Anche il calendario del Mondiale di Formula 1 è stato stravolto. La prima prova prevista in Australia è stata cancellata e le successive sei gare in calendario (Bahrain, Vietnam, Cina, Paesi Bassi, Spagna e Baku) sono stati rinviate a data da destinarsi; il 19 marzo, inoltre, è arrivata la notizia della cancellazione dello storico Gran Premio di Monaco. La FIA ha, inoltre, deciso che le modifiche regolamentari previste per quest’anno sono rimandate al 2022.

Abbiamo intervistato in esclusiva Gabriele Tarquini, ex pilota che ha corso 78 gran premi in Formula 1 con Osella, Coloni, AGS, Fondmetal e Tyrrel, per presentare con lui la stagione, i protagonisti, le sorprese ed i numeri per scommettere con 888sport.it.

Divampa la polemica sulla Ferrari, con alcuni piloti e addetti ai lavori che addirittura invocano la squalifica della Rossa: che opinione ti sei fatto sulla vicenda?

“È difficile farsi un’idea di quello che è successo lo scorso anno: evidentemente, la federazione ha trovato qualcosa che non andava nel motore Ferrari e il compromesso trovato non è andato bene alle altre scuderie. Vedremo quali saranno i prossimi sviluppi sulla vicenda”.

Mondiale 2020: che stagione ci aspetta?

“Guardando solo i risultati dei test che si sono svolti a Barcellona, non si capisce granchè delle reali forze in campo. La Ferrari sembrerebbe un po’ più indietro rispetto allo scorso anno, ma sappiamo che i test non hanno lo stesso valore di una gara. Mi auguro che nel trio di testa, insieme a Red Bull e Mercedes, che ovviamente parte favorita, ci sia sempre la Rossa di Maranello”.

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Quali saranno i GP decisivi?

“In un campionato così lungo come il Mondiale di Formula, tutti gran premi lo saranno . Chiaramente, per giocarsi il titolo specialmente se ci sarà un testa a testa tra due piloti, i gran premi che decideranno la stagione saranno gli ultimi, ma non ci sono corse che valgono più di altre. Ogni gran premio porta  gli stessi punti: quello che conta è la superiorità nella singola corsa, accumulare punti gara dopo gara”.

La Mercedes sembra un gradino avanti a tutte, con la Red Bull a inseguire: che progressi hanno fatto le due scuderie?

“Come ho già accennato, la Mercedes parte coi favori del pronostico, ma la Red Bull non è troppo distante. Nei test di Barcellona, tutte le scuderie hanno avuto qualche problema di motore: in Mercedes hanno sicuramente tolto potenza, soprattutto nelle ultime giornate, mentre la Red Bull invece ha lavorato molto sul suo propulsore.

Il motore Honda, adesso, è affidabile e potente, non  so se ancora a livello di quello Ferrari dello scorso anno o di quello Mercedes, ma secondo me daranno filo da torcere ai campioni del mondo in carica speriamo che Vettel e Leclerc riescano a inserirsi tra le due scuderie contendenti”.

Capitolo Ferrari: cosa manca alla Rossa per tornare a vincere?

“Sulla carta, alla Ferrari hanno tutto per vincere, a partire dai due piloti, uno esperto e l’altro giovane, esuberante e molto veloce. La loro storia è nelle radici della Formula 1, hanno gli uomini giusti: negli ultimi anni hanno commesso qualche errore nelle scelte dal punto di vista strategico, ma la macchina è sempre stata molto vicina alla Mercedes.

Di fatto, la Ferrari è stata l’unica capace di dare del filo da torcere alle Frecce d’argento: manca l’ultimo step. Quello di Binotto, che racchiude il capo del team e il capo tecnico in un’unica persona, è un lavoro molto pesante e importante all’interno della squadra: speriamo che riesca a svolgerlo nel migliore dei modi”.

Tu hai gareggiato in pista con grandi campioni come Senna, Prost e Schumacher: Lewis Hamilton è al livello dei più grandi di sempre?

“Hamilton è indubbiamente uno dei piloti che hanno fatto e faranno la storia della Formula 1 per i titoli vinti, per quello che ha rappresentato e per quello che è riuscito a portare. Un grosso numero di appassionati segue questo sport soprattutto per lui.  È difficile fare dei paragoni con il passato, soprattutto se parliamo di nomi come Senna e Schumacher, ma Hamilton ha un posto di tutto rispetto ai vertici della Formula 1 di tutti i tempi”

Per le nostre scommesse motori, le quote per il Mondiale costruttori vedono Mercedes @1.22, Red Bull @5.50 e Ferrari @6.00: condividi?

“In linea di massima condivido le vostre quote, ma spero che la Ferrari sia un po’ più avanti. Personalmente, qualche euro lo punterei sulla Ferrari. Nonostante quello che ha detto Binotto per smorzare un po’ le attese, speriamo che riesca a sorprendere un po’ tutti”.

Per quanto riguarda il Mondiale piloti, invece, le nostre quote sono: Hamilton @1.50, Verstappen @5.50, Bottas @6.00, Leclerc @7.50: che ne pensi?

“Hamilton parte favorito, ma non escluderei Bottas dalla corsa al titolo: non ha le stesse chance di vincerlo del campione del mondo, ma siede come lui sulla Mercedes che penso sia la macchina da battere anche quest’anno. Verstappen lo vedo vincente in tre o quattro gran premi, ma mi sembra fuori dalla corsa al titolo. Leclerc ci sarà per la vittoria in qualche gara e, speriamo, vicino alla lotta per il titolo: Vettel lo metterei con le stesse chance del suo compagno di squadra”.

Infine, chi possono essere le sorprese della stagione?

“Non me ne aspetto molte. Fra tutte, Racing Point,  Renault e McLaren penso possano dare grandi soddisfazioni ai loro tifosi. Tutte le altre  saranno nelle posizioni di rincalzo da metà classifica in giù”.

*La foto di apertura dell'articolo è di Joan Monfort (AP Photo).

March 23, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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I club di Serie A hanno proposto il taglio degli stipendi ai calciatori, il Presidente dell’Associazione Italiana Calciatori Damiano Tommasi al momento ha buttato la palla in tribuna in attesa di scrutare un orizzonte impercettibile; proprio lui che si autoridusse la busta paga, accontentandosi del minimo salariale, dopo un brutto infortunio!

Ci fu un tempo in cui calciatori e società trovavano l’accordo senza la mediazione del sindacato. La memoria istintivamente porta al famigerato “Piano Baraldi" adottato dalla Lazio nel lontano 2003 per uscire da una crisi economica significativa, ascrivibile più agli stessi dirigenti reggenti imposti dalle banche piuttosto che alla gestione cragnottiana. L’accordo collettivo trovato dai dirigenti e dai calciatori portò alla conversione del 45% degli ingaggi in azioni del club, mentre il restante 55% venne regolarmente pagato.

Andando indietro nel tempo, la storia ci porta sempre in casa Lazio - un’altra storica negoziazione risale all’estate del 1986, quando i fratelli Giorgio e Gianmarco Calleri - appoggiati dal finanziere romano Renato Bocchi - intervennero per salvare le sorti del club; la società rischiava di dover portare i libri in tribunale, il club a quel punto propose ai giocatori un taglio del 30% dei salari trattando con i senatori di quella formazione: il tavolo della trattativa vedeva da una parte il presidente Gianmarco Calleri e il direttore sportivo Carlo Regalia, dall’altra Mimmo Caso e Giuliano Fiorini. I protagonisti della negoziazione trovarono un accordo quadro, la Lazio trovò una doppia salvezza: finanziaria e calcistica.

