Non ha ancora compiuto vent’anni, ma l’ungherese Daniel Bereznay è già un pilota di Formula 1 affermato nel mondo degli eSports: noto con il nickname di FormulaDani, è un pilota ufficiale della scuderia Alfa Romeo Racing. L’abbiamo intervistato in esclusiva per il blog italiano di 888sport.

Come hai iniziato la tua carriera come pilota di Formula 1 eSports?
“La mia carriera è iniziata presto, quando all’età di 7 anni mio padre ha acquistato un gioco di rally per il nostro computer. All’inizio giocavamo con la tastiera e io, con le mie dita piccole e la rapidità di reazione, l’ho presto battuto. Quindi ha comprato un volante, perché pensava che, usando lo steso tipo di dispositivo con cui si guida una macchina vera (e lui guida molto nella vita reale) avrebbe vinto nella nostra rivalità. Mi sono abituato abbastanza rapidamente, mi appassionava l’idea di poter vivere ogni momento di qualsiasi esperienza di guida e ho sconfitto di nuovo mio padre...

Ero motivato, il gioco mi attraeva così tanto che ho iniziato a cercare nuovi amici online con i quali ho organizzato un paio di campionati che sono stati il primo passo verso il gioco competitivo. Ogni fine settimana correvamo una gara per la quale tutti ci eravamo allenati. Non c’era alcun premio in palio, solo la gloria e l’orgoglio, ma era più che sufficiente per dei veri piloti, come ci sentivamo noi.

Anno dopo anno, sono cresciuto di livello e ho iniziato a disputare alcune competizioni internazionali; nel 2018 ho vinto il più importante campionato di Formula 1 dell’epoca, l’Apex Online Racing. In quello stesso periodo, F1 e Liberty Media hanno lanciato la loro propria serie ufficiale di ESports e io sono stato più che felice di firmare. Quando sono arrivato ai Pro Draft ero già un pilota abbastanza affermato online, perciò la Mercedes ha avuto la possibilità di scegliermi tenendo in considerazione tutte le mie prestazioni.

Ora sto correndo per l’Alfa Romeo Racing: è proprio come nella vita reale, i team si contendono a colpi di offerte sempre più importanti i migliori pilori e sono contento di avere un secondo e un terzo posto al Mondiale nella mia personale bacheca”.

Ci racconti com’è la giornata tipo del pilota di F1 eSports?
“La nostra tipica giornata può essere più interessante di ciò che pensa la gente. Sicuramente ci esercitiamo molto, tra le 30 e le 40 ore settimanali di gioco. Dobbiamo anche allenarci fisicamente per mantenere la resistenza e mangiare sano, poiché in un corpo sano c'è una mente sana. Inoltre amiamo molto interagire con i nostri spettatori: quindi la creazione di contenuti, la registrazione e l'editing di video sono anch’esse parti importanti della mia vita, per mostrare questo segmento di motorsport il meglio che possiamo. Poiché tutti lo amiamo”.

Cosa significa essere un pilota eSports professionista?
“Esserlo, specialmente in Formula 1, per me significa moltissimo. Ho sempre ammirato questo sport e ho sempre voluto far parte della sua grande famiglia. Se non si ha la passione e non si inizia molto presto non è possibile diventare un vero pilota. Volevo diventare un ingegnere: ho studiato la matematica e la fisica ad alto livello in tutte le scuole che ho frequentato. Ma sembra che io sia addirittura più dotato di talento nel guidare i simulatori: quindi ho deciso di intraprendere questo percorso ed eccomi qui! Sono davvero felice di aver raggiunto tutto questo e non voglio rinunciarci: voglio rimanere qui il più a lungo possibile”.

Come ti trovi con il team Alfa Romeo?
“Attualmente sto guidando per l’Alfa Romeo Racing poiché sono stati quelli che mi hanno offerto il contratto che ho trovato più convincente. Le auto nel gioco sono assolutamente uguali, solamente la livrea è diversa: spetta, perciò, ai piloti mostrare il loro talento. Questa è una grande famiglia, con grandi eventi e bellissime macchine da corsa reali: sono fortunato a trovarmi qui”.

 

Qual è stato il momento più bello della tua carriera, finora?

“Probabilmente vincere la mia prima gara ufficiale in assoluto, Spa 2018. Un altro momento memorabile è stato quando abbiamo vinto il campionato mondiale costruttori con la Mercedes. È stata la più grande impresa di squadra della mia vita”.

Molti piloti di Formula 1 stanno partecipando ai GP eSports: stai diventando importante per loro? Ti chiedono suggerimenti? E chi è il migliore di loro?
“È vero: molti piloti dei motori hanno iniziato a correre nel mondo virtuale e spesso capita che ci chiedano alcuni consigli. Non c'è nulla di cui vergognarsi per loro, dato che giocare a questo gioco è il nostro lavoro, quindi naturalmente lo conosciamo meglio. Se ci trasferissimo alla vita reale, sarebbe sicuramente il contrario. Ma la maggior parte di loro mostra il loro talento piuttosto rapidamente: Giovinazzi, Leclerc e Norris sono già a un livello piuttosto competitivo, nonostante la poca esperienza”.

Com'è il tuo rapporto con la vera F1?
“Sono un grande fan della Formula 1, la seguo da 10 anni che è più della metà della mia vita. Sono un fan di Sebastian Vettel, poiché ha iniziato a correre nello stesso periodo in cui io stavo iniziando a seguire questo sport in televisione. Ho trovato nello stesso momento in cui ho iniziato a guardare lo sport, quindi ho trovato simile il nostro percorso”.

*La foto dell'articolo è di Aaron Favila (AP Photo).

April 27, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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Leggendo le dichiarazioni di un Campione come Paolo Maldini che, analizzando la sua carriera, si autodefinisce come il calciatore più perdente della storia, cerchiamo di analizzare, attraverso i numeri relativi alle prestazioni europee, il percorso di chi, rispetto al supercapitano rossonero, si presenta solo come un vincitore...

Proprio con Paolo Maldini alla guida tecnica, Ibra... ci ha riprovato sicuramente non da favorito per i pronostici Champions in un girone, quello con Liverpool, Atletico e Porto!

In Champions con il Milan

La prima partecipazione di Zlatan in Europa

Ibra in Champions con le italiane

In Champions con il Milan

Valutiamo le stagioni di Zlatan Ibrahimovic in Champions, centravanti del Milan in due periodi calcistici completamente diversi e vincitore seriale di campionati a tutte le latitudini. Della Coppa dalle Grande Orecchie, però, neanche l’ombra di qualche minuto in finale...

Sfortuna? Squadre non all'altezza delle avversarie più forti? Probabilmente una semplice assenza di... tempismo!

Ibrahimovic contro il Porto

LA PRIMA PARTECIPAZIONE

Con la maglia dell’Ajax, Zlatan è protagonista di un'ottima campagna europea nel 2002/2003: i lancieri usciranno ai quarti solo contro il Milan (non sarà l’unico dispiacere che il gigante svedese riceverà dal suo passato/futuro in Champions) ed il gigante svedese raggiungerà il cospicuo bottino di 5 reti.

La formula è quella del doppio girone: nel primo, l’Ajax passa al secondo posto. Memorabile la partita contro l’Inter: Zlatan, schierato da Koeman al centro dell’attacco, non può nulla contro il clamoroso stato di forma di Hernan Crespo, autore di una doppietta ad Amsterdam.
Il secondo raggruppamento si presenta equilibratissimo per le scommesse e quote Champions League: oltre gli olandesi ne fanno parte Valencia, Roma ed Arsenal. L’Ajax non perde mai, addirittura 5 pareggi in 6 incontri e, nell’unica vittoria contro la Roma, è naturalmente il giovanissimo attaccante ad aprire le marcature, sfruttando un errore di Antonioli.

