Quanto conta il "grande nome" nella lotta per non retrocedere? Conviene affidarsi alla stella per un obiettivo tanto delicato oppure meglio puntare sul collettivo, un gruppo cosiddetto "monolitico", magari premiando la rosa della promozione dalla Serie B? In questo caso analizzeremo la prima opzione, applicata alle ultimissime esperienze di Serie A, partendo dall'esempio che sta fornendo il Benevento...

2020-2021 BENEVENTO

La facoltosa dirigenza patrocinata da Oreste Vigorito sta investendo davvero tanti quattrini per consegnare a Filippo Inzaghi una rosa altamente competitiva per mantenere la Serie A e fare in modo che la salvezza da conquistare sia la più tranquilla possibile: ecco allora gli attaccanti Gianluca Lapadula e Gianluca Caprari, i centrocampisti Artur Ionita e Bryan Dabo, il terzino sinistro, ex Anderlecht, Daam Foulon.

Nomi di un certo spessore, ingredienti per una torta ricca e saziante. Su cui applicare in sommità due ciliegine di lusso: la prima è Kamil Glik. colonna difensiva di Torino prima e Monaco nelle ultime quattro stagione. La seconda, sempre a proposito di Toro, è Iago Falque, giocatore dal piede fatato, specialista sui calci piazzati, pedina che farebbe certamente comodo per le formazioni in lotta per l'Europa. In tanti, sono pronti a scommettere che questo Benevento possa piazzarsi al primo posto della colonna di destra della classifica. E magari, chissà, sconfinare in quella sinistra.

2019-2020 BRESCIA 

Operazione di mercato da figliol prodigo. Partito dalla vicina Lumezzane e passato per Inter, Manchester City, Milan, Liverpool, ancora Milan, Nizza, e Olympique Marsiglia, Super Mario torna con un autentico plebiscito nella sua città. Dove, invero, non aveva mai giocato: una "responsabilità" come ammesso dallo stesso Balotelli, che però - evidentemente - non ha saputo rispettare. La sensazione, tuttavia, è che - almeno in questo caso - la famigerate "Balotellate" c'entrino poco o nulla.

Mario finisce fuori rosa e prende peso nella seconda parte di una stagione tormentata, tuttavia, dai cambi di umore del presidente Massimo Cellino e dai continui cambi tecnici tra Eugenio Corini, Fabio Grosso, ancora Corini e Diego Lopez. E, fondamentalmente, da una rosa assolutamente non altezza, dopo il tanto sospirato ritorno nella massima serie.

Semmai si può rimproverare Balotelli di essersi svincolato dalla figura del trascinatore, di cui l'organico delle Rondinelle (tornate immediatamente in cadetteria al penultimo posto) avrebbe avuto tanto bisogno. Alla fine, il responso parla di 19 presenze e 5 reti realizzate.

2018-2019 PARMA 

Lo si era dato per "finito" dopo le ultime due stagioni col freno a mano tirato in Cina, all'Hebei, destinazione che aveva abbracciato a portafogli aperto dopo aver salutato la Roma. Invece, tornato in Serie A in veste dell'attaccante più rappresentativo di un Parma, Gervinho dimostra di essere ancora dotato di quelle incredibili accelerazioni brucianti, tutto campo, che scardinano le difese avversarie.

Risultato? 30 presenze, 11 gol e una salvezza più che mai tranquilla dei ducali. Quella salvezza che gli esperti di scommesse serie A non danno assolutamente per scontata per maggio 2021...

 

2016-2017 CAGLIARI 

Un acquisto che fa strabuzzare gli occhi quello di Bruno Alves. Il Cagliari, dopo un anno di purgatorio di Serie B, torna in A e si presenta ingaggiando un fresco campione d'Europa (in campo nella semifinale contro il Galles): il portoghese Bruno Alves, 34 anni, appena svincolatosi dal Fenerbahçe.

Centrale difensivo maestro nei colpi di testa e nei calci piazzati, Alves è stato stella nel Porto e nello Zenit San Pietroburgo. La piazza sarda va in delirio e lui la ripaga con un'annata da "insostituibile" fatta di 36 presenze e una rete realizzata a settembre contro il Bologna, neanche a dirlo, su tiro piazzato. Il Cagliari, quindi, timonato da mister Massimo Rastelli, chiude con un più che sereno undicesimo posto.

2015-2016 BOLOGNA 

Dopo il doloroso anno in B e una faticosissima promozione conquistata solo al termine dei playoff contro il Pescara, il Bologna non vuole più rischiare di abbandonare la massima serie e mette sotto contratto gente del calibro di Emanuele Giaccherini, esterno di grande esperienza e bomber Mattia Destro, che all'epoca aveva ancora un certo appeal in sede di calciomercato.

I due - specialmente Giaccherini, arrivato dal Sunderland - fanno benissimo: il laterale segna 7 gol, l'attaccante ex Roma e Milan, ne sigla 8. Il Bologna, che inizia con Delio Rossi (il quale già a fine ottobre accumula la bellezza di 8 sconfitte) e prosegue con Roberto Donadoni, chiude al 14° posto festeggiando così la permanenza in A.


*L'immagine di apertura è di Luis Vieira (AP Photo).

October 2, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Un gol, un assist e una prestazione da incorniciare. Così il talentino norvegese Jens Petter Hauge si è guadagnato le attenzioni del Milan nell'arco del match preliminare di Europa League, disputata a San Siro e più ostica del previsto, contro il Bodø/Glimt.

Un'operazione di mercato che ha riportato ad altre nel passato, che si sono concretizzate attraverso veri e propri colpi di fulmine qualche giorno, qualche settimana, o qualche mese dopo lo scontro diretto in una competizione europea.

L'abbaglio Aaltonen

Non è la prima volta che accade nella storia del club rossonero, ma ci torneremo, sull'argomento. Perché la dinamica dell'operazione di mercato da poco conclusa, rimanda precisamente a quella che si concretizzò nel 1988 sull'altra sponda del Naviglio, quella nerazzurra. Il protagonista fu un altro scandinavo, anche se finlandese, l'allora 23enne Mika Aaltonen.

Centrocampista creativo col vizio del gol, nella Coppa Uefa 1987-88 aveva portato la squadra della sua città, il Tps Turku (o Turun Palloseura) ai sedicesimi di finali con una doppietta a sorpresa contro gli austriaci dell'Admira Wacker in trasferta. Ancor più sorprendente fu quello che accadde nella sfida successiva, a San Siro contro l'Inter, sconfitto in casa da un suo gol (poi rimontato nella gara di ritorno a Turku). L'allora presidente dei nerazzurri Ernesto Pellegrini se ne innamora e lo vuole portare a tutti i costi in nerazzurro già nel mese di marzo.

