7 maggio 2000 - 7 maggio 2020: sono passati esattamente vent'anni dalla più bella favola calcistica di tutti i tempi. Più dei campionati vinti dalle "cenerentole" Hellas Verona e Leicester City nel 1985 e nel 2016? Assolutamente sì e di gran lunga.

Perché la Coppa di Francia sfiorata dal Calais ha messo in discussione ogni canone del calcio professionistico, quello governato dai soldi. Una squadra composta da dilettanti, ma non allo sbaraglio: imbianchini, impiegati, operai, pescatori, scaricatori di porto, come ce n'erano tanti in quella Calais, a due passi dal Belgio. Una cittadina a stretto contatto con la britannica Dover, più per gli alcolici che per altre questioni.

L'industria tessile stava già pagando i soldi di una crisi iniziata con largo anticipo e, da quelle parti, le sacche di povertà erano importanti, tanto di impedire a molti di permettersi i biglietti di ingresso allo stadio. La Coppa di Francia segue il medesimo esempio della FA Cup: un vero e proprio caso di "open" calcistico con gare a eliminazione diretta e sorteggio integrale e la possibilità - unica nel suo genere - di incrociare club afferenti i possedimenti d'oltremare.

IL CAMMINO IN COPPA

L'incredibile percorso dei calesiani, iscritti al campionato di quarta divisione, parte come di consueto dai preliminari, superati brillantemente. Entrati nella competizione vera e propria, a partire dai trentaduesimi di finale, la formazione di mister Ladislas Lozano, un geometra spagnolo dai contorni donchisciotteschi, si trovò di fronte il Lille, all'epoca dominatore incontrastato della Ligue 2. Ed è proprio qui che avvenne il primo "giant-killing" (per dirlo alla moda della vicina, perfida Albione): 1-1 dopo 120' e vittoria ai calci di rigore.

Un'impresa che meritava un premio, magari un sorteggio estremamente favorevole: fu così che il Racing Calais, ai sedicesimi, pescò gli omologhi dilettanti del Langon-Castet, liquidati con un netto 3-0. E' tempo degli ottavi, altra gara casalinga, ma questa volta si torna a fare sul serio: c'è il Cannes di Ligue 2. Per la prima volta, però, la partita viene spostata nell'impianto della vicina Boulogne sur mer, città rivale, per trovare un compromesso tra l'hype crescente per le imprese dell'armata brancaleone e le ridotte dimensioni dello stadiolo di casa, il "Julien Denis".

Il punteggio è di 0-0 al 90' e di 0-1 a due minuti dal 120', quando un tuffo di testa "dell'Ave Maria" di Chritophe Hogarde, pareggia i conti rimandando la drammatica contesa ai calci di rigore. In cui trova gloria il portiere Cédric Schille, che ne para ben due e che, in seguito, resterà talmente legato al Calais che non si muoverà da lì sino al 2011, organizzando rimpatriate su rimpatriate. Il gol che porta i calesiani ai quarti di finale, porta la firma di Mickaël Gérard, nella vita di tutti i giorni magazziniere in un cash & carry di vini e liquori.

Stesso mestiere del laterale Jocelyn Merlen, autore del gol decisivo nel 2-1 allo Strasburgo, formazione di prima divisione. Dilettanti, carneadi, che battono una formazione di Ligue 1, dai ricche stipendi e che nella semifinale si ritrovano di fronte al grande Bordeaux. Il responso è clamoroso anche per le scommesse calcio: girondini sconfitti per 3 a 1 dopo i tempi supplementari.

LA FINALE ALLO STADE DE FRANCE

Nessuno ha l'ardire di crederci, nemmeno mister Lozano, che dalla contentezza smisurata accusa un malore nel postpartita, da cui si riprenderà per la finale contro il Nantes, giocata quel 7 maggio 2000 allo Stade de France, che nemmeno due anni prima aveva ospitato il primo trionfo della Francia di Zinédine Zidane contro il Brasile di Ronaldo (il Fenomeno): al cospetto di 80mila spettatori, il Calais trova il vantaggio con la punta Jérôme Dutitre, che al 34' trova la deviazione giusta in mischia, insaccando sotto le gambe di Landreau.

Il primo tempo termina con l'ennesimo miracolo ma il secondo si apre, al 50', col pareggio di Antoine Sibierski e prosegue con le parate fenomenali del portiere Schille. Fino all'89', quando il fischietto Claude Colombo assegna un penalty alquanto discusso a favore del Nantes, trasformato da Alain Caveglia. Il Nantes vince partita e coppa, ma i trionfatori morali sono i ragazzi di Calais, accolti come eroi da una folla festante, che li acclama di fronte al palazzo municipale!

 

Quegli eroi della vita di tutti i giorni che, da dilettanti puri (a nessuno di loro quell'avventura cambiò la vita) stravolsero, per una volta, l'establishment del calcio moderno. Un'impresa talmente titanica che portò il capitano del Nantes, Mickaël Landreau ad offrire al difensore (e venditore all'ingrosso) Réginald Becque la chance di alzare in condivisione la coppa.

Gesto poi replicato 18 anni più tardi dal capitano del PSG Thiago Silva con Sebastien Flochon, omologo del Vendée-Les Herbiers, emuli semi-professionisti, dopo il 2-0 in finale firmato Lo Celso e Cavani - di quel Calais rimasto nel cuore di tutti i romantici del pallone. E non solo...

*La foto di apertura dell'articolo è di Francois Mori (AP Photo).

 
May 4, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
Body

Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Quella vinta dalla Croazia sabato 17 dicembre 2022 è stata la ventesima finalina dei Mondiali. Un'altra selezione europea si classifica terza dopo Belgio, Olanda, due volte la Germania, la Turchia ed ancora la Croazia, nel '98, alla sua prima partecipazione iridata!

Modric che festeggia il bronzo con un altro record personale e noi ricordiamo che questa partita tra le squadre sconfitte nelle semifinali, non è mai terminata ai calci di rigore e solo una volta le riserve della Francia, dopo la dura sfida contro la Germania, vinsero ai supplementari, contro il Belgio, reduce dalla cure… di Diego!

Mentre negli Europei la finale per il terzo e quarto posto è stata abolita dopo i rigori del San Paolo nel 1980 persi dagli Azzurri contro la Cecoslovacchia, il match tra Croazia e Marocco, caratterizzato da contenuti tecnici ed agonistici davvero interessanti, dimostra che un senso questa gara l’ha conservato, eccome!

Il gol di Barella al Belgio

La partita che nessun giocatore al mondo vorrebbe mai disputare? Quasi tutti risponderebbero la finale per il terzo e quarto posto in un grande torneo, come Italia - Belgio della seconda edizione della Nations a Torino, sbloccata all'inizio della ripresa da uno straordinario destro al volo di Barella!

È però anche vero che il rapporto con le finaline di consolazione spesso ricche di gol per i pronostici internazionali, come venivano chiamate una volta, varia da caso a caso.

La finalina in Russia 2018

Gli Europei non prevedono il terzo posto

Terzo e quarto posto in Brasile 2014

Finale per laurearsi capocannoniere

Terzo e quarto posto... nervoso

Chi ha disputato una grande manifestazione e si è ritrovato a sorpresa in semifinale sarà felicissimo di poter scendere in campo un’ultima volta e celebrare la propria cavalcata.

E magari, tra i calciatori titolari, c’è qualcuno, come Schillaci nel '90, che ha un obiettivo personale da raggiungere e ci metterà tutto se stesso anche se la possibilità di vincere il torneo non c’è più.

La finale per il terzo e quarto posto dell'inedito Mondiale invernale si disputerà allo Stadio Internazionale di Khalifa, già sede di un palpitante Liverpool - Flamengo!

Il bonus di benvenuto di 888sport!

IN RUSSIA PARTITA VERA

A questo proposito, l’ultimo Mondiale ha regalato una finalina niente male. A San Pietroburgo si affrontano il Belgio, che ha perso contro i futuri campioni del mondo della Francia, e l’Inghilterra, che anche stavolta si ferma in semifinale contro la sorprendente Croazia, con Harry Kane che vuole suggellare la sua splendida Coppa del Mondo. Alla fine è partita vera, perché i Diavoli Rossi vogliono dimostrare che non sono arrivati tra le quattro migliori squadre del mondo per caso.

