Ventitré giorni, ventuno tappe e 3470 chilometri per riportare il grande ciclismo al centro del mondo sportivo. Da sabato 29 agosto partirà l’edizione 2020 del Tour de France, e le sorprese non mancano di certo! A cominciare dagli “assenti” del Team INEOS, che ha deciso di non convocare Geraint Thomas e Chris Froome, che saranno rispettivamente capitani al Giro e alla Vuelta in questa stagione.

A guidare il Team INEOS sarà l’ultima maglia gialla Egan Bernal, capace di vincere il Tour nel 2019 a soli 22 anni.

Come già analizzato su questo blog, l'organizzazione del Tour ha superato un valore complessivo di 160 milioni di euro, con una percentuale del 50% del fatturato complessivo derivante dalla cessione dei diritti tv, per l'Italia RAI ed Eurosport!

I bookmakers di 888sport, tra l'altro, hanno pubblicato le quote per

Testa a Testa

A sfidare il colombiano sarà Primoz Roglic, che viene dato addirittura come favorito dai quotisti di 888sport.it (1.72 la quota dello sloveno nel testa a testa con il colombiano, che invece è quotato 2.00). Il classe 1989 ha dominato l’ultima edizione della Vuelta ed ora punta alla maglia gialla. Nell’ultimo mese Roglic è stato incredibile, a tratti dominante, ma la sua caduta al Delfinato pone dei dubbi sulle sue condizioni fisiche, specialmente per i primi giorni del Tour.

Egan Bernal in maglia gialla sugli Champs-Elysees!

Attenzione agli outsider, a cominciare da Tadej Pogacar. Lo sloveno, connazionale di Roglic, ha condiviso con il campione della Vuelta il podio in Spagna. Il terzo posto nella corsa spagnola ha rivelato al Mondo il talento di Pogacar, che ora al Tour vuole stupire. Il testa a testa con lo spagnolo Miguel Angel Lopez lo vede nettamente favorito (@1.45) e sembra una quota “sicura” visto che lo sloveno può puntare ad entrare tra i primi cinque, mentre l’obiettivo massimo per lo spagnolo è la top ten.

Per gli appassionati di scommesse da tenere d'occhio l’esperienza di Tom Dumoulin e Thibaut Pinot, anche se in condizioni  fisiche non eccezionali, vista la scarsa preparazione con la quale affrontano il Tour. Tra gli outsider impossibile non inserire Richard Carapaz, vincitore del Giro d’Italia lo scorso anno e pronto a vincere anche al Tour.

Le quote di 888sport!

Classifica giovani

Tra i migliori giovani il favorito per la vittoria della maglia bianca è Egan Bernal, ma anche qui c’è un duello molto interessante con Tadej Pogacar. Nel testa a testa è nettamente favorito il colombiano (@1.38), ma le sue prestazioni altalenanti possono far pendere la bilancia verso lo sloveno e la quota @2.80 è molto interessante.

Classifica a punti

Il dominio totale per le scommesse ciclismo di Peter Sagan nella classifica a punti negli ultimi anni difficilmente verrà ribaltato quest’anno. Il testa a testa con Van Aert è nettamente sbilanciato in favore dello slovacco (@1.20), per chi vuole puntare sugli italiani è interessante il duello tra Elia Viviani e il francese Coquard, entrambi a quota 1.85 ma l’azzurro può partire favorito. 

Le quote per la nazionalità del vincitore!

La prima tappa e le curiosità

La prima tappa durerà 156 chilometri e si svilupperà a Nizza, con due Gran Premi della Montagna di terza categoria e un arrivo per velocisti. Molto interessante il testa a testa tra Sagan e Nizzolo, con l’italiano favorito a 1.75 ma attenzione allo slovacco che vuole partire con la maglia gialla e un suo arrivo davanti a Nizzolo paga 1.95. Il Tour da sempre è stato caratterizzato dal tricolore italiano.

Il primo vincitore del Tour infatti è l’italo-francese Maurice Garin. Nato e cresciuto in Italia, a 14 anni il corridore si è trasferito in Francia e a 30 anni ha ottenuto la cittadinanza francese, due anni prima del primo trionfo al Tour nel 1903. Sono stati sette gli italiani capaci di vincere il Tour de France, il primo fu Ottavio Bottecchia nel 1924, capace poi di replicare nel 1925. Dopo di lui hanno vinto Bartali, Coppi, Nencini, Gimondi, Pantani e l’ultimo è stato Vincenzo Nibali nel 2014.

Quattro corridori hanno vinto cinque volte il Tour de France, e a questi non potrà aggiungersi Chris Froome, fermo a quota 4 e non convocato dalla INEOS. I quattro pentacampioni sono Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault e Miguel Indurain. Il cannibale belga Eddy Merckx detiene i record di vittorie di tappa con ben 34 successi e di maglie gialle, ben 111 nella sua carriera.

Con la vittoria dello scorso anno il colombiano Egan Bernal è diventato il terzo “non europeo” ad aggiudicarsi il trofeo. Prima di lui c’erano riusciti solamente l’americano LeMond in tre occasioni e l’australiano Cadel Evans nel 2011. 

*Le immagini dell'articolo sono di Thibault Camus (AP Photo); le grafiche di Ivan Garcia. Le quote sono aggiornate al 28 agosto 2020.

August 28, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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L'esplodere dell'economia del pallone, negli ultimi anni, ha portato a introiti considerevoli, che - specie nell'accezione dei diritti tv (la voce più consistente) - hanno compensato la crisi economica di carattere globale. Solo che, proprio per questo motivo, la Serie A e - in generale - le massime divisioni europee, si sono ritrovate a vivere in una sorta di bolla dorata, dalla quale uscirne, causa, spesso, non pochi problemi.

Nel tempo, le retrocessioni si sono fatte sempre più dolorose, si sono registrati anche casi di doppie cadute in terza divisione, fallimenti per investimenti avventati ed ancora da pagare in cui ci si è lanciati quando si era al top e contratti pluriennali certo non più sostenibili in cadetteria. Come fare, quindi, per mettere una pezza a queste rischiose eventualità? Inventarsi una sorta di "paracadute" finanziario, in grado da ammortizzare i costi del cambio - in negativo - di categoria.

I primi a concepirlo sono stati - guarda caso - gli inglesi, che prima hanno dovuto constatare una differenza - tra Premier League e Championship - che una decina di anni fa era colossale, oggi molto meno, con il secondo livello del calcio d'Oltremanica, stabilmente al decimo posto della classifica dei tornei più ricchi di tutto il mondo.

