E luce fu. Il 20 luglio 1914 nacque la Selecäo. Un anniversario lontano ma vicino, molto attuale per tutti coloro che amano il calcio. Come gran parte degli eventi calcistici di inizio secolo, la genesi della squadra Nazionale brasiliana ha inizio grazie agli inglesi; nel caso specifico grazie all’Exeter City, formazione nata nel 1904 da una fusione tra Exeter United e St Sidwell's United, una congregazione religiosa situata a ridosso delle mura antiche della città.

Come gli Achei addossati lungo la cinta di Troia: per questo, i partecipanti alle funzioni religiose della parrocchia di St Sidwell’s, vengono chiamati “Greci”. E si porteranno dietro il loro soprannome anche dopo la fusione con l’Exeter United che darà vita all’Exeter City. Siamo nell’Inghilterra, all’inizio del XX secolo; il calcio è ormai pratica consolidata, e anche nella città di Exeter - capoluogo della contea del Devon - il football appassiona gli animi sportivi.

Lungo il lungo percorso della propria storia, il club inglese ha vinto unicamente un campionato di quarta divisione alla fine degli anni ottanta, e una coppa di quarta divisione, ma la squadra è entrata a pieno titolo nella storia calcistica mondiale per essere stata la prima formazione ad aver affrontato il Brasile.

Il viaggio

Estate del 1914, l’Exeter City, accoglie di buon grado l’invito della Federazione Argentina dopo il rifiuto del Tottenham; i giocatori si imbarcano nel mese di maggio, e dopo alcune tappe intermedie nei porti europei, salpano dal porto di Southampton per il Sudamerica, superando Vigo e Madeira. E’ una buona occasione per festeggiare il decimo anno della propria fondazione, le spese sono tutte a carico della Federazione Argentina, i giocatori viaggiano in cabine di prima classe avendo la possibilità di essere seguiti dalle proprie mogli.

La squadra affronta la traversata oceanica verso il Sudamerica a bordo del Royal Mail Steam Packet Andes, una nave lussuosissima: il programma quotidiano dedicato ai calciatori inglesi include allenamenti sia sul ponte che in coperta, intervallati dalle visite turistiche. Il menù è di primissima qualità.

Di fatto è un viaggio di piacere, se non fosse per la disavventura capitata - durante il viaggio di andata - a Rio de Janeiro dove l’intera squadra venne arrestata dopo essersi allenata sull’arenile e aver fatto il bagno nonostante il divieto di balneazione. Una volta arrivati in Argentina, l’avventura degli inglesi proseguì con le partite organizzate dall’AFA; una sconfitta all’esordio, poi due vittorie.

Particolarmente movimentato il successo ottenuto contro il Racing, con il segretario del club argentino capace di impugnare un revolver per chiedere l’espulsione di un calciatore inglese!

Sei vittorie, un pareggio e una sconfitta: il ruolino di marcia degli inglesi non convinse la stampa argentina che non risparmiò critiche ai professionisti britannici. La tournée era di fatto conclusa, ma i dirigenti - durante il viaggio di andata - si erano già accordati per disputare altre tre partite a Rio de Janeiro; le partite avrebbero coinvolto la formazione degli Estrangeiros (una formazione composta da inglesi che si erano trasferiti a Rio de Janeiro), i Brasileiros, e i Cariocas, ovvero i calciatori brasiliani di Rio.

Il programma iniziale venne stravolto, la partita contro i Brasileiros venne fissata per il 21 luglio, ma a quel punto entrò in scena la proposta del giornale Correio de Manhã che sulle proprie colonne avanzò l'idea di invitare i giocatori di San Paolo a prendere parte alla partita Exeter contro i Brasileiros.

Così nacque la Selecäo

A quel punto, la Lega brasiliana scelse di mandare in campo una selezione composta dai giocatori dell’Estrangeiros, dei Cariocas accogliendo anche i migliori calciatori della Lega Paulista di San Paolo, che inizialmente era stata esclusa dal programma delle amichevoli per problemi logistici. Era nata la Nazionale brasiliana, 5 volte Campione del Mondo ed eliminata a sorpresa dal Belgio in Russia per le scommesse calcio.

Il 21 luglio 1914 - dopo i due successi ottenuti con gli Estrangeiros per 3-0 e i Cariocas per 5-3 - sul terreno di gioco dell’Estádio das Laranjeiras di Fluminense - va in scena la prima partita della storia della Nazionale Brasiliana. Sugli spalti ci sono tremila spettatori, questa è la prima formazione della storia del Brasile che scende in campo: Marcos Mendonça; Píndaro, Nery; Lagreca, Rubens Salles, Rolando; Abelardo, Oswaldo Gomes, Friendereich, Osman e Formiga.

Il modulo è il 2-3-5, con due terzini davanti al portiere, tre mediani, e cinque attaccanti. Il Brasile vince per due a zero, grazie ai gol messi a segno da Oswaldo Gomes e Osman. La maglia del Brasile è bianca, con una banda blu orizzontale su entrambe le maniche.

La maglia verdeoro entrerà in scena dopo il drammatico pomeriggio del Maracanazo nel 1950. La sconfitta contro l’Uruguay determinò il cambio di casacca che venne scelta dopo un concorso lanciato dal giornale Correio de Manhã, lo stesso che aveva proposto l’idea della prima - storica - selezione: ma questa, è un’altra storia...

*La foto di apertura dell'articolo è di Marcio Jose Sanchez (AP Photo).

July 21, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

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Non sempre la NBA è riuscita a chiudere la regular season disputando tutte le 82 partite previste dal calendario canonico. La stagione 2019/20 sarà la terza della storia ad avere una stagione regolare ridotta. Il tip-off riprenderà in quel di Orlando con la disputa di otto gare a franchigia, prima dell’inizio dei Playoff.

Una situazione strana, che però si è già verificata in NBA anche se con modalità diverse. In altre due occasioni la stagione è stata ridotta, anche se la struttura fu modificata in partenza a causa dei lockout dei giocatori. Le dispute sui contratti collettivi in NBA hanno portato a ben 4 lockout dal 1995 ad oggi, due dei quali hanno condizionato anche la regular season.

Il più lungo della storia è datato 1998/99, quando la stagione NBA invece di programmare i primi incontri come di solito a novembre ha avuto inizio addirittura nel mese di febbraio. Sole 50 partite per individuare le sedici squadre che avrebbero dovuto poi partecipare ai Playoff, vinti dai San Antonio Spurs in finale contro i New York Knicks.