Un’altra riduzione dello stipendio auto imposta riguardò i calciatori dell’Inter nell’estate del 2002, con Vieri, Recoba e Ronaldo pronti a tagliarsi lo stipendio pur di vedere la propria squadra ulteriormente rafforzata; sul piatto della bilancia c’era l’acquisto di Nesta, poi finito al Milan. Alla fine dell’estate, dopo aver vinto il Mondiale, Ronaldo - in rotta con l’allenatore Hector Cuper - finì al Real Madrid, l’Inter acquistò il paraguaiano Carlos Gamarra, non proprio un ministro della difesa.

Nel corso degli anni, ci sono stati giocatori che - pur di vestire la maglia con i colori del cuore - hanno deciso di tagliere il proprio stipendio; l’ultimo in ordine di tempo è stato Gianluigi Buffon, che ha rinunciato a oltre alla metà dell’ingaggio pur di tornare alla Juventus; a Parigi guadagnava 4 milioni a stagione, nell’attuale il suo stipendio è di 1,5 milioni più bonus. Nell’estate del 2004, una mossa simile la fece Paolo Di Canio, in forza al Charlton Atletic: pur di tornare alla Lazio, l’ex fantasista strappò un contratto pluriennale da 1,5 milioni per tornare a vestire la maglia biancoceleste, con un ingaggio da 500 mila euro.

Le cifre della Serie A - Il monte ingaggi dei 20 club di Serie A in questa stagione calcistica ammonta a un miliardo e 360 milioni (al lordo) il 33% in più rispetto alla stagione 2018-2019. Il taglio del 15% sulle buste paga dei calciatori consentirebbe alle società un risparmio di 204 milioni di euro, una cifra vicina alla perdita ipotizzata degli economisti (200 milioni ndr) qualora il campionato - tra mille difficoltà - dovesse ripartire con la Juventus leggermente favorita per le quote calcio. Qualora il torneo fosse sospeso il dissesto economico sarebbe quantizzato in 750 milioni di euro.

La Juventus, club che ha il monte ingaggi più alto di tutta la Serie A, qualora la proposta della Lega venisse accettata, andrebbe a risparmiare 44 milioni, l’Inter 20,85 milioni, la Roma 18,75 milioni. Significativa anche la cifra di Milan (17,25 milioni), Napoli (15,45 milioni) e Lazio (10,8 milioni). Ma il momento, l’Assocalciatori non intende negoziare, e quindi ai club non resterà che aprire un tavolo di trattativa con ogni singolo calciatore. In Germania e Francia i club hanno già iniziato a porre rimedio alla crisi economica delle società; in Ligue1, ingaggi tagliati del 30% e disoccupazione parziale, certificata il 16 marzo dal Governo di Parigi.

All'estero - I calciatori del Borussia Dortmund hanno deciso autonomamente di ridursi gli ingaggi. In Spagna, il Barcellona ha trovato un accordo collettivo con i propri giocatori per la riduzione degli ingaggi, e nei prossimi giorni il presidente catalano Bartomeu vorrebbe programmare un incontro tra rappresentanti dell’ECA, della UEFA e di alcuni membri delle altre leghe europee per trovare un accordo comune sul fronte ingaggi.

In Brasile il taglio degli ingaggi ai calciatori arriva direttamente dal Presidente della Repubblica, Jair Bolsonaro che nelle ultime ore ha varato una misura provvisoria che permette di sospendere i contratti dei lavoratori per quattro mesi. Calciatori in ferie forzate per il prossimo mese, poi ingaggi tagliati del 50%. I calciatori sono già in rivolta, ma il Governo - qualora l’emergenza non si dovesse risolvere entro un paio di mesi - arriverebbe alla sospensione totale degli ingaggi. Il pallone si è sgonfiato, servirà diverso tempo per riempire i polmoni e gonfiarlo di nuovo.

*La foto di apertura dell'articolo è di Plinio Lepri (AP Photo).

March 23, 2020

Di Simone Pieretti

simone pieretti
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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

Simone Pieretti
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Ricordiamo l'immenso Gigi Riva, scomparso il 22 gennaio 2023, con il racconto della sua straordinaria storia in terra sarda e di uno scudetto strameritato!

Mezzo secolo in un respiro: leggero e sottile come un soffio di vento, come la tramontana che arriva da nord a mitigare il caldo insopportabile di una torrida estate isolana. Più che altro un sibilo. Puoi sentirlo in lontananza, se tendi l’orecchio. Arriva. Sempre più forte, sempre più vicino, come il suono di un treno che marcia a regime, regolare nel battito degli assi sulle rotaie. O forse di un tuono. Di un Rombo di Tuono.

Indossa una maglia bianca, con il colletto bordato di rosso e di blu; sul petto quattro mori e la croce di San Giorgio, tra i piedi un pallone a pentagoni neri. Corre sempre più veloce, la forza che sprigiona il suo incedere dà la sensazione di creargli il vuoto intorno. Nessuno è in grado di fermare quell’esplosione di potenza, il tuono con il suo rombo che lo annuncia. Nessuno è in grado di fermare Gigi Riva.

Ventisei anni, una forza della natura: capocannoniere degli ultimi due campionati di Serie A (compreso questo) con la maglia del Cagliari.

Nato a Leggiuno, sulle rive del Lago Maggiore, è arrivato nel 1963 in Sardegna, dopo la sua prima stagione in Serie C con  i lilla del Legnano, in una terra povera di soddisfazioni per chi si spacca la schiena a lavorarla o chi penetra nelle sue viscere per rubare dal Tartaro il carbone ai Titani, una nazione più che una regione di un’Italia che, da qui, sembra così lontana nello spazio e nel tempo.

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Un arrivo silenzioso quello del giovane attaccante, quando il Casteddu è in Serie B.

Riva riporta il Cagliari in Serie A

Una scalata rapida, a suon di gol: la prima promozione in A della storia della squadra sarda, i campionati disputati da protagonista, la prima classifica dei marcatori vinta nel 1967, la maglia azzurra e il titolo di campione d’Europa, conquistato nel 1968 contro la Jugoslavia a Roma, sotto la guida di Ferruccio Valcareggi.

La figurina di Gigi Riva

Riva realizza la rete del titolo

L’apice del climax, il gol più importante per Gigi, per Cagliari e per la Sardegna intera, arriva il 12 aprile 1970, è quello del vantaggio casalingo contro il Bari.

Quello che significa scudetto: la Juventus, infatti, perde per 2-0 a Roma contro la Lazio ed è matematicamente fuori dai giochi per il titolo di campione d’Italia che, per la prima volta, viene conquistato da una squadra del Sud. Al gol di Riva fa seguito quello del suo compagno d’attacco Sergio Gori, per il più classico dei risultati che dà inizio ai festeggiamenti.

Il Cagliari più amato dai sardi!

L’Amsicora, che prende il nome dal guerriero che nel 215 a.C. guidò il popolo sardo nella rivolta contro il dominio di Roma. Quello del Cagliari campione d’Italia è un miracolo costruito con pazienza e grande competenza sin dalla Serie B, da quella promozione del 1964, passando per il secondo posto del 1968-69, alle spalle della Fiorentina. Evidentemente una sorta di prova generale.

Il mercato estivo, con la cessione di Boninsegna all’Inter in cambio di Poli, Gori e, soprattutto, Domenghini, ha messo in mano a Scopigno, con cui il nostro calcio sarà per sempre in debito, un mosaico perfetto di qualità e carattere, geometrie e velocità, potenza e classe: una squadra capace di incutere timore a tutte le grandi del campionato e, soprattutto, capace di vincere. Già, Manlio Scopigno, il pittore del quadro cagliaritano, il regista del film dei sogni, il pragmatico uomo di pensiero e di campo, il filosofo come è stato sempre chiamato.

