La maglia numero 8 del Lione è materia delicata. Una visione che potrebbe attivare un marcatore somatico inequivocabile nel cervello dei calciofili: Juninho Pernambucano. 
Ma occhio anche a chi quella maglia la sta indossando in questi anni, spinto proprio dall’ammirazione verso il brasiliano che ha fatto la storia del club più titolato della regione Rhône-Alpes: oggi parliamo del francese Houssem Aouar.

“La Pepita”, così lo chiamano i tifosi dell’OL, è uno di quei rari casi in cui si diventa profeti in patria, tant’è che a Lione Aouar, oltre che essersi guadagnato le migliori lodi degli addetti ai lavori e i riflettori puntati dai media, ci è nato e ha anche avviato la sua carriera, facendo tutta la trafila delle giovanili dal 2011. 
Si fa presto a etichettare un ottimo giovane che arriva dal vivaio come “predestinato”, ma se dalle parti di Lione il centrocampista ha sollevato l’indice di hype nei suoi confronti alle stelle, è tutta un po’ “colpa” del suo approccio alla prima squadra. 

L'inizio

Nel 2016 arriva a firmare il primo contratto da professionista, ovviamente con la proiezione davanti ai suoi occhi di fare gavetta tra i grandi. Condizione che in effetti dipinge i lineamenti della prima stagione col Lione: anche qui però c’è un grosso ma da aggiungere alla storia di Aouar. 

Il 23 febbraio 2017 Bruno Génésio, il suo allenatore, decide di buttarlo nella mischia contro l’AZ Alkmaar. È il ritorno dei sedicesimi di Europa League, Aouar ha già racimolato qualche minuto ma poca roba, questa è solo la seconda apparizione. 
Il discorso è semplice: non si può sbagliare, e in effetti il numero 8 (25 nella primissima stagione) ringrazia Génésio subito con il suo primo gol. 

Il gol e il finale di stagione diventano un ponte che proiettano il francese dritto verso la seconda stagione, dove diventa subito titolare fisso e colleziona 44 presenze stagionali, 7 reti e 6 assist, tutto ciò mentre sta compiendo 20 anni. 
 

Oggi ne ha 22 il classe 1998 francese.
Ha vissuto già una fase di carriera in cui l’allenatore (sempre Génésio), lo ha scolpito prima nella sua fase offensiva all’interno del 4-3-3 della stagione 2017 – 2018, e poi in una posizione più arretrata e da regista del gioco. Un passaggio quasi automatico, dettato dall’universalità di Aouar. 

Caratteristiche tecniche e tattiche che lo proiettano nell’universo dei migliori nel suo ruolo da qui ai prossimi 10 anni, vista anche l’età che permette margini di miglioramento imbarazzanti, e perché no, spinto anche dalla stirpe nobiliare transalpina che in quel ruolo ha regalato perle come Zidane, Viera, Pires, Deschamps e Pogba per dirne alcuni. Un albero genealogico ricco di nomi di prestigio a centrocampo. 

La stella che illumina Houssem Aouar sarà sempre più luccicante come nalla doppia qualificazione a sorpresa per le scommesse Champions League contro Juventus e City; il ragazzo di Lione illuminerà anche la nazionale francese giunta in un periodo storico in cui sta raccogliendo i frutti del lavoro passato. 
Sì, perché Aouar è un profeta in patria e ha un numero di maglia da onorare, parola di chi di numeri 8 se ne intende. 
 

*Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer.

October 9, 2020

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Francesco Caputo da Altamura è un bomber di provincia vestito d’azzurro. L’esordio contro la Moldova ha spostato l’attenzione sull’attaccante pugliese che, dopo una lunga gavetta, ha varcato il cancello di Coverciano trovando la massima fiducia da parte del ct Roberto Mancini. Una presenza, un gol. Ha fatto centro al primo colpo. Continuerà a sognare - e a segnare - sperando di essere confermato negligo della Nazionale azzurra che punta all’Europeo.

Classe 1987, ha battuto i campi della periferia pugliese prima di affermarsi in serie A: Toritto, Altamura, Noicattaro: il suo rendimento gli spiana una superstrada che porta fino a Bari, da qui arriva in serie A. Ma “Ciccio Caputo” sembra il classico bomber di categoria, quindi nel mercato di gennaio torna nella serie cadetta - a Siena, dove colleziona poche presenze e pochi gol.

Bari è ormai la sua casa, è lì che si afferma come bomber. La crisi economica del club lo spinge fino a Chiavari per indossare la maglia della Virtus Entella. Altre due stagioni - sempre in doppia cifra - prima di richiamare l’attenzione dell’Empoli. In Toscana è sempre un'ottima opzione come primo marcatore per le scommesse Serie B, vince il titolo dei cannonieri, trascinando la propria squadra in A. SI conferma come stoccatore d’area anche nella massima serie, segnando 16 gol.

L’Empoli retrocede, ma ormai la Serie B gli va stretta: il Sassuolo gli offre una buona opportunità, lui non se la lascia sfuggire: 21 gol alla prima stagione da titolare. Nel 2020/2021 segna tre gol in altrettante partite, con due assist vincenti: la convocazione in Nazionale, più che un premio è un riconoscimento che il ct Mancini ha voluto concedere al ragazzo. Quante presenze farà Caputo con la maglia azzurra? Lunga vita a Ciccio-gol, ma al momento quella contro la Moldova è l’unica apparizione.

Gli altri

La Storia della Nazionale italiana è piena di attaccanti di razza che hanno collezionato un unica presenza con l’Italia.

Riavvolgendo il nastro, il primo attaccante ad alimentare sogni di gloria con la maglia azzurra fu il centravanti della Roma Dino Da Costa. Oriundo di Rio de Janeiro, ebbe la sua unica opportunità dopo essere stato chiamato da Alfredo Foni per lo spareggio contro l’Irlanda del Nord che avrebbe messo in palio la qualificazione ai Mondiali svedesi del 1958; si gioca a Belfast, allo stadio Windsor Park. L’Italia degli oriundi subisce due gol in meno di mezz’ora, nella ripresa Da Costa accorcia le distanze, ma è una gloria effimera, destinata a sfumare nella grigia nebbia irlandese.

Ancora una squadra britannica fa da scenario alla storia di Cosimo Nocera - attaccante del Foggia - convocato in Nazionale per la partita contro il Galles; siamo nel maggio del 1965, al termine della stagione che procede i Mondiali d’Inghilterra. Per l’attaccante rossonero è la prima chiamata in azzurro, e per la prima volta un calciatore del Foggia veste la maglia della Nazionale.

In città, è festa grande, ma anche qui, la festa dura poco. Al Comunale di Firenze, l’Italia di Edmondo Fabbri supera agevolmente il Galles, Cosimo Nocera entra all’inizio della ripresa e - al novantesimo - firma il quarto gol azzurro. La festa, appena cominciata, è già finita: è la sua prima e ultima convocazione in Nazionale. Non c’è da rammaricarsi, l’Italia verrà eliminata dal Mondiale dalla Corea del Nord, al ritorno ci saranno fischi e pomodorate per tutti.

