A volte i (tanti) soldi non sono sufficienti a dare un'idea del valore di un contratto stipulato tra calciatore e società. Né la durata o una clausola rescissoria astronomica. Ci sono casi in cui altri tipi di clausole intervengono per spiegare quali siano i delicati limiti da non oltrepassare, oppure i premi da riconoscere in caso di raggiungimento di un determinato obiettivo.

Alcune di queste postille hanno risvolti davvero "particolari", per usare un eufemismo. Noi di 888 abbiamo selezionato le 5 più "strane" che sono circolate nel calcio contemporaneo:

5. La postilla "anti-volo" di Dennis Bergkamp

«Se Ryan Giggs vale 20 milioni, Dennis Bergkamp ne vale almeno 100». Parole - pronunciate nel cuore degli anni '90 - da Marco van Basten. Questione di gusti calcistici, ovviamente. Ma questo spiega che straordinario giocatore fosse Bergkamp. Altrettanto nota e l'atavica paura di volare del centrocampista offensivo olandese.

Nel 1995, all'epoca del suo trasferimento dall'Inter all'Arsenal, fece aggiungere una precisa e particolare postilla al contratto che lo legò fino a fine carriera ai Gunners: nelle competizioni europee, il giocatore non si sarebbe spostato insieme alla squadra in aereo. Bensì solamente su mezzi via mare e via terra.

4. Il ritorno di Ronalinho in Brasile e... in discoteca

Basta paparazzi, basta pettegolezzi: dopo l'esperienza di Ronaldinho al Milan e le sue "capatine" nella movida meneghina, l'asso brasiliano voleva che la sua vita privata, al ritorno in patria, potesse essere goduta alla luce del sole. Anzi... della sfera stroboscopica! In questo senso, nell'estate 2011, impose al Flamengo una clausola secondo la quale il giocatore avrebbe avuto il "permesso scritto" di andare in discoteca almeno due volte a settimana.

3. Non criticare e verrai premiato: la doppia clausola tra Neymar e Barcellona

Il passaggio dal Santos al Barcellona di Neymar Jr. (oggi al PSG), avvenuto il 3 giugno 2013 (per 57,1 milioni di euro), è stato oggetto di varie indagini, anche di natura fiscale. Oltre a ciò, decisamente singolari gli accordi tra le parti. In primis, al giocoliere santista sarebbero stati riconosciti 2,5 milioni "extra", se non avesse criticato l'allenatore sulla collocazione in campo. Inoltre, il giocatore avrebbe potuto ospitare, una volta ogni due mesi, il gruppo dei suoi amici storico, naturalmente... tutto a spese del club blaugrana!

2. "Non mordere": il monito a Luis Suarez

Estate 2014: il Barcellona versa 80 milioni di euro nelle casse del Liverpool per assicurarsi lo straordinario attaccante Luis Suarez. Alla terza partita della fase a gironi dei Mondiali brasiliani, tuttavia, durante la vittoria per 1-0 (firmata Diego Godin) del suo Uruguay contro l'Italia, costata l'eliminazione agli Azzurri, il "Pistolero" rifila un morso sulla spalla di Giorgio Chiellini.

L'immagine diventa virale, Suarez viene squalificato 4 mesi dalla Fifa (incluse le gare coi club) e, quindi, il Barcellona si premunisce facendo firmare all'attaccante un'integrazione contrattuale con una clausola che punisse eventuali atteggiamenti poco professionali (morsi inclusi). Da quel momento, Suarez (che già ai tempi del Liverpool possedeva una fedina non proprio immacolata) non sgarrò più.

Il Barcellona è tra le favorite per la Champions 2020 per le quote delle scommesse calcio!

1. "Niente viaggi nello spazio" per Stefan Schwarz

Si può parlare a lungo di clausole bizzarre, ma al primo posto di questa particolarissima classifica, resta sempre quella riguardante Stefan Schwarz e il Sunderland. L'ex centrocampista della Fiorentina e della nazionale svedese, stava preparando, nel 2000, il suo passaggio dal Valencia al Sunderland. Ma, anche, un viaggio nello spazio - secondo i suoi programmi nel 2002 - per realizzare il sogno di una vita.

Ebbene, il club dei Black Cats - l'ultimo della carriera di Schwarz prima del ritiro, avvenuto nel 2003 - si premunì infilando nel contratto una clausola che proibì al centrocampista di salire in orbita a fare l'astronauta.

Clausola... di non concorrenza - Aggiungiamo una clausola, questa volta, addirittura, tra due società. Estate 2018. Il Napoli si era già accordato con Carlo Ancelotti, anche perché aveva capito che l'esperienza con Maurizio Sarri sulla panchina azzurra, era finita.

A bussare alla porta della società partenopea, il Chelsea di Roman Abramovich che richiede Sarri ed il "pretoriano" Jorginho. Risultato Sarri e Jorginho a Stamford Bridge per 65 milioni ma con una clausola ben precisa: in caso di ulteriori richieste di giocatori azzurri da parte del tecnico di Bagnoli, Aurelio De Laurentiis non avrebbe consentito altre partenze da Castel Volturno in direzione Fulham Road.

*La foto di apertura dell'articolo è di Ricardo Mazalan (AP Photo).

March 5, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Ci sono moltissime voci nella stesura di un contratto di trasferimento di un calciatore professionista, e anche per questo, anche trattative che appaiono in teoria molto semplici da portare a termine, vanno avanti per diversi giorni. Tra le voci “minori”, ma molto importanti, c’è quella del Premio di solidarietà che - da regolamento FIFA - viene versato dal club che cede il proprio tesserato ad un’altra società.

Tale contributo è previsto nel caso in cui un calciatore venga trasferito prima della scadenza del suo contratto, e viene distribuito in favore dei club coinvolti nella formazione del giocatore nel corso delle stagioni dal 12° al 23° anno di età del calciatore.

La norma ed il carattere "internazionale" del trasferimento - La norma della Federazione Internazionale Football Association parla chiaro:
“Se un calciatore professionista si trasferisce nel corso di un contratto, il 5% di qualsiasi compenso, ad eccezione dell’indennità di formazione, corrisposto alla società precedente deve essere detratto dal totale di tali compensi e distribuito dalla società di destinazione come contributo di solidarietà alla (o alle) società che hanno provveduto alla formazione e all’istruzione del calciatore nel corso degli anni.

Tale contributo di solidarietà tiene conto del numero di anni durante i quali il calciatore è stato tesserato per la (o le) società in questione nelle stagioni comprese tra il 12° e 23° anno di età".

Il trasferimento in questione deve essere di natura internazionale, ovvero deve avvenire tra due squadre che fanno parte di due federazioni differenti, e può essere sia a titolo definitivo che temporaneo. Il Premio di Solidarietà viene corrisposto ogni qual volta un giocatore si trasferisce da un club a un altro, ed è certificato da una tabella che legifera in maniera esplicita la ripartizione di tale premio:

- dalla stagione del 12º anno di età del calciatore, fino al 15º anno, al club spetta per ogni stagione lo 0,25% del costo totale del trasferimento.

- dal 16º anno di età del calciatore, fino al 23º anno di età, il Premio di solidarietà che va alla società (o alle società nelle quali il ragazzo ha militato) è equivalente allo 0,50% dell’intero importo del trasferimento moltiplicato per ogni stagione trascorsa nel club, o nei club passati.

