Un salto indietro di oltre 20 anni, coi mezzi di comunicazione che oggi, azzerano tutte le barriere, comprese quelle del tempo, non è opera così complicata: siamo nel campionato di calcio italiano di Serie B, stagione ’94/’95 ed una delle realtà calcistiche con maggiore tradizione del Sud, il Cosenza, deve riuscire a mantenere la cadetteria partendo con una penalizzazione di 9 punti. Per farlo, sceglie l’unica via che gli è possibile in quella delicatissima situazione: un calcio fatto di idee, innovazione e talenti pressoché sconosciuti al grande pubblico, da valorizzare.

L’impresa, perché di tale si tratta, riesce ed, a renderla possibile, è un romagnolo che da poco ha superato la soglia dei quarant’anni, ma che già ha avuto modo di far parlare di sé fra gli addetti ai lavori, per una doppia promozione dalla D alla C1 alla guida del Baracca Lugo e per un’altra dalla C alla B col Venezia. Il suo nome è Alberto Zaccheroni, non ha un gran passato da calciatore, anzi non c’è l’ha per niente, ed il suo calcio ricalca fedelmente i concetti sacchiani, dalla zona all’integralismo per il 4-4-2.

LA SERIE A AD UDINE!

L’exploit in terra calabrese non passa inosservato e viene cavalcato dalla famiglia Pozzo, molti chilometri più a nord, in Friuli, che decide di affidare al mister, la conduzione dell’Udinese, nella massima serie. A maggio del ’96, praticamente un anno dopo la chiamata, i bianconeri di Zaccheroni, otterranno una salvezza tranquilla, giocando un calcio ordinato ed equilibrato, sempre di matrice sacchiana. La seconda stagione in Friuli, quella 1996-‘97 però, non inizia in maniera positiva e la squadra, fino alla primavera pecca di costanza, è altalenante nelle prestazioni e quindi, anche nei risultati.

Ad aprile l’Udinese è di scena sul campo della Juventus di Vieri e Zidane. Passano solo tre minuti e Genaux, terzino francese, ingenuamente, si fa espellere per proteste: logica vorrebbe che, fedele al 4-4-2, il tecnico romagnolo, inserisse un difensore, in luogo di uno dei due attaccanti, Amoroso o Bierhoff. Zaccheroni però, rompe il protocollo; richiama in panchina il centrocampista esterno Locatelli, lanciando nella mischia il ghanese Gargo, calciatore eclettico e polivalente che nella circostanza, si affianca in difesa a Pierini e Calori. La linea di centrocampo a 4 e soprattutto, le due punte, quindi, vengono mantenute.

Il calcio si sa, da sempre, ci racconta storie meravigliose nonché imprevedibili e questa, non fa eccezione: al “Delle Alpi”, al triplice fischio, il tabellino dice Juventus 0 Udinese 3. Dal turno successivo di campionato, i friulani, metteranno insieme sei vittorie e due pareggi nelle ultime otto gare, centrando il quinto posto che vale il piazzamento UEFA.

Tutto ciò, avviene dando seguito alla rivoluzione tattica generatosi a Torino: via il 4-4-2 e spazio al 3-4-3 che sarà anche per l’anno seguente il nuovo, inconfutabile marchio dell’Udinese di Alberto Zaccheroni, in un’epoca, quella della seconda metà degli anni ’90, in cui il sistema di gioco, più che i principi ed in concetti che lo caratterizzavano, era il vero parametro che definiva la filosofia calcistica di un allenatore e quindi della propria squadra.

Le idee tattiche legate alla difesa a 3 erano invece sostanzialmente due: quella “italiana” del Parma di Nevio Scala, con un 3-5-2 che in fase di non possesso diventava sistematicamente un 5-3-2 e, in ambito europeo la corrente catalano-olandese, da Cruyff all’Ajax di Van Gaal, che col i tre difensori, il centrocampo a 4 a rombo ed i tre attaccanti, ricercava un calcio più di dominio, di palleggio e soprattutto dinamico e non posizionale. In mezzo a queste due espressioni, si inserì appunto Zaccheroni, prendendo spunto da entrambe, ma creando un modello proprio.

LE INTUIZIONI TATTICHE

Anzitutto, Nel 3-4-3 dell’Udinese, la linea mediana era in linea e raramente i due “quarti” di centrocampo, Helveg e Sergio, poi Bachini, si abbassavano contemporaneamente sulla linea dei tre difensori per costituirne una a cinque: piuttosto, l’esterno di centrocampo lato palla, si alzava molto in alto a pressare il terzino avversario in possesso ed il compagno dalla parte opposta rimaneva più legato al terzetto difensivo, prestando attenzione al lato più lontano dalla palla.

La costruzione della manovra, inoltre, era molto diretta e verticale: spessissimo si assisteva a sequenze di gioco in cui la palla, attraverso dei passaggi verticali rischiosi ma precisi, arrivava per l’appunto dai difensori, direttamente fra i piedi degli esterni di attacco.

In queste posizione, si alternavano calciatori estremamente talentuosi come il già citato brasiliano Marcio Amoroso, il danese Jorgensen ed i nostrani Poggi e Locatelli che giocando a piede contrario e, venendo naturalmente ad agire all’interno del campo, immediatamente cercavano la rifinitura per l’attacco alla profondità del centravanti tedesco Bierhoff, un meccanismo di combinazioni ed opzioni per attaccare la linea difensiva avversaria e lo spazio alle sue spalle che oggi, possiamo vedere realizzato in maniera ancora più evoluta e raffinata, nell’Atalanta di Giampiero Gasperini

In un’idea offensiva orientata a trovare la porta avversaria nel più breve tempo possibile, assumevano pertanto un’importanza fondamentale per tenere corta e connessa la squadra, i due centrocampisti centrali, Rossitto e Giannichedda, poi Walem, sempre attenti a mantenere le proprie posizioni; il terzetto Bertotto-Calori-Pierini, alzava palla per andare a cercare in avanti,il petto o la testa del tedesco Bierhoff.

I due mediani infatti, nel 3-4-3 verticale di Zaccheroni erano sempre pronti a raccogliere sponde e palle sporche prodotte dai duelli del loro centravanti e soprattutto, erano costantemente proiettati a mordere le caviglie dei centrocampisti avversari che cercavano di riconquistare palle vaganti nella propria trequarti, evidenziando quindi, un concetto di riconquista palla immediata che oggi è caldeggiato e allenato nei dettagli, dai tecnici top di tutta Europa.

L’Udinese 3.0 del 1997/1998 di Alberto Zaccheroni, centrò il miglior piazzamento in Serie A nella storia del club friulano, un terzo posto che però, in quel momento storico del calcio, non valeva più di un nuovo piazzamento in Coppa UEFA.

Zac a Milanello!

Fu il passaporto, invece, per il tecnico per diventare il tecnico del Milan: evolvendo, nel corso della primavera ’99, il suo 3-4-3 in un più imprevedibile 3-4-1-2, Zac valorizza al massimo il talento di un artista del calcio come “Zorro” Boban e tocca il punto più alto della sua carriera, diventando Campione d’Italia.

*Il testo dell'articolo è stato curato da Luigi Miccio: le immagini, entrambe distribuite da AP Photo, sono, in ordine di pubblicazione, di Luca Bruno e Diego Petrussi.
 

April 14, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Nel 1992/93 la “vecchia” Coppa dei Campioni, dopo trentasette edizioni, lascia spazio alla Champions League: nuova formula, prestigio intatto. Ripercorriamo la storia delle straordinarie formazioni che hanno alzato la grande coppa da imbattute!

Olympique Marsiglia

Milan

Ajax

Manchester United

Barcellona

Olympique Marsiglia

Al primo colpo, i francesi dell’Olympique Marsiglia vincono il trofeo rimanendo imbattuti per l’intero percorso. Doppio successo con il Glentoran ai sedicesimi, pareggio esterno con la Dinamo Bucarest e vittoria casalinga per due a zero. A questo punto, restano otto formazioni divise in due gironi da quattro squadre, con sfide di andata e ritorno.