Inghilterra

Proprio in Inghilterra, da quando è in voga il paracadute, ovvero dalla stagione 2012-2013, circa il 45% delle squadre retrocesse sono ritornate in Premier League al primo colpo, proprio quello che si augura il Watford, retrocesso all'ultima giornata! L'ultima delle società a fare l'elastico tra le due divisioni è stata il Fulham, una delle squadre che aveva sperperato di più nella Premier 2018-2019: i Cottagers però hanno fatto rientro immediato dopo lo spareggio che l'ha visti vincitori a Wembley, da favoriti per le scommesse calcio, nel derby londinese contro il Brentford.

Ribadiamo però il concetto: l'obiettivo ultimo di questo meccanismo contributivo, non è quello di facilitare la risalita dei club retrocessi, quanto permettere loro di assorbire senza particolari ripercussioni lo choc economico (non solo sportivo) della retrocessione.

Prendendo come esempio significativo proprio quello del Fulham, il club della zona ovest londinese, dopo la discesa dell'anno scorso, ha acquisiti il diritto a percepire circa 85 milioni di sterline da incassare nelle tre stagioni post-retrocessione, attraverso rate a scendere in percentuali legate agli introiti complessivi del campionato dai diritti tv.

I bianconeri, ora, si apprestano a fatturare tanti altri pounds, dopo il successo nello spareggio contro le Bees: 110 milioni a cui vanno aggiunti le variabili della posizione di graduatoria in regular season (di Championship). Cifre che lasciano a bocca spalancata ma che fanno parte della normalità per la realtà calcistica della Premier, i cui diritti di trasmissione sono i più "comprati" in tutto il mondo.

Spagna

Anche in Spagna il paracadute economico è legato ai diritti tv. Nella "Liga" viene creato un fondo che corrisponde al 3,5% degli introiti complessivi sulla trasmissione delle partite. Che viene redistribuito tra le tre squadre retrocesse in base alla presenza più o meno costante nel massimo campionato iberico.

Wu Lei dell'Espanyol contro il CSKA!

I dati del 2018 parlano di una media di 13,7 milioni per ogni club, cifra rimasta piuttosto simile anche l'anno passato. Una curiosità: fino alla stagione 2014-2015, in caso di immediata risalita, il contributo andava restituito.

Italia

E in Italia? In Serie A i contributi da elargire alle formazioni retrocesse non vengono calcolati seguendo percentuali, bensì a importi fissi. I club scesi in Serie B sono arrivati a percepire una media di circa 20 milioni di euro. Nello specifico, per capire quanto percepisce esattamente ogni squadra retrocessa, esiste una suddivisione a "fasce".

Nella "fascia A" vengono inserite le neopromosse tornate in Serie B dopo appena una stagione  e a cui vengono riconosciuti 10 milioni di euro; in "fascia B" ci sono invece le retrocesse dopo aver militato in A per 2 stagioni anche non consecutive nelle ultime 3, compresa ovviamente quella in cui si è concretizzata lo scivolone nella serie cadetta: qui il contributo è pari 15 milioni di euro.

La "fascia C", infine, corrisponde alle retrocesse che lasciano la A dopo aver disputato in essa 3 stagioni anche non consecutive nelle ultime 4: per loro, pronti 25 milioni. E' l'ammontare che percepirà la SPAL.

Floccari della SPAL!

Dieci milioni a testa, invece, per Lecce e Brescia, da subito tra le candidate alla retrocessioni per gli analisti delle scommesse. In tutto, quindi, la Serie A pagherà un paracadute da 45 milioni sui 60 di tetto massimo previsto per la stagione 2019-2020. I 15 milioni di differenza andranno a rimpolpare, quindi, il paracadute della prossima annata, 2020-2021.

*Le immagini dell'articolo, distribuite da AP Photo, sono, in ordine di pubblicazione, di Richard Heathcote, Joan Monfort e Marco Vasini.

August 27, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Duecentoventiquattro presenze e nove reti in Serie A, giocando un po’ in tutti i ruoli possibili e immaginabili. Del resto la duttilità non è mai mancata a Sandro Cois, uno che in carriera è nato trequartista ma che volendo si adattava benissimo anche a giocare in difesa. Una carriera importante, con una finale di Coppa UEFA persa ai tempi del Torino di Mondonico, ma anche troppo breve.

Ad appena 31 anni il ragazzo di Fossano, provincia di Cuneo, è costretto a lasciare il calcio. Un’ernia cervicale gli impedisce di essere se stesso, di saltare e di correre come ha sempre fatto. E a quel punto, meglio appendere gli scarpini al chiodo.

E dire che nel 1998 Cois realizza quello che è un po’ il sogno di tutti i ragazzi che cominciano a giocare in Italia: indossare la maglia della nazionale. Tutto merito di una stagione pazzesca e molto fortunata, come lo stesso ex centrocampista non si è fatto mai problemi ad ammettere. Un anno intero senza infortuni e con una squadra ben rodata, sotto l’egida di un tecnico forse mai apprezzato per quanto valeva: Alberto Malesani.

La Fiorentina 1997/98

La Viola della stagione 1997/98, nei ricordi di chi ama il calcio, finisce sempre un passo indietro a quella del Trap, che nella stagione successiva rischia di vincere lo scudetto. E anche a quella di Ranieri, che vince Coppa Italia e Supercoppa nel 1996. Però quel 3-0 a sorpresa per le scommesse alla Juve, lo ricordano tutti, quando si esultava per una domenica sensazionale al Franchi!

Eppure la Viola di Malesani è il trampolino per la gloria per Cois, che si era già fatto un nome con il Torino e che nelle prime stagioni a Firenze aveva, da subito, mostrato una duttilità e una costanza di rendimento non usuali.

Accanto a lui, campioni dai nomi altisonanti. C’è Batistuta, che segna 24 gol tra campionato e Coppa Italia. Toldo, sempre presente e che subisce appena un gol a partita in Serie A. Oliveira, che fa coppia con Bati prima che nella sessione invernale arrivi addirittura Edmundo. E ancora Schwarz, Kanchelskis, Robbiati, Morfeo, tutti calciatori che a modo loro hanno scritto la storia del calcio negli anni Novanta.

E tutto, strano ma vero, ruota attorno a Cois. Che nel 3-4-3 di Malesani si ritrova praticamente a giocare in ogni ruolo. Il jolly, lo avrebbero chiamato i vecchi almanacchi.

Cois in maglia viola!

Un calciatore particolarmente utile, definizioni a parte. Ecco perché le partite disputate sono 31, quasi sempre a centrocampo ma non disdegnando sporadiche apparizioni sugli esterni e addirittura in difesa. Dove c’è da mettersi a disposizione, c’è Sandro Cois.

Francia '98

E non lo nota solo Malesani, ma anche Cesarone Maldini. Il CT azzurro apprezza particolarmente giocatori del genere e a inizio 1998 regala al centrocampista della Fiorentina la prima presenza in nazionale, in un’amichevole contro la Slovacchia a gennaio. In estate, poi, c’è la Coppa del Mondo in Francia. In circostanze normale, un obiettivo irraggiungibile. Ma nella stagione giusta, di impossibile non c’è nulla.