Nella fase ad eliminazione diretta, il sorteggio per i ragazzi capitanati da Chivu non è fortunatissimo: c'è da superare un Milan, pieno di stelle! Dopo lo 0-0 all’andata, a San Siro la gara di ritorno è davvero epica. Milan in vantaggio con Inzaghi nel primo tempo; nella ripresa, l’Ajax prima sfiora il gol con Ibra che anticipa Dida con un colpo di testa che termina di poco a lato, poi trova il pari con il neoentrato Jari Litmanen.

Non passano neanche due minuti e Sheva riporta subito il risultato sul 2-1. L’Ajax raggiunge il 2-2 con Pienaar che varrebbe una clamorosa qualificazione alle semifinali. Il gol del 3-2 dai rossoneri con quel tocco di Inzaghi “sporcato” sulla linea da Tomasson gela gli olandesi e rimanda i sogni di gloria europei di Ibra!

LA CHAMPIONS CON LE ITALIANE

Dopo il clamoroso gol di tacco all'Italia ad Euro 2004, lo svedese passa alla Juventus. Ibra, senza mai incidere in termini realizzativi, raggiunge per due volte i quarti in Champions, sempre eliminato da squadre inglesi: il Liverpool, poi vittorioso, nel 2005 e l’Arsenal, che sarà sconfitto solo dal Barcellona nella finale di Parigi, nell’edizione successiva.

Ibra con la Juve!

Anche all’Inter i numeri ed i successi non coincidono mai tra campionato e Champions. Con la formula passata ad un solo girone, nel 2008/2009, i nerazzurri passano in anticipo il gruppo B, totalizzando, però, solo un punto nelle ultime 3 gare del raggruppamento.

L’abbinamento, così, per gli Ottavi è con lo United: dopo lo 0-0 a San Siro, al ritorno, nello stadio dei sogni, Zlatan è in serata, soprattutto nel primo tempo, colpisce una traversa con un colpo di testa sullo 1-0 per i Red Devils (altra sua futura squadra), lancia a rete due volte Stankovic, sfiora il gol con un diagonale chirurgico, ma alla fine è Cristiano Ronaldo ad andare a segno e Zlatan è nuovamente eliminato!

Quello che accade l’estate successiva è emblematico del rapporto dello svedese con la Coppa: fa il diavolo a quattro per lasciare l’inter per il Barcellona campione in carica, arriva a La Masia e, naturalmente, esce, a sorpresa per le scommesse calcio, in semifinale proprio con l’Inter nella stagione del Triplete!

Ibra con la maglia del Milan

Probabilmente terminerà la sua carriera senza aver disputato una finale di Champions, ma Ibrahimovic ha scritto anche alcuni record incredibili nella competizione: è stato il primo ad averla disputata con 7 maglie diverse, clamorosi i suoi 10 gol con il PSG nel 2013/2014, eliminato solo dal guizzo di Demba Ba a Londra. La partita più bella, forse, con la maglia n. 11 del Milan negli Ottavi contro l’Arsenal!

*La immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 26 aprile 2020.

October 21, 2021

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Gli appassionati di calcio della mia generazione, quelli nati tra la fine degli anni Settanta e gli Ottanta, sono cresciuti guardando il cartone animato di Holly e Benji, che oggi conosciamo con il nome originale di Captain Tsubasa. Oliver Hutton, stella del calcio giovanile nipponico e protagonista del cartone, aveva un sogno nel cassetto: diventare un campione e andare in Brasile a giocare, seguendo le orme del grande Roberto Sedinho, il fuoriclasse verdeoro che ha dovuto, suo malgrado, interrompere la sua carriera a seguito di un distacco della retina e, dopo varie traversie si ritrova a casa Hutton ed erudisce il piccolo Holly sui segreti del calcio.

Hutton, nonostante gli importanti successi ottenuti con la nazionale giovanile del Giappone, non prenderà mai quel volo per il Sudamerica. Passando dalla fantasia alla realtà, c’è una persona la cui vicenda calcistica mi ha sempre appassionato, al punto da aver scritto insieme a lui un libro sulla sua vita e la sua carriera: si tratta di Marco Osio, il fantasista dai capelli lunghi e i calzettoni abbassati che è diventato una delle icone del Parma di Nevio Scala che, all’inizio degli anni Novanta, raggiunse la Serie A per la prima volta nella storia e collezionò importanti allori nazionali ed europei, primo tra tutti la Coppa delle Coppe vinta nel 1993 a Wembley contro l’Anversa.

Osio quell’aereo l’ha preso e ha fatto bene, come direbbe De Gregori: un volo che sovverte l’ordine naturale delle cose nel mondo che calcio che hanno sempre visto i brasiliani andare a giocare in Italia e non il contrario. Fine settembre 1995: Marco è senza squadra, dopo il poco fortunato ritorno al Torino (squadra con cui aveva iniziato a giocare) e si allena con i dilettanti del Noceto a Parma, in attesa di una chiamata.

Il telefono squilla, un giorno, e il contenuto della telefonata è il più bizzarro che Osio si possa aspettare: “Marco, verresti a giocare in Brasile?”, gli chiede il presidente della Parmalat del paese sudamericano; e lui accetta. Firma con il Palmeiras, dove si è appena liberato un posto per un calciatore straniero, perché il colombiano Freddy Rincon, di ritorno dal Napoli, si è accasato al Real Madrid. I giornali, le televisioni e i media in generale si interessano subito alla notizia dell’emigrante del pallone, dello Zico alla rovescia, come racconto nel libro.

Non è un caso che la squadra brasiliana che ingaggia Osio sia il Palmeiras: la squadra dei Verdão, così soprannominati per via della loro maglia a strisce verticali bianche e verdi, è stata fondata nel 1914 da immigrati italiani, dopo la tournée in Brasile di Torino e Pro Vercelli, con il nome di “Palestra Italia”. L’organico del Palmeiras per quella stagione è di tutto rispetto: in rosa ci sono giocatori come Rivaldo, Cafu, l’ex torinista Muller, Amaràl, Antonio Carlos Zago, futuro campione d’Italia con la Roma, e molti altri. Una squadra costruita per vincere.

“L’impatto è stato abbastanza violento – mi racconta Marco nel libro -, quando decidi di andare a vivere in un Paese completamente diverso, di cui non conoscevo la lingua, le tradizioni, gli usi, i costumi e il calcio specialmente. Anche se io ho sempre detto che il calcio parla una lingua sola: se sei bravo a giocare, puoi farlo in Italia, in Belgio o in Thailandia, dove vuoi, non devi per forza saper parlare la lingua. Sì, puoi avere difficoltà nelle interviste, ma in campo, bene o male, ti capisci.”

L'ESORDIO

L’esordio ufficiale di Marco con la maglia verdão avviene il 12 ottobre 1995. Lo stesso giorno in cui, più di cinquecento anni prima, un italiano sbarcava per la prima volta sul continente americano, un altro italiano calca per la prima volta nella storia il campo da calcio di una squadra della massima serie brasiliana.

Carlos Alberto Silva, con lo squadrone che ha in mano, non riesce a vincere il Brasilerao 1995 e viene esonerato dalla dirigenza. Al suo posto arriva Vanderlei Luxemburgo, dal Flamengo, e con lui si vede subito che la musica, per Marco, è cambiata, rispetto alla precedente gestione in cui faticava a trovare spazio. A gennaio del 1996, agli inizi della nuova stagione, Marco viene schierato titolare in una delle vittorie storiche del Palmeiras: all’Estádio Plácido Aderaldo Castelo, Castelão di Fortaleza, il 22 del mese, l’avversario di turno sono i Campioni di Germania del Borussia Dortmund che 18 mesi dopo batteranno la Juventus in finale di Champions, per il trofeo amichevole Coppa Euro-America.