Il timone dell’Italia passa nelle mani di Ferruccio Valcareggi che cerca di rifondare la squadra in vista degli Europei; e proprio in occasione di una gara di qualificazione alla fase finale, il commissario tecnico chiama Gianfranco Zigoni. L’attaccante trevigiano ha 23 anni, è un talento, gioca nella Juve con alterni risultati; il club bianconero lo ha prelevato - giovanissimo - dal Pordenone, gli ha mandato a fare le ossa nel Genoa. Due anni di prestito, poi torna a Torino.

Il ragazzo è estroverso, fin troppo per un club come la Juventus che impone ai suoi tesserati uno stile di vita militare. Zigo - invece - sembra nato per non seguire le regole, porta i capelli lunghissimi, è un figlio dei fiori: Peace & Love. Ma in quella stagione che porta allo scudetto juventino, Zigoni segna otto gol trascinando i bianconeri al titolo.

La convocazione per la sfida contro la Romania appare una logica conseguenza al suo rendimento. Allo Stadionul 23 August di Bucarest Zigoni si infila la maglia numero nove, e la tiene addosso per novanta minuti. Gli azzurri vincono grazie a un gol di Bertini, ma per il quinto Beatles non ci sarà più posto in Nazionale.

Anche la storia con la Juve finisce presto, e dopo un passaggio alla Roma, troverà il suo habitat naturale a Verona dove ritroverà Valcareggi; clamorosa la polemica col tecnico dopo esser stato escluso dalla sfida con la Fiorentina: Zigo va in panchina, ma ci va con la pelliccia.

Per la sceneggiatura restiamo a Verona, ma questa volta ci mettiamo in mezzo al trivio di strade di Chievo. Lui si chiama Sergio Pellissier, è l’unico calciatore di Serie A nato ad Aosta, e gioca per la formazione clivense; Pellissier è il classico bomber di categoria, segna sempre, e segna in tutti i modi. Alla fine della carriera, i gol in Serie A con la maglia del Chievo saranno 112.

Ma la partita della vita, sarà sempre e solo quella disputata con la maglia della Nazionale il 6 giugno 2009; lo stadio è l’Arena Garibaldi di Pisa, l’avversaria di turno è l’Irlanda del Nord. In panchina c’è Marcello Lippi, che tre anni prima ha vinto il Mondiale a Berlino. Pellissier gioca trenta minuti, ma è la mezz’ora più bella della sua carriera, perché allo scoccare del settantatreesimo minuto - spalle alla porta - controlla con il petto il pallone, e in mezza rovesciata di sinistro la infila all’incrocio.

Una presenza, un gol. Caputo e i suoi fratelli: in provincia - o in Nazionale - conta unicamente segnare.

*L'immagine di apertura è di Lorenzo Galassi (AP Photo).

October 9, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

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Se la Roma per i suoi tifosi è magica, il famoso «anno del Flaminio» raggiunse la quintessenza di questa magia. Era la stagione 1989/90, quella che avrebbe fatto da apripista all’attesissimo Mondiale di Italia '90. L’Olimpico di Roma, lo stadio prescelto per la finale del torneo più prestigioso, era oggetto di robusti lavori di ristrutturazione che lo rendevano impraticabile.

Così le due squadre capitoline traslocarono per l’intera stagione allo Stadio Flaminio, un impianto progettato negli anni 50 dall’architetto Antonio Nervi e costruito sull’area del preesistente Stadio Nazionale. Uno stadio per il calcio, che sorge tra i Monti Parioli e il fiume Tevere: senza pista d’atletica, con una capienza modesta in rapporto alla popolarità delle due compagini romane, ma capace di trasformarsi in un vero e proprio catino del tifo, dove squadra e pubblico si mescolano fino a diventare un inesorabile tutt’uno.

Il libro che mancava

Ancora oggi il ricordo di quella stagione è rivestito di un alone mitico. I tifosi raccontano le gesta della Lupa sul manto verde del Flaminio gonfiando il petto di un orgoglio che non è dato da un trofeo vinto, ma da un sentimento romantico che va oltre la bacheca del club. Fino ad oggi, tuttavia, le rievocazioni erano affidate soltanto al racconto orale, alle pur gradevoli foto, a qualche articolo e a qualche intervista dei protagonisti.

Mancava un libro che potesse raccogliere cronistoria e, soprattutto, emozioni di quella stagione. A rimediare alla mancanza ci ha pensato ora Daniele Santilli, romano e romanista, da quindici anni dirigente di un’importante società di calcio del panorama dilettantistico laziale. Il suo «L’anno del Flaminio» (ed. sport.doc, 15,00euro), in uscita il 22 ottobre, è il volume che mancava nella libreria del tifoso romanista.

Nostalgia del calcio romantico

«La decisione di scrivere il libro è maturata spontaneamente», racconta Santilli. «Ho iniziato quasi per passatempo. In un periodo storico in cui la Roma regala meno emozioni rispetto al passato, la nostalgia per il calcio romantico degli anni 80 e 90 mi ha spinto a riordinare le idee su quella stagione, a buttare giù qualche pagina che potesse raccontarla». Santilli più scriveva e più aveva il desiderio di approfondire, di arricchire il racconto di particolari. È stato aiutato in questo da una peculiare dinamica psicologica.

 

«In quella stagione avevo 13 anni, andavo allo stadio spesso. Ebbene, i ricordi di quei pomeriggi passati ad assistere alle partite della Roma sono molto più nitidi rispetto a quelli di partite più recenti, anche della stagione passata: ho in mente perfettamente il coro che fu dedicato al portiere dell’Ascoli in una partita di Coppa Italia di quell’anno, ma magari ho già dimenticato i marcatori di una vittoria della Roma di qualche mese fa. A quell’età vivi il tifo visceralmente e noti ogni particolare che rimane impresso nella mente».

Il rigore sbagliato da Baggio

Di particolari il libro di Santilli è una summa. Ma ce n’è uno che più d’altri testimonia il clima che aleggiava sullo Stadio Flaminio durante le partite della Roma. Santilli vi dedica un capitolo: era l’8 aprile 1990, la Domenica delle Palme, i giallorossi ospitavano una Fiorentina alla ricerca di punti salvezza.

A dieci minuti dalla fine del secondo tempo l’arbitro Lo Bello concede ai viola un calcio di rigore; dagli undici metri va lo specialista Roberto Baggio. «Non svelo i dettagli che scoprirete leggendo il libro, ma posso anticipare soltanto che il rigore fu palesemente fatto sbagliare dai tifosi romanisti - racconta Santilli -. Il peso che può avere uno stadio in quella circostanza fu molto evidente».