Sono state invece 66 le gare disputate nella stagione 2011/12, che prese il via a Natale del 2011 con un ritardo di circa due mesi. Quella stagione rappresentò la svolta della carriera di LeBron James, visto che con i Miami Heat riuscì a conquistare il primo titolo battendo in finale gli Oklahoma City Thunder di Durant, Westbrook e Harden. 

Le differenze

Analizzando l’andamento dei Playoff in queste due stagioni, l’unica vera sorpresa che si può ricordare per le scommesse NBA è legata al cammino dei New York Knicks nel 1999. Da ottava testa di serie infatti la squadra guidata da Patrick Ewing è arrivata fino alla NBA Finals dopo aver strappato il pass per i Playoff all’ultima gara di regular season vincendo contro i Miami Heat, battuti poi anche al primo turno per 3-2.

Discorso diverso per la Western Conference, dove San Antonio da testa di serie numero uno ha dominato i Playoff. Solo una sconfitta al primo turno contro Minnesota per i Texani prima di un doppio “sweep” contro Lakers al secondo turno e Trail Blazers in finale di Conference.

Pat Ewing!

Nel 2012, invece, sono arrivate in Finale NBA le seconde teste di serie della Eastern e della Western Conference. Ad Est l’infortunio di Derrick Rose al primo turno contro Philadelphia ha bloccato i Bulls, prima testa di serie della Eastern Conference spianando la strada a Miami che però è stata costretta a soffrire in Finale di Conference, vincendo gara-6 a Boston e gara-7 all’American Airlines Arena. Solo tre sconfitte invece per i Thunder nel cammino che li ha portato a vincere la Western Conference, successo ottenuto in gara-6 contro gli Spurs che erano la prima testa di serie prima del 4-1 degli Heat in finale. 

Le chiavi

Analizzando le statistiche di quelle stagioni, emerge una costante nelle due annate condizionate dal lockout. Dal 1996 al 2001 in cinque stagioni il peggior dato statistico della lega per percentuale dal campo si è registrato proprio nel 1998/99, anno del lockout. Stesso identico dato che si evince anche analizzando le cinque stagioni disputate dal 2009 al 2014, dove proprio nel 2011/12 il dato della percentuale dal campo è stato decisamente inferiore rispetto alle altre annate.

Un’altra costante la si trova analizzando le quattro squadre che sono arrivate alle NBA Finals. Nonostante il cambiamento del gioco dal 1999 al 2012 e gli stili diversi delle squadre, alle Finals nel ’99 sono arrivate le due squadre che hanno fatto registrare il miglior dato per percentuale dal campo degli avversari (Spurs e Knicks entrambe al 40% contro 43.7% della lega).

Dato simile anche nel 2012, dove i Thunder sono stati la miglior difesa della Western Conference per percentuale dal campo degli avversari mentre gli Heat hanno chiuso con la quinta miglior difesa in assoluto, alla quale però va aggiunto il miglior attacco per percentuale della Eastern Conference.

Seguendo questi dati al momento un pronostico per le scommesse basket per le NBA Finals del 2020 potrebbero vedere affrontarsi i Bucks e i Clippers, ovvero le due migliori difese per percentuale dal campo della Eastern e della Western Conference e due delle migliori squadre per record di tutta la NBA, al momento della ripartenza!  

*Le immagini dell'articolo, distribuite da AP Photo, sono di Ronald Martinez e Terry Renna.

July 20, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Per quanto ora possa sembrare lontana, con la Premier League e la Liga a farla da padroni, c’è stata un’epoca in cui la Serie A era davvero la terra promessa del calcio. Quel periodo a cavallo tra anni Ottanta e anni Novanta in cui le squadre italiane facevano incetta di coppe europee e in cui ogni calciatore al mondo sognava di mettersi alla prova nel campionato tricolore.

Anni in cui persino quelle che oggi definiremmo “provinciali” potevano permettersi di mettere in campo campioni di uno spessore inimmaginabile. E quindi succedeva che il tre volte Pallone d’Oro Sudamericano Zico indossasse la maglia dell’Udinese o che El Principe Francescoli diventasse…il Re di Cagliari.

Una storia al riguardo che sembra spesso dimenticata è però quella della Reggiana. Nel 1993 la squadra emiliana è appena stata promossa in Serie A e viene acquistata da Franco Dal Cin, che parte con l’idea di costruire uno stadio di proprietà (il Giglio, poi Città del Tricolore) e porta a Reggio Emilia un paio di calciatori niente male.

In porta c’è un futuro campione del mondo, perché Claudio Taffarel, dopo aver giocato nel Parma di Scala, passa la stagione che porta a USA ’94 e che vede il Brasile strafavorito per le scommesse calcio, proprio a difendere i pali dei granata. E soprattutto, davanti c’è un vice Pallone d’Oro, campione d’Europa e sogno proibito di moltissimi club fino a qualche anno prima: il portoghese Futre.

Quando arriva in Italia, Jorge Paulo Dos Santos Futre, classe 1966, non ha decisamente bisogno di presentazioni. Inizi di carriera con lo Sporting Lisbona, poi il passaggio al Porto con cui vince da protagonista la Coppa dei Campioni 1986/87, quella di Madjer e del Tacco di Allah.

Nello stesso anno arriva dietro soltanto al milanista Gullit nella classifica del Pallone d’Oro, una circostanza per cui negli anni a seguire Futre ha spesso, tra il serio e il faceto, accusato Berlusconi di aver influito sulle votazioni. Dopo il trionfo continentale si trasferisce all’Atletico Madrid, dove conquista due volte la Copa del Rey, ma non riesce a scalfire il predominio del Barcellona di Cruijff. 

Il 1993 per Futre è un anno particolarmente movimentato. In inverno torna in Portogallo, al Benfica, causando la rabbia tra i tifosi dello Sporting, a cui aveva promesso qualche settimana prima che avrebbe nuovamente indossato la maglia biancoverde. Giusto il tempo di vincere la Coppa del Portogallo, che arriva un’altro trasferimento. Tapie lo porta al Marsiglia fresco campione d’Europa, ma lo scandalo che coinvolge il club transalpino convince il portoghese che è meglio guardare altrove.

E quindi, nel novembre di quello stesso anno, Futre fa il suo esordio in Serie A, con la maglia della Reggiana, contro la Cremonese. Neanche il tempo di scaldare i motori che il talento si fa subito notare: alla sua prima partita nel campionato italiano, il lusitano segna immediatamente dopo una serpentina nell’area avversaria. Peccato che quella rimarrà l’unica presenza stagionale per lo sfortunato fantasista.