I festeggiamenti per il terzo posto del Belgio!

Il centravanti di Sua Maestà resta a secco, ma vince comunque la Scarpa d’Oro di Russia 2018. La medaglia di bronzo, però, finisce al collo dei belgi, con Meunier e Hazard che segnano i gol del 2-0 che regala a Roberto Martinez e ai suoi il miglior piazzamento della loro storia. Ennesima delusione per i Tre Leoni, che, come nel 1990 in Italia non solo perdono l’occasione di arrivare in finale, ma finiscono anche fuori dal podio.

Gli Europei non prevedono il terzo posto


Agli Europei, tradizionalmente, la finale per il terzo e quarto posto non si gioca. Un peccato per nazionali come la Danimarca (Euro 2020), il Galles (2016) o la Turchia (2008), che tanto bene hanno fatto in quelle edizioni. I turchi, in compenso, giocano quella del Mondiale 2002, una vera e propria festa.

A Taegu, a fare compagnia ad Hakan Sukur e compagni, eliminati dalla celebre sceneggiata di Rivaldo, c’è la Corea del Sud padrona di casa, che dopo aver battuto in maniera perlomeno discutibile l’Italia e la Spagna si è arresa contro la Germania.

I coreani schierano la squadra titolare, ma non basta per avere la meglio su una Turchia un po' rimaneggiata in un match divertente e spettacolare, che termina 3-2 per la squadra di Güneş. Ma alla fine festeggiano entrambe. Stesso risultato nel 2010, quando la Germania e l’Uruguay giocano senza particolari motivazioni, ma regalano un antipasto godibile alla finalissima tra Olanda e Spagna.

Terzo e quarto posto in Brasile 2014

A proposito di Olanda, certamente c’è un’atmosfera diversa al Manè Garrincha di Brasilia nel luglio 2014. Gli Oranje sono delusi per aver perso in semifinale contro l’Argentina ai calci di rigore. Ma non è nulla rispetto alla depressione cosmica in cui sono crollati i padroni di casa dopo il clamoroso, anche per le scommesse online, 1-7 a Belo Horizonte contro la Germania.

La disastrosa retroguardia del Brasile!

L’impianto è pieno ed è tutto vestito di giallo, ma c’è poco da festeggiare. E anche la squadra di Scolari è d’accordo, considerando che si presenta (comprensibilmente) in campo con il morale sotto i tacchi.

Risultato, 3-0 per gli ospiti, che anzi dovrebbero essere già 11 contro 10 dopo tre minuti, quando l’arbitro grazia Thiago Silva che si fa sfuggire Robben e poi lo placca, assegnando “solo” il calcio di rigore. Per i verdeoro altri novanta minuti da dimenticare, quattro giorni dopo un incubo assurdo.

Finale per laurearsi capocannoniere

E poi ci sono quelli che con la finale per il terzo e quarto posto… ci hanno vinto il titolo di capocannoniere! È il caso di Davor Suker, che grazie al gol segnato nel 2-1 della Croazia all’Olanda nel 1998 riesce a staccare Batistuta e Vieri, fermi a quota 5 e già entrambi eliminati, e a portare a casa il titolo di miglior marcatore in solitaria.

Non riesce nell’impresa Stoichkov, visto che la Bulgaria nella finalina del 1994 viene travolta dall’uragano Svezia (4-0). Il Pallone d’Oro di quell’anno deve accontentarsi della vittoria a pari merito con il russo Salenko.

Va meglio a Totò Schillaci, che nella sfida delle deluse di Italia ’90 contro l’Inghilterra (entrambe le squadre eliminate ai rigori) regala il terzo posto alla nazionale di Vicini e segna il suo sesto gol mondiale, conquistando la vetta dei bomber davanti al cecoslovacco Skuhravy. 

Per il resto, nella storia, tante altre sfide senza troppo in palio, ma di certo spettacolari per gli spettatori. Nel 2006 Germania-Portogallo finisce 3-1, nel 1986 Francia e Belgio arrivano addirittura ai supplementari, con Platini e compagni che alla fine si impongono per 4-2. Proprio la Francia, quattro anni prima, si era arresa alla Polonia per 3-2, mentre nel 1978 la giovane Italia di Bearzot viene battuta per 2-1 dal Brasile.

Tornando ancora più indietro c’è la finale di consolazione del 1962, in cui il Cile si prende il terzo posto nel mondiale casalingo con un gol al novantesimo, o il pirotecnico 6-3 della Francia alla Germania Ovest nel 1958, con quattro reti di Fontaine che chiude così la sua coppa del mondo con addirittura 13 gol. Nel 1954 arriva terza l’Austria, che batte 3-1 l’Uruguay, mentre nel 1950 la una finalina non c’è, perché si gioca un girone finale a quattro squadre.

UNA FINALINA... FALLOSA!

E infine ci sono match in cui in palio c’è solo la soddisfazione  di… aver smaltito la rabbia. È il caso, molto recente, della finale per il terzo e quarto posto della Copa America 2019. Di fronte ci sono il Cile, eliminato clamorosamente in semifinale dal sorprendente Perù, e l’Argentina, ancora furiosa per la sconfitta nel penultimo atto contro il Brasile, con tanto di accuse di partita pilotata da parte dei calciatori dell’Albiceleste.

Che la squadra di Scaloni e quella di Rueda siano abbastanza nervosette lo si capisce al minuto 37, quando Messi e Medel finiscono sotto la doccia per scambio reciproco di cortesie dopo uno scontro di gioco.

Il fatto che in una finale di consolazione vengano tirati fuori 9 cartellini (7 gialli, compreso uno per Pulgar che potrebbe tranquillamente essere arancione) la dice lunga su quanto la partita tutto sia tranne che senza valore.

Alla fine vince l’Argentina 2-1, anche se le dichiarazioni di Messi a fine match contro gli arbitri fanno anche più rumore della partita stessa, oltre a costargli una squalifica… Insomma, guai a dire che le finali di consolazione non contano nulla. Anzi, spesso e volentieri, vista la posta in palio della finale “vera”, sono molto più godibili di quelle del giorno dopo!

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 4 maggio 2020.

December 18, 2022

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
Body

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa

Attaccante rapace, piede sinistro delizioso, velocità impressionante, tecnica di base assai più alta della media e tanti, tanti gol. Dovendo ridurre a pochi profili quelli che corrispondono a questo identikit, già di suo abbastanza dettagliato, emergono tre nomi.

Tutti diversi tra loro ma che, a ben vedere, parecchio in comune ce l’hanno. Vincenzo Montella da Pomigliano d’Arco, classe 1974, ormai allenatore. Robert Bernard Fowler, per gli amici Robbie, nato a Liverpool nel 1975, anche lui finito in panchina e alla guida del Brisbane Roar, nel campionato australiano. E infine Daniel Andre Sturridge, nativo di Birmingham e classe 1989, che di recente si è svincolato dal Trabzonspor. Il minimo comune denominatore? I gol con il piede sinistro!

VINCENZO MONTELLA, IL SUPER-SUB!


Meglio andare… per anzianità e cominciare da Montella. Il centravanti campano si trasferisce giovanissimo in Toscana, perché lo ha adocchiato l’Empoli. Proprio con la maglia degli azzurri fa il suo esordio tra i professionisti e rimane al Castellani in prima squadra per cinque anni, inframezzati da due lunghi stop per infortunio. La stagione 1994/95 è quella della svolta: le 17 reti in Serie C1 gli valgono il biglietto per la B, con la maglia del Genoa.

Con il Grifone porta a casa il Trofeo Anglo-Italiano e realizza 28 reti, ma non ottiene la promozione nella massima serie. Poco male, perché l’opportunità gliela offre…la Sampdoria. Accanto a un uomo assist come Mancini, l’Aeroplanino mette in mostra tutte le qualità che lo renderanno uno dei migliori goleador a cavallo del nuovo millennio del calcio italiano. Riflessi felini, classe da vendere, fiuto del gol impagabile. Con 22 gol in 28 partite, la sua è la miglior prestazione d’esordio in A di un attaccante italiano. 

