Una stagione da record. Complicato dire altrimenti per descrivere la Premier League 2019/20 del Liverpool di Jurgen Klopp. I campioni d’Europa dovranno faticare per qualificarsi contro l'Atletico Madrid (anche se sanno bene come si rimonta nella "realtà virtuale" di Anfield dopo una sconfitta esterna), ma quando si tratta di giocare in campionato, in questa stagione, non ce n’è per nessuno.

Nel vero senso della parola. 26 partite giocate, 25 vittorie e un pareggio. Di sconfitte, neanche l’ombra. L’unica squadra in grado di frenare la corsa dei Reds è stato il Manchester United di Solskjaer, che per poco non fa il colpaccio con Rashford, prima di essere raggiunto dal pareggio di Lallana al minuto 85.


Con numeri del genere, non c’è tanto da chiedersi se i Reds vinceranno il campionato, ma piuttosto bisognerebbe capire… quando lo faranno! E con un paio di conti, si può cercare di stabilire una data possibile. Si parte dal vantaggio attuale, 22 punti nei confronti del Manchester City, con 12 partite ancora da giocare. In ballo c’è ancora il secondo scontro diretto con i rivali più vicini, che però, a differenza delle regole della nostra serie A, non è determinante in caso (assai improbabile) di arrivo a pari punti.

Quando festeggeranno? - Continuando con questo andazzo (e persino considerando l’ipotesi che nel frattempo anche il City le vinca tutte), i Reds diventerebbero irraggiungibili a 7 partite dalla fine, cioè al termine della trentunesima giornata, quindi il 21 marzo ad Anfield contro il Crystal Palace. E per uno strano scherzo del destino, la prima squadra a incontrare il Liverpool già campione sarebbe proprio... il City a inizio aprile!

Il Manchester City, mai realmente competitivo in premier nella stagione!


Una situazione simile permetterebbe ai Reds di aggiudicarsi non solo la Premier, ma anche un primato importante: quello del titolo vinto con maggior anticipo. Nella storia della Premier League non è infatti mai accaduto che qualcuno vincesse il campionato prima di metà aprile. Al momento, il trionfo più rapido è quello del Manchester United nella stagione 2000/01, con i Red Devils che hanno avuto la certezza matematica di sollevare il trofeo il 14 aprile.

E anche, spostando il termine di paragone ad i turni di campionato e non al periodo dell'anno, volendo basarsi, quindi, sulle giornate rimanenti, il record è assolutamente alla portata della squadra di Klopp. Il primato attuale è sempre dello United 2000/01, condiviso con il City 2017/18: entrambe le squadre di Manchester hanno vinto il titolo con cinque giornate d’anticipo, ma Van Dijk e compagni potrebbero stracciarle…


Totale punti e numero di vittorie - Così come rischia grosso il record di punti conquistati in una sola stagione. I 100 punti del City di Guardiola non sono irraggiungibili, così come il distacco finale rifilato quell’anno alla seconda: 19 punti, un altro primato della Premier League che potrebbe benissimo crollare sotto i colpi della corazzata di Klopp. In caso di percorso netto ad Anfield, il Liverpool supererebbe ben due record: quello di vittorie casalinghe in un solo campionato e quello di punti tra le mura amiche.

A detenere entrambi sono il Chelsea 2005/06, lo United 2010/11 e il City 2011/12. Per tutte e tre 18 vittorie e un pareggio, per un totale di 55 punti casalinghi, mentre i Reds puntano a quota 57. I primati di punti e vittorie in trasferta invece sono del solito City 2017/18, che ha ottenuto 16 successi esterni e 50 punti. Continuando così, il Liverpool può fare 18 vittorie e 55 punti.


Per eguagliare il record di vittorie stagionali, stabilito per ben due volte di fila dal City (2017/18 e 2018/19), il Liverpool deve arrivare a 32. Non così improbabile, anzi…Per le sconfitte stagionali, invece, al massimo potrà esserci un primato in coabitazione, perché è già accaduto nella storia della Premier che qualcuno terminasse il campionato senza mai perdere: gli Invincibili dell’Arsenal 2003/04, del resto, si chiamano così per un motivo ben preciso!

Record casalinghi - Vincendo la prossima partita ad Anfield, quella contro il West Ham, i Reds si aggiudicherebbero poi un altro record, quello delle vittorie casalinghe consecutive. Al momento il primato è condiviso con il City 2011/12, capace di vincere per 20 volte di fila tra le mura amiche. Battendo gli Hammers, Klopp e i suoi se lo prenderebbero in solitaria. Serve invece vincere anche la partita successiva, quella con il Watford, per aggiudicarsi anche il primato di vittorie consecutive nella storia della Premier. Il City di Guardiola è fermo a 18 ed è a rischio aggancio e sorpasso.

Per colpa dello United, il Liverpool deve invece ancora vincere 4 partite fuori casa per battere il primato di vittorie esterne consecutive, fermo a 11 e stabilito dal Chelsea nel 2008 e dal City nel 2017. E, tanto per non farsi mancare nulla, vincendole tutte la squadra di Klopp stabilirebbe anche il record di vittorie consecutive fino al finale di stagione, considerando che ne avrebbe portate a casa addirittura 28.

Si può chiudere con i gol. I Reds non hanno il miglior attacco (61 contro i 67 del City), ma se dovessero mettere la quinta dovrebbero farne 106 per raggiungere il record, neanche a dirlo, dei Citizens 2017/18. Difficile, se non impossibile, eguagliare il record della miglior difesa di sempre della Premier, quella del primo Chelsea di Mourinho (2004/05). All’epoca i Blues subirono 15 gol, gli stessi già presi dai Reds, che a questo punto dovrebbero concludere il torneo senza più lasciarsi segnare un gol.

Più semplice provare ad eguagliare l’Arsenal 2000/01, che ha concluso la Premier League segnando ogni partita. Uno dei tanti primati alla portata di un Liverpool che definire da record…è davvero poco.

*La foto di apertura è di Jon Super (AP Photo); la seconda di Rui Vieira (AP Photo).

February 21, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Serie B: dopo due terzi di campionato è giunto il momento di analizzare non solo le belle sorprese, bensì anche i flop clamorosi, che hanno lasciato l'amaro in bocca ai tifosi, convinti di poter assistere a tutt'altro tipo di stagione. Anche quest'anno, infatti, c'è stato chi, come al solito, ha sperperato denaro inseguendo col fiatone un traguardo che sembra costantemente sfuggire di mano. Abbiamo selezionato 4 flop inequivocabili, un paio ancora controvertibili: andiamoli ad analizzare...

1. Livorno - Una stagione ormai compromessa, con un'àncora ben piantata sul fondo della graduatoria. Pur avendo partendo a inizio campionato con la quinta rosa più valorosa del torneo (19,5 milioni di euro secondo i dati Transfermarkt), gli amaranto annaspano in ultima posizione, a distanza siderale dal diciassettesimo posto (il primo buono, dal basso, per l'aggancio alla zona playout) occupato dalla Cremonese, altra grande delusione di questa stagione. Marco Breda è stato rimpiazzato dall'ex tecnico dell'Apoel Nicosia, Paolo Tramezzani.

