Il finale inatteso della Ligue 1 ha offerto attraverso la classifica una visione abbastanza inusuale. L’Olympique Lyonnais sembrerebbe fuori dalle coppe europee, per la prima volta dal 1997. E, beffa nella beffa, con una finale di Coppa di Lega da giocare, che avrebbe potuto spedire la squadra di Garcia perlomeno in Europa League.

E invece non se ne farà nulla, a meno di un miracolo pazzesco: a ben pensarci, i transalpini possono ancora vincere la Champions League. Assurdo pensarci ora, ma ci sono stati momenti in cui la terza città francese ha potuto davvero sognare l’impresa. Il tutto, grazie a un modello molto particolare, basato sul territorio.

Il vivaio

Anzi, su un serbatoio, quello locale, della regione dell’Alvernia-Rodano-Alpi, il vero e proprio serbatoio dell’OL. Quasi otto milioni di abitanti per cui il calcio è una religione, ma anche, è davvero il caso di dirlo, una capacità innata. E sul talento dei ragazzi nati in città o nelle zone limitrofe, la società del presidente Aulas ha costruito un vero e proprio impero calcistico.

Già, Jean-Michel Aulas, che dell’Olympique Lyonnais è ormai numero uno da quasi trentacinque anni. Pioniere del settore informatico, il classe 1949 ha trasformato il club da squadra di secondo livello a presenza fissa nelle competizioni continentali, con tanto di semifinale raggiunta nell’edizione 2009/10. In mezzo, i clamorosi sette titoli di Francia consecutivi anche per le scommesse, gli unici nei sette decenni di storia dell’OL, conquistati a cavallo tra 2002 e 2008.

Il tutto grazie a un mix perfetto tra calciatori di talento sfuggiti alle big o in rampa di lancio (Juninho Pernambucano, Edmilson, Sonny Anderson, Källström, Essien, Toulalan) e i celebri “enfants du pays”. Grazie a quei ragazzi nati o cresciuti nei dintorni di Lione, è nata una vera e propria dinastia. Nelle rose che hanno conquistato i sette titoli consecutivi ce ne sono moltissimi.

Il portiere Coupet, saracinesca del club per undici anni. Abidal, che da Lione è partito alla conquista del mondo, vincendo tutto con il Barcellona. Ben Arfa, che non è nato da quelle parti, ma che l’OL ha portato nel suo vivaio giovanissimo. Govou, che alla Gerland ha passato praticamente tutta la sua carriera. Remy, destinato poi a finire ai grandi rivali del Marsiglia. E poi forse il più celebre di tutti, quel Karim Benzema che il Real Madrid ha comprato a peso d’oro, non pentendosene neanche per un attimo.

E il centravanti francese dei Blancos non è l’unico ad aver lasciato Lione in cerca di gloria e di uno stipendio più alto. L’OL, del resto, nonostante i trionfi in patria e una gestione economica virtuosa non ha mai avuto seriamente la possibilità di trattenere i suoi giovani rampanti. Ma allo stesso tempo si è fatto forte di un vivaio quasi infinito e della bontà dei calciatori nati e cresciuti nella sua regione.

Ecco perché il club di Aulas non ha mai avuto paura di rivoluzionare la sua rosa, continuando ad attingere a piene mani dal serbatoio locale. E, spesso e volentieri, trovando altri calciatori in grado di fare la differenza e di spiccare poi il volo verso realtà molto più importanti. La bacheca, però, negli ultimi dodici anni piange.

Colpa, se così si può dire, degli sceicchi del Paris Saint-Germain. L’acquisizione da parte del fondo sovrano del Qatar del club della capitale ha modificato di parecchio gli equilibri della Ligue 1, che da una decina d’anni, salvo alcune clamorose eccezioni (il Montpellier di Giroud o il Monaco di Mbappè) è diventato un vero e proprio feudo parigino.

Anche gli allenatori sono di casa

Il Lione non si è lasciato spaventare e ha continuato a fare quello che sa fare meglio: produrre talenti. I risultati non sono stati quelli degli anni precedenti, ma il Lione non ha mai smesso di fare capolino in Europa. Il tutto grazie a dei tecnici decisamente legati a doppio filo al club e alla città. Garde e Fournier sono entrambi nati nella regione ed ex calciatori dell’OL, così come Bruno Genesio, che invece è lionese purosangue.

A seguire le indicazioni di questi “enfants du pays” che si sono presi la panchina dell’Olympique Lyonnais c’è stata la seconda generazione di ragazzi cresciuti nel club o nelle società minori della zona. E anche stavolta i nomi sono di una certa rilevanza internazionale… Lasciato andare Benzema, il Lione ha trovato un altro attaccante letale in Lacazette, che attualmente è il centravanti dell’Arsenal.

A centrocampo è brillato, anche se per poco, il talento fragile di Grenier, che ha passato qualche mese alla Roma, Stesso percorso per il capitano di quel Lione, Gonalons, che al club ha dato ben 17 anni della sua carriera tra giovanili e prima squadra. E ancora un certo Umtiti, campione del mondo 2018, che giovanissimo è stato acquistato a peso d’oro dal Barcellona. Con lui, a vincere il mondiale in Russia con addosso la maglia dell’OL c’era Fekir, che ora brilla in Liga con la maglia del Betis Siviglia.

Anche in questo caso, molti sono andati via. E altrettanti continueranno a seguire questo percorso, perché il vivaio continua a produrre campioncini in erba. E per un Fekir, un Gonalons e un Lacazette che se ne va, nascono degli Aouar, dei Gouiri e do quel Rayan Cherki, 2003 più forte del mondo, destinati a prendere il testimone dei vecchi “enfants du pays” e a trascinare l’Olympique Lyonnais in Francia e in Europa.

Anche se, per la prima volta dopo tanto tempo, il palcoscenico continentale probabilmente non potrà godersi la nuova nidiata nata all’ombra della vecchia e gloriosa Gerland e del nuovo, modernissimo Groupama Stadium. Ma, vista la storia recente, dovrebbe essere solo un intoppo temporaneo. Il modello Lione nel calcio è ormai una sicurezza. Basta chiedere ai club che hanno comprato da Aulas. Quasi tutti molto soddisfatti…

*La foto di apertura dell'articolo è di Laurent Cipriani (AP Photo).

June 16, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Sono lontani, ahinoi, i tempi dei pub stipati di tifo appassionato in compagnia di una pinta, una ciotola di arachidi e uno schermo in alta definizione, fianco a fianco ai propri amici o, come spesso accadeva, a perfetti sconosciuti.

Esultare per un gol della propria squadra con un abbraccio, urlarsi in faccia, il pavimento appiccicoso dalla birra inavvertitamente rovesciata... In attesa di tornare a vivere certi momenti (magici), tuffiamoci in una breve lista dei più affascinanti (ma vale sempre il concetto di "de gustibus") pub sportivi, in Italia e in Europa.

Il "4-4-2" a Milano

Ubicato in via Procaccini 61, in zona Sempione, il FourFourTwo è imbattibile, dal punto di vista dell'esperienza complessiva. Una selezione infinita di birre (non solo "draft"), schermi che circondano tutto il locale, un evento sempre in trasmissione (e non solamente) calcistico e sciarpe di ogni colore ed estrazione. Per chi ama il calcio britannico, è quasi commovente vedere esposti i vessilli da tifo del Chesterfield o del Doncaster Rovers.

Un'ulteriore curiosità: i panini sono stati ribattezzati coi nomi dei campioni più leggendari. Si può ordinare quindi un "Ronaldo", uno "Zico", un "Maradona", un "Beckenbauer", un "Cruijff" oppure un "Ruud Krool" che, nella fattispecie, è farcito con scamorza, prosciutto affumicato e senape. Insomma, da provare.

"The Royal Oak" a Londra

La lista dei pub adibiti alla trasmissione di eventi sportivi è quasi infinita nella capitale inglese. E', in fondo, in questa parte del mondo che nasce la tradizione. Per questo, vi proponiamo qualcosa di ricercato e particolare. Siamo a sud est e, prima delle partite casalinghe del Charlton Athletic, è obbligatoria una tappa al "The Royal Oak" (Andover SP10 4AJ, una perpendicolare di Floyd Road dove ha sede lo stadio "The Valley"), piccolo ma accogliente locale (con cortile interno), dove i tifosi degli Addicks si ammassano già due ore prima del calcio d'inizio.