Tutto ciò comporta un guadagno indiretto per i club che hanno avuto modo di far crescere nel proprio settore giovanile (o hanno tesserato fino al 23º anno di età) calciatori successivamente al centro di trasferimenti di carattere internazionale.

Il Premio di solidarietà - stabilito dalla FIFA per i trasferimenti di natura internazionale - non va confuso con l’indennità di formazione che viene corrisposta solo in occasione del primo contratto da professionista e per i trasferimenti avvenuti fino al 23° anno di età.

L'esempio - L’esempio più eclatante, in termini di Premio di Solidarietà riguarda il trasferimento internazionale di Cristiano Ronaldo dal Real Madrid alla Juventus che ha sconvolto il mercato delle scommesse online dei madridisti; il costo del cartellino del portoghese - com’è noto - fu di 100 milioni di euro. Ma di questi cento milioni, il 5% è stato destinato allo Sporting Lisbona e al Manchester United, i due club che avevano tesserato il calciatore all'età coperta dalla norma.

In sostanza, entrambi i club hanno ricevuto 2,5 milioni di euro. Vediamo, perché.

La società lusitana - che aveva avuto Ronaldo dal 12° anno di età fino al 18º anno, ha incassato una quota parte del contributo pari allo 0,25% nelle prime 4 stagioni in cui il giocatore ha vestito la maglia biancoverde (dal 12° al 16° anno di età), sommato alle altre tre stagioni (dai sedici anni in avanti), il cui contributo è valutato dalla norma al 0,50%. Il club inglese - che ha avuto modo di tesserare Ronaldo dal 18° anno di età (per poi cederlo a 24 anni) ha ottenuto i cinque anni di contributi relativi al Premio di Solidarietà (dai 18 ai 23 anni) che hanno contribuito ad arricchire le casse dei Red Devils.

Lo sviluppo dei settori giovanili porta ai club dei grossi vantaggi nei ricavi economici, al di là delle plusvalenze: per questo andrebbero sempre incentivati.

*La foto di apertura dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo).

 
March 5, 2020

Di Simone Pieretti

simone pieretti
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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

Simone Pieretti
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Daniel Carriço, difensore portoghese di 31 anni, passa dal Siviglia al Wuhan Zall. In tempi di coronavirus, c'è quasi da non crederci. Ma è tutto vero, come ha confermato lo stesso club cinese. Difficile capire cosa possa portare un calciatore a trasferirsi nella squadra della città in cui ha avuto inizio l’epidemia, ma il ragionamento dell’ex calciatore biancorosso in fondo non fa una piega. 

Intanto, il Wuhan Zall è tranquillamente ad allenarsi in Spagna e, considerando che il campionato è stato rinviato a data da destinarsi, tornerà in Cina quando la situazione non sarà più pericolosa. E poi, in fondo, bisognerà pur tornare a giocare da quelle parti prima o poi e solitamente gli stipendi della Chinese Super League sono importanti per chi viene dall’estero.

 

E poi, a dirla tutta, il portoghese non è neanche l’unico ad aver accettato le lusinghe del Wuhan Zall. Anche l’ex Napoli e Palermo Eddy Gnahoré giocherà, non appena riprenderà il torneo, con la squadra cinese. In ogni caso, quello di Carriço entra decisamente a far parte dei trasferimenti più assurdi e inaspettati della storia del calcio.


Barça, che confusione - Del resto, nell’ultima sessione di mercato, persino il Barcellona ha deciso di sorprendere, anche se già lo scorso anno l’acquisto di Boateng dal Sassuolo aveva fatto parlare parecchio. Ma almeno il buon Boa un minimo di pedigree calcistico importante ce l’aveva. E invece a febbraio 2020, fuori tempo massimo grazie all’infortunio di Dembele, in blaugrana arriva Martin Braithwaite.

Chi? Ecco, esattamente la domanda che si sono fatti i tifosi del Barça. Che magari si aspettavano un nuovo centravanti di nome e si ritrovano in attacco a duettare con Messi un ragazzo danese di 29 anni che in carriera ha giocato e segnato (a dire la verità neanche troppo) con Esbjerg, Tolosa, Middlesbrough, Bordeaux e Leganés. Il campo poi darà il suo giudizio, ma intanto non è che al Camp Nou siano felicissimi e le quote dei blaugrana nelle scommesse online crescono...


Giudizio ampiamente negativo che invece è stato dato invece oltre un decennio fa a Julian Faubert, che nel 2018 ha giocato in Indonesia e che invece nel 2009 era in prestito al Real Madrid e si allenava accanto a Sergio Ramos, Sneijder e Robben. Tutto merito di una buona stagione con il West Ham, coincisa con un momento di emergenza dei Blancos sulla fascia destra.

A gennaio, il francese si ritrova catapultato al Bernabeu, forse senza neanche sapere perchè. Alla fine gioca appena due partite e se ne torna in Premier League, retrocedendo due anni dopo e finendo anche in Francia, Turchia, Scozia e Finlandia. Santo protettore…dei Galacticos per caso.


Benefits da rockstar - E visto che si parla di Liga, impossibile non menzionare Samuel Eto’o che arriva all’Inter dopo una carriera già vincente e porta a casa il secondo Triplete. Appena un anno dopo lascia la Serie A…per l’Anzhi, squadra praticamente sconosciuta che però può offrirgli uno stipendio da capogiro grazie ai fondi del magnate russo Sulejman Kerimov. A invitarlo nella Premier Liga russa ci pensa Roberto Carlos, anche lui emigrato in cerca di un ultimo contratto da nababbo.

Una storia pazzesca, così come i benefit per la firma del camerunense: il club è di Machačkala, capitale del Daghestan. Ma Eto’o di vivere sul Caucaso non ha alcuna intenzione e quindi ha casa e si allena a Mosca, con l’aereo personale che lo porta alle partite. Questa strana storia dura due anni, poi gli stipendi cominciano a diminuire e ora la squadra è fallita e si trova in terza divisione, mentre Eto’o torna al Chelsea per poi passare all’Everton, alla Samp, in Turchia e persino in Qatar.


Una sindrome, quella della scelta particolare, che non risparmia nemmeno i Palloni d’Oro o i campioni conclamati. Ecco qualche esempio. Anno di grazia 1982, il Barcellona acquista Diego Armando Maradona e per Allan Simonsen, miglior giocatore d’Europa nel 1977, non c’è più posto. E lui, ad appena trent’anni, dove se ne va? Clamorosamente al Charlton, nella Serie B inglese.

Un altro Maradona, quello dei Carpazi, fa uno strano giro. Gheorghe Hagi fa grande la Steaua e finisce al Real Madrid, salvo due anni dopo ritrovarsi al Brescia, disputando persino una stagione in B. E poi, tanto per completare l’assurdità della questione, fa talmente bene in Lombardia che viene acquistato dal Barcellona.