Un'esperienza anch'essa disastrosa, tanto da aver indotto patron Spinelli (peraltro aspramente criticato anche dal sindaco di Livorno, Luca Salvetti) a ritornare sui suoi passi. Una rosa costruita alla rinfusa, con troppe scommesse (coi vari Bogdan, Boben, Delly Marie-Sainte, Seck, Awua, Murilo...) e ben poche certezze.

2. Cremonese - Prima parte di stagione a strapiombo. Non esistono altre definizioni quando si punta alla promozione diretta in Serie A e ci si ritrova, a due terzi della stagione, al quartultimo posto, in piena zona retrocessione.

La doppia sostituzione in panchina, con Marco Baroni al posto di Massimo Rastelli, tornato, poi, al termine del girone di andata sulla panchina dei lombardi, sembra non aver portato risposte sostanziali: i grandi nomi Michael Agazzi, Antonio Caracciolo, Claiton, Emanuele Terranova, Francesco Renzetti, Francesco Migliore, Luca Valzania, Danilo Soddimo, Antonio Piccolo, Fabio Ceravolo e Daniel Ciofani, la maggior parte dei quali con importanti trascorsi nella massima serie, sembra una collezione di figurine incompatibili tra loro.

Le speranze, possono albergare nei nuovi arrivi, come il prestito dal Napoli del giovane centrocampista classe 2000 Gianluca Gaetano, in rete nella roboante (per quanto scontata) vittoria per 5-0 contro il Trapani penultimo.

3. Perugia - Anche in questo caso, i sogni di grandeur sono rimasti tali. Almeno per il momento. Una zona playoff a "pelo d'acqua" a 33 punti nonostante i gol - a raffica - di "re" Pietro Iemmello, capocannoniere della Serie B. Col nuovo anno, l'esonero di Massimo Oddo e il romantico ritorno di Serse Cosmi, tutto sembrava proiettato in direzione entusiasmo. Ma i risultati del "Grifo" continuano a balbettare. Un esempio? Le due sconfitte consecutive contro Ascoli e Frosinone. 

4. Empoli - Per distacco, il girone di andata dell'Empoli è stato il più deludente. Nonostante le cessioni faraoniche (dopo la dolorosa ed ingiusta retrocessione patita nell'ultima giornata di Serie A a San Siro contro l'Inter con il momentaneo pari che aveva sospeso il gioco live delle scommesse calcio) di Ismaël Bennacer e Rade Krunic (al Milan), Francesco Caputo (al Sassuolo), Giovanni Di Lorenzo (al Napoli), che hanno portato nelle casse del club toscano la bellezza di 40 milioni di euro e la possibilità di costruire una corazzata senza rivali.

Gli azzurri - che hanno pure visto la doppia staffetta Bucchi-Muzzi-Marino alla guida tecnica - si sono affacciati alla cadetteria con l'organico di maggior valore di tutto il campionato, 32,68 milioni di euro ed hanno il dovere di inanellare ulteriori vittorie consecutive, siamo a 3, raggiungere il miglior piazzamento possibile in ottica playoff, dopo una catastrofica prima parte di stagione!

*La foto di apertura dell'articolo è di Marco Vasini (AP Photo).

February 19, 2020

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

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Di Jannick Sinner, nonostante abbia solo 18 anni, si è già scritto molto: il fulvo altoatesino ha qualità tecniche, fisiche e mentali che lasciano facilmente prevedere per lui un futuro prossimo tra i primi dieci del tennis mondiale. 

Sul blog di 888sport.it abbiamo ripercorso le carriere di 8 campioni che, in campo maschile e femminile, hanno già portato l’Italia nei top ten, dalla nascita dell’era open, indicando il personale best ranking, fino a questo momento.


Adriano Panatta: n.4 il 24 agosto 1976 - Nato a Roma nel 1950, Adriano Panatta si contende con Nicola Pietrangeli lo scettro virtuale di più grande tennista italiano di tutti i tempi. Ha vinto 10 tornei ATP su 26 finali disputate in singolare e 18 su 28 in doppio. Il 1976 è il suo anno d’oro: realizza l’incredibile doppietta agli Internazionali d’Italia di Roma e al Roland Garros di Parigi, conquistando poi a Santiago del Cile la prima (e unica) Coppa Davis della storia del tennis azzurro, scalando la classifica mondiale fino al quarto posto.

Corrado Barazzutti: n.7 il 21 agosto 1978 - Dall’introduzione del computer nella redazione delle classifiche nel 1968, Barazzutti ha il secondo best ranking dopo Panatta (con Berettini che potrebbe presto raggiungerlo o superarlo), ma non ha mai vinto un torneo del Grande Slam, ottenendo come miglior risultato le semifinali agli US Open e al Roland Garros.

Insieme a Panatta e a Berrettini è uno dei tre italiani che si sono qualificati alle finali Masters. È stato tra i protagonisti della più bella nazionale di tennis di tutti i tempi, capace di conquistare una Davis nel 1976 e di disputare altre tre finali.

Fabio Fognini: n.9 il 15 luglio 2019 - Attuale numero 11 del mondo, Fabio Fognini ha il primato, in campo maschile, di essere l'unico azzurro ad aver fatto parte della top ten sia in singolare che in doppio. Il suo miglior risultato nei tornei ATP è stato il successo al Masters 1000 di Montecarlo nel 2019, mentre nello Slam ha raggiunto i quarti di finale a Parigi nel 2011. Nel 2015, in coppia con Simone Bolelli, conquista il torneo di doppio agli Australian Open, unico successo di una coppia italiana in un torneo del Grande Slam nell’era open.

Matteo Berrettini: n.8 il 4 novembre 2019 - Uno dei talenti più limpidi e precoci espressi dal tennis italiano, Matteo Berrettini irrompe tra i primi dieci del ranking mondiale il 28 ottobre 2019 all’età di 23 anni e 6 mesi, solamente cinque mesi in più di Adriano Panatta. Nella scorsa stagione, quella dell’esplosione, ha conquistato tre titoli in singolare e due in doppio, ottenendo anche l’unico successo italiano in un torneo sull’erba. Conquista la semifinale agli US Open e diventa l’unico italiano a vincere un incontro al Masters.

Francesca Schiavone: n.4 il 31 gennaio 2011 - La sua vittoria al Roland Garros 2010 è il punto più alto raggiunto dal tennis azzurro in assoluto, alla pari con il successo sullo stesso campo parigino di Adriano Panatta, parlando di era open. Francesca Schiavone ha raggiunto il numero 4 nel ranking WTA a gennaio 2011 ed è l’unica italiana ad aver disputato due finali del Grande Slam, in entrambi i casi a Parigi.

Una curiosità ripresa anche dai siti specializzati di tennis: è l’ultima atleta ad essersi aggiudicata un torneo dello Slam utilizzando il rovescio a una mano.

Flavia Pennetta: n.6 il 28 settembre 2015 - A 33 anni si è aggiudicata gli US Open 2015, in una storica finale tutta italiana contro Roberta Vinci, diventando la seconda tennista più anziana ad aggiudicarsi un torneo dello Slam. Dopo il successo a Flushing Meadows, raggiunge la sesta posizione in classifica: in precedenza era stata la prima tennista italiana a entrare tra le prime dieci del mondo. 

