Dopo aver concentrato nel primo articolo l'elenco delle riviste prettamente calcistiche, spostiamoci sulle pubblicazioni dedicate ad altri sport, che, logicamente, avranno tra i lettori una percentuale considerevole di appassionati praticanti delle relative discipline!

Golf Magazine

La prima rivista dedicata al golf a raggiungere un milione di copie di tiratura. Una vero e proprio "libro sacro" per gli appassionati della disciplina di Tiger Woods. Nata nel 1959, copre tutti gli eventi della stagione golfistica e fa da guida, negli Stati Uniti, nella classificazione dei migliori Golf Club da New York a Los Angeles.


Tennis

Nella classifica delle migliori (e più apprezzate) riviste al mondo, non può mancare "Tennis". La prima edizione della rivista fu pubblicata il 16 agosto 1954. Attualmente pubblica 8 numeri all'anno e copre vari eventi di tennis in tutto il mondo. Fu acquistata dalla New York Times Company nel 1967 e, fino al 1997, fu responsabile delle sue pubblicazioni.

In tutto il mondo, la rivista di tennis vanta un tiratura di 603.069 copie al mese. Il magazine non solo pubblica vari eventi di tennis, ma anche le classifiche WTA e ATP ed il programma di tutti i vari tornei di tennis. Curiosità: una leggenda di questo sport come Pete Sampras è uno dei proprietari della rivista e, attualmente, funge consulente speciale.

Runner's World

La corsa - o jogging o footing - su strada è sempre stata popolare negli States. Negli ultimi 10 anni ha spopolato anche in Italia e in tutto il Vecchio Continente. Il primo numero del mondo di "Runner" fu pubblicato nel 1966 da Bob Anderson. Inizialmente, la rivista era chiamata "Distance Running News" e nel 1969 ha assunto la denominazione 'Runner's World'.

Attualmente, la rivista è pubblicata da Rodale Press, che ha sede in Pennsylvania, ma già dai primi anni Novanta è diventata "globale" grazie alla collaborazione della Hearst Corporation: sono ben 14 edizioni internazionali oltre all'edizione statunitense che copre principalmente fitness, salute, corsa e maratone. Con un'incredibile tiratura mensile di 710.618 copie in tutto il mondo (anche in Italia), Runner's World è una delle riviste sportive più popolari al mondo.
 

SLAM

Rivista di riferimento orientata sul Basket Nba e, in generale, su tutta la pallacanestro a stelle e strisce e globale. Uscito per la prima volta in edicola nel 1994, con una linea editoriale che mescolava sport accostabili alla cultura musicale hip hop, oggi vengono pubblicati 10 numeri all'anno. In copertina, quasi sempre, una stella della NBA alla quale, all'interno, viene dedica un'intervista, un focus stagionale e statistiche a volontà. Tutto ciò che, insomma, può far gola agli appassionati.

Baseball Digest

Rivista di antichissima tradizione negli Stati Uniti. Edita dal 1942 in Illinois, esce una volta ogni due mesi. Magazine famoso per gli accurati approfondimenti sulla Major League Baseball. Inoltre, vengono pubblicate statistiche (introvabili su altri media) di pitching, battuta e fielding di stelle dello sport più amato in USA, anche per 888sports.

Possiede anche una rubrica seguitissima, ovvero "i fan parlano", una serie di lettere contenenti le più svariate considerazioni di appassionati e lettori.

Sports Illustrated

L'eccellenza assoluta di lettura. Attiva dal 16 agosto 1954, è diventata la prima rivista sportiva a 360 gradi della storia. Molto popolare, viene letta da quasi 23 milioni di persone ogni settimana. Sports Illustrated ha vinto due volte il National Magazine Award e possiede anche una versione dedicata a bambini e ragazzi.

Il lato più affascinante di questa rivista è l'edizione "Sports Illustrated Swimsuit", che contiene principalmente servizi fotografici di modelle, generalmente di grande fama, che posano in location esotiche e indossano costumi da bagno di alta moda. Il numero di "Swimsuit" fu pubblicato per la prima volta nel 1964. Sports Illustrated, infine, propone inoltre un proprio evento editoriale annuale, un calendario, un canale video e spettacoli televisivi.

*La foto di apertura dell'articolo è di Neal Hamberg (AP Photo).

July 13, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Anche il mondo del basket corre ai ripari dopo aver subito, come tanti altri sport (a partire dal calcio) una serie di contraccolpi per la sospensione. Uno studio commissionato a Deloitte (società di consulenza strategica), ha previsto, per lo stop forzoso del campionato, una decrescita economica compresa tra i 38 ed i 40 milioni di euro, a fronte di un fatturato di 110 milioni annui.

Il 60% del budget stagionale della pallacanestro è coperto dagli introiti commerciali (sponsorizzazioni), seguono la biglietteria (35%) e i diritti televisivi (5%). Più in generale, i proventi commerciali della Lega Basket Serie A (LBA) hanno fatto registrare una crescita costante nell’ultimo triennio: 2017-2018: +49% - 2018-2019: +40% - 2019-2020: +3% (una percentuale, quest’ultima, naturalmente molto più bassa a causa della sospensione).

Anche in questo caso, come già sottolineato nell’analisi dedicata al volley, ci troviamo di fronte ad una “piramide” rovesciata rispetto al calcio (dove i diritti tv pesano per oltre il 50%). 

Ritorni positivi per i partner

Ancora più interessanti i dati del cosiddetto “media value” (ovvero la valorizzazione degli spazi espositivi adv sulla base dei prezzi di listino dei diversi “media” utilizzati). La dimensione generata per i “partner” LBA, nella stagione in corso (dati Nielsen Sports), è il frutto di una strategia vincente sviluppata proprio negli ultimi anni. La stagione regolare, ad esempio, si è fermata ad un significativo +27%, la Coppa Italia a +17% e la SuperCoppa infine ad un più che positivo +105%. 

I dati della crescita della LBA

Ma vediamo insieme i dati più interessanti legati al massimo campionato di basket tricolore. Sempre secondo Nielsen Sports gli interessati al prodotto basket sono ben 17,1 milioni. Se ci si focalizza poi solo sulla “prima divisione” (LBA) è un bacino stimato in 12 milioni di unità, anche grazie alle prestazioni delle due squadre di Bologna, Basket City nazionale: nelle 20 partite di regular season disputate, i ragazzi di Djordjevic ne hanno vinte ben 18, un numero clamoroso per le scommesse basket!
 

Gli spettatori medi a partita (per quanto riguarda il girone d’andata) sono stati 4.273 (+7.23%), mentre la Coppa Italia e la SuperCoppa (entrambi eventi a marchio “LBA”) hanno totalizzato rispettivamente 32mila e 9mila presenze. 

Audience in crescita 

I numeri più significativi sono quelli collegati all’audience tv (sempre secondo un report Nielsen). A livello “cumulato” la Serie A ha raggiunto 6.041.000 contatti (+22%) su Rai + Eurosport 2 + Eurosport Player (*dati fino all’interruzione del campionato). Più ridotti, ma sempre interessanti, i viewers di Coppa Italia (1.081.000/+30% rispetto appena ad un anno fa), su Rai, Eurosport 2, Eurosport Player e SuperCoppa (126.292/+38%).