Un tavolo da biliardo, il "necessaire" per una classica partita a freccette, partite in tv a ripetizione e di ogni estrazione calcistica e servizio senza fronzoli. Insomma, il massimo per gli intenditori del calcio uk ancora "genuino". Post scriptum: a differenza del "tepore" della birra dei pub del centro, qui la "spremuta di luppolo" viene servita ghiacciata!

Il "Café Football" a Manchester

Il nome dice tutto e anche a Ryan Giggs piace passare un po' di tempo libero da queste parti, come testimoniano le foto orgogliosamente esibite dallo staff del locale. Che come motto ha "Love food, love football". Birre (di ogni tipo), hamburger, "scrambled eggs", tortini d'anguilla tipicamente inglesi e quell'atmosfera di nord inglese, che mescola tradizione, passione e working class heroes.

Dalla colazione alla pinta serale "della staffa" partite di cartello e non, trasmesse sugli schermi a muro. Il massimo della libidine, per i cultori. La sede di Manchester (perché ce n'è un'altra anche a Singapore) è, neanche a dirlo, in "Matt Busby Ways". Ovvio, quindi, che il piano inclinato penda in direzione United...

L' "Ados" a Bilbao

Come a Londra, abbandoniamo anche qui le classiche vie di Madrid, Barcellona e Siviglia e abbracciamo la più alternativa Bilbao e il suo "Ados". Non è Spagna, sono i Paesi Baschi e non serve la particolare tappezzeria - composta da bandiere, maglie e sciarpe dell'Athletic -, del locale in Poza Lizentziatuaren 48. Non siete riusciti a trovare un biglietto per la partita dei Leones Rojiblancos, meglio, dei Leohiak Zurigorriak?

Può starci, il San Mames - quando non è costretto alle porte chiuse - è sempre pieno e ribollente di entusiasmo. Niente paura: anche qui dentro l'esperienza è suggestiva, anzi, indimenticabile, sulle note dell'"Athletic-en himnoa" di Juan Antón Zubikarai, urlato a squarciagola. E i cocktail, in cui il bar è specializzato, sono da urlo...

Oltre il calcio: l'Offside Sports Pub e il Six Nations Murphy's Pub"

Torniamo a Milano: l' "’Offside Sports Pub"  è il tempio dello sport, lo si intuisce già dal nome. La location è quella di viale Losanna: qui le birre si accompagnano ai maggiori eventi sportivi in diretta: MotoGP, Formula Uno, basket, rugby, tennis. A disposizione dei clienti, la bellezza di 7 schermi: in sostanza, qualsiasi posto a sedere (o in piedi) è buono per un'ottima visuale degli eventi quotati da 888sport!

A circa 120 chilometri di distanza, menzione d'obbligo per il torinese "Six Nations Murphy's Pub", specializzato, per l'appunto nella palla ovale. Si trova in corso Vittorio Emanuele II e qui - in un'atmosfera unica nel suo genere - i litri di bionda spillati, la quantità di cibo consumato, gli abbracci e le pacche sulle spalle (per quando si potranno restituire), acquisiscono una certa abbondanza...
 

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Andrea Comas (AP Photo).

June 15, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Quando l’arbitro avrà modo di fischiare il calcio d’inizio di Torino-Parma, saranno passati 102 giorni dall’ultima partita di campionato, come da conto alla rovescia del nostro account Twitter. L’esultanza di Caputo dopo il gol segnato al Brescia aveva provato a rassicurare tutti: “State a casa, andrà tutto bene”.

Proprio tutto bene, non è andato, ma il messaggio di speranza dell’attaccante del Sassuolo è impresso nella nostra mente come ultima immagine positiva: quasi quindici settimane senza calcio, un periodo lungo, ma non il più lungo in assoluto. Anzi, a guardar bene i numeri (dal secondo dopoguerra a oggi) l’astinenza estiva - tra un campionato e l’altro - è stata ben più lunga.

La seconda Guerra Mondiale aveva diviso in due il Paese, la linea gotica aveva impedito per un paio di anni il normale sviluppo dei campionati; l’ultima partita della stagione 1942-43 si giocò il 25 aprile, quando si tornò a giocare dopo lo sbarco degli Alleati e la fine delle ostilità, erano passati 902 giorni.

Lo scudetto del '46!

La data di rinascita fu il 15 ottobre 1945, l’Italia era ancora divisa, interrotti i collegamenti tra Nord e Sud, al punto da costringere la Federazione a proporre - unica volta nella storia dal 1929 in poi - un format con due gironi: Alta Italia e Centro-Sud. Il raggruppamento al di sotto della Linea Gotica, era composto da squadre di Serie A e squadre di Serie B, in un girone misto.

La prima giornata di quel campionato propose il derby della Mole vinto dalla Juventus. Il torneo si concluse in piena estate, con l’ultima giornata programmata il 28 luglio 1946; la formula del torneo prevedeva un secondo e successivo girone, composto otto squadre (le prime quattro dell’Alta Italia e le prime quattro provenienti dal Centro-Sud) che furono protagoniste di un altro mini campionato che si risolse nel rush finale.

Le squadre sono appaiate, ma alla terzultima la Juventus vince, il Torino perde: il distacco di due punti viene colmato la giornata successiva quando i granata vincono il derby si misura grazie a un gol di Gabetto.

Il pareggio esterno della Juve nell’ultima giornata regala il trionfo al Grande Torino che - vincendo largamente contro il Livorno - conquista il terzo scudetto granata.

La lunga astinenza da calcio - tra una stagione e l’altra - è stata solitamente scandita dalle manifestazioni internazionali, Mondiali ed Europei di calcio - oppure - le Olimpiadi; nell’estate del 1962, nel pieno boom economico del Paese, fu necessario attendere 153 giorni, ovvero 22 settimane. Una privazione calcistica così lunga arriverà anche nell’estate del 1970; Messico e nuvole, Riva e la partita del secolo, Rivera che manda a casa i tedeschi, Pelè che resta appeso in cielo e infila Albertosi nella finale dell’Azteca.

 

Quando si riprende, il Cagliari ha lo scudetto sul petto, ma anche qui - tra la fine della stagione precedente e l’inizio del nuovo campionato passano 153 giorni. E’ una distanza temporale significativa, ma anche dovuta al formato del campionato di Serie A che prevede soltanto 16 squadre.

Negli anni ’70, i tempi di attesa si allungano, il torneo parte a ottobre; la stagione 1973-74 si chiude il 19 maggio: la Lazio ha vinto lo scudetto sette giorni prima, ma per vedere il tricolore sulla propria maglia dovrà attendere fino al 6 ottobre 1974: sono trascorsi 139 giorni dall’ultima giornata del campionato precedente. Le venti settimane di sosta si ripetono anche nelle due stagioni successive, poi la partenza del torneo viene anticipata al mese di settembre, e l’astinenza torna ad assottigliarsi.

Per trovare un periodo di rinuncia così esteso, bisognerà arrivare al 1986: durante l’estate ci si riempie gli occhi con le magie di Maradona che porta a spasso mezza Nazionale inglese, elimina il Belgio e punisce la Germania nella finale di Città del Messico. Il campionato si era concluso in maniera rocambolesca il 27 aprile 1986 e quando si riparte - il 14 settembre 1986 - sono passati 139 giorni: Maradona è l’Imperatore del Mondo, e si appresta a diventare anche Re di Napoli.

Van Basten ed i soli 62 giorni

I margini temporali tornano a dilatarsi due anni dopo, nel 1988 quando ci sono in programma gli Europei e le Olimpiadi di Seul; l’estate ci regala il diamante di Van Basten che annichilisce Dasaev: l’URSS del colonnello Lobanovski cede di fronte alla corazzata olandese, dopo aver eliminato la giovane Italia di Azeglio Vicini.

Dall’altra parte del mondo, Ben Johnson vince una medaglia carica di steroidi sui 100 metri piani; verrà squalificato per doping, l’oro olimpico di Seul finirà nelle mani di Carl Lewis, il figlio del vento.