Sara Errani: n.5 il 20 maggio 2013 - Con ben 36 titoli conquistati, 9 in singolare e 27 in doppio, è la tennista italiana più vincente di tutti i tempi. Nel 2012 raggiunge la finale al Roland Garros e la semifinale agli US Open; a maggio 2013 raggiunge la posizione numero 5 nel ranking WTA, dopo essere stata numero uno del mondo in doppio. Ha vinto tre volte la Fed Cup con l’Italia nel 2009, 2010 e 2013

Roberta Vinci: n.7 il 9 aprile 2016 - Con Flavia Pennetta condivide il record italiano di Fed Cup vinte, con ben quattro successi. Roberta Vinci è la prima e, finora, unica tennista italiana ad essersi aggiudicata almeno un torneo su tutte le superfici di gioco; in singolare si spine fino alla posizione numero 7 del ranking, ma è in doppio che compie il suo capolavoro, con il primo posto in classifica e il completamento, insieme a Sara Errani, del Carreer Grand Slam.

*La foto di apertura dell'articolo è di Adam Hunger (AP Photo).

February 19, 2020

Di Emanuele Giulianelli

Emanuele Giulianelli
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Scrittore e giornalista freelance, collabora regolarmente con il Corriere della Sera, con La Gazzetta dello Sport, con Extra Time, Rivista Undici, Guerin Sportivo e con varie testate internazionali come Four Four Two, Panenka e Tribal Football. Scrive per B-Magazine, la rivista ufficiale della Lega Serie B.


I suoi articoli di calcio internazionale e geopolitica sono stati pubblicati, tra gli altri, su FIFA Weekly, il magazine ufficiale della federazione internazionale, su The Guardian, The Independent e su Eurasianet. Ha lavorato come corrispondente sportivo dall’Italia per Reuters.


Ha pubblicato tre libri, l'ultimo dei quali, "Qarabag. La squadra senza città alla conquista dell'Europa" edito da Ultra Sport, è uscito nel 2018.
 

Emanuele Giulianelli
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C'è chi dice incidano solo per il 20% sul rendimento e quindi le fortune di una squadra. Chi invece sale al 50% e chi, addirittura, è convinto che il loro lavoro sia decisivo per il 70%. Di sicuro gli allenatori hanno un potere mediatico che non accenna a diminuire.

Giornali e tv si occupano più di loro che dei campioni, ne raccontano manie e moduli, cercano di anticiparne scelte e destinazioni. Una volta non era così. Contava, anche mediaticamente, il calciatore con le sue prodezze, con i suoi errori. Adesso al centro del palcoscenico c'è lui, il direttore d'orchestra.

Non a caso, sempre più spesso viene definito “guru”. Perché l'allenatore, oggi, deve occuparsi di mille aspetti diversi, molto più che in passato: studia tattica e avversari, certo, ma soprattutto lavora sulla testa dei suoi uomini. È un esperto di psicologia, ormai, non a caso spesso si rivolge a un mental coach. Per aiutare se stesso e imparare a capire meglio i suoi calciatori.

La teoria... del Professore - Più potere mediatico, più oneri e quindi decisamente più onori. Tradotto in termini economici, i migliori tecnici guadagnano cifre faraoniche, talvolta anche senza... lavorare! Va sempre più di moda la teoria secondo cui il professore deve avere un ingaggio superiore agli allievi, una regola per potersi imporre con maggiore autorità sullo spogliatoio. Certo non può essere il caso di Sarri rispetto a Cristiano Ronaldo e Setién nei confronti di Messi, ma nei top club di solito funziona proprio in quel modo.

Il regime fiscale varia da paese a paese, parleremo solo di cifre nette. Il primo esempio significativo è l'Atletico Madrid, che considera l'allenatore il vero “top player” della squadra: non a caso, il Cholo Simeone è il tecnico di calcio più pagato al mondo con i suoi 3,6 milioni al mese, addirittura 43 all'anno. Solo Messi, a quota 50, guadagna più di lui nel dorato circo del pallone.

E poi ci si chiede perché, nonostante il corteggiamento insistente di altri top club, l'allenatore argentino continui la sua avventura all'Atletico: senso di appartenenza, certo, ma anche un trattamento economico di altissimo profilo. Da record, appunto.

Vitolo, in azione in Champions nello scacchiere del Cholo!

 

Al secondo posto, dopo il Cholo, c'è Pep Guardiola, che di milioni al mese ne guadagna 1,94, quindi 23 a stagione. Dopo la decisione dell'Uefa di escludere il suo City dalle Coppe, è grande l'attesa per capire cosa sceglierà per il futuro: l'orgoglio lo convincerà a restare e battersi al fianco del club per evitare quella che i dirigenti catalani del City ritengono un'ingiustizia, oppure chiuderà il suo ciclo al Manchester per intraprendere altre avventure, magari in Italia?

Mou e Klopp praticamente appaiati - Sul gradino più basso del podio, quello che una volta era il grande nemico di Guardiola, ovvero Josè Mourinho (ma adesso hanno fatto pace, assicurano, e si mandano perfino messaggini): il Tottenham gli garantisce 1,46 milioni al mese, quasi 18 all'anno. Il conto in banca del portoghese, che ovunque ha ottenuto ingaggi super, dall'Inter di Moratti e il Real Madrid di Florentino Perez fino allo United, è da tempo a livelli stellari. Ma a far presa sui giocatori resta comunque il suo carisma unico, al di là dell'aspetto economico.

Mou deve dividere il terzo posto con quel fenomeno di Jurgen Klopp, arrivato anche lui a 18 milioni annui grazie al rinnovo dello scorso dicembre: il tecnico del Liverpool ha firmato fino al 2024, ma solo dopo aver avuto la garanzia che anche i suoi fidatissimi amici dello staff avrebbero continuato la loro avventura nel club campione d'Europa, e con adeguato trattamento in busta paga.

Che compensi in Cina - Quinto in classifica è una sorpresa: Rafa Benitez, che ha scelto la Cina attratto dall'ingaggio monstre offerto dal Dalian Yifang: 13,5 milioni netti a stagione. Subito dopo c'è Fabio Cannavaro, che guida il Guangzhou Evergrande alla modica cifra di 12 milioni annui. Stessa cifra percepita da un mostro sacro come Zinedine Zidane, il guru del Real Madrid, che arriva però facilmente a 20 grazie a bonus e sponsor.

Alle spalle di Zizou troviamo il primo italiano in classifica, Antonio Conte, il nababbo della Serie A con i suoi 10 milioni netti più 2 di bonus garantiti dall'Inter, . Ma per convincerlo, Beppe Marotta gli ha dovuto promettere l'acquisto di Lukaku, vanamente inseguito da Conte ai tempi del Chelsea: con 65 milioni più 10 di bonus versati allo United, l'Inter ha accontentato il suo (esigente) tecnico portando a Milano il centravanti belga, quotato @19 come capocannoniere per le scommesse Serie A

A quota 9 milioni c'è Tuchel del Psg: ma c'è chi, pur di allenare fenomeni come Mbappé e Neymar, lo farebbe gratis.

*L'immagine di apertura dell'articolo è di Matt Dunham (AP Photo); la seconda di Martin Meissner (AP Photo.)

February 19, 2020

Di Giulio Cardone

Giulio
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Giulio è nato giornalista sportivo, anche se di professione lo fa “solo” da 30 anni. Dal 1997 è l'esperto di calciomercato del quotidiano La Repubblica.