In Inghilterra, poi, sono davvero straordinari quando si tratta di acquisti e cessioni capaci di lasciare perplessi. Due casi su tutti. Stagione 2010/11, quella di Dale Jennings, 18 anni, e il suo trasferimento shock: dal Tranmere Rovers, League One, al…Bayern Monaco. I tedeschi lo comprano (per motivi ancora poco comprensibili) e lo dirottano immediatamente nella squadra riserve. Non ne uscirà mai, neanche per un minuto con i grandi. E ora, a 27 anni, gioca nella nona divisione inglese.

Pressioni "politiche" - Peggio, se possibile, la figuraccia del Southampton, che nel 1996 regala al calcio un momento storico. L’esordio di Ali Dia, finto cugino di George Weah, che il club inglese mette sotto contratto dopo una telefonata da parte di una persona che si spaccia per l’attuale presidente della Liberia. E nel match contro il Leeds United, succede l’impensabile. Ali Dia, che in carriera al massimo ha giocato al massimo con squadre di categorie parecchio inferiori, scende in campo in Premier, prendendo il posto di un infortunato Matthew Le Tissier.

Bastano 53 minuti per capire che forse l’acquisto è stato abbastanza incauto. Ma insomma, di fare scelte strane succede anche ai migliori calciatori. E ai migliori club.

Segui tutto il calcio internazionale con le scommesse online di 888sport!

*La foto di apertura dell'articolo è di Miguel Morenatti (AP Photo).

March 5, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Può una storia d'amore condizionare un segmento lungo e importante della storia recente del nostro calcio? È successo anche questo, nell'affascinante ma pazzo pazzo pazzo mondo del pallone.

Correvano i giorni precedenti al Natale del 2011. Il cronista di mercato riceve una telefonata da una fonte, di quelle che ti conducono sempre a dama: “Stai attento, il Milan sta chiudendo un'operazione clamorosa: Pato al Psg e Tevez in rossonero. E il Milan ci guadagna anche economicamente”. Bum. Conoscendo l'arte di Galliani nelle trattative – era il re del mercato - e la sua passione folle per Carlitos Tevez detto l'Apache, il cronista non si stupisce neanche un po' e chiama il diretto interessato, l'ammistratore delegato del Milan.

Che non smentisce, insomma prende tempo: abbastanza per fargli capire che è tutto vero. Il cronista ha quindi la certezza che l'operazione è nata, si svilupperà e a gennaio andrà in porto. Salvo colpi di scena. Bisogna capire i dettagli, monitorare il tutto, giorno per giorno, ma insomma è questione di tempo e la cosa si farà. Il quotidiano La Repubblica dedica una pagina al clamoroso affare, proprio nel giorno in cui escono dichiarazioni significative di Pato che - dopo 4 anni in rossonero - ne ufficializzano l'inquietudine. Non si sente più coccolato dal Milan, il Papero dai mille infortuni, e prende in considerazione l'addio.

Altro che mercato di riparazione - Tutto apparecchiato, dunque. All'operazione continuano a lavorare le parti interessate, compreso il mitico mediatore internazionale Ernesto Bronzetti, figura leggendaria - ci ha lasciato 4 anni fa - tra gli operatori di mercato, famoso per aver partecipato e contribuito al trasferimento di tanti Palloni d'Oro. Cresce l'ottimismo e quando si apre il mercato di gennaio, tutti hanno capito che l'operazione principale sarà quella: Tevez al Milan, Pato al Psg. I giornali già si dedicano ai commenti: chi ci guadagna, chi ci perde.

La mattina del 12 gennaio 2012, la missione di Galliani entra nel vivo. Trovato da tempo l'accordo con il Psg del suo amico Leonardo per Pato (35 milioni, bonus compresi, al Milan e triennale da 7 milioni netti a stagione per il brasiliano), il braccio destro di Berlusconi vola a Londra – con l'avvocato Cantamessa - per incontrare, al The Landmark, lussuoso hotel in zona Merylebone, i dirigenti del Manchester City e il manager di Tevez per concludere – dopo un lungo e nient'affatto discreto corteggiamento - l'acquisto dell'attaccante argentino.

L'affare era stato architettato da Galliani in modo che, tra la cessione di Pato e l'arrivo di Tevez (prestito con obbligo di riscatto a 20 milioni), il Milan avrebbe (perfino) guadagnato 15 milioni. Una signora cifra, all'epoca, visto che i prezzi erano molto ma molto più bassi di oggi. Un vero affare, insomma, per la società rossonera, sia dal punto di vista del rafforzamento tecnico che da quello economico.

Fermi tutti - Il colpo di scena si materializza mentre Galliani è al tavolo con il manager di Tevez, il potente mediatore anglo-iraniano Kia Joorabchian, e i dirigenti del City per definire gli ultimi dettagli. All'ad rossonero arriva una telefonata di Silvio Berlusconi che gli annuncia la decisione – non trattabile - di tenersi Pato e rinunciare così a Tevez. A quel punto Galliani, pur devastato per l'occasione buttata al vento (pensate che coppia, Ibrahimovic con Tevez, classe e personalità ai massimi livelli), sarà costretto a fare i salti mortali per evitare di arrivare alla firme e riuscire in qualche modo a far saltare un'operazione praticamente chiusa.

Ma cos'era successo davvero? Il presidente Berlusconi l'aveva messa formalmente – anche nel comunicato ufficiale che blocca tutto, diffuso da Milan Channel alle 17 di quel giorno frenetico e indimenticabile – sul piano anagrafico e tecnico: meglio tenersi il 23enne Pato, che stava uscendo dal tunnel degli infortuni muscolari e magari sarebbe tornato quello dei primi tempi rossoneri, rispetto al 28enne Tevez, una scommessa per il calcio italiano.

In realtà la passione per l'attaccante brasiliano che fa saltare l'operazione non è solo quella del presidente del Milan, ma anche quella di sua figlia Barbara, all'epoca anche amministratore delegato (ramo commerciale) del club rossonero. La sua storia d'amore con Pato era nota, la distanza Milano-Parigi non sembrava tale da condizionarne il futuro, ci si poteva organizzare…Eppure Barbara voleva tenere accanto a sé l'amato e papà Silvio decise di accontentarla.

Il tifoso rossonero (e non solo), comprensibilmente legatissimo ai trionfi dell'era belusconiana, fa risalire a quel giorno – 12 gennaio 2012 – la fine del Grande Milan. Perché in quel momento la squadra di Allegri, che aveva vinto il campionato 2011, aveva 4 punti di vantaggio sui rivali della Juve. Con Carlitos Tevez in tandem d'attacco con Ibra, verosimilmente avrebbe conquistato anche quello scudetto, per il quale era favorito per le scommesse. E di conseguenza, grazie ai relativi incassi, non avrebbe dovuto vendere, nella stessa estate 2012, i due fuoriclasse Ibrahimovic e Thiago Silva (proprio al Psg, tra l'altro), due in grado di fare la differenza anche 8 anni dopo.

Insomma: ciò che poi è riuscito alla Juve, vincere ogni anno dominando campionati, lo avrebbe molto probabilmente fatto quel Milan. Con Tevez, Ibra, Thiago Silva in campo e Max Allegri in panchina. Guarda caso, sempre della serie “sliding doors”, la Juve acquistò lo stesso Tevez nell'estate 2013 e così rafforzò ulteriormente la propria leadership nel calcio italiano. Conclusione: le storie d'amore sono una meraviglia e vanno sempre rispettate, di sicuro quella tra Pato e Barbara Berlusconi – tra l'altro finita un anno e pochi mesi dopo, nella stessa estate 2013, quando l'attaccante si trasferì in Brasile...- ha cambiato la storia del calcio italiano degli ultimi 8 anni.
 