Tuttavia, una volta arrivato alla corte di Giovanni Trapattoni, il tecnico di Cusano Milanino non è assolutamente convinto delle sue potenzialità e, dietro a un "deve ancora maturare" che mascherava invece un "è soltanto un fuoco di paglia", lo manda immediatamente in prestito al Bellinzona. All'inizio della stagione 1988-89, quello dello scudetto dei record, Aaltonen viene girato in prestito al Bologna.

 

Ma, anche qui, si ritrova in un ambiente troppo più grande rispetto alle sue reali capacità tecniche: 4 presenze e tanti saluti in Italia, con una carriera proseguita tra le fila della seconda squadra dell'Hertha Berlino in Germania, il ritorno a Turku e un secondo tentativo all'estero, in Israele con l'Hapoel Be'er Sheva. Appende gli scarpini al chiodo al termine dell'ultima esperienza, in patria, al TPV (Tampereen Pallo-Veikot) ad appena 29 anni.

Oggi lavora in Finlandia come professore universitario. Niente male, davvero.

Le sliding doors di Ilicic

Un preliminare, proprio come Hauge fu invece "galeotto" per quanto riguarda Jospip Ilicic. Nell'estate 2010 il Palermo fu chiamato al doppio confronto contro gli sloveni del Maribor. Venne subito messo sotto contratto l'interditore Armin Bacinovic, che l'allora diesse Walter Sabatini aveva già adocchiato. Partita vinta 3-0 al "Barbera", persa 3-2 a Branik. Il secondo gol venne siglato dal 22enne Josip Ilicic.

Fu lo scout Dario Rossi, figlio del tecnico Delio, a suggerire l'acquisto di Josip, così descritto in una intervista di febbraio 2020 a Eurosport, dall'ex allenatore rosanero, il primo ad averlo in Italia: "Le due carriere sono state diverse, tra Armin e Josip. Ma Bacinovic all'epoca era già calciatore, era già pronto. Ilicic, tuttavia, ha sempre avuto una classe innata, straordinaria, ma emotivamente fragile: sbagliava un pallone e lo perdevi per tutta la partita.

Soffriva la concorrenza, all'epoca, con Javier Pastore. La sua tecnica, comunque, è qualcosa di fuori dal comune, e con la maglia dell'Atalanta ha avuto modo di confermarlo in tutte le salse".

Papin, Desailly e... Kutuzov

E torniamo, come promesso agli affari di Casa Milan. Nel 1991 e nel 1993, i rossoneri incontrano l'Olympique Marsiglia in Coppa dei Campioni. In entrambi i casi non andò bene, dolorosissima quella finale di Monaco di Baviera, persa a sorpresa per le scommesse online 1-0 per opera di Basile Boli.

Ma Silvio Berlusconi volle farne tesoro in entrambi i casi: così prima si assicurò bomber JPP, Jean Pierre Papin, poi, a pochi giorni dalla finalissima in terra di Germania, portò in rossonero un certo Marcel Desailly, trasformatosi in uno dei centrocampisti più forti "all time".

Ma ci fu anche un caso in cui non andò "come previsto": nel 2001, un sorprendente attaccante bielorusso, venne acquistato praticamente durante l'intervallo della partita di Coppa Uefa 2001 (era il 20 settembre): il suo nome? Vitali Kutuzov. Buon giocatore, sì, ma non più di un "discreto calciatore di provincia", come di fatto si è rivelato. 

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Darko Bandic (AP Photo).

September 30, 2020

Di Stefano Fonsato

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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28 settembre 2018: Silvio Berlusconi scende di nuovo in campo per un nuovo miracolo italiano. No, stavolta niente politica, ma il remake di una grandissima storia di calcio. O almeno, questo è quello che sperano i tifosi del Monza. Sono passati due anni da quando l’ex presidente del Milan…e del Consiglio ha acquisito la società brianzola e il Monza affronta il campionato di Serie B da favorita.

Merito ovviamente della potenza economica del Cavaliere e dell’abilità del suo fido braccio destro Adriano Galliani, che dopo quarant’anni è tornato nella sua città per contribuire a un sogno: quella di vedere i Bagai in Serie A!

Del resto, come hanno fatto notare sia il Cavaliere che il Dottore, il Monza è una delle poche società lombarde di un certo livello a non aver mai avuto l’onore di frequentare la massima divisione del calcio tricolore. E non hanno torto, perché in rigoroso ordine alfabetico sono undici le  corregionali ad aver giocato almeno una stagione in A: Atalanta, Brescia, Como, Cremonese, Inter, Lecco, Legnano, Mantova, Milan, Pro Patria, Varese.

E l’obiettivo, neanche troppo nascosto, è quello di… fare dodici nel minor tempo possibile. Guardando al passato, sembra quasi ovvio che Berlusconi sia destinato a ripercorrere il cammino fatto con il Milan, con acquisti sensazionali e una gestione particolarmente scintillante. Ma dai suoi trent’anni in rossonero, il numero uno di Finivest ha capito una cosa: il calcio è cambiato.

Un trio consolidato

Non basta più un proprietario che spende e che spande, ma le società devono essere solida e in grado di sostenere da sole gran parte dei costi della gestione sportiva. Il che spiega alla perfezione le mosse del duo Berlusconi-Galliani nei primi due anni al Monza. La società è stata acquistata in C1 e ha subito tentato la scalata alla serie cadetta, sotto la guida di Christian Brocchi, che dopo l’esperienza in panchina al Milan nell’ultima stagione dell’era Berlusconi ha deciso di rimettersi in gioco partendo dalle serie inferiori.

Brocchi ai tempi del Milan!

La prima stagione è stata positiva, ma non è bastato per la promozione: il Monza è arrivato quinto nel suo girone ma si è fermato ai quarti di finale dei playoff contro l’Imolese. Per i brianzoli è però arrivata la soddisfazione della finalissima di Coppa Italia di Serie C, persa contro la Viterbese per i gol in trasferta.

Visto che le potenzialità c’erano, nella complicata stagione 2019/20 la società ha optato per un salto di qualità. In puro stile berlusconiano sono arrivati alcuni colpi, con l’acquisto di calciatori evidentemente di categoria superiore, come Rigoni, Belllusci, Sampirisi e Paletta, tutti con un passato in Serie A. Allo stesso tempo però il Monza non ha rivoluzionato del tutto la rosa, optando per un mix tra calciatori di esperienza e ragazzi con un buon futuro davanti.

I risultati si sono visti, perché la promozione è arrivata con una certa tranquillità. L’unico intoppo è stata la sospensione del campionato, con conseguente rischio di cancellazione dei tornei, ma quando si è deciso che i posti in Serie B sarebbero stati assegnati con il coefficiente punti, Brocchi e i suoi non potevano non salire tra i cadetti, avendo perso solo due partite delle ventisette disputate prima dello stop.

