Da quando qualche anno fa la Philips ha deciso di togliere “electronics” dal suo nome, per sottolineare come l’azienda dei Paesi Bassi si sia ormai dedicata solamente alla tecnologia del benessere, è scomparso uno dei due grandi motivi di celebrità della multinazionale. Che nel corso di oltre cent’anni è stata famosissima per due motivi: gli elettrodomestici e…il PSV Eindhoven.

Il club è infatti nato nel 1913 proprio come squadra di calcio degli operai della Philips e ha mantenuto con l’azienda un rapporto pressoché simbiotico. Lo stadio in cui gioca si chiama, neanche a dirlo, Philips Stadion e il logo della casa madre è stato al centro delle maglie da gioco dal 1982, anno di introduzione degli sponsor in Eredivisie, fino al 2016, quando si è spostato sulla manica, per permettere di fatturare con un ulteriore sponsor!

Se il PSV è una delle tre potenze del calcio dei Paesi Bassi (assieme ad Ajax e Feyenoord), gran parte del merito è dunque della Philips, che ha costruito una società modello, capace di vincere sia in patria che in Europa. Il primo titolo nazionale è arrivato nel 1929, mentre l’ultimo, quello della stagione 2017/18, è il numero 24.

Nell’albo d’oro i biancorossi sono a dieci lunghezze dall’Ajax, che ha trionfato 34 volte, ma hanno una rassicurante distanza di nove titoli dal Feyenoord, fermo a 15. La bacheca parla anche di due affermazioni continentali. La Coppa UEFA del 1978, vinta in finale contro il Bastia, ma soprattutto la Coppa dei Campioni di dieci anni più tardi, quella conquistata ai calci di rigore contro il Benfica e che è valsa agli olandesi addirittura un clamoroso triplete, prima del poker con il titolo dell'Olanda agli Europei!

 

Nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza il supporto della Philips, che spesso e volentieri ha anche aperto parecchio i cordoni della borsa per portare a Eindhoven calciatori che poi hanno scritto la storia del calcio mondiale. Del resto, rispetto ai rivali dell’Ajax al PSV manca un vivaio di prim’ordine. E quindi per mettere su una squadra c’è molto più bisogno di investire, portando talenti da altri club.

La squadra che ha vinto la UEFA nel 1978 era basata su alcuni dei giocatori che quattro anni prima avevano fatto sognare il mondo con la maglia dell’Arancia Meccanica di Cruijff e che in quell’estate avrebbero conteso all’Argentina il titolo nel mondiale sudamericano: nel corso degli anni il PSV acquista a suon di fiorini i fratelli van de Kerkhof, ma anche Ernie Brandts e Jan Poortvliet. Eppure il grande impatto della multinazionale olandese si ha nei decenni a venire, quando il PSV comincia a raccogliere talenti da tutta Europa, aprendo poi i suoi confini anche alle stelle del Sudamerica. 

Il decennio di platino

Negli anni Ottanta i trasferimenti clamorosi ad Eindhoven sono all’ordine del giorno, anche solo rimanendo agli olandesi. Uno dei più controversi è quello di Ronald Koeman, che nel 1986 lascia l’Ajax di Cruijff per vestire la maglia dei rivali. Assieme a Rambo, dall’Ajax arriva anche Vanenburg, sogno proibito della Roma di Dino Viola. In porta nella squadra che vince tutto c’è Hans van Breukelen, che aveva sostituito Shilton nel Nottingham Forest di Clough, per poi tornare in patria e in attacco c’è Wim Kieft, anche lui scuola Ajax, con un passato in Italia nel Torino e nel Pisa.

Tutti calciatori che nell’estate 1988 vincono l’Europeo con l’Olanda di Michels. Tra loro ci sarebbe anche un certo Ruud Gullit, che nel 1985 il PSV strappa con la forza al Feyenoord per 1,2 milioni di fiorini olandesi. In quel caso però la Philips trova un concorrente abbastanza agguerrito, perché il Milan di Berlusconi sborsa 13 miliardi di lire e nell’estate 1987 si aggiudica il Pallone d’Oro in pectore.

Poco male, perché ci sono anche talenti in squadra che arrivano da altre nazioni. Il posto di Gullit viene preso proprio nel 1987 Søren Lerby, che va ad ingrandire la già folta colonia danese formata da Frank Arnesen, Jan Heintze e Ivan Nielsen. E il capitano che solleva la coppa al cielo di Stoccarda è il belga Eric Gerets.

PSV = Brasile

L’anno successivo ai campioni d’Europa si aggiunge un campione di livello mondiale. Nel 1988 fa il suo esordio in Europa Romario, fresco capocannoniere dei Giochi Olimpici del 1988. Il Baixinho viene acquistato dal Vasco da Gama e diventa immediatamente l’idolo della tifoseria. Per lui tre titoli di capocannoniere dell’Eredivisie e due della Coppa dei Campioni, con una media gol che fa spavento: in cinque stagioni arrivano 142 presenze e 128 reti. Non sorprende dunque che Johan Cruijff nel 1993 lo voglia per il suo Barcellona.

Ma a Eindhoven replicano abbastanza velocemente l’affare. Nel 1994 arriva al Philips Stadion un altro brasiliano, un ragazzino dal sorriso contagioso e dalla velocità impressionante. Ronaldo Nazario da Lima costa 6 milioni di dollari da girare al Cruzeiro, ma vale ogni centesimo. Gli basta un anno per esplodere, con 35 reti in 36 partite. La stagione successiva un infortunio al ginocchio lo costringe a uno stop, ma non gli impedisce di segnare 19 gol in 21 presenze. E, storia già vista, arriva il Barcellona che se lo porta via con 20 milioni di dollari.

Il Fenomeno vero ai tempi del PSV!

 

Anche nei decenni successivi, però, il PSV ha saputo investire su calciatori destinati ad un futuro importante, pur non raggiungendo mai i livelli del Fenomeno. Nel 1996 si prende il centro della difesa Jaap Stam, che accanto a lui ha Philip Cocu. Nel 1998 vengono pagati 6 milioni di euro all’Heerenven per un certo Ruud van Nistelrooy, mentre un anno dopo dal Fortuna Sittard arriva Mark van Bommel.

Nel 2002 c’è un doppio colpo: dalla Corea del Sud quarta a sorpresa per le scommesse ai mondiali giunge Park Ji-Sung, mentre 3,7 milioni di euro versati al Groningen permettono al PSV di accogliere Arjen Robben in biancorosso. Gli ultimi grandi talenti targati Philips sono Georginio Wijnaldum, strappato al Feyenoord nel 2011, e Memphis Depay, che però rappresenta un caso unico: viene portato al PSV a 12 anni ed è quindi un prodotto delle giovanili. Perché in fondo, pur avendo sempre investito parecchio su calciatori presi da altri club, le cose fatte in casa…hanno tutto un altro sapore!

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Marcel van Hoorn e Christof Stache.