 

Un durissimo intervento da dietro di Pedroni costa il rosso al difensore della Cremonese e forse l’intera carriera a Futre. Il portoghese è costretto a uscire e la diagnosi è di quelle terribili: rottura del legamento rotuleo del ginocchio destro. Una mazzata pesantissima, tanto per il calciatore quanto per la squadra, che però riesce a rimanere comunque in Serie A. Il quattordicesimo posto, l’ultimo che garantisce la salvezza, permette di sperare in un ritorno in grande stile del numero 10.

La realtà però dice altro. Futre rimette piede in campo nel settembre 1994, ma non è più lo stesso giocatore. L’infortunio lo limita ad una manciata di presenze e due reti, ed a inizio novembre si ferma di nuovo. La Reggiana intanto, senza il suo talento e senza Taffarel, che dopo il mondiale vinto è tornato in Brasile, scivola sempre di più in classifica.

Non basta neanche il secondo ritorno di Futre, che gioca altre sette partite consecutive, stavolta rimanendo sempre  in campo per tutti i novanta minuti e segnando altri due gol. La sua stagione 1994/95 si conclude con 12 presenze e 4 reti, ma anche con l’inevitabile retrocessione della Reggiana. L’avventura italiana, però, non è finita.

Il finale di carriera

A chiamare è Silvio Berlusconi, proprio quello che, a parere di Futre, gli ha strappato il Pallone d’Oro 1987. Il portoghese arriva al Milan di Capello, unico e incontrastato favorito per le scommesse Serie A, ma anche l’avventura in rossonero non regala gioie, anzi.

Il tecnico friulano non lo convoca praticamente mai, escluso un match con il Parma a marzo 1996. E l’unica presenza arriva nell’ultima partita di campionato, per uno scherzo del destino, di nuovo contro la Cremonese. Futre gioca 79 minuti nel 7-1 dei campioni d’Italia ai grigiorosa, per poi essere sostituito dall’altro talento sfortunato della rosa, Roberto Baggio.

È l’addio di Futre al calcio italiano. Nella stagione successiva passa al West Ham, ma anche in Premier League ha poca fortuna. Gli infortuni al ginocchio continuano a martoriarlo e non lo lasciano in pace neanche quando prova a tornare all’Atletico Madrid. L’ultima annata prima del prematuro ritiro, ad appena 32 anni, la gioca in Giappone, allo Yokohama Flugels.

L’unico momento di gloria dopo l’infortunio, il portoghese se lo prende da dirigente: quando l’Atletico Madrid retrocede in Segunda Division, Futre diventa DS dei Colchoneros ed è sotto la sua guida che Mono Burgos e compagni tornano, da favoriti per le scommesse sportive nella massima serie.

Una piccola soddisfazione dopo una carriera che poteva regalare molto di più a Futre, colpito da una sfortuna senza precedenti. Ma il portoghese resta comunque, almeno nel cuore degli appassionati italiani, uno dei simboli dell’era d’oro del pallone di casa nostra. Di quegli anni in cui persino una neopromossa poteva acquistare un grande campione straniero e in cui nei campi di provincia giocavano…i Palloni d’Oro.

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Carlo Fumagalli (AP Photo).

July 20, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Che cos'è la modernità nel calcio? Spesso per definire il concetto ci si ferma all'evoluzione del sistema arbitrale, dalla goal line technology, passando per il sistema VAR. Oppure ci si perde in interminabili elucubrazioni di tattica, stili di gioco, possesso palla e altre argomentazioni che separano i sofisti del bel gioco dai "risultatisti".

IPO

Xg

Pass map ed altri strumenti

E ancora, beghe contrattuali, procuratori, nuove formule di compravendita giocatori e tante altre velleità del sottoinsieme calciomercato. In realtà, dietro al concetto evolutivo dello sport più amato del mondo, esiste un mondo "sommerso", che solo negli ultimi mesi è stato interessato da vera e propria volontà conoscitiva da parte di appassionati ed addetti ai lavori: la "match analysis", che con i suoi modelli e i suoi strumenti, è in costante crescita.

Figure professionali sempre più ricercate dai club (i match-analyst, per l'appunto), che "scartabellano" fino all'ultimo dato sia sulla formazione avversaria da consegnare all'allenatore in fase di preparazione della partita, sia sulla propria squadra. In quest'ultimo caso l'utilità è studiare il comportamento dei giocatori in rosa, cercare di renderli più performanti attraverso gli errori commessi, i movimenti fatti negli incontri precedenti, la loro corsa, oppure l'impatto avuto con le nuove disposizioni tattiche del mister.

L'Indice di Pericolosità Offensiva (IPO)

Ogni strumento di analisi moderna del calcio è figlio, sostanzialmente, di due indici di partenza: l'"Indice di Pericolosità" offensiva e gli "Expected Goals". L’indice di pericolosità è un particolare dato con cui è possibile valutare quali squadre abbiano ottenuto più punti di quanti ne meritassero e quali meno. Ma a cosa serve? La reperibilità di tali dati serve prima di tutto agli addetti ai lavori in senso stretto, coloro i quali sono inseriti nella "pancia" del mondo del calcio.

Suddetti dati, una volta raccolti, vanno pesati, messi in collegamento, interpretati in base a tanti variabili. Con essi, si creano quindi degli indici che incrociano i numeri tra di loro per poter valutare quante reti una squadra avrebbe meritato di realizzare nell'arco di una partita. Proprio da questi indici, è stato approntato l’Indice di Pericolosità Offensiva.

Napoli e Milan in azione!

L’"IPO", di fatto, combina - a sua volta - i valori associati alle diverse situazioni d'attacco, affibbiando loro un peso specifico in relazione all’importanza, con lo scopo di analizzare quanto una formazione sia in grado di essere più o meno insidiosa in zona-gol. Nella fattispecie, vengono presi in considerazione tutte quelle situazioni proprie degli ultimi 25 metri di campo. Ad esempio. il tiro da fuori, da distanza ravvicinata, i movimenti a palla inattiva.

In tutto, secondo il "Giornale Italiano di Educazione alla Salute, Sport e Didattica Inclusiva", esistono sono 9 parametri utili per definire l'effettiva pericolosità di una squadra, in base all'assioma per cui "il gol non ha un valore in sé, ma è la risultante dei fattori che lo compongono": parliamo di azione promettente, corner, cross-traversone senza conclusione, assist più colpo di testa, palla-gol, rigore, punizione centrale, punizione laterale, tiro da dentro l'area e tiro da fuori area.