Il Monza è una società ambiziosa e quindi punta al doppio salto. Del resto la storia recente della Serie B racconta di molte realtà che sono riuscite in una doppia promozione. Frosinone, Spal, Benevento, Parma, Lecce, solo per rimanere agli ultimi cinque anni. Dunque, complice anche il salto di categoria, i biancorossi hanno potuto attrarre in organico altri calciatori… da Serie A.

L’arrivo di Boateng sposta: in fedelissimo del Milan dell’era Berlusconi, insieme a Mario Balotelli, è la ciliegina sulla torta di mercato e sposta clamorosamente i pronostici per le scommesse calcio: oltre al trequartista di Berlino sono arrivati a Monzello anche Giulio Donati, Antonino Barillà, il nazionale danese Gytkjær ed il croato Mirko Maric.

In una stagione che si presenta parecchio sui generis, le possibilità che Brocchi e i suoi riescano ad arrampicarsi fino alla massima serie non sono così poche. Anche perché il progetto Monza è tecnico, ma anche economico. Il club, nato nel 1912, è stato rifondato due volte, l’ultima delle quali nel 2015, dopo il fallimento decretato dal Tribunale e la conseguente iscrizione alla Serie D.

Una città pronta

La società che Berlusconi ha acquistato due anni fa è dunque libera da ingombranti lasciti del passato e salendo di categoria ha tutta l’intenzione di diventare protagonista anche delle rivoluzioni della Lega Calcio, non ultima quella che riguarda la fondazione della media company per la gestione dei diritti pubblicitari e di quelli audiovisivi, in puro stile Premier League.

Monza, poi, è un paesino, ma una città da oltre 120mila abitanti, un bacino d’utenza molto maggiore rispetto a quelli di alcune squadre di A. E lo stadio Brianteo, con i suoi 18mila posti, è un impianto che può tranquillamente ospitare i match della massima serie (e infatti è stato la casa del Milan femminile), oltre ad avere un certo appeal pubblicitario, come dimostra la cessione dei naming-rights dell’impianto alla U-Power.

Insomma, dalle parti di Monza forse non dovranno aspettarsi un’epopea stile Milan, con i Palloni d’Oro che atterrano al centro sportivo in elicottero e le Champions League vinte come fossero tornei di quartiere. Ma di certo il progetto lanciato da Berlusconi e dal fido Galliani ha basi solide, sia tecniche che economiche. Ora starà a Brocchi e ai calciatori dimostrare che i Bagai possono sognare la Serie A per la quale sono i favoriti insieme all'Empoli per le scommesse. Del resto, le premesse per un miracolo ci sono tutte…

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, Felice Calabrò ed Antonio Calanni.

Prima pubblicazione 30 settembre 2020.

December 5, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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C’era una volta il dodicesimo. Ruolo comodo: posto assicurato in panchina, radiolina all’orecchio e - all’occorrenza - copertina sulle gambe. L’intensità del calendario calcistico ha restituito dignità al secondo portiere, regalando al terzo il ruolo di attore non protagonista.

In principio fu Valerio Fiori, al tramonto del secolo scorso. Dopo una dignitosa carriera tra Lazio, Cagliari,Cesena e Piacenza, decise di appendere i guanti al chiodo accettando il ruolo di terzo portiere al Milan: stipendio assicurato, premi partita, un posto in prima fila nelle sfide di cartello in Italia e in Europa. Valerio Fiori da San Cleto all’epoca aveva trent’anni, e non sapeva minimamente che sarebbe diventato il capostipite di una corporazione, quella del terzo portiere.

Con il Milan giocò solo due partite, la prima il 24 maggio 2003, a Piacenza: è l’ultima giornata di campionato, in palio non c’è nulla, quattro giorni dopo - a Manchester - è in programma la finale di Champions League contro la Juventus. Il suo secondo incontro lo gioca in Coppa Italia, contro la Sampdoria, il 18 dicembre 2003: meno di tremila spettatori per il ritorno degli ottavi: segna - come al solito - Pippo Inzaghi.

Due presenze in nove stagioni. Ma mette in bacheca uno scudetto, una Coppa Italia, una Supercoppa italiana, due Champions League, due Supercoppe UEFA e una Coppa del Mondo per club. Gli sarebbe potuta andare peggio.

La figura del terzo portiere compare alla fine degli anni ’90: prima di allora è il ruolo che appartiene di diritto al portiere titolare della squadra Primavera. Ma, a poco a poco, gli impegni aumentano, il calendario si arricchisce di impegni, le Coppe Europee cambiano formula inserendo la fase a gironi che contempla maggiori partite in programma.

I terzi nerazzurri

Uno specialista del ruolo è stato Paolo Orlandoni, terzo storico portiere dell’Inter. La Lazio - nell’anno successivo al secondo scudetto - lo prende in prestito dalla Reggina: gioca una sola partita contro il Napoli, quella che costa la panchina a Sven Goran Eriksson. La carriera non decolla, torna in B con il Piacenza e gioca qualche stagione prima di tornare all’Inter, squadra che lo ha cresciuto nel proprio vivaio. E qui resta sette stagioni, giocando in totale sei partite.

Ha poco spazio, ma nella notte in cui l’Inter ipoteca la finale di Champions League contro il Barcellona a San Siro, lui è in panchina. Ha vinto cinque campionati, quattro Supercoppe italiane, tre Coppe Italia, una Champions League e una Coppa del Mondo per club: potrà raccontarlo ai nipoti con piena soddisfazione.

Percorso simile per Tommaso Berni, che a 31 anni decide che può anche smettere di girare l’Italia dopo aver albergato a Terni, Roma (sponda Lazio) Salerno, Braga, Genova (sponda Samp) e Torino (sponda granata); anche lui arriva ad Appiano Gentile, ma è mano fortunato di Orlandoni perché non riesce a collezionare neanche una presenza con la maglia dell’Inter. In compenso, nella stagione 201972020, si è fatto espellere due volte dalla panchina, contestando l’operato dell’arbitro di turno.

Per le scommesse calcio , l'Inter è la principale antagonista della Juve per lo Scudetto 2021!

Storie da ultima giornata

Nella Juventus, la figura del terzo portiere è stata rappresentata per anni da Carlo Pinsoglio: cresciuto nel vivaio juventino, come Orlandoni è stato a lungo tempo in prestito per poi ritornare alla casa madre. Da terzo portiere ha vinto tre scudetti, una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana.

Carlo Pinsoglio, terzo portiere della Juve!

Inserito nella famosa "Lista A", finora ha giocato tre partite con la Juventus, tutte in programma nell’ultima giornata di campionato: è accaduto nel 2018, nel 2019 e nel 2020. I parenti sono avvisati, si è già prenotato per il 2021, il 23 maggio in programma c’è Bologna-Juventus, incontro che si preannuncia da gol per le scommesse

Prima di lui - a rinverdire le gesta di Massimo Piloni e Giancarlo Alessandrelli - era arrivato alla Juventus il brasiliano Rubinho: quattro scudetti consecutivi, due Supercoppe italiane e due Coppe Italia. In bacheca ha collezionato più trofei che presenze che - al termine delle quattro stagioni juventini - sono miseramente due, e come Carlo Pinsoglio, arrivano in concomitanza con l’ultima di campionato: nel 2013 scende in campo contro la Sampdoria, l’anno successivo contro il Cagliari. A essere onesti, entra a partita in corso, senza mai collezionare una presenza da titolare.