Il calcio italiano resta fermo per 146 giorni, l’Inter domina il campionato, la stagione seguente presenta una novità significativa: cambia il format della Serie A, si passa a un torneo con 18 squadre. In termini algebrici, sono 4 giornate in più, in termini temporali si guadagna un mese di calcio: diventa necessaria l’introduzione dei turni infrasettimanali di campionato, un tempo riservati unicamente alla Coppa Italia, e alle Coppe Europee.

Per questo motivo, l’estate del 1989 segna il periodo più breve di sospensione tra una stagione e l’altra: per vedere il calcio d’inizio del campionato 1989-90 se devono attendere soltanto 62 giorni anche perché a fine stagione - proprio in Italia - ci sono i Mondiali.

Anche negli ultimi trent’anni, i Mondiali, gli Europei e le Olimpiadi hanno scandito il tempo di gioco; il Mondiale del 1994 oscura il campionato per 125 giorni, quello francese del 1998 lo blocca per 119 giorni. Ma anche le Olimpiadi fanno la loro parte: quelle di Sydney - nell’estate 2000 regalano 138 giorni di attesa prima della ripresa delle ostilità. Oltre quattro mesi, un’enormità.

Ma dal 2004-05, la distanza tra una stagione e quella seguente si affievolisce perché la riforma dei campionati aggiunge altre due squadre al campionato portando la massima divisione da 18 a 20 squadre ed allargando a dieci il numero di partite in palinsesto per le scommesse Serie A settimanali. La concomitanza con le manifestazioni sportive internazionali continua abitualmente ad allungare l’attesa, ma non si va mai oltre le 15 settimane.

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Kienzle (AP Photo).

June 15, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

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Nel corso della storia del calcio, solo otto nazionali sono riuscite a vincere la Coppa del Mondo. Dal 1930, anno della prima edizione dei mondiali, la questione è sempre stata ristretta a una manciata di selezioni. Uruguay, Italia, Germania (in versione Ovest e unificata), Brasile, Inghilterra, Argentina, Francia e Spagna, in ordine cronologico rispetto alla prima vittoria.

Il Maestro Tabarez

Le due Coppe

Il Rinascimento della Celeste

Dando un’occhiata ad alcuni dati, però, ne spunta uno davvero particolare. Sette nazioni su otto superano ampiamente i 40 milioni di abitanti. Il Brasile, poi, esagera, arrivando addirittura i 210 milioni. E poi, incastonato due volte nel basamento della Coppa (1930 e 1950) c’è un piccolo Davide tra i Golia del pallone: l’Uruguay, la nazione più calcistica del mondo.

Le parole del Maestro

Un paese di appena tre milioni di abitanti in cui, come ha spiegato di recente Oscar Tabarez, CT della Celeste dal 2006, sono più i bambini che sanno giocare a pallone che quelli che sanno la storia o la geografia. Non un complimento nell’ottica del tecnico, che ci tiene affinché il calcio sia un mezzo per il riscatto sociale e non un fine. Ma una fotografia che riassume benissimo il sentimento che il popolo uruguaiano mette ogni qual volta che un pallone rimbalza in mezzo a un campo da gioco.

Il calcio porta via dalla strada, crea aggregazione e offre una speranza, seppur tenue, di sfondare. Già, perché tra i tantissimi ragazzi che sognano di diventare grandi, sono pochi quelli che ce la fanno. Ma chi arriva al top ha un marchio di fabbrica inconfondibile: la garra.

Proprio quella capacità di lottare in ogni istante, anche quando la sconfitta è certa, che gli uruguaiani prendono dai loro antenati, quei Charrùa che si sono opposti ai Conquistadores spagnoli e che, pur essendo stati integrati nel tessuto coloniale, non hanno mai perso la loro identità. Se c’è da scendere in campo con il coltello tra i denti, per dare tutto e anche di più per la maglia, niente di meglio di un calciatore uruguaiano: non uscirà mai dal campo senza aver sudato il possibile.

Guai però a pensare che la Celeste sia una nazionale di portatori d’acqua e di picchiatori. C’è sempre stato chi fa legna, innegabile, ma di talento, dalle parti del Rio della Plata, ne è passato davvero tanto. 

Le due Coppe

Non per niente il primo mondiale si gioca proprio a Montevideo, perché negli anni Venti l’Uruguay ha vinto gli unici tornei internazionali di un certo spessore: i Giochi Olimpici di Parigi (1924) e di Amsterdam (1928) e tre volte la Copa America. Quella squadra ha la garra, rappresentata da capitan Nasazzi, uno dei migliori difensori di tutti i tempi, e la classe, quella di Scarone, per tutti “El Mago”, che per cinquant’anni sarà recordman di marcature in nazionale.

La finale del mondiale 1930 è un affare tutto rioplatense, perché al Centenario di Montevideo, costruito per l’occasione, arrivano i cugini argentini. Il clima è pazzesco, al punto che l’arbitro, il belga Langenus, chiede una nave pronta a salpare per l’Europa, in caso di scontri tra tifosi. La paura che qualcosa succeda c’è, perché a un certo punto gli argentini sono avanti per 1-2, ma non hanno fatto i conti con la garra.

Finisce 4-2 per i padroni di casa, con la firma finale di Hector “El Manco” Castro, uno che non si è fermato neanche davanti a un incidente sul lavoro che gli fa perdere la mano destra in giovane età.

Nel 1950, quando l’Uruguay gioca di nuovo il mondiale, lo fa da imbattuta. Nel 1934 e nel 1938 la Celeste non si presenta, un po’ perché il viaggio in Europa è costoso e un po’ per rendere la pariglia alle selezioni del Vecchio Continente che avevano disertato nel 1930. Molto più comodo andare in Brasile, magari seguendo la stessa formula dei decenni precedenti. E infatti ecco la garra di Obdulio Varela, il capitano senza paura, e il talento pazzesco di Schiaffino e Ghiggia.

Proprio loro due segnano le reti che regalano il secondo titolo mondiale alla Celeste, in una partita che passa alla storia. Al Maracanà al Brasile basta pareggiare per laurearsi campione, ma evidentemente i verdeoro hanno voglia di strafare. Vanno in vantaggio, ma si fanno riacciuffare e al minuto 79 Ghiggia ammutolisce lo stadio e un paese intero, pizzicando l’angolo al lato di Barbosa e realizzando un miracolo leggendario.

Da quel momento in poi, la storia ha un po’ cambiato spartito. Il periodo che va dal gol di Ghiggia al 1981 è fatto di delusioni. Crolla il mito del paese di calciatori, perché il ricambio generazionale colpisce fortissimo e l’Uruguay non riesce a rimanere in scia di Brasile e Argentina, che nel frattempo cominciano a imporsi a livello mondiale. Poi negli anni Ottanta arriva qualche gioia. La prima è il Mundialito, vinto con protagonista quel Victorino di cui, quando arriva a Cagliari, ci si chiederà se in Italia hanno spedito il fratello.

E ci vuole un re, anzi, un Principe per cambiare le cose. Enzo Francescoli è quanto di più vicino agli Scarone e agli Schiaffino che la Celeste riesca a produrre da trent’anni. Guiderà lui l’Uruguay a tre vittorie in Copa America (1983, 1987 e 1995), ma quella degli anni Novanta è l’unica luce in un periodo nero. La Celeste è assente ai mondiali del 1994 e del 1998, nel 2002 esce al primo turno e nel 2006 manca di nuovo la qualificazione, nonostante talenti come El Chino Recoba.

Il Rinascimento della Celeste

Serve qualcuno che torni a insegnare calcio e nessuno può farlo meglio di Oscar Tabarez. Il Maestro passa dalla scuola al pallone con la stessa facilità e, dopo una prima esperienza a Italia ’90, prende di nuovo le redini della nazionale. Che nel frattempo ha trovato una generazione magica. La garra e il talento tornano a convivere, con Godin e Forlan, Suarez e Cavani.

L'esultanza di Cavani e Suarez!

È il rinascimento Celeste, che si sublima in un mondiale 2010 storico. L’Uruguay perde in semifinale da sfavorita per le scommesse calcio contro l’Olanda, ma l’anno dopo vince la quindicesima Copa America, in casa dell’Argentina, superando l’Albiceleste per numero di competizioni continentali vinte.