October 24, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Su Gennaro Ivan Gattuso detto “Ringhio” o anche Rainghio come lo chiamavano a Glasgow, ormai si sa tutto.
Uno dei personaggi più influenti del calcio italiano degli anni duemila. Temuto in campo per la sua grinta, vittima designata degli scherzi di Pirlo e De Rossi nei periodi di ritiro della Nazionale a Coverciano, schietto e verace come la sua terra. Complicato trovare un qualsiasi frammento biografico del centrocampista che non sia arrivato al grande pubblico. 

Ma forse qualcosa di meno noto della vita e carriera di Gattuso può esserci. 

Il Gattuso day

Gattuso è calabrese, nato a Corigliano Calabro ma domiciliato da sempre a Schiavonea dove torna sempre quando è in ferie per godersi il mare che tanto amava fin da piccolo. Molto radicato quindi lo storico numero 8 del Milan e forse anche per questo amato da tutti i calabresi. 
Talmente da tutti che In suo onore la comunità calabrese di Oshawa, in Canada, ha istituito il “Gattuso Day”. Se vi interessa saperlo o partecipare a distanza, si celebra il 25 giugno. 

Nel club dei sette mesi

Come appena anticipato Gattuso nasce in Calabria, il 9 gennaio 1978. Nasce settimino proprio come alcuni grandi che hanno fatto la storia: Albert Einstein, Isaac Newton, Winston Churchill e Pablo Picasso.
Nomi altisonanti, ma a Gennaro Ivan basta essere sé stesso, basta essere Gattuso, quello che ambiva a un pallone d’Oro diverso da tutti gli altri colleghi: “Il mio pallone d’Oro è rubare più palloni possibili”, riferì in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera nel lontano 2003. 

80 minuti da Gattuso

E come dargli torto, d’altronde è lo stesso giocatore che in un Milan – Catania del 2008 giocò per ben 80 minuti con il crociato rotto. Se lo lesionò dopo 10 minuti ma talmente era elevata l’adrenalina in corpo che "ho giocato senza problemi forse per il grande entusiasmo che metto nelle cose che faccio”. 

Un dettaglio (eufemismo) che sorprese anche il dottor Martens che lo operò qualche giorno dopo, meravigliandosi di come fosse stato possibile un evento del genere per un giocatore all’epoca 31enne.
Beh, un episodio molto valido e inerente per spiegare nei prossimi anni ai propri nipoti chi fosse Gennaro Gattuso. 

Gattuso il pescatore

Ipercinetico, da bambino nulla riusciva a tenerlo fermo, tranne una cosa sola: la vista del mare dalla riva o dalla finestra di casa. 

Nel mare ci aveva visto già in tenera età il segreto della vita, o forse il suo destino se non avesse fatto il calciatore. Da bambino era solito raggiungere il porto la sera intorno a mezzanotte quando i pescatori tornavano dal mare. Li aiutava a scaricare le casse piene di pesce così da farsi “retribuire” con qualche mollusco o altre razze da rivendere poi nella piazza del paese e guadagnare qualche soldo. 

Sempre ai pescatori sottraeva le taniche di nafta per trasformale in pali della porta dei campetti da calcio che costruiva in strada con i suoi amici. 

Oggi è un allenatore di calcio stabile ai massimi livelli, ma il sogno del pescatore continua in maniera collaterale grazie all’azienda “Gattuso & Catapano” che si occupa di depurazione e allevamento dei molluschi, ovviamente a Corigliano Calabro. 

Gattuso e i suoi premi

Per la carriera da allenatore di Gattuso siamo al primo trofeo con la Coppa Italia conquistata da sfavorito per le scommesse calcio all'Olimpico di Roma, ma quella da calciatore vanta un numero di trofei da poterci aprire un museo: dalle due Champions League ai due scudetti e ci fermiamo qui.

Molto curiose sono invece le onorificenze ottenuto non proprio da organi prettamente collegati al mondo del calcio.

Gattuso a Pisa con la Nazionale!

Infatti, “Ringhio” grazie alla sua carriera e i chilometri percorsi in campo si è guadagnato: dal Presidente Napolitano riceve l’Ordine al merito della Repubblica italiana, perché nel 2006 ha alzato pure una coppa del Mondo. Dal mondo dell’entertainment televisivo invece riceve il Telegatto nel 2008 come miglior sportivo dell’anno.  

Gennaro Gattuso resta nell’immaginario collettivo il calciatore che qualsiasi allenatore e collega vorrebbe avere in squadra, con lui vincere (o andare in guerra) è più facile. Parola di chi di numeri 8 se ne intende.   

*Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer; la foto di Lorenzo Galassi (AP Photo).

 
October 23, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Una splendida giornata comincia sempre con un’alba timida. Il celebre brano di Vasco Rossi potrebbe essere il motto di una ridda di calciatori. Si tratta di portieri, difensori, centrocampisti e attaccanti che hanno vissuto la Serie A da protagonisti, ma solo dopo aver saggiato la prima stagione con una nuova maglia al di sotto delle aspettative.

Il tedesco dal volo ritardato

Corre l’anno 1982 quando il Blasco lancia “Una splendida giornata”. È l’anno dei Mondiali di Spagna, della mitica finale del Santiago Bernabéu che l’Italia vince 3 a 1 contro la Germania dell’Ovest. Ma proprio mentre i teutonici vedono sfumare nel cielo di Madrid il terzo titolo mondiale, in patria sboccia una nuova generazione di talenti. Tra questi, un ricciuto centravanti reduce da una stagione sfavillante con la maglia del Monaco 1860.

Il suo nome è Rudolf Voeller, capocannoniere della seconda divisione con 37 reti in 37 presenze. Numeri che gli valgono il passaggio al Werder Brema. Nella prima stagione in divisa biancoverde, Voeller si fa crescere i baffi e continua a bucare le porte avversarie diventando il miglior marcatore di un torneo che la sua squadra non vince solo per la peggior differenza reti rispetto all’Amburgo.

Continua a fare gol a raffica e diventa punto fermo anche della Nazionale. Il giugno 1987 è per lui l’occasione di affermarsi all’estero. Il tedesco di Hanau, città natale in cui gli hanno persino dedicato un francobollo, sbarca alla Roma. Il presidente Dino Viola lo annuncia con l’enfasi che il campione merita. Su di lui gravitano aspettative enormi da parte della tifoseria, ma l’inizio è balbettante.

Anche a causa dei postumi di un infortunio al ginocchio, Voeller non riesce ad esprimere le sue doti da bomber: il primo anno segna appena 5 gol in 28 presenze tra campionato e coppe. A Trigoria c’è chi vorrebbe rispedire il tedesco in patria. L’acquisto in prestito dal Milan del centravanti Daniele Massaro è un modo per cautelarsi in vista della cessione di un deludente e deluso Voeller. A bloccare tutto è Viola, che vuole concedergli un’altra possibilità. Fiducia ripagata: negli anni successivi Voeller diventa un idolo spiccando il volo nel cuore della tifoseria.

Dalle rive del fiume Meno ai Balcani, la “maledizione” del primo anno sembra essere un ricorso storico per gli attaccanti della Roma. Nell’estate 2006 arriva dal Lecce il montenegrino Mirko Vucinic, pagato 20 milioni di euro: anche per lui, però, il primo anno è difficile per via di un problema al menisco. Ma dall’anno successivo diventa una certezza della bella Roma di Spalletti.