Dal '90 segue (senza annoiarsi mai) le vicende della Lazio: collabora anche con Radiosei e dirige il sito Sololalazio.it. Calcio e giornalismo sono le sue grandi passioni. L'unico rimpianto che lo tormenta è aver smesso di dare spettacolo sui campi di calcetto.

 

Giulio Cardone
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Punto a punto, partita dopo partita. Di campionati combattuti ce ne sono molti, ma nella maggior parte dei casi sono solo due le squadre a contendersi la vittoria. La Serie A 2019/20, almeno a giudicare dalle ultime settimane, rischia di essere una benvenuta eccezione. Dopo anni di dominio bianconero, con al massimo il Napoli a tentare di infastidire la Signora, Lazio e Inter sembrano davvero in grado di lottare fino all’ultima partita.

Una situazione che il nostro campionato non vive da parecchio e che nelle ultime due occasioni ha visto la Juventus vincitrice e la Lazio grande protagonista! 


Il 5 maggio - Il caso più recente è quello forse più celebre degli ultimi decenni. 5 maggio 2002. All’ultima giornata ci sono addirittura tre squadre in grado di vincere il campionato. La prima in classifica, con 69 punti, è l’Inter di Cuper, che sfida all’Olimpico la Lazio, che non si gioca nulla, con gli attaccanti argentini già in vacanza. Dietro c’è la Juventus, che con i suoi 68 punti se la vede con l’Udinese al Friuli. E poi, a 67, la Roma, che deve sperare che le avversarie inciampino e battere il Torino.

A Udine il match si incanala subito con la Juventus in vantaggio di due gol in pochi minuti, la Roma passa in vantaggio a Torino prima dell’intervallo, ma tutti gli occhi sono sull’Olimpico. L’Inter va avanti e poi crolla, in una delle partite indimenticabili della storia della Serie A. Finisce 4-2 per la Lazio e i nerazzurri, primi a novanta minuti dalla fine, arrivano terzi, mentre la Juventus festeggia un titolo forse a quel punto insperato.


La fatal Verona - Quasi le stesse protagoniste in un altro campionato storico, quello 1972/73. Per tutto il torneo sono Milan, Juventus e Lazio a scambiarsi le posizioni di testa, con i biancocelesti che sembrano poter portare a casa lo Scudetto, ma perdono terreno nelle ultime giornate. A novanta minuti dalla fine, comunque, tutte e tre possono vincere il campionato. Primo il Milan a 44 punti, Juventus e Lazio seguono a 43. I rossoneri se la vedono con il Verona, ed è lì che nasce il mito della “fatale” città scaligera. Finisce 5-3 per i gialloblù, il che fa tornare tutto in ballo.

All’intervallo a Roma la Juventus sta perdendo contro i giallorossi, mentre la Lazio pareggia al San Paolo con il Napoli. Ma negli ultimi 45 giri di lancette, tutto cambia. La Juventus pareggia e per un attimo c’è il rischio di uno spareggio a tre. Poi Cuccureddu porta avanti i bianconeri a tre minuti dalla fine e la Lazio subisce l’1-0 del Napoli. Classifica finale, Juventus 45, Milan 44, Lazio 43.

La Juventus è ancora favorita per le scommesse Serie A!


In Liga - I finali combattuti a tre squadre però non sono una caratteristica solo della Serie A. La Liga, per esempio, sarà anche monotona quando si parla delle tre squadre più vincenti (Real, Atletico, Barcellona), ma regala anche stagioni in cui l’incertezza regna fino alla fine. Di recente il Barça ha vinto il campionato 2015/16 all’ultima partita, sudandosela parecchio.

A due giornate dalla fine, blaugrana e colchoneros sono appaiati a 85 punti e il Real insegue a 84. Poi però l’Atletico inciampa e all’ultima partita può solo sperare in un suicidio collettivo di entrambe. Non succederà e il campionato lo portano a casa i catalani con 91 punti, davanti al Real a 90 e all’Atletico a 88.


Lotte a tra abbastanza frequenti invece in Premier League. Nella stagione 2013/14 ci pensano Manchester City, Liverpool e Chelsea a tenere tutti con il fiato sospeso. Ridono i Citizens, si divertono meno i Reds, che prima scivolano (è il caso di dirlo) con il Chelsea e poi si fanno rimontare un 3-0 dal Crystal Palace. Finale convulso anche nel 2008. La vittoria del campionato che regala il double allo United di Cristiano Ronaldo arriva con un sorpasso al Chelsea all’ultima giornata, con l’Arsenal in agguato.

Finale... a 4 - Nulla però batte la First Division 1971/72, che non termina tutta assieme per i classici problemi dei calendari di Sua Maestà. Il City vince la sua ultima partita e va in testa a 57, ma Liverpool, Derby e Leeds hanno tutte due partite da giocare. I Reds vanno a 56 anche loro battendo i Rams, che però vincono la loro ultima sfida e vanno a 58. Mancano solo Liverpool-Arsenal e Leeds-Wolves.

Ai bianchi di Revie basta un pareggio, ma perdono rovinosamente al Moulineux. Alla squadra di Shankly serve una vittoria per vincere il campionato per gli scontri diretti, ma contro i Gunners arriva solo un pareggio. Classifica finale, Derby County campione (e già in albergo a Marbella) a 58 punti, Leeds, Liverpool e City dietro a 57.


Meno pathos in Germania e Francia dove è quasi sempre una lotta a due. C’è però qualche eccezione. Il campionato 2001/02 resta storico perché il Bayer Leverkusen regala il titolo al Borussia Dortmund gettando via un vantaggio importante nelle ultime giornate. Ma a novanta minuti dalla fine, sia i gialloneri che le aspirine devono comunque guardarsi dal Bayern, che aspetta un crollo di entrambe. Vincono tutte e tre e la classifica recita Borussia 70, Bayer 69, Bayern 68.

Anche la prima Bundesliga dopo la riunificazione, quella 1991/92, regala una lotta a tre e un crollo all’ultimo momento. Eintracht Francoforte, Borussia Dortmund e Stoccarda sono tutte a 50 punti. All’Eintrach basta vincere per trionfare per differenza reti, ma i renani inciampano contro l’Hansa Rostock, che retrocede comunque. Ne approfitta lo Stoccarda, che arriva primo a quota 52 con il Borussia, ma alza il Meisterschale per differenza gol.

In Francia per trovare un vero…triello bisogna invece arrivare addirittura alla stagione 1978/79. Lo Strasburgo vince rimanendo in vetta quasi sempre, ma Nantes e Saint-Etienne danno agli alsaziani filo da torcere fino all’ultima giornata.


Dunque, di arrivi convulsi a tre ce ne sono stati parecchi. E chissà che anche il campionato 2019/20 non si unisca alla lista: segui il finale di stagione anche con le scommesse Serie A di 888sport!…

*La foto di apertura dell'articolo è di Luca Bruno (AP Photo).

February 19, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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In principio fu la Lazio, che arrivò a imbarcare otto calciatori sul piroscafo Conte Verde. Erano gli anni ’30, era la “Brasilazio”. Da quasi un secolo, il Brasile è considerato - a ragione - la patria del calcio, ma l’appeal dei calciatori brasiliani, nel corso degli ultimi anni, si è perso. Il potere economico dei club italiani è diminuito drasticamente, le prime scelte preferiscono sposare altri sodalizi e altri progetti, gli anni d’oro della Serie A appartiene al passato.