Il terzo più forte

Anche la Roma nel corso degli ultimi venti anni ha avuto figure più o meno significative che hanno ricoperto il ruolo di terzo portiere. Il rumeno Bogdan Lobont arriva nella capitale nel 2009, e resta a Trigoria nove stagioni mettendo insieme 26 presenze: è fatale la ventisettesima che corrisponde al 26 maggio 2013. Quella resta la sua ultima partita in giallorosso, pur continuando a far parte della rosa romanista fino al 2018.

Ben altra storia è quella del brasiliano Julio Sergio Bertagnoli che arriva nella capitale quando i portieri non mancano: il primo è Doni, poi c’è Arthur, e poi Lobont. Infine c’è lui, che Spalletti decide di gettare nella mischia contro la Juventus. La Roma perde, Spalletti si dimette e Ranieri lo conferma. Da questo momento in poi Julio Sergio si prende a pieno titolo il posto da titolare.

La Roma corre, vola, sfiora lo scudetto fin quando Pazzini non rompe l’incantesimo. Senza colpe e senza gloria, Julio Sergio Bertagnoli continua a essere il titolare nella stagione seguente, fin quando una serie di infortuni compromettono la sua tenuta fisica. Julio Sergio se ne va dalla capitale dopo aver accarezzato un sogno: in bacheca non è rimasto nulla, ma nell’animo ha la convinzione di essere stato - come amava ripetergli il suo tecnico Spalletti - il terzo portiere più forte del mondo.

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Mark J. Terrill e Michael Dwyer.

September 30, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

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Forse mai come quest’anno ci sarà uno scontro diametralmente opposto nelle NBA Finals. La forza di un gruppo contro le stelle, una sorpresa contro la grande attesa. I Miami Heat di coach Spoelstra sfideranno i Los Angeles Lakers nelle Finals che inizieranno nella notte di giovedì 1 ottobre.

Prima curiosità: per la prima volta nella storia della NBA alle Finals saranno presenti due squadre che lo scorso anno non hanno preso parte ai Playoff.

Gli opposti

Miami era partita con l’obiettivo di tornare nei Playoff, reduci dal decimo posto nella Eastern Conference. In estate sono stati messi a segno colpi importanti, su tutti l’arrivo di Jimmy Butler nella trade con Philadelphia. Gli Heat hanno rinunciato a Josh Richardson per avere un leader intorno al quale costruire un progetto con un gruppo molto giovane.

Altri due veterani cruciali per gli Heat sono arrivati in estate, ovvero Iguodala e Crowder. La loro leadership ha accelerato il processo di crescita dei giovani. Da Adebayo a Robinson, ai quali sono aggiunti due rookie dallo straordinario impatto come Kendrick Nunn, spettacolare nella prima fase della stagione, e, soprattutto, Tyler Herro.

Dall’altra parte i Lakers che, dopo il decimo posto nella Western Conference, hanno deciso di andare all-in portando a Los Angeles Anthony Davis in una trade nella quale, rischiando, hanno rinunciato a Ingram, Lonzo Ball e Josh Hart. L’impatto dell’ex Pelicans è stato straordinario ed intorno a LeBron James ed il suo nuovo partner i Lakers hanno costruito le loro fortune. La forza del gruppo degli Heat contro le individualità dei Lakers, gireranno lì queste Finals. 

Il percorso

Entrambe arrivano con dodici vittorie e tre sconfitte a queste Finals. I Lakers hanno sempre vinto 4-1 le loro tre serie di playoff, perdendo, a sorpresa per le scommesse NBA Gara-1 contro i Trail Blazers al loro esordio nella post-season. Quattro vittorie in fila contro Portland prima del ko, sempre in Gara-1, al secondo turno contro i Rockets. Anche qui quattro vittorie consecutive per arrivare alla finale di Conference.

Tutti si attendevano il derby di Los Angeles, invece i Clippers si sono fatti rimontare dal 3-1 dai Nuggets ed è stata Denver a sfidare i Lakers. Troppo forte il duo James-Davis per la difesa di Malone, che ha alzato bandiera bianca in cinque partite.

Dominante l’esordio playoff degli Heat, con un 7-0 iniziale che ha sorpreso tutti. Si prevedeva battaglia al primo turno contro i Pacers, invece Indiana è stata eliminata con un perentorio 4-0. Miami poi ha eliminato a sorpresa i favoriti della Eastern Conference, ovvero i Milwaukee Bucks di Giannis Antetokounmpo perdendo solamente Gara-4. Nella finale di Conference contro i Celtics sono servite sei partite agli Heat per strappare il pass per le Finals. 

Curiosità

Sarà il primo confronto alle Finals tra gli Heat e i Lakers, due franchigie con una storia diametralmente opposta. Miami ha fatto il suo esordio nella NBA nel 1988, subito dopo l’undicesimo titolo NBA vinto dai Los Angeles Lakers nelle Finals contro i Detroit Pistons. Il protagonista della serie sarà LeBron James, non solo per cifra tecnica, ma anche in considerazione che a Miami ha vinto i suoi primi due titoli con la maglia degli Heat nel 2012 e nel 2013.

“Il Prescelto” avrà bisogno dell’aiuto di Anthony Davis, quasi immarcabile in questi Playoff specialmente nelle finali di Conference contro i Nuggets.

Dall’altra parte gli Heat si affideranno alla forza del collettivo e alla strategia tattica di coach Spoelstra. Il faro dell’attacco sarà Jimmy Butler, ma non sarà per forza lui l’accentratore del gioco degli Heat. Si sfrutterà la fisicità di Adebayo e la potenza di fuoco da tre punti di Herro e Robinson, mentre in difesa Iguodala e Butler lavoreranno su LeBron mentre Adebayo difenderà su Davis.

Difficile non dare per favoriti i Los Angeles Lakers, ma gli Heat possono sfruttare quello che all’apparenza è un mismatch sulla panchina. Coach Spoelstra è infatti alla sua quinta finale NBA in carriera, mentre coach Vogel è all’esordio assoluto. L’esperienza però arriva tutta da LeBron, alla sua decima finale in carriera, la nona dal 2011 ad oggi. I Lakers partono dunque con il favore del pronostico, ma la quota degli Heat vincenti @3.80 per le scommesse basket può essere una vera e propria tentazione.  
 

*L'immagine di apertura è di Lynne Sladky (AP Photo). La quota indicata nell'articolo è aggiornata al 30 settembre 2020.