Di conseguenza, quando Maldini dirama le convocazioni, Sandro Cois c’è. Il sogno però lascia un retrogusto dolceamaro, sia personale che di squadra. L’Italia arriva ai quarti di finale contro la Francia padrona di casa e c’è bisogno di qualcuno che marchi Zidane. Cois fino a quel momento non è sceso in campo neanche un minuto, così come il suo compagno di squadra Toldo.

Alla fine però la maglia titolare va a Pessotto, che conosce meglio Zizou perché gioca assieme a lui alla Juventus. Il resto, purtroppo, è storia. Roby Baggio manca per pochi centimetri la rete della qualificazione alle semifinali, Di Biagio colpisce in pieno la traversa ai calci di rigore e il sogno mondiale di Cois finisce senza mai scendere in campo. Ma c’è tempo per rifarsi, come dimostrano le altre due presenze tra fine 1998 e 1999.

Euro 2000 può essere un obiettivo realistico. Mai però sfidare la sorte. Che si accanisce tanto su di lui quanto sulla Fiorentina. I Viola vincono il titolo di inverno nella stagione 1998/99, ma Batistuta si infortuna ed è costretto a stare fuori parecchio. Poco male, perché c’è Edmundo. O almeno, dovrebbe esserci, perché il brasiliano sfrutta comunque la sua clausola e con la squadra in difficoltà se ne va al Carnevale di Rio. Alla fine lo scudetto lo vince il Milan, mentre la Fiorentina arriva terza e affronta la Champions League l’anno successivo.

La cavalcata è pazzesca. Eliminato il Widzew Łódź ai preliminari, il primo girone offre concorrenza pesante: Barcellona, Arsenal e AIK. Passano viola e catalani, anche grazie alla vittoria, da sfavoriti per le scommesse calcio , di Londra, firmata Bati. Il secondo girone è forse più semplice, con lo United futuro campione, il Valencia e il Bordeaux. La Fiorentina si difende bene, ma non riesce a passare. E Cois, nel frattempo, accusa problemi fisici.

L'anno successivo sarà un calvario, che lo convincerà a smettere. L’ernia lo limita e il centrocampista, capendo di non poter più tornare a rendere come prima, preferisce lasciare ad appena 31 anni, nonostante qualche tempo dopo Malesani gli chieda di tornare a giocare per lui con il Modena. Dopo l’addio, Cois si è dedicato alla sua impresa di costruzioni, ma anche…alla Nazionale piloti.

In una partita di beneficienza a Montecarlo nel 2007, l’ex viola viene reclutato da Kaiser Michael Schumacher, che si innamora calcisticamente di lui. Da quel momento in poi nasce un’amicizia con il campione tedesco, ma anche l’amore per la squadra con la maglia a scacchi. Del resto, piloti si nasce. E in fondo il centrocampo… lo guidava lui!

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Carlo Fumagalli e Francesco Bellini.

August 27, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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L’Europa League è ancora una volta tinteggiata dai colori iberici. Con il successo di Lopetegui, arriviamo ad otto allenatori spagnoli vincitori dell’Europa League negli ultimi 11 anni. Prima della equilibratissima finale di Colonia, nove edizioni su dieci collegate direttamente a Spagna e Portogallo, se si considerano i due trofei vinti da Simeone sulla panchina dell’Atletico Madrid.

Andiamo con ordine ed evidenziamo lo straordinario carattere di continuità, davvero un elemento da non dare per scontato, soprattutto nelI'equilibrio del calcio moderno. I colchoneros hanno vinto tre edizioni dal 2010 al 2019 ed il primo successo è stato tutto in salsa spagnola. L’Atletico guidato da Quique Sanchez Flores vince in finale contro il Fulham; l’anno successivo è il turno dello Special Two, ovvero il portoghese André Villas Boas che trionfa con il Porto in finale contro il Braga nel cinematografico contesto di Dublino! 

Nel 2012 la coppa torna a Madrid, vince nuovamente l’Atletico guidato questa volta da Diego Pablo Simeone, unico allenatore sudamericano a vincere in Europa in questo decennio. Il Cholo riuscirà a replicare il successo sei anni più tardi, ovvero nel 2018 a Lione in finale contro il Marsiglia.

Dal 2013 al 2016 continua, sulla scena della seconda competizione europea, il dominio spagnolo, iniziato da Rafa Benitez che trionfa alla guida del Chelsea in finale contro il Benfica. Le tre edizioni successive sono dominate da Unai Emery, che guida il Siviglia a una tripletta storica, così come raccontato in Champions da Zidane sulla panchina del Real Madrid.

Nel 2017 la coppa “torna” in Portogallo grazie a José Mourinho: lo Special One detiene un record davvero incredibile, è stato l’unico capace di vincere sia la Champions che l’Europa League nel decennio, tra l’altro con due squadre diverse. Josè vince, da favorito per le scommesse Europa League, con il Manchester United nella finale contro l’Ajax, grazie alle reti di Mkhitaryan e Paul Pogba.

L’edizione 2019 invece è stata vinta da un italiano, Maurizio Sarri, che toglie a Unai Emery la sua quarta Europa League e, con Carlo Ancelotti, rimane l'unico tecnico italiano a conquistare l'Europa: le statistiche non vanno mai lette in senso univoco... Nel derby londinese tra Chelsea e Arsenal, l’ex tecnico della Juve domina lo spagnolo e vince con pieno merito grazie ai gol di Giroud, Pedro e alla doppietta di uno straordinario Eden Hazard, in serata di grazia stile Mondiali 2018!

Che attaccanti!

L’Europa League, naturalmente, è anche storia di bomber, evidentemente più fortunati del Lukaku di Colonia… 
Dopo l’edizione del 2010 vinta dall’Atletico Madrid guidato da Diego Forlan, autore di sei reti e di una doppietta in finale, l’Europa League si trasforma per due stagioni nella “Falcao League”.

Falcao esulta con la coppa!

El Tigre infatti la vince per due anni consecutivi da capocannoniere, prima con la maglia del Porto poi con quella dell’Atletico Madrid. Ventinove gol in due sole stagioni in Europa League per il centravanti colombiano, miglior marcatore della competizione da quando ha cambiato nome nel 2009.

Nel 2013 l’Europa League viene vinta, ribadiamo, dal Chelsea di Rafa Benitez, ma ci sono ancora tracce di Atletico e della sua straordinaria tradizione in tema di attaccanti, come già riportato sul nostro blog. A guidare l’attacco dei Blues è, infatti, una leggenda dei Colchoneros, Fernando Torres, autore di sei gol, compreso il momentaneo 1-0 nella finale contro il Benfica.