Gli Expected Goals

Quasi una conseguenza dell'"IPO", sono gli "Expected Goals". Un sistema mutuato dal baseball e fortemente adattato al calcio che, a differenza della palla base, è uno sport a basso punteggio, fatto che ha rappresentato sempre un ostacolo per le analisi "matematiche".

Partendo dal presupposto, come insegna 888sports che le squadre migliori sono - in un modello lapalissiano - quelle che effettuano più tiri e ne subiscono di meno, si raccolgono dati a iosa per capire quanti gol ci si sarebbe aspettati da una determinata squadra nell'arco di una partita, di una stagione o, anche, di un particolare segmento di tempo.

In questo senso, uno degli studi più conosciuti è lo "Spam" (Shot Position Average Model) di Paul Riley. In pratica, seguendo un metodo statistico analizzando oltre 30mila tiri su tre stagioni di Premier League, Riley è stato in grado di stabilire quante conclusioni siano necessarie prima di segnare in gol da dentro e da fuori area, da posizioni esterne, su punizione e via discorrendo.

Il risultato dello studio fu che il numero di tiri necessari, in media, a realizzare un gol da ciascuna posizione, rimanesse praticamente invariato da stagione a stagione. Riley, inoltre, ha fatto di più: ha suddiviso il campo in ulteriori zone affibbiando loro un valore in relazione al tiro, indipendentemente dal fatto che si sia trasformato in gol. Se si arriva in area a tirare, in parole povere, vuol dire essere stati comunque pericolosi, che si segni oppure no. Va da sé che l'utilità di tutto ciò è la valutazione dell'effettiva pericolosità della squadra, a prescindere dai gol segnati.

Così, dalle ricerche relative alla stagione 2019/2020, Napoli e Milan avrebbero dovuto realizzare più gol per il volume di gioco espresso!

Gli altri strumenti (utili alle tv)

Altri strumenti sono quelli messi a disposizioni degli "studi tv": ecco, quindi, la "Goal Build Up" (che riproduce la sequenza di passaggi che portano a un tiro o a un gol); la "Pass Map" (la mappa dei passaggi di una squadra durante una partita); la "3D Shots on goal"  (che evidenzia le traiettorie e i tentativi di conclusioni in porta; la Heat Map, la cosiddetta mappa di calore, che evidenzia le zone di campo "calcate" da un determinato calciatore, di cui - oggi - si contano anche i chilometri percorsi.

Gli strumenti descritti nell'articolo aiutano anche nei pronostici e consigli relativi alle scommesse sportive. Insomma, oggigiorno sembra ormai impossibile concepire la casualità della palla rotonda, nonostante si continui - a ragione - a sostenere il fatto che, vivaddio, "Il Calcio non è una scienza esatta".

Addirittura, sono diverse le squadre che analizzano squadre e giocatori (specie in fase di scouting) chiedendo aiuto anche all'enorme database del videogioco "Football Manager". Fu il caso, ad esempio, del Watford di Walter Mazzarri... Viviamo, insomma, in un'epoca in cui calcio reale e virtuale iniziano a fondersi. Per fortuna, conta ancora - più di qualsiasi altro dato - "buttarla dentro"...

*Le immagini dell'articolo sono di Luca Bruno (AP Photo). Prima pubblicazione 20 luglio 2020.

January 5, 2021

Di Stefano Fonsato

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Vanarama League South, sesta serie, ultimo stallo del semiprofessionismo inglese: a pochissimi chilometri dall'aeroporto Ryanair di Stanstead (non lontano da Londra), la cittadina di Braintree. Qui, il club gli Irons del Braintree Town, per autosostenersi dopo il dissesto economico sofferto anche a queste latitudini calcistiche ha lanciato l'idea: "Ogni piccolo imprenditore o supporter della zona, con un'offerta minima di 1000 sterline, avrà l'opportunità di vedersi scritto il proprio nome, o quella della propria piccola ditta sulla maglietta 2020-21".

Quindi, non più un solo sponsor, ma tanti piccoli sostenitori "per tornare grandi" all'urlo di "l'unione fa la forza", lanciato dal presidente di lunghissimo corso Lee Harding, imprenditore lungimirante innamorato del suo club, che guida - insieme a un'altro paio di soci - da ormai una ventina d'anni. 

Una lotteria per la comunità

L'iniziativa in questione è il concentrato della sua filosofia: "Il club è di tutti, nel bene e nel male - ha raccontato Harding in una recente intervista per la locale testata Braintree & Witham Times -. Le origini operaie non devono mai essere dimenticate, specialmente dopo questo lungo stop dell'attività calcistica, che economicamente sta pesando parecchio nelle nostre casse. Dobbiamo costruire il futuro: il nostro sostegno economico, mio e dei soci, non verrà mai a mancare e cercheremo di conservare il Town ai più alti livelli calcistici possibili, in base alle nostre disponibilità.

Ma oggi serve un aiuto in più: e lo chiediamo agli appassionati di questa maglia. Cerchiamo, in pratica, 20-30 piccole aziende, ditte individuali o semplici tifosi generosi in grado di garantire un'offerta di mille sterline. Alla fine, procederemo a un sorteggio: il primo estratto vincerà la sponsorizzazione sulla nostra prima maglia di gioco, il secondo su quella da trasferta. Per tutti gli altri, ovviamente, predisporremo i banner pubblicitari a bordo campo del nostro stadio, il 'Cressing Road'".

A proposito di divise da gioco: i colori sociali sono l'arancio e il blu, stesse cromie delle tute dei lavoratori della Crittal Window Company, che entravano e uscivano dal Crittal Garage, ancora oggi il simbolo della società, fondata nel 1898 con il nome di Manor Works Football Club. Dalla produzione di finestre con telaio in ferro e acciaio (da qui il nickname dei giocatori arancioblù "The Irons").

Tutto questo per inquadrare il contesto di un team chiamato a guadagnarsi il pane quotidiano senza soste. E che, negli ultimi anni, ci è pure ben riuscito: al termine della stagione 2015-2016, il Braintree Town sfiorò, infatti, la promozione storica in League Two sotto la guida tecnica di Danny Cowley, attuale allenatore dell'Huddersfield Town, squadra sempre da Over per le scommesse calcio , in Championship.

L'intraprendenza di patron Lee Harding

A sottolineare l'intraprendenza di Harding e del club, per il blog italiano di 888 Sport, il giornalista della "Colchester Gazette" Jonathan Waldron: "Il Braintree Town vive una situazione molto comune, direi generalizzata, all'interno della "Non-League" inglese, dove i club vivono degli incassi delle partite e dei guadagni indotti. Non a caso vengono chiamati "le squadre del club": i tifosi pagano il biglietto, si bevono un paio di pinte o forse più e, al contempo, foraggiano economicamente la loro piccola squadra del cuore.

