La partita a cui nessun calciatore vorrebbe mai pensare? Ovviamente, l’ultima. Spesso l’addio al calcio giocato arriva su grandi palcoscenici, come nel caso di Zidane addirittura nella finalissima mondiale. Altre volte il passo finale è in un match di poco conto, perché così ha voluto il calendario dell’ultima stagione da calciatore. E c’è anche chi, come Montolivo, l’ultimo match ufficiale lo gioca parecchio tempo prima del ritiro effettivo, perché ormai fa coppia fissa con la panchina o con la tribuna.

Ma per molti c’è ancora un’occasione per indossare di nuovo gli scarpini e fare felici i tifosi che per anni li hanno sostenuti: la partita d’addio. Un rito ormai, almeno per i grandissimi campioni. Che spesso dopo aver calcato per l’ultima volta il campo da professionisti, decidono di farsi…una sgambata con gli amici e gli avversari di sempre.

Molti match di addio diventano addirittura degli eventi mediatici, come nel caso de La Notte del Maestro, la partita organizzata da Andrea Pirlo per salutare per sempre il calcio giocato. A vedere le rose in campo, tra campioni del mondo, Palloni d’Oro e vecchie glorie, non c’è da sorprendersi se a San Siro sono giunte cinquantamila persone per onorare la carriera del regista bresciano: un livello tecnico da talmente alto da pensare quasi di inserire per la serata le scommesse e quote per la Serie A!


Già, il pubblico. Una volta era davvero importante che ci fossero i tifosi, anche perché la partita d’addio nasceva con un senso abbastanza diverso da quello a cui siamo abituati. Quando il calcio non permetteva di arricchirsi troppo, terminare la carriera significava per tantissimi giocatori doversi immergere nel mondo reale, magari senza avere idea di cosa fare dopo.

TESTIOMONIAL MATCH A MANCHESTER

Per non parlare dei molti che, come Brian Clough, avevano visto una promettente carriera andare in fumo per un infortunio imprevisto. E quindi il club a cui spesso si sacrificava tutta la carriera decideva di organizzare un match di addio. Anzi, un testimonial. Una vera e propria “testimonianza” di affetto, ma anche economica, perché l’incasso dei match era utilizzato come buonuscita per chi lasciava il calcio, o addirittura soltanto il club. Per le vere icone, quelli che avevano rappresentato una squadra per molti anni, non era raro salutare il proprio pubblico (con o senza ritorno economico) pur non abbandonando il calcio in assoluto.

Il passaggio di consegne tra Evans e Ferdinand nella partita di addio del leggendario Rio!

L’esempio di Wayne Rooney allo United è quello più calzante: Wazza organizza un match tra i Red Devils e il “suo” Everton. Proprio la squadra con cui si accorderà qualche giorno dopo… 


Dunque, il testimonial è nato come modo per il calciatore che si ritira di incassare qualche soldo, magari da investire in un’attività post-calcio. Con gli stipendi attuali offerti dal mondo del calcio, il problema non si pone più e quindi gli incassi finiscono spesso in beneficienza. Quello che in teoria non dovrebbe succedere è che il calciatore a cui viene fatto l’onore ci rimetta.

Ma può accadere anche questo, come insegna il caso di Lundekvam, che nel 2008 dopo un gravissimo infortunio saluta il Southampton con un’amichevole contro il Celtic al St Mary’s Stadium. Peccato che il match alla fine costi 100mila sterline al norvegese, che per colpa di un concerto di Bon Jovi qualche giorno prima deve rizollare il terreno di gioco a sue spese se proprio vuole giocare. I biglietti dei 18mila presenti coprono a malapena le spese…


Altra regola delle partite d’addio? Il match è rigorosamente amichevole. Qualcosa che devono aver dimenticato di dire a chi si è presentato al testimonial di Julian Dicks, che nel 2000 lascia il West Ham. Considerando che di fronte agli Hammers per l’occasione ci sono i baschi dell’Athletic Bilbao, la partita è prevedibilmente maschia. Anzi, forse un po’ troppo, perché alla fine ne scaturisce una rissa, con protagonisti 17 dei 22 giocatori in campo. E all’arbitro, strano ma vero, tocca costringere i due allenatori a sostituire i capitani, rei di non aver saputo controllare i propri compagni.

Chi può vantarsi di essere stato “espulso” durante un testimonial? Due campioni…anche di personalità: Joseba Exteberria e Paolo Di Canio. Almeno da quel caos Dicks ci guadagna 200mila sterline…


E poi c’è anche qualche storia decisamente più a lieto fine. Come quella di Tony Hibbert, leggenda dell’Everton. Che dopo una carriera passata a cercare di segnare, realizza il suo sogno nel 2012 al suo testimonial. Hibbo si incarica di una punizione che, miracolo, trafigge il portiere dell’AEK Atene e manda in delirio anche gli appassionati delle scommesse calcio. Ed è subito invasione di campo da parte dei tifosi, che abbracciano il difensore. Chissà se Hibbert ha dovuto pagare qualche multa. Quel che è certo è che a fine match ha dovuto immediatamente prepararsi per l’inizio del campionato.

Già, perché non è la sua vera partita d’addio, considerando che giocherà con i Toffees fino al 2016. E a questo punto, la domanda di 888sport viene spontanea: ma gliel’avranno mica organizzata…per farlo segnare?

*Entrambe le immagini sono state scattate da Jon Super (AP Photo). 

April 1, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
Body

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

 

Diciotto titoli internazionali, prima squadra italiana a vincere una Coppa dei Campioni e primatista italiana nel numero di vittorie nella massima competizione continentale. La storia di cui può fregiarsi il Milan in campo internazionale, pur riconoscendo il buio caratterizzante larga parte dell’ultimo decennio, è imponente.

Squadra che ha fatto la storia anche all'interno dei confini nazionali con i suoi diciotto scudetti, il Milan ha messo a disposizione della Nazionale calciatori di immenso talento. Oltre i ‘blocchi juventini’, a volte inamovibili per anni, molti calciatori hanno militato nel Milan e, contestualmente, hanno scritto pagine importanti di calcio con l’Italia.

Colui che ha timbrato più presenze da milanista è Paolo Maldini, figlio d’arte di Cesare: la bandiera rossonera ha collezionato, infatti, ben centoventisei presenze - gran parte di queste da capitano - siglando sette reti. Numeri che lo consegnano al podio della classifica delle presenze all-time della Nazionale maggiore. Quattordici anni di onorato servizio conditi da svariate delusioni, come il Mondiale perso ai rigori contro il Brasile nell’edizione USA ‘94 ed il cocente golden gol di Trezeguet in Euro2000 subito contro la Francia. Paolo, tuttavia, è ritenuto all’unanimità uno dei grandi protagonisti dei cicli tecnicamente più validi della storia della Nazionale.

Sei anni dopo la finale europea di Rotterdam, diversa - in positivo - fu la sorte di una folta schiera di suoi compagni di squadra: Andrea Pirlo, Gennaro Gattuso, Alessandro Nesta, Alberto Gilardino, Massimo Oddo e Filippo Inzaghi. I primi due erano titolari inamovibili della squadra capitanata da Marcello Lippi, ma l’apporto degli altri fu altrettanto importante.

Gennaro Gattuso, cuore del centrocampo azzurro Campione del Mondo!