Ancora una “doppietta” colombiana-spagnola tra il 2014 e il 2015, questa volta è Bacca a portare il Siviglia a due titoli consecutivi da centravanti dell’attacco andaluso. Undici gol in due edizioni e la doppietta nella finale del 2015 contro il Dnipro, prima del suo passaggio, non certo da maglia conservata nella incredibile sala dei trofei, al Milan.

Nel 2016 il Siviglia cala il tris, questa volta a guidare l’attacco non c’è il colombiano ma Kevin Gameiro. L’attaccante francese ex PSG segna il momentaneo 1-1 nella finale di Basilea contro il Liverpool e chiude la stagione con sette reti in Europa League. Dominio francese fino alla scorsa stagione che viene interrotto solamente nel 2017, quando lo United di Mourinho vince l’Europa League. Nella finale contro l’Ajax a guidare l’attacco c’è Rashford, ma il centravanti di quello United era Zlatan Ibrahimovic, assente in finale per il grave infortunio al ginocchio subito qualche settimana prima.

Nelle ultime due edizioni prima della magnifica Final Eight tedesca sono stati decisivi due centravanti francesi campioni del Mondo con la loro nazionale nel 2018 in Russia. Il primo è stato Antoine Griezmann, autore di una doppietta nella finale di Lione contro il Marsiglia vinta 3-0 dal suo Atletico Madrid.

Nel 2019 invece Giroud, forse troppo sottovalutato quando si parla di centravanti di prima fascia, ha guidato il Chelsea di Maurizio Sarri con undici reti in Europa League e segnando anche il gol del vantaggio nel derby londinese in finale contro l’Arsenal, in un incontro, sulla carta equilibrato per i bookmakers di 888sports e reso meno complicato per i ragazzi di Cobham, dalle combinazioni in verticale del tridente offensivo tirato a lucido! 


*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono, in ordine di pubblicazione, di Miguel Morenatti e Paul White.

August 26, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Dunque è lo Spezia a raggiungere Benevento e Crotone in Serie A. Una promozione storica dal momento che gli Aquilotti non hanno calcato il palcoscenico da quando il massimo campionato italiano porta questo nome, bensì solo nel 1921 e 1925, quando ancora si chiamava "Prima Divisione". Tempi in cui, fino al '22, a vincere in Italia era la mitica Pro Vercelli e il bianco delle maglie della formazione ligure, per chi non lo sapesse, tra ispirazione proprio dalla compagine piemontese, che mieteva successi a tutto andare.

"Verremo ricordati per sempre", ha voluto sottolineare il tecnico Vincenzo Italiano al termine della finale di ritorno dei playoff, persa allo stadio di casa "Alberto Picco" 0-1 per le scommesse Serie B, ma mai sconfitta fu più indolore! Può dirlo forte. Perché lo Spezia, con la storia, ha sempre dovuto fare i conti in maniera antipatica. 

Quello "Scudetto dei Pompieri"

Il motivo è presto detto. Non occorre aguzzare troppo la vista per notare che sulle maglie candide dei liguri compare un tricolore, come uno Scudetto. Ebbene, fa riferimento a quello vinto "ufficiosamente" nel 1944 in pieno conflitto bellico. Durante la Seconda Guerra Mondiale, infatti, la Serie A venne sospesa. Dal regime fascista, proprio nel 1944, venne quindi istituita una "divisione nazionale" che avrebbe dovuto poi assegnare il titolo di campioni d'Italia, poi non riconosciuto nel mese di agosto dello stesso anno da parte della Repubblica Sociale Italiana.

A vincerlo fu la squadra del  Gruppo Sportivo 42º Corpo dei Vigili del Fuoco 1943-1944 di La Spezia, in sostituzione dello Spezia stesso, che aveva dovuto interrompere le attività. Una formazione, quella dei "VV.FF." che schierava tutti i giocatori degli Aquilotti, di fatto "presi a prestito". Uno sforzo territoriale, un qualcosa di proprio, che i cittadini spezzini sentono ancora oggi tramandato sottopelle. Le istituzioni del calcio, con una delibera del 2002, hanno attribuito "de facto" allo Spezia quel titolo che, allo stesso tempo resta "ufficioso".

Il patrimonio di patron Gabriele Volpi

Ma dello "Scudetto dei Pompieri", così com'è comunemente conosciuto quello del 1944, c'è da andare particolarmente fieri, esattamente come la stagione conclusa così trionfalmente dalla formazione di patron Gabriele Volpi, 77 anni, recchese di passaporto nigeriano. Il suo patrimonio ammonterebbe a circa 3 miliardi di euro, accumulati facendo affari nella logistica dei trasporti petroliferi nel paese africano dopo essere partito prima da operaio e poi da rappresentante farmaceutico in quel di Recco. E' conosciuto come "L'italiano più ricco d'Africa".

Nel 2008 rilevò in Serie D uno Spezia indebitato fino al collo, promettendo la Serie A nel giro di 10 anni. Durante le prime stagioni investì 40 stagioni, salvo poi smarcarsi negli ultimi anni (in cui il presidente non si vede più neanche allo stadio, si dice, "per scaramanzia". La finale l'avrebbe seguita al bordo del suo yacht ormeggiato lungo la Costa Smeralda).

Un'oculatezza quasi "involontaria" che ha però portato gli Aquilotti alla conquista della promozione tanto agognata. Il primo amore di Volpi resta però la pallanuoto con quella "sua" Pro Recco resa la squadra più vincente in termini assoluti con 15 scudetti (grazie alla sua presidenza) e 6 Champions League conquistate.

Il miracoloso Spezia di mister Italiano

Lo Spezia di Italiano, invece, ha strabiliato nella seconda parte della stagione. Tra gennaio e febbraio, 5 vittorie di seguito ma, attenzione: dal 24 novembre al 22 febbraio, la squadra è rimasta imbattuta la bellezza di 13 turni consecutivi. Numeri da terzo posto, che si temeva comunque beffardo, visti i finali "infelici" degli ultimi anni. Specie dopo la sconfitta 2-0 nella semifinale di andata dei playoff, contro il Chievo di Filip Djordjevic.

E invece no: playoff vinti da favoriti delle scommesse calcio con grande rimonta (3-1) al "Picco" e atto finale col Frosinone, vinto 0-1 allo "Stirpe" e perso con medesimo risultato (rete dello svedese Marcus Rohdén) in casa, ma con il giusto ausilio del miglior piazzamento in regular season rispetto ai giallazzurri di Alessandro Nesta.