Immaginare queste squadre senza alcun tipo di attività, è allarmante. Il presidente Harding, tuttavia, è sempre stato foriero di ottime idee. La stagione in Vanarama League South (in cui gli Irons, penultimi a marzo, sono stati salvati d'ufficio con l'abolizione delle retrocessioni, ndr) riprenderà, si spera, a settembre, e sono già state organizzate amichevoli d'agosto, una di queste in casa contro il "prestigioso" Stevenage, sempre sfavorito nelle scommesse sportive 888.

Anche qui, la speranza è che già a fine estate si possano riaprire i cancelli del 'Cressing road'. E' fondamentale. L'idea di questa sorta di lotteria riservata a piccole ditte a sostegno del club, però, è stata unica nel suo genere nel panorama delle 'minors' inglese. Il Braintree Town merita senz'altro una bella idea: provarci, con ogni mezzo e mettendo la comunità (che conta circa 42mila abitanti, ndr), è sempre lodevole". 

Il murales allo stadio

A proposito di comunità: il Braintree Town, poco tempo fa, passò agli onori della cronaca per il murale dipinto da Gnasher (il più grande in questo campo in UK) davanti all'entrata di Cressing Road (lo stadio) in onore di Keith Flint, cantante e ballerino cofondatore dei "Prodigy", originario proprio di Braintree e scomparso lo scorso 4 marzo 2019. Un episodio che ha commosso l'Inghilterra e le cui immagini hanno fatto il giro del mondo.

Segui le storie di 888sport e le scommesse Serie A!

*Foto di Bernat Armangue (AP Photo).

 
July 18, 2020

Di Stefano Fonsato

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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La nuova frontiera del marketing calcistico ha un nome: “regional partnership”. I più importanti club di calcio europei (a partire da quelli inglesi, per proseguire con i top team spagnoli), in questi ultimi anni, hanno sfruttato al massimo la loro proiezione internazionale. Grazie anche alla notorietà, in mercati cosiddetti “non maturi”, hanno conquistato velocemente quote e fans. Da lì l’idea di sviluppare le regional partnership.

Si tratta di accordi commerciali su specifici mercati o aree geografiche di riferimento. Può succedere così che un club europeo sia legato in patria (in ambito “domestico”) ad una birra e in Asia, sempre nello stesso settore, ad un brand locale concorrente (perché intende utilizzare il calcio come acceleratore di notorietà). Questa nuova frontiera consentirà alle società di calcio di moltiplicare all’infinito i ricavi commerciali, fino ad oggi, spesso concentrati sui mercati “domestici”. 

Juventus, club sempre pioniere

In Italia, la prima a muoversi in questa direzione (a partire dalla stagione 2014/15) è stata la Juventus, che ha chiuso diversi accordi in Cina. Negli anni passati, ad esempio, i campioni d’Italia si sono legati a Carlsberg fino alla stagione 2018 (oggi il brand sponsor di questo comparto è Bud), ma all’estero hanno affiancato la loro immagine prima a Star Lager (brewery company nigeriana) e poi alla cerveza messicana Tecate.  

Attualmente i bianconeri sono abbinati in Asia (con particolare attenzione alla Cina) a Costa Crociere China, a Dashing (azienda di profumi) e a China Merchants Bank. L’idea della società di Andrea Agnelli è potenziare quest’area utilizzando l’immagine di Cristiano Ronaldo (nel ruolo di testimonial-bandiera sui mercati esteri). 

Ma la Juventus non è l’unica società tricolore ad aver investito su questo nuovo settore geocommerciale. Il Milan, nel 2018, ha annunciato un accordo con partner asiatici, lo stesso hanno fatto, sempre in Asia, Bologna e AS Roma. Seguiti, da poche settimane, dalla Lazio di Claudio Lotito e da Atalanta (in gara ancora per campionato e, da outsider per le scommesse sportive, in Champions League) e Napoli.

Nel complesso, considerando anche la presenza dell’Inter, sono 8 le squadre di Serie A, che hanno scelto di percorrere questa strada. Di fatto, in una logica più ampia queste operazioni dovrebbero portare anche alla “internazionalizzazione” delle società in esame. 

Altrimenti si rischia di assistere a interessanti operazioni commerciali (tra i 300 mila e il milione di euro a stagione), ma non a iniziative di lungo respiro. Non è un caso che la Juve ad esempio sia sempre più presente in Cina e abbia aperto a fine 2019 la quinta J-Academy a Shanghai.

La strategia Zhang

Sicuramente da monitorare è la strategia messa in campo dagli “uomini” della famiglia Zhang, proprietaria dell’impero commerciale Suning e, da alcune stagioni, del marchio nerazzurro. 

La proprietà cinese ha messo a sistema rapporti pluriennali con diversi brand della “rete” Suning (dagli orologi sportivi ai sistemi di pagamento attraverso carte prepagate fino ai vini, all’energia e agli apparecchi di elettronica). Nel complesso, attualmente, sono 7 con contratti in scadenza tutti nell’estate del 2021: Aux, Ceb credit card, A.O. Smith, Midea, Monalisa Tiles, Tianjin Seagull Watch Group e Kweichow Moutai Group. 

Si stima che il numero dei partner asiatici dell’Inter, favorita per il secondo posto nelle quote delle scommesse calcio, possa aumentare nel corso delle prossime stagioni. La presenza commerciale di Suning in Cina è un “hub” unico per una ulteriore espansione e potrebbe fungere, soprattutto, da effetto leva in termini di ricavi. 

Più difficile, almeno nel breve, sarà recuperare il “gap” con gli altri top club europei, che si muovono su una media di 15 contratti stagionali, sfruttando la loro proiezione internazionale (costruita nel tempo) e la forza del monopolio linguistico (soprattutto se parliamo di realtà britanniche). 

*Il testo dell'articolo è stato curato da Marcel Vulpis, direttore di SportEconomy; l'immagine di apertura è di Antonio Calanni (AP Photo).

July 18, 2020

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È un Liverpool-Blackburn come tanti in Premier League. Poco prima del novantesimo, tra i padroni di casa, il norvegese Vegard Heggem esce dal campo, al suo posto lo speaker annuncia l’ingresso in campo del numero 28: Steven Gerrard. Il calendario dice 29 novembre 1998. Una data che diventerà cruciale per una parte di storia del Liverpool, per tutti i tifosi dei Reds e, naturalmente per lui, Steven Gerrard.