L’altra bandiera del Milan, Franco Baresi, invece ha portato a casa il titolo iridato in Spagna ‘82. Il difensore, nativo di Travagliato, risulta insieme a Fulvio Collovati - passato all’Inter proprio in quell’estate - uno dei due milanisti iscritti all’elenco dei convocati del CT Bearzot. Due pedine niente male per una squadra che, all'epoca, si avviava ad aprire il ciclo epocale targato Arrigo Sacchi (passato alla guida della Nazionale nel ‘91 proprio dopo l’esperienza all’ombra della Madonnina).

Il Milan è risultato il club più ‘presente’ nella Nazionale del primo ed unico europeo vinto, quello del 1968, con ben cinque componenti: Anquilletti, Lodetti, Prati, Rosato e Rivera.

Soltanto una invece la presenza nel primissimo Mondiale vinto dalla Nazionale nell’edizione del 1934. Quel Paolo Arcari che vestì la maglia del Milan per ben sei stagioni (dal ‘30 al ‘36), mettendo a segno settanta gol in centottantasei presenze.

E poi ancora tanti altri, tra i quali spiccano Alessandro ‘Billy’ Costacurta, che ha totalizzato cinquantanove presenze in azzurro, e Demetrio Albertini, che a Milano ha trascorso più di dieci anni, presenziando in Nazionale in ben settantanove occasioni. O come uno dei centrocampisti del grande Milan degli olandesi, vale a dire Roberto Donadoni, che ha fatto parte della spedizione di Italia ‘90 (conclusasi con il terzo posto finale) e che ha totalizzato sessantatre presenze.

L'ULTIMO DECENNIO

Nel decadentismo post scudetto del 2011 e nell'anno dello scudetto perso, con non poche polemiche, ossia il 2012, l’apporto del Diavolo alla maglia azzurra non è cambiato poi di molto. Proprio dopo la delusione subita otto anni prima, furono tre i milanisti che, tra gli altri, portarono l’Italia alla finale di Euro2012, persa poi miseramente con un sonoro 4-0 contro la Spagna. In particolare Antonio Cassano - che insieme ad Antonio Nocerino ed Ignazio Abate formavano il ‘blocco Milan’ - è stato il partner di Mario Balotelli (altro ex Milan), in un attacco che regalò al CT Prandelli non poche soddisfazioni.

Dal passato al presente che, al netto di un'attualità in chiaroscuro, offre buone speranze alla Nazionale di oggi e a quella di domani. L’attuale portiere numero uno indiscusso è, infatti, Gianluigi Donnarumma che, a soli 21 anni, ha già collezionato sedici presenze, garantendosi una titolarità che potrebbe rivelarsi addirittura ventennale, ‘parando’ in maniera magistrale la pesante eredità di Gigi Buffon.

Nell’eredità del blocco difensivo juventino di quest’ultimo decennio composto da Bonucci e Chiellini, oltre che ovviamente all’estremo difensore precedentemente citato, verrà sicuramente coinvolto l’attuale capitano dei rossoneri, Alessio Romagnoli. L’ex Roma è il maggior indiziato per comporre la difesa del prossimo futuro, con un reparto che, dopo anni di bianconero, potrebbe tornare ad avere non poche tinte milaniste.

D’altronde è questo quanto ha mostrato il Milan al nostro calcio: una squadra che negli anni ha stravinto in giro per il Mondo, basando il proprio brand sui successi in campo internazionale, e che ha regalato alla Nazionale calciatori di altissimo livello.Ed è così che, tra tinte rossonere, si intravedono sfumature d’azzurro, colore di una delle Nazionali più titolate al mondo.

Destini, in un certo qual modo, collegati: i gloriosi anni ‘80, ‘90 e 2000 con conseguente calo negli anni 2010. Una storia di speranza comune: quella di ritornare ai fasti di un tempo e di ricominciare a vincere. Così come il Milan e la Nazionale Italiana hanno saputo fare nel corso dei propri trascorsi. - Le Bombe Di Vlad

*La foto di apertura dell'articolo è di Ed Wray (AP Photo); la seconda di Andrew Medichini (AP Photo).

April 1, 2020

Di 888sport

888sport
Body

The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

888sport
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off


Ricordiamo che, per validare il campionato mondiale, servono 13 gare. Nelle ultime settimane, gli organismi direttivi del Motomondiale hanno lavorato anche a quello che è stato definito “decreto Cura Motomondiale”, che prevede un pagamento una tantum da parte del promotore Dorna, al fine di garantire la sopravvivenza dei team che stanno perdendo cospicue entrate.

Per il blog italiano di 888sport abbiamo intervistato in esclusiva Riccardo Guglielmetti, giornalista del Corriere dello Sport, per parlare dell’aspetto sportivo del nuovo Mondiale in MotoGP, presentando i protagonisti, le possibili sorprese e le moto.

Parte la stagione in MotoGP. Come ci arrivano le principali scuderie? Chi ha fatto vedere cose migliori nei test?
“Yamaha e Suzuki arrivano nei migliori dei modi, avendo fatto importanti passi avanti per quanto riguarda l'aerodinamica e, soprattutto, la potenza del motore. In particolare, il propulsore della Yamaha è più competitivo rispetto all’M1 dell’anno scorso. La nuova gomma introdotta da Michelin consente alla Yamaha di sfruttare al massimo il proprio potenziale, mentre la Suzuki trova grande fiducia nella curva in percorrenza, aspetto nel quale la Ducati sta ancora faticando, per quanto visto finora.

Ricordiamo sempre, però, che i veri valori in campo  li scopriremo solo quando il motomondiale arriverà in Europa: le prime gare, come visto in passato, sono un po’ da prendere con le molle. In questo inizio di 2020 la Honda è sembrata un po’ in  chiaroscuro, non è sembrata la moto che soddisfava in pieno Marquez, il quale però è riuscito a trovare la quadra nell’ultimo periodo di prove.”

Sarà ancora Marquez contro tutti?
“Penso di sì. Nell’ultima stagione, Marquez ha vinto il mondiale con ben quattro gare di anticipo, ma il mondiale sarebbe finito già ad Aragon se non avesse avuto un problema ad Austin. La Honda non è ancora al top come evoluzione, ma ha un pilota che lei dà una marcia in più in termini di competitività  e i numeri mostrano a tutti quello che è il potenziale del pilota campione del mondo”.

Chi vedi come possibile avversario principale di Marc?
“Secondo me è Dovizioso, che negli ultimi anni ha mostrato di essere l’unico pilota in grado di contrastare l’iberico. Ovviamente spero che ci sia più concorrenza: Viñales, pur avendo vinto alcune gare negli ultimi anni (mi viene in mente Assen, per esempio) purtroppo è un pilota non ha mostrato quella costanza che Dovizioso ha avuto nella lotta con Marquez.

Dovizioso è, quindi, il principale favorito  per contrastare Marquez, in attesa di vedere come si comporta Quartararo, un pilota sicuramente giovane, forte, ambizioso con tanta voglia di mettersi in mostra che, però, è alla sua seconda stagione di motomondiale. Lo scorso anno è arrivato quinto, aveva solo da guadagnarci: adesso ha grande pressione, c’è grande attesa nei suoi confronti e, di conseguenza, l’asticella si deve alzare. Vediamo se è già pronto per essere un pilota in lotta per il mondiale: questa stagione sarà, per lui, una grande prova”.