E le nuove generazioni continuano a seguire la lezione delle generazioni passate e vincenti, sfornando talenti clamorosi per adattamento al calcio europeo (Bentancur e Darwin Nunez) e garra (Valverde). Non male per chi conta appena tre milioni di abitanti. Ma nel paese più calcistico del mondo, tutto è possibile.

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*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Eugenio Savio e Leo Correa. Prima pubblicazione 15 giugno 2020.

January 5, 2021

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Dopo quella di Petro Vierchowod, raccontiamo la storia di un altro Campione del Mondo... insospettabile! Per chi ha passato gran parte della sua carriera giocando da attaccante, 110 gol in oltre 600 partite non sembrano poi troppi. Ma i numeri, si sa, non sempre raccontano completamente una storia. In questo caso, non lo fa neanche la bacheca, nonostante quella di Daniele Massaro sia piena. Anzi, strapiena. Quattro scudetti, tre Supercoppe Italiane, due Coppe dei Campioni, tre Supercoppe Europee e due Coppe Intercontinentali con la maglia del Milan.

Più una vittoria e un secondo posto ai mondiali con l’azzurro delle nazionale. Ma cifre e trofei sono solo una parte della carriera di un calciatore che ha vissuto tantissime vite sportive. Uno che, per la sua capacità di trovarsi sempre al posto giusto e al momento giusto si è guadagnato un appellativo che è ormai leggenda: Provvidenza.

Forse pochi gol, ma quelli giusti, quelli capaci di sbloccare i match più complicati. Che poi, in fondo, Daniele Massaro non era mica un centravanti vero. Una volta, negli almanacchi, sarebbe finito sotto la voce “jolly”. Escludendo i guantoni da portiere e il numero uno, ha indossato qualsiasi numero di maglia e ha giocato in qualsiasi ruolo.

Centrocampista, trequartista, esterno, terzino, mediano, centravanti. L’importante era scendere in campo. E pazienza se ogni anno le formazioni base a inizio stagione dicevano altro, per Massaro un posto in campo si trovava sempre, fosse dal primo minuto o a partita in corso. E spesso e volentieri, la sua presenza in campo era presagio di eventi felici, anche per chi puntava sulla sua squadra nelle scommesse!

Che il Milan fosse nel suo destino era quasi logico, visto che l’uomo della Provvidenza nasce a Monza nel 1961. Proprio come Adriano Galliani, che non è ancora entrato nel mondo del calcio, ma a fine anni Settanta getta uno sguardo interessato a quel ragazzo che con la maglia biancorossa si fa notare in Serie B. Per Massaro con la squadra della sua città arrivano 60 presenze nella serie cadetta e 10 reti, in perfetta media con quella che sarà la tendenza generale della sua carriera.

Nel 1981 arriva l’occasione: Picchio De Sisti lo vuole alla Fiorentina, di cui diventerà un punto fermo. Con la Viola sfiora lo Scudetto alla sua prima stagione (1981/82) e si guadagna anche la chiamata in Nazionale, esordendo a Lipsia contro la Germania Est. Bearzot lo convoca per i mondiali in Spagna e, anche se non giocherà neanche un minuto, Massaro si laurea campione del mondo. Non male, per un ventunenne.

La chiamata più importante

A Firenze resta fino all’estate del 1986, quando squilla il telefono. Dall’altro capo della cornetta c’è Galliani, che ha una proposta irrinunciabile: Berlusconi ha acquistato il Milan e il dirigente vuole Massaro a Milanello. Una gioia per il venticinquenne, da sempre tifoso rossonero. Nella prima stagione a Milano regala al Diavolo la qualificazione in Coppa UEFA segnando la rete decisiva nello spareggio contro la Sampdoria. La Provvidenza comincia a dare i suoi frutti.

L’anno successivo arriva Sacchi, che lo apprezza parecchio per la duttilità e per capacità tattiche fuori dal comune. Massaro, in una rosa di campioni, è costantemente il primo cambio del tecnico di Fusignano nella cavalcata che porterà allo Scudetto vinto contro il Napoli di Maradona. Poi, nella stagione 1988/89, su richiesta di Liedholm, che l’ha già avuto in rossonero, va in prestito alla Roma, perdendosi la prima Coppa dei Campioni dell’era Berlusconi.

Poco di cui preoccuparsi, perché quando torna a Milanello, il destino ha in serbo per lui parecchie gioie. Nella stagione 1989/90 Massaro gioca quasi sempre da titolare, sfruttando l’infortunio di Gullit. È la sua seconda miglior stagione in carriera in termini realizzativi (15 gol in 48 partite) e l’esordio assoluto in Coppa Campioni coincide con il secondo trionfo consecutivo dei rossoneri, a cui contribuisce con 7 presenze e una doppietta ai finlandesi dell’HJK nei sedicesimi di finale.

Quando nel 1991 Sacchi lascia la panchina del Milan, per Massaro sembrano prospettarsi tempi duri. Ma anche il suo successore, Capello, non può fare a meno della mano (anzi, del piede) della Provvidenza. Tra 1991 e 1993 arrivano due scudetti consecutivi, giocando molto spesso da titolare, prima a fianco di Van Basten e poi, dopo i gravi guai fisici del Cigno di Utrecht, al suo posto. È il Milan degli Invincibili, una squadra cui in sulla carta il brianzolo dovrebbe fare spazio agli altri, ma in pratica la prima maglia che Capello assegna è quasi sempre la sua.

Un finale da applausi

Quella di Massaro sarebbe già una carriera straordinaria, ma è il finale che lascia assolutamente di stucco. All’inizio della stagione 1993/94, l’attaccante ha già compiuto 32 anni e dovrebbe essere in fase discendente. Ma Massaro ha ancora molto da dire e non lascerà che la carta di identità glielo impedisca. E quindi arrivano 47 presenze, il massimo in rosa assieme Donadoni e Costacurta, il titolo di miglior cannoniere della squadra con 16 reti e il terzo scudetto consecutivo.

Ma soprattutto, c’è la notte di Atene, quella in cui il Milan di Capello schianta il Dream Team, il Barcellona di Cruijff, vincendo la Champions League. E a sparigliare le carte c’è proprio Massaro, che nella partita più importante segna le prime due reti di un 4-0 davvero impronosticabile per le scommesse sportive che passa alla storia. La Provvidenza si è decisamente compiuta. E quindi, dopo un altro anno in rossonero, Massaro può andare a chiudere la carriera in Giappone, con la maglia degli Shimizu-Pulse.

Massaro con la maglia del Milan!

Resta però una non trascurabile appendice. In quel 1994 pazzesco, Massaro riceve una chiamata importante: Sacchi lo vuole in nazionale al mondiale negli USA, a otto anni dalla sua ultima partita in azzurro. Massaro parte per gli Stati Uniti, ben sapendo che avrà davanti a sé Baggio e Signori nel 4-4-2 del tecnico di Fusignano. Ma se c’è da cambiare il corso di una partita o, perché no, di un torneo, Sacchi lo sa, nessuno può farlo meglio di Massaro. Che infatti le gioca tutte, tranne la semifinale contro la Bulgaria.

Subentra sia contro l’Irlanda che con la Norvegia, poi nel match contro il Messico entra dopo l'intervallo e in tre minuti segna la rete azzurra nell’1-1 che regala all'Italia il passaggio del turno. Dopodiché gioca per intero il match contro la Nigeria, quello con la Spagna e la finalissima contro il Brasile. Dopo 120 minuti nel caldo di Pasadena, però, anche la Provvidenza può fallire. Il terzo rigore sbagliato, assieme a quelli di Baresi e Baggio, è il suo.

Ma a Daniele Massaro non si può certo rimproverare di aver deciso una partita, per quanto importante, in negativo. Anche perché il saldo, in carriera, è decisamente sbilanciato dall’altra parte…

*Le due immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo: la prima è stata scattata da Doug Mills.

 
June 14, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Inserito nella lista dei 100 giovani calciatori più promettenti del mondo del 2001 da Don Balon, talmente considerato una stella del futuro da diventare uno dei giocatori più forti in parecchi videogiochi dell’epoca, Matteo Brighi sembrava avere davvero tutto per contribuire alla storia del calcio italiano.

E in qualche maniera il centrocampista riminese l’ha fatta, anche se forse non come tutti si aspettavano. Ma in un mondo come quello del pallone, in cui ci vuole davvero poco a ritrovarsi fuori dal giro che conta, la costanza è una dote tanto quanto il talento innato.