La sua squadra pratica un calcio arioso, nuovo, agli antipodi rispetto al gioco all’italiana che va per la maggiore: palla a terra, tanto gioco a centrocampo e lanci in profondità per sfruttare i tagli del Rombo di Tuono (come lo battezza Gianni Brera, inizialmente critico nei suoi confronti, ma poi convertitosi sulla via di Damasco), Gigi Riva.

Velocissimo, imprendibile, corre, aggancia il pallone e tira in diagonale. E, quasi sempre, segna. Tra le mura domestiche dell’Amsicora, Riva è capace di orientarsi dalla semplice osservazione dei cartelloni pubblicitari che circondano il perimetro di gioco, il che gli consente di prepararsi a calciare a rete anche quando si trova spalle alla porta.

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Ma un grande attacco non può essere vincente, da solo, senza il contributo determinante di una solida difesa. E quella del Cagliari scudettato 1969-70 incassa solamente 11 gol in tutto il campionato, due dei quali nelle uniche sconfitte stagionali, alla dodicesima a Palermo e alla ventunesima a Milano contro l’Inter.

Scopigno impernia il suo reparto arretrato sul libero Tomasini, in marcatura Comunardo Niccolai (la cui fama per le spettacolari autoreti non gli rende minimamente giustizia) e l’insuperabile Mario Martiradonna con Zignoli e Mancin ad alternarsi nel ruolo di fluidificante.

In porta c’è una vera e propria sicurezza, Ricky Albertosi, estremo difensore della nazionale italiana. A centrocampo Brugnera, il brasiliano Nenè (compagno di Pelé al Santos), il regista Greatti, al quale i genitori hanno messo il nome Ricciotti come il figlio di Garibaldi, e Angelo Domingo Domenghini, campione di tutto con l’Inter di Helenio Herrera, a fare scorribande sulla fascia.

Le parole del Maestro Brera su Gigi Riva

Il campionato del Cagliari tricolore è stato una marcia trionfale, senza interruzioni. Il suo successo ha un’eco clamorosa in tutta Italia. Le parole di Gianni Brera, in tal senso, sono inequivocabili: “Lo scudetto del Cagliari rappresentò il vero ingresso della Sardegna in Italia.

Riva con la maglia della Nazionale!

Fu l’evento che sancì l’inserimento definitivo della Sardegna nella storia del costume italiano. Questa regione rappresentava fino agli anni Sessanta un’altra galassia. Per venirci, bisognava prendere l’aereo e gli italiani avevano una paura atavica di questo mezzo di trasporto.

La Sardegna aveva bisogno di una grande affermazione e l’ha avuta con il calcio, battendo gli squadroni di Milano e Torino, tradizionalmente le capitali del football italiano. Lo scudetto ha permesso alla Sardegna di liberarsi da antichi complessi di inferiorità ed è stata un’impresa positiva, un evento gioioso.

La Sardegna era fino ad allora nota per la brigata Sassari, ma le sue vicende furono un massacro”. Un trionfo nel segno del tuono, il riscatto per una regione e per un popolo intero.

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da Alamy. Prima pubblicazione 23 marzo 2020.

January 23, 2024

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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L’arte dei mancini illumina il calcio da sempre. Hanno qualcosa di speciale, nel piede. Una diversità che incanta. Non a caso, l’infinito dibattito tra i calciatori più forti di sempre coinvolge Maradona per il passato, Messi per il presente.

Due tipi che con il sinistro hanno scritto la storia del pallone. Nei discorsi degli appassionati, Diego e la Pulce sfidano due destri – ma abilissimi anche con l’altro piede – come Pelé e Cristiano Ronaldo..

I tifosi si dividono nel confronto impossibile tra artisti. Maradona e Messi più tecnici, gli altri due più potenti: come scegli, scegli bene. La particolarità è che il mancino di solito è un grande specialista delle punizioni, proprio perché con quel piede la palla la mette dove vuole, nonostante la barriera.

La punizione più bella

Sfida da palla inattiva

Non solo "camisa 10" 

La punizione più bella

Tra le migliori di tutti i tempi è considerata quella di Maradona, indiretta dentro l'area, nel leggendario Napoli-Juve del 3 novembre 1985: punizione appena toccata da Pecci e Diego con un tocco francamente inconcepibile piazzò la palla alle spalle della barriera – vicinissima – e soprattutto di Tacconi, sotto l’incrocio dei pali. Il San Paolo impazzì, la chiamarono “punizione divina”.

Una capriola di Diego!

Sfida da palla inattiva

Lionel Messi non è da meno: indimenticabili alcune perle su calcio piazzato, come quella al Liverpool l’anno scorso in Champions League. Tra i mancini implacabili su palla inattiva c’è Sinisa Mihajlovic, ovviamente: lui e Pirlo (destro) comandano la classifica dei cannonieri su punizione in Serie A. Una volta, quando era alla Lazio, il serbo di gol così ne segnò addirittura 3 (alla Samp di un incredulo Ferron), record assoluto. L’ultimo da 35 metri.

E Roberto Carlos? Mitiche le sue traiettorie impossibili e da lontanissimo, con il Brasile e con il Real Madrid e nel torneo Paulista, anche da calcio d'angolo. Potenza e tecnica perfettamente miscelate, dinamite nei piedi, un incubo per i portieri.

Roberto Carlos calcia in porta!

Un altro brasiliano che calciava meravigliosamente le punizioni di sinistro era Rivelino, uno dei protagonisti della Seleçao che nel 1970 dominò l’Italia nella finale dei Mondiali messicani. In quella formazione azzurra giocava uno dei più forti mancini del nostro calcio, Gigi Riva: la potenza del suo tiro era proverbiale, piegava le mani ai portieri e una volta spezzò un braccio a un raccattapalle incautamente piazzato dietro la porta.

Prima di “Rombo di tuono”, raffinato il sinistro di Corso: la “foglia morta” del fuoriclasse dell’Inter di Herrera scavalcava la barriera e si depositava felice in porta. Tanti anni dopo, la San Siro nerazzurra si ritrovò ad applaudire un altro giocatore bravo sui calci da fermo, l’uruguaiano Recoba, pupillo del presidente Moratti. Segnava con tiri da distanze siderali.

“Rivera (destro, ndr) più Corso = Dolso”, lo striscione che campeggiava allo stadio Olimpico quando giocava il genietto incompreso e irrisolto della Lazio, Arrigo Dolso, nella seconda metà degli Anni 60. Ancora oggi, molti tifosi biancocelesti lo ricordano come calciatore di classe sopraffina, i calzettoni calati alla Corso ma la testa matta. Viveva di tunnel e di dribbling come quel fenomeno di Sivori, il gaucho dal sinistro fatato che giocava anche lui con i calzettoni calati quasi a provocare i difensori.

“El Gran Zurdo”, il grande mancino, era uno dei soprannomi del funambolo argentino che tra il ’57 e il ’68 ha fatto impazzire prima i tifosi della Juve e poi quelli del Napoli. D’altronde il mancino è sempre stato il numero 10 per eccellenza, da Maradona a Messi, da Rivelino alla stella rumena Hagi, dal brasiliano Rivaldo allo stesso Sivori.