Il ragazzino fa il suo ingresso in campo per la prima volta. Il futuro capitano muove il suo primo passo verso la storia di Liverpool, quasi quanto i Beatles, o forse di più, conoscendo i tifosi del club. “Il suo nome non era nemmeno stampato sul match-program di oggi, molti tifosi si sono domandati chi fosse questo ragazzino “, dirà il telecronista della partita al suo ingresso in campo.

Di lì in poi Anfield Road diventerà il palcoscenico di un amore viscerale celebrato con grandi nozze d’oro come la celebre notte di Istanbul, ma anche con la crisi di coppia del 27 aprile 2014, contro il Chelsea. Ma l’amore vero si sa, supera ogni avversità. 

I numeri della Leggenda!

L'attuale manager dei Rangers diventerà uno dei capitani storici del club. Gerrard è il pezzo più importante della Hall of Fame del Liverpool: il terzo di sempre per presenze (667), il settimo per reti segnate (173). I bookmakers già accettano scommesse su di lui come futuro successore di Klopp!

Ad un certo punto della sua carriera, Alex Ferguson, uno che di giocatori validi ne aveva visti, disse: “È diventato il giocatore più influente del calcio inglese”. 

Fidatevi, Steven è uno di quei giocatori che ha rinnovato la nobiltà del numero 8 nel calcio. 
Parola di chi di numeri 8 se ne intende.  

*L'immagine di apertura è di Alastair Grant (AP Photo). Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer.

July 17, 2020

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E venne il giorno in cui il campione fallì. La letteratura sportiva è piena di storie che riguardano errori clamorosi entrati a pieno titolo nell’indelebile memoria degli sportivi. Il primo esempio che salta alla mente - creando un sussulto al cuore - è senza dubbio il rigore sbagliato da Roberto Baggio nella finale dei Mondiali del 1994 contro il Brasile. Prima di lui, Franco Baresi. Ma lo ricordano in pochi.

Resta l’immagine del Divin Codino, con le mani sui fianchi e la testa abbassata, in segno di resa; in un attimo l’eroe invincibile diventa mortale, tradito dal Fato, beffato da qualcosa di irrazionale rispetto alle capacità fin lì dimostrate. E’ un flash, una foto, un istante che si consegna alla storia. Poi il campione di calcio torna campione, quando l’errore è già Storia.

Tutti i tifosi hanno impresso nella propria mente l’episodio che ha reso umano il fuoriclasse preferito, ricordano data e ora, sanno dire esattamente dov’erano e con chi erano al momento del cataclisma. Il milanista Shevchenko, opzione sempre interessante come marcatore per le scommesse serie A, si perse nella notte di Istanbul - nel 2005 - fallendo una finale di Champions League che sembrava già vinta.

Soltanto due anni prima era stato l’ultimo fromboliere a colpire la porta della Juventus nell’altra finale di Manchester, dove i tifosi bianconeri piansero lacrime amare per gli errori dal dischetto dei propri beniamini, primo fra tutti David Trezeguet, capace tre anni dopo di deludere l’intera Francia, regalando con il suo errore il quarto titolo Mondiale alla Nazionale Italiana.

Roma-Liverpool non si è mai giocata. Il mantra del tifoso medio della Roma è sempre lo stesso da oltre 35 anni. Quella del 30 maggio fu una notte in cui il sogno e l’incubo si tennero per mano, almeno fin quando Alan Kennedy non realizzò il rigore decisivo della finale della Coppa dei Campioni. La Roma giallorossa si era vestita a festa, forte della convinzione che l’opportunità di ospitare la finalissima le avrebbe dato anche il diritto di alzare la coppa.

Al momento della chiamata alle armi, il Divino Falcao passò la mano, sul dischetto andarono Conti e Graziani, due campioni del mondo che furono stregati dal portiere Grobbelaar. Il popolo perdonò Conti e Graziani, non Falcao, il cui mito iniziò a sbriciolarsi quella sera.

Storie di rigori

Un altro poema epico venne scritto - qualche anno prima - dal fantasista bresciano Evaristo Beccalossi, per tutti il Bek. E’ il numero dieci dell’Inter, ha vinto lo scudetto con Bersellini e rappresenta il nuovo che avanza; Beccalossi è croce e delizia dei tifosi nerazzurri, è capace di giocate risolutive, ma anche di prestazioni abuliche; quella contro lo Slogan Bratislava, in Coppa delle Coppe, appartiene senz’altro alla seconda categoria: il risultato è di zero a zero, l’arbitro assegna il rigore.

Sul dischetto va Beccalossi, prova a piazzare il suo mancino, e calcia fuori. Passano quindici minuti, l’arbitro indica ancora il dischetto. Si presenta ancora Beccalossi, il portiere respinge il tiro, poi intercetta l’ennesimo tentativo: non è serata.

Il rigore solitamente racchiude il momento più intenso di una partita, è una sorta di mezzogiorno di fuoco, dove l’attaccante ha il fucile e il portiere soltanto una pistola. «Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto».

Ma non sempre. Per informazioni chiedere allo storico capitano del Chelsea John Terry o a Philippe Bergerôo, portiere del Tolosa chiamato a fermare Diego Maradona. In palio c’è la qualificazione agli ottavi della Coppa Uefa, il fuoriclasse argentino - fresco campione del mondo - prende la rincorsa, arma il suo sinistro e colpisce il palo. Napoli eliminato. Maradona saprà farsi perdonare, a fine anno arriverà il primo - storico - scudetto.

L’argentino che riuscì fare meglio - si fa per dire - fu Martin Palermo, nella Coppa America del 1999; calcia tre rigori contro la Colombia, e li fallisce tutti!

Terry a Mosca contro lo United!

Ma non sono soltanto i rigori a condannare gli eroi con gli scarpini ai piedi; nella finale degli Europei del 2000, l’Italia allenata da Zoff passa in vantaggio contro la Francia, poi ha l’occasione per raddoppiare: capita sui piedi del miglior giocatore azzurro, dell’uomo simbolo, Alex Del Piero. Il talento juventino vola verso la porta francese, entra in area, poi calcia di sinistro fallendo clamorosamente il bersaglio: nonostante per le scommesse sportive, la quota della vittoria degli Azzurri sia ormai bassa, è l’inizio della fine e ci condannerà il Golden Gol.