 

Nessun impedimento fisico per Edin Dzeko, che il primo anno in maglia giallorossa fa storcere il naso ai tifosi divenendo oggetto di crudeli battute. Al bosniaco serve un po’ di rodaggio prima di far conoscere le sue qualità: nel 2016-17 realizza 39 gol tra campionato e coppe e ancora oggi è il goleador dell’undici di Paulo Fonseca.

Lo spagnolo che stava per smettere

Non ha la vena realizzativa del numero 9 dei dirimpettai romanisti, ma ha tecnica sopraffina e comunque una discreta famigliarità con il gol Luis Alberto. Eppure l’attuale numero 10 laziale all’inizio appare impalpabile. A fine della prima stagione (2016-17) sono 10 presenze e appena un gol: un magro bottino che getta lo spagnolo nella desolazione, tanto che - per sua stessa ammissione - medita di ritirarsi dal calcio professionistico anzitempo.

Il tecnico Simone Inzaghi decide però di dargli il tempo di riscattarsi, è un ex calciatore e sa come motivare chi vive una fase discendente. Luis Alberto risponde presente alle sollecitazioni del mister: negli anni arriva la prima presenza in Nazionale spagnola, ottime prestazioni, trofei vinti tra cui una Supercoppa Italiana, nel dicembre 2019, andando a segno nel 3 a 1 contro la Juventus.

La sua metamorfosi ricorda quella di un altro laziale, Cesar. Il fluidificante arriva a Formello nel 2001 dal Sao Caetano con ottime credenziali, avendo appena collezionato due presenze in Nazionale brasiliana. L’inizio è difficile, arriva in una Lazio incapace di trovare un’identità di gioco, dove un ciclo sembra essere tramontato.

Dopo Zoff e Zaccheroni, l’arrivo di Roberto Mancini sulla panchina delle Aquile lo rinvigorisce: il brasiliano è lanciato come esterno di attacco e si conquista l’affetto dei laziali, testimoniato dal vezzeggiativo «Cesaretto» che gli viene attribuito. Della Lazio è capitano quando, nel gennaio 2006, viene ceduto all’Inter dove intanto siede il suo ex tecnico Mancini. Una cessione mai digerita dai tifosi biancocelesti.

La favola del brutto anatroccolo

Sono invece i tifosi interisti a non aver mai digerito il mancato impiego di Oliver Bierhoff. Il lungo centravanti tedesco viene acquistato dal presidente Ernesto Pellegrini nel 1991 dagli austriaci del Salisburgo. In maglia nerazzurra non troverebbe spazio, così viene ceduto in prestito all’Ascoli del presidente Costantino Rozzi.

Nelle Marche sembra un flop. È possente ma sgraziato, colpisce male di testa e calcia solo di piatto destro. La porta avversaria sembra un miraggio: nella prima stagione segna la miseria di 2 gol. L’Ascoli retrocede in serie B e i tifosi addossano gran parte delle colpe a questo bomber evanescente venuto da lontano. Ma in cadetteria la musica cambia: Bierhoff sembra ispirato dalle note del suo connazionale Wagner, è un “carrarmato” che conquista la piazza a suon di gol.

 

Nel 1995 passa da un bianconero all’altro: nell’Udinese si consacra pure in serie A conquistando la maglia titolare nella Nazionale tedesca e il golden gol nella finale di Euro ‘96 contro la Repubblica Ceca. Nel 1998 arriva la prestigiosa chiamata del Milan: qui il primo anno è subito foriero di soddisfazioni, con lo scudetto conquistato dopo un’insperata rimonta sulla Lazio.

Chissà che la favola del “brutto anatroccolo”, come veniva chiamato Bierhoff ai tempi dell’Ascoli, non venga ricalcata da un altro attaccante, quell’Hirving Lozano che il primo anno al Napoli è stato in ombra e che oggi, con i partenopei quotati come vincenti @12 per le scommesse Europa League sembra un altro: 4 gol nelle prime 3 presenze stagionali, lo stesso bottino che ha collezionato in tutto il suo primo anno. Anche per lui è stata timida l’alba di una giornata che si sta facendo splendida.
 

*il testo dell'articolo è di Federico Cenci; la foto di Gregorio Borgia (AP Photo).

October 22, 2020

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Forti di quattro mondiali conquistati l’approccio di noi italiani a qualunque competizione – iridata o continentale – veda protagonista la nostra nazionale è sempre quello di puntare a raggiungere l’obiettivo finale. E’ una questione di mentalità e abitudine, che restano intatte anche in difficili anni di ricostruzione del movimento calcistico, com’è quello attuale. Ma esistono realtà nelle quali persino l’esito di una singola partita può acquisire connotati storici. 

Ecco l'elenco di piccole rappresentative, con una breve storia ed i riferimenti dei primi risultati favorevoli!

San Marino

Gibilterra

Andorra

Liechtenstein

Lussemburgo

Far Oer

Kosovo

TITANI

Chiedere per credere alla rappresentativa di San Marino che nell’ultimo turno di Nations League, pareggiando a 0 a 0 sul campo del Liechtenstein ha regalato una gioia ai circa 34mila abitanti della Repubblica enclave situata fra Emilia Romagna e Marche.

Dallo 0 a 0 casalingo con l’Estonia durante le qualificazioni a Euro 2016, infatti, i “Titani” non facevano punti nelle competizioni ufficiali. Non solo: mai nella sua storia la nazionale oggi guidata dal Ct Franco Varella era uscita da una trasferta senza subire nemmeno una rete.

L’entusiasmo è tale che ora si punta a interrompere, nel prossimo turno, un digiuno di vittorie lungo 100 partite. L’ultima, e unica, affermazione di San Marino è del 2004. A farne le spese sempre il Liechtenstein (1-0 il risultato finale dell’amichevole). 

 

GIBILTERRA

L’avversario che tenterà di prolungare l’astinenza dei Titani è Gibilterra, nazionale con alle spalle una storia ben più lunga. Gli esordi risalgono addirittura agli anni Venti ma l’ingresso nell’Uefa avviene solo nel 2013 all’esito di una lunga battaglia politica e giudiziaria.

Tanta era la voglia di cimentarsi che l’esordio fu incoraggiante, con il pareggio per 1 a 1 in amichevole con la Slovacchia. La prima vittoria – sempre in amichevole – arrivò un anno dopo (2014), con il gol di Kyle Casciaro che assicurò il successo contro Malta per 1 a 0. Per un’affermazione in una competizione ufficiale bisogna, però, aspettare il 13 ottobre 2018 e lo 0 a 1 rifilato in trasferta all’Armenia in Nations League. 

ANDORRA

Sempre un 13 ottobre (stavolta del 2004) portò fortuna alla rappresentativa di un altro staterello iberico, situato agli antipodi rispetto a Gibilterra: Andorra. In quella data, infatti, arrivò la prima vittoria in gare ufficiali per i “Tricolors”: 1 a 0 casalingo contro la Macedonia nelle qualificazioni per i Mondiali di Germania 2006 con una rete del terzino dell’Elche Marc Bernaus.