Qualche nome? In porta c'è l'ex "enfant prodige" Simone Scuffet, all'ennesima grande occasione in Serie A dopo che gli esordi dell'Udinese l'avevano portato a un passo dal trasferimento all'Atletico Madrid di mister Diego Pablo Simeone. A centrocampo, la grinta e l'esuberanza tecnica del barbuto ex SPAL, Luca Mora.

Davanti, la cooperativa del gol formata dal bulgaro d'esperienza Andrey Galabinov (7 reti), M'Bala Nzola (7), Antonino Ragusa (8) e l'italo-ghanese classe '94 Emmanuel Gyasi, nato a Palermo come Balotelli, autore di 9 reti, dell'acuto dello "Stirpe" e di un finale di stagione pirotecnico. Là davanti, fari puntati anche su un islandese figlio d'arte: di nome fa Sveinn Aron. Di cognome Gudjohnsen. Prossimo obiettivo in Serie A? Dalle parti del capoluogo ligure dicono:  "Metà classifica e vincere tutti i derby contro Genoa e Sampdoria"...

*L'immagine di apertura è di Adriana Sapone (AP Photo).

August 25, 2020

Di Stefano Fonsato

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Undici trofei conquistati in tre anni e mezzo - effettivi - da allenatore del Real Madrid. Un unicum, secondo solamente al grande Miguel Muñoz, vincitore per 14 volte, ma in un arco temporale durato 15 stagioni.

L'allenatore, per intendervi, degli "Anni d'oro”, come cantavano gli 883, dal 1960 al 1974. E che trofei, per Zizou: 3 Coppe dei Campioni, una in più di Muñoz e record condiviso con Bob Paisley al Liverpool e Carlo Ancelotti.

Tuttavia, nessuno può dire di averle vinte tutte in fila come ha fatto il francese dal 2016 al 2018. E, ancora, due Supercoppe Europee, altrettanti Mondiali per Club (il terzo non l'ha vinto solo per la pausa nella prima parte della stagione 2018-2019), due campionati e due Supercoppe spagnole, queste ultime due competizioni, fresche fresche di stagione.
L'ultima Liga, poi, ha avuto una soddisfazione doppia perché conquistata in rimonta sugli acerrimi nemici del Barcellona. Fatte tutte queste premesse e ricordandosi il "genio" qual era da giocatore vien da chiedersi: Zidane, meglio da allenatore o da calciatore? Qui si sprofonda nella filosofia più mistica del mondo del calcio. 

Quei record sottovalutati

Ma occorre fare una premessa immediata: una reale risposta non esiste. Il fatto è che "mister" Zidane, ricalca in toto quello che il giocoliere di origini berbere è stato sul rettangolo verde: uno che trasformava in banali le giocate tecnicamente più difficili.
E tutto questo senza mai lasciarsi trasportare dalle emozioni o tradire particolari atteggiamenti. Una sfinge inespressiva, che però infondeva tranquillità ai compagni: con lui, c'era da starne certi, il pallone era in cassaforte.

L'inglorioso finale di carriera da calciatore, con quella testata a Marco Materazzi nel 2006, non rappresentava per nulla (o quasi) il suo abituale modo di essere, che si infuocava solo nelle rare occasioni in cui da Zinédine si trasfirmava in Yazid (il suo secondo nome), lasciando spazio all'orgoglio algerino, presente in qualche meandro del suo cuore.

E i suoi successi da tecnico arrivano proprio dalla strada della compostezza: i giocatori che allena lo guardano come un faro abbagliante (eccezion fatta per il bizzoso Gareth Bale) e Zizou trasmette loro la cultura della vittoria.

Senza urla, né particolari ostentazioni, vince tutti i trofei quotati dalle scommesse calcio: "vai è gioca largo attaccando gli spazi", spiega a Dani Carvajal; "sei pronto a essere ovunque a metà campo e a cercare nei corridoi i movimenti degli attaccanti", indottrina gente come Isco o Fede Valverde. "Là davanti, sentiti il re", lascia così libero di esprimersi Karim Benzema.

Quindi, dopo la vittoria al triplice fischio, si presenta in conferenza e parla quasi a bassa voce, toccando tutti i temi della partita disputata. Stando sempre nel suo. Eppure media e opinione pubblica per i pur bravissimi Jürgen Klopp e Pep Guardiola, certamenti più avvezzi alle telecamere, all'essere a loro modo "personaggi", creatori di un nuovo stile.

Rendere banali le cose più difficili

Zidane, in questo senso, nonostante gli straordinari record ottenuti in così poco tempo da allenatore, è stato sempre inspiegabilmente accantonato. Anzi, no. Forse una spiegazione c'è: e non è certo quella - miope - secondo cui si tratti esclusivamente di un "gestore di grandi campioni" e nulla più.

Grattando un po' di più la superficie, si scopre che "mister Zizou" abbia cucito indosso al suo Real la veste perfetta per la mentalità "madridista": il "minimalismo galactico". Che si giochi con un 4-3-3 o un 4-3-2-1, ognuno si esprime con precisione al proprio posto, senza strafare. Ogni giocatore viene indottrinato a dare il meglio nel proprio ruolo, lavorando sodo sulle distrazioni a cui, talvolta, i grandi campioni in una grande squadra incappano, magari per eccesso di zelo.

E tutto questo con o senza un campione come Cristiano Ronaldo: chi scende in campo, tra i Blancos, sa di essere stato scelto da "uno che la sa lunga su come si vince" e così per Zidane dà tutto. Un personaggio, insomma, che incarna alla perfezione la mentalità vincente madridista. Là dove c'è ossessione, lui ci arriva con la sicurezza in se stesso e nei propri mezzi a disposizione: in questo senso, Zidane è meglio di José Mourinho.
 

Nell'intervallo della finale Champions 2016-2017 contro la Juventus, con le quote delle scommesse sportive in grande equilibrio, negli spogliatoi del Millennium Stadium di Cardiff, prima lascia sedere i propri giocatori, agitati per il punteggio di 1-1, poi rassetta il pavimento trascinando verso il muro le bottigliette coi piedi; quindi lascia passare altri minuti e poi parla alla squadra sottolineando anzitutto una cosa: "Se farete come vi dico io, un gol in più della Juventus, vedrete che lo segnerete".

Per le Merengues andò anche meglio rispetto a quanto pronosticato da Zizou. Panacea di tutte le esigenze madridiste: lo si è capito quando ha ripreso le redini della situazione compromessa dalle gestioni Julen Lopetegui. Di questo passo, Zinédine può diventare - molto presto sulla tabella di marcia - l'allenatore più vincente di sempre nella storia del Real, il club più prestigioso per antonomasia.  

*L'immagine di apertura è di Avell Golovkin (AP Photo).

August 22, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Antônio Augusto Ribeiro Reis Júnior, meglio conosciuto come Juninho Pernambucano, ma anche "Il miglior tiratore di calci di punizione". 