“Zico o Austria!”, recitava uno striscione esposto a Udine nell’estate del 1983. Era il periodo più florido del nostro campionato che già aveva avuto modo di conoscere fiori di campioni negli anni ’60 con Altafini, Amarildo, Sormani, Jair, Julinho.

Mercato chiuso... mercato aperto - La chiusura delle frontiere dopo l’umiliazione rimediata dalla Corea del Nord ai Mondiali inglesi del 1966, impedì ai club italiani di “saccheggiare” il calcio brasiliano: costretti a sognare - ma non a ingaggiare - Pelè e Garrincha, i presidenti italiani si scatenarono negli anni ’80, alla riapertura delle frontiere con gli acquisti di Falcao, Zico, Junior, Edinho, Dunga e Cerezo.

Da quel momento in poi i calciatori vennero considerati uno status symbol da parte dei club, pronti a investire cifre esorbitanti, ricambiati da prestazioni da top player. Rare le eccezioni, come l’anarchico Socrates, o il viveur Joao Batista, protagonista sulle piste da ballo della Capitale piuttosto che sul terreno di gioco.

Gli anni ’90 continuarono sulla stessa lunghezza d’onda, l’arrivo del portiere Taffarel a Parma fu un “atto rivoluzionario”, l’ingaggio di Aldair, Cafù e Roberto Carlos da parte di Roma e Inter furono la certificazione della crescita del calcio brasiliano, anche nei ruoli difensivi.

Il Fenomeno vero - Il momento più alto, senza dubbio, fu l’acquisto di Luis Nazario da Lima, ovvero Ronaldo da parte dell’Inter. Il club di Moratti scatenò un’asta con la Lazio, riuscendo a spuntarla grazie al pesante intervento dello sponsor Pirelli. Fu quello il punto di non ritorno, il momento in cui anche le squadre spagnole (Barcellona e Real Madrid su tutte) iniziarono a investire pesantemente in Brasile.

Ma con l’avvento degli anni 2000, il calciatore brasiliano ha via via perso quota nel campionato italiano; Maicon, Pato e Kakà, possono essere considerati gli ultimi campioni di spicco prima dell’inizio del declino della bandiera verde-oro, almeno nei ruoli offensivi; estinta la figura apicale del numero dieci, i brasiliani sono stati protagonisti in ruoli differenti, ma i calciatori sudamericani hanno perso quella centralità del progetto calcistico delle squadre italiane che avevano avuto nei tre decenni precedenti.

L’ultimo fuoriclasse, e può apparire un paradosso, è stato il portiere della Roma Alisson, passato due stagioni fa al Liverpool.

E’ lontano il tempo in cui le società italiane costruivano le proprie squadre intorno ai fuoriclasse brasiliani; il mercato è diventato sempre più aggressivo, le quotazioni dei giocatori sono schizzate alle stelle, e bastano già poche presenze nel Brasilerão per ottenere una valutazione di decine di milioni di euro, ed è così che i club italiani si stanno allontanando sempre più da quel mondo che un tempo sembrava dorato; oggi sono pochi i giocatori brasiliani protagonisti della Serie A, e nessuno - di fatto - ha un ruolo apicale all’interno delle loro stesse squadre.

Pochi e discontinui - Nella Juventus, ancora favorita per le scommesse serie A l’unico titolare inamovibile è Alex Sandro, un buon giocatore che non ha rispettato pienamente le aspettative iniziali. Douglas Costa fa la spola tra campo e panchina, e non ha mai avuto continuità nella squadra campione d’Italia. Nella Lazio seconda in classifica, Lucas Leiva è un giocatore fondamentale, ma lontano dall’essere considerato alla stregua di Milinkovic, Luis Alberto e Immobile.

La globalizzazione e il momento economico che attraversa il calcio italiano ha allontanato i migliori giocatori brasiliani dal nostro campionato; i top players sudamericani oggi scelgono la Premier League, la Liga spagnola, fin anche il campionato russo o cinese andando a caccia di facili guadagni.

Guardando la rosa della Nazionale brasiliana, soltanto tre giocatori giocano in Italia; Alex Sandro e Danilo della Juventus, e Paquetà del Milan che in rossonero viene spesso relegato in panchina. Il resto del gruppo della Seleçao gioca in Inghilterra e Spagna, paesi che calcisticamente - negli ultimi anni - hanno preso il largo a livello finanziario rispetto a Italia, Germania e Francia ed in serie A il miglior brasiliano per rendimento è Joao Pedro!

Ma anche i giocatori brasiliani hanno perso la loro valenza: il PSG di Neymar, Thiago Silva e Marquinhos domina in Francia, ma in Champions League, per il momento, non è andato mai oltre i quarti di finale. Del resto, anche la Nazionale, nelle ultime quattro edizioni dei Mondiali in tre occasioni si è fermata ai quarti, mentre nel Campionato del Mondo del 2014 giocato in casa, la sconfitta in semifinale per 7-1 contro la Germania ha segnato la fine di un’epoca.

Segui il girone di ritorno con le scommesse serie A di 888sport!

*La foto di apertura dell'articolo è di Antonio Calanni (AP Photo).

February 18, 2020

Di Simone Pieretti

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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

Simone Pieretti
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Cinque club, 17 anni di carriera, 763 partite, 253 gol. Numeri stratosferici, che molti attaccanti nella loro storia calcistica si sognano. Basta dunque questo a immaginare quanto sia assurdo che a scriverli negli almanacchi sia stato... un difensore.

Beh, poi, difensore per modo di dire, perché in un calcio in cui ancora i suoi compagni di reparto pensavano solo a difendere la propria porta, Ronald Koeman era più preoccupato di mettere in pericolo quella che aveva di fronte. A giudicare dai record che lascia al mondo del pallone, ci riusciva spesso e volentieri. Anche perché doveva essere maledettamente complicato fermare un ammasso di muscoli di un metro e ottanta che tutti chiamano Rambo.


La carriera - Analizziamo il percorso calcistico del campione olandese, prima di esaminare le reali possibilità della sua selezione per Euro 2020. Ronald Koeman, classe 1963, nasce professionalmente al Groningen, che lo fa debuttare in Eredivisie ad appena 17 anni. Tempo tre stagioni e quel centrale dal piede al fulmicotone che può giocare a centrocampo e batte punizioni spaventose finisce all’Ajax. Ci resta tre stagioni, fino al 1986, giusto il tempo di vincere un campionato e di imparare "giusto qualcosina" da Johan Cruijff, che nel 1985 prende le redini dei Lancieri.

Poi però Koeman tradisce Amsterdam e se ne va al PSV, in quel momento squadra di vertice del calcio continentale. Solito copione, tre stagioni, ma con qualche soddisfazione in più: altrettanti titoli, due Coppe d’Olanda e la Coppa dei Campioni 1987/88 con Hiddink in panchina. E, tanto per gradire, 63 gol, con un massimo di 26 marcature nell’anno del Treble, 21 delle quali in campionato. Non diventa capocannoniere solo perché il compagno di squadra Kieft, passato anche per la Serie A, decide di segnarne 29. Giusto evidenziare che il biondissimo Wim giocasse da centravanti.