*La foto di apertura dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo).

March 4, 2020

Di Giulio Cardone

Giulio
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Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

Giulio Cardone
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Il derby di Manchester numero 182, considerando tutte le competizioni, si disputerà domenica 8 marzo all’Old Trafford. Il bilancio complessivo delle sfide vede lo United in vantaggio con 75 successi contro i 54 del City, mentre 52 sono stati i pareggi. Prendendo in considerazione, invece, solamente le sfide disputate in Premier League, dalla sua istituzione nel 1992, le vittorie dei Red Devils sono 22, mentre i Citizens sono usciti dal campo col bottino pieno 15 volte; in 8 occasioni le due formazioni si sono divisi equamente la posta in palio.

Sul blog italiano di 888sport riviviamo le memorabili stracittadine di Manchester, dalla nascita della Premier League a oggi.

Manchester City-Manchester United 2-3, 7 aprile 2018
Il risultato non fece altro che rinviare i festeggiamenti del City per il loro quinto titolo inglese: ma quella, mozzafiato, in programma nella quattordicesima giornata del girone di ritorno è stata senza dubbio una delle sfide che più hanno rappresentato a pieno lo spirito di un derby. Una partita decisa da difese che hanno fatto acqua, da decisioni arbitrali controverse e da una straordinaria rimonta dello United, guidata da un motivato Paul Pogba. 

Manchester United-Manchester City 1-1, 21 aprile 2001
Non un classico nel vero senso della parola, per il risultato e per il livello di calcio visto in campo, ma un derby che verrà sempre ricordato per il terribile intervento di Roy Keane su Alf-Inge Haaland: il padre della giovane stella del Borussia Dortmund, finì il match in campo, ma il suo ginocchio non guarì mai, costringendo il norvegese a concludere la sua carriera prematuramente.

Manchester United-Manchester City 1-2, 10 febbraio 2008
Un giorno memorabile per lo United, poiché entrambe le formazioni tributarono il loro omaggio nel cinquantesimo anniversario del disastro aereo di Monaco. I giocatori delle due squadre indossarono maglie commemorative in stile 1958. Nell’occasione fu il City a vincere la sfida, grazie alle reti di Darius Vassel e Benjani; ininfluente il gol di Michael Carrick nel recupero.

Manchester City-Manchester United 3-1, 9 novembre 2002
Il gran finale al Maine Road, l’ultimo derby disputato dai Citizens nella loro vecchia casa prima di trasferirsi all’Etihad. Il City non era ancora la superpotenza odierna del calcio mondiale e partiva sempre come sfavorito nel derby di Manchester. Nell’occasione, la squadra guidata da Kevin Keegan diede l’addio al suo vecchio stadio, superando lo United con un ottimo 3-1. Gary Neville ha in seguito riconosciuto quel derby come uno dei suoi momenti peggiori con la maglia dei Red Devils.

Scommetti sul derby di Manchester con le quote Premier League di 888sport.it!

Manchester City-Manchester United 4-1, 22 settembre 2013
Il suo primo derby di Manchester non andò certamente secondo i piani di David Moyes. Gli uomini di Manuel Pellegrini umiliarono senza pietà i propri rivali con un 4-1 che mise impietosamente di fronte all’ex tecnico dell’Everton tutte le difficoltà della sfida di prendere il posto sulla panchina dello United di un certo Sir Alex Ferguson. Moyes fu esonerato ad aprile e sostituito da Ryan Giggs, uno dei pupilli del suo predecessore.

Manchester United-Manchester City 2-1, 12 febbraio 2011
La rovesciata vincente di Wayne Rooney rimarrà a lungo nella storia del derby di Manchester. Un mix di audacia e classe, “un gol da leggenda”, come lo definì la Gazzetta dello Sport, decise la stracittadina numero 145, dopo le reti di Ryan Giggs e di Edin Dzeko. Per molti, uno dei gol più belli nella storia della stracittadina, con lo United che a fine stagione festeggiò il suo diciannovesimo titolo inglese.

Il meraviglioso gol di WR10!

Manchester United-Manchester City 1-6, 23 ottobre 2011
La più pesante sconfitta all’Old Trafford per lo United dal 1955 arrivò proprio per mano degli storici rivali cittadini! L’umiliante 6-1 subito tra le mura domestiche pesò ancora di più sulle spalle della squadra di Ferguson, poiché il City vinse il suo terzo titolo inglese, concludendo la stagione a pari punto con i concittadini, ma trionfando grazie agli 8 gol di vantaggio nella differenza reti.

Manchester United-Manchester City 4-3, 20 settembre 2009
Un derby intriso di drammaticità ai più alti livelli, con un climax di emozioni che trovò il suo apice nel gol vincente messo a segno nei minuti di recupero da Michael Owen. Il pareggio di Craig Bellamy per il City al novantesimo, dieci minuti dopo il vantaggio dello United messo a segno da Fletcher, sembrava aver risolto la partita, ma gli ospiti si dimenticarono di tenere in considerazione il “Fergie time”, con Owen che sei minuti dopo regalò il successo allo United.
 

*La foto di apertura dell'articolo è di Dave Thompson (AP Photo); la seconda di Jon Super (AP Photo).

 
March 3, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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Chi ha detto che la "finale secca" sia più emozionante di quella andata e ritorno. C'era un tempo in cui l'ultimo atto Coppa Uefa, oggi Europa League, era strutturato al meglio dei 180': 90' nello stadio di una contendente e i restanti 90' nella "tana" dell'altra. E' stato così fino alla stagione 1996-97: procedura inattuabile nel calcio di oggi in mano allo show business? Evidentemente sì, ma vi possiamo assicurare che, anche con le "regole classiche", ci si è divertiti.

Eccome. Allo stadio e incollati agli schermi delle tv. Per questo, abbiamo selezionato 3 tra le finali andate-ritorno più pazze della cara, vecchia Coppa Uefa. Meriteranno, naturalmente, un capitolo a parte, le imprese granate del 1992!

1980-81
Ipswich Town-AZ Alkmaar 3-0
AZ Alkmar-Ipswich Town 4-2

A Portman Road va in scena il primo atto di una finale tra due squadre che non sono mai state insignite nell'albo d'oro delle competizioni europee. Da una parte l'Ipswich Town di Bobby Robson, che in casa sono stati capaci di battere il temibile Widzew Łódź (peraltro "giustiziere" di Juventus e Manchester Utd) e il Saint-Étienne (che fino ai quarti aveva segnato la bellezza di 23 reti senza subirne); dall'altra l'AZ, squadra che andava particolarmente forte a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, allenata dal tecnico teutonico Georg Keßler.

E che in campionato ha viaggiato fortissimo, senza rivali, potendosi concentrare sulla Coppa UEFA. L'Ipswich Town, dal canto suo, durante quella cavalcata trionfale, aveva sempre vinto a Portman Road e anche la finale no fa eccezione: dominio assoluto dei padroni di casa che chiudono il match sul 3-0 con le reti di John Wark (su rigore), Frans Thijssen e Paul Mariner.