Il brasiliano ne ha segnate 77 in carriera, un record assoluto che ha permesso a Juninho di mettersi alle spalle anche un certo David Beckam, uno che ha reso iconica e universale rincorsa e postura del corpo prima di calciare le punizioni. 

Quantità e qualità hanno reso Juninho il centrocampista offensivo ideale negli anni 0. 

Non sono mai mancati gol da calcio di punizione calciando da distanze proibitive, come quella volta contro il Barcellona nella Champions League 2007 - 2008 in rete da calcio piazzato da una distanza di 43 metri. 

Nel 2008, contro il Nizza, ci riuscì da 48, praticamente da centrocampo.
 

Centralità totale

Nel dicembre 2006 il giornale sportivo francese L'Équipe ha calcolato che il 45% dei gol del Lione provenivano da punizioni e passaggi diretti e indiretti di Juninho.

Una parola che ci aiuta a inquadrare il brasiliano è fedeltà. 

Dopo una prima esperienza al Vasco da Gama, club che lo ha acquistato dal Recife, dove Juninho aveva fatto giovanili e città dove è nato, il brasiliano ha marchiato a fuoco sua vita calcistica con il Lione: dal 2001 al 2009 con l'OL ha vinto il clamoroso numero per le scommesse calcio di 7 campionati, e 10 anni dopo l'addio da calciatore ha avviato con i francesi una nuova avventura da direttore sportivo. 

A estremizzare ancor di più questo sentimento oltre alla sua autenticità, c'è il suo atteggiamento controcorrente verso quello che secondo lui è l'insegnamento che l'establishment brasiliano offre ai concittadini verdeoro.

"In Brasile contano solo i soldi, l'esempio è Neymar [...]. Il problema è che l'establishment in Brasile ha la cultura dell’avarizia e vuole arricchirsi sempre di più. Quindi è questo ciò che ci insegnano e che impariamo". 

A rivivere la sua carriera sembra però che anche Juninho sia caduto in questa tentazione. Un'esperienza sia in MLS che nel campionato qatariota. Ma se con i primiha vinto un titolo resistendo solo una stagione, in America ai N.Y. Red Bulls non è riuscito ad andare oltre i 5 mesi chiedendo la rescissione del suo contratto da Designates Player.
 

Tra l'altro alla fine di entrambe queste esperienze internazionali è ritornato al Vasco da Gama per un welcome back verso le sue origini da calciatore e verso quella maglia numero 8 che lo ha sempre caratterizzato in campo.

E proprio con quella maglia numero 8 è diventato uno dei migliori calciatori a giocare in Europa nei primi 10 anni del 2000: un idolo, un'icona.

Abdelhamid Sabiri

In tanti avrebbero dovuto raccoglierne l'eredità: nella Serie B italiana, clamorose le punizioni di destro al Del Duca di Ascoli del marocchino Abdelhamid Sabiri, ex di Huddersfield Town e Paderborn!

Pernambucano è il soprannome che gli viene affibbiato quando muove i primi passi da professionista, nome per distinguerlo dall'altro Juninho (Paulista). Pernambuco è la regione brasiliana dalla quale Juninho proviene e inizia a giocare, per questo abbiamo imparato a conoscerlo con questo nome, anche se col passare del tempo non ha di certo avuto problemi a rendersi riconoscibile nel mondo del calcio.

Un numero 8 unico, parola di chi di numeri 8 se ne intende. 

*Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer; la foto è di Rui Viera (AP Photo). Prima pubblicazione 21 agosto 2020.

August 21, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Da una parte la tradizione di una società storica come il Bayern, dall’altra i milioni qatarioti del Paris Saint Germain. Due progetti diametralmente opposti che però hanno portato allo stesso risultato.
 

Domenica sera al Da Luz di Lisbona Bayern e PSG saranno protagoniste di una finale estremamente equilibrata. Il Paris Saint Germain è finalmente riuscito a sbloccarsi, lo scoglio dei quarti di finale di Champions sembrava insormontabile.

La maledizione dei quarti

Dal ritorno nell’Europa che conta nel 2012-13, il PSG ha inanellato quattro eliminazioni consecutive ai quarti di finale. La prima con Ancelotti in panchina per due beffardi pareggi contro il Barcellona. Le altre tre eliminazioni sono arrivate con Laurent Blanc in panchina, l’ultima nel 2016 nel derby tra sceicchi contro il Manchester City. Dal 2016/17 il Paris Saint Germain ha peggiorato il suo rendimento in Europa, tre eliminazioni agli ottavi contro Barcellona, Real Madrid e Manchester United.
 

Questa stagione invece la svolta, anche se Tuchel se l’è vista brutta sia agli ottavi che ai quarti. Prima dello stop per, infatti, i parigini hanno perso 2-1 in quel di Dortmund nell’andata degli ottavi di finale contro il Borussia guidato da Håland.
Il 2-0 di Parigi in uno stadio vuoto ha portato il PSG ai quarti, con l’Atalanta ha rischiato di fare lo scherzetto ai parigini. L’uno-due di Marquinhos e Choupo-Moting negli istanti finali di partita hanno regalato a Tuchel la semifinale, poi dominata contro il Lipsia.


Il cammino del Bayern

Percorso decisamente diverso per il Bayern, che ha vissuto un inizio di stagione travagliato soprattutto in Bundesliga. Difficoltà che hanno portato all’esonero di Niko Kovac, con la società che ha deciso di affidare la panchina ad Hans-Dieter Flick col ruolo di traghettatore.

L’obiettivo era quello di portare a Monaco un grande allenatore, ma il rendimento del Bayern con Flick alla guida è stato impressionante. Per questo motivo la società bavarese prima lo ha confermato fino al termine della stagione, poi gli ha addirittura rinnovato il contratto fino al 2023. E il Bayern in Europa ha scritto record su record.

 

Dieci vittorie su dieci sfide, nessuna squadra per le scommesse e quote Champions League nella storia era arrivata in finale vincendo tutte le partite. In dieci partite ha messo a segna 42 gol, solo il Barcellona nel 1999/2000 ha fatto meglio realizzando 45 reti ma in ben sedici gare.

L’umiltà ione del Barcellona

Numeri straordinari anche del duo Lewandowski-Gnabry, arrivato a 24 gol in due e raggiungendo Cristiano Ronaldo e Bale come miglior coppia gol in una singola edizione della Champions (2013/14). Un Lewandowski a caccia di record anche in finale perché è a due reti dal record di 17 gol di CR7 in una singola edizione.
 

Con un gol al PSG, il polacco diventerebbe il primo giocatore nella storia della Champions a segnare in tutte le partite disputate in un’edizione. 