Montella in gol con la maglia Azzurra!

Dopo tre stagioni e 61 reti, arriva la chiamata della Roma. Montella pensa di incontrare a Trigoria Zeman, che lo ha fermamente voluto, ma alla fine ci trova Capello. La prima stagione gioca con costanza, ma l’arrivo di Batistuta nel 2000 lo vede spesso relegato in panchina: l’Aeroplano si scopre super-sub e, quando nel girone di ritorno Bati si inceppa, ci pensa lui a togliere le castagne dal fuoco a Capello. La sua rete contro la Juventus per il 2-2 al Delle Alpi è a tutti gli effetti il gol scudetto.

Un anno dopo è protagonista assoluto di un derby della capitale in cui costringe Alessandro Nesta alla sostituzione, mostrando tutto il repertorio in quattro reti: due anticipi di testa, una zampata su ribattuta del portiere e un sinistro fulmineo da fuori. Per lui è il momento di massimo splendore. Resta alla Roma fino al 2009, anno del suo ritiro, ma quasi sempre da comprimario vista l’esplosione di Cassano e poi la trasformazione di Totti in centravanti.

Nel frattempo accumula una breve esperienza in Premier League con il Fulham e un anno di ritorno alla Samp. L’Aeroplanino decolla in carriera 228 volte, comprese 3 con la maglia della nazionale. L’azzurro, però, resterà sempre un cruccio, con sole 20 partite.

IL GOD DELLA KOP!


Un problema che Montella condivide con Robbie Fowler. Anche per l’inglese arrivano poche presenze in nazionale, 26, condite da 7 reti. A giocare contro il centravanti del Liverpool, però, ci sono il suo carattere e…un compagno di squadra. Fowler è il leader spirituale dei Reds prima di Gerrard. È nato in città, è uno della Kop e fraternizza con i portuali in sciopero. E segna, tantissimo, al punto di guadagnarsi il soprannome di God, il dio di Anfield.

Diventa una stella ad appena 18 anni, segnando 12 gol in 13 partite. Segna in ogni modo, anche se il suo regno è l’area di rigore. Per due anni consecutivi porta a casa il premio di giovane dell’anno in Premier League, battendo colleghi del calibro di Beckham e Scholes. Il problema, però, è nei comportamenti. Lui e alcuni compagni del Liverpool vengono soprannominati gli Spice Boys, per alcune controversie extracampo. E a cambiargli la carriera arriva un infortunio ai legamenti nel 1998.


Fowler salta il mondiale 1998, mentre al Liverpool si mette in mostra un altro ragazzino di nome Michael Owen. God, però, fa in tempo a tornare in grande stile l’anno dopo. Quando segna nel derby contro l’Everton, finge di sniffare la linea di fondo per rispondere alle accuse sull’uso di droga da parte della tifoseria dei Toffees. Pessima idea, perché l’indignazione è pressoché totale. E anche se la stagione 2000/01 è ricca di trofei, con tanto di fascia da capitano in assenza di Redknapp, il rapporto con il club si sfalda, anche perché Fowler ha perso il posto, con Owen e Heskey a fare i titolari.

God in gol con la nazionale inglese!

Nel dicembre 2001 arriva la rottura e nonostante la popolarità con i tifosi, c’è l’addio. Prima il Leeds United e poi il Manchester City gli offrono “asilo”, ma anche a causa degli infortuni non sarà mai lo stesso Fowler. Nel gennaio 2006, quindi, c’è il grande ritorno. L’attaccante è una riserva e ormai lo sa e non fa in tempo fregiarsi della Champions vinta a Istanbul, prima di lasciare definitivamente il club. Chiude la carriera addirittura in Thailandia, con il Muangthong United, dopo aver vestito anche le maglie di Cardiff City, Blackburn Rovers, North Queensland e Perth Rover, in Australia. Per lui, in totale, 254 gol in 590 presenze.

STURRIDGE, L'INCOMPIUTO


Stessa maglia e parecchi problemi anche per Daniel Sturridge. Basterebbe pensare che l’attaccante inglese, prima di trasferirsi in Turchia, è stato squalificato per quattro mesi per aver dato a suo fratello indicazioni per una scommessa calcio sulla sua nuova destinazione di mercato. A trentuno anni, quindi, Sturridge si trova ad essere senza una squadra, nonostante nel 2006 fosse considerato il miglior prospetto della sua generazione.

Nato nelle giovanili del Charlton, passato per l’Aston Villa, e per il Coventry City e lanciato dal Manchester City, l’attaccante si mette in luce per una velocità pazzesca e per un sinistro assai raffinato. I Citizens però non sono ancora quelli attuali e non riescono a convincerlo al rinnovo. Nel 2009, dunque, Sturridge si trasferisce al Chelsea, in teoria a parametro zero, anche se il suo prezzo alla fine viene addirittura stabilito da un tribunale. 

L’esperienza a Londra, però, è dolceamara. La bacheca si arricchisce della maggior parte dei suoi titoli in carriera finora (una Premier League, due FA Cup, una Community Shield e una Champions League), ma l’inglese non è mai protagonista. Va meglio al Liverpool, a cui viene ceduto nel gennaio 2013, diventando il partner offensivo di Suarez. Nella stagione 2013/14, quella in cui i Reds vanno vicinissimi al titolo, mette a segno 25 reti. L’anno dopo, però, la storia di Fowler si ripete. Due infortuni lo tengono ai margini a lungo, quasi per una stagione e mezzo su due e nel frattempo esplode Sterling.

Quando ad Anfield arriva Klopp, come punta centrale gli preferisce Firmino e come esterni prima Manè e Coutinho e poi il senegalese e Salah. Per Sturridge comincia un lento declino, che lo porterà prima al prestito al West Bromwich e poi a una stagione da comprimario nell’anno della Champions, mentre Origi, che lo ha soppiantato come prima riserva in attacco, è decisivo. Poi l’addio. Una storia già vista. Non solo da lui, ma anche dai due così simili colleghi!

*Le immagini dell'articolo, tutte distribuite da AP Photo, sono, in ordine di pubblicazione, di Themba Hadebe, Paul Barker, Piotr Walczak.

 
May 3, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
Body

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Dopo l'approfondimento sullo straordinario Alcione Calcio, concentriamoci sul campionato di Serie D, un torneo molto particolare, ricco di contraddizioni: pochi introiti e tantissime spese, a partire dalle trasferte.

L'esempio del Lanusei

Il budget per una Serie d da vertice

I costi esorbitanti per le trasferte

L'esempio del Lanusei

Due esempi, su tutti: il girone A, che unisce le sorti di club piemontesi, liguri e toscane; ed il raggruppamento G, formato da società laziali, campane e sarde.

Proprio dalla Sardegna arriva la testimonianza del direttore Paolo Guidetti, oggi a Lanusei dopo circa 30 anni di comprovata esperienza e successi: negli anni '90, l'impresa che lo vide protagonista della scalata del Borgosesia dalla Prima Categoria alla Serie C2 girone A, poi - nella stessa - categoria - il Meda, gli anni nella prestigiosa Pro Vercelli, il Legnano riportato dall'Eccellenza alla Serie D e, oggi, il club ogliastrino biancorossoverde.

Il Novara ai tempi del Diablo in attacco!

Guidetti è stato assoldato dal presidente Daniele Arras a novembre con la squadra al penultimo posto, dopo la sbornia dell'anno scorso, che l'ha vista sfiorare, da outsider per le scommesse sportive, una clamorosa promozione in Serie C, in un duello con il "gigante" Avellino e che avrebbe avuto del miracoloso se si pensa che Lanusei conta all'incirca appena 5mila abitanti.