Al ritorno, per far fronte alla grande richiesta di biglietti, la finale si gioca ad Amsterdam - non ad Alkmaar - ed entrambe le squadre si affrontano a viso aperto riversandosi in attacco, come se il 3-0 dell'andata non ci fosse mai stato. Ad andare in vantaggio, nei primi minuti è però l'Ipswich ancora con Thijssen, peraltro olandese (come il compagno di squadra  Arnold Mühren) ex Twente, con uno spettacolare tiro al volo da fuori area sugli sviluppi di un corner; ma stavolta c'è la reazione dell'AZ e Kurt Welzl pareggia di testa dopo appena tre minuti.

John Metgod, ancora in elevazione (su assist dalla destra di Jan Peters) porta i padroni di casa in vantaggio, ma alla mezz'ora Wark - con una grandiosa girata - riacciuffa il pareggio. La partita è spettacolare e sul finire della prima frazione arriva il 3-2 firmato Pier Tol. Gli olandesi trovano anche la rete del 4-2 con Jonker (missile terra-aria sotto il sette da calcio di punizione), ma non basta per superare gli inglesi, che al triplice fischio si lasciano andare ai festeggiamenti più sfrenati, prima. Oggi, i Tractor Boys del Suffolk, si barcamenano in League One, in terza serie.

1986-87
IFK Göteborg-Dundee United 1-0
Dundee United-IFK Göteborg 1-1

Dite la verità: Ipswich Town AZ Alkmar, IFK Göteborg-Dundee United: oggi sarebbe ancora possibile assistere a finali così imprevedibili e curiose, anche per le scommesse Europa League? Purtroppo no: il cerchio europeo si è ristretto a quella decina (non di più) di squadre che staffettano per alzare la Champions o l'Europa League. Il divertimento delle coppe europee era anche conoscere nuove realtà.

Il match di andata della finale della 16esima edizione della Coppa Uefa va in scena a Göteborg tra i padroni di casa (fatali all'Inter nei quarti di finale), già campioni nel 1982, e - per l'appunto - il Dundee United, che si vuole aggiungere a Celtic, Rangers e Aberdeen tra le squadre scozzesi vincenti in Europa. Il primo match non regala troppe emozioni e, su un campo al limite della praticabilità (ma lo spettacolo di un tempo stava anche in questi particolari), termina 1-0 grazie al gol in elevazione di Stefan Pettersson nel primo tempo. 

Due settimane dopo (il 20 maggio 1987) a Dundee gli scozzesi, spinti dall'incessante e infuocato tifo del proprio pubblico compresso nel mitico Tannadice Park, attaccano all'arma bianca la difesa quadrata degli scandinavi (capitanata dal libero Glenn Hysén, passato poi alla Fiorentina e, successivamente, al Liverpool) anche con contrasti ai limiti della regolarità. Sono però gli svedesi a passare per primi in vantaggio con Lennart Nilsson intorno al ventesimo.

Nella ripresa Jim McLean sposta il difensore John Clark al centro dell'attacco e proprio quest'ultimo, con un potentissimo mancino dal limite dell'area, trova il gol del pareggio che però non evita la vittoria della seconda Coppa UEFA da parte degli Änglarna. Ma c'è di più: qualche tempo dopo il Dundee Utd riceve il primo "FIFA Fair Play Award" poiché i propri sostenitori sono andatia festeggiare insieme ai tifosi vincitori del Göteborg. Robe dell'altro calcio...

 

1987-88
Español-Bayer Leverkusen 3-0
Bayer Leverkusen-Español  3-0 (3-2 ai calci di rigore, d.t.s.)

E' la grande occasione persa dall'Espanyol per vincere una competizione internazionale. L'esempio più classico della dicotomia tra finale "secca" (in cui basta una serata storta o una di grazia per soccombere o trionfare) e "andata e ritorno", nelle quali anche a fronte delle difficoltà importanti, esiste comunque la possibilità di rimediare, di rimontare.

E' stato così nel confronto tra l'altra squadra dei Barcellona (che si chiamava ancora "Español" prima del cambio di ortografia di metà anni '90 per conformità all'orografia catalana) e Bayer Leverkusen, al termine della stagione 1987-88. I Periquitos di mister Javier Clemente, capitanati dal leggendario portiere Thomas N'Kono furono in grado di eliminare niente meno che Milan e Inter, tra le squadre incontrate nel proprio cammino, mentre i tedeschi di Erich Ribbeck furono i carnefici di Austria Vienna, Tolosa, Feyenoord, Barcellona (per l'appunto) e Werder Brema in semifinale.

Il primo atto fu nella mitica cornice del Sarriá, di front a 45mila spettatori: entrambe le squadre erano alla prima finale europea e diedero vita a uno spettacolo unico: la prima partita è molto corretta da ambo le parti e si sblocca solo sul finire del primo tempo con un colpo di testa di Sebastián Losada. Il secondo tempo si apre con la rete al quarto minuto di Miquel Soler, che sfrutta una situazione confusa in area e segna di piatto destro. Dieci minuti dopo, ancora Losada di testa per il 3-0 che sembra già consegnare virtualmente la coppa ai catalani. Non fu così, però. 

A Leverkusen, la squadra padrona di casa è chiamata all'impresa per ribaltare il pesante passivo. Il primo tempo termina a reti inviolate, ma il secondo vede una prestazione disastrosa dei Blanquiblaus, che subiscono tre reti in 25 minuti ad opera di Tita (brasiliano passato per Pescara), Falko Götz e l'attempato attaccante sudcoreano Cha Bum-Kun: il tabellone elettronico dell'"Ulrich-Haberland" fa comparire l'irrisoria scritta "Olé!". Si va ai supplementari e successivamente ai rigori, dove l'Español vede sfumare il sogno europeo a causa degli errori in sequenza dal dischetto di Santiago Urquiaga, Manuel Zúñiga e Losada.

*La foto di apertura dell'articolo è di Pfeil (AP Photo).

March 2, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Finalmente, un po’ di pace! Questa dovrebbe essere l’esclamazione di chi, dopo nove intensi mesi di calcio, può riposare. Campionati, coppe nazionali, coppe europee, persino il Mondiale per Club, per chi si è qualificato. La stagione 2019/20, come sempre, si trasforma per alcune squadre in un vero e proprio tour de force.

Non parliamo solo della tragicomica gestione del calendario della Serie A, pensiamo anche al Liverpool che per far fronte a tutti gli impegni in calendario è già stato costretto a schierare i giovanissimi in League Cup e nel replay di FA Cup con il Shrewsbury. Ma prima o poi, maggio arriva e la stagione termina, potremmo aggiungere. Sì, sicuramente, ma non…nel 2020.


Di riposo i calciatori quest’anno ne avranno davvero poco, considerando che ci sarà addirittura chi rischia di riprendere la prossima stagione senza aver fatto neanche un minimo di pausa. Tutta colpa di un calendario internazionale che definire sovraffollato è poco e che renderà la vita difficile soprattutto ai calciatori europei e a quelli sudamericani. Per non parlare di molti giovani, che potrebbero essere impegnati come mai finora nella vita.