September 30, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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«Mr Friedkin, vinciamo il trofeo più bello! Il nostro stemma…». Non l’arrivo di qualche grande campione, la richiesta che la parte più calda del tifo romanista ha fatto recapitare ai nuovi proprietari della società capitolina, i Friedkin, è la ricomparsa sulla maglia giallorossa dello storico logo.

Manifesti e striscioni sono stati affissi in giro per la città con un solo appello: archiviare il simbolo adottato dalla vecchia proprietà, ovvero la sagoma della lupa romana e dei due gemelli stilizzata e la scomparsa dell’amato acronimo ASR in ragione della scritta ROMA. I tifosi romanisti hanno interpretato sin da subito la riforma dello stemma come un vero e proprio affronto alla storia e alla tradizione della squadra.

Ne dà testimonianza il successo della petizione lanciata online dall’avvocato romanista Lorenzo Contucci. «Il nostro simbolo è la lupa capitolina con l’acronico ASR e non il simbolo da bancarella scelto dalla (vecchia, ndr) dirigenza americana», si legge nel testo della raccolta firme. «Crediamo che la Roma sia riconoscibile nel mondo - come del resto è sempre stato - anche con lo stemma storico», prosegue il documento sottoscritto, alla data di pubblicazione di questo articolo, da 12.650 tifosi.

La maglia della Roma in una partita di serie A contro il Cagliari!

Le firme stanno per essere consegnate in via Tolstoj, sede del club giallorosso.

Il precedente dell’Everton

In una delle fasi meno gloriose della storia della Roma, può apparire curioso che molti tifosi prediligano la riacquisizione del vecchio stemma all’allestimento di una squadra in grado di alzare trofei. Eppure, non c’è nulla di anomalo nell’istanza romantica. Più che di vittorie, il tifo calcistico si alimenta di identità e appartenenza. I romanisti non solo i soli ad aver ingaggiato una battaglia con la dirigenza del proprio club per ripristinare il vecchio stemma.

Un precedente incoraggiante giunge da Oltremanica. Nel 2013 la proprietà dell’Everton decise di svecchiare lo stemma (la Prince Rupert’s Tower) per renderlo più semplice e più facile da riprodurre. La novità provocò, tuttavia, le ire dei supporters dei Toffies, i quali lamentarono la perdita di due elementi chiave del vecchio logo: le due corone d’alloro e il motto latino «Nil Satis Nisi Optimum», traducibile come «Nulla è abbastanza se non il meglio».

Travolti dall’onda di una petizione di 22.500 firme, i dirigenti con un comunicato offrirono le loro scuse e annunciarono il ritorno un cambio di passo: «Ci dispiace di non aver chiesto a ogni tifoso su qualcosa che è così importante per ognuno di voi. È chiaro che volevate essere coinvolti nella scelta del nuovo stemma. Ci rivolgiamo a voi per aiutarci nel ridefinire e dare forma al nuovo stemma che adotteremo in futuro. Ai tifosi spetterà la decisione finale».

Per le scommesse Premier League i Toffies sono seri candidati ad un piazzamento finale che varrà l'Europa che conta!

L’affronto alla maglia del Genoa

Un lieto fine lo hanno avuto anche i tifosi del Genoa, a fine anni 90. La loro protesta, però, non fu per il cambio dello stemma, bensì per una novità introdotta nella storica maglia a quadri rosso e blu. Il nuovo sponsor tecnico, la Robe di Kappa, presentò una tenuta che fece sobbalzare i tifosi del Grifone per la presenza di una sottile linea verticale bianca che divideva la parte rossa da quella blu per dipanarsi, in alto, sotto il colletto.

Le proteste furono tali da spingere la nota azienda d’abbigliamento torinese a ritirare rapidamente la casacca. Il ricordo della prima esperienza con Robe di Kappa non dev’essere sereno per molti tifosi genoani, visto che nell’estate 2019, al ritorno del marchio sulle maglie rossoblu, alcuni di loro sui social hanno postato la foto di una vecchia maglia accompagnata da un’eloquente frase: «Ecco le maglie del Genoa da cui non ripartire». Il messaggio sembra essere stato recepito: la casacca genoana delle ultime due stagioni è semplice, lineare, fedele alla tradizione. In tre parole, gradita ai tifosi.

Lo strappo di Salisburgo    

Se la presenza di un allogeno cromatico ha fatto infuriare i tifosi del Genoa, figurarsi cosa possa accadere laddove un club decida persino di modificare i colori. È accaduto a Salisburgo, dove nel 2005 il colosso Red Bull acquisisce, anzi fagocita la squadra di calcio.

Già, perché il magnate Dietrich Mateschitz decide di modificare il nome da Sportverein Austria Salzburg in FC Red Bull Salzburg. Non sazio, cambia pure i colori: da viola a bianco si passa a biancorosso, un tinta che ricorda quella della celebre bevanda Red Bull. Un parte di tifosi non accetta e sceglie la la strada impervia ma romantica: volta le spalle al nuovo club, nonostante il potenziale ambizioso in termini di risultati, e fonda un club con il vecchio nome partendo dai dilettanti. Non competono in Champions League, ma si sono ripresi la loro identità!

*Il testo dell'articolo è di Federico Cenci. Le immagini, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Shaun Botterill e Gregorio Borgia.

September 30, 2020

Di 888sport

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In principio fu Donadoni. Almeno nell’era moderna. Era l’estate del 1986, e fu uno “scippo di mercato” clamoroso. Perché fino a quel momento, la Juventus era l’unica squadra ad avere le risorse necessarie per vincere qualsiasi braccio di ferro con gli altri club per avere la meglio nelle trattative di mercato. Ma alla fine arrivò Silvio Berlusconi - imprenditore televisivo di professione - che mise alle corde anche la Famiglia Agnelli.

Il patron di Canale5 era diventato presidente del Milan da pochi mesi, e volle presentarsi ai suoi nuovi tifosi con un biglietto da visita strabiliante; l’estate del 1986 aveva visto sfiorire del tutto i campioni del mondo di Spagna: i Mondiali del Messico furono il canto del cigno per numerosi campioni, tra cui Cabrini, il Mito Scirea, Rossi, Tardelli, Conti e Altobelli. La nouvelle vague del Verona - con Di Gennaro e Tricella - aveva fallito la prova internazionale. E allora, meglio puntare sul nuovo che avanza.

Il caso Baggio

Che bagarre per Ronie

Derby di mercato

La Juventus considera Donadoni l’erede deputato di Michael Platini, Berlusconi - dopo una serie di rilanci - convince il presidente atalantino Cesare Bortolotti: il neo presidente del Milan rompe le gerarchie consolidate dal tempo, spacca il fronte, offre una cifra indecente: quattro miliardi e mezzo, più i cartellini di Andrea Icardi e Giuseppe Incocciati. Donadoni va al Milan, e da questo momento in poi nulla sarà come prima.

Per le scommesse sportive, l'Atalanta sarà la mina vagante anche per la Champions 2021!