La magia

Il tiro del Divin Codino esaltò un vecchio saltimbanco come Franco Tancredi. Fu, quello del portiere del secondo scudetto romanista, il suo ultimo rigore parato in carriera. Ma «l’anno del Flaminio» è pieno di episodi topici. Eppure non iniziò sotto i migliori auspici: l’allenatore, l’anziano Gigi Radice, fu accolto con scetticismo dalla stampa, la campagna acquisti (che portò nella capitale Cervone, Berthold e Comi) ritenuta insufficiente. Fu il cuore di quella squadra a dipanare le nubi e accendere una scintilla ammaliante.

Santilli sottolinea che «fu l’unico anno in età moderna che la Roma giocò in uno stadio solo per il calcio, fu l’ultimo anno in cui il presidente Dino Viola iniziò e terminò una stagione perché quella successiva purtroppo non la finì, ci fu l’ultimo gol di Bruno Conti, il primo di Voeller e Giannini in un derby, il primo rigore parato da Cervone, nonché la prima stagione di un ragazzino di nome Francesco Totti tesserato nelle giovanili della Roma».

Insomma, fu un anno magico, che Santilli ha ricordato anche con l’aiuto dei suoi protagonisti: Nela, Desideri, capitan Giannini, «molto legati a quella stagione e felici di ricordarla». La prefazione è di Ruggero Radice, figlio dell’indimenticabile mister di quella Roma coriacea che arrivò sesta in un campionato italiano così pieno di stelle da sembrare una sorta di Mondiale per club. Bei tempi, che «L’anno del Flaminio» ci fa piacevolmente rivivere.

Segui il campionato anche con le scommesse Serie A!

*Il testo dell'intervista è di Federico Cenci; la foto di Claudio Luffoli (AP Photo).

October 8, 2020

Di 888sport

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Prestiti, cartellini gratis, spese centellinate. La prima sessione di calciomercato post sospensione è stata all’insegna della parsimonia. Nessuna pazzia e l’adagio di Adriano Galliani ai tempi del Milan tornato di gran moda: «Arriva un giocatore solo se prima ne parte un altro».

Juve regina delle cessioni

Ecco allora che le cessioni sono diventate la preoccupazione principale dei club. L’imperativo è stato mandare via gli esuberi non tanto con l’intento di guadagnarci soldi con la vendita del cartellino, piuttosto con quello di sgravarsi di stipendi che appesantiscono il monte ingaggi. Lo scettro della regina delle cessioni spetta alla Juventus.

Dopo lo scambio di centrocampisti con il Barcellona, tra l’estate scorsa e questi ultimi fuochi di mercato d’inizio ottobre è riuscita ad alleggerire le proprie casse cedendo, nell’ordine temporale, tra prestiti e rescissioni, Matuidi, Higuain, Rugani, De Sciglio, Douglas Costa. Il guadagno totale è stato pari alla “miseria” di 1,5 milioni di euro, che è la cifra pagata dal Rennes per il prestito oneroso del centrale difensivo Rugani. Ma ciò che incide sul bilancio è il risparmio in termini di ingaggio.

Le cinque operazioni sopracitate hanno consentito alla famiglia Agnelli di risparmiare una cifra che si aggira attorno ai 23,5 milioni di euro, oltre le relative tasse. Il volo transoceanico di Higuain, che a metà settembre si è accasato all’Inter Miami FC rescindendo il suo accordo con la Juve, è stata l’operazione che più fa respirare le casse bianconere.

Il centravanti argentino, infatti, percepiva uno stipendio di 7,5 milioni di euro: il terzo più alto tra i calciatori della rosa juventina la stagione scorsa, più ricchi di lui soltanto l’olandese De Ligt (8 milioni di euro l’anno) e, naturalmente, la star Cristiano Ronaldo (31 milioni di euro l’anno).

Importante anche il risparmio che ha portato il ritorno di Douglas Costa al Bayern Monaco, in prestito gratuito per una stagione, concordato tra le due società al fotofinish lunedì scorso. DC10 percepiva a Torino uno stipendio di 6 milioni di euro, il nono più alto della rosa la stagione passata: il brasiliano proverà ad allungare la rotazione dei clamorosi esterni offensivi che rendono il Bayern ancora favorito in Champions per le scommesse calcio!

Stessa destinazione di Higuain per il centrocampista francese Matuidi. Anche lui ha rescisso il contratto che lo legava alla Juve fino al giugno 2021 facendogli percepire 3,5 milioni l’anno.

Uguale lo stipendio che prendeva De Sciglio: il terzino destro, considerato un esubero dal tecnico Pirlo, si accasa in prestito all’Olympique Lione, così come va in prestito (ma oneroso) in Francia anche Rugani, al Rennes.

Se ne vanno dalla Juve a titolo temporaneo anche i vari Romero all’Atalanta (per un corrispettivo di 2 milioni), Stoppa alla Sampdoria, Mandragora che resta all’Udinese e meriterà un articolo a parte, Pjaca e Luca Pellegrini al Genoa, Caviglia al Parma. Ma si tratta, in questa lista, di giovani del vivaio o di calciatori tornati alla base che militavano già altrove.

Inter: tante cessioni ma anche tanti esuberi

Lunga è anche la lista dei calciatori che hanno lasciato con la formula del prestito l’Inter. Ma sarebbe potuta essere ancora più copiosa se il patron Zhang non fosse stato irremovibile dinanzi a proposte di altri club considerate insufficienti.

È così che sono saltate le cessioni di Nainggolan al Cagliari (i sardi avrebbero voluto rinnovare il prestito, mentre i meneghini chiedevano 10 milioni per la cessione), di Brozovic, di Skriniar e di Eriksen (anche per il danese, l’Inter ha chiuso le porte a club stranieri che chiedevano il prestito, dichiarandosi disposta a trattare solo un trasferimento a titolo definitivo).

All’estero sono andati Dalbert, ceduto al Rennes in prestito oneroso di 2,5 milioni, e Lazaro, spedito con la stessa formula al Borussia Monchengladbach in cambio di 1,5 milioni. In prestito gratuito se ne sono andati invece Sebastiano Esposito alla Spal e Candreva alla Samp: ma se per il primo si tratta di un modo per fargli fare esperienza, per il secondo di un’operazione finalizzata a risparmiare i 3 milioni netti d’ingaggio.

Lo stesso obiettivo di alleggerire le casse si cela dietro la rescissione dei contratti di Borja Valero e Godin, passati rispettivamente a Fiorentina e Cagliari. Lo spagnolo percepiva 2,5 milioni, mentre l’uruguaiano addirittura 6,7. Lista gratuita per il ghanese Asamoah, in procinto di accasarsi alla Samp: con lui altri 3 milioni netti vanno cancellati dalla colonna delle spese annuali.

Sempre ai blucerchiati è finito l’attaccante Keita Baldè, in prestito oneroso per un milione di euro. Destinazione Lisbona, fronte Sporting, per Joao Mario, in prestito ai biancoverdi cui la società nerazzurra pagherà comunque un terzo dello stipendio. In totale l’Inter risparmia, tra prestiti e rescissioni, circa 20 milioni, più tasse. Se fosse riuscita a "liberarsi" di Nainggolan, Brozovic, Skriniar ed Eriksen il risparmio sarebbe salito di altri 16,2 milioni circa.