Curiosità: la partita si disputa alle 22.45, un orario decisamente inconsueto. Il motivo è semplice: in Brasile chi determina i palinsesti televisivi sono le telenovelas. Se c’è in programma una puntata di uno sceneggiato televisivo, la partita viene spostata a dopo la fine della trasmissione. Strano ma vero.

Il Campionato Paulista 1996 si tramuta in una marcia inarrestabile per i ragazzi di Luxemburgo; una squadra troppo più forte dei suoi avversari, che non sono minimamente in grado di competere con una formazione di tale livello. Il Palmeiras di Marco Osio trionfa battendo tutti i record: realizza ottantatré punti su novanta disponibili, segnando centodue reti e subendone appena diciannove. Il campionato vinto da Marco è il risultato di calcio migliore di tutti i tempi ottenuto da una squadra nel Paulista.

“Una serie incredibile di successi; è stata una cavalcata! – ricorda Marco - Abbiamo vinto con più di venti punti di vantaggio sulla seconda. Certo, bisogna dire che la qualità del campionato era bassa; ricorda molto quello spagnolo di qualche anno fa in cui ci sono Real Madrid e Barcellona e dietro di loro poco altro. Una bella esperienza, vincente, con il titolo statale vinto e la finale della Coppa del Brasile.”

*Molti brani di questa storia sono tratti dal libro “Marco Osio, il Sindaco” di Emanuele Giulianelli; Ed. Officine Gutenberg. La foto dell'articolo è di Andre Penner (AP Photo).

April 25, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

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Era un trequartista dalla collocazione complicata, è diventato una mezzala di eccezionale qualità, capace di interpretare al meglio un ruolo che nella sua evoluzione moderna è sempre più complesso perché bisogna saper fare tutto, in fase offensiva e difensiva. È Sergej Milinkovic, il tuttocampista della Lazio.

 Del serbo, stagione dopo stagione, Simone Inzaghi ha saputo contenere la predisposizione alle finezze “tacco & suola” – irritanti, se il contesto in campo era di “guerra” - a beneficio della concretezza, di una solidità straordinariamente efficace per la crescita del giocatore e i risultati della Lazio. Da potenziale numero 10, Milinkovic ha dunque cambiato mentalità e atteggiamento in campo.

Merito di Inzaghi che ha trovato gli strumenti dialettici, tattici, motivazionali per convincerlo; bravo lui, Sergej, ad aprire la mente, ad allargare i suoi orizzonti rendendosi disponibile alla trasformazione. “Devo ringraziarlo per questo”, ha ripetuto spesso l’allenatore della Lazio. Non da tutti, davvero, sacrificarsi alternando con naturalezza – nell’arco della stessa partita – giocate da stella che fanno parte del suo repertorio (assist, gol, dribbling, lanci, blitz in area, delizie tecniche assortite) ad altre da gregario di lusso, da mediano capace di recuperare mille palloni al limite della sua area, di rincorrere l’avversario, di aiutare i compagni nel lavoro di copertura e poi di transizione.

Due numeri ne indicano chiaramente l’evoluzione tecnico-tattica: è il giocatore che ha commesso più falli – 52 - nella Serie A 2019-2020. Pensate che strano, un calciatore così tecnico ed elegante in testa alla classifica dei “cattivi”. Poi è anche l’uomo che ha affrontato più duelli a terra o aerei, addirittura 384. Sembrano le statistiche di un grande interditore, davvero. Che poi i duelli aerei, grazie al combinato disposto di altezza (1,91), potenza fisica ed elevazione, li vince quasi tutti lui. Così, per le scommesse Serie A, dalla quota antepost @101, la Lazio è diventata la seconda favorita per lo scudetto...

Di sicuro ha vinto la Lazio a prenderlo nell’estate 2015, grazie a un lungo pressing del ds Tare nei confronti del suo agente Kezman. Il padre aveva parlato anche con la Fiorentina, tant’è che il ragazzo serbo si presentò a Firenze, nella sede del club viola, il 6 agosto di quella torrida estate e sembrava stesse per firmare. Colpo di scena: il giorno dopo, Sergej Milinkovic tenne fede alla promessa fatta alla Lazio e firmò il contratto con i biancocelesti. Pradè, allora ds della Fiorentina, ci rimase malissimo, ma questo è il mercato: i colpi di scena fanno parte del “gioco”. Alla Lazio capitò con il compianto Astori, ad esempio: sembrava preso, invece in extremis scelse la Roma.

LE CIFRE DEL COLPO 

Milinkovic aveva 20 anni e un futuro già scritto da stella del calcio internazionale. La società biancoceleste lo pagò 4,9 milioni più 1 milione di bonus. Nel contratto con il Genk fu inserita una clausola: per evitare che al club belga andasse il 50% della futura rivendita, entro due anni la Lazio avrebbe dovuto versare altri 9 milioni. Cifra che Lotito si affrettò entro i tempi stabiliti a versare nelle casse del Genk: in pratica, investendo 15 milioni, la Lazio ha acquistato senza più condizioni un fuoriclasse che ora ne costa almeno 100.

La sua quotazione era scesa dopo il deludente Mondiale 2018, con conseguente flessione anche nei primi mesi della stagione successiva. Ma dopo questo campionato da fenomeno, il valore del “Sergente” – come lo chiamano i tifosi della Lazio – ha di nuovo raggiunto livelli da super star del pallone. Non a caso, per lui è tornato alla carica Leonardo: lo voleva al Milan nell’estate 2018, lo vorrebbe ora che è diventato il direttore sportivo del Paris Saint Germain. Altri corteggiatori seriali sono Manchester United, Real Madrid e Juventus, tutti top club convinti che il serbo a 25 anni abbia ormai raggiunto la definitiva maturazione.

Nel frattempo, Milinkovic – rinnovo dopo rinnovo – è diventato il calciatore più pagato della Lazio: contratto fino al 2024 da 3 milioni netti a stagione, ma con i bonus tocca agevolmente quota 3,5. Soldi ben spesi, se si considera che Milinkovic è stato tra i protagonisti della vittoria in Supercoppa contro la Juve e soprattutto della strepitosa cavalcata dei biancocelesti in campionato.

Il gol decisivo del 7 dicembre 2019 all’Olimpico proprio contro i bianconeri, stop di destro al volo e diagonale di sinistro all’angolo, è tra le perle della stagione. Meno spettacolare ma comunque determinante il perfido piatto sinistro, dopo un controllo di suola, per il 2-1 sull’Inter la sera del 16 febbraio. E la stagione precedente l’aveva chiusa segnando di testa il gol spaccapartita all’Atalanta, in finale di Coppa Italia.

Impressiona, adesso, ricordare un giudizio di Tare quando lo acquistò 5 anni fa: “Diventerà uno dei più forti centrocampisti d’Europa”. Se Milinkovic saprà imporsi anche in Champions League, allora scatterà la standing ovation per il ds della Lazio: pronostico indovinato.

*La foto di apertura dell'articolo è di Andrew Medichini (AP Photo).

 

 
April 23, 2020

Di Giulio Cardone

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Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

Giulio Cardone
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"Siamo partiti da un pensiero elementare: Juventus = calcio. E partendo da qui abbiamo costruito tutto il resto". Parola di Andrea Agnelli, da 10 anni, 19 maggio 2010, alla guida della società bianconera. Un decennio in cui il calcio, dopo gli anni difficili del post Calciopoli, è stato rimesso al centro del progetto.
Dire che la Juventus sia soltanto una società sportiva è limitato. Quanto fatto in termini di crescita economica e tecnica, infatti, mostra quale sia la dimensione reale. 

I bianconeri, oltre ad avere, rispetto alla prima squadra, una rosa di livello superiore rispetto alle altre dirette concorrenti, vantano una struttura tecnico - societaria avanzata, rappresentando una realtà virtuosa, oltre che vincente, del calcio italiano.
La dimensione Juventus  risulta essere all’avanguardia dal punto di vista delle strutture, con i vari ‘JMedical’, ‘JHotel’, la Continassa e, ovviamente, l’Allianz Stadium che rappresentano i fiori all’occhiello della famiglia Agnelli. Altra realtà consolidata è ormai anche la squadra femminile che, così come la prima squadra, domina la sua categoria fin dal primo anno della sua fondazione.