 
Anche sui social network è in forte crescita l’attenzione per il prodotto basket: Instagram: 103mila (+28%); Facebook 100mila (+12%) e su Twitter: 50.800 (+7%), con un “engagement rate” (letteralmente “tasso di coinvolgimento generato”) pari al 2,67% su Instagram e allo 0,31% su Facebook. Con 2.251.023 di impressions nel “LBA Best Week” e un engagement rate su Instagram pari al 3.45% (+30%). 

La sfida “futura” della LBA

La ripartenza della stagione sportiva sarà la “cartina di tornasole” per valutare lo stato di salute del prodotto basket. Le proprietà dei club saranno chiamate ad iniezioni di denaro per supportare le attività future in quello che si preannuncia come un campionato molto complesso per l’intero movimento nazionale.

Sarà difficile, infatti, senza pubblico sugli spalti, confermare un volume d’affari vicino ai 110 milioni di euro su base stagionale.  

*Il testo dell'articolo è stato curato da Marcel Vulpis, direttore di SportEconomy; l'immagine di apertura è di Antonio Calanni (AP Photo).

July 13, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Non è un caso, calcisticamente parlando, che il numero 8, se girato, si trasformi nell’infinito. Infinite sono infatti le qualità che deve avere chi, nella numerazione classica, si prende quella maglia. Il centrocampista centrale, un po’ interditore, un po’ regista, un po’ goleador, parecchio tuttocampista.

L'8 con la vecchia numerazione

I numeri ad USA 1994

Antonio Conte, numero 8

Gattuso: il legittimo proprietario

Marchisio, degno erede della 8

Tonali e Frattesi gli 8 del futuro

Ci sono 8 più talentuosi, come Don Andres Iniesta e Hristo Stoichkov, altri vecchio stile, come Gerrard. E poi… ci sono i numeri 8 della nazionale italiana!

Calciatori che non sempre hanno rappresentato, come caratteristiche, il numero che hanno indossato, ma che a modo loro hanno scritto la storia azzurra tra Mondiali ed Europei proprio con quella maglia.

L'8 con la vecchia numerazione

Il problema… di ruolo nasce dalla decisione di utilizzare criteri molto particolari nell’assegnazione dei numeri di maglia negli appuntamenti internazionali.

Per non fare torto a nessuno, esclusi i portieri (1, 12 e 22 o 23), si utilizza a lungo un metodo incontestabile: l’ordine alfabetico. A creare un po’ di confusione, però, c’è anche la scelta di ordinare i giocatori nelle liste per reparto.

Mussi nel 1996

Non è quindi un caso che fino alla fine del ventesimo secolo i numeri 8 della nazionale italiana siano dei difensori.

Considerando che solitamente le convocazioni per i grandi tornei prevedevano 3 portieri, 7 calciatori nel reparto arretrato, altrettanti a centrocampo e 5 in attacco, la matematica vuole che a beccarsi la numero 8 fosse quasi sempre l’ultimo della lista alfabetica dei difensori.

Ecco perché nel vittorioso mondiale del 1982 il numero 8 dell’Italia di Bearzot è lo Zar Pietro Vierchowod. Il difensore, che all’epoca aveva appena giocato un’ottima stagione con la Fiorentina, lo eredita dal compagno di reparto Scirea, che stavolta non è l’ultimo dell’elenco e diventa Campione del Mondo numero 7.

Anche nell’edizione 1986 il numero 8 tocca allo Zar, che nel frattempo ha vinto uno Scudetto con la Roma ed è già diventato una colonna insostituibile alla Sampdoria. Vierchowod si permette anche un tris a Italia ’90, prima di lasciare quella maglia a qualcun altro.

Per qualche anno, però, Vierchowod non viene convocato in nazionale, quindi l’Europeo 1988 fa eccezione.

Nella giovane e divertente squadra di Vicini che arriva sino alla semifinale, i convocati sono 20 invece che 22, ma alla legge dei numeri non si sfugge. Stavolta l’ultimo difensore in ordine alfabetico è Paolo Maldini, che rinuncia al suo classico 3, finito sulle spalle dello Zio Bergomi.

I numeri ad USA 1994

A USA ’94 Paolino ha il 5, solo a Baresi e Baggio viene concessa la facoltà di indossare il numero preferito e l’8 spetta a un altro difensore che sarà più che utile nel corso della caldissima manifestazione.

Sacchi fa uno strappo a una regola non scritta e ne convoca ben otto. Dunque il numero 8 negli Stati Uniti non è Tassotti, che gioca il mondiale… da numero 9, bensì Roberto Mussi, pupillo del tecnico di Fusignano sin dai tempi del Parma ed uomo assist per il gol del pari di Baggio alla Nigeria.

Il difensore classe 1963 mantiene la maglia anche a Euro ’96, per poi cederla, ai Mondiali del 1998, a un altro terzino della squadra di Maldini (Cesare), Moreno Torricelli.

Gli undici Azzurri in campo ai Mondiali!

 

Antonio Conte, numero 8

Ci vuole Euro 2000 per vedere…un vero numero 8 con la maglia della nazionale. Dopo aver fatto alcune eccezioni nei tornei precedenti (come Maldini con la 3 e Del Piero con la 10 in Francia), la FIGC opta per la scelta libera dei numeri di maglia per l’Europeo in Belgio e Olanda.

La numero 8 finisce così sulle spalle di Antonio Conte e l’attuale tecnico dell’Inter la inaugura benissimo, segnando contro la Turchia il primo gol della cavalcata degli azzurri, che arriverà a un passo dalla gloria, prima del pareggio di Wiltord e del Golden Goal, praticamente unico della storia delle scommesse, di Trezeguet nella finalissima di Rotterdam contro la Francia.

Gattuso: il legittimo proprietario

Nel 2002 poi si prende la maglia quello che è il numero 8 per eccellenza del nuovo millennio, almeno per ciò che riguarda l’Italia.

In Corea e Giappone Rino Gattuso indossa nel suo primo grande appuntamento internazionale il numero che porterà fino ai mondiali del 2010. Ringhio è il numero 8 di Trapattoni anche a Euro 2004 ed è proprio quella maglia che indossa nella notte di Berlino quando gli azzurri vincono i mondiali nel 2006.

Gattuso in azione durante i Mondiali del 2010!

La storia d’amore di Gattuso con il “suo” numero continua anche a Euro 2008 con Donadoni, nella Confederations Cup 2009 e nella pessima avventura dei Mondiali in Sudafrica nel 2010 ancora con Lippi. Per l’attuale allenatore del Napoli, ben 73 presenze con la nazionale italiana, la maggior parte delle quali arrivate da numero 8.

Marchisio, degno erede della 8

Anche un calciatore indistruttibile come Ringhio, però, non è eterno e dopo la pessima spedizione degli Azzurri in Sudafrica la carriera in Nazionale di Gattuso ha fine.

La sua maglia la eredita, come da soprannome, un Principino. A indossare la numero 8 negli anni successivi è Claudio Marchisio.

Claudio Marchisio, centrocampista sublime!

Il centrocampista della Juventus è tra i protagonisti dell’Italia di di Cesare Prandelli che nel 2012 arriva a giocarsi la finale europea contro la Spagna.