Nel 1989, con il titolo europeo vinto nell’estate precedente con l’Olanda, chiamano da Barcellona. In panchina c’è, neanche a dirlo, proprio Cruijff. Che in un difensore così moderno non può che vedere il centrale perfetto del suo Dream Team. La macchina blaugrana funziona bene, anzi, benissimo, al punto che in Spagna Koeman fa incetta di trofei: quattro campionati, una Coppa del Re, tre supercoppe spagnole, una europea e un’altra coppa dei Campioni, quella del 1992.

Il gol della vita - Nella notte di Wembley, è lui che abbatte le speranze della Samp di Vialli e di Mancini. Al minuto 112 arriva un calcio di punizione per i catalani e sul pallone ci va Rambo. Pagliuca il pallone lo vede appena, perché il destro dell’olandese schizza in rete a 188 km/h. Roba da autovelox, con tanto di ritiro della patente.

 

Dopo sei anni di Catalogna, Koeman decide di chiudere la carriera nella sua Olanda e visto che gli manca una delle big dell’Eredivisie fa anche un giro al Feyenoord. Poi, ad appena 34 anni, appende gli scarpini al chiodo. Chiudendo, neanche a dirlo, da difensore più prolifico di tutti i tempi. 


Il suo destino, però, è quello di sedere su una panchina. Di quel Dream Team, moltissimi giocatori (anzi, quasi tutti) diventano allenatori. E Koeman, che è olandese come Cruijff, esporta il credo del Profeta del Gol in giro per l’Europa. Gli bastano neanche due anni alla guida del Vitesse per ricevere la chiamata dell’Ajax. Tra il dicembre 2001 e il febbraio 2005 porta all’Amsterdam ArenA due campionati, una coppa d’Olanda e due Supercoppe.

L’esperienza al Benfica è meno felice: le Aquile arrivano terze nel campionato 2006/07 e dopo appena una stagione c’è l’addio consensuale. A tirargli su il morale arriva il PSV, con cui vince il terzo titolo d’Olanda come allenatore, ma poi lascia di nuovo l’Olanda per volare in Spagna, al Valencia. Pessima idea, arriva da subentrato a novembre 2007 e viene esonerato ad aprile 2008, anche se fa in tempo a vincere la Copa del Rey.

Torna di nuovo in patria, prima per guidare l’AZ (che lo esonera dopo neanche un anno ma con cui vince la Supercoppa) e poi il Feyenoord per tre stagioni, ripercorrendo così anche in panchina l’esperienza da calciatore. Poi passa in Inghilterra, prima al Southampton dove fa bene e poi all’Everton, deludendo le aspettative.


Sulla panchina più amata - La chiamata più attesa però arriva nel febbraio 2018. L’Olanda ha da poco avuto la certezza che non parteciperà ai Mondiali in Russia. C’è bisogno di ripartire praticamente da zero, dopo che la generazione dei Robben e dei Van Persie ha segnato irrimediabilmente il passo. E non c’è persona più adatta di Koeman, come spiegano i risultati. Gli Oranje, nonostante un girone proibitivo (Francia e Germania) vincono il proprio girone di Nations League e si fermano a un passo dalla gloria, perdendo la finale contro il Portogallo di Cristiano Ronaldo.

Il gruppo di Koeman, un mix di giovani come De Jong e De Ligt e di calciatori esperti come Van Dijk e Depay stacca agevolmente il pass anche per Euro 2020, qualificandosi al secondo posto dietro la Germania.


Ai campionati europei di calcio, gli olandesi troveranno nel loro raggruppamento l’Ucraina, l’Austria e una delle vincenti dei playoff di Nations League. Un cammino, quello nel gruppo C, che non dovrebbe creare troppi problemi alla squadra di Koeman. L’Olanda che non riesce a qualificarsi per Euro 2016 è solo un brutto ricordo, anche se il tecnico dovrà fare i conti con l’infortunio di Depay. L’attaccante del Lione si è rotto il legamento crociato del ginocchio a fine dicembre e dunque tornerà in campo giusto in tempo per preparare l’Europeo.

Un bel punto interrogativo, considerando che l’ex Manchester United è il centravanti titolare di Koeman. La bontà complessiva della rosa a sua disposizione, oltre che le scelte tattiche in pieno stile Oranje, può però permettere a De Jong e compagni di sopperire all’assenza o alla non perfetta forma dell’attaccante. Dopo una Nations League con i fiocchi, la squadra di Koeman non può non essere tra le favorite del torneo itinerante dell’estate 2020.

Del resto, con un allenatore così, controllare gli attaccanti può non bastare. Anzi, bisogna tenere d’occhio parecchio d’occhio i difensori centrali, entrambi con il vizio del gol. Anche se Van Dijk e De Ligt le punizioni a 190 km/h non le tirano mica…

*La foto di apertura dell'articolo è di Martin Meissner (AP Photo).

February 18, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Ci sono partite che sono destinate a rimanere nella storia. Alcune diventano leggendarie per il risultato, altre per il significato che assumono, indipendentemente dal tabellino, da un punto di vista non solo calcistico. E poi ci sono match che riescono a unire entrambe le tipologie.

Solitamente sono quelle partite di cui si parla con…nome e cognome, segnalando squadre e risultato come nei classici Italia-Germania 4-3 o Brasile-Germania 1-7. In Sudamerica di match indimenticabili ce ne sono molti, ma pochi hanno mantenuto l’aura leggendaria di una semplice (ma poi mica tanto) sfida valida per le qualificazioni continentali ai mondiali del 1994. Il 5 settembre 1993, al Monumental di Buenos Aires, va in scena Argentina-Colombia 0-5.


Novanta minuti che restano indelebili, nel bene e nel male, per le due squadre in campo. La posta in palio è alta, perché i padroni di casa e gli ospiti si giocano la qualificazione diretta al mondiale di scommesse calcio.

Le squadre sudamericane sono divise in due gironi; Argentina e Colombia fanno parte del raggruppamento A. All’andata ha vinto la Colombia a Barranquilla e i Cafeteros arrivano all’ultimo match del girone con il vantaggio di poter anche pareggiare. La classifica del girone parla di Colombia a 8 punti e Argentina a 7. In una formula davvero cervellotica per la confederazione calcistica che regalerà, poi, la squadra Campione del Mondo, passa solo la prima, mentre la seconda sarà costretta a giocarsi il playoff intercontinentale per staccare il pass per gli Stati Uniti.

E occhio anche a un altro Monumental, quello di Lima, perché se l’Argentina perde e il Paraguay (a 5 punti) passa in Perù, per l’Albiceleste potrebbero essere guai.


Gli argentini, però, sono abbastanza tranquilli. Del resto la nazionale guidata da Alfio Basile non perde sul suolo patrio da 6 anni. Nel 1986 ha vinto la Coppa del Mondo, nel 1990 è arrivata in finale contro la Germania Ovest e sia nel 1991 che nel 1993 ha sollevato la Copa America. Insomma, nonostante una situazione non semplicissima, il pronostico non è blindato, ma quasi.

E ci pensa Diego Armando Maradona, da poco tornato a giocare in Argentina ma che non è nella rosa dell’Albiceleste, a lanciare la sfida da parte dei suoi, con una dichiarazione che passa alla storia. “Non possono cambiare la storia, non devono cambiare la storia. Dobbiamo continuare come siamo sempre stati storicamente, l’Argentina davanti e la Colombia dietro”. Avesse saputo quello che stava per succedere, forse Diego avrebbe evitato…


Lezione di calcio - In un Monumental strapieno, infatti, avanti ci va proprio la Colombia. Il primo tempo scorre abbastanza come da copione, con i padroni di casa che fanno la partita e il portiere dei Cafeteros Oscar Córdoba che fa del suo meglio per evitare di subire gol. Ma quella Colombia è uno squadrone. Francisco Maturana già fonte di aspirazione di Arrigo Sacchi, ha creato un gruppo capace di lottare e che è al servizio dei calciatori più talentuosi della rosa: Freddy Rincon, Tino Asprilla e Carlos Valderrama.