Ora sta a mister Conte riuscire a trasformare questi esuberi in un valore aggiunto in una stagione così compressa e confermarsi come antagonista della Juventus per le scommesse Serie A!

*Il testo dell'articolo è di Federico Cenci. La foto di Lynne Sladky (AP Photo).

October 7, 2020

Di 888sport

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La sfida di Nations League tra Italia e Polonia vede contrapporsi due scuole calcistiche unite da un filo rosso che passa per ambiti strettamente sportivi ma non solo.

Boniek sulla Fiat 126

Più che il prato verde, infatti, è la politica economica protagonista del primo trasferimento di un calciatore polacco del Belpaese. Corre l’estate 1982, quella dell’indimenticabile “Mundial” di Spagna che ha visto trionfare gli azzurri di Bearzot e piazzarsi a un onorevole terzo posto la Polonia.

Uno dei calciatori più rappresentativi dei biancorossi è il baffuto attaccante Zbigniew Boniek. Su di lui ha messo gli occhi la Roma di Dino Viola, pronta ad accaparrarsi il cartellino di proprietà del Widzew Łódź. Narrazione vuole, tuttavia, che la Juventus della famiglia Agnelli riesca a soffiarlo al club capitolino grazie ai buoni uffici della Fiat in Polonia: l’azienda torinese fabbrica nel Paese dell’allora blocco sovietico le mitiche 126 garantendo numerosi posti di lavoro.

Boniek contro la Francia in Spagna '82!

L’approdo di Boniek a Trigoria è però solo rimandato: vestirà la maglia giallorossa dal 1985 al 1988. Sempre nel 1982 sbarca in Italia, al Verona, un altro polacco, il difensore Wladyslaw Zmuda: poco fortunata la sua esperienza in terra scaligera, più interessanti le tre stagioni (dal 1984 al 1987) trascorse alla Cremonese. Dopo di loro, la presenza di calciatori polacchi in Italia è diradata sino al finire dei primi anni duemila, quando i polacchi iniziato a tornare protagonisti della Serie A.

Italia - Polonia ai Mondiali!

La scuola dei portieri

Arriviamo così a oggi, con i calciatori originari della Polonia che, con il rientro in serie A dell'esperto difensore Glik, costituiscono il terzo gruppo di stranieri per numero dopo argentini e brasiliani. Erano 26 quelli tesserati nel 2019 nei campionati professionistici italiani, tra i quali spiccano tre portieri che confermano la buona tradizione polacca tra i pali.

Il più noto è lo juventino Wojciech Szczęsny, che qui in Italia ha percorso la strada inversa rispetto al suo connazionale Boniek: arrivato alla Roma in prestito dall’Arsenal nel 2015, rimane sotto il Cupolone per due stagioni prima di effettuare un veloce rientro a Londra ed essere acquistato dai bianconeri a titolo definitivo. Szczęsny, che nella Nazionale polacca si contende il posto da titolare con l’esperto Fabiański del West Ham, ha raccolto il testimone del mito juventino Gianluigi Buffon.

È un portiere moderno, tra i più affidabili al mondo, agile tra i pali e bravo anche con i piedi. Fa dell’agilità e della prestanza fisica i suoi punti di forza Łukasz Skorupski, alla terza stagione da titolare nel Bologna. Arrivato alla Roma nel 2013 dal Górnik Zabrze grazie a un’intuizione di Walter Sabatini, fa il secondo con i giallorossi per due stagioni, prima di andare a “farsi le ossa” per altri due anni a Empoli. Tornato nella Capitale, nel 2017-18 fa il vice di un certo Allisson prima di essere ceduto a titolo definito al Bologna.

Anche Skorupski fa parte del giro della Nazionale polacca, mentre Bartłomiej Drągowski finora ha giocato soltanto con le rappresentative giovanili. Il mese scorso, intanto, è arrivata per lui la prima convocazione da parte del tecnico Jerzy Brzęczek per le gare di Nations League 2020 contro Paesi Bassi e Bosnia. Se confermerà le qualità fatte intravedere sinora in maglia viola, continuerà ad esserci spazio per Drągowski nella Nazionale maggiore.

I precedenti tra Italia e Polonia

Nazionale polacca che prima della Nations 2020 ha affrontato gli Azzurri per 16 volte. Nei precedenti, si contano 6 vittorie azzurre, 7 pareggi e 3 trionfi polacchi. L’ultima vittoria delle Aquile risale al 12 novembre 2003, un 3-1 in amichevole a Varsavia deciso dalle marcature di Bas, Klos, Krzynowek e gol del momentaneo 2-1 realizzato da Cassano, esordiente quella sera in maglia azzurra insieme al centrocampista del Parma, Marco Marchionni. L’Italia allenata da Trapattoni interrompe a Varsavia una striscia positiva di 10 gare.

È invece reduce da un periodo tutt’altro che brillante l’Italia di Roberto Mancini che il 14 ottobre 2018, a Chorzow, piega la Polonia per 0 a 1 grazie a un guizzo nei minuti di recupero del terzino Biraghi. La gioia in trasferta, assolutamente non scontata per le quote e scommesse sulla Nations League consente agli azzurri la permanenza nella Lega A del nuovo torneo europeo ed il ritorno alla vittoria dopo oltre un anno di astinenza (l’ultima il 9 ottobre 2017 in Albania, sempre 0 a 1 il risultato).

Finisce invece con una goleada la prima vittoria dell’Italia contro la Polonia: 6 a 1, il 18 aprile 1965, gara di ritorno delle qualificazioni valevoli per i Mondiali di Inghilterra 1966. L’andata, primo precedente in assoluto tra le due Nazionali, era finita 0 a 0 a Varsavia. In una Coppa del Mondo Italia e Polonia si affrontano per la prima volta nel 1974 in Germania, dove i biancorossi si impongono per 2 a 1. Due 0 a 0 l’anno dopo, nelle qualificazioni agli Europei del 1976.

Gli anni 80 si aprono con uno spettacolare 2 a 2 al Comunale di Torino, in amichevole, prima della storica doppia sfida di Spagna ‘82: nel girone eliminatorio finisce a reti bianche, mentre in semifinale, al Camp Nou di Barcellona, una doppietta di Paolo Rossi manda gli azzurri in finale e ferma l’ottimo cammino polacco.

Soltanto amichevoli (nel 1984 e nel 1985, una vittoria a testa) fino al 1997, qualificazioni ai Mondiali di Francia ‘98 che decretano un pareggio 0 a 0 in Polonia e una vittoria azzurra 3 a 0 al San Paolo di Napoli: la terza rete è una perla di Roberto Baggio, tornato in Nazionale dopo quasi due anni. Nel 2011, per l’inaugurazione del nuovo stadio di Wroclaw, amichevole  con l’Italia vittoriosa per 2 a 0.