Il primo trionfo in assoluto è, però, del 2000, in amichevole con la Bielorussia (2 a 0). Due anni dopo, sempre in amichevole, stesso risultato ottenuto contro l’Albania.  

LIECHTENSTEIN

Prestigioso è stato, invece, l’esordio ufficiale del Liechtenstein, invitato dalla federazione sudcoreana a partecipare alla Coppa del presidente, organizzata nel 1981. Alla prima gara subito pareggio strappato a Malta (1-1) con lo storico gol di Ludwig Skarlski.

Nella stessa competizione i “Nati” conobbero anche il gusto della vittoria, battendo 3 a 2 l’Indonesia con la tripletta di Donath Marxer. Il primo trionfo in competizioni ufficiali è, però, del 14 ottobre 1998 (qualificazioni Euro 2000), 2-1 all’Azerbaigian. Fra i marcatori anche Mario Frick, bomber tuttora record del Liechtenstein (16 reti) e vecchia conoscenza del calcio italiano (ha giocato per Arezzo, Hellas Verona, Ternana e Siena).  

LUSSEMBURGO

Antichissima la storia della nazionale del Lussemburgo, la cui federazione fa parte della Fifa addirittura dal 1910. La prima vittoria è di prestigio: 5 a 4 rifilato alla Francia l’8 febbraio 1914 con poker di Jean Massard.

Sempre con i galletti, oltre un secolo dopo (3 settembre 2017) la rappresentativa del Granducato ottenne un altro risultato storico, il clamoroso 0-0 per le scommesse online a Tolosa in casa dei futuri campioni del mondo nelle qualificazioni per Russia 2018. 

 

FAR OER

Le Far Oer fanno parte della Fifa dal 1988 e dell’Uefa dal 1990. Lo stesso anno arrivò la prima vittoria, 1 a 0 in amichevole contro il Canada. L’esordio più significativo è, però, quello nelle competizioni ufficiali, che vide la nazionale dell’arcipelago nordeuropeo trionfare contro l’Austria sul neutro di Landskrona, in Svezia, nelle qualificazioni a Euro 1992. 

KOSOVO

Proprio una partita contro Far Oer ha portato la prima gioia alla nazionale del Kosovo: 2-0 nella Lega D della Nations League 2018-2019. Per la cronaca i kosovari chiusero il girone al primo posto, assicurandosi l’accesso ai playoff per Euro 2020. Sogno infranto per opera della Macedonia del Nord. Oggi quella kosovara con la stellina della Dinamo Zagabria Lirim Kastrati in attacco è considerata una delle nazionali più promettenti, a livello europeo e non solo. 

*Il testo dell'articolo è di Luca La Mantia; l'immagine di Petros Karadjias (AP Photo).

October 21, 2020

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Real Madrid-Barcellona. Castiglia contro Catalogna, la corona contro gli indipendentisti, Di Stefano contro Puskas, Breitner contro Cruijff, Butragueño contro Zubizarreta, Cristiano Ronaldo contro Messi.

E poi il caso Figo, le polemiche infinite, i salti della barricata come quelli del Fenomeno, di Laudrup o di Luis Enrique. In una parola, il Clasico. Anzi, no, meglio con due S, all’italiana. Perché in fondo la storia della più spagnola delle partite è in qualche maniera anche intrisa di tricolore. Nel match tra le squadre di Zidane e di Koeman di italiano non ci sarà tanto, ma negli anni passati la bandiera italiana ha sventolato fiera sia al Bernabeu che al Camp Nou. E in maniere molto variegate.

Calciatori e tecnici

Non si può non cominciare con i giocatori, perché in fondo in campo ci vanno loro. Il Real Madrid cala un tris non da poco. Il primo azzurro a giocare al Bernabeu è Christian Panucci, che vola in Spagna nel gennaio 1997. Per lui parecchie soddisfazioni, tra cui una Liga e una Champions League da aggiungere a quelle milaniste. Va peggio a Cassano, che si trasferisce a Madrid nel 2006 ma si deve accontentare di un campionato vinto e di confermare la sua fama di calciatore e ragazzo assolutamente imprevedibile.

Qualche mese dopo, col titolo di Campione del mondo in tasca, arriva anche Cannavaro, che resta fino al 2009 e di scudetti ne vince due. Filo conduttore degli italiani in Blanco è ovviamente Don Fabio Capello, che per ben due volte allena il Real, vince la Liga e… se ne va. Nella seconda avventura il friulano porta con sé anche Franco Baldini come segretario tecnico, che regala ai Blancos un certo Gonzalo Higuain.

Il premio grande però lo conquista Carlo Ancelotti, che nel 2014 riesce nell’impresa di regalare al Real la tanto agognata Decima. Con lui però di connazionali in campo non ce ne sono. In compenso, dopo Ancelotti arriva Benitez che porta con lui Fabio Pecchia, che vive una tanto breve quanto inattesa esperienza da vice alla Casa Blanca.

 

Anche in Catalogna però non è che si siano fatti mancare gli italiani. I catalani rispondono al Real con un altro tris. Il primo italiano blaugrana è Francesco Coco, per cui il Camp Nou nel 2003/04 è un breve intervallo tra la maglia del Milan e quella dell’Inter. Altra caratura quella di Demetrio Albertini, che, dopo aver vinto tutto con il Milan, nel 2005 decide di chiudere una carriera stellare vincendo la Liga.

Come Cannavaro, anche un altro campione del mondo nell’estate 2006 lascia la Juventus: Gianluca Zambrotta si prende la fascia sinistra del Barcellona per due stagioni, vincendo però solo una Supercoppa, da favorito per le scommesse La Liga nel derby catalano.

Di allenatori italiani al Camp Nou neanche l’ombra? Errore, perché nella stagione 1955/56 da quelle parti c’è Sandro Puppo, che ai catalani e al calcio spagnolo e mondiale fa un regalo mica da niente: lancia in prima squadra un certo Luis Suarez, unico Pallone d’Oro iberico e protagonista anche delle notti magiche della grande Inter. E anche dietro una scrivania, gli italiani sono molto considerati: Ariedo Braida, l’uomo dietro gli acquisti del Milan degli Invincibili, è stato direttore sportivo dei blaugrana dal 2015 al 2019.

Le sponsorizzazioni

Persino gli sponsor nel Clasico hanno parlato italiano. Quando la Liga apre ai marchi sulle maglie da gioco, il primo a prendersi lo spazio sulla camiseta blanca del Real è l’italianissimo marchio Zanussi, azienda veneta di elettrodomestici nata nel 1916 a Pordenone. Dopo due stagioni tocca a un altro brand di eccellenza dell’economia tricolore: la Parmalat, che sponsorizza il Real della Quinta del Buitre negli anni di maggior successo, prima di lasciare spazio al Barcellona di Cruijff.

Don Fabio Capello!

Il Barça non ha mai ospitato marchi italiani come sponsor ufficiale, ma si è invece affidato a un’azienda italiana come sponsor tecnico. Per sei anni, dal 1992 al 1998, è toccato alla Kappa creare le maglie dei blaugrana che in quel periodo indossano campioni come Ronaldo o Rivaldo.