Ma, ancor più legata alla prima squadra, risulta la Juventus U23, guidata da Fabio Pecchia. La realtà delle squadre B è ancora semi-inesplorata dal calcio italiano, ma la Juventus ha deciso di intraprenderla fin dagli albori per dare spazio ai propri giovani. Certo, i risultati non ricordano quelli del ‘Team A’, essendo questa una squadra che naviga nel centro classifica, ma l'obiettivo è chiaramente quello di puntare alla crescita dei giovani talentini.

Per loro, la realtà della Serie C risulta difficile, essendo ricca di insidie, considerato che sono presenti compagini comunque importanti. Ma questo non può che rappresentare una buona scuola per chi aspira a posizionarsi e stabilizzarsi a livelli alti del calcio. Basti pensare che, anche a causa dei termini restrittivi riguardanti le seconde squadre, i bianconeri hanno, anche per ragioni di regolamento, la rosa con l’età media più bassa del girone (21,3). Ed è difficile, per una squadra così giovane, chiedere una certa costanza di rendimento. La volontà di credere in questa realtà però è visibile a tutti, nella speranza che qualche calciatore cresca con la gestione dell'ex centrocampista!

In attesa di valutare il possibile riscatto di Rolando Mandragora dall'Udinese, la società pone attenzione anche ai prestiti per sostituire qualche partenza o per cercare di fare plusvalenze, in un mercato, come il prossimo, che sarà, inevitabilmente, più di idee che di bonifici!

I PRESTITI

È già un tesserato della Juventus Dejan Kulusevski: l’attaccante del Parma, prelevato nella scorsa sessione di mercato per una cifra di quaranta milioni, è pronto a giocarsi le proprie carte nella speranza di ritagliarsi un posto importante nelle gerarchie di mister Sarri. Non è completamente esclusa per lui, però, un’altra stagione in prestito, magari proprio al Parma, realtà in cui l’ex Primavera dell’Atalanta è esploso.

Altro calciatore interessante, momentaneamente altrove, è il terzino Luca Pellegrini. Quest’ultimo è riconosciuto come uno dei terzini più promettenti del panorama calcistico italiano, ha già all'attivo trentacinque presenze in Serie A e ha già mostrato qualità importanti. Arrivato a Torino nello scambio con la Roma, che ha visto Leonardo Spinazzola fare il percorso inverso, il classe ‘99 è attualmente nelle fila del Cagliari. Il DS Paratici da Torino lo scruta, tant’è che non è utopica l’ipotesi di ‘promozione’ in bianconero.

Christian Romero è un altro tesserato bianconero che ancora deve fare il suo debutto con la maglia dei campioni d’Italia. Nello scorso anno è stato acquistato a titolo definitivo dalla Juventus per ventisei milioni di euro e successivamente girato nuovamente in prestito annuale al Genoa con premi a favore dei liguri per un massimo di 5,3 milioni di euro. Per lui, al momento, appare complicato un posto stabile in squadra, vista la folta concorrenza del pacchetto arretrato a disposizione dei bianconeri, ma nulla è precluso.

Due giocatori che invece si sono visti costretti ad andare via per cercare uno spazio di visibilità maggiore sono Mattia Perin e Marko Pjaca. Il primo, in prestito al Genoa così come Romero, è tornato in Liguria per cercare di ritrovare la titolarità, considerata la presenza stabile tra i pali di Szczesny. L’attaccante croato invece, complici anche i numerosi guai fisici, non si è mai realmente inserito nel mondo Juventus, che lo ha mandato in prestito all’Anderlecht per cercare quantomeno di non svalutare il valore del cartellino.

Tante quindi le potenziali soluzioni interne che la società bianconera ha a disposizione per continuare a crescere. E in tempi come questi, in cui le garanzie economiche sono ai minimi storici, questo fattore potrebbe essere di non poco conto.
Tra giovani e calciatori in prestito, la Juventus ha tante risorse e non solo in prima squadra.

*Il testo dell'articolo è stato curato da Le Bombe Di Vlad; l'immagine è di Claude Paris (AP Photo).

April 22, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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È trascorsa un’era geologica dal giorno il Corriere della Sera titolava “Camporese locomotiva d’Italia”, quando Omar, sconfiggendo Goran Ivanisevic in finale a Milano il 9 febbraio 1992, si posizionava al numero 18 della classifica ATP; lo stesso ranking è stato raggiunto, in tempi più recenti, prima da Andrea Gaudenzi e poi da Andreas Seppi. 

Poi, il 4 giugno 2019 Fabio Fognini è entrato nei top ten, 41 anni dopo Corrado Barazzutti: più di un’era geologica nello sport. E da lì è stato un trionfo. Matteo Berrettini, che avevamo indicato come uno degli sportivi italiani più attesi nel 2020, ha seguito le orme del Fogna da Arma di Taggia: alla sua terza stagione nel circuito ATP raggiunge la posizione numero 8 in classifica, si qualifica per le Finals di Londra e diventa anche il primo azzurro a vincere un match nel prestigioso appuntamento di chiusura del calendario del tennis mondiale. E Jannik Sinner? Per il diciottenne di San Candido, già numero 68 del mondo, si prospetta un futuro da vincitore di Slam.

Abbiamo parlato di questa vera e proprio golden age del tennis maschile italiano con Alessandro Nizegorodcew, telecronista di Super Tennis TV, in esclusiva per il blog italiano di 888sport.

Berrettini, Sinner, ma anche Sonego e i recenti successi di Mager. Sembra una nuova età d'oro per il tennis maschile italiano. Dove nasce, secondo te? È frutto di un progetto o è causale, per la disponibilità di una generazione di talenti?

“È corretto parlare, per il tennis maschile italiano, di una nuova età dell’oro. Secondo me, nasce da diversi fattori. In parte è casuale, nel senso che, come avvenuto negli anni passati nel tennis femminile, ci sono tanti giocatori forti che escono fuori nello stesso periodo. Da questo discorso escludiamo, ovviamente, Fognini che è a quel livello da molti anni e, quindi, non fa parte di questa generazione, anche se in questo momento è ancora lì.

Parlando quindi dei talenti di cui mi chiedevi, un fattore è stata la consapevolezza acquisita dopo la semifinale raggiunta da Cecchinato a Parigi nel 2018 che ha fatto capire a tutti come, con il lavoro e la determinazione, raggiungere traguardi così importanti non è impossibile. Un’altra componente fondamentale, in questo processo di crescita, è la presenza di una schiera di allenatori italiani che, in questo momento, fa invidia al mondo intero”.

Per anni si è polemizzato sui rapporti tra circoli, allenatori privati dei tennisti e la federazione: che momento è? I successi sono frutto anche di una sorta di pax?

“In passato non c’era grande collaborazione tra FIT e team privati. Soprattutto da quando, però, è arrivato Umberto Rianna al progetto federale per gli Under 18 si è cominciato a creare un ottimo rapporto con tutti i team privati. Addirittura, lo stesso Rianna, accompagnato da Filippo Volandri, è entrato nei team privati come federale con Berrettini, Sonego e anche altri ragazzi più giovani.

Dalla ripresa dell’attività tennistica, seguirà Musetti e Zeppieri, oltre ai loro team: si è, quindi, creata una sinergia importante a livello tecnico tra la federazione e i coach privati, che seguono i tennisti nel corso di tutto l’anno. Oltretutto, con questa collaborazione è stato stabilito anche un supporto economico federale che, soprattutto per i giovani, è molto importante questo step degli ultimi anni. Finalmente, insomma, la FIT sta dando una bella mano!”