Marchisio mantiene la numero 8 anche nella Confederations Cup del 2013 e nella clamorosa eliminazione per le scommesse calcio ai Mondiali 2014 in Brasile. Probabilmente la indosserebbe anche a Euro 2016, quando il CT della nazionale è il suo mentore Antonio Conte, ma un grave infortunio qualche mese prima del calcio d’inizio lo costringe a dare forfait.

La numero 8 azzurra passa quindi ad Alessandro Florenzi, che gioca titolare come esterno di destra nel 3-5-2 del tecnico leccese. L’ex capitano della Roma, però, a differenza dei suoi predecessori nel nuovo millennio, non è un centrocampista centrale.

Dopo l’esperienza più che positiva di Jorginho agli Europei, la maglia numero 8 è finita sulle spalle di Sandro Tonali. 

Tonali e Frattesi gli 8 del futuro

Il centrocampista classe 2000 del Milan, che veste quella casacca anche in rossonero, è una delle sorprese più liete del vivaio azzurro degli ultimi anni e ha fatto un po’ di necessaria gavetta, sia nei club che in nazionale, visto che è stato convocato da Mancini quando era ancora in B con il Brescia, ma non è stato poi inserito nella lista per la campagna europea vincente dell’estate 2021. 

Tonali contro la Germania

Tonali però ha superato la delusione e ha dimostrato, guidando il Diavolo allo Scudetto 2021/22, di potersi anche mettere alla prova sui palcoscenici più importanti, prendendosi quindi il suo posto all’interno della rosa azzurra. 

Un altro che per ruolo e tipologia di calciatore è candidato alla numero 8 azzurra è Davide Frattesi, centrocampista (anzi, tuttocampista) del Sassuolo. Più vecchio di un anno di Tonali, il classe 1999 si è preso la mediana neroverde ed è finito nel mirino dei più importanti club della Serie A, oltre che nella lista di Mancini. 

Per lui è arrivato l’esordio nei match validi per la Nations League 2022/23, con tanto di prima presenza da titolare contro l’Inghilterra.

Vista la storia dei numeri 8 azzurri, però, non c’è poi molto da sorprendersi…

*Tutte le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 13 luglio 2020.

March 23, 2023

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Tutti contro il Manchester United, questo potrebbe essere il tema dell’Europa League. Dopo il sorteggio di Nyon  i Red Devils sembrano ancor più favoriti per la vittoria finale. Dopo lo 0-5 in Austria contro il Lask Link, la squadra di Solskjaer dovrà solamente legittimare il passaggio ai quarti di finale d’Europa League ad Old Trafford. Poi partirà verso la Germania dove cercherà il secondo successo nelle ultime quattro edizioni, dopo il trionfo del 2017 contro l’Ajax in finale.

I Red Devils sono una delle squadre più in forma d’Inghilterra e sono ancora in gara in di FA Cup, dopo il successo di Norwich. Guidati da uno straordinario Bruno Fernandes, nominato giocatore del mese in Premier, gli uomini di Solskjaer punteranno a vincere l’Europa League e il cammino non sembra complesso. Dopo il ritorno contro il Lask Linz ad Old Trafford, lo United dovrà affrontare in quarti di finale la vincente Copenhagen-Istanbul Basaksehir, con i turchi reduci dalla vittoria per 1-0 in casa all’andata.

Il cammino della Roma

Il Manchester United potrebbe incontrare in semifinale la Roma, ma il cammino per gli uomini di Fonseca sarà molto duro. Prima dovranno eliminare, in gara secca in campo neutro, il Siviglia negli ottavi di finale, con gli andalusi che non hanno mai perso da quando si è tornati a giocare. Quattro vittorie e altrettanti pareggi nelle otto sfide di Liga, compreso il 2-2 casalingo contro il Barcellona che ha dato il via alla crisi dei blaugrana.

Un ottavo di finale già complesso per i giallorossi, che poi in quarti di finale rischiano di vedersela con il Wolverhampton. La squadra di Nuno Espirito Santo è stata la rivelazione di questa Premier League insieme allo Sheffield. I Wolves erano in lotta anche per un posto in Champions, poi le due sconfitte consecutive contro Arsenal e Sheffield hanno ridimensionato le ambizioni europee della “colonia portoghese” in Inghilterra.

Gli inglesi dovranno difendere l’uno a uno ottenuto nell’andata degli ottavi di finale ad Atene contro l’Olympiakos prima di pensare ai quarti di finale: in Germania potrebbero rappresentare un'opzione affascinante per le scommesse sportive!

Un’altra sfida davvero complessa per i giallorossi, vista la grande solidità del Wolverhampton e la pericolosità offensiva con il trio composto da Jota, Adama Traoré e Raul Jimenez, quest’ultimo autore di 24 reti e 10 assist in 49 presenze stagionali.

Le ambizioni dell'Inter

Il momento difficile che sta vivendo l’Inter in Serie A porta i nerazzurri a puntare con forza sull’Europa League. Vincere, o quantomeno arrivare fino in fondo in Europa darebbe tutt’altro sapore alla stagione degli uomini di Conte. L’Inter sperava di poter lottare fino al termine del campionato con la Juve, invece rischia di terminare al quarto posto ed è reduce da due brutti stop con Bologna e Verona. Nonostante questo i nerazzurri partiranno da favoriti per le scommesse calcio contro il Getafe negli ottavi di finale, seppur la squadra spagnola sarà un avversario ostico.

Lautaro tenta la girata aerea vincente contro la Roma!

Attualmente sesti in classifica in Liga, gli uomini di José Bordalas portano in campo le idee del proprio tecnico. Fisicità, gioco duro e tanta voglia di far sudare ogni partita agli avversari. Quella che era una delle migliori difese di Spagna ha mostrato qualche lacuna di troppo nelle ultime settimane, come dimostrato nell’ultimo match perso 3-1 in casa contro il Villarreal. Manca forse del talento, ma come fatto con il Real il Getafe darà del filo da torcere ai nerazzurri.

Ai quarti di finale quasi sicuro lo scontro con il Leverkusen, che dovrà blindare il 3-1 dell’andata ottenuto a Glasgow contro i Rangers di Steven Gerrard. Qualità offensive, un Kai Havertz sempre più protagonista ma anche una fase difensiva decisamente poco solida sono le caratteristiche della squadra di Peter Bosz. In caso di passaggio del turno in semifinale, l’Inter se la dovrebbe vedere con la vincente dell’ultimo quarto di tabellone.

Da una parte dovrebbe passare ai quarti il Basilea, forte del 3-0 dell’andata in casa dell’Eintracht Francoforte. Dall’altra parte favorito lo Shakhtar dopo la vittoria per 2-1 sul campo del Wolfsburg.

*Le immagini dell'articolo sono di Luca Bruno (AP Photo).

July 11, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Nell’estate 1990 Cagliari si ritrova al centro delle cronache sportive mondiali. C’è la Coppa del Mondo in Italia e in Sardegna gioca l’Inghilterra. I tifosi di Sua Maestà sono liberi di tornare a tifare in giro per l’Europa dopo cinque anni di stop dovuti all’Heysel.

Tempo poche settimane, però, Cagliari deve far fronte a una nuova invasione, seppur in numero molto ridotto. Quella degli…uruguaiani. La Celeste, guidata dal Maestro Tabarez, ha giocato a Udine, Verona e Roma, perdendo con l’Italia agli ottavi, ma si è fatta notare. E per il ritorno in A dopo la doppia promozione a firma Ranieri, il Cagliari sceglie tre di quei protagonisti.