Altro Europeo, altro errore: basta riavvolgere il nastro di quattro anni. L’Italia si gioca la partita decisiva del girone contro la Germania, Casiraghi conquista il rigore, Zola dal dischetto passa il pallone al portiere Köpke. Ma a sbagliare non sono soltanto gli attaccanti, capita anche ai portieri di passare all’altare alla polvere in un battito d’ali.

E’ il caso di Luis Arconada, leggendario capitano della nazionale spagnola; sono passati 24 anni dall’unico titolo Europeo, la Spagna è nuovamente in finale. C’è la Francia, e c’è Platini che calcia una punizione dal limite: il tiro non è irresistibile, ma passa sotto la pancia del portiere prima di finire lentamente in rete.

Il quarto di finale in Messico

La caduta degli Dei coinvolge in prima persona il fuoriclasse francese che - nell’estate del 1986 - si gioca il passaggio alle semifinali del Mondiale messicano contro il Brasile. Ma prima di vedere all’opera il talento juventino di origini italiane, c’è un altro eroe che cade nella polvere. Si chiama Arthur Antunes Coimbra, per tutto il mondo è Zico. Il campione brasiliano non sta bene, e parte dalla panchina. Entra a venti minuti dal termine, e dopo una manciata di secondi ha la possibilità di chiudere il discorso qualificazione. Si presenta sul dischetto, ma si fa parare il rigore da Bats.

Si va ai supplementari, e poi ai rigori. Zico segna il proprio, Platini lo sbaglia, ma la Francia si qualifica ugualmente.

Messico e nuvole, quelle che per un giorno oscurarono gli Dei Dell’Olimpo calcistico.

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Jon Super e Sergey Ponomarev.

July 15, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

Simone Pieretti
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Il calcio è quello sport in cui, nel momento stesso in cui si pensa di aver formulato una teoria inconfutabile su questo o quell'argomento, succede qualcosa che spazza via ogni tipo di certezze. Prendete, ad esempio, la nazionale Inglese di metà Novecento: dopo il Mondiale casalingo vinto 4-2 sulla Germania (in cui uno dei pilastri era il difensore Jack Charlton, recentemente scomparso) nel 1966, si pensò che - finalmente - i padri fondatori del calcio si fossero ufficialmente ripresi (per sempre) la propria creatura.

Tuttavia, esattamente 24 anni dopo, a seguito dell'eliminazione ai rigori avvenuta proprio per mano dei tedeschi dell'ovest a Italia '90, il centravanti Gary Lineker pronunciò il fatidico aforisma "Il calcio è un gioco che si gioca in 11 contro 11 e alla fine vince sempre la Germania". Quella Coppa del Mondo alzata sotto l'arco di Wembley rimane l'unica per i sudditi della Regina Elisabetta, che ai tempi si erano pure convinti di avere per le mani la più grande scuola di portieri al mondo.

Come dar loro torto con Gordon Banks tra i pali? Tuttavia, anche qui, dopo "Banks of England", il piano iniziò a inclinarsi dalla parte sbagliata e, ancora oggi, l'estremo difensore della nazionale dei Tre Leoni rappresenta il primo dei tasti dolenti. 

Shilton tra i più amati

A inaugurare la mediocre tradizione "post Banks" fu il suo diretto successore Peter Shilton il quale, seppur amatissimo in patria, fu il primo protagonista della mancata qualificazione dell'Inghilterra ai Mondiali del 1974 (organizzati, anche qui, in Germania Ovest). Nel match decisivo disputato contro la Polonia il 17 ottobre 1973 proprio a Wembley, teatro del trionfo iridato appena 7 anni prima, Shilton si fece passare sotto il braccio sinistra il rasoterra certo non irresistibile dell'attaccante avversario Jan Domarski.

Il portiere polacco, invece, Jan Tomaszewski, nonostante un infortunio alla mano rimediato a inizio partita, con tuffi poco ortodossi (da "acrobata circense", come lo definirono i media inglesi) parò praticamente di tutto, tranne il rigore del pareggio di Clarke. Risultato, 1-1 e Inghilterra clamorosamente fuori dai Mondiali. Per Shilton alla 15esima presenza con la maglia di Sua Maestà (poi due volte campione d'Europa col Nottingham Forest di Brian Clough), sembrava destinato a interrompere la sua esperienza con la Nazionale.

Ne diventò, invece, il recordman di presenze (125) protraendosi sino a Italia '90, per poi ritirarsi a 48 anni con il Leyton Orient, in cui - con 1005 presenze in campionati professionistici - passò nella storia del Guinness dei Primati come portiere più longevo "all time". Mai come nel suo caso, si ripresenta d'obbligo il quesito shakespeariano sui portieri inglesi: eroi o villani?
 

Seaman e gli errori di posizione

Quel grave errore del '73 fu, di fatto, l'unica "macchia" della carriera di Shilton ("il punto più basso della mia carriera" come lui stesso lo definì), la cui carriera proseguì all'insegna della costanza di rendimento. Non si può dire lo stesso del suo immediato successore, David Seaman, storico estremo difensore dell'Arsenal. La porta dei Gunners venne malamente profanata in sua presenza.

Un'immagine, su tutte: quel gol, già raccontato su questo blog, praticamente da centrocampo di Nayim che, il 10 maggio 1995, consegnò la Coppa delle Coppe al Saragozza di Juan Esnaider. Seaman che, sette anni dopo, al "Shizuoka Stadium", cadde nel medesimo errore di posizionamento sulla punizione di Ronaldinho, che da posizione siderale insaccò sotto l'incrocio dei pali nel match iridato tra Brasile e Inghilterra, con gli inglesi lanciatissimi fino a quel momento anche per le scommesse calcio su 888sport.

Seaman contro il Brasile!
 

Robinson e la maledizione infinita

Capita l'antifona, già negli anni '90 le formazioni di Premier League iniziavano ad affidarsi ai più affidabili portieri stranieri. Nel frattempo, quelli originari della Perfida Albione, continuavano a fare danni.

L'equilibrio sembrava tornato con Paul Robinson, capace di mantenere inviolata la porta dei Tre Leoni per 3 delle 5 partite  disputate al Mondiale 2006. Poi, però, un paio di mesi dopo, l'11 ottobre, in un match di qualificazione a Euro 2008, definì il 2-0 per i padroni di casa della Croazia, mancando clamorosamente lo stop di piatto sull'innocuo retropassaggio di Gary Neville. Robinson se la prese con una "zolla maledetta" entrando anch'egli nel novero dei portieri-calamità, proprio come James

David James, ad esempio, si guadagnò l'appellativo di "Calamity James" per le sue bravate tra i legni, così come in fase di uscita. James, si alternò (con altrettanto insuccesso) a Robert Green ai Mondiali 2010: tutto questo dopo che Green si fece clamorosamente scappare un tiro senza pretese dello statunitense Dempsey nella partita d'esordio alla kermesse iridata, sul risultato di 1-0 per la nazionale allora allenata da Fabio Capello.