Guidetti ha saputo riportare serenità all'ambiente e la squadra a centro classifica, al momento dell'interruzione del campionato: "La Serie D - racconta - è una categoria dalle mille sfumature. A Lanusei abbiamo voluto intraprendere la linea verde: siamo tra le squadre con la media età più bassa e per noi questo è un orgoglio". Ma non manca nel correre in soccorso al cronista quando si tratta di riflettere sugli standard da seguire per un club che mira a vincere il campionato.

​​​​​​​Il budget per una Serie d da vertice

Insomma, quanto costa attrezzarsi per la promozione tra i professionisti? "Come sappiamo - prosegue Guidetti -, nel calcio ci sono un'infinità di variabili. Per fortuna, mi vorrebbe da dire. Quanto spende una squadra costruita dichiaratamente per vincere il campionato? In media, la gestione societaria, che comprende tutto, dagli stipendi di giocatore e staff tecnico e costi vivi, prevede l'investimento di un milione circa. Tuttavia, se ci sono gli incastri giusti e s'indovina la stagione, si può spendere molto meno".

Un giocatore del Varese all'Olimpico!

Il secondo caso si manifesta essenzialmente nei piccoli club, in cui la pressione è minore. Ma in D ci sono anche piazze in cui la pressione è piuttosto alta: Novara, Varese, prima ancora Foggia, Palermo, Lucchese, Prato, Mantova... Gli esempi, insomma, sono tanti. "Chiaramente - aggiunge Guidetti - se si è bravi, i costi possono risultare molto più contenuti nel caso in cui, come obiettivo, si hanno la salvezza o la metà di classifica".

Parlando di singoli, è corretto dire che un "bomber di categoria" con grande mercato, arrivi a guadagnare intorno ai 3mila euro al mese nelle squadre costruite per vincere il campionato? "Sì, occhio e croce le cifre sono quelle". Ma non esistono, si diceva, solamente i compensi di giocatori e staff tecnico.

I costi esorbitanti per le trasferte

Ci sono viaggi e i ritiri per la trasferta: "Lanusei è un posto abbastanza isolato: nella nostra fattispecie, è un po' come se fossimo sempre in ritiro. La società mette a disposizione una foresteria che contiene 18 giocatori. Poi ci sono gli alloggi. Gestire queste cose significa togliere tre o quattro stipendi in rosa. Noi preferiamo non fare follie sul mercato ma garantire un'esperienza confortevole per i nostri tesserati.

Un'amichevole dell'Alcione contro il Milan

Le società sarde, poi, prendono l'aereo una volta ogni due settimane: le trasferte, comprensive di spostamenti e alberghi, arrivano a costare, in media, 8-9mila euro ciascuna. Sì, ci sono anche gli aiuti della regione Sardegna ma, voglio dire, siamo dilettanti solo a livello di dicitura. Per il resto, la vita è quella dei professionisti".

E i ritiri estivi? "Sono pochi i club, a queste latitudini calcistiche, che ancora li fanno, per come erano intesi una volta, lontani da casa e in una struttura alberghiera attrezzata". Una politica che si sta allargando a macchia d'olio anche in Serie C: "Il motivo, come sempre, sono i costi - chiosa Guidetti -: 50-60 euro a giocatore per 10-15 giorni si traducono in una spesa di circa 30mila euro. Decisamente troppo per la maggior parte dei club di tutta la quarta divisione".

*La foto di apertura dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo). Prima pubblicazione 2 maggio 2020.

October 19, 2021

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
Body

Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

In Serie B è nata una stella. In questo caso non parliamo di un calciatore, ma di un direttore sportivo. Un talento che scopre talenti e ha dimostrato, soprattutto, di saper costruire una Squadra, con la “s” maiuscola. È Pasquale Foggia, ds del Benevento dei record, la formazione che in questa stagione ha dominato la serie cadetta. In poco tempo, Foggia ha dimostrato di meritare la Serie A esattamente come la squadra campana.

Da sinistro raffinato, a direttore pieno di idee

Cartellini a zero, Foggia investe sul monte stipendi

Letizia da Nazionale, Montipò da rinnovare prima della scadenza

Approdato nella massima serie, il direttore sportivo Pasquale Foggia è il dirigente rivelazione dei primi 5 mesi di campionato: ha costruito una squadra con un mix di esperienza e talento, che viaggia a velocità di sicurezza nella parte sinistra della classifica

E l’anno prossimo il Benevento sfiderà il “suo” Napoli, un sogno che si realizza per l’ex scugnizzo del Rione Traiano cresciuto con il mito di Maradona e che poi, nel 2009, ha fondato una società dilettantistica nei pressi di Soccavo.

Da sinistro raffinato, a direttore pieno di idee

A 36 anni, l’ex ala della Lazio è reduce da un salto in alto da brividi. Nel settembre 2016 si iscrive al corso per l’abilitazione a direttore sportivo, il 28 novembre si diploma, il 10 gennaio 2017 ottiene il primo incarico dirigenziale come ds del Racing Roma in Lega Pro e dopo appena sei mesi, il 29 giugno, diventa responsabile e ds del settore giovanile del Benevento.

Infine, nel gennaio 2018, viene promosso a direttore sportivo della prima squadra: Oreste Vigorito, proprietario del Benevento, crede in lui e gli affida la ricostruzione della rosa, dopo la retrocessione in B, con la “mission” di tornare il più presto possibile in Serie A, miscelando alla perfezione esigenze tecniche con necessità economiche, competitività e risanamento.

Così Foggia nell’estate 2018 rivoluziona tutto, cambia 20 calciatori, sceglie un nuovo staff tecnico (con Bucchi in panchina) e sanitario, soprattutto ribalta la strategia utilizzata fino a quel momento e valorizza i giovani. “L’aspetto tecnico deve andare di pari passo con quello economico”, il suo concetto base. Non a caso, tra i modelli di Pasquale Foggia c’è il ds della Lazio, il suo amico Igli Tare.

Foggia, un sinistro delizioso per fornire assist ai compagni di reparto offensivo

Ragazzi interessanti come Sanogo, Cuccurullo, Filogamo e Volpicelli debuttano in prima squadra: arrivano tutti dal settore giovanile.

Un altro dei suoi pupilli, Enrico Brignola, attaccante classe ’99, viene ceduto al Sassuolo per 3,5 milioni più 500mila euro di bonus e il 50% della futurra rivendita. Un affare. Come l’idea di puntare su Lorenzo Montipò, all’epoca tra i portieri della Nazionale Under 21 e oggi pilastro della super squadra di Pippo Inzaghi: Foggia lo ha convinto ad accettare la scommessa Benevento, nonostante il titolare fosse Puggioni, e l’hanno vinta insieme.

Nell’estate 2019, infatti, il cartellino del portiere è diventato tutto del club campano, che lo ha riscattato dal Novara. Il campionato 2017-’18 finisce però con una beffa: nella semifinale dei playoff per la promozione, Benevento eliminato dal Cittadella nonostante la vittoria per 2-1 in trasferta all’andata, per colpa del ko (0-3) del ritorno al Vigorito.

CARTELLINI A ZERO, SI INVESTE NEL MONTE STIPENDI

Ma la strada per la straordinaria stagione successiva era già tracciata: nel gennaio 2019, preso a parametro zero dal Werder Brema il difensore Luca Caldirola, che era corteggiato da club di A proprio come il capocannoniere della squadra, il regista Nicolas Viola, convinto ad accettare il progetto giallorosso nonostante le proposte dalla massima serie.

Stesso discorso per il “bombardiere” (visto il sinistro al fulmicotone) tedesco Kragl, 13 gol in 51 gare nel Foggia, e per il trequartista Dejan Vokic, classe '96, soffiato sempre a parametro zero a società olandesi e soprattutto tedesche che già si erano fatte avanti per lo sloveno: “Vi assicuro – ha detto Foggia – che questi giocatori non sono venuti o rimasti con noi per una questione economica, perché avrebbero guadagnato di più altrove. Per me la riconoscenza nel calcio esiste”.