Dovizioso ha dichiarato: "Vorrei vedere Marquez su un'altra moto". Provocazione? O la differenza tra i due piloti è solamente il mezzo?
“Sono convinto che se mettiamo Marquez su una Ducati, una Yamaha o una Suzuki, lui vince comunque, perché è un pilota fantastico che ha saputo adattarsi a una moto difficile come la Honda cadendo.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: c’è solamente una Honda che va ed è quella di Marquez, perché tutti gli altri stanno faticando e per questo penso che Marquez su qualsiasi moto sarebbe fortissimo  e sono convinto che vincerebbe. Marquez è un pilota che alza l’asticella: gli altri piloti faticano ad arrivare a quel livello. La Ducati è una moto molto competitiva, forse la più evoluta, ma Marquez, a differenza dei suoi compagni, ha saputo tirare fuori il meglio dalla Honda”.

C'è curiosità per la presenza del fratello di Marc. Che ne pensi?
“Alex è andato nel box peggiore possibile, perché si trova con un campione del mondo, con  un fenomeno come Marc che ha costretto Pedrosa e Lorenzo e ha fatto fuori Stoner ai tempi in cui era collaudatore con la HRC. Tutti  coloro che sono andati nel box con Marquez sono durati poco. Ovviamente, essendo Alex suo fratello, ci sarà tra loro uno scambio di informazioni, ma per Alex sarà una prova molto difficile: lo attende un campionato in salita”.


Dove può arrivare Marquez? È davvero imbattibile? Quale può essere, se c'è, un suo punto debole?
“Senza dubbio Marquez parte con tutti i favori del pronostico, ma non è imbattibile. È un pilota che si può battere, lo abbiamo visto durante l’ultima stagione: Dovizioso ci è riuscito in più occasioni, penso all’Austria o al Qatar. La chiave per vincere contro di lui è una sola: ci vuole costanza, che è proprio il cavallo di battaglia di Marquez. Lo scorso anno, infatti, a parte l’episodio di Austin, è salito sempre sul podio: questo è ciò che manca a tutti i suoi rivali”.

Stagione particolare per Valentino Rossi. Cosa possiamo aspettarci dal Dottore?
“Questa è una stagione decisiva per Valentino: più che particolare, direi fondamentale: come lui stesso ha spiegato, se riuscirà a far bene nelle prime gare, se riuscirà ad arrivare nei primi cinque e giocarsi il podio, sono sicuro che deciderà di rimanere in MotoGP. In caso contrario, se dovesse collezionare gare come quelle della nella seconda parte della stagione scorsa, quando è sempre stato a 20 secondi dal primo, in lotta per l’ottavo posto, non avrebbe più senso.

Mi aspetto un Rossi sicuramente più competitivo, la Yamaha è cresciuta: vediamo quanto Valentino riuscirà a tirare fuori da una moto che, come lui ha detto, sembra essere un passo avanti rispetto a quella dello scorso anno”.

Chi sarà la possibile sorpresa, il nome inaspettato della stagione?
“Vorrei dirti Miller, ma è un po’ incostante. Spero possa essere anche l’anno di Petrucci: Danilo è un bravissimo ragazzo che tutti volevano sulla Ducati e poi, dopo le prime gare dello scorso anno,  lo volevano già tutti fuori”.

Tutte le quote di 888sport.it per scommettere sulla MotoGP!

 

*La foto di apertura dell'articolo è di Jose Breton (AP Photo).

March 29, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
Body

Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

 

Nel ricordare le finali sui 180 minuti, un capitolo a parte merita l’edizione 1991-1992 della Coppa Uefa. Tra le 64 partecipanti ai nastri di partenza, la FIGC presenta 3 squadre: l’Inter, subito eliminata dal Boavista e due affascinanti realtà che scriveranno, proprio in quella stagione, le pagine più belle delle serate europee di Genoa e Torino, con gli attaccanti sudamericani Aguilera e Casagrande sugli scudi!

Dei ragazzi guidati dall’indimenticabile capitan Signorini rimane nella storia e nella memoria dei tifosi la meravigliosa serata di Anfield, prima di essere superati dall’Ajax ad un passo dalla doppia finalissima. 

Il Toro, invece, “mata” in semifinale il Real Madrid. Erano i granata di Emiliano Mondonico e della sua sedia alzata. Una formazione da sogno coi vari Martín Vázquez, Gianluigi Lentini, Walter Casagrande, Enzo Scifo, Enrico Annoni e tanti altri, risorta dalle ceneri della Serie B, affrontata appena due anni prima. Di fronte, una fucina di giovani campioni, quella dell'Ajax di Louis van Gaal, in un'epoca in cui i club italiani dominavano la scena calcistica continentale.

L'andata - Primo atto al "Delle Alpi" fresco di costruzione, dopo aver ospitato le gare del Brasile ai Mondiali ’90 nel capoluogo piemontese; si gioca davanti a 70.000 tifosi granata, più tifosi, quindi, della semifinale Germania-Inghilterra! Gli olandesi, sbarazzini, passano in vantaggio al quarto d'ora con un gran destro di Wim Jonk che sorprende Marchegiani. La seconda frazione si apre con un Torino più votato all'attacco e che trova la rete del pareggio con Walter Casagrande, che ribadisce in rete la respinta difettosa di Stanley Menzo sulla conclusione di Vincenzino Scifo.

Passano poco più di dieci minuti e Silvano Benedetti si fa ipnotizzare da una finta a rientrare di Dennis Bergkamp che ottiene con tecnica ed astuzia la massima punizione: dagli 11 metri Stefan Pettersson realizza con freddezza, spiazzando Marchegiani, già nel giro della Nazionale. Cinque minuti prima del fischio finale, ci pensa ancora Casagrande, imbeccato da una giocata in verticale di Lentini a superare con la forza di un intero stadio Blind e Menzo. Con il gol del definitivo 2-2, le speranze del Toro restano accese in vista del ritorno, ma, con la regola dei gol in trasferta, solo una vittoria o un pareggio dal 3-3 in avanti sarebbero utili!

 

L'incontro di ritorno - Allo Stadio Olimpico di Amsterdam, dopo 14 giorni, la squadra di van Gaal, priva del genio Bergkamp, sceglie una tattica più difensiva, limitandosi al controllo di palla e puntando solo raramente la porta avversaria difesa da Marchegiani con Pettersson e Brian Roy, che solo qualche mese dopo sbarcherà in A per rinforzare il Foggia, in quella che a distanza di quasi 30 anni è ancora ricordata come la prima operazione del  genio del mercato Mino Raiola. La stessa Ajax, solo 3 anni più tardi, conquisterà una clamorosa vittoria in Champions, superando il Milan, contro ogni pronostico di scommesse calcio.

Il Mondo, rispetto alla partita di andata, recupera Policano sulla sinistra e conferma nel blocco dei titolari il tridente di stranieri di qualità: Martín Vázquez, Scifo e Casao. Massima libertà di svariare alle spalle dell’eclettico centravanti paulista per Gigi Lentini, astro nascente del calcio italiano e prossimo protagonista di un nuovo caso Baggio tra Milan e Juventus, stavolta risolto in favore dei rossoneri. Ancora troppo acerbo, per un incontro del genere, il diciottenne Bobo Vieri, in panchina per tutto l'incontro.