E 405 presenze in 17 stagioni di Serie A, abbastanza per attestarsi al cinquantacinquesimo posto della classifica, a pari merito con Giorgio Ferrini, Diego Fuser e Beppe Savoldi, non sono esattamente roba da nulla. Con i numeri fissi, sarebbe stato uno di quegli "otto" tanti cari al nostro account Twitter!

Una vita, quella di Brighi, che non poteva essere che all’insegna del pallone. Secondogenito di quattro fratelli, che hanno tutti quanti fatto i calciatori, il giovane Matteo si mette in luce prima nella squadra della parrocchia e poi in quella della Polisportiva Stella San Giovanni. La chiamata del Rimini, a 15 anni, è la normale conseguenza della sua scalata.

Quando esordisce in prima squadra, Brighi si trova alle prese con il campionato di Serie C2. E se nella prima stagione viene impiegato da centrocampista centrale con velleità offensive, in quella successiva si trasforma in esterno destro, andando a segno addirittura sei volte. Ed è in quell’annata che lo nota la Juventus.

La Signora anticipa tutti e scommette su di lui, facendolo esordire in Serie A nella stagione 2000/01. A 19 anni, Brighi fa 12 presenze complessive nella Juventus, ma evidentemente ha bisogno di giocare e nella stagione successiva viene ceduto in prestito al Bologna, dove trova spazio da titolare, a volte arretrando un po’ il suo raggio di azione. Guidolin lo schiera da centrocampista centrale ma anche da mediano, anticipando quella che sarà la trasformazione tattica del calciatore romagnolo.

Pedina di scambio importante

Nell’estate 2002 torna alla Juventus: giusto il tempo di vincere la Supercoppa e di esordire in nazionale contro la Slovenia, che viene girato in comproprietà al Parma, nell’ambito dell’operazione Di Vaio. Nell’annata al Tardini esordisce in Coppa UEFA e realizza anche il suo primo gol in Serie A, contro il Torino. A fine stagione la comproprietà si risolve a favore della Juventus, ma nell’estate 2003 arriva l’ennesimo prestito, al Brescia. Dopo un inizio stagione in panchina, Brighi si conquista il posto e incamera altre 29 presenze in A.

Il suo legame con la Juventus termina ufficialmente nel 2004, quando viene ceduto alla Roma nell’operazione con cui Emerson si trasferisce in bianconero. I giallorossi, a loro volta, lo prestano al Chievo, da cui stanno acquistando Perrotta. A Verona Brighi trova finalmente una certa stabilità e una maturità tattica importante.

Da centrocampista offensivo a tuttocampista, capace di recuperare una quantità industriale di palloni e allo stesso tempo di essere letale sotto porta, con una capacità di inserimento tra le linee che ha pochi eguali in Italia. Al Chievo si trova talmente bene che il prestito viene rinnovato per ben due volte.

Come uomo chiave del centrocampo gialloblù accumula 89 presenze in campionato con nove reti e si toglie anche la soddisfazione di esordire in Champions League, quando i Mussi Volanti, a sorpresa per le scommesse Serie A , si ritrovano ai preliminari contro il Levski Sofia. Quell’anno, però, i veronesi retrocedono e Brighi torna a Roma. 

Terzo titolare in mezzo a Roma

Le quattro stagioni nella Capitale sono quelle più significative della sua carriera, sia per prestazioni che per risultati. In giallorosso vince una Supercoppa, una Coppa Italia e sfiora lo scudetto sia nel 2008 che nel 2010. Sia per Spalletti che per Ranieri è un’alternativa importante, il primo cambio della coppia De Rossi-Pizarro. Comprensibile, visto che per caratteristiche Brighi può sostituire egregiamente entrambi.

Con la Roma arriva anche il primo gol in Champions League in carriera. Anzi, la prima doppietta, perché sono due le reti che permettono ai giallorossi di battere il Cluj nell’edizione 2008/09. E sempre al periodo nella Capitale, nel 2009, risalgono le altre tre presenze in nazionale, con Lippi che lo schiera in due partite di qualificazione al mondiale 2010.

Nell’estate 2011, all’arrivo della nuova proprietà, la Roma lo manda di nuovo in prestito, stavolta all’Atalanta. L’esperienza in nerazzurro non è molto positiva, anche a causa di un infortunio al perone. Va meglio l’anno dopo al Torino. I granata lo prendono prima a titolo temporaneo e poi, nell’estate 2013, definitivamente, ma a metà di quella stessa stagione lo cedono al Sassuolo.

Brighi in contrasto con Ledesma!

In Emilia resta un anno e mezzo, contribuendo alla prima rocambolesca salvezza della squadra di Di Francesco e regalando buone prestazioni nell’annata successiva. Brighi sceglie la stessa regione anche nel 2015/16, ma cambiando squadra: a fargli firmare un contratto annuale è il Bologna, che lo riaccoglie dopo 14 anni. A fine stagione rimane svincolato e decide di scendere di categoria, accettando l’offerta del Perugia.

Dopo una stagione e mezza al Curi passa all’Empoli, giusto il tempo di ottenere la promozione da outsider per le scommesse calcio e la possibilità di un ultimo ballo in Serie A. La stagione 2018/19, quella conclusiva della sua carriera, termina con 10 presenze e un gol, il che gli permette di superare quota 400 presenze in A e di appendere gli scarpini al chiodo con un traguardo importante raggiunto.

L’azzurro, come spesso accade per chi passa gran parte della carriera senza quasi mai toccare le big, è l’unica delusione per Brighi. Che per quattro anni è pedina fondamentale dell’Under-21, arrivando in semifinale degli Europei 2002 e addirittura laureandosi campione d’Europa nel 2004 con De Rossi, Amelia, Gilardino, Barzagli e Zaccardo. Brighi però è uno dei calciatori tagliati da Gentile per Atene 2004, per le Olimpiadi si possono convocare solo 18 calciatori invece dei classici 22/23.

E, a differenza di molti compagni di Under, la nazionale maggiore la vedrà poche volte. Un peccato, forse anche una delusione per chi ha iniziato la carriera con le premesse del predestinato. Ma la storia del calcio italiano, in fondo, si può fare in tanti modi…

*Le due immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Carlo Baroncini e Massimo Pinca.

June 12, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

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Völler, Papin, Deschamps,  Bokšić, Desailly, Boghossian, Angloma, Abedi Pelé, Martin Vazquez, Dobrovol’skij, Stojković, Cauet, Francescoli. E poi ancora Tigana, Cantona, Barthez, Waddle, con in panchina Beckenbauer e Goethals. No, non è né un elenco di grandi campioni passati per la Serie A, né una lista di giocatori e tecnici importanti mai approdati nel nostro campionato.

Molto più semplicemente, sono le tante stelle che tra il 1986 e il 1994 hanno scritto la storia della Ligue 1 e del calcio europeo. Con due minimi comuni denominatori: l’Olympique Marseille e soprattutto Bernard Tapie, il presidente più controverso di sempre del calcio francese. Un dirigente capace di portare un club antico ma mai troppo vincente a diventare la prima e finora unica squadra francese a vincere la Champions League.

Uomo d’affari, politico, attore, cantante e presentatore TV. Difficile trovare una carriera che sia sfuggita a Tapie, specializzato nel salvataggio di aziende in difficoltà. Nel 1990 il transalpino acquista addirittura l’Adidas, per poi rischiare di finire in bancarotta nel 1994. Ma l'imprenditore parigino è già famosissimo nel mondo dello sport anche prima di diventare il proprietario del marchio con le tre strisce.

Nel 1983 Tapie fonda, infatti, la La Vie Claire, squadra di ciclismo che diventa subito celebre grazie alle vittorie di Hinault e LeMond. Nel 1986 il francese fa il grande passo e decide di acquistare il Marsiglia, da poco tornato nella massima serie. Quando Tapie diventa il numero uno al Velodrome, il club ha in bacheca cinque titoli di campione di Francia. Entro il 1994 ne conquisterà altrettanti, anche se uno verrà revocato… 

L’obiettivo della nuova società è abbastanza chiaro: vincere la Coppa dei Campioni.  Ma le prime stagioni non sono poi così positive per la squadra marsigliese. Non appena diventa presidente, Tapie rinforza la rosa con il difensore tedesco Förster, con la leggenda del calcio francese Giresse, ma soprattutto con Jean-Pierre Papin, che sarà protagonista assoluto negli anni a venire. In panchina c’è Michel Hidalgo, l’ex CT della Francia campione d’Europa nel 1984.