La sua strategia ha pagato: scelte basate su esigenze tecniche, senza compromessi con i procuratori; spese oculate, il che non era scontato avendo un presidente come Vigorito che comunque nel calcio investe senza remore (cosa che spesso porta a sbagliare acquisti più facilmente): invece il Benevento dei record è costato zero euro di cartellini, lo stesso capitano Maggio, una vita nel Napoli, è stato preso da svincolato.

Pasquale Foggia con la Lazio

La differenza con gli altri club la fanno gli ingaggi, i più alti della B (monte stipendi tra i 13 e i 14 milioni di euro, tra parte fissa e bonus), ma soprattutto la capacità di affidarsi agli uomini giusti, tra giocatori e panchina. L’intuizione di puntare su Pippo Inzaghi, reduce dalla tormentata avventura a Bologna, si è rivelata vincente: “È una persona vera, di sani principi.

Lui ama questo lavoro, lo fa con passione. Altrimenti uno non passa dal Milan al Venezia e non rinuncia a soldi pur di venire a Benevento. Su Inzaghi non ho mai avuto alcun dubbio, conosco perfettamente la persona che è”, ha detto Foggia a “Linea calcio”, su Canale 8.

NUMERI DA RECORD

La scelta, ovviamente condivisa con entusiasmo dal presidente Vigorito, ha prodotto risultati incredibili: al momento dello stop, il Benevento era primo con 22 punti sulla terza a 10 giornate dalla fine. Nessuno, nella storia della B, aveva conquistato 69 punti nelle prime 28 giornate: 21 vittorie e 54 reti segnate. E per il sistema scommesse la squadra di Inzaghi si avviava a battere il clamoroso record dell’Ascoli ’77-’78: 87 punti (in realtà furono 61, ma la vittoria valeva 2 punti).

Lapadula

Numeri da urlo, davvero. Trascinata dai gol di Viola (9) e degli attaccanti Sau (8), preso gratis – anche lui! – dalla Samp (dopo tanti anni nel Cagliari), Coda (7), Roberto Insigne (6), fratello dell’azzurro Lorenzo, e Moncini (3), il Benevento di Foggia & Inzaghi si è rivelata una inarrestabile macchina da punti, in casa e in trasferta. Prezioso pure l’apporto di un altro acquisto importante, quello dell’esperto centrocampista Schiattarella, arrivato dalla Spal.

Ha trovato spazio anche il difensore centrale Alessandro Tuia, considerato un predestinato ai tempi delle giovanili della Lazio.

Il gruppo di giocatori creato da Foggia e guidato da Inzaghi ha saputo esprimersi ad alti livelli per l’intera stagione. A partire dai napoletani Insigne, Letizia e Improta, più Maggio che a Napoli ha vissuto 10 anni: “Ragazzi eccezionali – sottolinea il ds - che sono con me a Benevento da due anni, hanno avuto alti e bassi ma non è mai mancata la voglia di lottare per questa maglia e per i tifosi. Da Maggio che ha 38 anni a Insigne, il più giovane. Ma tutto il nostro gruppo è davvero speciale, trovarne di simili è impossibile”.

Di sicuro, sarà intrigante vedere il Foggia e il suo Benevento alla prova della Serie A: è l’esame di maturità, ma il giovane direttore sportivo ha dimostrato di avere le qualità e la competenza per superarlo.


*Le immagini dell'articolo sono di Lorenzo Galassi (AP Photo). Prima pubblicazione 2 maggio 2020.

October 21, 2021

Di Giulio Cardone

Giulio
Body

Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

Giulio Cardone
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Affibbiati o scelti, semplici o assurdi, i soprannomi raccontano davvero molto su calciatori e allenatori. E in un mondo come quello del calcio sudamericano, in cui il concetto di normalità è perlomeno interpretabile, il fatto che Marcelo Bielsa sia per tutti El Loco, il pazzo, la dice lunga su come il tecnico del Leeds United sia abbastanza sui generis.

Nato in Argentina, adorato in Cile, celebre in Europa e non solo per la sua preparazione tattica e la sua dedizione al lavoro, che raggiungono limiti impensabili. Marcelo Bielsa è anche comportamenti particolari (mai guardare in faccia l’interlocutore in conferenza stampa), punizioni fantasiose (far raccogliere l’immondizia ai calciatori per far capire la fatica dei tifosi nel guadagnare i soldi del biglietto) e stratagemmi non proprio sportivi (l’utilizzo di spie per monitorare alla perfezione i prossimi avversari).

Ma il Loco è anche e soprattutto calcio. Il suo 3-3-1-3 ha fatto storia e le sue squadre hanno regalato partite indimenticabili. Soprattutto quando l’allenatore in qualche maniera…ci ha messo lo zampino.


Il primo match indimenticabile è una disfatta di quelle che nessuno vorrebbe vivere. Bielsa è un mago, alla sua prima esperienza porta il Newell’s, la squadra della sua Rosario, a vincere il campionato argentino e in finale di Copa Libertadores. La perderà, ai rigori, contro il San Paolo di Raì. Ma il giorno della storia è un altro, nella prima fase. I campioni d’Argentina perdono malamente il derby casalingo contro il San Lorenzo. 0-6, non proprio una passeggiata. I tifosi non la prendono affatto bene e si presentano in venti sotto casa di Bielsa.

Che però non è Loco solo di soprannome, ma anche di fatto. Quindi il gruppetto viene ricevuto dal tecnico con in mano una granata. “O ve ne andate, o ve la tiro”. Neanche a dirlo, gli ospiti indesiderati se ne vanno. E l'amore non ne risente, al punto che il club gli ha addirittura dedicato lo stadio...


L’esperienza con l’Argentina è decisamente agrodolce. Numeri alla mano, l’Albiceleste non ha mai fatto meglio con nessun altro selezionatore. Tra 1998 e 2004, Bielsa vince il 72% delle partite giocate. Per sua sfortuna, però, ha un solo trofeo da mostrare, la medaglia d’oro di Atene 2004.

La notte che ne decide la carriera come CT è quella in cui a Lima l’Argentina affronta in semifinale nella Copa 2004 il Brasile di Parreira. Pochi secondi separano il Loco dalla gloria, quelli che bastano ad Adriano per pareggiare la rete di Delgado, che al minuto 87 aveva portato Ayala e compagni sul 2-1.

Il commentatore argentino commenta “mi voglio ammazzare” e Bielsa forse vorrebbe fare lo stesso con i membri della panchina verdeoro che gli vanno a festeggiare davanti. Per fortuna, c’è di mezzo la polizia. Ai rigori, tradiscono D’Alessandro e Heinze, regalando al miglior selezionatore albiceleste degli ultimi vent’anni la più grande delle delusioni.


La parentesi al Cile è forse quella più gratificante per Bielsa. La sua squadra arriva seconda nel girone sudamericano di qualificazioni al Mondiale 2010. In Sudafrica riesce addirittura a passare il turno, tenendo testa, di fatto, ai futuri Campioni della Spagna in un girone dal clamoroso coefficiente di difficoltà, anche per le scommesse sportive!  Per lui con La Roja 34 vittorie in 66 partite, ma anche stavolta il match loco, neanche a dirlo, è una sconfitta. E neanche con la nazionale maggiore! Il palcoscenico è il Torneo Di Tolone 2008 vede in campo molte delle selezioni Under-23 che andranno ai giochi di Pechino. E la finalissima che mette di fronte il Cile e l’Italia di Casiraghi finisce 1-0 per gli azzurri con gol di Osvaldo.

Un brutto colpo per Bielsa, che non la prende bene. Al fischio finale il Loco rimprovera il CT dell’Italia, spiegandogli a favore di telecamera che giocare tutta la partita con lanci lunghi per la prima punta non può essere considerato calcio. E come racconta il suo ex calciatore Fuenzalida, negli spogliatoi va anche peggio. “Aveva appena litigato con l’allenatore avversario, lo abbiamo trovato furioso, che camminava in cerchio e si strappava via i vestiti”. Chissà se per il risultato o per il gioco dell’Italia…

TRA EUROPA E CHAMPIONSHIP

Se al Newell’s Bielsa è una divinità, anche a Bilbao il Loco ha un certo…culto. Nelle due stagioni alla guida dell’Athletic, il tecnico argentino porta i baschi a giocarsi la finale di Copa del Rey contro il Barcellona e quella di Europa League a Bucarest contro l’Atletico Madrid. Perderà in entrambi i casi, ma l’Athletic si toglie la soddisfazione di battere avversari molto più quotati. La partita loca di quel periodo è sicuramente la vittoria esterna contro il Manchester United.