Alla fine a fare la differenza nell’assegnazione del trofeo che completerà la formidabile bacheca delle leggende olandesi saranno alcuni... centimetri! Il Toro ci mette cuore e spirito battagliero, ma le conclusioni di Casagrandre, Roberto Mussi e Gianluca Sordo vengono ribattute, rispettivamente, due volte dal palo ed una dalla traversa. Tra un episodio e l'altro, un rigore netto su Roberto Cravero, non fischiato dall'arbitro jugoslavo Zoran Petrović e che, come segno di protesta, fece alzare al cielo da mister Mondonico, una sedia trovata a bordo campo.

Il segno di protesta  divenne in qualche modo simbolo del Dna granata, un'ulteriore declinazione del "tremendismo", di cui il Mondo era il principale esponente. Quella sedia viene, ancora oggi, ricordata più della coppa sollevata. 

*La foto di apertura dell'articolo è di Luca Bruno (AP Photo).

March 29, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
Body

Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

 

Gli ultimissimi anni di Premier League sono quelli, ovviamente, nei quali è circolato maggior denaro, in ragione dei diritti televisivi venduti in maniera sempre più onerosa ai quattro angoli del globo. Società più ricche dopo la ripartizioni dei proventi ma, non per questo, dirigenti capaci di far fruttare l'abbondante tesoretto da gestire all'interno di casse societarie sempre più pingui. Il calcio inglese, in questo senso, ha vissuto un'epoca dell'oro in campo internazionale.

L'altro lato della medaglia, tuttavia, parla di retrocessioni sempre più rovinose, devastanti da gestire l'anno successivo in Championship. Giocatori difficili da (s)vendere a causa di ingaggi troppo alti, ratei di spese pazze (operate l'anno prima) che pulsano in un campionato in cui gli stati vanno gradualmente svuotandosi, proventi infinitamente inferiori rispetto alla Premier. Abbiamo esaminato le vicende sportive del Fulham, difficilissimo risalire al primo colpo: in alcuni casi, però, addirittura il doppio salto mortale all'indietro, in terza serie (la Legue One) è in agguato...


E' il caso del Sunderland e della sua caduta nel vuoto, cominciata a partire dalla stagione 2016-2017. I Black Cats dei quali ricordiamo una straordinaria salvezza nel 2013 con Paolo Di Canio alla guida della squadra, ancora oggi, stanno facendo i conti con la stagione disastrosa agli ordini di David Moyes in Premier League, di cui sembravano, sino a quel momento, ormai essere diventati "presenza fissa". 

La rosa a disposizione del tecnico scozzese con Borini e Defoe in attacco, subito in gol nell'esordio con il City, l'estro di Januzaj sulla fascia e l'esperienza di John O'Shea in mezzo alla retroguardia sembrava meglio attrezzata rispetto a quella che aveva ottenuto una complicata salvezza, solo 12 mesi prima: i numeri, però, evidenziano, impietosi, scelte fallimentari con appena 6 vittorie in campionato e l'ultimo posto, solitario, in classifica!

La docuserie - Incredibile ciò che accadde l'anno successivo in Championship: Netflix volle sperimentare una docustory (dal titolo "Sunderland 'til I die") che documentasse l'immediato ritorno in Premier della squadra del nord inglese. Risultato? Solo 7 vittorie sul campo, un altro ultimo posto in graduatoria, nonostante i milioni di pounds garantiti dal paracadute e retrocessione immediata in League One! Metta terza serie inglese oggi alla sospensione dopo 34 giornate disputate, i biancorossi - dopo aver perso lo spareggio di Wembley della scorsa stagione contro il Charlton Athletic - gigioneggiano appena fuori dalla zona playoff in una posizione che certo non può essere considerata soddisfacente per una piazza con certi numeri ed ambizioni.

Non solo: dalle parti dello "Stadium of Light" è in atto una vera e propria contestazione. Il documentario televisivo di cui sopra si concludeva con la vendita del club da parte dello storico presidente Ellis Short a Donald Stewart. Ex ambizioso patron dell'Eastleigh di National League, il nuovo patron era sbarcato tra l'entusiasmo dei tifosi, desiderosi di un pronto rientro nel calcio di alto livello. Proprio di questi giorni, invece, la notizia relativa alla prematura volontà da parte di Stewart di passare la mano in segno di risposta alle numerose critiche avanzate da un gruppo di sostenitore.

Le accuse? Mancanza di investimenti nelle infrastrutture e di un piano a lungo termine per la squadra. Una crisi senza fine, insomma., imprevedibile anche per i maggiori esperti di quote Premier League!
 

*La foto di apertura dell'articolo è di Matt Dunham (AP Photo).

 
March 28, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
Body

Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Essere una società ricca, con un proprietario che può permettersi spese pazze, non significa per forza di cose dover investire senza criterio sul mercato. Le grandi squadre sono tali anche perchè, oltre che pensare al presente, lanciano sempre un occhio al futuro. E persino il Chelsea, che all’arrivo di Abramovich si era presentato alla Premier come un perfetto e vincente instant-team, nel corso degli anni ha puntato sempre di più ad accaparrarsi giovani talenti da far crescere e sbocciare a Stamford Bridge.

L’ultima nidiata, quella che con Lampard in panchina ha portato in pianta stabile, causa anche blocco di mercato, tra i titolari Abraham, Hudson-Odoi, Mount e Tomori, promette davvero bene. Ma attenzione, perché non sempre i Blues sanno riconoscere i talenti. Anzi, a volte li bruciano e li lasciano andare troppo presto.

L’ultimo esempio in ordine di tempo è una delle nuove stelle della Serie A. Jeremie Boga è cresciuto nella Academy del club londinese, ma non è mai stato considerato un potenziale calciatore da Chelsea. La società lo ha spedito in prestito in Francia (Rennes) e Spagna (Granada), per poi mandarlo al Birmingham City e infine cederlo definitivamente al Sassuolo.

In neroverde il francese naturalizzato dalla Costa d’Avorio è arrivato nel 2018 per una cifra poco superiore ai tre milioni, ma le sue prestazioni nel campionato italiano hanno fatto drizzare le antenne a molti club. Chelsea compreso, che stavolta, memore delle esperienze passate, ha inserito una clausola di recompra quando ha deciso di lasciarlo andare. Riportarlo a Londra potrebbe costare parecchio, ma almeno non si corre il rischio di perdere definitivamente un talento.

La coppia belga - Come è invece avvenuto con uno dei calciatori più importanti del nostro torneo. Romelu Lukaku è stato portato in Inghilterra ancora giovanissimo, quando gli scout del Chelsea hanno notato un ragazzone di sedici anni che con la maglia dell’Anderlecht spaccava già le porte. Lukaku è stato a lungo considerato il centravanti del futuro dei Blues, ma le cose non sono andate come si pensava. Dopo una prima stagione, il belga finisce in prestito al WBA, dove si mette in luce. Ma l’anno dopo Mourinho, appena tornato a Stamford Bridge, lo spedisce di nuovo in prestito, stavolta all’Everton, che nel 2014 dopo lo acquista per 28 milioni di sterline.

Qualche anno dopo Conte sta per spenderne 75 per riportarlo indietro, ma Lukaku opta per lo United. E adesso se lo gode l’Inter, che per portarlo in Serie A ha dovuto sborsare 65 milioni di euro ai Red Devils.