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Non sappiamo quando il tennis potrà ripartire, ma che stagione ti aspetti per Matteo Berrettini dopo gli enormi exploit del 2019? C'è rischio di perdere molti punti, secondo te, o ormai ha trovato un posto stabile nei top 10?

“Molto dipenderà dal discorso dei punti congelati per l’interruzione, quando si riprenderà. Secondo me, a questo punto, Berrettini spera che si riparta dopo New York, almeno non dovrà difendere quei punti: è molto difficile, comunque, capire quello che potrà succedere, non essendo chiaro quando si ricomincerà a giocare. Matteo ha la possibilità di rimanere nei top ten, anche perché ha tutte le qualità tennistiche e, soprattutto, mentali per farlo: si abituerà presto a quel tipo di livello”.

Per Jannik Sinner si prospetta un futuro da top, da potenziale vincitore di tornei dello Slam: quanto e, soprattutto, cosa gli manca dal tuo punto di vista?

“Sinner ha sicuramente potenzialità da top, da vincitore di uno Slam, ma gli manca ancora tanto.  È giovanissimo e gli manca esperienza, anche semplicemente giocare un certo tipo di partite, tanti match tre su cinque, perché poi è negli Slam che si fa davvero la differenza. Sta lavorando tantissimo sul gioco di volo, che è ancora quasi totalmente assente, ma è fondamentale per il modo di giocare di questi anni: ormai, per vincere i grandi match bisogna andare a chiudere i punti a rete.

Dal punto di vista tecnico da fondo, il dritto può essere ancora migliorato, mentre il rovescio è meraviglioso. Il ritmo che imprime allo scambio è devastante già oggi, quindi per l’altoatesino è solo una questione di migliorarsi sotto tutti i punti di vista giocando. Più giochi, più ti alleni e migliori: è una conseguenza abbastanza naturale, tipica per tutti i grandi tennisti”.

L'era dei magnifici 3 sta per finire, o comunque non sarà eterna: il posto tra i futuri re del tennis mondiale potrà essere di un italiano?

“Dopo l’era di Federer, Djokovic e Nadal, secondo me per le scommesse e quote per il tennis ci sarà un momento privo di dominatori assoluti, un po’ come quando c’era gente come Hewitt, Roddick e altri che si alternavano in vetta alla classifica. Ci saranno grandi giocatori che vinceranno più di altri, come Auger-Aliassime che, secondo e, vincerà uno Slam, Zverev o Tsitsipas; e un paio di Roland Garros a Thiem penso non li toglierà nessuno, quando smetterà Nadal. Lo stesso Shapovalov, più costruito e ordinato, potrà andare a vincere uno Slam, come Wimbledon o Melbourne che vedo adatto alle sue caratteristiche. Ci sarà, insomma, tanto ricambio e tanti vincitori diversi nei tornei dello Slam, dopo i fab three”.

La Coppa Davis manca all’Italia dallo storico successo di Santiago del Cile nel 1976: potrebbe essere il momento giusto per vincere di nuovo?

“Con la nuova formula a gironi, è tutto diverso. Se quest’anno si disputerà la Davis, il sorteggio per l’Italia è favorevole: la Colombia non è una squadra irresistibile, per quanto ostica e con un doppio fortissimo formato da Cabal e Farah. Abbiamo grandi possibilità di andare avanti: la Davis è qualcosa che si spera, a prescindere dalla formula, l'Italia possa portare a casa prima o poi”.

Paradossalmente, il momento top del nostro tennis maschile coincide con un periodo non facile per quello femminile: come te lo spieghi? E chi c'è, tra le ragazze, da tenere d'occhio?

“In parte, come detto per quello maschile, anche per il momento del tennis femminile la motivazione è dovuta al caso: com’è stato un caso fortunato avere tante giocatrici fortissime contemporaneamente nel recente passato, ora c’è un po’ di sfortuna. Le ciclicità sono inevitabili in tutti gli sport, ma nel tennis in particolare. Qualcosa si sta comunque muovendo dalle parti delle giovani: per esempio, Delai e Pigato sono due 2003 molto interessanti. Nel centro di Formia, guidato da Tatiana Garbin e Vittorio Magnelli, stanno lavorando molto bene.

Dobbiamo, quindi, solamente avere pazienza: forse aspetteremo tre o quattro anni prima di vedere risultati importanti; non come il tennis maschile attuale, ma mi aspetto quattro o cinque giocatrici tra le prime cento al mondo. Mi pare uno scenario plausibile. Comunque c’è Camila Giorgi che, per quanto molto criticata, salva sicuramente la baracca. Elisabetta Cocciaretto può arrivare tra le prime cinquanta al mondo nel giro di un paio d’anni; Paolini e Treves sono brave giocatrici in grado di raggiungere buoni risultati, ripetendo un po’ in piccolo quello che è successo con Cecchinato in campo maschile”.
 

*La foto di apertura dell'articolo è di Luca Bruno (AP Photo).

April 22, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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Il 27 maggio del 2014, nel Salone d’Onore del Coni, Carlo Ancelotti fu premiato perché aveva appena vinto la mitica Decima, cioè aveva guidato il Real Madrid a conquistare la decima Champions League, spezzando una maledizione che durava da 12 anni.

Bronzetti ed il Real Madrid

20 anni di operazioni al top

I 7 Palloni d'Oro trasferiti

Quel giorno con lui, a condividere la gioia del momento, c’era Ernesto Bronzetti, considerato il numero 1 dei mediatori internazionali per aver contribuito in maniera decisiva al trasferimento di 7 (sette!) Palloni d’Oro, un record difficilmente avvicinabile.

Bronzetti ed il Real Madrid

Era stato lui, Bronzetti, a convincere il suo amico Florentino Perez, presidente del Real: “Prendi Carletto e vincerai la Decima”, gli aveva detto. Andò proprio così.

Quel giorno, al Coni, Ernesto aveva 67 anni e già lottava con un tumore che lo avrebbe portato via due anni dopo, il 2 febbraio 2016, ma si è goduto il trionfo con la soddisfazione di chi sa di aver toccato l’apice dopo una vita vissuta con intensità unica. Subito dopo la cerimonia, lui e Ancelotti furono invitati in un’altra piccola sala del Coni: c’erano tra gli altri il presidente Malagò e il direttore generale Uva, ma il mattatore fu Bronzetti. Seduto “a capotavola”, sigarettina tra le labbra e gambe incrociate, fece divertire tutti con aneddoti, barzellette, retroscena inediti di mercato. Era felice, si vedeva. Felice e forse perfino appagato, finalmente.

Portare Ancelotti al Real era un suo pallino. Ci era rimasto male quando, nel 2009, il suo amico Carlo preferì il Chelsea, nonostante la strada per Madrid fosse stata già spalancata dal lavoro ai fianchi di Bronzetti nei confronti di Perez. Quattro anni dopo, nel 2013, il matrimonio finalmente riuscì. Per strapparlo al Psg, il Real fu costretto a pagare i 7 milioni di euro previsti dalla clausola di rescissione.

D’altronde Ernesto considerava Ancelotti, con la sua capacità unica di gestire uno spogliatoio infarcito di fuoriclasse e primedonne, perfetto per il Real Madrid. Aveva ragione. Non a caso, ancora adesso Cristiano Ronaldo e Sergio Ramos sono molto legati al tecnico della Decima, e fecero di tutto per evitarne il prematuro esonero, nel maggio 2015, mai accettato dallo spogliatoio del Real.

Venti anni di operazioni mirate!

Bronzetti aveva questa capacità di capire le persone, di entrare immediatamente in sintonia con loro. Dote fondamentale nella sua professione. E poi sapeva scegliere la strategia giusta per arrivare all’obiettivo. Famoso per i suoi affari sull’asse Italia-Spagna, decise di puntare sul mercato iberico dopo due trasferimenti da lui curati: Raducioiu dal Milan all’Espanyol e Vlaovic dal Padova al Valencia.