I grandi nomi però non portano il successo sperato: il Marsiglia arriva solo dodicesimo. Hidalgo lascia la panchina per diventare direttore sportivo. Al suo posto arriva Gérard Banide, con Abedi Pelè in attacco con Papin, ma la musica non cambia granché: sesto posto, accompagnato da una semifinale di Coppa delle Coppe. Per i primi successi bisogna attendere la stagione 1988/89. In panchina c’è Gérard Gili e il mercato è principesco: Di Meco, Sauzée, Cantona e Vercruysse.  Quanto basta per aggiudicarsi il campionato e la Coppa di Francia.

È la prima di quattro affermazioni consecutive per il Marsiglia, che in campionato è troppo forte per le avversarie, ma trova pane per i suoi denti in Europa. La stagione 1989/90, vede l’arrivo di Francescoli e di Waddle. L’attaccante del Tottenham è un pupillo del presidente Tapie, che si innamora delle movenze dell’inglese. La Ligue 1 non sfugge agli uomini di Gili, ma in Coppa dei Campioni arriva il primo boccone amaro. I transalpini perdono in semifinale contro il Benfica, che si qualifica, da outsider per le scommesse, alla finale di Vienna contro il Milan grazie ai gol in trasferta. 

L'annata del caos

Dovendo trovare una definizione alla stagione successiva, la definizione migliore è “l’annata del caos”. Al Velodrome si alternano tre tecnici e tra campo e società succede davvero di tutto. Il Marsiglia esce dall’estate di Italia ’90 con in più Dragan Stojković, talento della Jugoslavia. Ma soprattutto, a settembre Tapie sostituisce Gili con il CT campione del mondo Franz Beckenbauer, salvo poi essere costretto a chiamare il belga Goethals dopo appena tre mesi perché il Kaiser decide di andarsene per incompatibilità con il presidente.

Anche in questo caso la Ligue 1 viene messa in bacheca, mentre la Coppa dei Campioni sfugge di un niente. Ai quarti di finale il Marsiglia incontra il Milan di Sacchi e pareggia 1-1 a San Siro. Al ritorno, al minuto 87 e con i francesi avanti di un gol, i riflettori del Velodrome si spengono e il Milan decide di non tornare in campo. La UEFA assegna il 3-0 a tavolino ai transalpini, che il 29 maggio a Bari affrontano la Stella Rossa nella finalissima. Il match termina ai calci di rigore e a causa dell’errore di Amoros, Stojković è costretto a vedere i suoi ex compagni di squadra sollevare il trofeo…

Incredibile ma vero, l’anno dopo il Marsiglia, tra le favorite alla vittoria finale per le scommesse calcio arriva appena agli ottavi di finale in Coppa dei Campioni. L’eliminazione contro lo Sparta Praga costa il posto a Tomislav Ivić, che aveva sostituito Goethals nonostante gli ottimi risultati della stagione precedente. A prendere il posto del croato, però, è proprio il belga, che porta a casa il quarto titolo consecutivo e non può tentare di vincere anche la Coppa di Francia solo perché il titolo non viene assegnato dopo il crollo della tribuna nella semifinale tra Marsiglia e Bastia.

La Coppa e l'affair VA-OM

Il 1992/93 non inizia dunque sotto i migliori auspici, ma sarà la stagione della consacrazione. Papin va al Milan e Waddle torna in Inghilterra, ma arrivano Barthez, Desailly, Boksic e Völler. In panchina non c’è Goethals, ma anche stavolta il belga torna a guidare la squadra a stagione in corso, sostituendo Fernandez.

Il titolo francese è quasi una formalità, ma stavolta anche l’Europa sorride a Tapie e ai suoi. La prima edizione della Champions League viene infatti vinta proprio dal Marsiglia, che nella finalissima di Monaco di Baviera batte per 1-0 il Milan di Capello con rete di Boli. È il culmine di una dinastia, ma anche l’inizio della fine. Pochi mesi più tardi, l’OM diventa la prima squadra detentrice a non prendere parte alla Champions League successiva. 

Tapie con la Coppa

Scoppia infatti il celebre “Affair VA-OM”. Pochi giorni prima della finale contro il Milan, alcuni giocatori del Valenciennes rivelano l'esistenza di un tentativo di corruzione. La squadra dell’Alta Francia avrebbe dovuto far “riposare” il Marsiglia, lasciandosi battere senza opporre troppa resistenza per non far arrivare troppo stanchi i transalpini al match con i rossoneri.

La partita il Marsiglia la vince con gol di Boksic, per poi trionfare in Germania, ma il double costa caro al club. Quando vengono ritrovati 250mila franchi nel giardino di un giocatore del Valenciennes, la federazione francese revoca il titolo 1992/93 al Marsiglia, che viene escluso preventivamente anche dalla Champions League successiva, dalla Supercoppa Europea e dall’Intercontinentale.

Il verdetto definitivo arriva nel febbraio 1994: club retrocesso in Division 2 e Tapie squalificato a tempo indeterminato. Ma nel frattempo il presidente ha anche altro a cui pensare. Viene condannato al carcere per corruzione, deve vendere l’Adidas, iniziando una battaglia legale decennale con la Crédit Lyonnais e nel 1995 lascia anche il club.

Tornerà poi al Velodrome come direttore sportivo a inizio terzo millennio. Ma se si parla del “Marsiglia di Tapie”, il pensiero va agli anni tra il 1986 e il 1994: stagioni irripetibili, nel bene…e nel male.

*Le due immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Claude Paris e Luca Bruno.

June 11, 2020

Di Ermanno Pansa

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Quattro città, otto squadre, e un lutto da metabolizzare. A meno di tre mesi dall’esplosione del calcio scommesse, l’Italia si ritrovò a ospitare il primo Europeo. Era l’Estate del 1980, la Nazionale - essendo paese ospitante - si era qualificata di diritto alla fase finale dell’Europeo che per la prima volta vedeva la partecipazione di otto squadre. Gli uomini di Bearzot portavano in dote quel quarto posto conquistato al mondiale argentino che sapeva di buono.

Ma le cose erano cambiate repentinamente, il calcio era caduto in un abisso, aveva scoperto le debolezze dei suoi interpreti; pagarono in pochi, pagarono solo quelli che non avevano alle spalle presidenti in grado di comprare il silenzio dei due grandi accusatori.
L’evento fu accolto dagli sportivi italiani con scarso entusiasmo, la cicatrice del calcio scommesse era ben evidente, la diretta tv tolse al botteghino buona parte degli spettatori.

L'esordio ed il format

Quando si apre il sipario sull’Europeo, in campo ci sono le stesse squadre che quattro anni prima si sono contese il titolo; da una parte la Cecoslovacchia, campione d’Europa in carica, dall’altra la Germania Ovest che si presentava con rinnovate ambizioni.

La Cecoslovacchia conferma nella lista dei convocati diversi protagonisti del successo ottenuto 4 anni prima; ci sono Panenka, Nehoda e Gögh, la squadra è solida, ma non effervescente. Anche la Germania attraversa una fase di rinnovamento generazionale, ma presenta al centro dell’attacco Karl-Heinz Rummenigge, la stella internazionale del momento.

L’intelaiatura della squadra è rappresentata dal portiere Schumacher, dal terzino Briegel, dallo stopper Karl Heinz Förster, dal veterano Bonhof, da Hansi Müller, e dagli attaccanti Allofs e Hrubesch. Nella lista dei convocati ci sono anche Lothar Matthäus e Bernd Schuster: sono giovani, ma cresceranno.

Nello stesso raggruppamento ci sono anche Olanda e Grecia; gli Orange - dopo i fasti degli anni ’70 - vivono un periodo di restaurazione: Ruud Krol, Arie Haan e Johnny Rep - insieme ai gemelli Renè e Willy Van de Kerkhof - sono i reduci del mondiale argentino, perso in finale contro i padroni di casa.