La stagione 2013/14 è anche quella che segna il destino di un campione conclamato del calcio mondiale. Un altro belga che non convince per nulla Mourinho. Kevin De Bruyne viene acquistato dal Genk per 8 milioni di euro, ma non rientra nelle grazie del portoghese. Che, in maniera abbastanza sincera, gli spiega che nelle sue gerarchie il centrocampista è il sesto del reparto. Dunque, meglio lasciare il Chelsea e cercare fortuna altrove dopo appena sei mesi.

Missione decisamente compiuta, perché De Bruyne passa appena una stagione e mezza al Wolfsburg, che lo paga 16 milioni e ne riceve 78 dal Manchester City. Vista l’importanza del belga nell’economia dei Citizens, un affare per il club mancuniano. E uno spreco clamoroso per il Chelsea, che ha lasciato andare un talento incredibile per pochi milioni.

Il campione che non ti aspetti - A Stamford Bridge, però, sembrano davvero non imparare mai. Nel 2014 arriva a Londra un ragazzo egiziano veloce come un fulmine e dal sinistro d’oro. Momo Salah viene acquistato dal Basilea per 15 milioni di euro, ma non è ancora il calciatore devastante e sicuro di sé degli ultimi anni. Mourinho lo giudica troppo debole caratterialmente e lo lascia prima andare in prestito alla Fiorentina e poi ne avalla la cessione definitiva alla Roma.

In giallorosso l’egiziano si afferma e nel 2017 passa al Liverpool per 50 milioni di euro. Un acquisto che cambia il volto della squadra di Klopp, con cui vince per le quote calcio la Champions 2018/19 e si aggiudica due volte il Pallone d’Oro africano, sfiorando quello mondiale. Non male per chi non aveva personalità sufficiente per essere da Chelsea.

In mezzo a giocatori di livello internazionale, sembra quasi blasfemo nominarlo, ma anche Nathan Akè rientra perfettamente nel gruppo dei talenti bruciati dal Chelsea. Il difensore (ma anche centrocampista) olandese viene prelevato dalle giovanili del Feyenoord nel 2011 e sembra destinato a guidare la retroguardia dei Blues.

Il riccioluto classe 1995, però, non riesce mai a giocare con continuità a Stamford Bridge e nel 2017, dopo parecchi prestiti, viene ceduto a titolo definitivo al Bournemouth, dove si afferma come uno dei migliori giovani della Premier League. Al punto che, neanche a dirlo, Abramovich potrebbe essere costretto a spendere quasi cinquanta milioni per… riportarlo a casa! Un altro piccolo grande esempio delle valutazioni a volte poco lungimiranti da parte del club londinese…

*La foto di apertura dell'articolo è di Kirsty Wigglesworth (AP Photo).

March 27, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
Body

Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off


Nel mondo dello sport tiene banco la discussione sull’impatto che l’inevitabile rimodulazione dei calendari ATP e WTA, in particolar modo lo slittamento già annunciato del Roland Garros con inizio il 20 settembre. Particolarmente dura è stata la reazione ufficiale degli organizzatori della Laver Cup, tra i cui fondatori c’è Roger Federer, mega-torneo esibizione a squadre. I problemi reali, gli impatti più gravi e pesanti dello stop dei tornei e del post crisi, peseranno in maniera decisamente più gravosa sulle spalle dei tennisti che non occupano le posizioni di rilievo nel ranking e non partecipano ai tornei più importanti del circuito. 

Ne abbiamo parlato, in esclusiva, con Alessandro Mastroluca, giornalista di Fanpage e telecronista per Super Tennis TV.

Si parla molto dell'impatto dello stop sui grandi del tennis mondiale, ma loro guadagnano cifre talmente grandi che comunque non ne soffriranno più di tanto. Che impatto avrà, invece, su tennisti di secondo piano?
“Chiaramente l’impatto sui tennisti che non hanno la classifica per frequentare i tornei più importanti, a livello di Slam, sarà indubbiamente maggiore perché già hanno in partenza un guadagno stagionale più basso. Questo si aggiunge a un rischio più ampio per l’attività del tennis mondiale, poiché non sappiamo se in futuro i tornei minori, i Challenger o i Futures, avranno ancora le possibilità economiche per essere inseriti in calendario.

Se, per esempio, alcuni tornei venissero cancellati nel 2021, questi tennisti avrebbero meno opportunità per giocare. Va, inoltre, considerata tutta l’attività a livello nazionale, quella dei coach o dei circoli in cui i tennisti si allenano. In fondo sui tennisti ricade una serie di problematiche che sono simili a quelle dei normali lavoratori che non sono sicuri di mantenere il loro posto durante questa crisi e, soprattutto, dopo”.

 

In media, quanto guadagna un tennista di secondo piano, diciamo dalla posizione 100 in giù? Quale può essere il danno economico per questo stop?
“Se stiamo tra il numero 100 e 150 parliamo di cifre che ruotano intorno ai 200 mila dollari di montepremi di tornei l’anno: ovviamente, più si scende nella classifica e più si scende anche nella scala di guadagni. A questi soldi, però, vanno tolti le spese per l’allenatore, per lo staff e per le trasferte che, nei casi di giocatori con quella classifica, sono ingenti perché nel circuito dei Challenger o dei Futures si vanno a giocare tornei in realtà geografiche molto lontane e difficili da raggiungere pur di ottenere punti.

Parliamoci chiaro, i giocatori che riescono a stare in pari sono più o meno i primi 150 del mondo, gli altri sono sostanzialmente in perdita e, per non rimetterci, devono rinunciare a qualcosa, magari devono incordarsi le racchette da soli e non usare gli incordatori forniti dai tornei, iscriversi a tornei piccoli, andare a dormire dalle famiglie del posto per non pagarsi l’albergo e altre situazioni di questo genere. Qualora la pausa si allungasse e ci fossero conseguenze future nel numero e nella quantità di tornei rimasti in calendario quando la bufera sarà passata, le conseguenze rischiano di essere tante e per i giocatori non sarà un momento facile”.

Tutte le quote di 888sport.it per scommettere sul tennis!

Secondo te, ci potrebbe essere qualcuno costretto dalla crisi a lasciare il tennis per cercare un altro lavoro?
“Non è una prospettiva irrealistica: accade oggi ed è accaduto già prima della crisi che ci fossero giocatori che hanno preso questa decisione. Si tratta di coloro che non sono riusciti a sfondare in singolare e non neanche a riciclarsi in doppio, come tanti, invece, hanno fatto con gran successo, e hanno capito che era meglio cercarsi un’altra strada, chiudere con una carriera  in perdita.

A un certo punto il costo di una carriera ne tennis diventa obiettivamente non sostenibile e, quindi, si sceglie una strada di contenimento: si rinuncia al sogno quando si è messi di fronte a una realtà spiacevole. La contrazione economica, che ci sarà a tutti i livelli e in tutto il mondo, finirà per coinvolgere anche il tennis perché ci sarà una contrazione delle sponsorizzazioni, legate alla chiusura di alcune aziende e alla revisione dei contratti con le televisioni che non è detto paghino le stesse cifre di adesso per i diritti”.
 

*La foto di apertura dell'articolo è di Dita Alangkara (AP Photo).