Il caso Baggio

La storia quasi si ripete nel 1990: il braccio di ferro è sempre tra Juventus e Milan, il giocatore conteso si chiama Roberto Baggio, ed ha tutte le carte in regola per diventare un fuoriclasse; vincerà il Pallone d’Oro appena tre anni dopo. Ma questa volta il blitz non riesce, perché la Juventus mette in atto un contro scippo: quando il Milan irrompe sulla scena, la Juventus ha già avviato i contatti con il conte Pontello, proprietario della Fiorentina.

L’Avvocato Luca Cordero di Montezemolo ha trovato un accordo con il club toscano, ma il Milan ha l’intesa con Antonio Calendo, agente del calciatore. Situazione di stallo. Da una parte c’è la famiglia Pontello, entrata in affari con la famiglia Agnelli, dall’altra il giocatore e il suo procuratore che intendono prendere la strada verso Milano. Mentre a Firenze scoppia una clamorosa rivolta dei tifosi, l’Avvocato Agnelli mette tutti intorno a un tavolo, e alla fine riacquista Roberto Baggio.

La guerra di mercato non conviene a nessuno, anche perché la Fiat non deve momenti particolarmente brillanti, e la Juventus - di conseguenza - non intende partecipare all’asta per i calciatori da acquistare. Per questo - due anni dopo - l’estroso centrocampista del Torino Gianluigi Lentini, finisce al Milan. E’ uno scippo di mercato consensuale, del resto Berlusconi si è fatto da parte per Roberto Baggio, e il patto di non belligeranza va rispettato.

Che bagarre per Ronie!

Dall’altra parte di Milano, non la pensano alla stessa maniera; quando Massimo Moratti prende l’Inter, non guarda in faccia a nessuno. Tanto meno a Sergio Cragnotti, già top manager di Enimont - che ha acquistato la Lazio. Lo scontro frontale arriva nell’estate del 1997. Il presidente dell’Inter da anni sta investendo buona parte del suo patrimonio senza mai sfiorare lo scudetto, quello laziale ha vissuto per vent’anni in Brasile, dove ha consolidato la sua posizione imprenditoriale.

L’obiettivo comune si chiama Luis Nazario da Lima. Semplicemente Ronaldo. Quello vero, per dirla come la pensano i nostalgici del calcio, lontani anni luce da selfie e sopracciglia ad ali di gabbiano. La battaglia per l’acquisto di Ronaldo è senza esclusione di colpi. Il giocatore è in rotta di collisione con il Barcellona, e vuol essere ceduto.

La Lazio non vuol farsi sfuggire l’opportunità, anche perché Ronaldo potrebbe essere il testimonial perfetto per le aziende brasiliane di Cragnotti. Il presidente biancoceleste prende subito contatti con gli agenti brasiliani del centravanti, Pitta e Martina, e con loro arriva a trovare un accordo economico a tutto tondo.

Ma la Lazio non ha fatto i conti con Giovanni Branchini, agente italiano che - sotto traccia - lavora per l’Inter. E lavora molto bene, perché da una parte si confronta con i suoi colleghi brasiliani, conoscendo ogni mossa di Cragnotti, dall’altra piazza le contromosse per favorire l’azione di Moratti. La svolta dell’operazione la dà Marco Tronchetti Provera, amministratore delegato della Pirelli che coinvolge la propria azienda nell’operazione-Ronaldo, e soffia il giocatore al club romano.

Derby di mercato

Ma anche la Lazio non resta a guardare: Cragnotti, imparata la lezione, strappa sul filo di lana un accordo con Dejan Stankovic, pronto a imbarcarsi dall’aeroporto di Belgrado per Fiumicino, con destinazione finale Trigoria. La Roma di Sensi è da tempo sul giovane capitano della Stella Rossa, che quando si presenta agli imbarchi internazionali dell’aeroporto di Belgrado, trova ad attenderlo Sergio Cragnotti: il blitz va a buon fine, Dejan Stankovic firma per la Lazio. La Roma acquista Tomic, ma non è la tessa cosa.

Ancor prima dell'arrivo di Kumbulla, il club giallorosso avrà modo di vendicarsi qualche anno dopo; le proprietà dei due club sono cambiate: da una parte - sul fronte laziale - ora c’è Claudio Lotito, dall’altra l’americano James Pallotta. Estate 2014, il ds albanese Igli Tare è convinto di aver chiuso la trattativa con il Cagliari per il compianto difensore Davide Astori: ha il giocatore in pugno.

Ma il colpo di coda del collega romanista Walter Sabatini stravolge le carte in tavola: Astori firma per la Roma, spiazzando la dirigenza laziale. A quel punto, il direttore sportivo della Lazio - in piena notte - va nel ritiro del Cagliari per riaprire la trattativa, ma il calciatore ha già fatto la valigia.

Geoffrey Kondogbia con la maglia dell'Inter!

L’anno dopo - siamo nell’estate 2015 - il braccio di ferro va in scena tra Milan e Inter. Le due squadre sono alla ricerca del nuovo Pogba, talento francese approdato alla Juventus. I direttori sportivi dei due club milanesi individuano lo stesso giocatore: si chiama Geoffry Kondogbia, e gioca nel Monaco.

Galliani anche qui pensa di avere il giocatore in mano, ma Ausilio e Fassone rilanciano ulteriormente fino a 35 milioni più cinque di bonus: dopo Cristian Vieri, è il calciatore più costoso della storia dell’Inter, prima rivale della Juventus per le scommesse Serie A . “Chi vince si dissangua - profetizza Galliani - e non è detto che sia il vero vincitore”. Quanta saggezza nell’uomo con la cravatta gialla!

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo; la seconda è uno scatto di AP Photo.

September 29, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

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Incredibile ma vero, il Leeds Loco di Marcelo Bielsa nasce… a Barbaiana, vicino Lainate. E guai a non essere precisi, perché Andrea Radrizzani, 46enne presidente del club inglese, ci tiene parecchio. Uno dei più recenti miracoli calcistici del football inglese ha parecchio di Italia e arriva da un imprenditore tricolore che ha deciso di investire all’estero.

Del resto, in pochi come Radrizzani conoscono bene le possibilità economiche che offre il mercato del calcio made in England. Il numero uno del Leeds è il fondatore di Eleven Sports, network di contenuti sportivi internazionali, che lavora anche nel Regno Unito. E il businessman lombardo ha fatto una scelta che è mezza di cuore e mezza… di portafogli: make Leeds great again.

La tradizione

Il potenziale, del resto, non mancava. Il Leeds United è una grande del calcio di Sua Maestà, che tra anni Sessanta e Settanta ha fatto incetta di trofei sia a livello nazionale che in Europa. Certo, la reputazione della squadra di Don Revie (in panchina) e Billy Bremner (in campo con la fascia) non era delle migliori, al punto che i bianchi venivano chiamati “Dirty Leeds”, ma questo non ha impedito al club di diventare l’orgoglio di una città.