Era l’estate del 1994, 20 anni prima del trionfo con Ancelotti e il suo Real. Ecco, quei vent’anni, cruciali nella vita di Bronzetti, li passò tra Madrid, Milano, Roma e Terni, la sua città natale, la residenza della sua famiglia: la moglie Oretta, le figlie Ellida, Elisabetta e Letizia. Quelli erano i suoi punti cardinali.

Dallo sbarco in Spagna, gli furono sufficienti tre anni per diventare un personaggio a tutto tondo del mondo del calcio: nell’estate del ’97 fu lui a “inventare” il trasferimento di Bobo Vieri dalla Juventus all’Atletico Madrid, sfruttando l’amicizia con Jesus Gil, vulcanico presidente del club spagnolo. Un’operazione da 34 miliardi che fece scalpore, attirando l’attenzione dei media su Bronzetti, che si andava affermando come il numero 1 del calciomercato.

Le interviste e la popolarità non lo cambiarono, aveva l’umiltà di ascoltare chi era più esperto di lui sulle caratteristiche dei calciatori e sapeva essere disponibile anche con quei rompiscatole dei cronisti sempre a caccia di notizie. Senza però compromettere mai l’esito di un affare solo per il gusto di regalare uno scoop o ingraziarsi un giornalista.

D’altronde non ne aveva bisogno: i suoi amici – veri, al di là del lavoro – si chiamavano Adriano Galliani e Florentino Perez, per citare i più influenti. Ma poi aiutò Sergio Cragnotti quando nel 2001 aveva bisogno di portare Mendieta, allora miglior giocatore della Champions, alla Lazio (i tifosi lo contestavano per la cessione di Nedved, che andava sostituito) e l’affare con il Valencia non si sbloccava (e per i biancocelesti sarebbe stato meglio non si fosse mai sbloccato, in realtà…).

I sette Palloni d'Oro!

E riuscì nell’impresa di mettere seduti uno di fronte all’altro Moratti e Figo, che si corteggiavano da lontano ma nessuno dei due si sbilanciava nel fare la prima mossa verso l’altro: Bronzetti accompagnò il portoghese – uno dei Palloni d’Oro - nella villa di Moratti a Forte dei Marmi, dove il presidente dell’Inter lo accolse con la maglia numero 7 nerazzurra già pronta con il suo nome.

Quando invece contribuì al trasferimento di Ronaldinho – altro Pallone d’Oro - al Milan, la sera della firma c’era lui con il fuoriclasse brasiliano ad Arcore, da Silvio Berlusconi. Era molto legato al club rossonero, Bronzetti. Uno dei momenti più felici della sua carriera fu quando Galliani gli propose un contratto triennale come “Ministro degli Esteri” del Milan: doveva occuparsi delle trattative sull’asse con la Spagna. Dal punto di vista strettamente economico, Ernesto ci avrebbe perso: ma non ci pensò due volte ad accettare proprio per l’orgoglio di poter lavorare con il Milan e con il suo amico Galliani.

Come un traguardo sognato da una vita e finalmente raggiunto. In rossonero portò – tra gli altri – anche Rivaldo e Ronaldo il Fenomeno (altri Palloni d’Oro), trattò Beckham prima del trasferimento ai Los Angeles Galaxy (tentò un blitz in extremis a Madrid per soffiare l’inglese agli americani, ma ormai era tutto fatto), partecipò all’affare con il Real Madrid per cedere e poi riprendersi Kakà, il quinto Pallone d’Oro di questa incredibile storia.

Ne abbiamo citati 5, a questo punto vi chiederete chi siano gli altri due. Accontentati: Hristo Stoichkov, dal Barcellona al Parma nel ’95, cronologicamente il primo della prestigiosa lista, e poi uno dei suoi fiori all’occhiello, il capitano dell’Italia campione del mondo 2006. Già, Fabio Cannavaro, portato al Real Madrid dalla Juve proprio quell’estate.

Il suo ultimo – di tanti, che mi commuovo ancora a elencarli nella mente – regalo per me fu l’anticipazione del passaggio di Khedira dal Real alla Juve a parametro zero. Era tutto firmato, quindi poteva dirlo, nessun rischio di far saltare l’operazione. Fino all’ultimo ha vissuto dell’adrenalina delle trattative da intrecciare, degli affari da impostare e concludere tra mille incontri e telefonate.

Se n’è andato sereno perché convinto di aver lasciato alle amate figlie quanto meritassero. Ellida, la prima, è un’affermatissima top manager televisiva, nell’ambiente dello spettacolo la considerano la migliore. Ha fondato la Red Carpet, società di produzione ed azienda leader nella gestione di stelle dello sport e dello spettacolo. Con lei lavorano le sorelle Elisabetta e Letizia. È sempre in movimento e formidabile nei rapporti: da chi avrà ripreso?

*La foto di apertura dell'articolo è di Paul White (AP Photo). Prima pubblicazione 21 aprile 2020.

January 10, 2021

Di Giulio Cardone

Giulio
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Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

Giulio Cardone
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Nostalgia Champions League. In attesa che tutto torni alla normalità, un buon esercizio per la mente e rinverdire l'orgoglio calcistico tricolore, può essere quello di andare a spulciare tra tutti i record dei calciatori italiani collezionati sin da quando la competizione era conosciuta come "Coppa dei Campioni", considerandola in una sorta di doveroso continuum.

Paolo Maldini è senz'altro il giocatore più titolato tra i connazionali: anzitutto, insieme allo spagnolo Francisco Gento, è quello che ha giocato più finali, 8. Il madridista ne ha vinte 6 (record assoluto), la bandiera rossonera 5. Il numero 3 più forte di tutti i tempi vanta inoltre il gol più veloce in una finale, con quel gol al Liverpool nel 2005, giunto dopo 51,20 secondi dal fischio d'inizio nello scontro di Istanbul terminato 3-3 e perso ai rigori. Grazie a quella segnatura, Maldini diventò anche il giocatore più anziano ad aver gonfiato la rete in un atto conclusivo della competizione, all'alba dei 37 anni (36 anni e 334 giorni, per l'esattezza).

A questo proposito, se si prende in considerazione la sola e moderna Champions League, il marcatore più anziano è Francesco Totti della Roma che, all'età di 38 anni e 59 giorni, ha realizzato un gol contro il CSKA Mosca il 25 novembre 2014. Il più anziano in assoluto, considerata la Coppa Campioni nella sua interezza, fu invece Manfred Burgsmüller del Werder Brema, che segnò all'età di 38 anni e 293 giorni contro la Dinamo Berlino l'11 ottobre 1988. 

E' italiano anche il giocatore più avanti con l'età ad aver disputato un match della coppa dalle grandi orecchie: stiamo parlando ovviamente di Marco Ballotta, della Lazio, in Real Madrid-Lazio 3-1 dell'11 dicembre 2007 all'età di 43 anni e 253 giorni. 

Tornando alle tematiche riguardanti il terzino milanista, Cesare e Paolo Maldini sono l'unica coppia padre-figlio ad aver trionfato nella manifestazione in veste di capitani della propria squadra, in entrambi i casi con la maglia del Milan: Cesare, primo capitano italiano campione d'Europa, vinse in tale ruolo nel 1962-63 e suo figlio Paolo nel 2002-03 e nel 2006-07.

I gol e le segnature multiple

Alessadro Del Piero, 44 reti totali, è l'italiano a detenere il gol più veloce tra i connazionali (20,12 secondi in Juventus, Manchester Utd-Juventus 3-2, del 1° ottobre 1997), quarto in assoluto dopo i più rapidi Roy Makaay (10"12 in Bayern Monaco, Bayern Monaco-Real Madrid 2-1, 7 marzo 2007) Jonas (10"84 in  Valencia-Bayer Leverkusen 3-1 del 1° novembre 2011) e Gilberto Silva (20"07 in PSV Eindhoven-Arsenal 0-4 del 25 settembre 2002). Capitolo "triplette più veloci": quella di Marco Simone, realizzata nel giro di 19 minuti in Rosenborg-Milan 1-4 del 25 settembre 1996, si piazza al 9° posto della classifica generale. 