La sfida d’esordio non regala emozioni: l’unico sussulto è rappresentato dal gol di Rummenigge che decide la partita a vantaggio dei tedeschi. La cerimonia d’apertura era stata scarna, la mascotte - un Pinocchio con il cappellino di carta e il naso tricolore - aveva animato il prologo di un evento che scivolerà via senza particolari entusiasmi.

Si gioca a Roma, Milano, Torino e Napoli, per un totale di 26 partite; 12 per ogni girone, più le due finali che assegnano i piazzamenti dal primo al quarto posto.

Il girone dell'Italia

L’Italia - collocata nell’altro girone con Spagna, Inghilterra e Belgio; gli iberici hanno affidato la guida tecnica all’ungherese Kubala: avrebbe a disposizione un buon organico con Arconada, Alexanco, Gordillo, Juanito e Santillana, ma alla resa dei conti, la squadra non gira.

L’Inghilterra è la solita Inghilterra: parte sempre con i favori del pronostico delle scommesse, ma alla fine vincono gli altri. La stella Kevin Keegan brilla di luce propria, Phil Neal, Ray Wilkins e Terry McDermott sono buoni interpreti, Glenn Hoddle è ancora un talento acerbo. La selezione fiamminga è una squadra equilibrata; difesa solida buon centrocampo e attacco pungente: il portiere Jean-Marie Pfaff ha atteggiamenti clauneschi ma sa essere efficace, la difesa è compatta, il centrocampo è raffinato, l’attacco si poggia sulle spalle di Ceulemans.

La Nazionale Italiana all’esordio ottiene un magro pareggio senza gol contro i modesti spagnoli. Per esultare è necessario attendere la seconda sfida del girone contro gli inglesi, risolta da un gol di Tardelli. Al Comunale di Torino ci sono 60 mila spettatori: sarà la partita con il maggior numero di presenze sugli spalti di tutto il torneo.

Gli entusiasmi vengono sopiti nell’ultima partita del girone; nelle prime due sfide, gli Azzurri hanno realizzato soltanto una rete, senza subirne alcuna: l’assenza di Rossi e Giordano per squalifica ha depotenziato la squadra di Bearzot che paga la scarsa efficienza sotto porta. Il Belgio - appaiato in classifica - ha anche la stessa differenza reti degli italiani: tre gol segnati e due subiti.

Ma il maggior numero di reti segnate, marca una differenza enorme dando ai nostri avversari la possibilità di giocare per due risultati su tre. L’Italia - per accedere alla finalissima - ha un’unica possibilità: vincere.

Nel Girone B - intanto - la Germania ha conquistato l’accesso alla finale, vincendo anche la seconda partita contro l’Olanda grazie a una tripletta di Allofs. Nell’ultima partita del raggruppamento, i tedeschi si permettono il lusso di lasciare un punto alla Grecia - fin lì sempre sconfitta - mentre il pareggio tra Cecoslovacchia e Olanda consolida il secondo posto dei cechi.

La gara decisiva

Il 18 giugno - all’Olimpico - l’Italia si gioca contro il Belgio l’accesso alla finale; solo 42 mila spettatori sugli spalti. Gli Azzurri giocano con il cuore, cadono ripetutamente nella trappola del fuorigioco, la mettono sul piano fisico, e soccombono; un paio di parate plateali dell’istrionico portiere Pfaff su Graziani e Causio salvano i belgi aprendo loro la strada per la finale.

L’Italia esce dal torneo da imbattuta, a testa alta. La squadra ha subito soltanto un gol in tre partite: Zoff, Gentile, Cabrini è una filastrocca che promette bene, le premesse - in vista dei Mondiali di Spagna - sono incoraggianti. Gli Azzurri a questo punto scendono in campo a Napoli contro la Cecoslovacchia per trovare un posto sul podio continentale. Un gran destro da venticinque metri di Jurkemink regala il vantaggio ai cechi, pareggia Graziani con un colpo di testa.

L'Italia in azione

Si va ai rigori; Causio, Altobelli, Beppe Baresi, Cabrini, Benetti: non sbaglia nessuno. L’ultimo rigore per i cechi lo calcia Antony Panenka, che nel 1976 ha deciso la finale degli Europei contro la Germania con uno scavetto beffardo ai danni di Seep Maier. Il gesto è stato eclatante e ha fatto il giro del mondo. Zoff lo sa, ma lo sa anche il ceco che cambia soluzione e infila la palla nell’angolo.

A questo punto si va a oltranza, e segnano ancora Graziani, Scirea e Tardelli. Ma anche i cechi sono infallibili. E si arriva al rigore numero 17; sul dischetto va Collovati, il portiere Netolicka si lancia verso la propria destra, intercetta il pallone che gli passa sotto al corpo e pian piano va verso la porta. Il portiere con un balzo riesce a recuperare la palla, ma soltanto dopo che la stessa ha oltrepassato la linea bianca.

Collovati alza timidamente le braccia, non è convinto che la palla sia entrata, ma soprattutto non conosce il complicato regolamento che stabilisce la conclusione dell’azione del rigore successiva alla parata del portiere nel momento in cui la palla rimbalza a terra. Ed effettivamente, tra la parata del portiere, e l’ingresso della palla in porta, la sfera è rimbalzata sul terreno di gioco.

 

La Cecoslovacchia resta così sul podio, l’Italia - com’era accaduto due anni prima in Argentina - alla delusione della mancata finalissima, aggiunge quella della sconfitta nella finale di consolazione. Il giorno successivo l’Europeo si chiude con la sfida tra Germania Ovest e Belgio per l’assegnazione del titolo, con i tedeschi favoriti per le scommesse calcio.

Il centravanti tedesco Hrubesch ruba la scena, e dopo aver segnato in avvio di partita, decide l’incontro a due minuti dal termine, dopo il momentaneo pareggio su rigore di Vandereycken. La Germania ride, l’Italia piange, ma è solo una questione di tempo: ci si rivede in Spagna, fra un paio di anni.

I festeggiamenti della Germania Ovest campione!
 

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo; la seconda e la terza sono state scattate da Carlo Fumagalli.

June 10, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

Simone Pieretti
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Prendete un giovane londinese che a 18 anni segna il suo primo gol in Premier League e avete già la nuova promessa del calcio inglese. Joe Cole è, con ogni probabilità, uno dei più grandi “What If” degli ultimi anni in Inghilterra. Nato a Londra nel 1981, il talentuoso trequartista si mette in mostra con la maglia del West Ham, esordendo in Premier all’età di 17 anni all’Old Trafford contro il Manchester United.

Il primo gol tra i professionisti è arrivato qualche mese dopo, appena maggiorenne, nel quarto turno di Coppa di Lega sul campo del Birmingham. Una rete tra l’altro pesantissima, trovata a un minuto dal termine per il definitivo 2-3 degli Hammers.

La stagione 1999/2000 è decisiva per Joe Cole, visto che il tecnico degli Hammers Harry Redknapp gli garantisce il posto da titolare ad appena diciotto anni per quasi tutta l’annata come esterno di destra nel 4-4-2 del West Ham. Dopo quattro stagioni da protagonista con la maglia degli Hammers, all’età di 22 anni il grande salto di qualità e il passaggio al nuovo Chelsea, presentato insieme ad un campione come Veron, di Roman Abramovich per circa 10 milioni di euro. 

Ad un passo dall'esplosione

Dopo la prima stagione d’ambientamento con sole tre reti messe a segno, l’arrivo di José Mourinho cambia radicalmente le prospettive di Joe Cole. Il tecnico portoghese crede molto nelle qualità del londinese, perfetto per la sua duttilità tattica nello scacchiere dello Special One. Trequartista o esterno, Joe Cole garantisce un alto rendimento specialmente nella seconda parte di stagione.

Dopo un infortunio che lo tiene ai box per circa due mesi, dall’inizio del 2005 l’ex West Ham trova la continuità e chiude la stagione con nove gol realizzati, sette dei quali da fine dicembre in poi. Sembra essere arrivato il suo momento, come dimostra anche la stagione 2005/06 quando per la prima volta Joe Cole supera i dieci gol stagionali.

Per gli amanti delle statistiche e delle scommesse con il Chelsea vince per la seconda volta la Premier League e vola in Germania per il Mondiale del 2006 come titolare inamovibile dell’Inghilterra di Sven Goran Eriksson.