*Il testo dell'articolo è di Federico Cenci. Le immagini sono tutte distribuite da AP Photo; il primo scatto è di Massimo Pinca.

 
October 5, 2020

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Di alcuni giocatori si dice spesso che sono dei veri e propri “allenatori in campo”. Solitamente sono quelli con più carisma, esperienza e con la capacità di vedere cose che i compagni, magari troppo impegnati nella loro prestazione da calciatori, non riescono a intuire. Sono chiaramente i membri della rosa preferiti dagli allenatori… quelli veri che in campo sono in grado di interpretare la partita e aiutare gli altri anche senza l’intervento della panchina.

Non è poi certo un caso se molti di quelli a cui durante la carriera viene appiccicata questa etichetta (come Roberto Mancini, o il più recente caso di Andrea Pirlo) poi allenatori lo diventino davvero. E c’è una certa scuola di pensiero che ritiene che i migliori tecnici siano gli ex centrocampisti.

Il perché è presto detto: la posizione in campo aiuta eccome a creare questa convinzione. Chi gioca a centrocampo deve relazionarsi, anzi… preoccuparsi di quello che fanno tutti i reparti: il proprio, per ovvi motivi, ma anche l’attacco da rifornire e la difesa da schermare. Il centrocampista, per definizione, è sempre nel bel mezzo dell’azione e ha una visuale di campo che gli permette di dare indicazioni a tutti gli altri compagni di squadra. E va da sé che chi fa il regista quando gioca possa avere ottime qualità anche da replicare dalla panchina.

Uno degli esempi più importanti da questo punto di vista è certamente Pep Guardiola. Il catalano ha avuto un’ottima carriera da centrocampista ed è sempre stato considerato il vero luogotenente di Cruijff ai tempi del Dream Team del Barcellona. Dunque in fondo non è che molti si siano sorpresi quando i blaugrana gli hanno affidato la panchina, né quando Pep si è dimostrato uno dei tecnici più capaci e vincenti della sua generazione.

Ma è proprio Cruijff, che da calciatore faceva l’attaccante, la prima prova… contro la teoria dei centrocampisti. Vero, il Profeta del Gol se avesse voluto avrebbe potuto giocare ovunque, ma la sua poliedricità dimostra che è il cervello del giocatore, il suo acume tattico a fare l’allenatore, piuttosto che la posizione. E anche i protagonisti del calcio europeo degli ultimi vent’anni confermano (più o meno) che il ruolo non fa necessariamente il tecnico.

Jürgen Klopp, assoluto innovatore del pallone continentale, era un modesto difensore, che per sua ammissione aveva la testa da Bundesliga, ma i piedi da terza divisione. Stesso discorso per Josè Mourinho, che nella sua breve carriera da calciatore, durata appena sei anni, giocava anche lui in difesa.

Per le scommesse Europa League, il portoghese è favorito per alzare un altro trofeo nel cielo di Danzica!

Al Bayern Monaco l’ex centrocampista Flick ha preso l’eredità di un Triplete realizzato da Herr Jupp Heynckes, che in gioventù era un centravanti. E se al Real Madrid un regista avanzato come Zidane ha vinto tre Champions League di fila, ha raggiunto nell’elenco dei record un altro centrocampista (Ancelotti), ma anche un ex difensore come Bob Paisley.

Tra gli altri ex difensori di successo impossibile non menzionare anche Ronald Koeman, Blanc, Tuchel e il Loco Marcelo Bielsa, mentre risulta abbastanza impossibile cristallizzare in un ruolo ben preciso Luis Enrique, che in carriera ha indossato tutte le maglie della numerazione canonica tranne la numero 1.

Ronald Koeman sulla panchina del Barcellona!

Gli allenatori in A

In Italia la convinzione che gli ex centrocampisti siano i migliori tecnici è abbastanza radicata. Merito delle vittorie di Ancelotti, dell’esplosione di Conte e dei record di Allegri. E questa tendenza si riflette anche sulle panchine delle big. Attualmente, prendendo le prime dieci squadre dello scorso campionato, la fanno da padrone quelli che da calciatori dominavano la mediana.

Alla Juventus c’è Pirlo, l’Inter ha Conte e l’Atalanta Gasperini e si sono affidate a ex centrocampisti anche il Napoli di Gattuso, il Sassuolo di De Zerbi, il Verona di Juric e la Fiorentina di Iachini. A fare da contraltare c’è una manciata di difensori, tra cui il romanista Paulo Fonseca e il milanista Pioli, e un solo ex centravanti, il laziale Simone Inzaghi. Peccato però che alla fine l’anno scorso lo scudetto lo abbia vinto Maurizio Sarri, che non è mai stato un calciatore professionista e che quando giocava tra i dilettanti faceva comunque il difensore.

E rimanendo in casa bianconera, strano ma vero, nessuno dei tecnici che hanno portato la Juventus a vincere trofei europei ha mai messo piede a centrocampo, se non di passaggio: Trapattoni e Lippi erano arcigni marcatori, mentre Zoff giocava addirittura in porta. E non essendo un estremo difensore moderno, la linea di metà campo forse non l’ha mai neanche sfiorata.

E se è vero che la posizione in campo probabilmente non fa il tecnico, quasi certamente non fa il CT, o almeno il selezionatore della squadra che vince i mondiali. Solo quattro ex centrocampisti ci sono riusciti: i due francesi (Deschamps e Jacquet), l’unico spagnolo (Del Bosque) e uno dei due argentini (Bliardo). Per il resto l’albo d’oro della Coppa del Mondo è un fiorire di strane storie. I CT italiani vincenti sono due difensori (Lippi e Bearzot) e uno come Pozzo, che quando giocava all’inizio del XX secolo non stava troppo a sottilizzare sul ruolo.

I brasiliani, come sempre, si danno alla fantasia. Felipao Scolari faceva il difensore, Parreira non ha mai dato un calcio a pallone in vita sua, Zagallo era un’ala sgusciante, Moreira si alternava tra l’attacco e la porta e Feola era un centravanti dalla forma così scarsa che lo chiamavano El Gordo.

I solitamente rigorosi tedeschi preferiscono gli attaccanti (Löw, Schön ed Herberger), con un ex libero come Beckenbauer a completare il poker. A guidare l’Uruguay alle sue due Coppe del Mondo ci sono stati Suppici, difensore, e Lopez Fontana, professore di educazione fisica. L’altro argentino campione è Menotti, attaccante, mentre l’unico inglese è l’ex roccioso terzino destro Alf Ramsey.

E persino il mago del calcio totale, l’olandese Rinus Michels, preferiva puntare la porta avversaria piuttosto che guidare la mediana. Insomma, la storia del calcio smentisce questo luogo comune: i migliori tecnici non sono necessariamente i centrocampisti. Perché, Sarri docet, il cervello da allenatore ce lo può avere… anche un bancario!

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Rui Vieira e Lalo R. Villar.