Non solo "camisa 10" 

Ma formidabili con il sinistro pure tanti attaccanti. Era il piede preferito di Bobo Vieri, per esempio, che però ha segnato in tutti i modi, anche di destro e soprattutto di testa. L’erede di Gigi Riva, davvero. E che dire di Beppe Signori? Calciava solo col mancino, in pratica, ma è stato tre volte capocannoniere del campionato con la Lazio dopo aver dato spettacolo a Zemanlandia, cioè Foggia.

E ha dato spettacolo per anni, soprattutto in Bundesliga con il Bayern e nella sua nazionale, l’ala olandese Arjen Robben: faceva sempre la stessa finta, per rientrare appunto sul sinistro e calciare a giro, ma non lo prendevano mai lo stesso.

Di questa categoria fa parte Salah, l’egiziano ex Roma che l’anno scorso ha vinto la Champions League con il Liverpool.

Salah in Champions contro l'Atletico

Sinistro con dinamite incorporata per Gareth Bale, jolly offensivo del Real Madrid, protagonista di due gol del 2-1 nelle finali di Champions che hanno chiuso le rispettive scommesse live. Tecnica speciale anche quella del suo connazionale Ryan Giggs, simbolo di un Manchester United – ci ha giocato per 24 anni! - che vinceva e incantava.

E tra i centrocampisti di classe che toccavano la palla soprattutto con il sinistro, un posto di rilievo merita Fernando Redondo, due Coppe dei Campioni vinte con il Real Madrid, regista illuminato. Adesso che anche i portieri devono essere bravi a fraseggiare con i compagni, ce n’è uno che potrebbe tranquillamente giocare a centrocampo: Ederson del City. Piede preferito? Il sinistro, naturalmente. 

Ederson in allenamento con il Brasile!


*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 21 marzo 2020.

October 21, 2021

Di Giulio Cardone

Giulio
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Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

Giulio Cardone
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Fuoriclasse in campo, e presidente dietro la scrivania. Negli ultimi anni, molti dei calciatori che hanno abbandonato la carriera agonistica, hanno intrapreso quella dirigenziale, investendo le loro fortune, acquisite con gli scarpini ai piedi, per reinvestirle in un club.

Non persone alla Giampiero Boniperti, tanto per intenderci, reggente della dinastia Juventus, presidente stipendiato per gestire il club della proprietà della famiglia Agnelli. Ma persone che - una volta appesi gli scarpini al chiodo, hanno deciso di metter mano al portafoglio per diventare proprietari e presidenti di una squadra. Al cuor non si comanda, e non potrebbe essere altrimenti pensando alla storia di Giorgio Chinaglia, uomo simbolo di una Lazio bella e dannata, ma allo stesso tempo uomo con il pallino del business.

Dopo aver conquistato lo scudetto con la squadra di Maestrelli, decise di chiudere la carriera ai Cosmos di New York. E qui, scoprì un nuovo mondo, fatto di stadi di proprietà, merchandising, marcheting, sponsor, royalties, tv via cavo, diritti tv. L’acquisto della Lazio nell’estate del 1983 non si rivelò un buon affare, né per lui, né per lo stesso club; Long John aveva una visione del calcio futuristica, arrivò con vent’anni di anticipo e se ne andò lasciando la società sull’orlo del fallimento, non prima di aver acquistato Giuliano Fiorini e Fabio Poli, i due giocatori che salvarono la squadra sul campo.

Spesso il campione fatica a restare nel mondo del calcio come comparsa, è una figura abituata a essere adulata, venerata, accetta ordini obtorto collo, perché non ha mai ricevuto ordini. E allora, si mette in proprio.

E’ il caso di Luis Nazario da Lima, meglio conosciuto come Ronaldo: il “Fenomeno” brasiliano, dopo aver appeso gli scarpini al chiodo. ha acquistato il Valladolid: la squadra biancoviola gioca nella Liga, e ha buone possibilità di conquistare la permanenza nella massima divisione spagnola. Percorso simile per un altro fuoriclasse del passato come David Beckham; l’ex centrocampista di Manchester United e Real Madrid è il proprietario dell’Inter Miami, club acquistato nel 2018.

I fuoriclasse del recente passato hanno investito a livello calcistico molto più dei campioni di un tempo, anche perché i contratti multi milionari hanno consentito loro un margine di manovra più ampio.

Lo juventino Alex Del Piero dopo aver concluso la brillante carriera da giocatore, nel 2018 ha acquistato il club "LA 10 FC”, piccola società di Los Angeles che milita nella terza serie americana: la squadra è terza in classifica e punta ad accedere ai play off per giocarsi la promozione nel campionato statunitense di seconda serie. Ha investito nel calcio anche il francese Didier Droga, protagonista con il Chelsea di una delle finali più clamorose per le scommesse online, che è diventato azionista di maggioranza del Phoenix Rising, club nel quale ha giocato prima di appendere gli scarpini al chiodo.

Francesco Totti, ben prima di chiudere la propria carriera, ha fondato la Totti Soccer, e nel giro di pochi anni è riuscito a radicalizzare sul territorio un club tanto giovane quanto ambizioso. L’ex bomber dell’Udinese Totò Di Natale è diventato presidente della Donatello calcio, società satellite dell’Inter che opera alle porte di Udine.

I calciatori ancora in attività - Ci sono campioni che non hanno ancora chiuso la loro carriera sportiva, ma hanno già intrapreso quella dirigenziale; è il caso di Gerard Piquè, azionista di maggioranza dell'Andorra Fc, club della terza spagnola, e di Andrè Iniesta, già proprietario dell’Albacete che milita in Segunda Division. Zlatan Ibrahimovic non poteva essere da meno, e due anni fa è diventato azionista di minoranza dell’Hammarby, club della massima divisione svedese.

Ma chi batte tutti - anche per egocentrismo - è l’ex calciatore dell’Inter Mohammed Kallon che ha acquistato il club Sierra Ficheries, in Sierra Leone, cambiando il nome della società che da qualche anno si chiama Kallon FC. In quanto a protagonismo, non è da meno l’ex milanista Keisuke Honda: il calciatore giapponese - ancora in attività con i brasiliani del Botafogo, è allo stesso tempo allenatore della Nazionale della Cambogia e presidente dell'SV Horn, club di seconda divisione austriaca.

Non tutti gli ex calciatori investono in club affermati, alcuni seguono le proprie orme riavvolgendo il nastro all’indietro, superando le piccole società che a inizio carriera li hanno lanciati verso il grande calcio. Fabio Liverani, attuale allenatore del Lecce ha acquistato da qualche anno la società del Tor Tre Teste, uno dei tanti club di Roma che nel giro di poco tempo è diventato un fiore all’occhiello per quanto riguarda il settore giovanile. L’ex romanista Alberto Aquilani ha fatto un’operazione simile, acquistando le quote di maggioranza della Spes Montesacro, altra società della Capitale.

*La foto di apertura dell'articolo è di Alvaro Barrientos (AP Photo).

March 19, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

Simone Pieretti
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Il confronto tra “giochisti” e “risultatisti” continua. Dopo il primo articolo e l'analisi della competizione a tutto campo tra Trap ed Arrigo Sacchi, esaminiamo un'altra sfida clamorosa, successiva solo di qualche anno, tra due maestri che vedono il gioco più bello del mondo in modo davvero diverso!

Il Milan è a fine ciclo, i metodi di Sacchi hanno logorato la rosa, si dice che i senatori chiedano un cambio di allenatore a Berlusconi e Galliani. Il Cavaliere aveva voluto Arrigo, l’aveva difeso, ma si convince che forse sia arrivato il momento di una sterzata. Fabio Capello è un ex grande giocatore, lavora in Publitalia e l’intuizione è sempre di Berlusconi. Lo chiama e gli affida il Milan. Capello da subito fa capire al gruppo che disciplina e dedizione alla causa sono ingredienti principali per un professionista. Insomma niente notti brave, in allenamento bisogna andare al 100% perché poi in partita si replica quanto fatto durante la settimana.