E al minuto 41 accade l’imponderabile, almeno per gli argentini. El Pibe, quello colombiano dai capelli biondi e ricci, illumina e Rincon ringrazia e passa alla cassa. Argentina 0, Colombia 1. E improvvisamente  la sicurezza dei padroni di casa comincia a vacillare.


Un secondo tempo da incubo - Chi si aspetta una reazione rabbiosa da parte della squadra di Basile ha capito male. E dire che i campioni in campo non mancano. Batistuta, Simeone, Ruggeri, Redondo, nessuno ci capisce più nulla e i secondi quarantacinque minuti diventano uno psicodramma a tinte albicelesti. Al minuto 49 raddoppia Tino Asprilla e gli argentini capiscono che non è davvero serata.

Ma può andare peggio, perché la sconfitta si trasforma in umiliazione. In capo a due minuti (72’ e 74’) Rincon e Asprilla fanno poker e quando mancano sei giri di lancette al novantesimo Adolfo Valencia chiude la manita, lasciando il Monumental sotto shock. Anzi no, perché arrivano degli applausi, anche se non sono di certo per i padroni di casa. Il pubblico argentino tributa la giustissima ovazione a Maturana e ai suoi, mentre i campioni del Sudamerica escono dal campo con la coda tra le gambe.

 


Gli dei del calcio sorridono però all’Argentina. A Lima il Perù blocca il Paraguay sul 2-2 e alla fine la squadra di Basile si qualificherà comunque per i mondiali, anche se dovrà passare per un umiliante playoff contro l’Australia. Ma in patria non la prendono per niente bene. Alcuni quotidiani aprono con una prima pagina nera e la scritta “vergogna”, mentre le analisi che distruggono il tecnico e i giocatori non mancano. Del resto, è la peggiore sconfitta casalinga nella storia delle qualificazioni mondiali per l’Argentina. Ci vorranno quasi vent’anni per fare peggio e, abbastanza ironicamente, c’è di mezzo Maradona anche stavolta.

Nel 2009 l’Argentina perde per 6-1 a La Paz contro la Bolivia, mettendo anche in quel caso in pericolo la qualificazione ai Mondiali del 2010. Per gli argentini, quella è una delle notti di calcio più brutte della loro storia. Per i colombiani è un trionfo che fa il paio con la vittoria della Copa America nel 2001. In ogni caso, una serata che diventa leggenda. Argentina-Colombia, 0-5. Basta la parola.

*La foto di apertura dell'articolo è di Daniel Muzio (AP Photo).

 
February 17, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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A volte ritornano, soprattutto se fanno benissimo. Il calcio è pieno di ritorni di fiamma, non solo per calciatori e allenatori. Anche i dirigenti magari lasciano una società, salvo poi farsi rivedere dopo poco tempo o dopo decenni.

A Ramón Rodríguez Verdejo sono bastati 719 giorni per riabbracciare il Siviglia, il suo grande amore. Giusto il tempo di una esperienza alla Roma che non ha certo regalato allo spagnolo classe 1969 le soddisfazioni che sperava. Alcune operazioni di mercato non hanno funzionato, le critiche nella Capitale sono state impietose e dopo neanche due anni le strade del DS andaluso e dei giallorossi si sono separate.

E se casa è dove c’è il cuore, per Monchi la strada portava di nuovo dritto al Sanchez Pizjuan.


Che storia con il Siviglia - Nasce così il Monchi 2.0, con il non semplice obiettivo di fare meglio della prima…edizione. Complicato, perché tutte e cinque le Europa League del Siviglia, record nella storia della competizione anche considerando quando si chiamava Coppa UEFA, portano la sua firma. Diciotto anni da direttore sportivo, a cui vanno aggiunti undici da calciatore, anzi da portiere.

Tra porta e scrivania, una vita intera dedicata al club biancorosso. Tanti successi, calciatori fenomenali scoperti e poi rivenduti a peso d’oro (Dani Alves, Julio Baptista, Rakitic) e una cantera che ha fatto invidia al mondo (Sergio Ramos, Reyes, Jesus Navas). Questa la ricetta del successo di quel Siviglia, che quando nel marzo 2017 Monchi ha annunciato il suo addio gli ha riservato una festa di commiato degna di un re.


Neanche due anni dopo, Re Mida è tornato. Marzo 2019, il club ufficializza il rientro alla base del DS. Ed è subito rivoluzione per affrontare al meglio La Liga, perché le squadre di Monchi difficilmente restano simili a se stesse per troppo tempo. La prima scelta è stata quella del tecnico. Non potendo contare sul suo fedelissimo Emery, ancora sotto contratto con l’Arsenal, Monchi ha optato per Julen Lopetegui.

L’ex CT della Spagna, scottato dall’esperienza al Real durata pochi mesi, ha scommesso sul Siviglia per ridare slancio alla sua carriera: ricordiamo che nell’estate 2018, quando si è accordato con i Blancos, è stato licenziato dalla nazionale iberica a pochi giorni dal match inaugurale a Sochi contro il Portogallo... 

Siviglia 2.0 - Monchi ha ribaltato totalmente una squadra che nelle due stagioni di sua assenza dal Sanchez Pizjuan è arrivata settima e sesta, non offrendo quasi mai neanche le prestazioni importanti nelle coppe europee a cui i tifosi erano ormai abituati. Sono arrivati 17 giocatori, di fronte ai 27 che hanno lasciato Siviglia. I due colpi più costosi del Monchi 2.0 sono entrambi provenienti dalla Ligue 1.

Ci sono voluti 25 milioni al Monaco e altrettanti al Bordeaux per assicurarsi le prestazioni di Rony Lopes e Jules Koundé, rispettivamente ala destra e difensore centrale. Altri 20 milioni sono stati spesi nel mercato invernale per En-Nesyri, acquistato dal Leganes. Sempre a gennaio è arrivato anche Suso, in prestito di 18 mesi dal Milan, a dimostrazione che non c’è sessione di mercato in cui Monchi non sia attivissimo. Tra acquisti e riscatti, il Siviglia ha speso 158 milioni in stagione.


Bilancia in passivo, perché dalle cessioni sono arrivati soltanto 101 milioni. Il colpo grosso Monchi lo ha fatto cedendo al Monaco Ben Yedder, che il club del Principato ha valutato 40 milioni di euro. Anche le cessioni di Sarabia (Paris Saint-Germain per 18 milioni), Promes (15,7 milioni versati dall’Ajax) e Muriel (all’Atalanta per 15 milioni) hanno aiutato le casse del club. Molti calciatori sono partiti in prestito, come Arana, passato all’Atalanta e poi girato in Brasile a gennaio.

Sempre a gennaio è rimasto in Lombardia Kjaer, mentre Suso faceva il percorso inverso da Milanello. Poi ci sono dei casi molto particolari, quelli di Dabbur e di Chicharito Hernandez. L’israeliano è stato acquistato in estate per 17 milioni dal Salisburgo, ma non ha praticamente mai visto il campo e a gennaio è stato ceduto all’Hoffenheim per 10 milioni.