Le sei partite nelle quali sono impegnati i francesi, vedono altrettanti risultati positivi; due pareggi nel doppio confronto con i Glasgow Rangers, doppia vittoria contro il Bruges, un pareggio e una vittoria contro il CSKA Mosca. In finale c’è il Milan, che ha collezionato dieci vittorie in altrettante partite. Un gol del difensore Boli condanna la squadra di Capello.

Milan

Il riscatto rossonero è dietro l’angolo, dodici mesi dopo sono i milanisti a festeggiare. Anche qui, percorso netto. Anche qui, stessa formula: due turni (sedicesimi e ottavi di finale) a eliminazione diretta con gare di andata e ritorno, poi due gironi da quattro squadre per eleggere le due finaliste. Il Milan vince in trasferta contro gli elvetici dell’Arau grazie a un gol di Jean-Pierre Papin. Il ritorno, a San Siro, finisce zero a zero. Negli ottavi la squadra di Capello travolge il Copenhagen in trasferta: sei a zero, doppiette per Papin e Simone, in gol anche Brian Laudrup e Orlando. La sfida di ritorno è decisa da un gol di Papin.

Nel girone il Milan ottiene due vittorie e quattro pareggi: i rossoneri impattano con l’Anderlecht sia all’andata che al ritorno, vincono le partite casalinghe contro Porto e Werder Brema, pareggiando le sfide lontano da San Siro. La finale si gioca ad Atene, dall’altra parte c’è il Barcellona, il Dream Team allenato da Johan Cruijff. Non c’è storia, finisce quattro a zero per il Milan che trionfa in una notte leggendaria.

Ajax

Nella finale dell’anno successivo - 1994/95 - c’è ancora il Milan che in questa occasione deve piegarsi davanti all’Ajax di Van Gaal. I lancieri, oltre a portarsi a casa il trofeo per la quarta volta, restano imbattuti per l’intera edizione, un’impresa già riuscita nel 1971-72. Cambia nuovamente il format: il torneo prevede quattro gironi da quattro squadre. Ajax e Milan sono inserite nello stesso raggruppamento: gli olandesi ottengono un doppio pareggio contro il Salisburgo, battendo Milan e AEK Atene nelle altre quattro partite.

Nei quarti di finale un pareggio e una vittoria contro l’Hajduk Spalato, stesso esito nelle semifinali contro il Bayern Monaco. Kluivert decide la finale di Vienna a vantaggio dell’Ajax.

Manchester United

La finale più esaltante delle sessantaquattro fin qui disputate è sicuramente quella del 1999 tra Manchester United e Bayern Monaco: gli inglesi - sotto di un gol al novantesimo - ribaltano la sfida nei tre minuti di recupero, con le scommesse calcio impazzite! La cavalcata degli uomini di Alex Ferguson si chiude in maniera trionfale, così com’era iniziata e proseguita durante tutto l’arco della stagione. Le due finaliste sono nello stesso raggruppamento iniziale, le due sfide terminano in parità.

Il Manchester pareggia anche le due partite contro il Barcellona, mentre vince entrambi gli incontri con il Brondby. Nei quarti di finale gli inglesi eliminano l’Inter; successo per due a zero all’Old Trafford grazie alla doppietta di Yorke, a San Siro, gli inglesi pareggiano per uno a uno. C’è ancora un’italiana sulla strada dei Red Devils: il pareggio di Manchester per uno a uno con la Juventus lascia aperto il discorso qualificazione, a Torino una doppietta di Inzaghi illude i bianconeri, ma gli inglesi vincono in rimonta: Keane, Yorke e Cole.

Barcellona

I club spagnoli nella storia della competizione sono quelli che hanno conquistato il maggior numero di trofei, ma per vedere un percorso netto bisognerà attendere il 2006 quando il Barcellona allenato da Frank Rijkaard riesce nell’impresa di vincere senza perdere una partita. Nel girone eliminatorio, i catalani vincono cinque delle sei sfide contro Udinese, Werder Brema e Panathinaikos: gli unici a impattare contro i futuri campioni sono i greci.

Negli ottavi il Barça elimina gli inglesi del Chelsea vincendo a Londra e pareggiando al Camp Nou. L’avversario dei quarti è il Benfica: risultato a occhiali in Portogallo, nel ritorno vittoria del Barcellona grazie ai gol di Ronaldinho e Samuel Eto’o. In semifinale c’è il Milan: l’esito è indirizzato dall’unica rete segnata da Giuly nell’andata a San Siro. Il Barcellona arriva così in finale dove supera per due a uno l’Arsenal.

L’ultima formazione a vincere la Champions League da imbattuta è stata ancora  il Manchester United nell’edizione 2007/08: sulla panchina degli inglesi c’è ancora Alex Ferguson. Cinque vittorie e un pareggio nelle sei partite nel girone di qualificazione contro Roma, Sporting Lisbona e Dinamo Kiev. Negli ottavi di finale, il pareggio esterno contro il Lione non preclude la qualificazione che arriva nella sfida di ritorno grazie al gol di Cristiano Ronaldo. Il Manchester United supera agevolmente anche i quarti di finale ottenendo una doppia Vitoria contro la Roma.

La semifinale di andata contro il Barcellona termina a reti inviolate, in Inghilterra basta un gol di Scholes per regalare allo United la finalissima di Mosca. E’ una finale tutta inglese, contro il Chelsea. Cristiano Ronaldo sblocca il risultato, Lampard pareggia. AI supplementari il risultato non cambia. Si va ai rigori. Cristiano Ronaldo sbaglia, ma dopo di lui, Lampard e Anelka lo imitano, e alla fine è il Manchester United ad alzare la coppa.

Ricordiamo per le scommesse e quote Champions League che nell’edizione 2020, il Bayern Monaco ha vinto tutte le 7 partite alle quali ha partecipato, ed è l’unica formazione che potrebbe aggiungersi a quelle elencate nell’articolo.

*La foto di apertura dell'articolo è di Bernat Armangue (AP Photo). Prima pubblicazione, 13 aprile 2020.

August 20, 2020

Di Simone Pieretti

simone pieretti
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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

Simone Pieretti
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"La conferma è arrivata in questo istante: Careca gioca! E' stato colto da un attacco influenzale, febbrile, piuttosto violento durante la nottata: si è ripreso e, proprio un istante fa, è stata resa ufficiale la formazione del Napoli con Careca in squadra. Giocheranno dunque Giuliani, Ferrara, Franchini, Corradini, Alemão, Renica, Fusi, De Napoli, Careca, Maradona e Carnevale. 

Si gioca in un ambiente straordinario: settantamila spettatori presenti, io direi che almeno trentamila sono italiani che tifano Napoli. Stoccarda è stata letteralmente invasa dai tifosi napoletani...". 

I tempi che furono: le italiane (quai) imbattibili in Europa

Sono passati oltre trent'anni da quel trionfo del Napoli in coda alla Coppa Uefa più bella della storia. E, proprio in linea con le emozioni fornite da quella edizione, datata 1988-89, il discorso introduttivo alla finale di Stoccarda firmato Bruno Pizzul, lanciato da Giampiero Galeazzi e Leo Junior dagli studi di Saxa Rubra, resta a tutt'oggi il più maestoso, impeccabile, giornalisticamente e televisivamente perfetto.

Insomma, se l'edizione 2023/2024 con il derby nei quarti tra Milan e Roma vale praticamente la Champions, quella coppa, vinta dal Napoli di Diego è nella leggenda!

Erano gli anni in cui le squadre italiane dominavano in Europa e, nel giro di pochi giorni, si era andati vicinissimi all'en plein: se il Milan aveva demolito 4-0 la Steaua Bucarest in Coppa dei Campioni con le doppiette di Ruud Gullit e Marco van Basten, le reti di Julio Salinas e Luis María López Rekarte del Barcellona avevano spento il bel sogno della Sampdoria di Gianluca Viali, Roberto Mancini e Vujadin Boskov proprio all'ultimo atto.

Blucerchiati che si sarebbero poi ampiamente consolati l'anno successivo, sempre in Coppa Coppe (2-0 all'Anderlecht con doppietta di Vialli ai supplementari) e con l'incredibile Scudetto del 1991. 