Tattica e quote

I due allenatori hanno trovato la quadratura del cerchio. Da una parte il 4-2-3-1 di Flick, dall’altra il 4-3-3 di Tuchel. Un paio di dubbi al massimo per la finale di domenica, uno per parte. In casa Bayern si sta provando a recuperare Benjamin Pavard, reduce da un infortunio che lo ha tenuto ai box in queste Final Eight.

Qualora il francese dovesse tornare dal primo minuto, Kimmich tornerebbe a centrocampo al fianco di Goretzka. In caso di panchina per Pavard, il tedesco giocherà da terzino destro con Thiago Alcantara (promesso sposo del Liverpool) in cabina di regia.

L’esultanza del Bayern a Londra!

In casa PSG Tuchel ha ormai trovato l’equilibrio, il tecnico tedesco ha rinunciato ai quattro giocatori offensivi mettendo in panchina Icardi nel match contro il Lipsia.
 

Tridente con Mbappé, Neymar e Di Maria, spazio dunque a un centrocampista in più con l’equilibrio garantito anche da Marquinhos davanti alla difesa. Il dubbio riguarda Verratti, reduce da un problema al polpaccio ed entrato negli ultimi 15 minuti della semifinale con il Lipsia.

Contro i tedeschi ha giocato Paredes, l’argentino parte favorito nel ballottaggio con l’ex Pescara che però scalpita per giocare da titolare in finale. Secondo i quotisti di 888sport.it il Bayern Monaco parte favorito (vittoria @2.05, vincente Coppa In mano della Champions @1.57) e sono attesi tanti gol, con entrambe le squadre a segno @1.34.

*Le immagini dell’articolo, distribuite da AP Photo, sono di Thibault Camus, Manu Fernandez e Frank Augstein

 
August 20, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Grandi squadre guidate da bomber di primissima fascia, capaci di incidere nei momenti decisivi della stagione. Tutte le squadre vincitrici in Europa negli ultimi dieci anni hanno potuto contare su attaccanti straordinari, spesso, come il magnifico Lewa del Bayern, risultati decisivi nei momenti cruciali della competizione continentale!

Il “falso nueve” dominante a livello europeo con la Spagna e il Barcellona ha lasciato spazio ai centravanti, veri lottatori nelle aree di rigore della Champions, sempre da prendere come primi riferimenti nel ponderare le scommesse e le quote Champions League

Diego Milito

Leo Messi

Didier Drogba

Mario Mandzukic

Cristiano Ronaldo

Momo Salah

Diego Milito

Come successo già nel 2010, quando l’Inter di Mourinho agguanta il Triplete grazie alla straordinaria condizione psicofisica di Diego Milito. Sempre a segno a San Siro dagli ottavi di finale in poi, il Principe risulta decisivo anche nella finale di Madrid cona una doppietta che stende il Bayern Monaco, troppo leggero nella marcatura del completissimo centravanti argentino! 

Leo Messi

La stagione successiva torna sul tetto d’Europa il Barcellona, grazie certo a Messi ma anche con le reti di pregevole fattura di David Villa, arma in più del Barça di Guardiola in quella stagione, dopo il fallimento Ibra. El Guaje trova la via del gol anche nella finale di Wembley contro lo United, mentre il suo compagno di reparto Messi finisce la Champions da capocannoniere con dodici reti segnate...

Didier Drogba

Sempre, meravigliosamente, Didier Drogba. Questo il titolo della Champions League 2011/12, con l’ivoriano autore dello stacco imperioso del gol del pareggio in finale contro il Bayern e poi del rigore decisivo che porta i Blues, sfavoritissimi per le scommesse online, di Di Matteo sul gradino più alto d’Europa.

Mario Mandzukic

Nonostante l'ottimo score di dodici gol di Mario Gomez nella stagione precedente, nel 2012/13 il Bayern decide di puntare su Mandzukic come centravanti e ottiene il risultato sperato. Vittoria in finale di Champions contro il Dortmund e primo marcatore per le scommesse calcio con gol del momentaneo 1-0 proprio del croato, centravanti nel 4-2-3-1 solido, fantasioso e, soprattutto, devastante di Heynckes. 

Cristiano Ronaldo

Ad eccezione della stagione 2014/15, dal 2013 al 2018 la Champions ha un grande, grandissimo protagonista. Nella finale di Berlino del 2015 vince il Barça di Suarez contro la Juve, con l’uruguaiano decisivo visto che mette a segno il gol del 2-1, prima del definitivo 3-1 di Neymar. La stagione precedente, però, arriva la tanto attesa “Decima” del Real, e il timbro è tutto portoghese.

Cristiano Ronaldo riesce finalmente a vincere la sua seconda Champions della carriera, chiudendo la stagione 2013/14 con l’incredibile record di 17 gol realizzati. Dal 2016 al 2018 il Real porta a casa tre Champions consecutive e Cristiano Ronaldo è sempre il miglior marcatore, segnando addirittura 43 gol in 38 partite.

Momo Salah

Nell’edizione 2019 la cooperativa del gol targata Liverpool ha portato a casa il trofeo, con Firmino al centro dell’attacco e Momo Salah miglior marcatore con cinque reti, una delle quali segnata in finale contro il Tottenham, trasformando con potenza il calcio di rigore, assegnato ai Reds nel primo minuto di gioco. 

 

*Immagine di (AP Photo/Pavel Golovkin)

 
August 20, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Sulla carta sembrano partite come altre, ma basta lasciarle "decantare" nel tempo e ci si accorge che, invece, sono state snodi fondamentali della carriera di questo o quell'allenatore, dell'apertura di un ciclo o, perché no, di una rovinosa caduta verso gli inferi del pallone...

Noi di 888 Sport ne abbiamo selezionate 5, salendo sulla solita macchina del tempo, che questa volta non è programmata secondo un ordine puramente cronologico, ma in base all'attualità del momento. Pronti, partenza, via...

 1) Crotone-Atalanta 1-3, 26 settembre 2016

Dirlo adesso equivale a un improperio, ma c'è stato un momento in cui la panchina di Gian Piero Gasperini all'Atalanta ha cominciato a scricchiolare. Siamo agli inizi della - poi straordinaria - avventura con la Dea dell'ex tecnico del Genoa e la stagione è la 2016-2017. Alla quinta giornata, allo stadio Adriatico di Pescara (inizialmente utilizzato dal Crotone, alla prima esperienza in Serie A, in attesa dei lavori di adeguamento dell'"Ezio Scida"), gli orobici sfidano la matricola assoluta di mister Davide NIcola (ma portata fin lì da Ivan Juric, "allievo" del Gasp) dopo aver racimolato solamente 3 punti sui 12 in palio.