Il 30 maggio, giorno in cui si giocherà la finale di Champions League a Istanbul, non segnerà la fine di un’annata faticosa, ma l’inizio di un’estate che, calcisticamente parlando, sarà torrida e impegnata come accaduto poche altre volte.


Guida alla mano, il giorno X è il 12 giugno. Alle ore 21, allo Stadio Olimpico di Roma, il match tra Italia e Turchia apre il sipario sul Campionato Europeo di calcio. La sedicesima edizione della rassegna continentale, che sarà itinerante e si svolgerà in ben 12 città, mette di fronte le migliori 24 squadre del Vecchio Continente e terrà tutti impegnati almeno per una decina di giorni.

I gironi terminano infatti tra il 22 e il 24 giugno, per poi riprendere con la fase ad eliminazione diretta. Tra il 27 e il 30 giugno ci sono gli ottavi, il 3 e il 4 luglio si giocheranno i quarti, con le vincenti che si qualificheranno alla Final Four di Londra. Le semifinali sono previste il 7 e l’8 e il 12 luglio, nella cornice di Wembley, verrà incoronata la nuova regina d’Europa. Con grandissima incertezza anche le scommesse, per chi arriva in finale, dunque, un mese in più di allenamenti e partite.


Copa America - Non che ai colleghi sudamericani vada molto meglio… Da anni si fa un gran parlare di cercare di spostare tutte le competizioni continentali negli anni che dividono il periodo tra due mondiali. E quindi per uniformare il calendario anche la Copa America, che si è disputata nel 2019 ed è stata vinta dal Brasile, si gioca di nuovo nel 2020 ed è organizzata in Argentina e Colombia. Per…par condicio, le date sono esattamente le stesse dell’Europeo.

Si inizia il 12 giugno al Monumental di Buenos Aires con Argentina-Cile e si andrà avanti fino al 12 luglio, quando all’Estadio Metropolitano Roberto Melendez di Barranquilla, Colombia, si daranno battaglia le due migliori squadre del Sudamerica. A differenza dei calciatori europei, tra l’altro, Messi e compagni sono certi di dover giocare per circa tre settimane: la struttura a due gironi della Copa America prevede ben 5 partite per ogni gruppo e chi verrà eliminato saluterà la competizione a fine giugno o il primo luglio.


Brutte notizie per chi arriverà in fondo alla Champions League, dunque, ma non è finita qui. Qualcuno rischia davvero di non avere neanche un attimo di riposo, perché il 23 luglio, neanche due settimane dopo la fine dei due campionato continentali, a Tokyo inizia il torneo di calcio della trentaduesima Olimpiade. Saranno sedici le squadre a contendersi la medaglia d’oro, con la finalissima prevista addirittura l’8 di agosto.

Torneo di calcio olimpico - E nonostante le rose possano essere composte solo da Under-23, la possibilità di portare tre fuori-quota può coinvolgere anche campionissimi di spessore assoluto. Dalle qualificazioni sudamericane escono indenni il Brasile e l’Argentina, come sempre tra le favorite assolute, che potrebbero portare Neymar o Di Maria.

Già certe di esserci anche Spagna e Germania, che potrebbero presentarsi con in campo Sergio Ramos e Neuer. Per non parlare della Francia, che può permettersi di inserire in lista uno come Mbappè anche senza dover occupare un posto da fuori-quota. E poi l’Egitto e la Corea del Sud, con probabili presenze di Salah e Son.


Dulcis in fundo, persino i calciatori dell’Oceania avranno un giugno molto impegnato. Dal 6 al 20, infatti, si giocherà l’undicesima edizione della Coppa delle nazioni oceaniane. Una competizione che forse non tocca chi gioca il campionato italiano, ma che impegnerà comunque qualche giocatore di Premier League come l'attaccante del Burnely Chris Wood.

Va invece meglio ai calciatori di altre confederazioni. Le due competizioni a cadenza biennale, la Coppa d’Africa e a Gold Cup (CONCACAF) si terranno nel 2021. Ancora più in là la Coppa d’Asia, che si gioca ogni quattro anni e che quindi tornerà nel 2023. Dunque, per europei e sudamericani, di riposo neanche a parlarne. Anche perché ad agosto, a Olimpiadi finite, i campionati dovranno pur ricominciare, ed al momento non sono previsti ritardi rispetto alle solite date.

Meglio non stupirsi quindi se alcuni calciatori arriveranno all’inizio della prossima stagione più stanchi di quando hanno finito quella in corso. La possibilità che qualcuno non faccia neanche un giorno di vacanza, in fondo, non è poi così campata in aria…

*La foto di apertura dell'articolo è di Jon Super (AP Photo).

March 2, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Considerando le principali competizioni Uefa disputate dal 1960 (Coppa dei Campioni / Champions League, Coppa delle Coppe, Coppa delle Fiere, Coppa Uefa/Europa League, Supercoppa Uefa) in 22 occasioni il sorteggio ha messo di fronte due formazioni inglesi, per un totale di 41 partite, delle quali 3 in finali disputate in gara unica.

Noi di 888sport.it abbiamo raccolto per voi le 5 sfide memorabili tra formazioni inglesi in Europa.

Tottenham-Wolverhampton, Coppa Uefa 1971-72
Il primo derby inglese in una finale europea. Il 3 maggio 1972 al Molineaux di Wolverhampton, per la gara d’andata, i Wolves di Bill McGarry ospitano gli Spurs guidati da Bill Nicholson. La First Division è un trionfo per il Derby County, al suo primo titolo: il Tottenham chiuderà la stagione al sesto posto, mentre il Wolverhampton si accontenterà della nona piazza, un punto dietro al Manchester United.

I due confronti in campionato tra le due formazioni si sono conclusi con la vittoria degli Spurs per 4-1 a Londra e il pareggio 2-2 nelle West Midlands. La doppia finale di Coppa Uefa ha un andamento speculare: l’andata si conclude con il successo in trasferta per 2-1 del Tottenham, che in semifinale ha avuto la meglio sul Milan di Nereo Rocco, grazie alla doppietta di Martin Chivers, mentre il ritorno a Londra si conclude con il punteggio di 1-1 che regala agli Spurs il loro secondo trionfo europeo, dopo quello in Coppa delle Coppe del 1963.
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Manchester United-Everton, Coppa delle Fiere 1964-65
Quella tra i Red Devils di Law, Charles e Best e i Toffees guidati da Harry Catterick è il primo confronto in assoluto tra squadre inglesi nelle coppe europee. È il terzo turno della Coppa delle Fiere: lo United si è sbarazzato agevolmente, nei due turni precedenti, di Djurgarden e Borussia Dortmund, mettendo a segno 17 reti in quattro partite, mentre l’Everton ha eliminato i norvegesi del Valerenga e gli scozzesi del Kilmarnock. La doppia sfida si conclude con il successo complessivo per 3-2 del Manchester United che verrà eliminato in semifinale dal Ferencvaros.

Manchester United-Chelsea, Champions League 2007-08
Mosca, Stadio Luzhniki, 21 maggio 2008: per la prima volta nella storia due formazioni del massimo campionato inglese si scontrano nella finale della massima competizione continentale. Alex Ferguson e il suo Manchester United, che si sono appena confermati campioni in Premier League, affrontano il Chelsea, allenato dall’israeliano Avraham Grant, che a settembre aveva preso il posto di José Mourinho, esonerato da Abramovic.