Il presidente Orrù porta al Sant’Elia Pepe Herrera, centrocampista (e all’occorrenza difensore) con un ottimo piede sui calci piazzati. In avanti dal Nacional arriva Daniel Fonseca, destinato ad una carriera importante in Serie A. Ma la stella conclamata è un’altra. Forse non un re, ma certamente…un Principe. Questo il soprannome di Enzo Francescoli, dalle origini immancabilmente italiane.

Non è un calciatore qualsiasi e in Italia lo sanno bene. Da Montevideo, dove ha esordito con la maglia dei Wanderers, è partito prima alla conquista dell’Argentina, dove con il River Plate ha vinto il campionato.

La carriera in Europa

Poi si trasferisce in Francia nel Racing Club, una squadra che oggi milita in quella che è la quinta divisione transalpina. Meglio il Marsiglia di Tapie, in cui però si ferma un solo anno, giusto in tempo per assicurarsi il titolo, il secondo consecutivo per le statistiche delle scommesse sportive , per i ragazzi di Tapie.

Ma è con la Celeste che il fantasista classe 1961 dà il meglio. Dal suo arrivo in nazionale, l’Uruguay ha vinto due volte la Copa America ed è arrivata una volta seconda. Logico dunque che l’interesse nei suoi confronti sia alto. In Serie A, si sa, lo spazio alla fantasia non è mai troppo. E il Principe, che sia al River che in Francia aveva mostrato una certa propensione al gol, è costretto ad arretrare il suo raggio d’azione.

Da trequartista che balla tra le linee, si trasforma in regista. L’idea di Ranieri fa diminuire sensibilmente il numero delle reti (17 in 99 partite), ma regala al Cagliari un creatore di gioco sopraffino. Uno che, tanto per fare un esempio, è il mito assoluto di Zinedine Zidane.

Il francese lo ha visto nella “sua” Marsiglia e se n’è innamorato. E non è un caso che il primogenito di Zizou, nato nel 1995, si chiami proprio Enzo. Ma il futuro Pallone d’Oro non è l’unico a subire il fascino del Principe. A Cagliari l’uruguaiano diventa immediatamente un mito.

La prima stagione non è poi così entusiasmante, ma i sardi si salvano con quattro punti di vantaggio sulla terzultima, ponendo le basi per una manciata di annate memorabili. In quella successiva i tre calciatori della Celeste vengono confermati in blocco e, dopo sei giornate di campionato, finiscono nelle mani dell’uomo giusto al momento giusto.

Massimo Giacomini inizia male il torneo e viene sostituito da Carlo Mazzone. Il tecnico romano prende una squadra a rischio retrocessione e la porta a un’altra salvezza tranquilla. Come sua abitudine, Mazzone crea un collettivo in grado di supportare la presenza di alcuni calciatori di classe superiore. E il Principe e Fonseca fanno decisamente parte della categoria. Francescoli, con una maggiore libertà di azione, torna più incisivo in avanti e anche i compagni di squadra ne beneficiano. Ma la stagione 1991/92 è solamente il riscaldamento per una delle annate che hanno scritto la storia del Cagliari.

I rossoblù si presentano al via del campionato 1992/93 senza Fonseca, ceduto al Napoli, ma il neo-presidente Cellino lo sostituisce con Lulù Oliveira (oltre che con l’altro uruguaiano Tejera, che però si rivela un flop). La macchina è sempre più oliata e fa miracoli. Arriva uno splendido sesto posto, che qualifica gli isolani per le scommesse Seria A alla Coppa UEFA. E Francescola stavolta è tra i capocannonieri della squadra, con 9 gol tra campionato e Coppa Italia. Il finale di campionato del Principe è scintillante, con cinque reti nelle ultime quattro partite, compresa una doppietta al Torino.

E forse è proprio in quel giorno di maggio al Delle Alpi che i granata si innamorano di lui. Il Toro di Mondonico quell’anno vince la Coppa Italia e vuole lanciare di nuovo l’assalto all’Europa, dopo la finale di Coppa UEFA persa nel 1992 contro l’Ajax. Per farlo sceglie il Principe, che trova anche da quelle parti un paio di connazionali.

E se l’oggetto misterioso Saralegui fa tappezzeria da un bel po’, in avanti in teoria c’è Pato Aguilera. L’eroe della Coppa Italia dell’anno precedente però gioca pochissimo e a stagione in corso rescinde. Poco male, perché Francescoli mette le sue qualità a disposizione di Andrea Silenzi, che non a caso fa la sua miglior stagione in Serie A, segnando 17 gol e rimediando la convocazione in nazionale. 

Un finale da Re!

A 33 anni, però, e con un po’ troppi infortuni a limitarlo, l’uruguaiano decide di tornare a casa. E “casa” per lui significa il River Plate. Il fisico non lo coadiuva, ma la classe resta, considerando che tra 1994 e 1997 riesce a vincere tre tornei di Apertura, uno di Clausura e, già che c’è, anche una Copa Libertadores nel 1996.

Francesoli con la Liberta!

Anche il canto del cigno con la Celeste è da brividi: la Copa America 1995 si gioca in Uruguay e il Principe la solleva da capitano dopo aver battuto in finale, da sfavorito per le scommesse calcio, il Brasile campione del mondo. Il ritiro arriva nel 1997, a 36 anni. Poi, il Principe continuerà a dedicarsi al suo River, ma da dirigente, diventando fondamentale nell’arrivo sulla panchina di Marcelo Gallardo, suo ex compagno di squadra, che finora ha regalato ai Millonarios due Libertadores, una Copa Sudamericana e tre Supercoppe continentali.

Insomma, dovunque è andato, Francescoli ha lasciato il segno, persino regalando (vista la somiglianza) il suo soprannome a Diego Milito. E viene spontanea una battuta. Sarà stato anche El Principe, ma la leggenda della Celeste ha fatto una carriera…da Re.

*Le immagini dell'articolo, entrambe distruibite da AP Photo, sono di Martyn Hayhow e Daniel Muzio.

July 11, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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C’erano una volta Loik e Mazzola. Questa storia parla dei giocatori che sono stati trasferiti in coppia da un club a un altro, ottenendo - talvolta - risultati alterni. Non è il caso della coppia dei giocatori del Venezia che, una volta arrivati sulla sponda granata del Po scrissero pagine di calcio leggendarie.

Durante il calcio mercato era uso comune cedere l’accoppiata al grande club della Serie A, e l’operazione conveniva unicamente alla società pronta a cedere i propri gioielli. Spesso, qualche pezzo di bigiotteria entrava nella cassaforte dei presidenti, avvezzi a collezionare diamanti da 24 carati. Il presidente della Lazio Umberto Lenzini fece un affare con l’Internapoli, acquistando Pino Wilson insieme a Giorgio Chinaglia.

Spesso i trasferimenti hanno anche sovvertito le “gerarchie” della coppia, con il calciatore meno promettente che spesso si è rivelato più affidabile del proprio compagno. E’ il caso di Daniele Massaro, che il presidente della Fiorentina Pontello acquista per arrivare al centravanti del Monza Paolo Monelli. L’attaccante non trova molto spazio in maglia viola, chiuso dall’argentino Daniel Bertoni e Ciccio Graziani, mentre il jolly è la rivelazione del campionato di Serie A, si afferma, viene convocato per il Mondiale di Spagna e diventa campione del mondo senza mettere piede in campo.