A Old Trafford succede davvero di tutto. I Red Devils vanno avanti con Rooney, ma poi l’Athletic si scatena. Pareggia Llorente e nella ripresa la squadra di Bielsa va avanti per 1-3. E in entrambi i casi, c’è della…locura. La rete del vantaggio basco di De Marcos è in fuorigioco, la terza è tragicomica. L’arbitro fischia un calcio di punizione a favore dell’Athletic perché Evra ha perso uno scarpino e quindi commette gioco pericoloso.

Lo United chiede ai baschi di restituire il pallone, ma Bielsa e i suoi non ci pensano per niente. Del resto, il regolamento è chiaro, è punizione. Quindi battono e lanciano lungo. De Marcos tira, De Gea respinge, ma Muniain con il tap-in fa tris. E, tanto per non farsi mancare niente e lasciare il ritorno in sospeso, De Marcos commette un fallo di mano inspiegabile all’ultimo secondo, regalando di fatto il 2-3 allo United.


A proposito di regole e di fair play, l’esperienza a Leeds del Loco è davvero illuminante. Molti non gli perdonano di aver fatto spiare il Derby County di Lampard, dando vita al celebre spygate e a una conferenza stampa di oltre un’ora in cui l’argentino ha spiegato per filo e per segno la sua preparazione maniacale alle partite, giustificando così la necessità di dare un’occhiata agli avversari. Ma l’1-1 con l’Aston Villa è storia. La squadra di Bielsa va in vantaggio con gli avversari praticamente fermi per un infortunio a Kodjia.

E il Loco, invece di esultare, va su tutte le furie perché i suoi non hanno calciato il pallone fuori per permettere all’avversario di venire soccorso. Alla ripresa del gioco, l’argentino costringe quindi i suoi a far pareggiare l’Aston Villa senza opporre resistenza. Un gesto di fair play forse mai visto a quei livelli, soprattutto perché il pareggio, di fatto, costa la promozione diretta al Leeds ed oltre 100 milioni di pounds alla società dello Yorkshire. Ma quando in panchina c’è il Loco, può succedere davvero qualsiasi cosa…

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Michel Spingler (AP Photo).

May 1, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
Body

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

League of Legends è ormai diventato il videogioco per definizione. 14 milioni di like sulla pagina Facebook ufficiale, 100 milioni di giocatori attivi ogni mese, un campionato del mondo a cui prendono parte squadre di giocatori professionisti: questi i numeri di un fenomeno i cui margini di crescita vedranno gli utenti mensili arrivare a 120 milioni nel giro di qualche settimana. 

Per quanti non conoscessero ancora League of Legends, abbiamo scelto di farcelo spiegare da uno dei massimi esperti al mondo: Fabian 'GrabbZ' Lohmann, 25 anni, allenatore della squadra LoL di G2 ESports, formazione europea giunta seconda all’ultimo campionato del mondo alle spalle dei cinesi della FunPlus Phoenix.

“League of Legends è un gioco di strategia cinque contro cinque – spiega Grabbz -, in cui ognuno dei giocatori controlla un personaggio unico e individuale chiamato Campione. Lo scopo principale del gioco è quello di distruggere l'edificio principale degli avversari. Lungo la strada ci sono obiettivi "neutrali" che danno vantaggi alle squadre e sono contesi, il che significa che entrambe le squadre combattono per loro. In generale è davvero difficile spiegare League of Legends in poche parole perché si rischia di perdere molta complessità del gioco nel riassunto”.

League of Legends

Come ti sei appassionato di questo gioco?
“La mia infanzia è stata quella tipica per un bambino tedesco, fatta di scuola, allenamenti di calcio e giochi. I miei amici mi hanno mostrato LoL agli inizi della sua diffusione e sviluppo: abbiamo trascorso molte serate giocando insieme. Sono una persona molto competitiva e League of Legends ha una moltitudine di aspetti da perfezionare, dalla padronanza del campione, al modo in cui si combinano i match up tra i personaggi giocabili, fino alla strategia generale. Tutto ciò mi ha appassionato e non riuscivo a smettere di cercare di migliorare”.

Come può un videogioco diventare una professione?
“Allo stesso modo in cui può diventarlo il calcio. La maggior parte di noi ama il calcio e consideriamo naturale  che il migliore in assoluto possa fare carriera come professionista e farsi pagare. Il discorso alla fine si riduce all’interesse che un gioco genera. Il calciatore in sé non è un talento che dev’essere pagato, ma genera interessi che gli sponsor possono sfruttare per avere visibilità, e quindi lo pagano. Allo stesso modo, gli eSports possono essere una professione.

Sono consapevole che per alcuni potrebbe essere difficile capire perché qualcuno debba guardare altri giocare ai videogiochi, ma non dovremmo dimenticare che ci sono persone che pensano la stessa cosa del calcio. Coloro che hanno un legame con gli sport o gli Esports naturalmente vogliono seguirli e vedere le gare più belle, dal calcio all’atletica leggera, fino alle nostre partite.

L’unica differenza è che è più facile riconoscere le incredibili abilità degli atleti nella vita reale rispetto che negli eSports. È facile vedere che qualcuno è più veloce, più alto, più forte, salta più in alto o spara più forte di altri, mentre negli eSports devi avere una certa esperienza con quel determinato gioco per apprezzare correttamente le abilità”.

LOL

Cosa fa un allenatore di una squadra di LoL?
“Il mio lavoro non differisce molto da quello dell’allenatore negli sport tradizionali. L'allenatore ha il compito di migliorare i suoi giocatori, iniziando dalla strategia generale, dal gioco di squadra, dalle tattiche e dalla disciplina per finire con la consulenza individuale e, soprattutto, la gestione dell'uomo.

A differenza degli sport tradizionali, gli eSport sono ancora molto giovani, così come le strutture e i giocatori, il che significa che ho anche una responsabilità simile a quella di molti allenatori delle squadre giovanili, assicurandomi che i ragazzi apprendano i valori più importanti necessari per lavorare in una squadra, essere lì per loro nel loro sviluppo personale ed essere una guida”.

Come è nato il LoL team G2 eSports? Hai scelto personalmente i giocatori?
“La squadra attuale di G2 è stata creata dal nostro CEO Carlos Rodriguez e dal nostro franchise player Luka 'Perkz' Perkovic. Era l'unico membro rimasto di una precedente squadra G2. Lui è stato l’elemento principale, gli altri giocatori e gli allenatori sono arrivati dopo”.

Il fenomeno degli eSports!

Che cosa ha significato per te arrivare secondo ai campionati del mondo?
“Principalmente frustrazione. Sapevamo che saremmo stati abbastanza bravi da vincere finalmente il campionato del mondo, un risultato che nessuna squadra occidentale ha raggiunto da quando Corea del Sud e Cina fanno attivamente parte del circuito, ma non siamo riusciti a superare l'ultimo ostacolo. Per le scommesse eSports, l'unica partita che abbiamo perso nel 2019 è stata la finale mondiale, quindi fa ancora più male. Tra alcuni potrò forse guardarmi indietro ed essere orgoglioso di questo risultato, ma per ora provo principalmente rimpianto”.

Ultima domanda: quali suggerimenti puoi dare a un ragazzo o una ragazza che vuole diventare un professionista in LoL o negli eSports in generale?
“Il mio consiglio principale è di non sottovalutare quanto sia difficile diventare professionisti in qualsiasi attività, non solo parlando di League o degli eSports. Devi essere consapevole che potresti dedicarti completamente al tuo mestiere e non farcela lo stesso: perciò è importante che i giovani aspiranti giocatori non trascurino la scuola”.

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 30 aprile 2020.

