Il colore della felicità è…il grigiorosso. Dopo un’assenza durata quasi trent’anni, 26 per la precisione, torna in Serie A la gloriosa Cremonese. Il club lombardo aveva fatto la sua ultima apparizione nella massima categoria nella stagione 1995/96, prima di affrontare un periodo complicato, facendo la spola tra la Serie B e la Lega Pro.

Ma ora la squadra che ha lanciato talenti del calibro di Gianluca Vialli, Antonio Cabrini e Attilio Lombardo e che ha avuto sulla sua panchina nomi leggendari come quelli di Emiliano Mondonico e Luigi Simoni torna sul palcoscenico più importante.

E lo fa al termine di una stagione di B che definire assurda e meravigliosa è poco, in cui i grigiorossi hanno iniziato bene, girato con il freno a mano tirato, per poi raggiungere la vetta della classifica ma…rischiando di rovinare tutto nelle ultime giornate.

Il Presidente Arvedi

La supervisione di Braida

Fabio Pecchia il tecnico della promozione in A 

La rosa 2022 della Cremonese

Il bonus di benvenuto di 888sport!

Il Presidente Arvedi

Alla fine però è promozione è stata, per la gioia della tifoseria e della società. In particolare di Giovanni Arvedi, che tutti a Cremona chiamano “il Cavaliere”. Imprenditore siderurgico di fama internazionale, Arvedi ha rilevato la Cremonese nel 2007, in un periodo di grosse difficoltà per il club seguite all’addio nel 2002 dello storico presidente Domenico Luzzara, alla guida dei grigiorossi per oltre 35 anni. Il club era all’epoca in Serie C1 e la risalita non è stata semplice.

Per ospitare di nuovo la Serie B, lo stadio Giovanni Zini ha dovuto attendere la stagione 2017/18. Da lì è partito un nuovo progetto di crescita, che è però esploso nell’annata 2021/22, quella che ha portato la Cremonese a conquistare il ritorno in Serie A addirittura senza dover passare dalla tagliola dei playoff.

La crescita, comunque, non è arrivata soltanto a livello sportivo. Arvedi, nonostante abbia lasciato tutti i ruoli operativi e abbia al momento solo la presidenza onoraria del club, ha fatto molto per ammodernare le strutture della società e per trasportare definitivamente la Cremonese nel terzo millennio. A partire dallo stadio, perché nel 2019 il club è diventato proprietario per 99 anni dello storico impianto, aggiungendosi dunque alla non troppo folta lista delle squadre di calcio con una struttura di sua proprietà.

Inoltre, nel 2011 ha visto la luce il centro sportivo Giovani Arvedi, immaginato e costruito dal numero uno del club, che ha voluto un luogo dove il florido vivaio della Cremonese potesse crescere i futuri calciatori grigiorossi sia dal punto di vista calcistico che da quello umano. Situato all’interno della Cittadella dello Sport pensata dal comune, il centro sportivo è uno dei gioielli della società.

La supervisione di Braida

Il rilancio del club dal punto di vista sportivo è invece indissolubilmente legato al nome di Ariedo Braida. Il direttore generale del club è una vera e propria leggenda del calcio italiano, che assieme ad Adriano Galliani ha costruito il Milan degli Immortali e quello degli Invincibili durante la presidenza di Silvio Berlusconi.

Dopo un’esperienza in chiaroscuro al Barcellona, Braida si è rimesso in gioco come DG e consigliere strategico del club a partire dal dicembre 2020. E gli effetti si sono visti eccome, considerando che nella prima stagione completa con l’ex direttore sportivo rossonero a guidare le operazioni, la Cremonese ha ottenuto la promozione diretta in Serie A.

Una delle prime scelte dell’era Braida è stato l’esonero di Pierpaolo Bisoli a gennaio 2021, con l’ex tecnico sostituito da Fabio Pecchia.

Fabio Pecchia il tecnico della promozione in A 

L’allenatore di Formia, reduce dall’esperienza alla guida della Juventus Under 23 (con cui ha vinto la Coppa Italia di Serie C) e con un passato anche in A con il Verona, portato alla promozione nella stagione 2016/17, ha traghettato la squadra a una posizione di metà classifica, guadagnandosi la conferma.

Fabio Pecchia!