Città in cui, e non è un fatto da poco, c’è solo una squadra. Leeds è lo United, lo United è Leeds. E dal punto di vista sportivo, ma anche economico, questo vuol dire parecchio.

Che affare

Radrizzani ha acquisito il club nel 2017, quando militava in Championship, prima prendendo il 50% delle azioni e poi portando a termine il takeover qualche mese più tardi. Negli anni precedenti il Leeds ha anche conosciuto l’onta della Division One, ma l’obiettivo della nuova dirigenza è stato immediatamente chiaro: il ritorno in Premier League. Per ragioni sportive, ovvio, ma anche perché le casse della società vogliono la loro parte.

E nulla regala un boost, immediato ma anche costante, come raggiungere il campionato che per distacco offre più remunerazione per i diritti TV. Solo in questa stagione, il Leeds incasserà 100 milioni di sterline, che sono pari a quello che Radrizzani ha dichiarato di aver investito in tre anni nel club in una recente intervista. Il fatturato è raddoppiato (da 30 a 60 milioni) e dovrebbe più o meno triplicare ulteriormente in capo a tre stagioni. Quello che è triplicato è anche l’investimento di Radrizzani, considerando che ora il club vale 300 milioni di sterline.

Un miracolo economico, che dimostra che investire nel calcio è possibile. Ma che non sarebbe stato possibile, senza una oculata e intelligente gestione sportiva. Il primo anno della gestione Radrizzani è stato di apprendistato, con il Leeds che è arrivato tredicesimo in Championship, spendendo 28 milioni di euro e incassandone 17 dal mercato.

Fattore B

A dare una marcia in più al club è però stato naturalmente il fattore B, come Bielsa. La scelta dell’argentino come allenatore è stata il cambio di mentalità di cui il Leeds aveva bisogno. E soprattutto, ha creato un piccolo grande capolavoro. Per creare la squadra che ha sfiorato la promozione nella stagione 2018/19, l’ha ottenuta in quella successiva e ha spaventato il Liverpool campione in carica e gli amanti delle scommesse Premier League nell'esordio in campionato dopo quindici anni, sono stati spesi appena sette milioni di sterline.

Tutti, tra l’altro, nella prima stagione con il Loco in panchina. La squadra che ha vinto l'edizione 2020 della Championship, un torneo massacrante da 46 partite, è stata puntellata dalla bellezza di…0 euro.

Il tutto grazie alle doti di Bielsa, che è riuscito a trasformare alcuni calciatori che nel progetto Leeds erano secondari in protagonisti e che, come suo solito, ha creato plusvalore attraverso le prestazioni di squadra e personali dei giocatori. Il tutto incamerando anche un totale di 37 milioni di euro, visto che i calciatori non ritenuti idonei all’idea di calcio dell’argentino hanno lasciato Elland Road e sono stati ben pagati.

Una rosa ipervalutata

Il terzo mercato targato Loco è stato parecchio importante in entrata: 88 milioni spesi per il centravanti Rodrigo, per Diego Llorente, Helder Costa e altri calciatori rigorosamente selezionati dal tecnico di Rosario. Anche grazie a questi innesti, il parco giocatori ora vale circa 150 milioni di euro. Un salto enorme rispetto a quella del primo anno di Radrizzani. Che però non è arrivato solo grazie agli acquisti, anzi.

Esemplare il caso di Liam Cooper, il capitano della squadra. Nel 2017 valeva 1 milione di euro, ora il suo valore di mercato sfiora i 6 milioni. Merito del salto di categoria, ma anche del miglioramento esponenziale delle prestazioni. Per non parlare di Kalvin Philips, prodotto delle giovanili. Valeva un milione e mezzo, ora è arrivato a dodici e ha anche ottenuto la sua prima presenza in nazionale. Miracoli… del Loco.

Ma c’è un ultimo fattore che non può non essere considerato nell’ottica dell’azzeccatissimo investimento di Radrizzani: la città di Leeds. Una città che vive di calcio e che ha atteso a lungo di veder tornare lo United ai livelli che gli competono. E che ha preso d’assalto Elland Road, non facendo mai mancare alla squadra né il supporto del tifo né quello economica. Dire che a Leeds c’è una media di una maglia originale del club a persona rischia di non essere una stima poi così lontana dalla realtà. In città tutti tifano Leeds, il che fa… bacino d’utenza per i diritti TV.

Un bacino che non va diviso con nessun’altra realtà, primo perché lo United è l’unico club cittadino e poi perchè le altre big della Premier non attecchiscono per nulla da quelle parti. Anzi, con il Manchester United c’è una rivalità storico-geografica, mentre il Liverpool ricorda i tempi delle sfide in First Division dei tempi di Revie. Insomma, un colpo da maestro quello dell’imprenditore lombardo. Che ha dimostrato che fare business con il calcio si può eccome. Basta scegliere la piazza giusta… e un tecnico sufficientemente loco!

*L'immagine di apertura è di Manu Fernandez (AP Photo).

September 27, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Si chiamano multiproprietà ma, secondo lo stesso procedimento sintattico per cui le molte amichevoli estive si sono trasformate in "allenamenti congiunti", sono state ribattezzate "sinergie calcistiche". La sostanza, però non cambia: c'è un presidente di Serie A il cui patrimonio viene utilizzato per far crescere altri progetti, altri club. Magari in Serie B o C. Oppure, ancora all'estero.

Vere e proprie seconde squadre, anche se di fatto non parliamo di Under 23 o "costole" varie: club con la loro storia, talvolta importante, pesante, che condividono gli stessi destini di una società "ammiraglia". A questo punto si gioca con l'organigramma, nominando "presidente" o "amministratore delegato" una persona fidata, magari il figlio.

Da Lotito ai De Laurentiis

Il preambolo per dire che in Italia - e non solo - non esiste solo il caso Claudio Lotito a controllare Lazio e Salernitana. Le "multiproprietà", o "sinergie", costituiscono un fenomeno in netta crescita. Il caso più famoso, dopo quello riguardante il plenipotenziario dei biancocelesti, è senz'altro quello della presidenza De Laurentiis, partita da Napoli con papà Aurelio e ora allargatasi a Bari col figlio Luigi, numero uno dei Galletti.

Il quale, al giornalista di Sky Sport Massimo Ugolini, durante la trasmissione "Calciomercato - L'originale - ha dichiarato, senza mezzi termini: "Come avrete notato, i club che ci piace guidare, in famiglia, sono quelli dal grandissimo bacino di utenza. Grandi città e territorio con un'unica squadra di riferimento, come appunto sono Napoli e Bari". Dopo la promozione dalla D, un girone di ferro, come quello meridionale della Serie C, ha impedito il percorso netto di promozioni verso la Serie A, come più volte dichiarato nei vari proclami.