E siccome in Italia c’è parecchio interesse per il match, normale che le televisioni del nostro paese abbiano spesso trasmesso il Clasico. Indimenticabili gli anni Novanta, in cui la Liga entrava nelle case degli italiani il sabato sera attraverso Telemontecarlo. Poi è stato il turno di Sky (e per un anno anche del canale in chiaro Cielo), mentre il match del 24 ottobre sarà trasmesso da DAZN.

Che trionfi in Italia

Impossibile però non concludere con i dolcissimi ricordi in Italia per entrambe le squadre. Le ultime due finali di Champions League disputate in terra tricolore sono state infatti vinte dai blaugrana e dai blancos. Quella di Roma del 27 maggio 2009 ha visto di fronte il Barcellona di Guardiola e Messi e il Manchester United di Ferguson e Cristiano Ronaldo. Le quote calcio sono equilibrate, ma la Grande Coppa la portano a casa i catalani, con reti di Eto’o e di Messi.

Il 28 maggio 2016 Milano diventa invece provincia…di Madrid, considerando che a San Siro la Champions se la giocano il Real e l’Atletico. I Colchoneros vanno in svantaggio nella prima frazione e poi pareggiano, dopo aver fallito un penalty, nel secondo tempo. Supplementari inchiodati sul risultato di 1-1. Ai rigori è decisivo CR7. Perché in fondo il Clasico…è anche un pezzo d’Italia.

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono rispettivamente di Martin Meissner e Paul White.

October 21, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Una su tutte la Juventus: la squadra del neotecnico Pirlo è, tra i club di Serie A, l’indiziata principale per riportare il trofeo nel nostro Paese dopo il trionfo interista del 2010.

Proprio sulla Juventus e soprattutto su Pirlo una curiosità che fa sorridere ma fa anche intuire quanti sia ancora prematura la carriera da allenatore dell’ex centrocampista: Pirlo ha debuttato in Serie A il 21 maggio 1995 al Brescia con Mircea Lucescu in panchina. Proprio oggi, nel duo debutto europeo contro la Dinamo Kiev troverà nella panchina opposta alla sua il tecnico rumeno come avversario.

L’Inter che resta ancora, con il Milan di Sacchi, l’unica italiana ad aver vinto la Coppa per due stagioni consecutive (nel 1964 e 1965) proverà ad andare avanti il più possibile più per una questione economica che di reale ambizione di collocare il trofeo in bacheca. Il Real Madrid, la squadra più temibile nel girone della campagna europea dell’Inter, è proprio la squadra con cui i neroazzurri vinsero la loro prima Coppa Campioni con il risultato di 3 a 1. Ogni segnale positivo è valido per sperare. 

L’Atalanta arriva alla Champions di quest’anno con la stessa spensieratezza di quella terminata con il goal di Choupo-Moting al 90’ nei quarti di finale contro il PSG. Un pizzico in più di consapevolezza dovuto proprio al cammino strepitoso e magari un bagaglio di esperienza in più per evitare uno scivolone simile a quello delle 3 sconfitte alle prime 3 partite nel girone sempre nella passata edizione della coppa. Il bottino europeo per ora dice: 4 vittorie, 4 sconfitte e un pareggio.

 

Toh, Guarda chi rivede! La Lazio, da leggera sfavorita contro il Borussia per le Scommesse Champions League, torna nella prima competizione europea 13 anni dopo l’ultima apparizione. Quella del 2007 della quale si ricorda uno spettacolare pareggio il 3 ottobre contro il Real Madrid all’Olimpico per 2 a 2: doppietta di Pandev per i biancocelesti e di Van Nistelrooy per le merengues. Werder Brema e Olympiacos le altre del girone che la Lazio terminò ultima a 5 punti. 

*Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer.

October 20, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Il conto è aperto: in uno modo - o nell’altro - dovrà essere saldato. Il Borussia Dortmund non evoca buoni ricordi per Ciro Immobile che in Champions è pronto alla resa dei conti. Quella tra il club tedesco e l’attaccante è una love story mai sbocciata, un’infatuazione estiva evaporata dopo i primi rovesci temporaleschi, una promessa non mantenuta.

Eppure le premesse erano state buone, con il tecnico Klopp convinto del valore del centravanti, al punto di sceglierlo come sostituto di Lewandowski. L’affare si fa, Toro e Juve si spartiscono 18 milioni. L’estate del 2014 genera una rivoluzione nella vita dell’attaccante: il matrimonio, il Mondiale e il trasferimento in Bundesliga: accade tutto troppo in fretta.

A Dortmund Immobile trova un muro, ma non è il Die Gelbe Wand, quello della curva del Westfalenstadion. E’ un muro fatto di silenzi, di mancati rapporti umani ed incomprensioni linguistiche.
In Supercoppa di Germania, Immobile è in campo ma non segna, parte la Bundesliga, e anche qui c’è una falsa partenza: qualcosa si inceppa, già nella seconda giornata di campionato l’attaccante finisce in panchina.

L'esordio

Dalle parti della Rurh la vita è differente, l’Italia è lontana, il sole è sempre schermato dalle nuvole, il clima è freddo come le persone che vivono qui. L’unico amico utile potrebbe essere il gol, ma è un amico non sempre puntuale. Per fortuna c’è la Grande Coppa: l’esordio è propizio, Immobile realizza il primo dei due gol con i quali i tedeschi superano l’Arsenal... all'inglese per le scommesse Champions League. Due settimane dopo l’attaccante italiano segna ancora, spianando la strada del successo nella trasferta in Belgio contro l’Anderlecht.

I gol iniziano ad arrivare anche in Bundesliga: segna contro lo Stoccarda, ma è una marcatura che vale soltanto un pareggio agguantato in extremis. Va in rete ancora a Colonia, ma non serve a evitare la sconfitta. La Champions League sembra una fedele alleata: due gol, in due partite. Ma nella terza sfida del girone contro il Galatasaray, va ancora in panchina. La sua fama di goleador non viene smentita in Coppa di Germania: segna contro il St. Pauli, il Borussia si qualifica al turno successivo.

 

Immobile ci mette tutto sé stesso, non molla un metro, resta aggrappato a quelle parole che l’interprete gli traduce, e che gli consentono di apprendere il minimo sindacale degli insegnamenti di Klopp. Ma il gol non è qualcosa che si impara a chiacchiere, lui la porta l’ha sempre trovata e la continua a centrare in Champions; contro il Galatasaray toglie la propria squadra dall’impaccio, il bottino personale in Europa si arricchisce ulteriormente nell’ultima sfida del girone - contro l’Anderlecht - che qualifica il Borussia Dortmund agli ottavi di finale.

In campionato non segna con la stessa frequenza, va a bersaglio contro il Wolfsburg: è il 17 dicembre 2014. Sarà il suo ultimo gol in Bundesliga, ma Ciro ancora non lo sa.