October 4, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Dopo l’ottimo sorteggio della Champions League per le italiane, anche l’Europa League ha regalato dei sorrisi, specialmente alla Roma. Percorso leggermente più complicato per Napoli e Milan, che, in ogni caso, partono con i favori del pronostico. La prima squadra ad essere sorteggiata nell’urna di Ginevra è stata proprio la Roma di Paulo Fonseca, inserita subito nel gruppo A. I giallorossi dovranno vedersela con Young Boys, Cluj e CSKA Sofia.

Un sorteggio molto positivo, anche se non bisogna sottovalutare le insidie che arrivano soprattutto dallo Young Boys e dal Cluj. Gli svizzeri sono reduci dal titolo nazionale nella passata stagione e hanno fallito l’accesso alla Champions League, perdendo al playoff contro il Midtjylland per 3-0. Il successo, sempre per 3-0, contro il Tirana ha dato allo Young Boys il pass per questa Europa League e attenzione al campo sintetico e ad alcune individualità che possono mettere in difficoltà la Roma.

Il Cluj invece torna nella Capitale un anno dopo aver affrontato la Lazio nella passata edizione dell’Europa League, strappando il passaggio del turno proprio a discapito dei biancocelesti. Dalla quarta fascia è stata sorteggiato il CSKA Sofia, squadra che ha sorpreso nel playoff, eliminando il Basilea vincendo in terra svizzera 1-3. 

Napoli

L’altra italiana in prima fascia era il Napoli di Rino Gattuso, e gli azzurri dovranno affrontare delle formazionidi buona qualità. A cominciare dalla Real Sociedad, squadra che vuole crescere anche a livello europeo. L’arrivo in estate di David Silva, promesso sposo della Lazio, dimostra quanto la Real Sociedad vuole crescere e stupire anche in Europa League. Squadra giovane e di talento è invece l’AZ Alkmaar, che lo scorso anno ha sfiorato l’impresa in Eredivisie.

Al momento dello stop sancito dalla federazione olandese, infatti, la giovane squadra di Alkmaar si stava giocando il primo posto con l’Ajax. Nonostante le tante voci di mercato l’AZ ha avuto la forza di tenere i suoi big, da Boadu a Stengs fino al capitano Koopmeiners. Probabile fanalino di coda il Rijeka, passato dai playoff battendo 1-0 il Copenhagen in Danimarca. I croati non sembrano avere la qualità per tenere il passo di Napoli, Real Sociedad ed AZ Alkmaar, che si giocheranno i due posti per il passaggio del turno. 

Milan

Dopo la clamorosa sfida in Portogallo contro il Rio Ave, il Milan ha ottenuto il pass per l’Europa League. Al sorteggio i rossoneri erano in terza fascia, e potevano sicuramente incontrare squadre di alto livello. Il girone della squadra di Pioli è sicuramente equilibrato, con Ibra e compagni che partono però con il favore del pronostico.

Tutte e quattro le squadre possono passare il turno, a cominciare dal Celtic che è la testa di serie di questo girone. Gli scozzesi guidati da Edouard in attacco vogliono passare il turno, proprio come fatto lo scorso anno. Sparta Praga e Lille possono fare molto bene. I francesi non potranno contare su Osimhen e Gabriel, ceduti rispettivamente a Napoli ed Arsenal. I cechi invece tornano in Europa League dopo tre eliminazioni consecutive nei preliminari, l’ultima apparizione è datata 2016/17 quando incontrò l’Inter nel girone. 

Il tabellone completo!

Le altre

Girone sulla carta agevole per le tre inglesi, Leicester, Arsenal e Tottenham, favorite per le scommesse Europa League per la finale di Danzica! Le Foxes si giocheranno il primo posto con il Braga, mentre le due londinesi dovrebbero avere vita facile e chiudere in vetta alla classifica la fase a gironi.

Interessante il gruppo C, dove il Leverkusen senza Kai Havertz dovrà giocarsi il passaggio del turno con il Nizza e lo Slavia Praga. Dopo la delusione dell’eliminazione dalla Champions League ai preliminari, il Benfica è la favorita del gruppo D insieme ai Rangers di Steven Gerrard, mentre nel gruppo E il PSV non dovrebbe soffrire contro PAOK, Granada e Omonoia.

Girone piuttosto agevole anche per il Villarreal, che con l’arrivo di Unai Emery in panchina si candida a possibile sorpresa di questa Europa League visti i tre successi del tecnico spagnolo in questa competizione alla guida del Siviglia.

Regna l’equilibrio nel gruppo K dove CSKA Mosca, Dinamo Zagabria e Feyenoord si giocheranno il passaggio del turno mentre il Wolfsberg difficilmente potrà lottare per un posto nei sedicesimi di finale. Il sorteggio si chiude con il gruppo L dove sembra favorito l’Hoffenheim, su Gent, Slovan Liberec e la Stella Rossa guidata da Dejan Stankovic. 

*L'immagine di apertura è di Daniel Cole (AP Photo). Le quote citate sono aggiornate al 3 ottobre 2020.

October 3, 2020

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L’urna di Nyon dei gruppi di Europa League 2020 è stata per i tifosi romanisti all’insegna dell’amarcord. Nel girone A della seconda competizione continentale la squadra di Fonseca è stata inserita, oltre che con gli svizzeri dello Young Boys (sfida inedita), con i rumeni del Cluji (affrontati in Champions League nel 2009) e con i bulgari del Cska Sofia (due precedenti: in Coppa Campioni nel 1983 e in Europa League nel 2010).

«Grazie, Perrotta!»

I più attenti ricorderanno della trasferta in Bulgaria di dieci anni fa la maglia nera indossata dall’undici allenato da mister Ranieri, un’agevole vittoria della Roma per 3 a 0, la doppietta di Cerci nonché la rete del giovane Filippo Scardina. Quest’ultimo è il classico “re per una notte” di cui è piena la storia del calcio: giocatori che assaporano una gloria estemporanea per poi tornare nell’oblio dei palcoscenici più importanti.

Forte di una qualificazione già archiviata, l’allenatore di San Saba decide di portare a Sofia, per l’ultima e ininfluente partita del girone eliminatorio, un paio di elementi del settore giovanile. Nel secondo tempo, a vittoria ormai messa in ghiacciaia, i due vengono mandati in campo: l’ala Pettinari prese il posto del mattatore Cerci, mentre il centravanti Scardina subentrò ad Okaka.

Classe ‘92, Scardina impiega appena otto minuti per farsi conoscere: assist di un generoso Simone Perrotta e gol del gioiello romanista. A fine partita, un giubileo di emozioni: «Grazie, Perrotta! Con quel passaggio mi ha permesso di vivere un’emozione che non dimenticherò mai». In effetti, quella marcatura resterà l’unico acuto di Scardina non solo in maglia giallorossa, ma in generale nel calcio che conta. Il girovagare negli anni in Serie C, ha portato l’attaccante romano ad accasarsi nell’estate 2020 alla Pergolettese.