I 4+1 difensori più forti del calcio moderno - È un insegnamento che Capello ha ricevuto alla Roma, quando era un giocatore di Herrera, un precetto che non abbandonerà mai più. Il Milan di Capello è una squadra solida, tosta, che concede poco o nulla agli avversari. La difesa è il punto di forza di un Milan che per quattro stagione, tra il 1992 e 1996, avrà la miglior retroguardia del campionato: in annate senza bookmakers per le scommesse, le giocate consigliate sarebbero state semplicemente la vittoria del Milan, senza subire reti.

Capello imposta la squadra diversamente da Sacchi, la pressione ossessiva che voleva il tecnico romagnolo viene abbandonata, la squadra deve affidarsi alle prerogative dei propri giocatori e quel Milan è prima di tutto un team formato da eccellenti difensori, forse unici, come Costacurta, Maldini, Baresi e Tassotti.

Il pragmatismo dell’allenatore friulano è noto, si gioca per esaltare le qualità dei giocatori a disposizione e non per piegarli alle idee di chi sta in panchina. Capello è un sergente di ferro, ma anche un uomo pratico: “Non credo che si possa giocare con un solo schema. Dipende dai giocatori a disposizione. Bisogna trovare la formazione che fa rendere al meglio i tuoi giocatori. Un allenatore deve capire il potenziale della propria squadra”, disse in un’intervista al sito dell’UEFA. Capello gioca con il 4-4-2 o con il 4-5-1 e adatta Desailly, centrale difensivo, a schermo davanti alla difesa, in modo da dare protezione ulteriore alla retroguardia e avere comunque un giocatore qualitativo per uscire da dietro.

Capello è probabilmente il re dei “risultatisti” e con la sua filosofia riuscì a vincere anche una storica Coppa dei Campioni, nel 1994, ad Atene. Un successo clamoroso nelle proporzioni (4-0), contro un avversario stratosferico come il Barcellona di Romario, Guardiola e Stoichkov e anche perché ottenuto contro forse il suo opposto. Se Capello è lo Zenit, dall’altra parte c’è il Nadir Johan Cruijff. Uno “risultatista” puro, l’altro figlio prediletto, erede naturale dell’Arancia Meccanica di Michels, dell’Ajax che aveva incantato il mondo.

Si vince solo sul campo, non a parole - Cruijff, prima della partita, si lascia andare a dichiarazioni arroganti: “I tifosi del Milan si godano questo Barcellona: agli italiani non capita tutte le settimane di vedere una squadra che gioca bene come la nostra”, frecciata diretta proprio a Capello. Ma non solo, l’olandese non ha dubbi: “Non vedo come potremmo perderla questa coppa”. Si narra che Johan abbia già fatto le foto col trofeo, che abbia organizzato la festa. Il Milan, dal canto suo, arriva a quella finale in difficoltà, mancheranno Baresi e Costacurta, al loro posto ci sono Galli e il 21enne Panucci.

Capello, quando gli chiedono delle assenze, di Cruijff che parla di “Milan malandato” dice: “Per me è un bene, abbiamo un vantaggio psicologico”. Il Milan stravince quella finale tatticamente e mentalmente. In effetti. I rossoneri sono più cattivi, feroci, vincono i duelli, corrono di più e meglio. Ma soprattutto sanno leggere i momenti della partita, fanno pressione nei primi minuti, dominano il gioco, lasciando incredulo Cruijff e una volta in vantaggio si ritraggono, stanano il Barça e lo colpiscono in contropiede.

A fine partita, contro ogni pronostico delle scommesse è 4-0, Cruijff è incredulo, quasi non realizza ciò che è appena successo, come se a perdere sia stato il calcio e non il Barcellona. Ma forse il calcio non è uno. Non conosce un’unica via. E le idee sono sempre idee, anche quando non piacciono, anche quando sembrano “solo” gestione di risorse. Poco spettacolare forse questa via, poco entusiasmante, poco cool. Ma pur sempre una via.

*La foto di apertura dell'articolo è di Carlo Fumagalli (AP Photo).

March 19, 2020

Di 888sport

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The 888sport blog, based at 888 Towers in the heart of London, employs an army of betting and tipping experts for your daily punting pleasure, as well as an irreverent, and occasionally opinionated, look at the absolute madness that is the world of sport.

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Vincitori e vinti, velocissimi o mai qualificati a un gran premio, specialisti in pole position e abbonati all’ultima fila: i piloti italiani hanno disputato 806 gran premi, vincendone 43 e conquistando 3 titoli iridati.

Sul nostro blog abbiamo raccolto le storie più interessanti, quelle di nostri connazionali che, più degli altri, hanno fatto la storia del grande circus dell’automobilismo mondiale..

Alberto Ascari

Luca Badoer

Riccardo Patrese

Jarno Trulli

Andrea De Cesaris

Arturo Merzario

Bruno Giacomelli

Gli altri

Alberto Ascari

Nato a Milano il 13 luglio 1918, Alberto Ascari è il pilota italiano che ha conquistato più titoli mondiali in Formula 1, vincendo nel 1952 e nel 1953 con la Ferrari, nonché l’ultimo nostro connazionale a laurearsi campione del mondo. Detiene il record della più alta percentuale di vittorie in una stagione: nel 1952 vinse sei delle otto corse in calendario; perse la vita il 26 maggio 1955 sull’autodromo di Monza, che gli ha intitolato una Variante.

Luca Badoer

Il collaudatore con la più lunga militanza nella storia della Ferrari, campione del mondo di Formula 3000 nel 1992, detiene un record non invidiabile nella storia della Formula 1.

Badoer con la Ferrari!

È il pilota che ha concluso il maggior numero di gran premi (51) senza conquistare punti.

Riccardo Patrese

Quella del padovano Riccardo Patrese è stata una delle più lunghe carriere dell’intera storia della Formula 1: fino al 1998, infatti, deteneva il record di gran premi disputati (256) che rimane, comunque, il primato relativo ai piloti italiani.

Riccardo Patrese

Patrese ha conquistato, inoltre, 37 podi e 6 successi nei singoli gran premi, con 8 pole position.

Jarno Trulli

Secondo italiano con più gran premi all’attivo (252), Jarno Trulli ha conquistato un’unica vittoria, sul mitico circuito di Monte Carlo nel 2004 con la Renault, dopo ben 118 gare d’attesa (primato per un nostro pilota).

Trulli con la Lotus nel 2011!

Trulli, che porta il nome del campione di motociclismo finlandese Jarno Saarinen, è l’unico pilota nella storia ad aver terminato almeno un gran premio in ogni posizione della graduatoria finale, dalla prima alla ventunesima.

Andrea De Cesaris

Andrea De Cesaris è stato soprannominato dalla stampa britannica Andrea de Crasheris, per via dei numerosi e spesso spettacolari incidenti in cui è incorso durante la sua lunga carriera automobilistica. Sulle 208 partenze nelle prove del campionato mondiale, infatti, De Cesaris ha collezionato ben 148 ritiri.

Arturo Merzario

Ha corso il Mondiale da pilota tra il 1972 e il 1979, famoso per il cappello da cowboy che era solito indossare nel paddock: ma è in un’altra veste che qui vogliamo ricordare Arturo Merzario. Il suo esperimento come costruttore durò un paio di anni. Nel biennio 1978-79 le Merzario, con la livrea rossa, corsero sulle piste della Formula 1, senza molta fortuna, soprattutto a causa dei pochi soldi a disposizione del volenteroso comasco che era anche pilota di una delle due vetture iscritte al campionato.