Un inverno complicato

La sosta invernale non fa che immalinconire l’attaccante, i rapporti all’interno dello spogliatoio mancano di quel legame che rendono squadra un semplice gruppo di giocatori. Lui ha scelto di vivere a Unna, cittadina di sessantamila anime a est di Dortmund: i tetti spioventi delle case, il fumo che esce dai comignoli trasporta la puzza dello stufato con le cipolle tra un caseggiato e l’altro: è tutto maledettamente ordinario, cadenzato come le gocce di pioggia che scendono dal cielo grigio.

Era arrivato in Germania con grandi aspettative, ma ora che la squadra è in piena zona retrocessione, Klopp gli chiama i giri: Bayer e Augusta per confermarsi; a Leverkusen la squadra pareggia, in casa arriva addirittura una sconfitta. A questo punto il Borussia Dortmund è ultimo in classifica, Immobile finisce in panchina.

L’ultima chance arriva in Champions League, contro la Juventus, a Torino; e qui - dove tutto era partito - tutto finisce. Il sogno tedesco sta diventando un incubo che si concretizza materialmente quando Klopp - dopo essere stato eliminato dalla Champions League con un aggregate 1-5 per le scommesse calcio contro i bianconeri - annuncia le dimissioni per la stagione seguente.

La prima stagione di Immobile è in chiaro-scuro: 4 gol in 6 partite di Champions League non sono male, ma 3 reti distribuite su 24 presenze di campionato sono pochissimi per un bomber di razza. All’esordio con il Borussia, Lewandowski aveva messo a segno nove gol nell’intera stagione, coppe comprese. In ogni modo Immobile fa meglio, perché nell’intera stagione ne segna dieci: quattro in Champions League, tre in Bundesliga, tre in Coppa di Germania.

L’arrivo di Tomas Tuchel sulla panchina del club gli complica ulteriormente la vita: i giocatori devono parlare tedesco, l’allenatore licenzia tutti gli interpreti. E’ notte fonda, non resta che chiudere il capitolo tedesco.

Se ne va in punta di piedi, con una valigia alleggerita di quelle certezze con le quali era arrivato dall’Italia, ma con la convinzione che le sue doti realizzative sono intatte; è stata una stagione negativa per tutta la squadra, gran parte dei compagni - appagati per la vittoria del mondiale - hanno la pancia piena, pochi stimoli e tanti inviti per festeggiare il titolo ottenuto dalla Nazionale di Loew.

Ma le responsabilità finiscono tutte sulle spalle di Ciro, che saluta senza troppi rimpianti: ma ci crede ancora, ci crede sempre, e sa che un giorno potrà dimostrarlo anche a questi deutsche herren - questi signori tedeschi - che hanno messo in dubbio le sue qualità.

Ciro Immobile con la maglia biancoceleste!

La resa dei conti è arrivata - in Champions League - Immobile salirà da leggero sfavorito per le scommesse online i gradini che portano sul prato dell’Olimpico con le sue scarpette d’oro: Lewandowski lo ha già sistemato, adesso tocca agli scettici della Rurh.

Immobile da qualche tempo ha deciso di fermarsi a Roma lasciando da parte la sua valigia: dentro ci sono ancora molti sogni, l’ennesimo titolo di capocannoniere e una Scarpa d’Oro che illuminerà i pomeriggi dello Stadio Olimpico. “A volte il vincitore è semplicemente un sognatore che non ha mai mollato”.

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Frank Augstein e Riccardo De Luca.

 
October 18, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

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Se nei mesi scorsi abbiamo analizzato a trecentosessanta gradi la figura del team manager, spazio ora alla "radiografia" dei dirigenti accompagnatori. Che differenza intercorre tra le due? Una fondamentale: quella del "TM" si dipana nel mondo professionistico, il dirigente accompagnatore, invece, è una figura indispensabile nel dilettantismo e nell'attività giovanile.

Esiste proprio un cambio di nomenclatura, la cui linea di demarcazione passa tra la Serie C e la D. I compiti sono simili, non certo identici, dal momento che le esigenze tra professionismo e dilettantismo variano non di poco. Ma l'obiettivo è sempre lo stesso: stare il più vicino possibile a squadra e allenatore e, all'occorrenza, conferire con la dirigenza. Nel caso del dirigente accompagnatore in sé, tuttavia, a muovere tutto il carrozzone è il puro spirito di volontariato.

Un ruolo "a-tecnico" e onnicomprensivo

Inutile, quindi, in questo caso, parlare di compensi o stipendi: molto spesso, lo sappiamo bene, più si scende di categoria o ci si perde nel maremagnum dell'attività giovanile, il dirigente accompagnatore è a volte un parente, spesso il padre (o lo zio) di un giocatore.

Pur nello spirito "ausiliario" a beneficio della squadra, esiste una regola fondamentale da rispettare: a differenza dell'allenatore in seconda, il ruolo di dirigente accompagnatore deve rimanere "a-tecnico", cioè privo di indicazioni "di campo" si giocatori, sia nel bene, che nel male, per non ingenerare confusione dal punto di vista delle "gerarchie da panchina".

Deus ex machina silenzioso

Una figura di "deus ex machina", ma quanto più silenziosa possibile. Un ruolo di fatica, di cui spesso e volentieri i giocatori non si accorgono ma che, a mano a mano che si scende di livello, risulta indispensabile per tenere in piedi un'intera stagione, da settembre a giugno. Il dirigente accompagnatore dev'essere il primo ad arrivare e l'ultimo ad andarsene, presente ad ogni partita, ancorché ad ogni occasione in cui la squadra si raduna.

Non gli capiterà di divincolarsi tra alberghi e carte di imbarco da esibire nei vari aeroporti, tuttavia, esattamente come il team manager tra i "prof", il dirigente accompagnatore deve prevedere le eventuali incombenze connesse al trasporto e alla documentazione degli atleti, che consiste sostanzialmente nella raccolta dei cartellini o delle carte d'identità, o ancora patenti, da esibire all'appello dell'arbitro.

Quindi, il "DA" deve, come si suol dire, "drizzare le antenne" recependo e trasmettendo tutte le informazioni in suo possesso concernenti gli avvenimenti riguardanti la squadra.

Una missione da perseguire: l'armonia di spogliatoio

Ma non solo: il "DA" è chiamato a organizzare e strutturare l’attività in maniera semplice e funzionale, concordando col mister le tempistiche e le modalità d’attuazione in una parola che deve mettere d'accordo tutti: "armonia".

Altra "cosa buona e giusta", consiste nella sorveglianza puntigliosa e responsabile del gruppo, tutto questo per mantenere la stessa lunghezza d'onda ed evitare insorgere di mugugni interni o distrazioni che possono minare, come effetto domino, l'intero lavoro impostato dal mister.

Un "server umano" di informazioni

E ancora: un buon dirigente accompagnatore deve assicurare in modo costante, diretto e subitaneo, i contatti tra allenatore e squadra: in questo senso, si adopererà per la raccolta di tutti i contatti telefonici creando un elenco da consegnare al mister e, ovviamente, tra gli stessi giocatori in caso di future necessità.

E se è vero che il "vice" sia il bracco destro dell'allenatore, il dirigente accompagnatore può esserne considerato il sinistro, che a seconda dell'avversario (parliamo sempre di ambiti dilettantistici), compie anche la funzione di ricerca, scout e match analyst allo scopo di raccogliere tutte le informazioni possibili appannaggio della propria squadra.