Ala sinistra nel 4-4-2 del tecnico svedese, Joe Cole trova anche il primo gol, una rete straordinaria, ad un Mondiale nel pareggio per 2-2 contro la Svezia con cui gli inglesi blindano il primo posto nel gruppo B. La dolorosa eliminazione contro il Portogallo ai rigori spinge Eriksson a lasciare l’Inghilterra, ma sembra solo l’inizio per la carriera di Joe Cole in Nazionale. 

In una partita con la nazionale inglese!

I maledetti infortuni

In una squadra dall’enorme tasso tecnico come quel Chelsea, basta un minimo problema a cambiare le gerarchie. La stagione 2006/07 è il preludio alla seconda parte della carriera di Joe Cole. L’inglese infatti inizia l’annata con diversi problemi muscolari che lo portano a giocare solamente una gara da titolare in Premier nelle prime quattordici giornate.

Poi il crac, il primo grande infortunio che lo tiene ai box per oltre 4 mesi, prima del rientro in campo ad aprile per le ultime giornate di Premier.

Joe Cole però non molla e nella stagione 2007/08 torna ad essere protagonista e segna ancora una volta dieci gol in stagione, servendo anche otto assist ai compagni ed andando davvero ad un passo dal trionfo in Champions nella finale di Mosca, giocata da titolare, e contro i favori delle scommesse calcio , persa solo ai rigori con lo United.

La stagione 2008/09 segna, di fatto, la fine della carriera di Joe Cole. La rottura del crociato nel gennaio del 2009 lo tiene fuori dal campo per oltre 9 mesi, torna in campo la stagione successiva e dopo un’annata da due reti in Premier il Chelsea lo cede al Liverpool.

Nonostante la stagione negativa, Capello decide di convocarlo ugualmente per i Mondiali del 2010: in Sudafrica giocherà solamente 40 minuti ricoprendo un ruolo ben diverso all'interno della ros inglese rispetto a quello di quattro anni prima in Germania.

L’avventura col Liverpool inizia malissimo per i Reds, ma bene per Joe Cole che riesce a trovare spazio da titolare nei primi tre mesi anche se la squadra di Hodgson, colleziona solo dodici punti nelle prime dieci giornate. A novembre l’ennesimo infortunio che frena Joe Cole, un mese di stop per un problema muscolare prima di ulteriori problemi con il ginocchio che lo spingono a un lento, ma inesorabile declino.

Nella straordinaria, ma incompiuta, generazione di talenti inglesi nati nei primi anni Ottanta Joe Cole era pronto a diventare un protagonista assoluto. Il più grande “What If” del calcio inglese, quei due maledetti infortuni nel 2007 e nel 2009 che hanno tolto al Chelsea e alla nazionale un trequartista di enorme talento che nonostante la sfortuna ha chiuso la sua carriera con quasi 400 presenze in Premier e cinquanta partite, caps, con la maglia della nazionale inglese. 

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Kirsty Wigglesworth ed Hans Punz.

June 10, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

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Un quadriennio ricco di spettacolo ma che ha intasato ulteriormente i calendari europei. La formula adottata dalla UEFA dal 1999 al 2003 per la Champions League ha sicuramente garantito spettacolo, ma nel giro di qualche anno ha creato problemi difficilmente risolvibili. L’idea della UEFA prevedeva ben quattro partite in più rispetto all’attuale format della Champions League. Sicuramente più spettacolo, più match di alto livello, ma troppi impegni infrasettimanali per le squadre.

Per questo dopo l’edizione 2002-2003, dominata dalle squadre italiane con 3 semifinaliste e la finalissima di Manchester tra Milan e Juve, si è passati alla formula attualmente in vigore per la Champions League. 

L’inizio

La formula nasce nel 1999 per evitare la nascita di una Superlega, minacciata più volte dalle principali federazioni europee. Si passò dunque dalle 24 squadre partecipanti alla fase finali a 32, con la formazione di otto gironi da 4 squadre. Le prime due di ogni gruppo accedevano alla seconda fase a gironi, con le 16 squadre inserite in altri quattro raggruppamenti. Le prime due di ogni girone accedevano ai quarti di finale, una formula che dal 2003 è stata accantonata.

Dalle sei partite della seconda fase a gironi si è passati al doppio confronto degli ottavi di finale per stabilire le otto partecipanti ai quarti di finale.

Nel 1999/2000 i gruppi più equilibrati nella seconda fase furono senza dubbio il Gruppo C e il Gruppo D. Nel primo il Real Madrid campione dovette sudare la qualificazione, messa in discussione dalla Dinamo Kiev. Il pareggio di Roberto Carlos nella quinta giornata contro gli ucraini al Bernabeu e lo 0-1 sul campo del Rosenborg hanno permesso a Raul e compagni di qualificarsi al secondo posto dietro il Bayern.

Nel Gruppo D invece Lazio, Chelsea e Feyenoord si sono giocate la qualificazione, con i biancocelesti che, vincendo a Londra, hanno strappato il primato nel girone, unici italiani presenti alla fase di eliminazione diretta. Quest’edizione verrà ricordata per il dominio spagnolo, con Real, Valencia e Barcellona arrivate in semifinale e il successo netto dei Blancos, favoriti per le scommesse e quote Champions League contro il Valencia nella finale di Parigi. 

Il nuovo millennio

Nell’edizione 2000/2001 la seconda fase a gironi viene ricordata per il suicidio del Lione nell’ultima giornata del Gruppo C. I francesi, in casa del già eliminato Spartak Mosca, non sono andati oltre il pareggio mentre l’Arsenal veniva sconfitto in casa del Bayern Monaco, chiudendo così a pari punti. Lo scontro diretto ha premiato gli inglesi, eliminati poi ai quarti di finale dal Valencia.

La vera sorpresa però è stato il Gruppo B, nel quale Galatasaray e Deportivo La Coruna hanno eliminato le più accreditate Milan e PSG.

Quell’edizione si chiuderà con la seconda sconfitta consecutiva in finale del Valencia, questa volta ai rigori contro il Bayern Monaco a San Siro.

Più ricca di sorprese nell’ultima giornata è stata l’edizione 2001/2002, con due italiane protagoniste. La prima è la Roma, che dopo la quinta giornata era capolista nel Gruppo B davanti a Barcellona, Galatasaray e Liverpool. Nella giornata conclusiva ad Anfield però i giallorossi hanno perso 2-0, cedendo il primo posto al Barcellona e venendo eliminati proprio dai Reds per lo scontro diretto a favore degli inglesi.

L’altra italiana protagonista è stata la Juve, anche se i bianconeri sono arrivati al quarto posto del Gruppo D. Il successo a Torino per 1-0 nell’ultima giornata contro l’Arsenal ha eliminato di fatto i Gunners, che con una vittoria avrebbero invece raggiunto Deportivo e Leverkusen a quota dieci punti in classifica.

Un'immagine di Juventus - Arsenal!

Nella finale di Glasgow il Real ha ottenuto la nona vittoria della sua storia in finale contro i tedeschi del Bayer Leverkusen. 

L’edizione italiana

L’ultima versione della formula a “doppio girone” è quella del 2002/2003, con tre italiane in semifinale. Semplice e sul velluto il cammino del Milan nel secondo girone: i rossoneri hanno strappato il primo posto nel Gruppo C con una giornata d’anticipo davanti al Real.

L’Inter ha dovuto mettere al sicuro il secondo posto nel Gruppo A vincendo a Leverkusen nell’ultima giornata, tenendo a distanza di sicurezza il Newcastle. La Roma nell’ultima giornata aveva bisogno di un miracolo contro l’Ajax, l’uno a uno dell’Olimpico non è bastato ai giallorossi, mentre la Juve ha mantenuto il secondo posto nel Gruppo D, nonostante la sconfitta a sorpresa per le scommesse calcio a Basilea nell’ultima giornata.

Clamoroso fu il cammino nel Milan dai quarti di finale in poi, a cominciare dal gol al 90esimo di Tomasson decisivo per battere l’Ajax a San Siro. In semifinale il doppio Derby contro l’Inter deciso dal gol in "trasferta", prima della vittoria di Manchester ai calci di rigore contro la Juventus. 

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo, sono di Andrew Medichini e Massimo Pinca.

June 9, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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