La Coppa Uefa più seguita di sempre

Ma la Coppa Uefa del Napoli, si diceva, resta quella più spettacolare, nel cammino di un'edizione ricca di gol, partite spettacolari, sorprese forse irripetibili. Una, certamente, quella dei tedeschi orientali della Dinamo Dresda Torsten Gütschow, che agli ottavi avevano liquidato con due 2-0 la Roma, peraltro sotto una memorabile nevicata nel match di andata al Rudolf-Harbig-Stadion, quel mercoledì 23 novembre 1988.

Ma quello, si sa, fu l'anno dell'Inter dei record del calcio, che - oltre allo Scudetto - sarebbe arrivata in fondo anche in Europa, se non fosse per quella serata storta di San Siro agli ottavi contro il Bayern Monaco, sconfitto in Germania per 0-2 con quel coast to coast di Nicola Berti.

Al ritorno, il prematuro infortunio di Andreas Brehme, aprì la strada ai bavaresi per un clamoroso 3-1. Inter che, in semifinale, fu vendicata proprio dal Napoli di Ottavio Bianchi, giunto fino a quel punto dopo aver liquidato PAOK Salonicco, Lokomotive Lipsia, Bordeaux e Juventus.

Un doppio confronto fratricida spettacolare: il 2-0 per i bianconeri dell'andata, fu ribaltato al San Paolo, 3-0 ai tempi supplementari coi gol di Maradona (su rigore), Carnevale e Renica al 119', a un passo dai calci di rigore.
 

La memorabile partita di Stoccarda

Si arriva alla finalissima: 2-1 per il Napoli al San Paolo contro lo Stoccarda di bomber Maurizio Gaudino, figlio di immigrati campani e che spaventò il popolo partenopeo con un gol che porto in vantaggio i tedeschi al 17'. Maradona (su penalty causato da Buchwald e contestato dagli avversari) e Antonio Careca ribaltarono la situazione.

Al ritorno, a Stoccarda sede anche di UEFA Nations League per la Germania, il brasiliano, mise il punto esclamativo a una partita pirotecnica, con un pallonetto morbido sulla solita intuizione del Pibe de Oro, che aveva ispirato anche la girata vincente di Ciro Ferrara, arrivata dopo l'incursione vincente di uno scatenato Alemão.

Napoli avanti 3-1 al 62': la sfortunata autorete di Fernando De Napoli al 70' e il gol di Nils Schmäler all'89', valsero solo per gli annali.

Ancora negli occhi l'abbraccio, quasi da fratello maggiore, di Maradona a un Ferrara commosso e quella Coppa Uefa alzata al cielo di Stoccarda, l'unico trofeo internazionale che, ad oggi, brilla nella bacheca del Napoli.

*La foto di apertura dell'articolo è di Franco Castanò (AP Photo). Prima pubblicazione 12 aprile 2020.

March 15, 2024

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Macron? Il venticinquesimo presidente della Repubblica Francese ma…non solo. Per chi mastica di calcio, ma anche di sport in generale, Macron significa abbigliamento sportivo. E in un mercato dove a farla da padroni sono i big players, marchi americani (Nike) e tedeschi (Adidas e Puma), l’azienda nata nel 1971 a Bologna è decisamente un’eccellenza tutta tricolore. Che con una crescita costante è addirittura arrivata spesso e volentieri a soppiantare le ben più celebri concorrenti straniere. E pensare che tutto nasce da un semplice negozio di attrezzature per il baseball.

Dedichiamo questo spazio a Macron, non solo per le meravigliose intuizioni commerciali di riproporre la maglia bandiera e l'intero completo dello scudetto del 2000 nella sua ormai pluriennale fornitura alla Lazio, ma anche perché l'azienda ha annunciato che produrrà fino a maggio 40 milioni di mascherine per l'Italia. Perché l’eccellenza si vede anche da queste cose!!!

Sport minore in Italia, ma certamente non a Bologna, che ha una radicata tradizione quando si parla di mazze, guantoni e diamanti. E dunque nel 1971 la Macron comincia a distribuire in Italia materiale proveniente dagli Stati Uniti, per poi ampliarsi a metà degli anni Settanta e mettersi a produrre in proprio, sconfinando negli altri sport a stelle e strisce come football americano e basket, oltre che in discipline come il volley.

Il legame con le discipline in voga negli USA si conferma sia attraverso la distribuzione in Italia delle divise dei team professionistici che, a partire dagli anni Novanta, con la produzione in loco per conto della leggendaria Champion delle maglie delle squadre NBA.

I PRIMI PASSI CALCISTICI 

L’esordio nel calcio non può più attendere e arriva nel 1997 con la produzione di abbigliamento. Per il primo contratto di fornitura di un club bisogna aspettare il nuovo millennio, che però inizia col botto: la prima squadra targata Macron, e non potrebbe essere altrimenti, è il Bologna. È solo l’inizio di una espansione che al momento non sembra volersi fermare. Nel 2005 il marchio esce fuori dai confini italiani, vestendo lo Swansea, ma anche conquistando consensi negli USA e in Medio Oriente.

La prima big tricolore a vestire Macron è il Napoli e, bacheca alla mano, il periodo tra il 2009 e il 2015 coincide con le migliori prestazioni recenti degli azzurri: nei sei anni di fornitura il marchio Macron aiuta Mazzarri e Benitez a conquistare due coppe Italia e una supercoppa italiana, oltre a vedere il ritorno del Napoli in Champions League per la prima volta dai tempi di Maradona.

 

Nel frattempo la Macron trova anche il modo di prendersi un’importante fetta di mercato di uno sport tradizionalista come il rugby. La prima nazionale a vestire maglie dell’azienda bolognese gioca proprio con la palla ovale ed è la Scozia nel 2013. Due anni dopo si registra per la Macron anche un esordio iridato, visto che la Tartan Army partecipa ai mondiali che si tengono in Sudafrica. Dal 2017, poi, il marchio felsineo arriva la consacrazione casalinga: un contratto (con una base che si aggira sui 2 milioni di euro l’anno) per la fornitura delle maglie della nazionale italiana fino al 2025.


Anche le nuove frontiere della sponsorizzazione non sfuggono alla Macron, che si lancia anche nel business dei naming rights. Seguendo l’esempio della Reebok, che nel 1997 partecipa alla costruzione dello stadio del Bolton, nel 2014 la Macron sostituisce proprio l’azienda inglese sia per la fornitura delle maglie del club della Greater Manchester che nel nome dell’impianto, che per quattro stagioni si chiama Macron Stadium, prima di acquisire l’attuale denominazione di University of Bolton Stadium.

LA MACRON E LA UEFA

Il vero salto di qualità dell’azienda bolognese, però, arriva probabilmente attraverso una serie di accordi commerciali con le massime autorità del calcio Europeo. L’esordio nel mondo delle nazionali di calcio arriva, accompagnando l'Albania nella clamorosa qualificazione ad Euro 2016! Subito dopo, la UEFA si rivolge proprio alla Macron per il suo Top Executive Programme Kit Assistance Scheme, un accordo che prevede la fornitura ai membri UEFA delle nazioni più piccole del materiale tecnico delle nazionali maggiori, dell’Under-21 e degli arbitri dei campionati di prima categoria. Di conseguenza, ora indossano divise Macron anche Andorra, Armenia, Bielorussia, Cipro, Isole Faroer, Liechtenstein, Lussemburgo e San Marino. 

La soddisfazione della UEFA per la bontà del lavoro della Macron è resa evidente dall’ultimo accordo in ordine di tempo tra la federazione europea e l’azienda italiana, quella che vede per la prima volta nel 2019, addirittura a a stagione in corso, il marchio Macron sulle divise degli arbitri nelle coppe europee. Sia Skomina a Madrid che Rocchi a Baku vestono tricolore in occasione delle finali di Champions League e di Europa League 2018/19, così come Undiano Mallenco quando ha diretto la finalissima di Nations League tra Portogallo e Olanda.