March 27, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
Body

Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

Lo sport mondiale, in generale, e il calcio, in particolare, sono fermi a causa dell'emergenza sanitaria. La FIGC, la FIFA e l'UEFA si interrogano quotidianamente sul se e quando sarà possibile riprendere l’attività calcistica, per dare almeno conclusione alla stagione in corso. Con lo slittamento di Euro 2020 all’anno successivo, c’è da capire se i campionati nazionali e le competizioni continentali potranno riprendere ed emettere i loro verdetti, o andranno annullate le varie competizioni con conseguente decisione da prendere sulla prossima stagione. 

Il Professor Angelo Pavia, nonostante abbia da poco compiuto trent’anni, ha maturato una pluriennale esperienza internazionale come preparatore atletico: dopo 5 anni come responsabile atletico del settore giovanile della Lazio, ha lavorato nello staff della nazionale maggiore del Bangladesh nelle qualificazioni ai Mondiali di Russia 2018; da ottobre 2017, dopo una parentesi di due mesi nel massimo campionato dell’Oman con l’Al Oroubah Sporting Club, lavora con la nazionali di calcio a 5 della Cina.

Lo abbiamo intervistato in esclusiva per il blog italiano di 888sport, per parlare con lui dell’impatto della sosta e del coronavirus sulla preparazione atletica nel calcio professionistico e sulla ripresa dell’attività.

Il lungo stop ai campionati è un evento a dir poco anomalo. Tu che sei un preparatore atletico di lunga esperienza e fama internazionale, cosa pensi di questo momento così strano per i calciatori?

“Per iniziare, farei subito un distinguo. In questo preciso momento storico farei un'analisi più generica su quello che sta accadendo, senza differenziazione tra sportivi/calciatori e società civile. È un problema enorme, globale, di difficile soluzione che purtroppo coinvolge tutti allo stesso modo. Ognuno deve cercare di trovare il proprio equilibrio e portare avanti i propri compiti senza danneggiare la propria salute e quella altrui.

Seguendo questa analisi, anche i calciatori devono essere bravi a spogliarsi degli abiti che indossano tutti i giorni e uniformarsi alla contingenza. Il tutto, però, con un occhio sempre vigile sulla possibile ripresa dell'attività agonistica”.

Credi all'allenamento casalingo dei calciatori in questo periodo? Se sì, che tipologia di allenamento possono svolgere?

“Certo, ci credo fortemente. In prima istanza, perché dimostra un forte senso di professionalità e attaccamento alla causa. In seconda, perché devono mantenere il più alto livello di condizione fisica possibile perché, come detto anche prima, devono essere pronti in qualsiasi momento qualora tutto tornasse a regime. Per gli sportivi di alto livello reperire attrezzature adeguate non dovrebbe essere un problema. Sono fiducioso che quindi possano svolgere un ottimo lavoro in sinergia con lo staff tecnico e lo staff medico.

Non mi aspetto miglioramenti di condizione da parte dei calciatori, sarebbe impossibile, quello che però si può fare è lavorare per mantenere il più possibile stabile la propria condizione e migliorare alcune capacità come la mobilità articolare e la propriocezione che molto spesso, per questioni di tempo, vengono messi in secondo piano”.

Cosa pensi del ventilato rischio di molti infortuni alla ripresa?

“Penso che anche questo aspetto vada analizzato più nel dettaglio. Questo stop forzato ha sicuramente azzerato quanto è stato fatto fino a ora e le relative programmazioni.

Quando riprenderanno gli allenamenti, per i calciatori sarà come affrontare nuovamente una pre-season con tutti i rischi e benefici che un periodo del genere comporta. Penso che il ragguardevole rischio infortuni dipenda dalla quantità di partite ravvicinate, e i relativi spostamenti, che i calciatori si troveranno ad affrontare. Questo a mio avviso sarà sicuramente il pericolo più grande. A tal proposito, sono molto curioso di quando e come verranno stilati i nuovi calendari”. 

C'è poi il tema dei calciatori positivi. Sicuramente dopo la quarantena saranno più debilitati di altri. La ripresa agonistica di un positivo sarà molto più lunga di uno che non ha mai contratto il virus?

“Questo è un tema molto delicato. Non vorrei sbilanciarmi in previsioni che, ancora oggi, i più grandi virologi e medici fanno fatica a fare. Leggendo le varie notizie e i giornali mi sembra di capire che i ragazzi colpiti siano fortunatamente in buone condizioni. Sono sicuro che tutti gli staff medici diano loro la giusta assistenza. Così come sono sicuro che, quando avranno il via libera per ricominciare l'attività, saranno in grado di seguire e svolgere i compiti che il preparatore fornirà loro. Da questo punto di vista, se posso permettermi, sono molto ottimista”. 

Al via libera per la ripresa degli allenamenti, quale sarà un tempo congruo di allenamento in campo da concedere ai giocatori prima della ripresa delle partite?

“In una condizione ideale, quasi utopica, spero che venga concesso un preavviso di almeno trenta giorni prima della ripresa delle gare ufficiali. Questo lasso di tempo permetterebbe di dilazionare i carichi e svolgere un buon lavoro, condizionando gli atleti e riducendo il più possibile il rischio infortuni. Purtroppo penso che questa eventualità non possa essere praticata per ovvi motivi “.

In Cina come stanno affrontando la problematica relativa al calcio e allo sport in genere, per la ripresa?

“Questa è una bella domanda. Per quello che posso dire, la parte sportiva è stata messa subito in secondo piano appena scoppiata l'emergenza. Avevano problemi molto più grandi da gestire, basti pensare al danno socio economico. Inutile soffermarsi sulla parte sanitaria perché, purtroppo è stata sotto gli occhi di tutti. Penso che questa sia stata una scelta corretta.

Sono sempre in contatto con tutti i ragazzi della Nazionale che alleno e con i manager della federazione cinese ma ancora oggi non abbiamo notizie certe per quanto riguarda la ripresa delle attività. Ci tengo a ringraziare per gli aggiornamenti costanti in loco il fisioterapista della prima squadra Shijiazhang Ever Bright F.C., militante nella massima serie cinese, Andrea Magini che quotidianamente condivide con me la maggior parte delle notizie sulla situazione attuale del calcio professionistico cinese.

Andrea, conoscendo il paese molto bene, è quasi convinto che, appena possibile, non esisteranno un attimo a dare il via libera alle principali attività sportive in tutta sicurezza. Lo sport per loro è un patrimonio importante da difendere, coltivare e ostentare. Tutte le città stanno tornando alla normalità. Questa è sicuramente una buona notizia”. 

Scommetti live sul calcio mondiale e su tutti i principali eventi sportivi con 888sport.it!

Quali consigli ti sentiresti di dare a un calciatore professionista in questo momento?

“Forse il più banale di tutti. Continuare a fare il calciatore, a 360 gradi. Partendo dall'allenamento, come abbiamo detto anche prima, lavorando per mantenere il più possibile la propria condizione e insistendo su esercizi di mobilità dinamica attiva e lavori di propriocezione, balance e posturali. Passando ad un’alimentazione ipocalorica e, per finire, concedersi ore di sonno adeguate, minimo 8 ore al giorno. Non possono permettersi di trascurare questi aspetti, altrimenti alla ripresa pagheranno un conto salato”.