October 19, 2021

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
Body

Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Molte sono state le vittorie di formazioni italiane e le partite memorabili che hanno visto come protagoniste le nostre rappresentanti in Eurolega. Ne abbiamo scelte 5, da raccontare qui sul blog italiano di 888sport.

5 - Ford Pallacanestro Cantù - Billy Olimpia Milano 69-68 (Grenoble, 24 marzo 1983)

Nel 1982 i canturini hanno conquistato la loro prima Coppa dei Campioni, superando in finale il Maccabi Tel Aviv a Colonia per 86-80, con un superlativo Marzorati, il playmaker per definizione della storia del basket italiano. Il Billy Milano, nello stesso anno, ha vinto lo scudetto della seconda stella, il primo con Dan Peterson sconfiggendo in finale Pesaro. 

Le due italiane in gara nella Coppa dei Campioni 1982-83 arrivano ad affrontarsi nella finale del 24 marzo al Palais des Sports di Grenoble: 9 dei 10mila spettatori sono lombardi, equamente divisi tra milanesi e canturini. La sfida è al cardiopalma: Cantù si trova in vantaggio 69-62 a un minuto dalla fine, ma non segnerà più fino alla sirena. E a 5 secondi dal termine, Franco Boselli manda sul ferro un pallone che avrebbe sancito un’incredibile rimonta per la Billy e, invece, consegna la seconda Coppa dei Campioni alla formazione allenata da Giancarlo Primo.

4 - Banco Roma-Barcellona 79-73 (Ginevra, 29 marzo 1984)

Il punto più alto raggiunto dal basket capitolino. Dopo aver conquistato il primo scudetto in un PalaEur gremito all’inverosimile, il Banco Roma alza al cielo la Coppa dei Campioni nel suggestivo Patinoire des Vernets di Ginevra. Più di 3mila tifosi arrivano sulle rive del lago elvetico da Roma per vedere le magie sotto canestro di Larry Wright ed i rimbalzi presi da Clarence Kea.

A guidare la squadra c’è Valerio Bianchini, coach tanto abile con gli schemi sulla lavagna quanto nell’eloquio d’alto livello: “La vittoria è la conseguenza dell’eccellenza dell’allenamento quotidiano: se lavori bene poi puoi anche perdere tre finali, la quarta la vinci” è una delle sue frasi più famose.

Roma e Barcellona hanno entrambe l’occasione di scrivere per la prima volta il proprio nome nell’albo d’oro del massimo trofeo europeo: i capitolini sono gli underdog a Ginevra, ma la serata è di quelle davvero magiche. Così il Banco Roma, dopo una magnifica rimonta, sale sul tetto d’Europa: la Roma, nel calcio, non riuscirà a fare lo stesso il 30 maggio di quello stesso anno. Ma questa è un’altra storia.

3 - Kinder Bologna-AEK Atene 58-44 (Barcellona, 23 aprile 1998)

Al Palau San Jordi di Barcellona, la Virtus Bologna conquista la prima Eurolega della sua storia, superando l’AEK Atene davanti a circa 10mila tifosi bianconeri. La sfida contro i greci è molto combattuta e spezzettata, con la Kinder che conduce 28-20 al 20’; Sconochini e Sasa Danilovic tengono a dovuta distanza l’AEK nella terza frazione che si conclude sul 40-29.

L’incontro è spigoloso, Atene rimonta fino a portarsi a -5 quando mancano due minuti alla sirena. Ci pensa Zoran Savic, che verrà poi votato MVP delle Finals, a infilare la tripla che, di fatto, consegna la coppa nelle mani della squadra di Ettore Messina.

Tutte per le scommesse e quote sul basket con 888sport.it!

2 - Kinder Bologna-Tau Ceramica 82-74 (Bologna, 10 maggio 2001)

La Virtus Bologna che, sotto la guida di Ettore Messina, conquista il Triplete nella stagione 2000-01 è considerata una delle squadre più forti di sempre del basket italiano ed europeo. Sono nuovamente gli anni d’oro del basket italiano, dopo il boom dei Sessanta e Settanta: mandiamo in Eurolega quattro formazioni in grado di lottare per vincere, ci siamo laureati campioni d’Europa nel 1999 con la Nazionale e ci prepariamo al meraviglioso (anche se ricco di rimpianti) argento olimpico di Atene.

Il quintetto base della Kinder è incredibile, anche letto 19 anni dopo: Antoine Rigaudeau, Marko Jaric, Emanuel Ginobili, Alessandro Frosini, Rashard Griffith. Le sfide della finale contro il Tau Ceramica (l’attuale Baskonia) di Vitoria-Gasteiz iniziano, però, con una sconfitta in casa per le V nere, che pareggiano poi i conti vincendo gara-2, sempre al PalaMalaguti. La vittoria felsinea in terra basca di gara-3 e la sconfitta in quella successiva portano le Finals alla quinta e decisiva partita.

In un PalaMalaguti sold-out, la notte del 10 maggio 2001 la Kinder Bologna si impone 82-74 e viene proiettata nella storia della pallacanestro continentale.

1 - Skipper Bologna-Montepaschi Siena 103-102 (Tel Aviv, 29 aprile 2004)

Non è una finale, ma una semifinale di Euroleague tutta italiana quella che vede di fronte alla Yad Eliyahu Arena di Tel Aviv la Skipper Bologna e la Montepaschi Siena. Fortitudo e Mens Sana lottano punto a punto, testa a testa in una sfida caratterizzata da continue rimonte e sorpassi dell’una sull’altra: la sirena fischia sul punteggio di 90-90, che consegna la decisione su chi affronterà i padroni di casa del Maccabi ai tempi supplementari.

Carlos Delfino, con un tiro libero messo a segno quando mancano 11.6 secondi al termine dell’overtime, rompe definitivamente l’equilibrio mandando la Skipper Bologna alla prima finale di Eurolega della sua storia. Il sito ufficiale dell’Eurolega definisce quella tra Skipper e MPS come “one of the best games in European basketball history”, una delle migliori partite nella storia del basket europeo.


*L'immagine di apertura dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo).

April 29, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
Body

Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Da qualche mese anche i club della Serie A stanno organizzando le loro squadre, con tanto di gironi eliminatori e Final Eight conclusiva. Abbiamo intervistato Giorgio Guglielmino, uno dei maggiori esperti in materia.

“Sono proprietario e presidente di due team: Hexon Esports ed Esports Empire - afferma - abbiamo 16 players tra Pes e FIFA, nell’altro team abbiamo sotto contratto altri 32 players che competono in altri giochi”.

Mi parli del rapporto nato con la Fiorentina?
“Con Hexon da 4 mesi è nata una partnership con il loro club. Come società esterna, noi ci occuperemo della gestione del progetto Esports del club. I giocatori della Fiorentina sono calciatori sotto contratto con Hexon, altri sono venuti fuori dal draft, ed erano stati selezionati altri due players che avrebbero dovuto partecipare al campionato di serie A che sarebbe dovuto partire in questo periodo”.

Il campionato è un progetto in rampa di lancio.
“La Serie A al momento è stata posticipata a data da destinarsi. Tutte le squadre italiane hanno aderito al torneo tranne Juventus (ha un’esclusiva con Konami), Napoli e Brescia. Il vero format partirà il prossimo anno. Questo torneo prevedeva 4 gironi - sia lato FIFA che lato PES - erano già stati fatti gli accoppiamenti con un sorteggio a Milano. Dopo la fase a gironi ci sarebbe dovuta essere una fase a eliminazione, e una Final Eight già programmata a Milano.

Tutti gli incontri sarebbero stati in modalità “live”. Il progetto finale è quello di creare in duplice copia il campionato di Serie A su consolle, ma tutto questo partirà soltanto il prossimo anno. Ogni torneo Esports di livello internazionale viene organizzato in modalità live, mentre oggi il gioco si sta sviluppando fondamentalmente on line, con un giocatore che sfida l’avversario che sta dall’altra parte del mondo”.