Una bella soddisfazione, che fai il paio con la splendida annata del Verona e con la cavalcata spettacolare della Lazio, altro fiore all’occhiello del brand. Insomma, un’ascesa che sembra non avere fine per la Macron. Che nell’arco di cinquant’anni si è trasformata da negozio di provincia in esempio di livello mondiale delle capacità dell’imprenditoria italiana e che, in un momento così complicato per tutti ha anche deciso di dare una mano. 

Segui il calcio con 888sport!

*L'immagine è di Riccardo De Luca (AP Photo); prima pubblicazione dell'articolo, 11 aprile 2020.

 
November 24, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Valencia, casa Italia. L’arrivo, seppur per una manciata di mesi, nella squadra bianconera di Alessandro Florenzi, che va a rinforzare il contingente tricolore già rappresentato da Piccini, conferma, come già raccontato sul blog lo strettissimo rapporto tra i calciatori italiani e il club di casa al Mestalla.

Quanti italiani tra Real e Barcellona

Bobone protagonista all'Atletico

Maresca: che numeri!

Il Villareal tricolore

Ma, più in generale, la Liga è spesso stata meta di esperienze all’estero dei nostri giocatori, rappresentativi o meno. Vero, a Valencia c’è una vera e propria colonia, che di tanto in tanto aumenta di numero, ma anche molte altre squadre spagnole (e non soltanto le big) hanno puntato sul made in Italy con una certa frequenza.

Quanti italiani tra Real e Barcellona

Il Real Madrid ha chiamato, oltre Carletto Ancelotti, sulla sua panchina per ben due volte Fabio Capello, che in entrambi i casi ha portato con sé calciatori italiani. Il primo blanco… tricolore è Christian Panucci, che il Real acquista nella sessione di mercato di gennaio 1997. Il tecnico di Pieris lascia in estate dopo aver vinto la Liga, mentre il difensore resta fino al 1999, aggiungendo in bacheca un’altra Champions League dopo quelle già vinte con la maglia del Milan.

Panucci, esterno basso affidabile!

Nel 2006 i trasferimenti di italiani sono due. Il primo è precedente all’arrivo di Capello, perché Cassano si accasa al Bernabeu nel gennaio 2006. Ma a luglio, dopo lo scandalo Calciopoli, si ritrova di nuovo a lavorare con il friulano, già suo tecnico ai tempi della Roma, e con lui, al centro della difesa, arriva il campione del mondo e futuro Pallone d’Oro Fabio Cannavaro. Cassano torna presto in Italia, nel luglio 2007, con in bacheca una Liga. Va meglio al capitano degli azzurri, che resta fino al 2009 e vince due campionati e una Supercoppa.

Anche a Barcellona però non si sono fatti mancare qualche italiano. Si comincia nel 2003 e il primo a vestire la maglia blaugrana è Francesco Coco. Il terzino sinistro arriva dal Milan, resta una stagione e poi…finisce all’Inter. Sempre un ex rossonero è il secondo della lista: dopo una carriera stellare con il Diavolo, nel 2005 Demetrio Albertini si toglie lo sfizio di essere protagonista anche al Camp Nou, vincendo la Liga nella sua ultima stagione in carriera.

E nel 2006, fresco di titolo iridato, tocca a Gianluca Zambrotta volare in Catalogna. Per il protagonista delle notti tedesche, due stagioni in blaugrana e poi il ritorno in Italia. Neanche a dirlo…al Milan!

Bobone protagonista all'Atletico

Terza grande di Spagna ma tra le prime quando si tratta di italiani e di bomber leggendari è l’Atletico Madrid. Che nel 1997 fa il colpo a effetto e acquista dalla Juventus un certo Bobo Vieri. Una stagione al vecchio Calderon basta e avanza: 24 gol in altrettante partite, titolo di Pichichi e ritorno in Serie A, a suon di miliardi di lire, alla Lazio.

L’anno dopo tocca a Michele Serena, ma l’esperienza del difensore dura dodici mesi ed è sfortunata perché termina con la retrocessione.

Nel 2002 c’è la prima esperienza spagnola di Albertini, che resta una stagione, così come quelle di Abbiati, in prestito tra 2007 e 2008. E poi c’è Cerci, che arriva con la fanfara nel 2014 ma non si ambienta, torna in Italia in prestito, poi di nuovo a Madrid prima di essere ceduto al Verona.

Abbiati portiere dell'Atletico!

Maresca: che numeri!

Sono parecchi gli italiani protagonisti a Siviglia, un’altra piazza molto amata dai calciatori tricolori. Chi lascia certamente il segno è Enzo Maresca, che arriva nel 2005 e lascia nel 2009, mettendo in bacheca ben due Europa League consecutive.

Maresca in pressione su Messi!

Non sono così fortunati due portieri. De Sanctis fa il numero 12 nella stagione 2007/08, mentre Sirigu tenta l’avventura spagnola nella stagione 2016/17. Per entrambi poche gioie, così come per Ciro Immobile, che cerca senza successo di reinventarsi in Spagna nel 2015 dopo l’esperienza fallimentare al Borussia Dortmund. Anche al Sanchez Pizjuan non gli va benissimo, così come a Cigarini e Andreolli, entrambi passati a Siviglia in prestito e subito dimenticati.

Il Villareal tricolore

Altra meta molto gettonata (sarà per la vicinanza a Valencia) è Villarreal. Pensando agli italiani con la maglia del Submarino Amarillo viene subito in mente Giuseppe Rossi, primatista del club per gol nelle coppe europee. Per Pepito sei anni all’Estadio della Ceramica, tra molti gol (82 in tutte le competizioni) e due gravissimi infortuni.

Protagonista col Villarreal anche Daniele Bonera, che gioca quattro anni in giallo. Il primo italiano del club però resta Alessio Tacchinardi, che dopo aver lasciato la Juventus gioca due anni in Spagna. Più recenti le avventure di Sansone e Soriano, che hanno poi entrambi salutato il club valenciano per accasarsi al Bologna.

Il bomber Giuseppe Rossi!


E le altre squadre? Il Malaga è andato sull’usato sicuro prendendo Maresca dopo l’esperienza a Siviglia, l’Espanyol ha potuto schierare il campione d’Europa Moreno Torricelli. Il Levante cala il pokerissimo con Tommasi, Riganò, StorariAcquafresca e un più recente Pazzini.

Qualcuno ha optato per le isole, come Aquilani, che sceglie il Las Palmas, o Iuliano e Doni, che a fine carriera hanno giocato a Maiorca. E poi c’è una scelta romantica, quella di Stefano Sorrentino, che nel 2007 si accasa al Recreativo Huelva, la squadra più antica di Spagna, la porta alla salvezza e poi…va a fare miracoli al Chievo. Insomma, si scrive Liga, ma spesso…si legge Serie A.

Segui le scommesse de La Liga con 888sport!

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 10 aprile 2020.

 
October 19, 2021

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Se pensiamo ad un tecnico che nel nostro calcio, si è rivelato capace di offrire un impulso reale, innovativo, sotto il profilo tattico, a tifosi, appassionati ed addetti ai lavori, non possiamo esimerci dal menzionare Luciano Spalletti ed il suo sistema di gioco 4-2-3-1, riformulato al Maradona con un centrocampista in più!

 

DUE MODULI IN UNO

LA DIFESA A TRE E MEZZO

TRA ICARDI ED OSIMHEN

Nell’ormai lontano campionato di Serie A 2005/2006, a metà stagione, la Roma, falcidiata dagli infortuni, veleggia a metà classifica, attesa dalla complicata trasferta di Genova contro la Sampdoria. Il tecnico toscano accantona il 4-4-2, tra intuito ed emergenza, propone un 4-2-3-1 pieno di centrocampisti e con Totti centravanti.

Spalletti con il Napoli
I giallorossi pareggeranno ma daranno spettacolo: è la sera in cui nasce ufficialmente “la Roma di Spalletti”, quella in cui, da lì a poco, si esalteranno il Perrotta trequartista, i brasiliani Mancini e Taddei da esterni offensivi, De Rossi e Pizarro da mediani. In difesa, davanti al portiere Doni, l’esperienza di Panucci e la fisicità ed il senso tattico della coppia centrale Chivu - Mexes, garantiranno affidabilità e personalità.