Ultima domanda: la quarantena può incidere sull'aspetto psicologico di un atleta?

“Sì, decisamente. È l'aspetto più delicato e penso che sia quello che poi, perlomeno nella prima fase della ripresa, farà la differenza. Tanti fattori si intersecano in questo momento.

La preoccupazione della salute propria e quella dei familiari, l'incertezza sulla data della ripresa, un nuovo stile di vita, un flusso di notizie incessante, condizioni di allenamento nuove, spesso solitudine forzata. In tutto questo è enormemente difficile rimanere concentrati su se stessi, il proprio lavoro e i propri obiettivi ma come in quasi tutte le sfide che ti si presentano, indipendentemente dalla situazione, puoi sempre decidere come stare. Essere psicologicamente forti aiuterà molto. Lavorare su questo aspetto potrebbe essere determinante. Chi riuscirà a farlo sarà sicuramente un gradino sopra agli altri”.

March 26, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
Body

Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

 

Sembra ieri, ma sono passati già trent’anni dall’ultima volta che il Liverpool si è laureato campione d’Inghilterra. La formazione guidata da Kenny Dalglish conquistò il suo diciottesimo titolo in quella che ancora si chiamava First Division, visto che la Premier League nel formato tutt’ora in vigore è nata nel 1992, con 79 punti, davanti all’Aston Villa con 70 e al Tottenham del capocannoniere Lineker con 63.

Il giornalista Stefano Ravaglia è uno dei massimi esperti italiani sui Reds di Anfield, ai quali ha dedicato il libro “Lettere da Liverpool”, in uscita nella prossime settimane: lo abbiamo intervistato per farci raccontare di quella squadra, dei suoi uomini, e dell’Inghilterra che si affacciava agli anni Novanta, in esclusiva per il blog italiano di 888sport.

Ci racconti a grande linee com'era quella squadra che vinse il campionato nel 1990? 

“Sostanzialmente non era cambiata molto dalla stagione precedente, quella che sfociò in un finale amarissimo sportivamente e non. Il Liverpool aveva vinto la FA Cup ma perso il campionato nella leggendaria partita con l'Arsenal ad Anfield, e soprattutto aveva dovuto assistere al disastro di Hillsborough dove persero la vita 96 tifosi. Era sempre il Liverpool del grande ciclo anni Ottanta, condotto da Dalglish in panchina, che dopo l'Heysel aveva preso in mano il club al posto di Joe Fagan facendo l'allenatore-giocatore.

In quegli anni Liverpool era costantemente ai vertici dopo l'opera grandiosa di Shankly e Paisley nei decenni precedenti: con l'esclusione delle coppe dopo i fatti di Bruxelles, nelle competizioni nazionali era una battaglia molto spesso con l'Everton, contro il quale vinse proprio quella FA Cup nel 1989”.

Quali furono le mosse sul mercato e le scelte dell'allenatore che portarono a una stagione vincente?

“Sul mercato il movimento più importante fu in uscita, con il passaggio di John Aldridge in Spagna, al Real Sociedad dopo soli due anni in rosso. Era poi arrivato un difensore svedese che si era messo in luce nel Goteborg con Eriksson (aveva vinto la Uefa nel 1982), si chiamava Glenn Hysen e veniva dall'Italia, dalla Fiorentina. Fu un buon innesto. Per il resto, sempre Grobbelaar tra i pali, Ronnie Whelan e la sua tecnica in mezzo al campo, e davanti un John Barnes ispiratissimo insieme a Rush, tornato dalla Juventus già la stagione precedente. John Aldrige era venuto proprio al suo posto due anni prima”.

Kenny Dalglish, una leggenda per Liverpool: ci puoi fare un suo breve ritratto come allenatore e raccontarci quale fu il suo ruolo in quella vittoria?

“Era uno scozzese di grande temperamento e di grande qualità. Diceva sempre che nella sua vita voleva cambiare solo due cose: Heysel e Hillsborough. Aveva dovuto ingoiare due bocconi molto amari in pochi anni, così come tutto il mondo Liverpool. Pensate che aveva sostenuto un provino già quando c'era Shankly: fu scartato, tra l'ira dell'allenatore che non aveva deciso in prima persona. Veniva dalla periferia di Glasgow, zona portuale, un po' come Alex Ferguson.

Era un attaccante opportunista, e da manager fu la naturale prosecuzione di una dinastia: Shankly, Pasley, Fagan, erano già tutti nello staff del club. E infatti lui pretese che restassero due di quei collaboratori, Roy Evans e Ronnie Moran. La cosiddetta "Boot room", la stanza degli scarpini, dal nome del luogo spartano dove tutti questi membri dello stato maggiore del club si riunivano”.

Liverpool: che città era nel 1990?

“Margareth Thatcher sarebbe uscita da Downing Street quell'anno, dopo undici anni da primo ministro. Liverpool l'ha letteralmente odiata. La città è da sempre tradizionalmente rossa e aveva avuto una crisi molto grave in quegli anni, un po' come in quasi tutta l'Inghilterra. Essendo una città di porto, ne risentì ulteriormente con disoccupazione e violenze, un humus che contribuì all'inclinazione violenta degli hooligans di quegli anni. Ed inoltre era stata offesa e ferita dalle speculazioni su Hillsborough, con notizie e accuse totalmente infondate”.

Scommetti sulla Premier League con le quote calcio di 888sport.it!

Secondo te, chi sono stati i giocatori chiave?

“Uno su tutti, John Barnes, diventato un simbolo del club. Giamaicano che era arrivato dal Watford, quell'anno fra lui e Rush misero insieme 54 reti in campionato. Un altro ruolo importante lo ebbe Peter Beardsley, almeno fin quando non si infortunò nel finale di stagione saltando 7 partite”. 

Le partite più belle di quella stagione del Liverpool? 

“Salta all'occhio il 9-0 al Crystal Palace del 12 settembre, una vittoria record. Fu anche la partita dell'ultimo gol di Aldridge prima di andarsene al Real Sociedad. Era un Liverpool che segnava molti gol: 5-2 al Chelsea in dicembre, 8-0 anche in Coppa di Lega allo Swansea. Le ultime partite di quella cavalcate furono esaltanti, con il gran finale del 6-1 in casa del Coventry”. 

Quando il Liverpool capì che poteva vincere? Ci sono stati, invece, momenti difficili nella stagione?

“Se la prima parte di stagione fu un po' incerta, la seconda fece maturare una lotta serrata continua contro una sorprendente rivale: l'Aston Villa. Entrambe le sfide dirette erano finite in parità, e in marzo quando il Liverpool perse in casa del Tottenham i Villans erano davanti di tre punti. Da quel momento, proprio grazie al grande finale di stagione, il Liverpool innestò la quarta e portò a compimento il titolo”. 

Ultima domanda: sono passati trent'anni e il Liverpool, ormai quasi matematicamente, tornerà a vincere, quando riprenderanno i campionati. Sarà la sua prima Premier League nonostante sia la seconda squadra che ha più vittorie in campionato. Da grande esperto, perché i Reds hanno dovuto attendere tutto questo tempo, nonostante tanti successi in Europa, per tornare a dominare in patria?

“Credo sia dovuto proprio alla maggior vocazione internazionale del Liverpool, ma anche ad altri fattori. Subito dopo il titolo arrivò la gestione non positiva di Graeme Souness in panchina, poi il pasticcio del duopolio Houllier-Evans, quando era chiaro che sarebbe dovuto essere solo il manager francese a dover mettersi alla testa del club, come infatti avvenne.