Per le scommesse Europa League, Arsenal e Tottenham favorite per la vittoria finale. La Roma si gioca @19!

De Sousa, protagonista letterario

Da una riva all’altra del Tevere, sempre a proposito di centravanti, ha vissuto un’esperienza simile Claudio De Sousa. Papà angolano e mamma marchigiana, centravanti in grado di giocare anche come esterno d’attacco, cresce nelle giovanili della Lodigiani, e fa parte di un'operazione di mercato con la quale la Lazio si assicura due baby fenomeni: Claudio, appunto, ed il portiere Alessio De Angelis.

Nel 2004, a 19 anni, esordisce in Serie A contro il Milan. Alla seconda presenza, all’Olimpico contro il Messina, De Sousa realizza la rete del definitivo 2 a 0. mandando sotto al sette un pallone servito da Goran Pandev. Per il giovane cresciuto nella periferia romana è il coronamento di un sogno. A fine partita l’idolo della tifoseria laziale, Paolo Di Canio, lo prende sotto braccio e lo accompagna sotto la Nord a raccogliere la meritata ovazione.

Anche per De Sousa, però, la consacrazione con la squadra da cui è partito non avverrà mai. Va in prestito al Torino, in Serie B, dove colleziona poche presenze (segnando anche un gol), poi un lungo viaggio prima in B, poi in C, a causa anche di una grave e sfortunata lesione ad un piede. Oggi milita nell’Ostia Mare, in Serie D. L’ex promessa del vivaio laziale è anche il protagonista del romanzo “Sul ciglio del dirupo”, di Emiliano Reali, che ne racconta le iniziali difficoltà d’integrazione e poi la sua affermazione come uomo.

Derby indimenticabile

Un romanzo ma distopico, per i tifosi dell’Inter, è la sconfitta per 6 a 0 in un derby contro il Milan datata 11 maggio 2001. Eroe di quella mattanza rossonera ai danni dei cugini è un certo Gianni Comandini. Cresciuto nel fiorente settore giovanile del Cesena, l’attaccante classe ‘77 arriva a Milanello nell’estate del 2000, prelevato per l’importante cifra di 20 miliardi dal Vicenza, con cui ha ben figurato siglando 20 reti su 34 presenze.

In una stagione piuttosto anonima per i Diavoli, Comandini resta all’ombra di campioni come Shevchenko e Bierhoff, ma anche del primo rincalzo d’attacco, lo spagnolo José Mari. Il centravanti romagnolo riesce però a ritagliarsi un posto nel cuore dei tifosi milanisti grazie a quella indimenticabile doppietta all’Inter: il primo nella storia a segnare due gol nel suo esordio in un derby.

A fine stagione passa all’Atalanta per 30 miliardi (esborso che la società bergamasca non aveva mai fatto prima per un calciatore), ma non riesce a sfondare. Comandini si ritira a soli 28 anni, dopo aver vestito la maglia rossoverde della Ternana. Oggi fa il dj.

Da San Siro a Mapello

A proposito di musica, una traccia romantica sarebbe il sottofondo ideale per descrivere l’esordio in Serie A di Nello Russo. Attaccante nato nell’hinterland milanese, viene lanciato 18enne da mister Lippi in un pomeriggio del dicembre 1999 che vede, nel tempio di San Siro, i nerazzurri ospitare l’Udinese. Nei minuti finali, grazie a un assist involontario di Christian Vieri, Russo deposita in rete sigillando il risultato sul 3 a 0.

L’esultanza è eloquente: sguardo verso la porta per verificare che la palla abbia davvero varcato la linea e poi mani tra i capelli e sul volto, quasi a non crederci, forse ad asciugare qualche lacrima. La storia di Nello Russo in Serie A, già accennata su questo blog, è tutta racchiusa in questo gesto d’emozione, non c’è nient’altro. Nel 2014 ha appeso gli scarpini al chiodo, dopo aver concluso la carriera con i dilettanti del MapelloBonate.

*Il testo dell'articolo è di Federico Cenci. L'immagine di apertura, distribuita da AP Photo, è di Anton Uzunov.

October 3, 2020

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Tra i vezzi dell’Hellas Verona degli ultimi anni fatti di sali e scendi dalla Serie A e B, è rimasta sempre inalterata una buona abitudine: quella di regalare al calcio italiano giovani estremamente interessanti.

Se ricordiamo bene, l’attuale e imprescindibile regista della nazionale italiana Jorginho, è partito proprio dalle giovanili del club scaligero fino al debutto nella massima serie, esclusa una piccola parentesi al Sassuolo per il Torneo di Viareggio e il prestito alla Sambonifacese, maturato nella fase di upgrade tra Primavera e prima squadra, come spesso accade. 

A sorprendere, di Jorginho, sono tecnica, pulizia nei fondamentali e inamovibilità tattica. Sia con la Nazionale che col Napoli di Maurizio Sarri, il numero 8 si è reso metronomo della squadra. 

Ma come ha fatto l’oriundo a diventare così imprescindibile? 

La mentalità di Jorginho: attaccare per difendere
“Con il nostro allenatore (Maurizio Sarri, ndr) mi trovo benissimo. La mentalità del mister è la stessa mia, a me piace pressare e recuperare palla in avanti”.

Avere allenatori che hanno creduto nella sua centralità tattica e nel suo modo pulito e semplice di trovare soluzioni di passaggio per i compagni, è stato sempre importante per Jorginho. 
È successo con Sarri, con cui condivideva la concezione offensiva della fase difensiva, e sta succedendo con Roberto Mancini, anche quest’ultimo esteta favorevole a una mentalità proattiva. 

Non è successo con Rafa Benitez al primo anno di Napoli. L’allenatore spagnolo lo relegò in panchina dopo la perdita di fiducia scatenata dalla vacanza di Jorginho di un mese in Brasile. Periodo di stop in cui il centrocampista ha ammesso di aver praticamente abbandonato gli allenamenti personali, lasciandosi andare col cibo.  

Il professore Jorginho: lo studio dei compagni 

Il talento di Jorginho, per quanto lineare e limpido, è stato levigato già dai primi anni di vita.
A 4 anni sua madre, ex calciatrice e trequartista brasiliana lo portava sulle spiagge della sua Imbituba per allenarlo nei fondamentali e sulla parte fisica. Condizione molto particolare essere allenati e avviati al calcio dalla propria madre per giunta calciatrice, ma è proprio la natura inusuale che rende questa parte di storia di Jorginho affascinante. 

Nel gioco di Jorginho conta molto la conoscenza dei propri compagni, soprattutto quelli che lo affiancano nel centrocampo a 3 con due mezzali che lo stesso centrocampista ha sempre ammesso di preferire ad altre soluzioni in campo. 
Così come ha ammesso di studiare i video e quindi i movimenti dei compagni di squadra quando non è ad allenarsi. 