Il principio di lealtà

Un "DA" infaticabile, infine, è attento anche "mission" societaria, avendo cura che la filosofia dell'allenatore venga recepita e rispettata dai vari giocatori evitando l'insorgere di polemiche interne che, se incontrollate, possono - come si suol dire - "spaccare lo spogliatoio" in maniera pericolosa. Tutto questo, declinato all'attività giovanile, significa trasmettere i valori dell'educazione calcistica e comportamentale nel segno della lealtà, tra compagni e avversari.

Le fondamenta del calcio

Esistono corsi di formazione, proposti dalle varie sezioni locali della Figc e anche dai top club. Perché, ed è importante sottolinearlo, esiste una forte richiesta di questa figura dall'attività di base alle anticamere del professionismo.

Un ruolo che costituisce le radici o, se volete, le fondamenta del calcio. Da dirigente accompagnatore si può diventare team manager. E da team manager, come già visto con Eusebio Di Francesco, c'è chi scommesse calcio su se stesso e diventa un allenatore professionista di successo.

*La foto di apertura dell'articolo è di Eitan Abramovich (AP Photo).

 
October 17, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Molto tempo fa, le qualificazioni alle coppe europee erano molto semplici. La vincente del campionato giocava la Coppa dei Campioni, le piazzate in Coppa UEFA e chi sollevava la coppa nazionale andava a giocarsi la Coppa delle Coppe. Già, proprio quella che una volta era considerata la coppa delle “piccole”, visto che proprio per il suo criterio di qualificazione succedeva spesso che persino i grandi campionati spedissero squadre a sorpresa.

Indimenticabile l’edizione 1980/81, in cui la Spagna è rappresentata dal Valencia, campione in carica, ma soprattutto… dal Real Madrid B, che qualche mese prima si era giocata la Copa del Rey contro i cugini (che però avevano vinto anche la Liga).

 

Cinque turni, sorteggio senza paletti e tutto il fascino di una competizione leggendaria. Che però, con l’avvento della Champions League e con l’allargamento della Coppa UEFA, poi destinata a diventare Europa League, ha perso fascino e soprattutto appeal televisivo. Troppo pochi i turni, troppo poche le squadre di grido e alla fine la Coppa Coppe viene cancellata dopo il trionfo della Lazio da favorita per le allora scommesse online nel 1998.

La terza coppa

Eppure quei mercoledì di coppe, con tre competizioni, sono rimasti nel cuore dei tifosi. E proprio lo sviluppo sempre maggiore delle altre due coppe ha causato la necessità di creare di nuovo una terza. La Champions League, del resto, è una competizione d’elite e le partecipazioni a sorpresa nel tabellone principale sono sempre più rare.

E anche l’Europa League sta pian piano diventando una vera e propria Champions di serie B, sempre più considerata dalle big come testimoniato dalla clamorosa finale Siviglia-Inter e sempre meno aperta alla partecipazioni delle squadre dei campionati meno importanti.

E quindi il pensiero è venuto spontaneo: perché non creare una nuova competizione, che faccia più spazio ai team delle federazioni che si sentono… escluse dalle prime due? Il nome non è proprio un esercizio di fantasia, ma al termine della stagione 2020/21 i club avranno una nuova destinazione possibile a seconda del piazzamento: nasce l’UEFA Europa Conference League, alla cui fase a gironi prenderanno parte 32 squadre.

Come si arriva a queste 32? Come per l’Europa League, attraverso due percorsi. Il primo è quello che vede affrontarsi squadre qualificate attraverso piazzamenti in campionato e vittorie nelle coppe nazionali (per le squadre delle nazioni con ranking che va dal sedicesimo al quindicesimo posto). Il secondo è il cosiddetto percorso “campioni”, che vede arrivare dal secondo turno di qualificazioni le perdenti del preliminare e del primo turno di qualificazione in Champions League.

Nei turni successivi il percorso campioni vedrà anche l’arrivo delle squadre che invece sono uscite nel terzo turno di accesso all’Europa League, mentre chi perde il playoff di Europa League finisce direttamente nella fase a gironi della Europa Conference League.

Insomma, una serie di vasi comunicanti, che porterà anche alla possibilità per qualche squadra di iniziare il percorso in Champions, essere eliminata al secondo turno e finire in Europa League, perdere al terzo turno o ai playoff nella seconda competizione e ritrovarsi ai nastri di partenza nei gironi della terza.

Non è dunque da escludere che attraverso questo percorso di qualificazione spunti qualche nome importante, ma la partecipazione dei grandi campionati è ridotta. Le prima quattro nazioni del ranking avranno solamente un posto, quello che spetterà alla sesta classificata (e in Inghilterra alla vincitrice della Carabao Cup). Questo perché anche l’Europa League è stata rivista e nell’edizione 2021/22 avrà meno squadre al via, per uniformare tutte e tre le competizioni a una fase a gironi da 32 team, a differenza dell’Europa League attuale che ne fa affrontare 48.

L'esempio spagnolo

Dunque, prendendo come esempio la Spagna, prima per coefficiente, la distribuzione delle squadre sarà la seguente: le prime quattro della Liga finiscono in Champions, in Europa League ci vanno la quinta e la vincitrice della Copa del Rey, se non partecipa già alla Champions. In quel caso la sesta entra in Europa League e sarà la settima a giocarsi i playoff di Europa Conference League.

Guardando alla Serie A 2019/2020, il risultato sarebbe stato: Juventus, Inter, Atalanta e Lazio in Champions, Roma e Napoli (vincitrice della Coppa Italia) in Europa League e Milan in Europa Conference League.

Insomma, ogni federazione mantiene gli stessi posti nelle coppe delle stagioni precedenti, ma con le squadre ripartite in maniera differente. Tutte le squadre che vincono il proprio campionato continueranno a iniziare dalla Champions League, ma chi perderà nei primi turni finirà diretto nella terza competizione. Ma con il nuovo sistema anche chi non riesce ad approdare ai gironi di Europa League avrà comunque modo di provare a guadagnarsi perlomeno i gironi di Europa Conference League.

L’obiettivo, abbastanza evidente, è quello di garantire un minimo di calcio europeo anche a federazioni che spesso e volentieri venivano escluse da entrambe le competizioni continentali.

Basterebbe guardare alla Champions League della scorsa stagione, con una fase a gironi in cui erano rappresentante solo 16 nazioni e in cui 18 posti su 32 erano ad appannaggio dei primi cinque campionati (Liga, Premier, Bundesliga, Serie A e Ligue 1), che alla fine hanno clamorosamente espresso per le Scommesse Champions League tutte e 16 le squadre della fase ad eliminazione diretta.

Però…manca qualcosa. Già, che succede a chi vince la Europa Conference League? L’anno successivo entrerà direttamente alla fase a gironi dell’Europa League, con una “promozione” identica in tutto e per tutto a quella che ottiene chi porta a casa la seconda competizione continentale per importanza e riparte dalla Champions. Insomma, una vera e propria Europa League di Serie B. O addirittura… una Champions di Serie C, che però garantirà altre 141 partite e conseguente vendita di diritti televisivi.