Proprio a casa del presidente dei Blues, a 50 anni dalla tragedia di Monaco e a 40 dalla Coppa dei Campioni dei “Busby babes”, Ferguson conquista il suo ventottesimo trofeo alla guida dei Red Devils, in una sfida che ha tutti i toni dell’epica calcistica. I novanta minuti regolamentari si concludono sul punteggio di 1-1, grazie alle reti di Cristiano Ronaldo e Franck Lampard che porta la sfida agli inutili tempi supplementari: per decidere la cinquantatreesima finale della Coppa dei Campioni / Champions League servono, infatti, i calci di rigore.

Sbaglia Ronaldo, ma il capitano del Chelsea, John Terry, tradito dalla pioggia battente scivola sul pallone più pesante della sua carriera, sparando a lato il pallone che avrebbe potuto fargli alzare il trofeo. L’errore decisivo, nei tiri a oltranza, è di Nicolas Anelka.
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Tottenham-Liverpool, Champions League 2018-19
Il Tottenham è l’unica formazione inglese ad aver affrontato una propria connazionale in finale sia in Champions League che in Europa League (allora Coppa Uefa, come visto). Nel 2019 al Wanda Metropolitano, il prestigioso trofeo dalle grandi orecchie è conteso tra gli Spurs di Pochettino e il Liverpool di Klopp, secondi in Premier League; i primi hanno avuto la meglio in semifinale sulla sorpresa Ajax, grazie alla regola dei gol in trasferta, mentre i Reds hanno superato il Barcellona di Leo Messi, rimontando con un 4-0 ad Anfield lo 0-3 rimediato all’andata in Spagna, grazie alle doppiette di Origi e Wijnaldum.

La finale madrilena è un assolo del Liverpool, che con una prestazione sontuosa si impone sui connazionali per 2-0, con le reti di Salah e, ancora una volta, di Divock Origi: è il sesto trionfo in Champions League per i Reds.

Liverpool-Chelsea, Supercoppa Uefa 2019
Al Vodafone Park di Istanbul, stadio di casa del Besiktas, si disputa l’unica finale tutta inglese nella storia della Supercoppa Uefa: di fronte il Liverpool, vincitore della Champions League, e il Chelsea che, sotto la guida di Maurizio Sarri, ha conquistato a Baku l’Europa League nel derby londinese contro l’Arsenal.

Il Chelsea passa in vantaggio al 36’ grazie a una rete di Giroud, ma tre minuti dopo l’inizio della ripresa Sadio Mané fissa il punteggio sull’1-1 che durerà fino al novantesimo. È lo stesso Mané a ribaltare le sorti dell’incontro al 95’, ma il nazionale azzurro Jorginho pareggia i conti sei minuti più tardi, su calcio di rigore. Dal dischetto il Liverpool mette a segno tutti e cinque i propri tiri a disposizione, mentre Tammy Abraham sbaglia il quinto e decisivo penalty per il Chelsea, consegnando ai Reds la loro quarta Supercoppa.

*La foto di apertura dell'articolo è di Ivan Sekretarev (AP Photo).

February 28, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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Tifato oltreoceano da celebrità del calibro di Matt Damon, Barack Obama e Katy Perry; seguito in patria da milioni di tifosi e reso celebre da un libro e daun noto film interpretato da Elijah Wood. Il West Ham è uno dei club più famosi al mondo e uno dei più tifati d’Inghilterra, ma è anche in crisi ormai perenne, finito in una spirale negativa dalla quale proprio non riesce a tirarsi
fuori.

Gli Hammers lottano per evitare la retrocessione, lo spettro del ritorno in Championship s’allunga nefasto su un club che nonostante gli investimenti, le spese importanti sul mercato, non è mai riuscito a tornare nell’élite del calcio inglese. L’ultima retrocessione è lontana dieci anni, il ritorno in Premier fu immediato sotto la guida di Sam Allardyce, ma da allora il West Ham non è mai riuscito a spiccare il volo. Il miglior risultato in campionato è il settimo posto della stagione 2015/2016 con Slaven Bilic in panchina.

Un piazzamento che consentì alla squadra di partecipare ai playoff di Europa League, nei quali venne eliminata dai romeni dell’Astra Giurgiu: pareggio (1-1) in trasferta e sconfitta interna a sancire un addio tanto clamoroso, quanto prematuro alla competizione. Parentesi amara in un mare di anonimato fatto di parte destra della classifica ed estrema difficoltà a trovare una continuità tecnica e di risultati.

Un dato esplica bene la condizione di questa nobile decaduta: dal 2012-2013 anno del ritorno nella massima serie, solo una volta (nel 15-16) sono state più le vittorie rispetto alle sconfitte in campionato. Lo scorso anno, per esempio, nonostante un tranquillo decimo posto, il West Ham ha incassato 16 rovesci in Premier League e vinto solo quindici gare. In quello precedente, invece, ben sedici k.o. e solo dieci successi intervallati da dodici pareggi.

Quello che fa impressione, poi, è il cammino interno. Da quando il West Ham ha lasciato Boleyn Ground sembra aver perso la propria anima, il proprio spirito, la vicinanza di un pubblico sempre numeroso, ma improvvisamente distante. I numeri, anche qui, aiutano a capire: da quando gli Hammers giocano all’Olympic Stadium la media punti della squadra è crollata, arrivando a toccare picchi al ribasso come gli 1,32 punti a gare del 2016/2017 e gli 1,42 della stagione successiva. In tanti rimpiangono il vecchi stadio, la sua atmosfera, la vicinanza degli spalti al campo, il clima magico che si creava nel ground di Upton Park. 

Spese folli e risultati scadenti- Pellegrini è stato esonerato dopo 19 giornate e dieci sconfitte e la media di un punto a gara. Una spirale negativa che diventa tragica se si pensa che il West Ham ha una rosa da 349 milioni di euro di valore complessivo, secondo Transfermarkt, superiore per esempio a quella della Lazio in Serie A.

Prendiamo il club biancoceleste come riferimento. Negli ultimi cinque anni, la Lazio ha centrato la qualificazione alle competizioni europee in quattro occasioni, ha vinto tre trofei ed è ormai da considerare una realtà di vertice in Serie A e presenza costante nelle manifestazioni Uefa. Risultati evidentemente diversi, diametralmente opposti. Anzi. Ed è clamoroso confrontando i numeri di questi due club.

La Lazio, per esempio, per la stagione 2019/2020, ha stanziato un monte ingaggi da 72 milioni di euro; cifre molto simili a quelle che spendono gli Hammers per pagare i propri calciatori e cioè 63 milioni di sterline che corrispondono a 73,8 milioni di euro. Il giocatore più pagato del West Ham è Yarmolenko che percepisce 6,5 milioni a stagione, quello della Lazio è Ciro Immobile che, bonus compresi, s’attesta intorno ai 3,5 milioni all’anno.

L’abisso, però, è nelle cifre investite sul mercato. I londinesi, partendo dall’estate del 2015, hanno immesso sul mercato ben 397 milioni di euro. La Lazio si è fermata a 183,  spendendo quindi 214 milioni di euro in meno. Un’infinità. E per ottenere risultati ben più importanti rispetto al club dell’est di Londra.