Resta da aggiornarsi su come potranno coesistere sia azzurri che biancorossi nella massima serie con questi assetti societari. Impossibile da regolamento: occorrerà aggiornarsi in questo senso, per ulteriori sviluppi e modifiche allo spartito. Uno status quo che, ad esempio, i tifosi della Salernitana hanno più volte dimostrato di non gradire, chiedendo a Lotito di passare subito la mano.

Setti: Verona e Mantova

Poi c'è il caso Maurizio Setti, imprenditore carpigiano presidente dell'Hellas Verona in Serie A e, dal 27 giugno 2018, socio di maggioranza del Mantova in Serie C. Tuttavia, nei quadri societari non compare ufficialmente: nel frattempo, i virgiliani si sono riportati in Serie C ma c'è da scommettere che prima o poi, esattamente come per il Bari, sarà necessaria una svolta decisionale. Prima o poi, per un club di tale tradizione non è così peregrino immaginare infatti Hellas e Mantova nella medesima categoria. 

Giulini e la "sinergia" Cagliari-Olbia

Il filo conduttore Serie A-Serie C porta anche al caso Cagliari-Olbia nel segno di Tommaso Giulini, ex azionista dell'Inter, oggi patron del Cagliari e "controllore" (diciamo così) dell'Olbia in terza serie. Sulle maglie dei galluresi, compare lo sponsor "Fluorsid", gruppo chimico, una delle attività imprenditoriali dello stesso Giulini, che allo stadio "Bruno Nespoli" manda i giovani del Cagliari a farsi le ossa.

Tommaso Giulivi, patron di Cagliari ed Olbia!

Una corsia preferenziale che ha coinvolto, tra i vari esempi, Damir Céter Valencia (oggi attaccante del Pescara), Daniele Ragatzu e tanti altri.

La multiproprietà internazionale dei Pozzo

A proposito di giocatori in movimento, la multiproprietà della famiglia Pozzo, continua con gli interscambi tra Udinese e Watford, favorita nella Championship inglese per le scommesse calcio. Tra gli ultimissimi, Stipe Perica e Ken Sema girati agli Hornets e il difensore Sebastian Prödl a fare il percorso inverso. Si tratta di un progetto funzionante? Sì, ma non ad altissimi livelli. Tra Udinese e Watford, un tempo c'è stato anche il Granada, club di Liga che però, nel recente passato, è stato mollato dalla famiglia di imprenditori friulani ad un potente gruppo cinese.

Lo scopo dichiarato è quello di creare un modello calcistico di sostenibilità che si autoalimenti. Detto questo, da quando i Pozzo si concentrano su varie proprietà nel mondo del pallone, i risultati dei friulani bianconeri si sono fatti via via meno brillanti, rispetto ai piazzamenti Champions o in zona Europa League a cui avevano abitato, dalle parti della Dacia Arena, dalla fine degli anni Novanta alla prima decade dei Duemila. Quasi una dispersione delle forze, soprattutto a livello di scouting.

Red Bull e City nel mondo: tutt'altra storia

Sempre all'estero, si sa, esiste il modello Red Bull e quello del Manchester City, autentiche holding del calcio con squadre sparse il tutto il globo terrestre. Quella, si può dire, si tratta dell'esasperazione del concetto di "multiproprietà" del pallone. Molto più di semplici "sinergie"...

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Andrew Medichini e Daniela Santoni.

September 26, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Vittime di una narrazione sportiva che troppe volte tende a scambiare la lente di ingrandimento dell’analisi con il megafono della narrazione enfatizzata, ci siamo ritrovati a credere che Tonali fosse “Il nuovo Pirlo”. 
Un equivoco bello grosso, tra due giocatori che sono antitesi l’uno dell’altro ma che hanno vissuto (Pirlo) e vivono (Tonali) lo stesso compito e dimensione in campo: il mai banale ruolo del regista. È proprio qui che si è causato l’equivoco.  

Sandro nei numeri

Sandro Tonali è corsa, ha gamba. È un calciatore bravo a ricoprire tutto il campo, mettere ordine e spendere il fallo, laddove è necessario. Nella stagione 2018 – 2019, in Serie B al Brescia, in 34 presenze ha accumulato 12 gialli, praticamente uno ogni 3 partite. Sandro Tonali è uno che corre abbiamo detto, uno che compatta la squadra seguendo e associandosi sempre ai compagni, tant’è che risulta essere l’italiano che ha corso più chilometri in Serie A nel 2020: una media di 11,284 chilometri in 2.181 minuti.

Numeri ai quali vanno aggiunti i 6.5 duelli vinti a partita, a testimonianza di un calciatore bravo nel cuore del gioco quando il pallone ce lo hanno gli avversari. 
Tutto ciò non vi suggerisce un paragone più ragionato rispetto a quello con Pirlo?
Se la risposta è ancora negativa, continuiamo ad ammiccarvi, parafrasando le parole di un vecchio idolo del centrocampista ex Brescia.

La partita di Andrea Pirlo a Roma è inserita nel palinsesto del Toto8 settimanale!

Sandro Tonali nello spirito 

“Prendila e spacca tutto ma cerca di essere antico perché la maglia del Milan è gloriosa e pesante. Presta ascolto a chi è lì da tanti anni”. 
Le parole sono quelle di Gennaro Gattuso, estrapolate in una videochiamata proprio con Tonali che ha chiesto il permesso al suo idolo milanista, prima di scegliere la maglia numero 8 in rossonero. 
Sì, perché Tonali è milanista vecchia data, aveva Gattuso come idolo da ragazzino e ora gli tocca prendere le redini del centrocampo di una delle squadre più gloriose della storia del calcio. Mica male per uno nato l’8 maggio del 2000. 

Quindi, se proprio dobbiamo farlo questo paragone a onore di cronaca, facciamolo con Rino, anche lui iconico numero 8. 
Sandro Tonali diventa il giocatore perfetto per condurre mano nella mano verso lidi felici, sia i nostalgici attaccati all’idea del calcio di una volta, sia gli avanguardisti adulatori di un calcio più dinamico, tecnologico e tattico. 

Calciatore tecnicamente pulito nei fondamentali e predisposto ad azzardare la giocata in più anche quando la velocità di azione e pensiero aumenta all’improvviso. O perlomeno calciatore che restituisce l’impressione di poter perfezionare tutto grazie alla giovane età e ai margini di miglioramento che gli si prospettano.

Ragazzo equilibrato e umile (vedi episodio con Gattuso e dichiarazioni di Cellino su di lui a mercato in corso), con quella faccia pulita che resta tale anche quando si tuffa nel “fango” dei raddoppi di marcatura e nel traffico intasato del centrocampo. 

Sandro Tonali è stato plasmato dal calcio del passato ed è proiettato verso quello del futuro. 
Calcisticamente e umanamente mette d’accordo tutti, parola di chi di numeri 8 se ne intende. 

*Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer.

September 25, 2020

Di 888sport

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