La presidenza Percassi inizia a farsi delle domande sul sostituto di Edy Reja, aspramente criticato dai tifosi nerazzurri dopo le 4 sconfitte sui 5 impegni. La gara, un anonimo posticipo del lunedì, viene messa subito in cassaforte nel primo tempo grazie alla rasoiata di Andrea Petagna (schierato a sorpresa), da un gol fortunoso di Jasmin Kurtic e da un'autentica prodezza balistica del Papu Gomez.

Nel finale Simy, per i  crotonesi (poi autori del miracolo-salvezza targato Davide Nicola) fissa il punteggio sull'1-3 e Gasperini, in conferenza stampa, non le manda a dire: "Qualcuno ha confuso errori grossolani o individuali con malfunzionamenti del mio credo tattico, che peraltro non esistono. L'Atalanta per salvarsi ha bisogno di un ambiente forte, non di uno che salta per aria dopo 4 partite senza vittorie".

Così, i timori per la partita successiva contro il Napoli di Maurizio Sarri, vengono spazzati via da un'altra vittoria, sempre firmata da Petagna. L'ambiente, da quella vittoria contro il Crotone, è stato forte eccome: la Dea, dai bassifondi di inizio stagione, arrivò a sorpresa per le scommesse calcio quarta in classifica, che allora garantiva "solo" un posto in Europa League e non in Champions, iniziando l'entusiasmante percorso internazionale che tutti oggi conosciamo.


 

2) Lazio-Atalanta 3-3, 19 ottobre 2019

Torniamo a parlare di Atalanta, quando però la macchina di Gasperini era già diventata perfetta. O quasi. I biancocelesti arrivano dal pareggio di Bologna e dalla brutta sconfitta di Glasgow contro il Celtic. In Serie A, 11 punti conquistati in 7 partite: un bottino che non soddisfa patron Claudio Lotito. A fine primo tempo, l'Atalanta conduce 0-3 grazie alla doppietta di Luis Muriel e al gol del solito Papu Gomez. "Simone Inzaghi esonerato all'intervallo" s'inizia a mormorare tra gli spalti dell'Olimpico.

Poi, però, la Lazio ha un sussulto d'orgoglio e con Correa e due rigori (il primo, parecchio contestato) di Ciro Immobile, si porta sul 3-3. La panchina di Simone Inzaghi è salva e viene immediatamante rinsaldata dal successo per 1-2 al "Franchi" nel successivo impegno con la Fiorentina. Non solo, i biancocelesti sono arrivati perfino a insediare la Juventus nella corsa al titolo.

 

3) Cagliari-Milan 0-0, 5 ottobre 2008

Nonostante la buona salvezza conquistata la precedente stagione da Marco Ballardini, il presidente del Cagliari decide di cambiare e di affidarsi al giovane tecnico Massimiliano Allegri, ex centrocampista rossoblù e che tanto bene aveva fatto, nell'annata 2007-2008, sulla panchina del Sassuolo, portato in Serie B dopo aver vinto il campionato di Prima Divisione e la Supercoppa di Lega Pro.

Ma la Serie C non è la A, e l'esordio da allenatore di "Acciughina" è da incubo: 5 partite, 5 sconfitte contro Lazio, Siena, Juventus, Atalanta e Lecce. Così, in Sardegna, nel posticipo della 6a giornata, arriva il temibilissimo Milan di Carlo Ancelotti, con la tecnica di Kakà, Ronaldinho e Shevchenko, fresco di vittoria nel derby contro l'Inter di Mourinho. Il Cagliari, a dispetto dei pronostici per le scommesse serie A che lo vedevano già condannato in partenza, sfodererà una prestazione tutta grinta, carattere e ricca di occasioni da gol.

Finirà 0-0, un risultato incoraggiante, che spingerà Cellino - insolitamente più calmo e riflessivo dei tifosi, in quella particolare circostanza - ad insistere con Allegri. Il tecnico livornese col tridente Acquafresca, Jeda e Matri, porterà il Cagliari a vincere le 4 gare successive (contro Torino, Chievo, Genoa e Bologna) ed a ipotecare la salvezza già al giro di boa del campionato; per i sardi anche  la soddisfazione di  vincere dopo 41 anni in casa della Juventus (3-2) a fine gennaio.

Quella Juventus su cui saltò in sella nell'estate 2014 e con cui conquistò 5 scudetti, 2 Supercoppe italiane e 4 Coppe Italie. Non prima di essere passato dal Milan: coi rossoneri, una Serie A vinta nel 2010-2011 e una Supercoppa nazionale. Chissà come sarebbe stata la sua carriera, se proprio quel Milan di Ronaldinho avesse ottenuto la pronosticata vittoria in Sardegna, quella sera del 5 ottobre 2008: quando si dice "sliding doors"...
 

 

4) Udinese-Cesena 1-0, 2 ottobre 2010

Un punto nelle prime 5 partite di campionato. Il "Francesco Guidolin-bis" sulla panchina dell'Udinese, dopo la prima esperienza del 1998-99, non è certo partito sotto una buona stella. In più, al "Friuli", il neopromosso Cesena, sta ingabbiando Handanovic e compagni sullo 0-0. Ci vorrà un tap in al 93' del centrale difensivo allora semisconosciuto Mehdi Benatia, appena arrivato per 500mila euro dal Clermont Foot (squadra di Ligue 2) a tenere Guidolin ancorato sulla panchina dei bianconeri, che iniziarono una scalata entusiasmante, sino alla qualificazione Champions.
 

5) Fiorentina-Atalanta 0-1, 3 gennaio 1993

Siamo al giro di boa del campionato 1992-93. La Fiorentina di Gabriel Omar Batistuta, Ciccio Baiano, Brian Laudrup e Stefan Effenberg, parte alla grande fino a lanciarsi nelle zone nobili della classifica con un Milan di Fabio Capello "fuori concorso". I viola di Gigi Radice sono proprio al secondo posto quando, appena dopo Capodanno, ospitano l'Atalanta. Una partita stregata: tante occasioni da gol e gli orobici di mister Marcello Lippi che, al primo affondo, vincono la partita con un tocco morbido di Carlo Perrone.

Vittorio Cecchi Gori, a fine partita, si presenta negli spogliatoi e fa la piazzata a Radice, esonerandolo senza appello e tra lo stupore di tifosi e giornalisti, contestando al tecnico di lungo corso "l'inadeguatezza del suo gioco a zona". Come finì: su quella panchina si sedettero, nell'ordine, Aldo Agroppi, Luciano Chiarugi e Giancarlo Antognoni. Improvvida fu invece quella strampalata decisione dell'imprenditore cinematografico, che si trovò a fare i conti con un vero e proprio finale thrilling e drammatico allo stesso tempo: la squadra - anzi, quello squadrone - andò in tilt sino a precipitare in Serie B.  
 

 

*L'immagine di apertura dell'articolo  è di Luca Bruno (AP Photo).

August 20, 2020

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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