C'era invece Joe Hart, il 15 novembre 2012, nell'amichevole tra Svezia e Inghilterra, terminata 4-2 per gli scandinavi grazie a un poker di reti realizzate (tutte) da un incommensurabile Zlatan Ibrahimovic.

L'attuale attaccante del Milan, al 90', si approfittò di una maldestra uscita di testa dell'ex Toro, per esibirsi in quella spettacolare rovesciata acrobatica da fuori area, così ripetutamente passata dalle emittenti televisive.

Da qui, per Joe Hart (irriso dal maestro Andrea Pirlo col "cucchiaio" nella vittoria ai penalty degli Azzurri contro gli inglesi a Euro 2012, perché "sogghignava ai rigoristi italiani"), iniziò una parabola discendente fatta di catastrofi, alternatasi sempre più spesso alle prestazioni dignitose. Oggi, l'estremo difensore di Shrewsbury, passato anche per il Toro, è svincolato dopo essere stato a lungo "dimenticato" in panchina al Burnley.
 

Ce la farà Pickford?

E, tutt'oggi, la nazionale inglese continua a non raccogliere i dividendi desiderati tra i pali. I protagonisti continuano ad alternarsi ed oggi e il turno del portiere dell'Everton Jordan Pickford, attualmente senza biasimi. Riuscirà il toffeeman a vincere la maledizione che perdura dal 1973 ed a difendere con attenzione la porta dell'Inghilterra tra le favorite per le scommesse di Euro 2020?

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Michael Sohn e David Guttenfelder.

July 15, 2020

Di Stefano Fonsato

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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Come si può diventare coach nella lega più competitiva e spettacolare del Mondo? La NBA è, senza dubbio, il marchio più riconoscibile del basket a livello globale. Tutti i ragazzi sognano prima o poi di sbarcare in NBA, dove li attendono la fama, il successo e contratti multimilionari. Non solo, li attendono anche staff tecnici molto strutturati che accompagnano il lavoro del capo allenatore.

Come si fa però a diventare head coach in NBA? Non esiste una strada unica, così come accade anche nel mondo del calcio. C’è chi fa la gavetta nei campi minori come Maurizio Sarri, chi emerge dai settori giovanili come Simone Inzaghi o chi, come Mourinho, prima di diventare un vincente seriale in tutte le competizioni per le scommesse calcio, inizia la sua carriera da assistente per poi arrivare sul tetto d’Europa. 

L'esperto di... video

È l’incredibile parabola di Erik Spoelstra. Il coach dei Miami Heat, uno dei più longevi in NBA visto che è in carica dal 2008, ha in realtà iniziato la sua carriera con la franchigia della Florida addirittura nel 1997. All’inizio Spoelstra era il coordinatore video degli Heat, ovvero si occupava di procurare e preparare le immagini video per le analisi pre/post partita da presentare ai giocatori.

Nel ’99 è diventato assistente allenatore con compiti di scouting e nel 2001 è stato nominato direttore dell’area scouting ed assistente allenatore sempre a Miami. Ruolo che ha ricoperto fino al 2008, quando Pat Riley ha deciso di affidare a Spoelstra la panchina degli Heat prima dell’arrivo dei Big Three, dei due anelli nel 2012 e 2013 e del titolo di Coach of the Year vinto nel 2017.

Carriera molto simile per l’attuale head coach dei Philadelphia 76ers, Brett Brown. Dopo un’avventura di quasi 15 anni in Australia, arriva nel 2002 la chiamata dei San Antonio Spurs che lo nominano come responsabile dello sviluppo dei giocatori nel roster dei texani. Il suo ottimo lavoro lo ha portato poi, nel 2007, a diventare un assistente di coach Popovich, prima della chiamata dei Sixers nel 2013.

Brett Brown indica il prossimo schema alla guardia Ben Simmons!

A Philadelphia, Brett Brown ha ottenuto due qualificazioni ai Playoff con altrettante eliminazioni al secondo turno, per mano dei Celtics nel 2018 e per mano dei Raptors campioni NBA la scorsa stagione. Proprio quella Toronto guidata da un altro coach che ha fatto tanta gavetta per diventare capo allenatore in NBA, ovvero Nick Nurse. Dopo quindici anni da capo allenatore in Europa tra Regno Unito e Belgio, nel 2007 l’attuale coach dei Raptors decide di tornare in America per allenare in G-League, la lega di sviluppo americana.

Prima quattro anni in Iowa, poi altre due stagioni in Texas sulla panchina dei Rio Grande Valley Vipers prima dell’arrivo nel 2013 a Toronto, da assistente di Dwane Casey per ben cinque stagioni. Fino all’estate del 2018, quando il GM dei Raptors Bobby Webster decide di licenziare Casey affidando la panchina a Nurse, che riuscirà a vincere il titolo, da outsider per le scommesse, nella sua prima stagione in NBA. 

Dal college e dalla tv

Si può arrivare anche in altri modi in NBA. È quasi paradossale il percorso di Steve Kerr, ex compagno di Michael Jordan ai Chicago Bulls. L’ex guardia dopo il suo ritiro decise di diventare GM, guidando i Suns dal 2004 al 2010 ottenendo buonissimi risultati senza mai però arrivare alla Finals. Dopo quattro anni come analista per la tv americana, arriva la chiamata dei Golden State Warriors, ma stavolta non per il ruolo di General Manager ma per guidare la squadra dalla panchina.

Quella decisione ha portato i Warriors a vincere tre titoli e lo stesso Kerr ad essere nominato Coach of the Year nel 2016. Molti coach giovani sono però arrivati negli ultimi anni in NBA dopo diverse esperienze nella NCAA. È il caso di Brad Stevens, sulla panchina dei Celtics dal 2013 e testa in campo di Ainge, dopo ben dodici anni passati a Butler (sei da assistente, sei da capo allenatore con due Final Four conquistate nel 2010 e nel 2011).

Discorso simile anche per Billy Donovan, che dopo vent’anni da capo allenatore dei Florida Gators conditi da due titoli NCAA ha deciso di accettare l’offerta dei Thunder e diventare head coach ad Oklahoma City

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Nick Wass e Lynne Sladky.

July 15, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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