Dodici anni dopo sarà ancora lì, questa volta al centro del campo, per ascoltare l’inno nazionale prima di Italia-Brasile a Pasadena, terminata incredibilmente senza reti al 120' per le scommesse calcio. E Monelli? Ha fatto la sua onesta carriera, ha continuato per qualche anno alla Fiorentina, ha vissuto il suo momento di gloria da centravanti della Lazio (1988) prima di iniziare un lento declino.

La Juventus è un club avvezzo a chiudere accordi multipli, nell’estate del 1983 acquista dall’Avellino il portiere Tacconi e il fantasista Beniamino Vignola; l’estremo difensore è chiamato a raccogliere la pesante eredità di Dino Zoff, e avrà modo di farlo in maniera adeguata. Il centrocampista è la riserva designata di Michael Platini, e non risponde alle attese fino in fondo, perché sostituire Le Roi è impresa irrealizzabile per i comuni mortali; il centrocampista avrà il suo minuto di gloria nella finale di Coppa delle Coppe, segnando il gol decisivo contro il Porto. L’anno dopo quattro presenze in Coppa dei Campioni, e sessanta secondi nella maledetta finale dell’Heysel.

Le coppie di stranieri

Ma nella decade ’80, la riapertura delle frontiere spinge alcuni presidenti a tentare l’accoppiata straniera; il primo a essere soggiogato da tale opportunità è Vincenzo Matarrese, padre padrone del Bari appena promosso in Serie A: nell’estate del 1985 acquista dall’Aston Villa il centrocampista Gordon Cowans e il centravanti Paul Rideout. Il mediano è uno degli idoli del Villa Park, ha vinto un campionato inglese e la storica Coppa dei Campioni del 1982.

Quando approda a Bari è nel pieno della maturità calcistica, ma non riesce a incidere. Resta in Puglia tre stagioni, dopo la retrocessione immediata, cerca invano di riportare la squadra in Serie A senza riuscirci. Il suo compagno d’avventura ha soltanto 21 anni, è una promessa e tale rimarrà; il primo anno segna solo sei gol, non fa meglio nelle due successive stagioni in Serie B.

Nello stesso periodo storico, il Conte Pontello cerca un’altra accoppiata per la Fiorentina; dal Pescara viene acquistato il capocannoniere della Serie B Stefano Rebonato, valutato a peso d’oro. Il club abruzzese dà il via libera alla cessione del centravanti inserendo nell’affare anche il centrocampista Bosco: è un disastro su tutto il fronte.

La Roma del presidente Dino Viola tenta l’accoppiata esotica alla fine degli anni ’80, acquistando dal Flamengo Renato Portaluppi e Jorge Andrade. La stravaganza dell’attaccante Renato si nota già nei primi giorni di ritiro, quando si presenta al campo di allenamento con il beauty case: tra un esercizio e l’altro si specchia e si alliscia i capelli con la spazzola. E’ un bomber, soprattutto con le donne: si trova a suo agio in discoteca più che nell’area di rigore avversaria, in campionato non segna neanche un gol.

La Roma lo rimette sul primo volo per il Brasile e lo saluta. Sullo stesso volo c’è anche Jorge Andrade, che gioca appena nove partite; dopo pochi mesi inizia a essere inseguito da leggende metropolitane; alcuni dubitano sulla veridicità anagrafica del giocatore (31 anni dichiarati), altri su un presunto biscotto fatto al presidente Viola, con tanto di amichevole organizzata dalla nazionale brasiliana contro l’Austria e un gol da cineteca realizzato ovviamente dall’oggetto dei desideri giallorossi. In pratica, un “pacco”. Anzi, un doppio pacco.

L’attrazione esotica colpisce anche il presidente del Genoa Aldo Spinelli che si spinge fino in Uruguay per rafforzare la propria squadra: il doppio affare con il Peñarol comprende gli acquisti del centravanti Carlos Alberto Aguilera e del mediano Josè Perdomo. Sul centravanti, nulla da dire, sarà l’eroe della leggendaria notte di Anfield, sulle doti del centrocampista nessuno riuscirà a fotografarle meglio del tecnico della Sampdoria Vujadin Boškov. “Se slego il mio cane, gioca meglio di Perdomo”.

Anche Juventus e Inter si giocano il punto della coppia straniera; l’acquisto di Jürgen Kohler e Stefan Reuter dal Bayern Monaco è un affare solo a metà per i bianconeri; lo stopper è giocatore di livello, il centrocampista delude le attese. Va ancor peggio all’Inter che preleva dall’Ajax Dennis Bergkamp e Wim Jonk: il primo è un talento che avrà modo di esprimersi al meglio in Premier League, con l'Arsenal vincerà tre titoli di Premier per le scommesse sportive 888, il secondo viene spedito a Milano per svincolare l’acquisto del fantasista.

Ivan De la Peña, talento mai sbocciato a Roma!

Anche la Lazio di Sergio Cragnotti non è esente da affari simili; per arrivare allo spagnolo Ivan De la Peña del Barcellona deve acquistare anche il difensore portoghese Fernando Couto; il centrocampista non risponderà alle attese, mentre lo stopper si rivelerà il vero affare dell’operazione e sarà decisivo nella vittoria del 2000, 0-1 a Torino, a sopresa per le scommesse Serie A. La Roma zemaniana nel 2012 va a caccia di talenti in Brasile; arrivano Dodò e Castan, con loro il promettente Marquinos: sembra il classico pacco regalo: si rivelerà più forte degli altri due sudamericani.

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Andrew Medichini e Manu Fernandez.

 
July 11, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

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Non possono ritenersi fortunate le squadre italiane dopo il sorteggio di Nyon. L'unica ad aver la certezza di disputare i quarti è l'Atalanta, capace di vincere entrambe le partite contro il Valencia, prima della sospensione. Insieme ai bergamaschi, hanno già strappato il pass per i quarti il PSG, il Lipsia e l'Atletico Madrid, oggi probabilmente prima favorita per l'arrivo alla finale di Lisbona il 23 agosto. 

Per gli accoppiamenti ancora agli ottavi, la UEFA ha deciso che e partite di ritorno saranno disputate, sempre senza pubblico, nello stadio della squadra che ha giocato all'andata in trasferta: il Napoli, quindi, si giocherà la final eight a Barcellona, mentre la Juve a Torino dovrà ribaltare l'1-0 con il quale parte in vantaggio il Lione.

Sembra una pura formalità la seconda sfida tra Bayern e Chelsea, dopo il successo 0-3 dei tedeschi a Londra; il City, invece, dovrà difendere la bella vittoria di 1-2 a Madrid, contro il Real, in buona forma e di straordinaria tradizione nella Champions League!

Il format

Partiamo da una sfida già certa, ovvero Atalanta-PSG. La squadra di Gasperini dovrà vedersela con una delle favorite della Champions, per questo il sorteggio non è stato di certo benevolo. C’è però un fattore importante che può condizionare la partita, ovvero il PSG arriverà in Portogallo dopo aver giocato solamente due partite ufficialiin oltre 5 mesi. La squadra di Tuchel infatti ha battuto il Dortmund l’undici marzo, poi tornerà in campo il 24 luglio per la finale di Coppa di Francia e infine il 31 luglio se la vedrà con il Lione per la Coppa di Lega.