Qual è l’obiettivo degli Esports?
"L’auspicio è quello di creare una comunity, considerando che il settore attualmente abbraccia numeri importantissimi. All’estero gli Esports è già un movimento mostruoso: Psg, Manchester City, Real Madrid hanno già delle strutture all’interno dei loro centri sportivi. L’Esports all’estero è riconosciuto ufficialmente, in Italia questo non è ancora accaduto, ma presto accadrà perché dietro c’è un business infinito fatto di sponsor, di prodotti e di eventi”.

Ma i players hanno dei ricavi?
“I giocatori più importanti vengono stipendiati, non stiamo parlando di ragazzini che stanno davanti alla consolle, ma di veri e propri professionisti. Dietro c’è una struttura e un’organizzazione incredibile che non ha nulla da togliere a una squadra classica. Tanti sponsor si stanno avvicinando, ho visto in questi giorni che anche le scommesse sportive si stanno accorgendo di questo comparto: all’estero - in Inghilterra - scommettere sugli Esports è la normalità. In Italia è ancora un territorio quasi inesplorato e sarà interessante scommettere sulla A”.

In quali Nazioni gli Esports sono maggiormente diffusi?
"I Paesi maggiormente all’avanguardia sono Stati Uniti e l’Inghilterra, anche se negli States il calcio non è un gioco molto affermato. In Europa, sulla parte calcistica, l’Olanda è sicuramente il primo paese continentale. Lo stesso Ruud Gullit ha un team di Esports, e altri personaggi stanno investendo”.

Qual è l’impatto economico su squadre e calciatori?
Escludendo le squadre di calcio, oggi il team che ha il valore più alto è di 2,5 milioni di euro. Ma ce ne sono ancora pochi. Il movimento economico complessivo non è facile da determinare, in Italia vengono vendute 1,4 milioni di copie di FIFA, ma il business non è solo quello. I players qui in Italia possono arrivare a guadagnare anche duemila euro al mese mentre in Inghilterra, il player più importante del Manchester City ha già uno stipendio di 20 mila euro al mese. Dietro c’è un movimento che più abbracciare un’infinità di aspetti.

Che margini di sviluppo avranno in Italia gli Esports?
"Avranno margini importanti, gli Esports hanno un valore da far crescere nel tempo. Nel nostro Paese c’è una fetta importante di persone che gioca, che non riguarda soltanto la fascia 6-17 anni, ma abbraccia la fascia che va dai 20 ai 40 anni, e che è la più congrua. Mediamente in Italia ci sono 65-70 mila persone che ogni sera guardano la partite di FIFA dei players professionisti su Twitch, la piattaforma video per e-sport più famosa del mondo. Questo è un pianeta ancora inesplorato che fra poco avrà grandi numeri”.

*L'immagine di apertura è di Gregorio Borgia (AP Photo).

April 28, 2020

Di Simone Pieretti

simone pieretti
Body

Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

Simone Pieretti
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Il primo ad accorgersi del suo talento fu Mircea Lucescu. Il tecnico rumeno l'aveva già adocchiato nelle giovanili delle Rondinelle anche se, all'epoca suo esordio in Serie A, datato 21 maggio 1995, all'età di 16 anni e 3 giorni, fu gettato nella mischia da Adelio Moro, fedele secondo - in Italia - di Lucescu (esonerato), in un Reggiana-Brescia 2-0 di fine stagione con entrambe le squadre già certe della retrocessione in Serie B. Andrea Pirlo si palesò nel calcio italiano al 79' di quel giorno, subentrando a Marco Schenardi. E' l'alba, anzi, l'aurora della straordinaria carriera del "Maestro".

Dopo quella comparsata e la discesa in cadetteria, Pirlo trascorse tutta la stagione successiva nella Primavera, prima di tornare (e in pianta stabile) in quella prima squadra che vinse il campionato di Serie B nel 1996-97 con Edy Reja in panchina: 17 presenze in campionato e 2 reti, le prime della sua carriera. Una, nella sconfitta per 3-2 di Palermo e l'altra, di testa sul cross mancino di Rosario Pergolizzi, nel 3-1 al Venezia di fine stagione con festa per il primo posto e invasione di campo tra i tifosi bresciani al settimo cielo.

Il suo talento sbocciato nella stagione successiva, condita da 4 segnature, non fu sufficiente - per un solo punto - a salvare il Brescia dall'immediata retrocessione dai cadetti, al termine di una stagione combattuta ma difficoltosa, in cui in panchina si avvicendarono i vari Giuseppe Materazzi, Paolo Ferrario ed Egidio Salvi con Adriano Bacconi. Ma il biglietto da visita era ormai compilato in tutti i suoi spazi: un campione era appena nato.

Solo che il Pirlo di inizio carriera era la mezzapunta ideale (il termine "trequartista" non era ancora contemplato), l'erede designato di Roberto Baggio. Era opinione comune pensarla così, ai tempi. Anche quando l'Inter lo acquistò nell'estate 1998: incredibilmente è proprio qui che Andrea rincontrò Mircea Lucescu nel più che discusso avvicendamento con Gigi Simoni. Diciotto presenze, la maggior parte delle quali dalla panchina e la sensazione che servisse ancora un paio d'anni in provincia, per completare l'opera.

Nell'ordine, l'esperienza alla Reggina gli fa ritrovare il "gemello" Roberto Baronio (in prestito dalla Lazio) e con un altro ex nerazzurro, bomber Mohamed Kallon, fa sognare gli amaranto dello stretto, con sei gol realizzati e una Reggina presa per mano e trascinata al dodicesimo posto. Tornato all'Inter, si ritrova in mezzo alla burrasca che travolge Marcello Lippi e, a stagione inoltrata, dopo 4 presenze, torna in prestito al Brescia. Quella, però, si trattò di una scelta decisamente miope da parte del club nerazzurro, come del resto si era abituati, in una Serie A in cui i miliardi di lire a cascata, annebbiavano completamente gli sguardi al futuro.

LA SECONDA VITA CALCISTICA

Brescia che, nel frattempo, aveva messo sotto contratto un certo Roberto Baggio. "Come fare a farli coesistere?" Si chiese mister Carlo Mazzone. "Semplice, disegno un centrocampo a rombo e sposto Andrea Pirlo davanti alla difesa". Fu l'uovo di Colombo: Pirlo è il metronomo del centrocampo e Roberto Baggio, con le maglie delle Rondinelle, vive una seconda giovinezza, libero di agire alle spalle dell'attacco. Risultato: il Brescia arriva a qualificarsi per l'Intertoto. In estate, la qualificazione alla Coppa Uefa sfuma solo in finale con un doppio pareggio contro Il Paris Saint-Germain. Che non era certo quello degli sceicchi di oggi, ma aveva comunque il suo bel blasone.

L'Inter, nel frattempo, fu ancora più miope nel cederlo ai rivali cittadini del Milan nell'estate 2001 per 35 miliardi di lire. In rossonero, Pirlo resterà dieci anni. E' proprio da qui che nacque la parabola del Maestro, il quale s'inventò, nel tempo "La Maledetta", calcio di punizione con palla che - colpita sulla "valvola" - prende un effetto tale in modo da ingannare il portiere e scendere repentinamente sotto la traversa; oppure il perfezionamento del "no look", passaggio di prima girando la testa dalla parte opposta alla traiettoria (caratterizzante lo stile di Ronaldinho), che nel 2006 ci fece vincere un Mondiale con l'assist a Fabio Grosso nella semifinale con la Germania.  

Un palmarès pazzesco: oltre alla Coppa del Mondo, anche un Europeo Under 21 (nel 2000) con l'Italia, tra i tanti trofei alzati, anche due Champions League (entrambe col Milan) e sei campionati, quattro dei quali con la Juventus, in cui il "Maestro" arriva nel 2011, considerato prematuramente "bollito" da Adriano Galliani. Qui "fa pace" con Massimiliano Allegri e fa innamorare anche il tifo bianconero, prima di andare a insegnare calcio al di là dell'Oceano, in MLS, nel New York City. Oggi, il Maestro è pronto alla carriera da allenatore. 

*La foto di apertura dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo).

April 28, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
Body

Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off