Finora, ci siamo limitati a fare cronaca, addentriamoci ora nella questione più puramente tattica; perché sul campo l’impatto di quella Roma, fu così disarmante?

Giornali, siti web, analisi tattiche di professionisti e non, sono tutti unanimi nel riconoscere che il vero punto di forza di quell’impianto di gioco fu l’esaltazione del principio offensivo dell’imprevedibilità dei singoli: Totti interpretava il ruolo di centravanti in maniera totale, non offriva mai riferimenti agli avversari e piuttosto che attaccare la profondità, veniva a ricevere palla in tutte le zone della trequarti per permettere a Perrotta, Mancini e Taddei di arrivare, con corse lunghe di attacco alla profondità, alla conclusione.

Questo può sembrare banale, ma c’è dell’altro. 

DUE MODULI IN UNO

Quel 4-2-3-1, che negli anni a seguire, fino al 2009, si mostrò in tutto il suo splendore, fino a condurre i giallorossi alla vittoria di coppe nazionali ed a sfiorare lo scudetto, si caratterizzava per essere in anticipo sull’evoluzione tattica collettiva del gioco, nella messa in azione di alcuni principi tattici, oggi ritenuti essenziali: in primis il sistema di Spalletti risultava dinamico ed in grado di sdoppiarsi. In fase difensiva infatti, le linee di gioco restavano quattro, ma i due esterni offensivi, ripiegavano sulla stessa linea dei due mediani, dando vita ad un 4-4-1-1 corto e stretto difficilmente penetrabile.

Non solo: nel 4-2-3-1 di Luciano Spalletti i due difensori centrali abitualmente entravano palla al piede a puntare la linea di centrocampo avversaria, alla ricerca della verticalizzazione alle spalle dei centrocampisti avversari e quando uno di questi saliva palla al piede o, era fuori posizione, uno dei due mediani, De Rossi, si mostrava subito pronto a prendere il suo posto per riformare la linea a 4. Altro concetto fondante di quel 4-2-3-1 era l’alternanza e il riconoscimento collettivo di un mantenimento palla prolungato, qualora non ci fossero tempi, spazi e smarcamenti in avanti.

A condurre questa fase, imperversava David Pizarro. In fase offensiva, altro aspetto che vale la pena menzionare e che caratterizzò non poco quel sistema, era l’attacco delle vie di mezzo, cioè dello spazio alle spalle della linea di centrocampo avversaria; se Perrotta e Totti, come risaputo, si alternavano verticalmente senza dare riferimenti, altrettanta differenziazione si notava nello scaglionamento offensivo dei due attaccanti esterni: il brasiliano Mancini giocava infatti più dentro al campo, più stretto, mentre a destra, l’altro carioca, Taddei, si muoveva più lungo la linea laterale. 

Spalletti a Trigoria!

Altro concetto dominante erano le transizioni offensive, le ripartenze, realizzate attraverso l’organizzazione di attacchi preventivi raffinati: quando si difendeva infatti, Totti non rientrava mai sotto la linea della palla nella propria metà campo, restava sempre sopra e non certo, come dice qualcuno ancora oggi, per pigrizia, ma bensì per rappresentare il porto sicuro su cui in particolare De Rossi, Pizarro e Chivu si appoggiavano per ripartire dando tempo a calciatori di grande gamba e capacità organiche come Perrotta, Taddei e Mancini di attaccare la porta avversaria con molto campo a disposizione. 

Negli anni a seguire, quella Roma, come detto, cambiò alcuni calciatori, ma mai i principi  tattici e neanche l’ossatura di base: Doni, Panucci, Mexes, De Rossi, Mancini, Perrotta, Totti, Taddei, Pizarro, furono i riferimenti di un sistema di gioco impostato su concetti tattici avveniristici e che oggi sono considerati “normali” ma che in realtà, più di dieci anni fa, fecero scuola: attacco preventivo, differenziazione delle diverse fasi del possesso palla, attacco delle vie di mezzo, imprevedibilità e assenza di posizioni fisse.

LA DIFESA A TRE E MEZZO

Spalletti ed il suo 4-2-3-1 raccolsero consensi anche all’estero, vedi la vincente esperienza in Russia alla guida del favorito per 888sport  Zenit San Pietroburgo, prima del ritorno a Roma, nel gennaio 2016, quando il tecnico toscano ripropose un 4-2-3-1 ancora più raffinato ed evoluto, con una finta difesa a 4, costituita in realtà da tre difensori centrali, di cui uno, Rudiger, partendo da esterno destro, dinamicamente, una volta trovata la prima uscita nella fase di possesso, veniva a stringersi accanto a compagni Manolas e Fazio, per liberare, attraverso un perfetto meccanismo di difesa e copertura preventiva, le qualità tecniche di spinta di Emerson Palmieri, sulla catena di sinistra. 

In quel 4-2-3-1 giallorosso bis, però, alcuni temi di gioco rimasero intatti; il trequartista era sempre un giocatore di grande forza fisica e corsa, con notevoli tempi inserimento e nel pressing, non più Perrotta ma Nainggolan; l’attaccante centrale, sempre abile nel giocare spalle alla porta e nel rifinire l’ azione era Dzeko, che in tal senso, non era e non è certo paragonabile al Totti migliore, ma aveva ed ha grande qualità.

TRA ICARDI ED OSIMHEN

Gli esterni offensivi, nuovamente uno velocista e disarmante in campo aperto, stavolta Salah e non più Mancini, l’altro più abile a giocare tra le linee, in questo caso El Shaarawy. A gestire il possesso alternando mantenimento e verticalizzazioni, non più il cileno Pizarro, ma un De Rossi nel pieno della maturità.

Victor Osimhen

Nel biennio interista, prima di trovarsi a lavorare a Napoli con Osimhen, nonostante il doppio piazzamento Champions al rush finale per le scommesse calcio, i concetti che hanno caratterizzato non solo l’efficacia ma anche l’appagamento estetico che appassionati ed addetti ai lavori hanno sempre trovato nel 4-2-3-1 di Spalletti, non sono emersi come nelle esperienze giallorosse, probabilmente a causa di un parco giocatori a disposizione, con caratteristiche diverse da quelli delle esperienze romaniste.

Sicuramente i nerazzurri erano più fisici, meno dinamici, sia strutturalmente che di pensiero: basterebbe paragonare Vecino a De Rossi, Gagliardini a Pizarro, Icardi a Dzeko, Perisic a Salah, , per capire quanto i singoli determinino le scelte dei principi di gioco degli allenatori al fine di renderli insieme, il più efficaci possibili.

In ogni caso, è fuori dubbio che il 4-2-3-1 di Spalletti, sia stata una vera perla nell’evoluzione tattica collettiva del calcio italiano!

*Il testo dell'articolo è stato curato da Luigi Miccio; le foto sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 9 aprile 2000.

October 25, 2021

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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La Federazione Bielorussia è attualmente al 27° posto del Ranking UEFA. Cerchiamo di inquadrare il livello del campionato locale e della nazionale, ed andiamo a scoprire tutti i segreti del calcio di Minsk, l’unico in Europa dove il pallone continua a rotolare.

LA NAZIONALE

Nelle qualificazione ai campionati europei, la Bielorussia è stata inserita nel gruppo C, con, in ordine di piazzamento finale, Germania, Olanda, Irlanda del Nord e, all'ultimo posto dopo la nazionale vestita dall'azienda italia Macron, l’Estonia. In otto gare di qualificazione, la Nazionale di Minsk ha ottenuto 4 punti, vincendo solo in Estonia.

Attenzione, i ragazzi di Mikhail Markhel avevano sicuramente la possibilità di far meglio, come testimonia la vittoria nel loro gruppo di quarta fascia nella prima Nations League della storia e la relativa promozione in League C!
Il successo nel gruppo di Nations sul Lussemburgo, nonostante i pessimi risultati del girone di qualificazione a Euro 2020, consentirà ai rossi di giocarsi l’accesso agli europei itineranti negli spareggi con Georgia, Macedonia e Kosovo!