Da quel momento il Liverpool ha ripreso la sua vocazione internazionale: dal 2001 al 2007 sono stati anni in cui è stata fatta incetta di trofei europei, pur con qualche coppa domestica. E in più dobbiamo metterci anche il grande ciclo dello United di Ferguson: proprio in quel 1990 il manager scozzese vinse il suo primo trofeo, la FA Cup, e iniziò un grande ciclo. E poi una bella dose di sfortuna, come nel 2014 con Brendan Rodgers in panchina e il titolo dello scorso anno perso per un solo punto”.

*L'immagine di apertura è di Foggia (AP Photo).

March 25, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
Body

Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off

“Il nostro obiettivo è quello di promuovere lo sviluppo dei talenti dei vivai” quante volte nell’ultimo decennio abbiamo sentito pronunciare queste parole in Italia. Ma poi i fatti? Non sempre le parole si sono trasformate in realtà ed anzi gli ultimi dieci anni hanno rappresentato uno dei periodi più bui per il calcio italiano, culminato con la mancata qualificazione della nazionale a Russia 2018.

Ci sono, però, realtà nostrane che da sempre sono andate controcorrente, una fra tutte la Fiorentina che da anni fa dello sviluppo del proprio vivaio una delle politiche chiave della propria gestione.

Nel vivaio della Fiorentina, il radicamento territoriale è forte;: circa l’80% dei 288 tesserati viola dai Pulcini alla Primavera sono toscani. Lo scouting è strutturato di modo che il club rappresenti il centro di approdo dei migliori giocatori della regione. In un'intervista del 2011 il D.S. dell'epoca Corvino ne parlava così: «Il nostro lavoro parte da una selezione per capire se in casa abbiamo risorse tecniche da valorizzare. Poi vediamo dietro l'angolo, e se non ce ne sono dietro l'angolo guardiamo alla regione, e così via».

Un ruolo, quello di punto di riferimento regionale, conteso in parte con l’Empoli, altro club notoriamente dedito alla cura del vivaio, ma che la Fiorentina ha fatto suo in una dimensione chiaramente più competitiva.

Partendo da questa analisi e gettando un occhio alle ultime convocazioni del C.T. azzurro Roberto Mancini, ci accorgiamo del gran numero di calciatori provenienti dalla Fiorentina nella relative liste: oltre ai vari Gollini, Piccini, Mancini, D’Ambrosio, tra tutti spiccano alcune delle punte di diamante del calcio italiano ovvero Bernardeschi, Zaniolo e Chiesa.

Ciascuno degli azzurri di formazione viola ha vissuto a Firenze quasi tutto il proprio percorso giovanile – si va dai sei anni di Zaniolo fino ai dieci di Bernardeschi. Inutile sottolineare come questo aspetto rivesta un significato centrale per un club di medio livello, a maggior ragione se l’attenzione rivolta al settore giovanile è stata complementare, nell’ultimo biennio, a un lavoro altrettanto certosino sul ringiovanimento della prima squadra – tanto che nella scorsa stagione soprattutto, la rosa gigliata si è distinta per avere l’età media più bassa tra i cinque maggiori campionati europei. 

Proviamo a mettere in campo con il 4-3-3 questo undici tutto canterano, evidenziando le intuizioni positive dei responsabili del club toscano, ma anche un errore nelle scelte che rasenta la follia calcistica!

Tra i pali Pierluigi Gollini (’95), portato alla Fiorentina da Corvino, nel marzo del 2012 passa al Manchester Utd, suscitando le ire del D.S. viola; efficace anche alla prima esperienza in Champions, oggi è diventato uno dei punti fermi dell’Atalanta delle meraviglie di Gasperini ed uno dei portieri della nazionale maggiore.

Terzino destro Cristiano Piccini (’92), dopo tutta la trafila delle giovanili viola, viene ceduto nel 2015 a titolo definitivo per 1,5 milioni di euro al Betis Siviglia. Successivamente, dopo una stagione allo Sporting Lisbona, torna in Liga: è acquistato, infatti, dal Valencia per 10 milioni di euro, firmando un contratto quadriennale con clausola da 80 milioni.

Nella coppia di difensori centrali, la prima scelta la spendiamo per Gianluca Mancini (’96), anche lui dopo tutta la trafila nel settore giovanile viola, viene ceduto nel 2016 al Perugia. Atalanta e Roma le tappe successive che lo stanno consacrando come uno degli interpreti più interessanti del ruolo, anche in fase di costruzione.

L'altro centrale è Luca Ranieri (’99), una delle poche pianticelle viola ad essere ancora sotto contratto a Firenze; dopo essere stato uno dei protagonisti al Mondiale under 20, nell'estate del 2019 viene aggregato alla prima squadra della Fiorentina, sotto la guida di Vincenzo Montella, esordendo in serie A il 1° settembre 2019; a gennaio è stato mandato in prestito in serie B ad Ascoli per proseguire il suo percorso di crescita.

Terzino sinistro Danilo D’Ambrosio (’88), dopo alcuni anni nelle giovanili viola, nell’estate del 2008 viene ceduto in comproprietà alla Juve Stabia; da lì in poi un continuo crescendo, passando per Torino e fino all’Inter ed alla nazionale azzurra. In alternativa nel ruolo Lorenzo Venuti (’95), che, dopo una serie di esperienze in prestito, è attualmente in rosa con la Fiorentina.

A centrocampo in cabina di regia Jacopo Petriccione (’95), l’ex capitano della primavera viola, è oggi il volante del Lecce che dopo la promozione in A, sta guidando con fosforo anche nella massima serie agli ordini di mister Liverani, uno che di registi se ne intendo davvero.

Interno di destra Niccolò Zaniolo (’99) astro nascente del panorama nostrano, colonna della Roma e sicuro protagonista degli Europei nel 2021. La Fiorentina, dopo sei anni di giovanili in maglia viola, l'ha svincolato.

Interno di sinistra l’altro golden boy ovvero Gaetano Castrovilli (’97), uno dei pochi giovani mandato in prestito e fatto rientrare alla base dalla società gigliata: il centrocampista a giugno 2021 farà sicuramente parte dell'Italia, favorita per le quote calcio nelle partite di Roma del girone A!

In attacco sulla fascia destra Federico Bernardeschi (’94). Da possibile nuovo Antognoni, per sempre a Firenze ad un altro Baggio, ovvero talento purissimo in viola, campione (forse) in altre piazze.

Al centro c’è l’imbarazzo della scelta, ma la scelta ricade su Kouma Babacar (’93) attuale centravanti del Lecce; dopo una vita in viola, da crack giovanile e da bomba pronta ad esplodere dopo gli esordi, la viola ha deciso di puntare su altriattaccanti.

Completa lo Starting Eleven dei campioncini cresciuti ai "campini" naturalmente Federico Chiesa, straordinario esterno offensivo; il figlio d'arte è valutato 60 milioni di euro dal sito specializzato transfermarkt!

*La foto di apertura dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo).

March 25, 2020

Di 888sport

888sport
Body

The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

888sport
factcheck
Off
hidemainimage
show
Hide sidebar
show
Fullwidth Page
Off