Gli accoppiamenti di Champions!

Visto lo straordinario periodo di forma della Dea, capace di vincere e convincere in Serie A, la sfida è molto più equilibrata di quanto possa far pensare la forza economica delle due squadre ed il calibro di alcuni campioni, strapagati a Parigi. La gara secca poi aiuta ulteriormente a ridurre le distanze tra le due squadre, anche se il vantaggio principale è quello di poter avere molti più minuti nelle gambe rispetto ai francesi.

Stesso vantaggio che può avere la Juve contro il Lione nel ritorno degli ottavi di finale, ma l’urna di Nyon non ha dato gioie ai bianconeri. La squadra di Sarri infatti qualora dovesse recuperare lo 0-1 dell’andata dovrà affrontare la vincente di Real-City, due delle grandi favorite per la vittoria finale nelle scommesse di inizio anno. La squadra di Guardiola ha di fatto già chiuso il suo campionato e sta preparando la corsa alla Champions, cercando anche di vincere la FA Cup. Il Real invece ha un vantaggio importante sul Barcellona in Liga ed è a pochi punti dal vincere il titolo. Ripartono dal 2-1 del City al Bernabeu, ma il Real visto in questo periodo può veramente ribaltare il risultato e strappare il pass per i quarti di finale.

Come se non bastasse la difficile impresa che gli uomini di Gattuso dovranno cercare a Barcellona, l’urna di Nyon mette un altro grosso ostacolo sulla strada dei partenopei. Qualora dovesse riuscire a qualificasi con i blaugrana al Camp Nou, il Napoli, poi, ai quarti di finale dovrà affrontare il Bayern Monaco. I bavaresi dovranno limitarsi a difendere lo 0-3 ottenuto a Stamford Bridge nel match d’andata giocato quasi cinque mesi fa. Il Bayern ha vinto tutte le partite disputate dopo la sospensione, blindando il successo in Bundesliga e candidandosi con forza al ruolo di favorita per la scommesse Champions League!

Nell’ultimo quarto di finale si affrontano le due squadre, il Lipsia e l’Atletico Madrid, capaci di eliminare le due finaliste dello scorso anno, rispettivamente il Tottenham e Liverpool.

Brivido Atalanta

Sogna l’Atalanta di Gian Piero Gasperini, e se il quarto di finale contro il PSG può sembrare proibitivo una buona notizia arriva dall’accoppiamento per le semifinali. Qualora dovesse battere i parigini infatti la Dea se la vedrebbe con la vincente di Lipsia-Atletico Madrid. Dall’altra parte del tabellone, invece, sono coinvolte praticamente tutte le big di questa edizione. Barcellona, Real, City, Juve, Bayern e Napoli tutte nella stessa zona del tabellone, per una Champions che si giocherà in stile “Final Eight” dal 12 al 23 agosto, sempre alle 21, in due stadi di Lisbona e che già promette spettacolo.

*L'immagine di apertura della guida è di Luca Bruno (AP Photo); la grafica è stata elaborata da Ivan Garcia.

July 10, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Dovrai aspettare altri mille anni per vedere una cosa del genere”. L’espressione è di Jack Charlton, allenatore delle giovanili del Newcastle, che si rivolge così al suo vice, dopo che un diciottenne di nome Paul e di cognome Gascoigne, aveva appena segnato un gol eccezionale in finale di Youth Fa Cup, poi vinta 4-1 dai Magpies. L’esordio tra i grandi sarebbe arrivato da lì a poco e la stella di Gazza si sarebbe definitivamente accesa sul calcio inglese. Ma fermiamoci un momento e riavvolgiamo il nastro.

Paul John nasce a Gateshead, poche miglia da Newcastle, il 27 maggio del 1967. Quattro giorni dopo, nel Regno Unito, sarebbe uscito Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, ottavo album dei Beatles, di cui la mamma del neonato era grandissima fan, tanto da chiamare il bimbo, il secondo di quattro figli, Paul e John, come McCartney e Lennon. Gazza cresce in un ambiente difficile, la famiglia ha disponibilità economiche limitate e il padre è alcolizzato e violento, la mamma che rimarrà sempre la donna più importante della sua vita, un giorno si fece leggere la mano da una cartomante che gli predirà: “Uno dei tuo figli diventerà qualcuno grazie ai suoi piedi”. Difficile sbagliare su quale fosse il “figlio giusto”.

L'inizio

Paul dimostra sin da piccolino di avere un talento fuori dal comune, tanto che il Newcastle lo sceglie dopo un provino e lo fa entrare nella sua Academy. Jack Charlton lo sceglie e prova a dargli regole. Soprattutto alimentari. Gascoigne mangia tanto, ma soprattutto male, la sua alimentazione è fatta di Fish and Chips, hamburger, Mars (il suo snack preferito) e bevande gassate. Il peso-forma non può essere quello di un atleta.

Charlton, un giorno, lo convoca nel suo ufficio e gli dice: “Sotto quella pancia, so che c’è del talento. O ti dai una regolata entro due settimane o sei fuori”. Gazza, per la prima volta da quando veste il bianconero, si sente crollare il mondo sotto i piedi e cambia, smaltisce i chili in eccesso e riconquista la fiducia di Charlton e il 13 aprile del 1985 esordisce in prima squadra. L’ascesa è iniziata, Gazza - chiamato così per la sua andatura un po’ dinoccolata, stramba, che ricorda un uccello - diventa un idolo di St James’ Park e al periodo con i Magpies risale una delle immagini più famose della sua carriera.

Il Newcastle gioca contro il Wimbledon allenato da Boddy Gould e in cui gioca tal Vinnie Jones che di mestiere fa il mediano e ha la fama di essere uno dei calciatori più “cattivi” d’Inghilterra. Gould sa che Gascoigne, nonostante abbia solo 20 anni, è un giocatore fuori dal comune, uno di quelli che può decidere le partite da solo. Così, durante la settimana, stuzzica Jones che ha il compito di marcarlo, di annullarlo. Le partitelle d’allenamento del Wimbledon sono caratterizzate dalla sofferenza di Jones nel marcare tal Mett Clements, esterno destro della squadra riserve.

Gould vuole colpire Jones nell’orgoglio, in modo da fargli tirare fuori tutta la sua “cattiveria” il sabato successivo, contro Gascoigne: “Pensavo: chissà cosa come farò a fermare quel ragazzino, se uno della squadra riserve mi ha fatto diventare matto tutta la settimana”, racconterà poi Vinnie. Arriva finalmente la partita e Jones dà il meglio di sé, ringhia feroce su Gazza, non lo lascia respirare, lo pressa anche mentalmente: “Grassone, ormai siamo solo io e te”, gli dice ripetutamente.

Poi lo storico episodio della strizzata alle parti intime di Paul che viene immortalato diventando una delle immagini più iconiche del football britannico. Gascoigne gioca male, la partita finisce 0-0. Ma il numero, Gazza lo tira fuori a gara finita, una sua fan gli regala un mazzo di rose rosse e lui decide di mandarne una a Vinnie Jones che risponde con lo scopettino del water.