L'oriundo José Altafini è uno dei 12 giocatori ad aver realizzato 5 reti in un'unica partita in un Milan-Union Luxembourg 8-0 del 14 settembre 1962. In quella edizione di Coppa Campioni "Mazzola" (come veniva soprannominato in Brasile), diventò il capocannoniere più prolifico della competizione con 14 centri complessivi.
Tra i 13 giocatori, invece, autori di un poker nella nella medesima partita della grande competizione europea, c'è invece Simone Inzaghi, scatenatosi in Lazio-Olympique Marsiglia 5-1 del 14 marzo 2000. Del fratello maggiore Filippo, ovviamente, il record assoluto di marcature in Champions: con 50 gol realizzati, Superpippo è attualmente al nono posto della classifica all time!

Attenzione anche a un altro dato molto particolare: sono 8 i giocatori ad aver realizzato una tripletta nel loro match di esordio nella competizioni. tra questo c'è Vincenzo Iaquinta, andato a segno al 28’, 73’ e 76’ nel 3-0 che l'Udinese rifilò ai greci del Panathinaikos il 14 settembre 2005. Una classifica in cui il campione del mondo 2006 è in ottima compagnia, con gente del calibro di Marco Van Basten, Faustino Asprilla, Wayne Rooney, Erling Håland...  

Per i portieri con 690 minuti senza subire reti, Gianluigi Buffon della Juventus è il secondo portiere ad aver mantenuto più a lungo la propria porta inviolata nel 2016-2017, dopo il tedesco Jens Lehmann con l'Arsenal (853 minuti nell'edizione 2004-2005).

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo).

April 21, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Non è facile quantificare in modo esatto il budget di una squadra di ciclismo professionistico. Durante il Tour de France 2016, il quotidiano francese L’Equipe ha pubblicato un stima dei fondi a disposizione di ogni squadra in gara. I team in cima a questo elenco avevano un budget che andava dai € 20 ai € 35 milioni all’anno. 

Quanto guadagna un ciclista

La struttura delle squadre UCI 

Il caso EF Pro Cycling

La crisi del 2020 e l’orlo del fallimento

Il nuovo calendario del ciclismo

Negli anni il livello è cresciuto sempre più, arrivando al punto in cui gli addetti ai lavori e le aziende che sponsorizzano i team si sono chiesti quanto queste cifre siano ancora sostenibili.

Quanto guadagna un ciclista

Per avere un’idea di quale sia il guadagno di un ciclista ai massimi livelli, possiamo attingere ai dati pubblicati nel 2018 dal sito specializzato bicifi.it: anche se gli introiti di un ciclista al top della carriera non sono paragonabili a quelli di un calciatore di pari livello, è interessante osservare come le cifre in questione non siano assolutamente trascurabili: infatti, solo da contratto (escludendo quindi le sponsorizzazioni personali che gli assi del pedale hanno) Alejandro Valverde, campione del mondo su strada a Innsbruck in quella stagione, guadagnava € 1.8 milioni all’anno, contro i € 2 mln di Mark Cavendish. 

Continuando a scorrere i nomi di questa speciale classifica, troviamo Kittel con € 2.3 mln, Quintana con € 2.5 mln, Gerain Thomas con € 3 mln e il nostro Fabio Aru con € 3.2 mln. Sul gradino più basso del podio degli introiti 2018 c’è Vincenzo Nibali, al quale il contratto con il vecchio team Bahrain Merida garantiva € 4 mln all’anno, seguito da Chris Froome con € 5.5 mln e dal tre volte campione del mondo su strada Peter Sagan con a quota € 6 mln annui.

La struttura delle squadre UCI 

L'ottenimento della licenza UCI World Tour è indispensabile per permettere alle squadre di partecipare ai principali eventi del circuito internazionale, che garantiscono visibilità agli sponsor e ricchi premi in denaro.

Cinque sono i criteri che i team devono rispettare per ottenere la licenza: sportivi, etici, finanziari, amministrativi e organizzativi. Gli UCI WorldTeam versano all'Unione Ciclistica Internazionale una quota annuale di 85.500 euro, a cui si aggiunge un contributo di 129.540 euro da riconoscere alla Cycling Anti-Doping Foundation (CADF), come riportato dal quotidiano finanziario Il Sole 24 Ore.

Ciclismo che passione!

Le squadre del World Tour, per regolamento, devono avere nel loro libro paga almeno 23 ciclisti, 4 direttori sportivi e altri 10 membri dello staff (allenatori, medici e meccanici). I Professional Continental Team, squadre con licenza di gradino inferiore rispetto alla UCI World Tour, invece, tra i propri tesserati contano almeno 16 ciclisti, 3 ds ed altre 5 figure. Per le squadre Professional la quota annuale richiesta dall'UCI è di 20 mila euro, mentre alla CADF vanno pagati 86.700 euro.

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Il caso EF Pro Cycling

Per dare un’idea di quanto i costi di gestione di un team pro siano lievitati enormemente negli anni, con tutti i problemi derivanti e connessi per chi gestisce le squadre e cerca di mantenere alto il livello di competitività, o almeno di non perdere la licenza UCI World Tour (il massimo livello del ciclismo mondiale), è interessante analizzare il caso della EF Pro Cycling. Il team statunitense fondato da Jonathan Vaughters nel 2003 ha avuto il suo più grande successo, come Cannondale-Drapac, grazie al corridore canadese Ryder Hesjedal che si è aggiudicato il Giro d’Italia 2012.

Altre importanti vittorie sono state anche quella alla Parigi-Roubaix 2011 con il belga Johan Vansummeren, alla Liegi-Bastogne-Liegi 2013, al Giro di Lombardia 2014 con l'irlandese Daniel Martin e al Giro delle Fiandre 2019 con l’italiano Alberto Bettiol. Il loro budget da $ 15 mln, nel periodo d’oro una vera fortuna che permetteva alla formazione di Vaughters di primeggiare, oggi non è più competitivo a confronto con le grandi formazioni leader del circuito professionistico mondiale. 

Per fare un confronto, il Team Sky, nel 2016 ha potuto contare su risorse pari a € 35,5 mln. Dagli sponsor Sky, Sky Italia e 21st Century Fox, il team britannico ha ricevuto € 26.79 mln.

Non essendo finanziati da società quotate in borsa, questi super team non sono legati ai tradizionali modelli di ritorno sull’investimento e sono liberi di spendere quantità sproporzionate di denaro per le loro squadre. L'improvviso aumento del livello degli stipendi per le stelle del ciclismo ha creato un sostanziale abisso tra chi ha e chi non ha.

La crisi del 2020 e l’orlo del fallimento

Il blocco dell’attività internazionale e di quella di base per il 2020, con lo stravolgimento del calendario e l’incertezza sull’effettiva ripresa, sta portando il ciclismo mondiale sull’orlo del fallimento. Le principali formazioni del World Tour sono in ginocchio per gravi problemi di bilancio, come riportato da La Stampa: molte hanno già ufficializzato la riduzione degli stipendi ai corridori e il licenziamento di parte del personale.

Lo sloveno Tadej Pogacar

Il quotidiano torinese ha ospitato il grido d’allarme lanciato da Alvaro Crespi, financial manager del team australiano Mitchelton-Scott: "Se quest'anno non si disputeranno i grandi giri, nel 2021 su 19 squadre World Tour ne potrebbero sopravvivere solo 5 o 6 perché senza correre gli sponsor, che sono l'unica nostra fonte di ricavi, ci stanno voltando le spalle. A me dispiace per i corridori, ma i loro ingaggi rappresentano l'80% delle spese, quindi è praticamente l'unica voce in cui si possono fare dei tagli".