Un'immagine di Germania - Bielorussia

La Bielorussia con l'Italia ha quattro precedenti: due pareggi e due vittorie per gli Azzurri. Di ottimo auspicio fu il 4-3 firmato da Totti, De Rossi e Gilardino a Parma nel settembre 2004, nella quarta partita di qualificazione di quello che sarebbe stato il nostro quarto Mondiale vinto!

Il giocatore simbolo della Bielorussa è stato naturalmente Aljaksandr Hleb, centrocampista con il vizio del gol dell’Arsenal di Wenger, con un passaggio anche al Barcellona! A prosposito di Hleb e di Arsenal, il fratello di Aljaksandr, l’attaccante classe 1983 Vyacheslav Hleb (ex Amburgo), gioca ancora in Pershaya Liga (Serie B) all’Arsenal... Dzyarzhynsk!!!

IL FORMAT

La serie A bielorussa, la Vyscha Liga, si gioca da fine marzo a dicembre. Vi partecipano 16 squadre che, con un sistema di girone all'italiana, si affrontano due volte per un totale di 30 partite di campionato. La prima in classifica, nel 2019 la Dinamo Brest e nel 2018 il BATE Borisov, conquista il titolo ed accede al primo turno dei preliminari di Champions League nell’urna delle squadre che hanno vinto il proprio campionato. La seconda e la terza, invece, rispettivamente al secondo ed al primo turno dei preliminari di Europa League.

Retrocedono nella serie B locale, la Pershaya Liga, l'ultima e la penultima al termine delle trenta giornate, mentra la terz'ultima, nel 2019, la Dnyapro Mogilev spareggia in gara di andata e ritorno con la terza classificata della serie B, in un sistema che ricalca quello di promozioni e retrocessioni del calcio tedesco.

LA VYSCHA LIGA 2020

Favorite per la vittoria finale in campionato nelle quote della Bielorussia le ultime due squadre campioni: il BATE @ 2.30 e la Dinamo Brest @3. In particolare il BATE, dal 2006 al 2018 ha vinto ben tredici campionati consecutivi!

Primo successo per la Dinamo Brest, invece, nell'ultima edizione del la Vyscha con ben 5 punti di vantaggio proprio sul BATE: ricordiamo che nella Dinamo Brest, squadra tanto cara a Diego Armando Maradona, gioca sulla trequarti il calciatore più talentuoso del campionato Mikhail Gordejchuk; la Dinamo, tra l'altro, è già sicura di un posto per i preliminari della prossima Champions ed ha allestito la rosa anche in funzione di questo prestigioso impegno internazionale!

Lo Shakhter Soligorsk del giovane e talentuoso attaccante, classe 1998 Vitali Lisakovich e dell’ex Virtus Entella Azdren Llullaku (attaccante albanese cresciuto in Italia, a Treviso) è il terzo favorito @4. Possibile, clamorosa sorpresa è l'Energetik BGU: la squadra di Minsk, da appena dodici mesi nella prima divisione bielorussa, è partita come un rullo, anche grazie alle prestazione del funambolico Jasur Yakhshiboev, attaccante della nazionale uzbeka, acquistato il 2 marzo 2020 dalla Pakhtakor, la Juventus locale.

Per ogni partita del campionato bielorusso, 888sport.it pubblicherà oltre 90 opzioni di quota: dall'esito finale, al totale gol, dal risultato esatto ai parziali/finali. Tutte le gare, inoltre, saranno seguite, contrasto dopo contrasto dalle quote live!

LE COPPE EUROPEE

Il BATE Borisov, nella Champions 2019/2020 ha superato i campioni polacchi del Piast Gliwice nel primo turno preliminare, per poi arrendersi al Rosenborg nella partita di ritorno del secondo turno. Per il meccanismo complesso delle coppe europee, il BATE è così retrocesso al terzo turno dei preliminari di Europa League, vincendo prima con il Sarajevo e uscendo poi in modo piuttosto netto con i quotati avversari kazaki dell’Astana. 

Anche le altre due squadre bielorusse che avevano acquisito il diritto di partecipare alla fase di qualificazione non hanno avuto miglior fortuna: lo Shakhter Soligorsk ha preso 5 gol a Torino da Belotti e dai difensori granata in vena realizzativa, mentre il FK Vitebsk è stato eliminato addirittura al primo turno dai finlandesi del KuPS.

LA COPPA NAZIONALE

In Bielorussia si disputa anche la coppa nazionale, la c.d. Kubok. Il torneo ha 4 turni prima della finalissima. Si inizia con il primo turno con dodici squadre in gara unica: le sei qualificate raggiungono le dieci della Vyscha Liga che partono direttamente dal secondo turno. Le partite del terzo turno, i quarti di finale, si giocano al meglio dei 180 minuti; anche le semifinali si disputano con gare di andata e ritorno. La vincente della Kubok, nel 2019 lo Shakhter Soligorsk sfida i campioni di Bielorussia nella Supercoppa di Minsk!

Segui tutto il calcio bielorusso con le scommesse calcio di 888sport!

 

I tifosi della Torpedo Zhodino!

 

*Le foto dell'articolo, tutte distribuite dall'agenzia AP Photo sono state scattate, nell'ordine di pubblicazione da Sergei Grits, Martin Meissner ed ancora da Sergei Grits. 

 
April 9, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Tra le statistiche che ci tengono compagnia in questo periodo senza calcio, una delle più interessanti riguarda quello stakanovista indefesso che risponde al nome di Francesco Acerbi. Il sito The Korner – che di statistiche è specializzato - ha calcolato che dal 2015 a oggi, il difensore della Lazio e della Nazionale ha giocato addirittura il 95,8% dei minuti in Serie A!

Uno score spaventoso, da vero highlander: neanche i portieri ormai riescono a disputare così tante partite. Si tratta di 5 campionati, ma Acerbi non si è quasi mai fermato neanche nelle Coppe, prima con il Sassuolo e poi con la Lazio. E infatti ha “rischiato” di battere il mitico record di Javier Zanetti, storico capitano interista: 162 partite consecutive in tutte le competizioni con il proprio club. Acerbi è arrivato a 149 gare, un numero comunque impressionante: di queste, 126 in Serie A.

Quando fu espulso dall’arbitro Rocchi a Napoli, tra l’altro ingiustamente (doppia ammonizione, ma nel secondo intervento aveva colpito la palla), nella sfida del 20 gennaio 2019, per il difensore lombardo fu uno shock. Aveva fatto di tutto per centrare l’obiettivo, giocando spesso in condizioni precarie e anche partite ininfluenti di Europa League. Simone Inzaghi ha sempre rispettato questo suo desiderio, d’altronde Acerbi è pedina fondamentale per la Lazio che non è più solo una outsider per lo scudetto, per le scommesse e quote Serie A. Sia che giochi nel suo ruolo naturale, al centro, oppure da stopper di sinistra, dove si diverte perfino di più perché libero di avanzare.

Appena arrivato, nell’estate 2018 (fa impressione, ora, pensare che non ci fosse nessuno ad accoglierlo alla Stazione Termini, era solo con il suo zainetto…), si è subito inserito nello spogliatoio e negli schemi della squadra biancoceleste, diventando il leader della difesa a 3. Quest’anno, oltre a quello di carambola nel derby, ha anche segnato un gol straordinario, con un siluro quasi da metà campo, contro il Torino all’Olimpico.

Inevitabilmente, visto il suo rendimento, a 30 anni suonati (ora ne ha 32, compiuti a febbraio) è tornato in azzurro e ha tolto il posto a Romagnoli, sorprendendo con prestazioni di altissimo livello il ct Mancini.

LA TRASFORMAZIONE

La sua scommessa con il calcio, cioè esserci sempre, è partita dopo la vittoria più importante, contro il tumore al testicolo che gli fu diagnosticato nel 2013. “La malattia mi ha salvato”, ha dichiarato recentemente, con riferimento alla vita non proprio da atleta che conduceva prima della tremenda esperienza. È stato il punto di svolta: alla fine di quel percorso complicato, è nata una persona diversa, un calciatore nuovo. Il calcio è diventato il centro della sua vita, ha iniziato a curare fisico e alimentazione come non aveva mai fatto.