Dopo alcuni sponsor poco più che artigianali, nel 1979 arrivò a sostenere la scuderia italiana un’impresa di pompe funebri, con il risultato che uno dei finanziatori principali, produttore di profumi, decise di togliere il suo logo dalle fiancate della Merzario.

Per le scommesse F1, nel testa a testa in casa Ferrari, Vettel parte nettamente sfavorito @2.60!

Bruno Giacomelli

Tra il 1977 e il 1983, Bruno Giacomelli era stato un buon pilota di Formula 1, con McLaren, Alfa Romeo e Toleman, capace anche di salire sul podio nel Gran Premio di Las Vegas 1981. Nel 1990, fu chiamato a tornare nel circus da Ernesto Villa per la sua Life, una delle automobili che ha ottenuto i risultati peggiori nella storia.

Nel Gran Premio di San Marino di quello stesso anno, Giacomelli ottenne un record negativo: durante le prequalifiche, la sua macchina decise che gli avrebbe consentito di usare solamente la terza marcia e Bruno, spaventato dalle vetture che lo sorpassavano come missili, impiegò più di sette minuti a completare il giro, a una velocità media di 22 miglia all’ora: è ancora oggi il giro più lento di tutta la storia della Formula 1.

Gli altri

Enrico Bertaggia e Claudio Langes, pur essendo stati entrambi guide ufficiali, rispettivamente della Coloni nel 1989 e della EuroBrun nel 1990, non sono mai riusciti a qualificarsi per un gran premio, non andando addirittura mai oltre le prequalifiche.

Lella Lombardi, piemontese di Frugarolo, classe 1941, Maria Grazia "Lella" Lombardi è stata la seconda donna a guidare una monoposto in Formula 1 e quella che è riuscita a disputare più gran premi, 12 contro i 4 di Maria Teresa de Filippis. A bordo di una March motorizzata Ford, nel Gran Premio di Spagna 1975, grazie al sesto posto finale, fu la prima donna ad andare a punti in una gara del Mondiale.

Maria Teresa de Filippis e Giovanna Amati sono state, rispettivamente, la prima e l’ultima donna a guidare una monoposto nel Mondiale della massima serie. Maria Teresa de Filippis si schierò alle qualifiche di cinque gran premi nelle stagioni 1958 e 1959 a bordo di una Maserati e di una Behra-Porsche. Tagliò traguardo in una sola occasione, in Belgio nell’anno del debutto.

Giovanna Amati iniziò la sua carriera come collaudatrice della Benetton di Flavio Briatore nel 1991 e l’anno successivo ottenne un ingaggio come guida ufficiale dalla Brabham: il suo debutto in Sud Africa fu, però, un disastro e mancò la qualifica con un tempo di quattro secondi peggiore del suo compagno di squadra Eric van der Poele. Dopo aver fallito la qualificazione anche nei due appuntamenti successivi, in Messico e in Brasile, fu licenziata e sostituita da Damon Hill.

Marco Apicella merita un posto tra le nostre storie perché detiene il record della più breve carriera di sempre nella massima serie delle corse automobilistiche. Iscritto, infatti, solamente al Gran Premio d’Italia 1993 a bordo di una Jordan, riuscì a percorrere solamente 800 metri dopo la partenza, fino alla prima curva, prima di essere  costretto al ritiro da un incidente con il finlandese JJ Lehto su Sauber. Decise così di tornare a correre nel campionato giapponese di Formula Nippon.

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*La foto di apertura dell'articolo è di Pavel Horejsi (AP Photo). Prima pubblicazione 19 marzo 2020.

October 10, 2021

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

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Trecinquedue, che passione. È il modulo di moda, mica da oggi certo, ma la tendenza è sempre più diffusa. Soprattutto da quando la critica ha sdoganato il concetto della svolta: il 3-5-2 non è un modulo prettamente difensivo, e anzi in certe interpretazioni può diventare più offensivo del 4-4-2 o del 4-3-3, ovvero la formula d’attacco per eccellenza, non a caso quella utilizzata da Zeman, forse l’allenatore più esperto di schemi offensivi del nostro calcio..

Prendete la Lazio, tra le migliori d’Europa negli anni di Inzaghi nello sviluppo del 3-5-2: ha 3 difensori bravi a giocare la palla, due “quinti” che sanno difendere, certo, ma soprattutto attaccare, e un centrocampo di altissima qualità, addirittura senza mediani puri. Perché Lucas Leiva è un playmaker, Milinkovic e Luis Alberto due mezzali dai piedi di velluto.

E infatti spesso la formazione biancoceleste era perfino troppo sbilanciata in avanti: in questa stagione, Inzaghi ha trovato la soluzione al problema, la Lazio è equilibrata al punto giusto perché anche le mezzali lavorano in fase difensiva e i “quinti” rispettano alla lettera i compiti di copertura. Il pressing degli attaccanti poi completa il quadro, così la squadra funziona perfettamente in entrambe le fasi, di possesso e di non possesso.

La vera novità

Ecco la grande novità: prima si aggiungeva un difensore in più – da due a tre, appunto - per aumentare la solidità in copertura, adesso lo si fa anche e soprattutto per migliorare la costruzione del gioco, che infatti ora parte dal “basso”.

Bastoni, piedi buoni per la difesa dell'Inter!

Di conseguenza ai difensori ormai è chiesta una padronanza di palleggio che prima non faceva parte del loro repertorio: in generale, questo ha portato a un miglioramento della qualità estetica del gioco collettivo – tutti sono coinvolti nella fase di possesso, non solo centrocampisti e attaccanti - e a un peggioramento delle capacità di marcatura individuale da parte dei difensori stessi.

I primi a fidarsi di 3 centrali

Molto è cambiato insomma da quando il Parma di Nevio Scala – dal ’92 al ’95 - conquistò l’Europa (Coppa delle Coppe, Supercoppa, Coppa Uefa) proprio con il 3-5-2 che sapeva sfruttare tutta l’ampiezza del campo, grazie in particolare al lavoro sulle fasce dei cursori Benarrivo e Di Chiara.

Nonostante quel successo e l’evoluzione del modulo, è capitato perfino che una squadra come l’Inter, abituata a giocare a 4 dietro, avesse una crisi di rigetto quando Moratti nel 2011 scelse Gasperini per la panchina nerazzurra.

Un altro esperto di difesa a tre!

Il Genoa del Gasp, nei suoi momenti migliori, aveva riscosso consensi da pubblico e critica, da qui il tentativo di introdurre il 3-5-2 in casa Inter: finì che a ritrovarsi fuori dalla porta, dopo appena 73 giorni, fu proprio l’allenatore.

Paradossale che oggi, nove anni dopo, la formula tattica di riferimento sia esattamente quella: tre difensori, tre centrocampisti, due “quinti” e due attaccanti. È la preferita di Antonio Conte già dai tempi della Juventus: pochi sanno insegnarla come lui.

La diffusione del 3-5-2 è diventata moda, in Italia, anche grazie ai successi di Conte. Non a caso, all’inizio di questa stagione veniva applicato da 9 squadre su 20, compresa la Spal di Semplici che pasò alla difesa a 4 con Di Biagio. Il modulo viene applicato benissimo da tante formazioni, a partire dal Toro di Juric, rivelazione del campionato. Proprio grazie a questa formula si sta riprendendo il Genoa.