Il nuovo calendario del ciclismo

A seguito della decisione dell’UCI di prolungare la sospensione di tutte le attività agoniste fino al 1° di agosto, è sempre più complicato fissare un calendario alternativo per l’attuale stagione 2020, costretta allo stop quando era ancora agli inizi. 

Una corsa ciclistica

Per l’UCI è prioritaria la disputa dei vari Campionati Nazionali, fissati per il 21-28 agosto e dei Mondiali, che rimangono in calendario per il 20-27 settembre. Il Tour de France è stato già ricollocato dal 29 agosto al 20 settembre: va quindi trovato spazio per il Giro d’Italia e la Vuelta, due eventi che rischiano addirittura di sovrapporsi, vista l’esigenza di non chiudere la stagione troppo in là. Un periodo plausibile per la corsa in rosa, da svolgersi solamente sul territorio nazionale, è dal 3 al 25 ottobre.

Nel mezzo, sono da calendarizzare le classiche monumento, molte delle quali dovranno per forza svolgersi in contemporanea alle corse a tappe. 

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 20 aprile 2020.

October 10, 2021

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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Il fantacalcio manca tantissimo in questo periodo, anche per le sue funzioni di socialità. E, diciamocelo, le chat di whatsapp delle varie fantaleghe, in questo periodo sono risultate fondamentali nel tenerci compagnia. Si sa, il fantacalcio è un vero e proprio made in Italy; si è stimato che tra Milano e Palermo i fantallenatori siano poco più di 6 milioni (più dei 4 milioni che “praticano” calcio).

Il gioco fu inventato da Riccardo Albini che, ispirandosi a un passatempo USA basato sul baseball (Fantasy Baseball), lo pubblicò per la prima volta in Italia nel 1990 tramite le Edizioni Studio Vit. Alla stesura della versione definitiva del regolamento contribuirono anche Alberto Rossetti e Diego Antonelli. 


Le notti insonni all'asta, tra rilanci e fiumi di birra. Le urla di gioia, gli insulti affettuosi tra amici per essersi aggiudicati gli attaccanti più prolifici, in particolare tra la clamorosa lista di quelli il cui cognome inizia per la lettera I, sempre quotati come primi marcatori da 888sport

Brevemente, in Italia, si costruiscono squadre da 3 portieri, 8 difensori, 8 centrocampisti e 6 attaccanti attraverso l'asta, per l'appunto. Poi, attraverso le votazioni di ogni singolo giocatore, tenendo conto anche dei bonus e malus (+3 per il gol, +1 per l'assist per le leghe che lo contemplano, -1 per i cartellini rossi, -0,5 per quelli gialli, solo per citarne qualcuno) si determina il punteggio complessivo della squadra, che poi corrisponde al computo dei gol. A partire da 66 un gol, 72 due gol (70 con la formula c.d. "over"), 78 tre (74 con l'over) e così via.

Dopo l'ultima giornata di campionato disputata, in testa con la Fantamedia migliore, Ciro Immobile, 9.96 in 26 gare giocate! Vediamo adesso le peculiarità delle altre fantaleghe in giro per il mondo!

La "Fantasy Premier League" inglese

In Inghilterra, invece, la "Fantasy Premier League" La rosa di ciascuna fantasquadra è "ridotta" a 15 calciatori: 2 portieri, 5 difensori, 5 centrocampisti e 3 attaccanti. Le singole gare di campionato sono giocate da una fantasquadra formata da 11 titolari (più 4 riserve), suddivisi nei rispettivi ruoli in base ai moduli (4-4-2, 4-3-3, 5-3-2, 5-4-1, 3-3-4, 4-2-4 e così via, come nel modello italiano). Sono possibili tutte le formazioni, a condizione che presentino almeno 1 attaccante e al minimo 3 difensori.

Fondamentale, nel computo dei punteggi finali è il concetto di tempo trascorso dal fantagiocatore sul rettangolo verde: tale fattore prende il posto del voto italiano, assegnato dal giornalista inviato!

Le fantasquadre quindi si affrontano in una serie di partite, il cui esito è determinato dal punteggio accumulato in base al tempo passato sul campo di gara da parte di un giocatore senza subire reti, gol, assist, ammonizioni, espulsioni e autogol: +1 punto per ogni giocatore che ha giocato almeno 1 minuto di gara; +2 punti per ogni giocatore che ha giocato almeno 60 minuti di gara; +6 punti per ogni gol dei difensori; +5 punti per ogni gol dei centrocampisti; +4 punti per ogni gol degli attaccanti; +3 punti per ogni assist; +4 punti per un portiere o un difensore che ha giocato almeno 60 minuti di gara e la cui squadra non ha subito reti durante questo periodo di tempo;.

Il modello europeo e quello "svizzero"

A livello europeo vi sono due fantacalcio gestiti della UEFA, legati alle due maggiori competizioni continentali per club, la UEFA Champions League (Uefa Champions League Fantasy Football Game) e la UEFA Europa League (UEFA Europa League Fantasy Football Game). In entrambe le regole sono simili a quella della Fantasy Premier League, salvo per il fatto che i portieri delle squadre che non subiscono reti ricevono 2 punti e non 4.

Papu Gomez, re degli assist in Champions!

Ma esiste anche un "modello svizzero" che introduce il concetto di bonus collettivo. La rosa di ciascuna fantasquadra consiste in 23 calciatori: 1 portiere, 8 difensori, 8 centrocampisti, 6 attaccanti. Le singole gare di campionato sono giocate da una fantasquadra formata da 11 titolari (più 4 riserve), suddivisi nei rispettivi ruoli in base ai moduli (4-4-2, 4-3-3, 5-3-2, 5-4-1 e via discorrendo). Le fantasquadre si affrontano in una serie di partite, il cui esito è determinato dal tempo sul campo di gara da parte di un giocatore, gol, assist, ammonizioni, espulsioni, bonus, ed altro.

Ecco come vengono calcolati i punteggi dei vari giocatori: +10 punti gol, +5 punti assist, -5 punti espulsione, -2 punti ammonizione, -5 punti autogol, -3 punti per ogni rete incassata dal portiere, +20 punti "hat-trick" (tripletta). Bonus giocatori: +3 punti per i difensori che incassano 0/1 gol, +3 punti per i centrocampisti e gli attaccanti la cui squadra segna 2 o più gol. Bonus tattica: +10 punti se tutti i difensori schierati fanno il bonus giocatori, +10 punti se tutti i centrocampisti schierati fanno il bonus giocatori, +10 punti se tutti gli attaccanti schierati fanno il bonus giocatori. 

"Comunio" in Spagna e la "Cartola" brasiliana

In Spagna si chiama Comunio, che ben definisce il concetto di comunità. Qui non ci sono aste: i giocatori - come in una sorta di draft - vengono assegnati da un computer "cervellone", che penserà a come "equilibrare le forze" delle squadre di una fantalega distribuendo un complessivo di si ricevono 2 portieri, 4 difensori, 6 centrocampisti e 3 attaccanti. 

In Brasile, tanto per citare un'altro esempio curioso, il Fantacalcio viene chiamato Cartola ed è stato lanciato dal gigantesco portale Globo.com. Tra le varianti più suggestive, c'è senz'altro quella relativa alla scelta del capitano, che nei conteggi raddoppierà il punteggio ottenuto al netto dei bonus e dei malus. In sede di asta ogni fantallenatore a inizio stagione riceverà un bottino di 100 "Cartoletas". Infine, un'ulteriore "pillola": in Germania, il Fantacalcio è pressoché inesistente.

*Le immagini dell'articolo, entrambe distribuite da AP Photo sono, in ordine di pubblicazione, di Andrew Medichini e Luca Bruno.

April 19, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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