Discorso simile per il messicano, prelevato dal West Ham a circa 8 milioni, ma che a inizio 2020 ha preferito accettare le offerte dei Los Angeles Galaxy, che dovevano sostituire Ibra, portando addirittura un milione di euro di plusvalenza...


Insomma, un classico turbinio di mercato in puro stile Monchi. Ma cosa dicono i risultati stagionali di questa nuova avventura del DS nella sua Siviglia? Come procede La Liga? i biancorossi si giocano il quarto posto con l’Atletico Madrid. La squadra segna poco ma subisce altrettanto raramente. In Copa del Rey è arrivata la delusione più cocente.

Dopo aver eliminato avversari non irresistibili come il Bergantiños e l’Escobedo, al terzo turno il Siviglia ha battuto il Levante, ma nella tornata successiva si è arreso al Mirandés, decimo in Segunda Division, che però ha avuto la meglio anche sul Villarreal e sul Celta Vigo.

Meglio, ma non c’è da sorprendersi, il rendimento in Europa League. Nella competizione “di casa” la squadra di Lopetegui si è qualificata facilmente alla fase ad eliminazione diretta, vincendo le prime cinque partite del girone (piuttosto semplice, con Qarabag, Dudelange e APOEL Nicosia), perdendo poi solo l’ultimo e ininfluente match contro i ciprioti.

Al prossimo turno il primo avversario di un certo livello, il Cluj che ha eliminato la Lazio. È dunque presto per valutare la prima stagione della seconda esperienza a Siviglia di Monchi. In caso di qualificazione alla Champions o di prestazioni importanti in Europa League, sarà il caso di dire che Re Mida non ha perso il tocco.

*La foto di apertura dell'articolo è di Andrew Medichini (AP Photo).

February 15, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

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Un All Star Game dedicato interamente alla memoria di Kobe Bryant e sua figlia Gianna. Il weekend delle stelle in quel di Chicago sarà fortemente condizionato da quanto successo qualche settimana fa alla leggenda dei Lakers. Lo scorso 30 gennaio, a quattro giorni dalla tragedia di Calabasas, la NBA ha annunciato quello che sarà il nuovo format per l’All Star Game di Chicago.

Il Final target score - I primi tre quarti rappresenteranno tre partite separate anche per le scommesse Pallacanestro, partendo sempre da 0-0 e la squadra vincente di ogni quarto vincerà 100 mila dollari da donare all’ente benefico scelto. Al termine del terzo quarto verranno sommati i punteggi dei tre periodi e si aggiungeranno 24 punti in onore del numero di maglia di Kobe Bryant al numero dei punti realizzati dalla squadra che risulterà in testa dalla somma di cui sopra.

Questo totale rappresenterà la soglia che le due squadre dovranno raggiungere, la prima che ci arriverà vincerà la partita e riceverà altri 200 mila dollari da donare.

Curiosità e composizione delle squadre - La TNT che trasmetterà la serata di domenica negli USA, manderà in onda l'intero quarto periodo, senza alcuna interruzione pubblicitaria. Questo è un ulteriore enorme tributo a Kobe, se analizziamo che con il format previsto, il quarto non avrà una durata predefinita!

Con le classiche votazioni del quintetto che hanno coinvolto tifosi (50%) stampa e giocatori (25% e 25%), i dieci “starter” dell’All Star Game sono stati scelti con LeBron James e Giannis Antetokounmpo che sono stati i due giocatori che hanno ottenuto il maggior numero di voti. I due saranno dunque i capitani delle due squadre, e hanno partecipato al Draft che si è tenuto lo scorso sei febbraio.

Sorprendentemente, i due capitani hanno deciso di “mantenere” la composizione dei quintetti con LeBron che ha puntato su Anthony Davis, Luka Doncic, Kawhi Leonard e James Harden, mantenendo, quasi, la vecchia divisione per conference, visto che sono tutti provenienti dalla Western. Al fianco di Giannis invece nel quintetto titolare ci saranno Joel Embiid, Trae Young, Kemba Walker e Pascal Siakam. 

I record di Kobe e LeBron- Nell’edizione dedicata a Bryant ricordiamo alcuni record detenuti da Kobe. Il primo è relativo al titolo di MVP vinti dal “Black Mamba” nella gara delle stelle con 4 premi, al pari di Bob Pettit. Non solo, Kobe detiene il record di convocazioni consecutive all’All Star Game con 18 selezioni, record che potrebbe essere a rischio visto che LeBron James con la gara di Chicago arriverà alla sedicesima convocazione consecutiva.

Proprio il Prescelto detiene svariati record, a cominciare dal numero di All Star Game giocati da titolare. Con la presenza nella starting lineup della gara di Chicago, LeBron parteciperà al sedicesimo All Star Game, tutti giocati da titolare. In caso di titolo MVP andrebbe ad eguagliare Bob Pettit e Kobe Bryant a quota 4 titoli, mentre è solo in testa alla speciale classifica marcatori nell’All Star Game con 362 punti realizzati.

LBJ è anche il giocatore che ha segnato più canestri nella storia della gara delle stelle ed è uno dei quattro giocatori ad aver realizzato una tripla doppia nel 2011 (gli altri sono Michael Jordan nel 1997, Dwayne Wade nel 2017 e Kevin Durant nel 2017).

Tra i protagonisti dell’All Star Game di Chicago spiccano i numeri del “padrone di casa”, ovvero quell’Anthony Davis compagno di squadra di LeBron ai Lakers e nato proprio a Chicago. “The Brow” nell’edizione di New Orleans del 2017 davanti ai suoi tifosi realizzò 52 punti, record assoluto nella storia dell’All Star Game. Nonostante quella prestazione clamorosa, Anthony Davis non ha la miglior media realizzativa nella gara delle stelle.

Questo record appartiene all’altro capitano dell’All Star Game di Chicago, ovvero Giannis Antetokounmpo che dopo tre partecipazioni alla gara delle stelle viaggia a 28 punti di media a partita. Le ultime edizioni dell’All Star Game hanno riscritto pagine di storia per il numero di punti realizzati, come nell’edizione del 2017 di New Orleans.

Nella gara dei 52 di Anthony Davis è stato totalizzato il maggior numero di punti nella storia con 374, mentre l’anno precedente la squadra dell’ovest ha realizzato 196 punti, anche qui record assoluto segnando addirittura 104 punti in un solo tempo. Considerando il nuovo format che “bloccherà” il punteggio del quarto periodo sarà difficile vedere dei record come nelle edizioni 2016 e 2017. Non è da escludere una prestazione clamorosa di LeBron James in onore di Kobe Bryant o del padrone di casa Anthony Davis.

Attenzione per le scommesse Pallacanestro anche alla possibilità di assistere a più di una tripla doppia, il che non è mai successo nella storia dell’All Star Game. Tra LBJ, Doncic, Ben Simmons, Giannis e Russell Westbrook son tanti i candidati alla tripla doppia, mentre per quanto riguarda il titolo di MVP in questo momento è proprio LeBron James il favorito, così da raggiungere a quota 4 il suo grande amico Kobe. 

*La foto di apertura dell'articolo è di Jae C. Hong (AP Photo).

February 14, 2020

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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