La domanda però si pone. C’è chi sarà interessato a vedere un girone con la vincitrice della coppa d’Ungheria, la sesta (o la settima) della Serie A, una squadra eliminata al primo turno di Champions e la seconda classificata del campionato svedese? La UEFA è convinta di sì. E conoscendo gli amanti di questo meraviglioso sport e delle scommesse calcio, potrebbe anche aver ragione…

*La foto di apertura dell'articolo è di Anja Niedringhaus (AP Photo).

 
October 17, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Team Manager, guardalinee, dirigente accompagnatore... Dopo aver analizzato queste tre figure parallele ma per nulla di contorno al mondo del calcio, la palla passa ora alla figura professionale del segretario sportivo.

I compiti di un segretario sportivo

La professionalità di una figura fondamentale

L'esperienza di un segretario

Il corso per diventare segretario

E questa volta, per farlo, ne abbiamo parlato con un grande esperto del settore, Claudio Massimiliano Mancini, ex segretario del settore giovanile del Torino, nonché delle prime squadre di Novara (in Serie A), Como e Pro Vercelli, e attualmente appetito in Serie B dall'Ascoli: "Giusto dare luce al ruolo del segretario nei club, anche perché il 90% delle attività del club passano da lui" è la sua premessa. A lui, noi di 888 Sport abbiamo rivolto naturalmente... 8 domande!!!


Quali sono i compiti del segretario di una società calcistica?

"E' la persona che deve gestire normalmente un team di impiegati per coordinare numerose funzioni; le sue, nella fattispecie, sono sia organizzative che amministrative. Per quanto riguarda la parte organizzativa si parla di tre diverse fasi: precampionato, inizio delle attività ufficiali e a stagione in corso.

Andiamo con ordine. Prima dell'inizio dell'annata calcistica, un buon segretario formalizza operazioni di mercato, acquisti e cessioni dei calciatori, oltre ai loro contratti economici. Dopodiché, la fase iniziale prevede le seguenti attività: organizzazione del ritiro prima squadra e settori giovanili; tesseramento dei calciatori; tesseramento degli staff tecnici e sanitari.

Ancora, iscrizioni delle squadre ai rispettivi campionati; organizzazione delle visite mediche annuali; iscrizione scolastiche per giocatori minorenni che arrivano da fuori regione ed eventuale coordinamento con il convitto dove vivranno; planning degli allenamenti e utilizzo delle strutture.

Claudio Massimiliano Mancini

Durante la stagione? I compiti, addirittura, aumentano e, spesso in collaborazione con il team manager, si parla di: organizzazione delle gare casalinghe; coordinamento con le forze dell’ordine per la gestione dell’evento pubblico; coordinamento con il Comune in merito a viabilità ed eventi pubblici; accoglienza squadra ospite; gestione steward; accoglienza terna arbitrale (ormai quaterna); organizzazione delle trasferte della prima squadra e settore giovanile con relativa prenotazione di hotel, bus, aerei e ristoranti.

Un pullman di calcio

Inoltre non si devono trascurare la verifica delle sanzioni sportive e controllo dei calciatori che possono essere in campo oppure squalificati per non intoppare in sconfitte a tavolino e sanzioni amministrative; quindi, coordinamento con lo staff medico per eventuali prenotazioni di visite mediche e invio al CONI di report settimanali per eventuali segnalazioni di farmaci specifici prescritti a calciatori e che in caso di controllo doping lo tutelino da eventuali squalifiche.

Coordinamento con il segretario del club della squadra ospite o ospitante per accordi di utilizzo di maglie ufficiali o seconde maglie per evitare intoppi cromatici sia per le dirette Tv ma più che altro per gli arbitri; eventuali documentazioni da presentare alla Lega Calcio su anticipi, posticipi o rinvii causa forza maggiore.

Quella del segretario è una figura professionale nata "ex novo" negli ultimi anni oppure, semplicemente, si è modificata nel tempo? Se sì, come?

La figura del segretario non è sempre esistita, la differenza è che oggi vengono coinvolti in maniera più diretta e a stretto contatto con il direttore sportivo, specialmente in occasione delle operazioni di mercato, in quanto solo il segretario può redigere la documentazione, depositarla e quindi rendere ufficiale le transazioni tra giocatori.

Perché, secondo te, il segretario può essere considerato una figura fondamentale?

Si parla di segretari come figure perno del club in quanto tutto ruota intorno alla loro scrivania, per lo meno tutto ciò che è ufficiale, documentato e valido ai fini dello svolgimento delle attività sportive.

Ci sono particolari differenze nella professione se esercitata in Serie A-B-C o nei campionati dilettantistici? Quali?

Per quanto riguarda le attività lavorative, in serie A, B e C,  il lavoro è praticamente identico se non per il fatto che a seconda della categoria ci si interfaccia con leghe diverse e in serie C viene adottata una modulistica leggermente diversa. Chiaramente in serie A e B la parte gestionale ed economica è ben più corposa per l’importanza delle competizioni. Molto simile, a livello intrinseco, resta il lavoro anche nelle categorie dilettantistiche.

Quali rami della società calcistica il segretario mette in comunicazione?

Il segretario mette in comunicazione tutti i rami societari, dalla contabilità, all'amministrazione e, ancora, al settore prettamente sportivo.

Qual è la tua esperienza diretta e la quotidianità da segretario?

Si passano tantissime ore al telefono, non appena si mette piede in ufficio. Ed è sempre successo: dal settore giovanile del Toro, al Novara in Serie A, passando per Como e Pro Vercelli, in B e C. Le telefonate sono spesso tra colleghi e poi con gli staff delle varie categorie che ti chiedono appunto quali siano i piani di eventuale trasferta o problematiche sulla gara da disputare.

Un'immagine di archivio di Torino - Como.

Sicuramente si tratta di un lavoro in cui non ci si annoia mai, dove il problem solving deve far parte di te, perché le variabili e le varianti sono infinite. Basta un temporale per spostare una gara, una clausola nella documentazione che manda all'aria un'operazione di mercato e tantissimi altri imprevisti.


Esistono corsi professionali riconosciuti?

Al momento si parla spesso di corsi per segretari ma a Coverciano non esiste ancora. Esistono organizzazioni che fanno corsi per la gestione sportiva del club, ma non sono ancora riconosciuti dalla lega, tanto che i segretari, se non hanno il corso da direttore sportivo di Coverciano, sono costretti a firmare contratti di lavoro come impiegati e non possono sottoscrivere contratti sportivi come allenatori e staff.

Quali saranno le eventuali evoluzioni future di questo mestiere?

L’unica evoluzione potrebbe essere quella di sviluppare un corso che riconosca il ruolo e che lo identifichi come figura sportiva e, come tale, inserita negli organigrammi del club.

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Massimo Pinca (AP Photo). Sempre distribuite da AP quella del pullman e quella di Como - Torino, 1988. Prima pubblicazione 17 ottobre 2020.

 
October 22, 2021

Di Stefano Fonsato

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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