L'estate dei Mondiali

Gascoigne è una star e il Tottenham gli consegna la maglia n.8: gli Spurs, a sorpresa per le scommesse calcio, riescono a strapparlo al Manchester United di Ferguson, pagando 2.3 milioni di sterline, che per l’epoca sono un’enormità.

Gazza con la maglia del Tottenham!

La svolta della carriera di Gazza, però, arriva nell’estate del 1990. Tutti noi abbiamo un’estate che ci scalda il cuore, che ci ricorda amori, avventure, divertimento. Gascoigne la vive nel ’90, quando gioca il suo primo Mondiale con la maglia dell’Inghilterra.

I Tre Leoni, guidati da Bobby Robson, sono sorteggiati nel gruppo F con Olanda, Egitto e Irlanda. Tutte le gare inglesi del girone si giocano a Cagliari e la prima è un 1-1 contro l’Irlanda allenata da quel Jack Charlton che lo aveva svezzato e lanciato. Ma è nella partita successiva, altro pareggio, stavolta 0-0, contro l’Olanda che Gascoigne sale alla ribalta, in campo ci sono Gullit e Van Basten, ma è lui a dare spettacolo, a incantare con giocare sensazionali.

Paul sul campo sembra volare, è in forma smagliante, fisica e mentale: “Non volevo finisse mai, per me era come una vacanza. Ho amato ogni momento di quell’esperienza, compresi gli allenamenti, ero il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarmene Volevo durasse per sempre, per non tornare poi alla vita reale”. Questo frammento dice tanto di Paul, del suo modo di essere, del suo prendere la vita in modo surreale, così da non fronteggiare quelle che sono le questioni, anche più piccole, che la vita quotidiana ti mette di fronte. Colpa di quell’infanzia fatta di paure, di botte, di un clima avvelenato da un padre che era schiavo dell’alcol, come lo sarà poi il figlio.

Il Mondiale del ’90 è comunque il suo apice, l’Inghilterra batte l’Egitto e passa prima nel suo girone. Elimina Belgio e Cameroon agli ottavi e ai quarti e incontra, da leggera sfavorita per le scommesse, la Germania in semifinale. La notte prima della sfida, Gazza rimane fino all’1 di notte a giocare a tennis con alcuni ospiti americani dell’hotel in cui la nazionale inglese è in ritiro. La partita, quella di calcio, finisce 1-1 e si trascina fino ai supplementari, quando Gascoigne controlla male un pallone, s’allunga e colpisce un avversario, per l’arbitro è un fallo da ammonizione, ma è una mazzata sul morale del ragazzo che, diffidato, sa di aver già perso l'eventuale finale.

Paul è già in lacrime prima della fine dei 120’, sente il peso di un destino beffardo che gli appesantisce le gambe e il cuore. Si va ai rigori e prima della lotteria dagli undici metri, Bobby Robson lo prende da parte, lo rassicura e gli chiede di calciare il penalty. Gazza tira e segna. Ma non basta, vince la Germania. 

*Il testo dell'articolo è stato curato da Marco Valerio Bava; l'immagine è di Paul Velasco) (AP Photo).

July 10, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Quanto cambia il ruolo di dirigente sportivo tra il mondo americano e quello europeo? Le tante differenze che ci sono dal punto di vista regolamentare di fatto creano due lavori diversi, ciascuno con le sue peculiarità.

Il dirigente sportivo europeo infatti deve avere conoscenze totalmente diverse da quello americano: la principale differenza sta nel budget a disposizione delle varie squadre, variabile in Europa e “fisso” invece negli USA. Nel mondo americano ogni squadra professionistica ha un limite di spesa che non può superare, in base a un Salary Cap più o meno rigido.

L’unico limite che si trova in Europa è invece il Financial Fair Play introdotto da qualche anno dalla UEFA. Un paletto che, comunque, è condizionato al fatturato di ogni società creando, se possibile, ancor più distacco tra le varie società. L’altra sostanziale differenza è legata al fatto che in Europa è possibile acquistare il cartellino di ogni singolo giocatore, con un'offerta economica. Condizione che non esiste negli USA, dove una franchigia può acquistare i diritti di un giocatore già presente nella relativa lega solo in due modi: o tramite scambio o al termine del suo contratto.

Oltre a questo, un dirigente americano deve saper individuare i giovani talenti sfruttando ogni anno il Draft e le scelte a disposizione di ogni franchigia. 

Le differenze di budget

Come gestire il budget a propria disposizione? In Europa si devono valutare il monte ingaggi e il budget da investire nel mercato, oltre alla capacità di vendere giocatori. Saper cedere gli esuberi è una delle principali priorità di un direttore sportivo in Europa. La possibilità, invece, di “tagliare” un giocatore considerato in esubero rende più semplice il lavoro per i dirigenti americani, che però devono muoversi in un mondo molto più equilibrato.

Txiki Begiristain quando lavorava al Barcellona!

In una lega, ad esempio, con 30 squadre che hanno a disposizione lo stesso budget, saper emergere per un General Manager navigato come Danny Ainge è molto più complicato che in un campionato dove ognuno spende più o meno quanto vuole, come Txiki Begiristain al City. Serve più coraggio in America perché quando si offre un contratto al massimo salariale, si decide di scommettere il futuro della franchigia per i prossimi 3-4 anni su un singolo giocatore e difficilmente si può tornare indietro! 

Bisogna saper scegliere la stella giusta, saperla convincere e costruire intorno a essa una squadra competitiva, riducendo la spesa per costruire il roster. Si devono fare le scelte giuste al Draft, specialmente quando si è reduci da una stagione negativa e si ha a disposizione una delle prime scelte assolute. Il rischio di passare da un giocatore franchigia a un vero e proprio flop è dietro l’angolo, e una chiamata sbagliata può condizionare l’intera carriera di un dirigente.

Dall’altra parte però un General Manager americano ha una grande libertà di movimento, porta avanti il suo progetto con pochissime interferenze provenienti dalla proprietà. Discorso ben diverso in Europa, dove specialmente in Italia i proprietari vogliono prendere decisioni mettendo in secondo piano le idee degli stessi dirigenti. 

Le differenze del mercato

Se il ruolo del dirigente sportivo americano presenta molte più trappole nel cammino, c’è da sottolineare una fondamentale differenza che c’è rispetto allo sport europeo. Il mercato infatti in America è ben diverso e, oltre alla mancanza della cessione dei cartellini dei giocatori, un’altra grossa differenza è legata alla finestra del mercato stesso. In Europa ci sono due finestre, una estiva a stagione ancora non iniziata e una a metà anno che viene definita di riparazione.

In America invece il mercato rimane aperto fino a metà stagione, permettendo così a ogni dirigente di porre rimedio ad eventuali errori di programmazione o addirittura ribaltare completamente un progetto. La possibilità di acquisire un giocatore può risultare decisiva per il titolo, dopo aver iniziato alla grande la stagione. Oppure sacrificare un giocatore di alto livello in scadenza, cedendolo per ottenere scelte di alto profilo al Draft dopo aver iniziato male l’annata.

Tutte dinamiche che non si sviluppano in Europa dove, ad eccezione di alcuni casi straordinari, le rose di inizio stagione difficilmente vengono stravolte o semplicemente modificate durante l’annata sportiva.

