gli impedì di sfondare con la maglia dell'Inter. Fu però proprio Massimo Moratti a pagargli le cure e a ristabilirlo.

Kanu con la maglia dell'Arsenal!

Oltreché con la nazionale, i gol più importanti li segnò con le maglie di Ajax (da giovanissimo, prima di vestire il nerazzurro), Arsenal e Portsmouth. Attaccante elegante e dalle lunghe leve, fu nominato calciatore africano dell'anno nel 1996 e 1999.

1° Jay-Jay Okocha

Dribbling e finte ubriacanti, svariava da centrocampo alla trequarti con una eleganza e visione di gioco rare. A nostro avviso, il calciatore con la tecnica più raffinata della storia della Nigeria. Classe 1973, conta 73 apparizioni e 14 reti con la nazionale e fu capitano del grande Bolton di inizio millennio (dopo che Alex Ferguson non gli concesse neanche una presenza al Manchester United).

Vestì altre maglie molto importanti come Eintracht Francoforte, Fenerbahçe, PSG e, a fine carriera, Hull City.

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 15 settembre 2020.

October 19, 2021

Di Stefano Fonsato

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Mattia Caldara, 19 milioni più bonus. Alessandro Bastoni, 11,1 milioni. Andrea Conti, 24 milioni. Roberto Gagliardini, 20,4 milioni. Franck Kessie, 32 milioni. Andrea Petagna, 15 milioni. Bryan Cristante, 26 milioni. Gianluca Mancini, 15 milioni più bonus. Timothy Castagne, 24 milioni. Musa Barrow, 13 milioni. Senza contare i 35 milioni di Dejan Kulusevski e quelli che entreranno per altri calciatori ceduti con obbligo di riscatto.

Gian Piero Gasperini è davvero Re Mida. Da quando il tecnico piemontese si è seduto sulla panchina dell’Atalanta, la società bergamasca ha incassato oltre 200 milioni dalle cessioni dei suoi calciatori. E nonostante spesso e volentieri abbia lasciato andare pedine importanti, la Dea è andata in crescendo, fino ad arrivare ai quarti di finale di Champions League e a sognare lo Scudetto. Per ogni calciatore di livello che è andato via, ne è spuntato un altro nello stesso ruolo, con il valore tecnico della squadra che non è mai sceso.

Non si può invece dire lo stesso per molti dei calciatori menzionati nella lunga lista delle cessioni. Spesso e volentieri, chi lascia Bergamo fallisce. O almeno, non rende bene come faceva all’Atalanta. Fa certamente eccezione Bastoni, che all’Inter ha regalato prestazioni così convincenti da spingere Antonio Conte a lasciare fuori Skriniar e a non disperarsi per la voglia di cambiare squadra di Godin.

Kessie, uno dei primi ad andarsene, al Milan è stato molto discontinuo, alternando momenti di forma straordinari a mesi di profonda involuzione. Caldara è stato sfortunato visti gli infortuni che lo hanno condizionato, ma per tornare se stesso (e non è un caso) ha dovuto rimettere piede a Zingonia. A

Anche Conti ha pagato pegno alla cattiva sorte, ma non ha mai del tutto convinto a Milanello. E ancora Cristante, che nel centrocampo della Roma a volte sembra un pesce fuor d’acqua o Gagliardini, che per anni la curva dell’Inter ha fischiato come fosse il peggiore dei bidoni.

Rendimento diverso

E la domanda dunque si pone: perché chi lascia l’Atalanta non rende altrove? Gasperini ha per caso la pozione magica in grado di trasformare dei bidoni in campioni, che una volta salutata Zingonia tornano nella mediocrità? Certamente no. Anche se, in un certo senso, è proprio così. Semplicemente, il tecnico della Dea è il miglior valorizzatore della Serie A. Un allenatore capace di tirare fuori, attraverso la preparazione fisica, il sistema di gioco e il lavoro psicologico, il massimo dai propri calciatori.

Un vero e proprio mago, capace come pochi di far rendere al massimo una squadra. Perché è proprio di squadra che si parla, piuttosto che di rendimento individuale. Certo, i vari Gomez, Zapata o Gosens spiccano, ma il segreto di Gasp è il gioco corale. Quando si parla di lui con i calciatori, il coro è pressoché unanime: “sappiamo sempre cosa dobbiamo fare e dove dobbiamo andare”.

Dunque, organizzazione, il segreto di ogni azienda o gruppo vincente. Il gioco di Gasperini, l’ossessivo uno contro uno in ogni posizione del campo, è dispendioso e a volte apre il fianco a rovesci del tutto inattesi. Ma è studiato alla perfezione per far risaltare le doti del singolo, a cui l’allenatore cuce addosso un ruolo tutto suo, che il giocatore interpreta con naturalezza.

Fuori da Bergamo

Quando però si lascia l’Atalanta, non è detto che tutti gli allenatori siano in grado (o abbiano voglia) di trovare la posizione giusta per il calciatore in questione. Da questo punto di vista è esemplare l’esperienza di Cristante. A Bergamo, da trequartista moderno, tutto primo pressing e inserimenti, l’ex Milan era devastante in attacco grazie alle sue incredibili doti aeree ed era fondamentale nel sistema difensivo andando a disturbare la partenza della manovra avversaria.

A Roma, da mezzala, spesso e volentieri soffre e perde la posizione, così come quando viene schierato da terzo centrale in una retroguardia a tre.

E poi il segreto più evidente ma difficile da emulare: il collettivo. L’Atalanta gioca di squadra, nel vero senso del termine. Automatismi, coperture, distanze, scambi di posizione, in un turbinio che a volte ricorda il Foggia di Zeman(come quando Toloi, un centrale difensivo, si è trovato in campo aperto contro il Paris Saint-Germain mentre la Dea era ancora in vantaggio).

E poi il mutuo soccorso, mai troppo sottolineato da Gasperini. Del resto, nel momento in cui la squadra accetta l’uno contro uno, ci sta che il singolo duello a volte si perda. Ma proprio nel momento in cui un calciatore è superato dal suo diretto avversario, di norma ne spuntano altri due che vanno sulla seconda palla e, spesso e volentieri, la riconquistano. Un qualcosa che per forza di cose, quando i calciatori di Gasperini si trovano in grandi squadre, avviene di rado.

Persino in una nazionale organizzata come la Germania, Gosens in Nations League ha faticato a trovare la quadra, visto che quando avanzava difficilmente si poteva chiedere ai suoi compagni della catena di sinistra (Sule o Rüdiger, Kroos e Werner) lo stesso lavoro che fanno Djimsiti, De Roon e Papu Gomez.

E non è un caso che con un allenatore come Conte, dai principi di gioco non così diversi di quelli di Gasp, Bastoni abbia mantenuto le promesse e che persino Gagliardini, che nelle ultime stagioni era diventato un esubero, è stato in grado (al netto di alcune prestazioni non proprio positive) di ritagliarsi il suo spazio nell’undici dell’Inter, anche nell'avventura tedesca di Europa League.

Lo stesso Barrow, complice la…cura Mihajlovic, sta facendo bene al Bologna, una squadra dove i compagni si aiutano su ogni pallone. Va peggio a chi si trova in altre squadre in cui il collettivo non è oliato come quello dell’Atalanta o in cui il gioco di squadra a volte viene accantonato per prediligere l’invenzione del singolo. Ma del resto, non si può pretendere di replicare alla lettera tutto quello che viene creato dalle parti di Zingonia. Di Atalanta, in fondo, ce n’è una.

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo).

September 14, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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