Abissale è anche la differenza che c’è tra quanto incassa la Lazio dai diritti tv e quanto invece è nelle disponibilità del West Ham. Gli Hammers, per la stagione 2018/2019, hanno incassato la bellezza di 122,5 milioni di sterline, pari a 143,5 milioni di euro. La Lazio, invece, si è dovuta accontentare di una cifra poco superiore ai 68 milioni di euro. Il West Ham percepisce dalle tv più del doppio della Lazio, ma a giudicare dai risultati non si direbbe.

Un confronto... interno - Un altro parallelo può essere fatto con il Leicester, un club con un bacino d’utenza inferiore rispetto al West Ham, ma che grazie a intuizioni e programmazione, è riuscito col tempo a diventare una delle più fulgide realtà d’Inghilterra. Oggi le Foxes hanno una rosa da 501 milioni di euro (stime Transfermarkt), ma guadagnano dai diritti tv solo un milione di sterline in più rispetto agli Hammers.

Sul mercato, nelle ultime cinque stagioni, hanno immesso 447 milioni, quindi cinquanta in più del West Ham, vincendo però una Premier e conquistando l’accesso alla Champions, onorando al meglio la successiva partecipazione! 

Prospettive in questo momento inimmaginabili per i claret and blue. Programmazione vuol dire anche valorizzare il patrimonio tecnico e poi vendere per ricavare capitali da reinvestire sul mercato. Il Leicester ci è riuscito incassando 303 milioni dalle ultime cinque campagne di cessione, il West Ham si è fermato a 197, ingolfando spesso la rosa con giocatori inadatti al progetto tecnico, al campionato inglese o più semplicemente di basso livello.

La sensazione forte dunque è che manchi una società forte, una direzione sportiva capace di programmare, pianificare e mettere insieme un progetto serio e a lungo termine che possa portare il West Ham a diventare un club di prima fascia. Ai tifosi non resta che sperare di portare a casa la salvezza e poi ricominciare. Per l’ennesima volta. Sperando che i sogni possano un giorno diventare realtà e non dissolversi e morire. Come bolle nell’aria...

*La foto di apertura dell'articolo è di Frank Augstein (AP Photo).

February 28, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Quale segreto si nasconde dietro l’ottimo rendimento dei Lakers? La squadra con il miglior record della Western Conference ha vissuto un’estate di rivoluzione. Sicuramente l’arrivo di Anthony Davis al fianco di LeBron e un maggior tasso d’esperienza ha aiutato i gialloviola. Quello che però sta facendo la differenza è il lavoro, quasi perfetto, di coach Frank Vogel.

Eppure l’ex Pacers e Magic era forse il principale punto interrogativo dei Lakers a inizio stagione. Los Angeles non aveva puntato subito sul 46enne di Waterford, ma dopo il rifiuto di Tyronn Lue i Lakers hanno fatto firmare un contratto pluriennale a Vogel. E l’impatto è stato straordinario, con i gialloviola da subito in cima alla classifica della Western Conference. 

GLI INIZI DI KENTUCKY - Dopo aver giocato per un anno per Rick Pitino a Kentucky, Vogel ha insistito con il coach dei Wildcats per diventare suo assistente. Dopo un solo anno insieme, nel ’97 Pitino passa alla guida dei Boston Celtics ma le strade dei due non si divisero. Il coach infatti lo porta con sé a Boston come head video coordinator e dopo quattro anni, nel 2001, lo promuove ad assistant head coach.

Rimase a Boston anche dopo l’addio di Pitino e l’arrivo di Jim O’Brien fino al 2004, salvo poi andare a Philadelphia sempre come assistant head coach. L’avventura a Philly andò male e Vogel decise di diventare uno scout per i Lakers prima e per i Wizards poi. 

LA SVOLTA A INDIANA - La carriera di Vogel cambia decisamente a Indiana, dove nel 2007 viene chiamato da O’Brien dopo l’avventura insieme a Boston. L’andamento dei Pacers sotto l’ex coach dei Celtics però non è mai ottimale, e soprattutto non si raggiungono i Playoff per tre anni. Durante la quarta stagione di O’Brien a Indiana, la dirigenza dei Pacers decide di esonerare l’ex coach di Boston e puntare proprio sull'allenatore di Wildwood Crest, New Jersey come interim head coach, decidendo di attendere la fine di una stagione deludente prima della rifondazione.

A sorpresa invece Indiana torna subito ai Playoff di basket in quella stagione e la dirigenza dei Pacers, guidata dall’ex leggenda dei Celtics Larry Bird, decide di assumere con un contratto pluriennale Frank Vogel. E i Pacers di lì a un paio d’anni diventano una delle certezze dell’est, tanto da andare vicinissimi alla sorpresa nelle Eastern Conference Finals contro i Miami Heat di LeBron James, Dwayne Wade e Chris Bosh. 

DIFESA LA PAROLA CHIAVE - Fin dalle prime partite a Indiana, l’impostazione difensiva di Vogel sorprese tutti. La trasformazione dei Pacers è andata avanti grazie proprio a una straordinaria difesa, guidata soprattutto da un “rim protector” di primissimo livello. In quel di Indiana fu Roy Hibbert il perno difensivo dei Pacers che sfidarono la Miami dei big three, un lungo che dopo l’addio di Vogel non è più riuscito a ritagliarsi uno spazio in NBA.

Lo stesso straordinario approccio difensivo è stato portato a Los Angeles, mentre i due anni a Orlando sono stati decisamente negativi. Vogel pensava di poter attuare il proprio sistema difensivo anche con un centro con caratteristiche diverse come Nikola Vucevic. Il montenegrino però è un gran talento offensivo, ma le sue attitudini difensive sono discutibili e anche lo stesso coach di Waterford non è riuscito a cambiare le sue caratteristiche.

Discorso ben diverso a Los Angeles, dove non ha voluto ripetere lo stesso errore commesso a Orlando. Oltre a Anthony Davis, secondo miglior stoppatore della NBA, sono arrivati in estate anche JaVale McGee e soprattutto Dwight Howard. “Superman” sembrava ormai sul viale del tramonto, invece con Vogel si è ritrovato tornando ad essere uno straordinario difensore al ferro. Tanto che i Lakers dominano la classifica delle stoppate, con un record di 20 ottenuto contro i Pistons, numeri che in NBA non si vedevano dal 2001.

Dopo aver avuto la miglior versione di Paul George a Indiana, per la prima volta Vogel si deve misurare con due Superstar del livello di LeBron James e Anthony Davis. La gestione dei due gioielli dei Lakers era un’altra grande domanda della pre-season losangelina, la risposta di Vogel è stata perfetta con i gialloviola che sembrano in controllo della Western Conference.

In attesa di una campagna Playoff che si prospetta straordinaria, con un probabile derby di Los Angeles in finale di Conference che rappresenta il sogno di tutto l’ambiente NBA, Vogel si è subito integrato in California, acquistando un meraviglioso immobile da 5 milioni di dollari!
 

*La foto di apertura dell'articolo è di Charles Rex Arbogast (AP Photo).

February 28, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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