La struttura rigida del tetto salariale, del Draft e il non poter aumentare il budget per il proprio mercato costringe ogni dirigente sportivo in America ad avere una visione pluriennale del suo progetto, spesso arrivando a sacrificare alcuni campioni pur di rispettare una sostenibilità tecnica ed economica per gli anni successivi; così le quote antepost elaborate da 888sport per la vittoria finale saranno sostanzialmente più equilibrate rispetto a quelle, ad esempio, di Serie A e Premier!

In Europa, ribadiamo, l’unico vincolo è il bilancio di fine stagione e la necessità di trovare eventuali plusvalenze nel mercato estivo. Un'eccezione forse la si registra nel calcio, dove con il Financial Fair Play diverse squadre si ritrovano costrette a cedere i loro campioni per far quadrare i conti.

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Elise Amendola e Manu Fernandez.

July 8, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Due finali, notti magiche e un trofeo che, per ora, manca nella bacheca di Massimiliano Allegri. La Champions è parte integrante della carriera del tecnico livornese, andato due volte vicinissimo al diventare l’ottavo tecnico italiano a vincere la Champions League.

Fin dai tempi del Milan però Allegri aveva dimostrato una certa dimestichezza con alcune “notti magiche”, anche se con i rossoneri non è mai andato oltre i quarti di finale.

La prima volta non si scorda mai, e risale al febbraio del 2013. A San Siro i rossoneri ospitano il Barcellona di un inarrestabile Leo Messi, autore di sessanta reti in cinquanta partite in quella stagione. Un Milan perfetto riuscì a bloccare l’argentino, che non calciò in porta mentre l’unico tiro verso lo specchio dei blaugrana fu di Xavi, innocuo per Abbiati.

Dopo un primo tempo chiuso sullo 0-0 nella ripresa è Kevin Prince Boateng a far esplodere San Siro con un sinistro dal limite dell’area che non lascia scampo a Victor Valdes. Il Milan tiene, lascia il possesso al Barça di Villanova ma non va mai in difficoltà, anzi riesce addirittura a raddoppiare a dieci minuti dalla fine. Un contropiede iniziato da Niang, gestito perfettamente da El Shaarawy permette a Muntari di realizzare il gol del 2-0 che fa sognare i tifosi rossoneri in vista del ritorno.

Peccato che al Camp Nou si scatena il ciclone Messi, autore di una doppietta nel 4-0 che porta i blaugrana, favoriti per le scommesse online ai quarti di finale di Champions. 

Le notti bianconere

Alla prima stagione in bianconero è subito finale di Champions, grazie soprattutto al 3-0 di Dortmund dove, però, la Juve dimostra di essere semplicemente la squadra più forte.

Il capolavoro tattico di Allegri arriva l’anno successivo, quando il tecnico livornese va a un passo da un’impresa leggendaria. Negli ottavi di finale del 2015/16 i bianconeri devono affrontare il Bayern di Guardiola, forse la favorita alla vittoria della Champions. A Torino nel match d’andata non c’è storia nei primi 60 minuti, ma il Bayern non la chiude e la Juve recupera lo 0-2 andando a Monaco con un positivo 2-2 rimediato in casa.

Al ritorno manca Dybala e Mandzukic non è al meglio, per questo Allegri punta su Morata in un tridente “di corsa” con Alex Sandro e Cuadrado. La Juve domina all’Allianz, segna subito con Pogba e dopo mezz’ora è avanti di due gol grazie a Cuadrado. Prima del raddoppio del colombiano, la Juve avrebbe trovato un’altra rete annullata a Morata in evidente posizione regolare.

L’errore costò alla Juve la qualificazione, dato che negli ultimi 15 minuti il Bayern prima riapre la partita con Muller, poi segna il 2-2 nel recupero con Lewandowski su errore pesantissimo di Evra. Nel supplementare poi il Bayern ne ha semplicemente di più e vince 4-2 grazie ai gol di Thiago e dell’ex Coman.

“La partita perfetta che aprì le porte di Cardiff”, questa fu la notte dell’undici aprile del 2017 per i bianconeri. Allo Juventus Stadium arriva il Barcellona e nel match dove tutti attendevano Messi, è un altro argentino a fare la differenza. Con il suo 4-2-3-1 compatto e pronto a ripartire Allegri domina il Barça di Luis Enrique, e il resto lo fa Dybala con due gol gioiello nei primi 25 minuti. Ad inizio ripresa il 3-0 di Chiellini regala ai bianconeri una notte difficile da dimenticare, legittimata poi dallo 0-0 di Barcellona nel match di ritorno che porta la Juve in semifinale. 

Il miss match fisico 

Altra impresa sfiorata nel 2018, quando la Juve va a Madrid per il ritorno dei quarti dopo che l’uragano CR7 si è abbattuto su Torino nella gara d’andata vinta 0-3 dai Blancos. Sembra tutto finito, ma non per Allegri che presenta una Juve spregiudicata e aggressiva a Madrid, capace di andare subito in vantaggio con Mandzukic di testa dopo due minuti.

Mario Mandzukic, due volte in gol a Madrid!

 

Allegri la gioca in “stile basket”, cerca un vantaggio fisico o tecnico e lo trova proprio nel croato. È lui che ha una stazza nettamente superiore a Carvajal, per questo deve rimanere a sinistra e sfidare fisicamente lo spagnolo sui cross provenienti da destra. Il raddoppio arriva sempre di testa, sempre grazie a Mandzukic e la Juve all’intervallo è viva e ci crede. Lo 0-3 di Matuidi ad inizio ripresa fa sognare i tifosi bianconeri e aggiorna totalmente le scommesse e quote Champions League , ma al 91esimo il rigore fischiato da Oliver che fa infuriare Buffon condanna la Juve a una cocente eliminazione.

Quel doppio confronto ha portato CR7 in bianconero, e il portoghese è stato l’assoluto protagonista dell’ultima impresa targata Allegri in Europa. La Juve dopo il 2-0 incassato a Madrid contro l’Atletico di Simeone sembra già fuori dagli ottavi di finale di Champions, ma il piano rimane lo stesso dell’anno precedente. Con un’aggiunta, il passaggio improvviso alla difesa a 3 con Emre Can sulla linea difensiva che ribalta i progetti tattici di Simeone.

La Juve domina, l’Atletico non esce mai dalla pressione bianconera che è finalizzata al far arrivare palloni giocabili in area di rigore a Cristiano Ronaldo. Il portoghese, come Mandzukic un anno prima contro il Real, deve sfruttare la sua maggior fisicità e dopo 50 minuti arriva, puntuale, la doppietta di CR7 sempre rigorosamente di testa.

Nel finale di partita il 3-0 che fa impazzire lo Stadium e le scommesse calcio arriva su calcio di rigore procurato da Bernardeschi, altra intuizione geniale di Allegri che lo schiera da mezzala offensiva in appoggio a Ronaldo e Mandzukic per attaccare alle spalle il centrocampo dell’Atletico.

Cinque notti da urlo, in attesa della prossima avventura. Max Allegri e una Coppa che ancora deve diventare sua. 

*Le immagini dell'articolo, distribuite da AP Photo, sono di Francisco Seco.

 
July 8, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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