Allegri e lo scacco matto

E con la difesa a 3, a sorpresa, l’anno scorso Max Allegri riuscì a eliminare l’Atletico Madrid in Champions: Emre Can “braccetto” di destra, o stopper di destra, chiamatelo come volete, fu una grande e decisiva intuizione, perché garantì superiorità numerica a centrocampo senza perdere l’adeguata copertura dietro. Mossa tattica vincente di un altro grande stratega che le quote calcio davano ormai eliminato dopo il 2-0 del Wanda!

Tra i teorici del 3-5-2, quest’anno ha deluso Mazzarri: il Torino si è perso, nonostante avesse gli uomini adatti per interpretare al meglio il modulo.

E a proposito di interpretazioni, un contributo determinante alla rivisitazione della difesa a 3 in chiave offensiva l’ha dato Pep Guardiola già ai tempi del Barcellona: anche in questo caso, un altro difensore con i piedi buoni gli garantiva più qualità nel gioco, per dominarlo con continuità, e nello stesso permetteva ai centrocampisti maggiore libertà negli inserimenti, tutti studiati da schemi mandati a memoria.

Ovviamente il tecnico catalano ha riproposto, con meno successo, la formula anche nel Bayern e nel City, arretrando in difesa giocatori che di ruolo facevano – fanno - i centrocampisti: Fernandinho l’ultimo esempio.

La difesa a 3 in Champions

Sempre più spesso, ormai, alla difesa a 3 ricorrono anche tecnici di top club europei. Perfino il Borussia Dortmund ha sfidato il Psg, in Champions, con un 3-4-3 speculare a quello utilizzato nell’occasione dai parigini di Tuchel. I tedeschi in difesa all’andata hanno schierato Piszczek, Hummels e Zagadou, i francesi Marquinos, Thiago Silva, poi Campione nel 2021 con il Chelsea e Kimpembe.

Thiago Silva, Campione senza tempo!

Non a caso, la retroguardia a 3 – con un uomo leggermente staccato al centro - è la più adatta a proteggere la porta dai tagli degli attaccanti esterni, spesso letali per chi difende a 4 in linea. Contro gente come Sancho e Hazard da una parte, Neymar e Mbappé dall’altra, giusto adottare la formula a 3. Lo stesso Zidane in questa stagione ha derogato al suo 4-3-3 per scegliere i tre dietro, soluzione strana per il Real Madrid.

Per non parlare del Lipsia, formazione che gioca a ritmi altissimi utilizzando il modulo 3-4-1-2 in una versione molto offensiva.

E a ritmi incredibili gioca anche l’Atalanta, guidata da quel Gasperini – il vero erede di Nevio Scala, per molti aspetti - che forse ai tempi dell’Inter avrebbe meritato più pazienza da parte di chi l’aveva scelto: il 3-5-2 super dinamico dei bergamaschi, che ormai quasi sempre diventa 3-4-2-1 con Ilicic e Gomez alle spalle di Zapata, ha fatto scuola in Italia e quest’anno ha sorpreso tutti anche in Europa. Come confermano le quote calcio, ora Gasp, in Champions League, non si accontenta del ruolo di rivelazione…

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione, 19 marzo 2020.

October 10, 2021

Di Giulio Cardone

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Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

Giulio Cardone
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Estate 1996, la Francia sogna di vincere gli Europei in casa degli inglesi. Non andrà così, con la squadra di Jacquet che perde in semifinale ai calci di rigore contro la Repubblica Ceca. Ma vengono lanciati i semi dei Bleus che solleveranno la Coppa del Mondo casalinga del 1998 e anche l’Europeo successivo. A fine torneo, però, uno dei pilastri di quella squadra lascia la Francia. Si chiama Zinedine Zidane e gioca nel Bordeaux, almeno finché la Juventus, campione d’Europa in carica, non lo porta a Torino per 7,5 miliardi di lire.

Con il senno di poi, un affare pazzesco. All’inizio della stagione, Lippi lo schiera regista. Ma ci metterà davvero poco per capire che ha tra le mani un trequartista che può fare la storia. In realtà, le prime prestazioni del francese a Torino non sono molto incoraggianti. Zidane soffre parecchio l’adattamento al calcio italiano, ma la svolta arriva presto. Il numero 21 segna la sua prima rete italiana a ottobre, nel 2-0 della Juventus contro l’Inter. È solo il preludio a una stagione piena di trionfi.

Arrivano la Supercoppa Europea, l’Intercontinentale, conquistata a Tokyo con gol di Del Piero, e lo scudetto numero 24. Il bis in Champions sfugge, per colpa del Borussia Dortmund. Zidane, nella sua prima Juventus, è importante, ma non decisivo. Ma tutto è destinato a cambiare. Da trequartista è molto più incisivo e nel 1997/98, nonostante le polemiche, i bianconeri portano a casa lo scudetto in un testa a testa contro l’Inter e la Supercoppa Italiana. La Champions scappa ancora, dopo una sconfitta in finale con il Real. Ma per l’estate 1998, Zizou ha grandi progetti.

Il Pallone d'Oro - Torna a Torino da campione del mondo e Pallone d’Oro in pectore, anche visti i due gol segnati (di testa, caso più unico che raro!) nella finalissima contro il Brasile di Ronaldo. Certo, c’è quel fallo di reazione nel match contro l’Arabia Saudita che gli costa due giornate di squalifica, ma il gesto non impedisce alla giuria di France Football di eleggerlo miglior giocatore dell’anno. In Italia va peggio, perché la Juventus arriva settima, con Zidane impossibilitato a dare il suo solito contributo da un fastidioso infortunio.

Va meglio la stagione successiva, almeno finchè a Perugia non comincia a diluviare. Sotto l’acqua del Curi, Calori segna e la Juventus perde uno scudetto che sentiva già suo. Quell’estate, però, Zidane si prende una vendetta. La Francia vince l’Europeo, un double di nuovo possibile nel 2021 per le quote calcio oggi in finale contro l’Italia, dopo che lo aveva praticamente già perso. Sarebbe abbastanza per vincere il secondo Pallone d’Oro, ma il comportamento in Champions League con la maglia della Juventus non glielo permette. Troppe espulsioni (sempre per falli di reazione), che alla fine fanno virare la giuria su Figo.


Il carattere - Del resto, Zidane è così. Marsigliese purosangue con origini algerine, un vero personaggio da film. Taciturno, ma non certo assente. I compagni di squadra mormorano che basti un suo sguardo per incenerire chiunque nello spogliatoio, senza bisogno di dire una parola. E considerando che in quella Juventus ci sono Montero e Davids, per dirne due, qualcosa vorrà pur significare. Il carattere è quello che è, come dimostrerà anni dopo nella finale di Berlino con Materazzi.

A una provocazione, difficilmente non reagisce, formato com’è da anni di calcio di strada. E nelle strade, anzi, nei parcheggi, torna di notte, a Torino, assieme a Davids. I due giocano nelle squadre degli immigrati, usando le macchine come porte, incuranti del fatto che le loro gambe, in fondo, valgono oro.

Zidane e Cannavaro in un incontro di beneficenza!


Il trasferimento record - Quelle di Zidane, in particolare, valgono 150 miliardi. Tanto spende il Real Madrid per portarlo al Bernabeu nel 2001, dopo un’altra delusione in Serie A (il secondo posto dietro la Roma). La Juventus con quei soldi si rifà la squadra, il Real ci ricrea una mentalità vincente. Quella dei Galacticos, o meglio ancora, degli Zidanes y Pavones: talenti puri e giovani della cantera.