Una conoscenza maniacale che gli permette di sapere come impostare alcune giocate, prevedere lo sviluppo dell’azione di gioco ed essere a suo agio nel ruolo di regista.    

La precisione di Jorginho 

Giocare in mezzo al campo è uno dei ruoli probabilmente più cervellotici nel gioco del calcio.
Una posizione in cui è naturale dover toccare tanti palloni ed effettuare parecchi passaggi. Tutto quello che compete a un centrocampista per fare da filtro tra il reparto più avanzato e quello più arretrato.

È ciò che si avvera nel gioco di Jorginho, ma sorprende la precisione assoluta, fattore che non cala di fronte a un numero di palloni toccati enorme rispetto ad altri colleghi.

Nella stagione in cui abbiamo acceso tutti i riflettori sul suo talento, quella del 2015 – 2016, Jorginho ha realizzato proprio contro la sua ex squadra, l’Hellas Verona, il record di palloni toccati in una partita: 210 volte. All’epoca fu record degli ultimi 10 anni tra i Top 5 campionati europei. 

Mica male, soprattutto se all’aumentare di palle toccate e passaggi effettuati la precisione non cala. È proprio questo che rende speciale Jorginho e che gli vale l’aggettivo di imprescindibile in un sistema tattico di un certo tipo.

Rigorista praticamente infallibile con il famoso saltello al termine della rincorsa, il regista del Chelsea è sempre un'opzione valida come primo marcatore nelle scommesse online!

Considerando l’età del centrocampista, 29 anni il 20 dicembre 2020, più che un’evoluzione ulteriore possiamo aspettarci un consolidamento tra i migliori centrocampisti del mondo almeno per altri 3-4 anni, in un altro top club qualora decidesse di lasciare il Chelsea.

Jorginho è senso estetico per il calcio senza la necessità di strafare o cercare la giocata esuberante. Un tattico italiano con i piedi di un brasiliano. Un grande giocatore insomma, parola di chi di numeri 8 se ne intende. 

*Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer.

 
October 2, 2020

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Mai come il 1 ottobre 2020 il sorteggio della Champions League è stato positivo per le italiane. Tutte e quattro le protagoniste hanno chance di passare, a cominciare, naturalmente, dalla Juventus che, avendo vinto il nono campionato consecutivo, si è presentata al sorteggio in prima fascia.

Affascinante, epica, la sfida tra Messi e Cristiano Ronaldo, che in Champions League manca da nove anni. I due fenomeni si affronteranno per la prima volta in una fase a gironi, e, sicuramente, sarà il doppio incontro più seguito della prima fase della Champions League.

Il gruppo della Juve!

La Juve si giocherà con i blaugrana il primato in un girone dove non sembrano in discussione i primi due posti. Dinamo Kiev e Ferencvaros si giocheranno il pass per l’Europa League. 

Per le scommesse online, la Champions 2021 a Messi e compagni si gioca @12!

INTER

Forse il girone più equilibrato è quello dell’Inter; anche qui ci sono due squadre favorite per il passaggio del turno. I nerazzurri proveranno a contendere la leadership del gruppo al Real Madrid di Zinedine Zidane, reduce da un mercato che non ha portato grandi innesti.

I blancos non partono come possibile favorita per questa Champions, ma la loro esperienza può fare la differenza. Alle loro spalle due squadre con talento come Shakhtar e Borussia Monchengladbach, entrambe però con delle evidenti lacune in fase difensiva. I nerazzurri dopo due terzi posti consecutivi ai gironi di Champions hanno ora, finalmente, la possibilità di strappare il pass per gli ottavi di finale di Champions League. 

ATALANTA

Quanta storia per la Dea. Nel gruppo D è il Liverpool di Jurgen Klopp l’ovvia favorita per il primo posto. I Reds hanno aggiunto Thiago Alcantara e Diogo Jota a una rosa che nella scorsa stagione ha dominato la Premier ed è uscita a sorprese per le scommesse Champions League in casa agli ottavi contro l'Atletico.

Dopo aver vinto l'edizione 2019 ed essere tornati sul tetto d’Inghilterra la stagione successiva, il Liverpool punta a vincere tutto e ha le carte in regola per farlo. L’Atalanta si giocherà le sue carte per il passaggio del turno contro l’Ajax, che anche quest’anno ha venduto diversi talenti.

Gli addii di Ziyech, van de Beek e Dest hanno decisamente indebolito la squadra di Amsterdam, che non è più lo spauracchio di due anni fa. La Dea di Gasperini, che ha iniziato fortissimo anche quest’anno, può veramente strappare la seconda qualificazione consecutiva agli ottavi di finale di Champions League. 

LAZIO 

Forse il miglior sorteggio in assoluto lo ha avuto la Lazio di Simone Inzaghi. I biancocelesti infatti sono capitati nel girone dello Zenit, la squadra della prima fascia che praticamente tutte volevano incontrare. I russi sono reduci da due titoli nazionali consecutivi, ma in Europa non hanno entusiasmato.

I favori del pronostico nel gruppo F vanno inevitabilmente verso Dortmund, con gli “enfant prodige” del Borussia che vogliono dare spettacolo anche in Europa. Haaland e compagni dopo l’eliminazione agli ottavi dello scorso anno vogliono migliorare ed entrare almeno tra le migliori otto della Champions. L’altra squadra è il Bruges, squadra campione di Belgio che lo scorso anno ha chiuso al terzo posto nel girone A della Champions League. 

GLI ALTRI GIRONI

Senza dubbio il gruppo più entusiasmante è quello composto da Paris Saint Germain, Manchester United, Lipsia e Istanbul Basaksehir. I turchi sembrano ormai una vittima sacrificale, mentre i tedeschi dopo la semifinale dello scorso dovranno sudare la qualificazione agli ottavi. PSG e United partono favorite, ma Nagelsmann vuole stupire ancora una volta.

Il gruppo H della Champions League!

Pronostico apparentemente chiuso nel gruppo A dove i campioni in carica del Bayern Monaco si giocano il primo posto con l’Atletico Madrid del Cholo Simeone, una delle possibile opzioni di scommesse calcio per questa Champions. Il Salisburgo può strappare il terzo posto per scendere in Europa League e se lo giocherà con la Lokomotiv Mosca.

Nel gruppo C c’è tanto equilibrio alle spalle del Manchester City di Guardiola che è la netta favorita per il primo posto. Porto, Marsiglia e Olympiakos si giocheranno il passaggio del turno, con i portoghesi allenati da Sergio Conceicao che al momento sembrerebbero i favoriti.

Siviglia e Chelsea sono le due teste di serie nel gruppo E, con il Rennes pronto a stupire con i suoi giovani guidati dal gioiellino Camavinga. Il girone viene chiuso dai russi del Krasnodar, che con ogni probabilità si giocheranno proprio con la squadra della Bretagna il passaggio in Europa League. 
 

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Armando Franca (AP Photo). Tutte le quote citate sono aggiornate al 2 ottobre 2020.

 
October 2, 2020

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