Si cucina da solo – è abbastanza bravo - nella sua casa romana: “Mangio sano e lineare”, ha raccontato a Repubblica. Un menù in cui alterna riso e pasta, poi bresaola, carne, tonno e verdure, patate lesse, uvetta e noci, difficile che sgarri. Si concede il sushi ogni tanto, la sera, davanti alla tv, guardando film e snooker. Il calcio no, non lo guarda: preferisce giocarlo. E si allena tanto, anche in questo periodo senza campionato: due ore la mattina e due ore il pomeriggio, con l’intensità giusta. “A casa ho tutto quello che mi serve per tenermi in forma”, ha detto. Dai pesi agli elastici, dalla bike alla fit ball.

Sta lavorando in particolare per rafforzare il polpaccio, che in questo campionato lo ha costretto – udite udite! – a saltare ben due partite. Sarebbe rientrato con l’Atalanta, ma è arrivato lo stop alla serie A. L’anno perfetto, dal punto di vista delle presenze, è stato l’ultimo con il Sassuolo: 100% dei minuti in campo, nella Serie A 2017-’18, prima di trasferirsi alla Lazio per 10 milioni più 2 di bonus. Firmò un contratto quinquennale da 1,8 milioni netti a stagione più bonus e presto tratterà il rinnovo con aumento dell’ingaggio: ha cambiato procuratore, si è affidato a Federico Pastorello.

Nel primo campionato con la Lazio, Acerbi è arrivato a giocare il 96,7% dei minuti: una sola gara saltata, contro la Juve dopo quella espulsione a Napoli. Le altre percentuali dal 2015: 94,7 nel 2015-’16, 97,3 nel 2016-’17, 90,4 invece in questa travagliata Serie A. “Il calcio è lo sport più bello del mondo, mi manca, spero che si potrà riprendere presto a giocare”. Appena succederà, ripartirà la scommessa del Leone, come lo chiamano tifosi, compagni e in particolare il suo grande amico Immobile: esserci sempre. 

*La foto di apertura dell'articolo è di Gregorio Borgia (AP Photo).

April 9, 2020

Di Giulio Cardone

Giulio
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Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

Giulio Cardone
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Lorenzo Daretti, meglio conosciuto con il suo nickname di Trastevere73, è stato il primo pilota ufficiale di una scuderia nel Mondiale MotoGP eSport: dopo due titoli mondiali, conquistati nel 2017 e nel 2018, il ventenne romano è stato infatti ingaggiato dalla Yamaha. Lo abbiamo intervistato in esclusiva sul blog italiano di 888sport.


Come sei passato da giocare coi videogame a diventare pilota ufficiale Yamaha?
“Tutto è iniziato dopo la conquista del secondo titolo iridato: non dimenticherò mai quel fine settimana dentro il paddock, quando il marketing manager di Yamaha mi inseguì e mi disse di aspettare ad accettare qualsiasi offerta per l’anno successivo, da parte di altri team, perché avrei potuto iniziare una partnership con loro. Per me è stato un sogno. Il secondo campionato mondiale l’ho vinto con un altro team eSport, ma entrare a far parte del mondo della MotoGP con il vero team del motomondiale è un’altra storia: altre sensazioni, altre esperienze. Bellissimo!”

 

Come si diventa campione del mondo MotoGP eSport?
“Sicuramente ci vogliono molta passione e dedizione, devi essere sempre pronto a rialzarti, anche nei momenti difficili. Non devi mai sottovalutare i tuoi avversari e, soprattutto, è fondamentale credere in te stesso, essere consapevole di potercela fare e di essere il più forte. Nello stesso tempo, però, è importante rimanere umile. Vincere è molto difficile, perché siamo tutti quanti vicinissimi con i tempi in pista.

Quello che fa la differenza sono le piccole cose, come gestire la pressione durante la gara, durante il live con tutte le persone che ti guardano e le telecamere. È un’esperienza molto bella, ma ci vuole bravura a gestirla”.

Ci racconti com'è il mondo virtuale della MotoGP?
“È molto bello: è stato fatto un lavoro eccezionale da Dorna e dalla MotoGP eSport che l’hanno fatto crescere tanto in pochi anni. Nel primo anno  di gare, si disputavano semifinale e finale a Valencia, con una gara secca; adesso, quattro anni dopo, avremmo dovuto disputare otto gare a punteggio, spostandoci in diverse tappe,  seguendo la vera MotoGP. Ora è tutto più difficile, è saltata la gara al Mugello, ma speriamo di riprenderci il prima possibile. Sto affrontando questa esperienza con gli occhi di un bambino che vive per la prima volta il suo sogno.

Inoltre, nelle gare virtuali di ESports abbiamo tutti una moto con le stesse prestazioni, a differenza da quanto accade nella MotoGP: cambiano solamente le case che ci sponsorizzano, dalla Yamaha, alla Honda, alla Suzuki, e il settaggio che ogni pilota può fare a livello di sospensioni, forcella e marce. Diventa, quindi, fondamentale trovare il setup giusto per ogni pista e, per farlo, ci vogliono dedizione e pazienza. Qui la differenza la fa il pilota e non la moto”. vero e solo pilota e non anche la moto”

Che rapporto hai con la moto vera?
“La mia passione nasce proprio dalle due ruote. A 5 anni andavo già sulle minimoto, poi ho avuto un incidente, mi sono un po’ traumatizzato e ho deciso di dedicarmi alla guida virtuale, anche perché per poter fare una carriera da pilota serve avere un budget molto elevato. Possiedo una Yamaha R6 con cui vado a girare in pista: oltretutto, ho vinto una R3 perché sono arrivato secondo nello scorso campionato, a due soli punti dal vincitore AndrewZh e spero di poterla presto ritirare”.

 

Come ti trovi con i piloti e lo staff della scuderia Yamaha? Com’è conoscere di persona Valentino Rossi?
“La scuderia Yamaha è il top, il massimo che si possa chiedere. È una bellissima famiglia: c’è molto rispetto reciproco, le persone sono divertenti, solari, lo staff è molto simpatico e si lavora duro sempre. Ho un bel rapporto con i piloti: vedere Valentino Rossi e Maverick Viñales dentro l’hospitality, vestiti con la mia stessa maglietta, mi ha fatto un effetto indimenticabile, che porterò sempre nel mio cuore.

Valentino è un ragazzo fantastico: è molto umile, si mette a tua disposizione: lui ha un mare di fan che gli rendono la vita non facilissima, soprattutto nei weekend di gara, ma in quei pochi momenti liberi che ha, abbiamo avuto l’occasione di farci una chiacchierata e di giocare insieme alla Playstation. Maverick è un ragazzo d’oro, un vero professionista: preciso e metodico (forse anche troppo) in quello che fa, a partire dalla dieta e dagli orari, ha un enorme talento ed è molto simpatico.

E poi arriviamo a Lin Jarvis, il managing director Yamaha, con il quale sono riuscito a girare in moto nel circuito di Modena per la Mastercup: la passione per le moto e i motori gli viene da dentro”.

È vero che hai aiutato Viñales e Quartararo con il setup per lo StayathomeGP?
“Sì, è vero. Secondo me, questa serie di gare virtuali è un modo bello per tenerci insieme in questo momento, per tenere sempre allenati e alta la motivazione dei piloti che hanno bisogno di stare sempre in competizione. Non gli ho dato solamente indicazioni sul setup, ma anche delle dritte su come affrontare qualche curva: loro conoscono i circuiti meglio di me, ma sono leggermente diversi i punti di staccata e si può aprire il gas un po’ prima. Tutto è più veloce, più rapido. Io non devo insegnar loro niente, ma aiutarli a migliorare step by step è stato molto bello”.

Il prossimo mondiale eSport MotoGP come lo vedi?
“La prima gara, prevista al Mugello, è stata rinviata: speriamo di avere notizie il prima possibile su quando inizieranno le gare. Ogni anno la competizione diventa più elevata, ci sono sempre più giovani pronti all’attacco: il vincitore, probabilmente, sarà un italiano o uno spagnolo. 