Strano a dirsi, ma funziona. Quando a Madrid, dopo parecchi mesi, si stanno chiedendo ancora perché lo abbiano pagato così tanto, quando in squadra ci sono già Figo e Raul, Zizou sfodera uno dei gol più belli della storia della Champions e decide la finale con il Bayer Leverkusen. L’anno successivo, con l’arrivo di Ronaldo, la line-up dei Galacticos è completa. Zidane veste la Camiseta Blanca fino al 2006, arricchendo il suo palmares con un campionato spagnolo, una supercoppa europea e un’altra intercontinentale.


La seconda carriera - Con il Real vince più in panchina che in campo. Zidane ci mette un po’ a capire quale sia la sua strada, ma si fa largo con una certa velocità. Nel 2013 diventa il secondo del suo ex allenatore ai tempi della Juventus, Ancelotti. Assieme a Re Carlo porta la tanto agognata Decima al Bernabeu, poi comincia a farsi le ossa da tecnico con il Castilla. Dura molto poco, un anno e spiccioli, perché quando Benitez non si dimostra in grado di gestire i calciatori dei Blancos, Perez si fida dello sguardo di ghiaccio di Zizou. Fa bene, anzi, benissimo. Da subentrato arriva secondo in Liga, ma soprattutto vince la Champions a Milano, battendo l’Atletico Madrid come fatto da secondo di Ancelotti.

L’anno successivo centra il double vincendo a Cardiff contro la Juventus e portando a casa anche la Liga. E nel 2017/18, nonostante il campionato lo vinca il Barcellona e il Real sia solo terzo, Zidane ottiene un risultato incredibile; diventa il primo allenatore a vincere tre Champions consecutive, battendo il Liverpool a Kiev. In due anni e mezzo, raggiunti Ancelotti e Paisley, i tecnici più vincenti della storia della competizione.

Ma qualcosa si rompe. Zidane non sopporta le provocazioni e il rapporto con Perez si fa sempre più freddo. E quando se ne va Cristiano Ronaldo, anche il francese si fa da parte. Verrà richiamato con urgenza, dopo che Lopetegui e Solari falliscono tutti gli obiettivi. Del resto, se è vero che per guidare i Blancos serve qualcuno che trasudi personalità, il francese di origini algerine è la persona adatta. Per le quote calcio oggi il Real, alla ripresa, si giocherà la Liga sino all'ultima giornata! Basta un’occhiata delle sue per rendere tutto chiaro, persino a campioni conclamati. Come a dire “garçon, tu chi sei? Io sono Zinedine Zidane”. E ovviamente, basta e avanza.

*La foto di apertura dell'articolo è di Mauro Pilone (AP Photo); la seconda di Andres Kudacki (AP Photo).

March 19, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Gli strani effetti del coronavirus. Pandemia, interruzione dell’attività sportiva e di conseguenza riposo forzato per molte persone nel mondo del calcio. Del resto, se non ci si allena non si lavora… O forse sì? La necessità aguzza l’ingegno e anche il pallone non può fare diversamente. E se molte aziende si sono affidate allo smart-working, persino i club possono permetterselo, almeno per quello che riguarda alcune figure.

L’allenatore è escluso, perché senza avere sotto mano la materia prima, i calciatori, appare difficile provare schemi, inculcare concetti di gioco e motivare chi non può vedere faccia a faccia. Ma molti degli addetti ai lavori non hanno necessariamente bisogno di essere in campo o nella sede societaria per svolgere le loro mansioni. L'organizzazione e l'innovazione sono sempre determinanti ed i successi in Champions di una squadra come la RB Lipsia lo confermano una volta di più!


I calciatori, anche se sono in vacanza involontaria, dovranno pur tenersi in forma in attesa di sapere quando potranno tornare in campo. Quindi, persino se non si dovesse giocare per un mese, impossibile immaginare che per chi solitamente scende sul terreno di gioco resti con le mani in mano (anzi, con…i piedi) per un periodo di tempo così lungo.

Quindi, via con pesi, macchinari casalinghi o addirittura…i lavori di casa, come dimostrano le stories postate sui social da molti calciatori. L’importante è non perdere l’abitudine al movimento. 


I preparatori atletici, che di certo hanno dato a ognuno una scheda per l’allenamento individuale, lavorano invece per interposta persona, ma hanno comunque modo di controllare i progressi (o i comportamenti errati) dei tesserati anche a distanza. Tanto per fare un esempio, il Real Madrid, dove tutti sono in isolamento dopo che un giocatore della sezione di basket della polisportiva è stato trovato positivo al Covid-19, ha messo immediatamente in chiaro una cosa quando è stata presa la decisione: i calciatori sono in quarantena, non in vacanza.

Di conseguenza, Sergio Ramos e compagni sono stati equipaggiati con tanto di GPS, per permettere allo staff della Casa Blanca di monitorare l’allenamento del singolo giocatore attraverso una serie di parametri. Oltre che per assicurarsi che tutti quanti rispettino le consegne e rimangano a casa. Visto quello che succede in Inghilterra, con Mount che invece di isolarsi va al parco a giocare a calcetto, non una pessima idea.


Lo scouting e la match analyst - Se però si pensa allo smart-working nel mondo del calcio, impossibile non spostarsi sulle mansioni più “moderne” del pallone. Figure che si sono affermate negli ultimi anni e che spesso e volentieri non possono svolgere la loro attività senza un computer. Normale dunque che esista una tipologia di addetti ai lavori che non risente della necessità di dover rimanere chiusi in casa a causa della pandemia.

È il caso degli scout, che aiutano i direttori sportivi, che pure possono svolgere molte delle loro mansioni lontano dal campo, nella ricerca di nuovi talenti attraverso i software e i database. È il caso di Wyscout, dove vengono analizzate le dinamiche dei trasferimenti e le caratteristiche dei giocatori. E i report, quarantena o no, continuano ad arrivare ai club, anche perché il mercato che poi altererà le quote calcio non si ferma mai, neanche davanti a una pandemia.


Così come la mancanza di partite giocate non inficia poi troppo sul lavoro dei match analyst. Del resto, chi si occupa si sviscerare i match per studiare, valutare, proporre e migliorare assetti tattici, schemi e concetti di gioco, basa il proprio lavoro su incontri…registrati. E di tempo e possibilità di vedere video, creare lavagne virtuali e sviluppare nuove idee ce n’è abbastanza ora che il calcio è fermo.

Certo, manca la possibilità di aggiornare la collezione di immagini, ma considerando la mole di lavoro e le diverse tipologie di situazioni da analizzare (offensive, difensive, da calcio da fermo e così via) fanno sì che i match analyst non abbiano decisamente il tempo di annoiarsi anche di fronte a una sospensione dei match.


Così come continuano a lavorare gli eroi invisibili che permettono a scout e match analyst di svolgere al meglio il loro lavoro. Nelle sedi societarie non smettono infatti di arrivare le analisi sui dati, un’altra delle aree del calcio “moderno”. Forse la meno pubblicizzata, ma di certo quella di base., considerando che si tratta di raccogliere, gestire, organizzare e miscelare basi dati disomogenee.

Ma soprattutto rendere chiari i risultati ottenuti per chi poi dovrà applicarli alle proprie aree di competenza. I data analyst, gli…statistici del pallone, lavorano solo ed esclusivamente al computer e quindi non avranno problemi a mettersi d’impegno anche seduti al tavolino di casa.


Per tutti gli altri, però, dai magazzinieri ai giardinieri, passando per chi nei centri sportivi si occupa della cucina e della pulizia, il Covid-19 significa pausa. Perché in fondo, anche in una società moderna e iperconnessa, persino lo smart-working ha i suoi limiti…

*La foto di apertura dell'articolo è di Ivan Sekretarev (AP Photo).

 
March 17, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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