Segui le scommesse motori con 888sport!

Quanto guadagna un pilota virtuale? Può diventare un lavoro per te? 
“Uno stipendio normale. È un mondo molto selettivo, in cui solamente in questo momento di forte crescita chi vince riesce veramente a sfondare. Ci guadagniamo più in divertimento ed esperienze che in denaro. Per me che sono, comunque, un pilota Yamaha con un contratto, è diventato un vero e proprio lavoro. Ma, ovviamente, non potrà essere il lavoro della mia vita: per adesso sono fortunato a trovarmi qui e potermi mantenere da solo; ma, per il futuro, è meglio crearsi un piano b. Per questo, seguendo le indicazioni di mia madre, sto studiando scienze della comunicazione”.

La tua giornata tipo? Ho letto di 5 ore di allenamento quotidiano con lavoro sulla moto. 
“La giornata tipo dipende molto dal periodo. In queste settimana sono molto richiesto per dirette, conferenze e molti video per Yamaha. Quando devo giocare e mi devo preparare, prima di una gara sui due determinati circuiti di ciascuna tappa del Mondiale, lavoro due ore e mezzo la mattina e altre due o tre nel pomeriggio: non devi giocare troppo perché, altrimenti, rischi di andare in overtraining e andare a peggiorare la tua concentrazione al momento della gara.

Devi riuscire a non bruciarti. Passo anche giornate senza giocare: quando sono in break, mi piace anche giocare a giochi di diverso tipo: mi piacciono molto le storie di avventura che ti fanno sentire in un film. Sono sempre stato uno sportivo, quindi quattro o cinque volte a settimana svolgo anche un allenamento atletico”.

Ultima domanda. Consigli per ragazzi che vogliono tentare questa strada?
“Prima di tutto, scaricate il gioco e provateci: non costa nulla, l’accesso è gratuito per tutti. È importante avere la volontà di mettersi a confronto con il mondo, con i propri tempi, per cercare di levare quel millesimo di secondo: la voglia di competizione e di essere il primo fra tutti è il motore che mi spinge ancora ad andare avanti. Ci vogliono tanta dedizione, passione e pazienza: non buttarsi giù nei momenti più difficili.

Io li ho passati e superati a testa bassa, cercando di capire dove avevo sbagliato e  tornando con più grinta e un approccio diverso. La consapevolezza di essere forti è anche una bella chiave. Io vi saluto tanto ragazzi, un abbraccio e non provateci in troppi perché diventerà sempre più difficile! Scherzo, fatelo perché è molto molto divertente. Ciao!”

*Foto di John Locher (AP Photo).

April 8, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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Una delle squadre che più è cresciuta nel corso dell’ultimo decennio è il Napoli. Una realtà ricostruita dopo il fallimento del 2004, anno in cui è partita la rifondazione, capeggiata dall’attuale presidente azzurro Aurelio De Laurentiis.
Una crescita graduale ed esponenziale che ha portato il club partenopeo stabilmente nelle zone alte delle classifiche della Serie A e non solo.

L’aspetto più importante è rappresentato proprio dalla crescita in campo internazionale.
Da ben dieci anni, infatti, il Napoli è presente stabilmente nelle coppe europee ed è diventato un 'habituè' del calcio continentale.
Un fattore che ha inciso in modo determinante nella crescita economica e, di conseguenza, dell’organico; tanti sono i campioni che hanno vestito la maglia azzurra e che hanno regalato alla tifoseria notti indimenticabili. 

In totale le presenze europee del Napoli sono di 34 stagioni tra Coppa delle Coppe, Coppa delle Fiere e quelle che oggi sono Champions League ed Europa League (ex Coppa dei Campioni e Coppa UEFA).

Non si può non ricordare la Coppa UEFA ‘88 - ‘89, probabilmente l'edizione più competitiva ed emozionante della storia del torneo, portata a casa negli anni d'oro di Maradona all’ombra del Vesuvio.

Grande trascinatore di quella vittoria, l’unica in ambito europeo per i napoletani, fu senza dubbio Antonio Careca. Con le sue sei reti, l’attaccante brasiliano segnò gol pesanti e decisivi: tra tutti, i due (tra andata e ritorno) nelle semifinali contro il Bayern Monaco e le altrettante marcature messe a segno nelle due finali contro lo Stoccarda.

Anni d’oro a cui - come ormai noto - è seguito un periodo non proprio roseo, caratterizzato da poche note liete anche in campo europeo.

Indimenticabile è stata la notte in cui il Napoli, nella medesima competizione, nel ‘92 - ‘93, sbancò Valencia per 5-1, con Fonseca che si rese protagonista di tutte le marcature del match per la squadra dell’allora tecnico Claudio Ranieri.

Un periodo in chiaroscuro, poi sfociato negli anni bui delle aule di tribunale del 2004.

Effettivamente la storia europea del Napoli si è delineata soprattutto negli ultimi anni, con calciatori che hanno riscritto le varie classifiche di record individuali. 

I GOLEADOR EUROPEI

Basti pensare che il miglior cannoniere europeo della storia del Napoli, ad oggi, è Dries Mertens, autore di 26 reti in 65 presenze, oltre che record-man assoluto della classifica marcatori all-time dei partenopei.

Record, quest’ultimo, condiviso con Marek Hamsik che, in campo internazionale, risulta essere l’azzurro più presente: 80 le volte in cui è sceso in campo, realizzando ben 16 reti. Tra esse spiccano marcature pesanti come quella contro il Besiktas, nella Champions 2016-17, che consentì alla squadra di giocarsi gli ottavi di finale contro il Real Madrid. Così come le doppietta messa a segno contro il Wolfsburg, nella vittoriosa trasferta dei quarti di finale di andata dell’Europa League 2014-15. 

Tanti i compagni di squadra del centrocampista che hanno segnato momenti indelebili nella mente e nei cuori azzurri.

La menzione è d’obbligo per Edinson Cavani: il Matador ha totalizzato 19 reti europee. Tra le quali spicca la doppietta nella prestigiosa vittoria al San Paolo per 2-1 contro il Manchester City, nell’edizione della Champions, edizione in cui gli azzurri si giocarono gli ottavi contro il Chelsea. In quell'occasione, i partenopei passarono in vantaggio nel doppio confronto nel match di andata per 3-1: a segno lo stesso bomber uruguaiano ed una doppietta di un certo Ezequiel Lavezzi.

L’argentino è un altro calciatore che, senza se e senza ma, ha lasciato il segno in quelle che si possono definire le prime esperienze europee del ‘nuovo Napoli’. 

Da un argentino ad un altro, sicuramente più goleador del Pocho: trattasi di Gonzalo Higuaín. L’ex numero 9 azzurro ha soltanto sfiorato la finale di Europa League nel 2014-15. Nell’anno precedente, il Pipita fu protagonista dell’annata in Champions che vide i partenopei non passare il turno nonostante i 12 punti, totalizzati a pari merito nel girone di Arsenal e Borussia Dortmund. Per lui, 15 reti in totale.

Numero di reti identico allo score europeo di Lorenzo Insigne. Molti suoi gol sono stati di estrema fattura, come quello su punizione contro il Borussia Dortmund nella vittoria tra le mura amiche per 2-1. Oppure quello in apertura di match al Bernabeu, nella partita di andata degli ottavi di Champions nel 2017 (match poi conclusosi sul 3-1 a favore dei madrileni).

Tutte serate che, in qualche modo, sono diventate quasi "naturali" per il Napoli, tra gioie e cocenti delusioni, alle quali, però, non ci si abituerà mai. Proprio grazie a queste prestazioni, gli azzurri sono tra gli invitati fissi anche nelle amichevoli estive più remunerative: segui le quote e le scommesse sulla International Champions Cup

La speranza dei supporters azzurri non può che essere di continuare a vivere esperienze del genere. Magari con tanti altri campioni pronti ad incantare la platea e superare altri record - Le Bombe Di Vlad

*La foto di apertura dell'articolo è di Andrew Medichini (AP Photo).

April 8, 2020

Di 888sport

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