La stagione appena conclusa ha portato quindi Pecchia alla seconda promozione della sua carriera, anche questa arrivata con un secondo posto finale in campionato. Pecchia si è affidato al 4-2-3-1 che tanto bene aveva fatto nella parte finale dell’annata precedente e ha costruito le fortune della sua squadra allo Zini, con due sole sconfitte interne, arrivate a mesi di distanza l’una dall’altra.

Gli altri protagonisti della cavalcata trionfale grigiorossa, imprevedibile per le quote Serie B sono ovviamente i calciatori. La rosa a disposizione di Pecchia è composta da un mix di giovani promesse in prestito dai grandi club di Serie A e di veterani con parecchia esperienza. Gli elementi imprenscindibili sono stati molti calciatori non di proprietà della Cremonese, tutti con storie particolari.

La rosa 2022 della Cremonese

A partire da Marco Carnesecchi, portiere il cui cartellino è fermamente nelle mani dell’Atalanta. L’estremo difensore classe 2000 è il titolare della nazionale Under 21, ma la Dea non se l’è sentita di offrirgli la maglia da titolare in A, preferendogli Musso. Ora resta da capire se, dopo le ottime prestazioni a Cremona, i nerazzurri decideranno di farlo tornare allo Zini anche nella prossima stagione, per poter testare le sue ottime abilità anche nella massima serie…

Carnesecchi!

Dall’Atalanta arriva anche il difensore Caleb Okoli, un altro che ha già fatto vedere buone cose in Under 21. Alla Cremonese l’italo-nigeriano si è preso il centro della difesa e ha garantito un rendimento costante. Proviene invece dal Sassuolo un terzino, il ventiquattrenne Leonardo Sernicola, usato sia sulla sinistra che dall’altro lato del campo. Per lui ci sono più probabilità di un trasferimento a titolo definitivo, visto che il contratto con i neroverdi scade nel 2023.

La possibilità di rimanere a Cremona è invece scritta nel contratto di Gianluca Gaetano, trequartista cresciuto nel vivaio del Napoli, che però non ha trovato posto a Castel Volturno. Per lui è previsto un diritto di riscatto che Pecchia e Braida, dopo una stagione da sette reti e cinque assist, non si faranno di certo sfuggire. E poi…c’è la quota Juventus di questa promozione, rappresentata in particolare da Nicolò Fagioli e da Luca Zanimacchia.

Il centrocampista, che gode di una altissima considerazione alla Continassa, è stato spedito a Cremona per fare esperienza e tornare a disposizione di Allegri nella prossima stagione e lo ha fatto alla perfezione: per lui 33 presenze, 3 reti e 7 assist. Uno dei goleador della squadra, con 8 marcature (più 6 assist) è invece stato l’esterno destro, una delle chiavi della batteria di trequartisti di Pecchia.

Chiudono la rosa gli elementi che invece sono di proprietà del club. Tra i protagonisti c’è il sempreverde Daniel Ciofani, centravanti di esperienza e autore di gol spesso decisivi, ma anche il talento uruguaiano Jaime Báez, finalmente pronto per arrivare in A da protagonista.

Daniel Ciofani, qui con la maglia del Frosinone!

E poi ancora l’altro centrale Matteo Bianchetti, il terzino Emanuele Valeri che, come il pari ruolo dell'Empoli, Parisi viene dal dilettantismo ed ha avuto una crescita straordinaria o il mediano Michele Castagnetti, tutti parte di una macchina ben oliata, che ha raggiunto un obiettivo forse inimmaginabile.

Ora il difficile sarà confermarsi nella massima serie. Ma con alle spalle una società molto ben strutturata ed esperta, nulla, anche per le scommesse calcio per la salvezza 2023, è impossibile per la gloriosa Cremonese… 

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 1 giugno 2022.

July 4, 2022
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Francesco vive di sport, di storia e di storie di sport. Dai Giochi Olimpici antichi a quelli moderni, dalle corse dei carri a Bisanzio all'Olanda di Cruijff, se c'è competizione o si tiene un punteggio, lui si appassiona sempre e spesso e volentieri ne scrive.

Francesco Cavallini

La nuova Formula 1, con il cambio delle regole che riguardano le monoposto, è diventata molto più piena di duelli, ma il momento dei pit stop resta sempre uno di quelli che può decidere una gara. La fermata della vettura affinché i meccanici possano cambiare le gomme o sostituire l’alettone dopo qualsiasi danno subito durante il Gran Premio è una vera e propria arte.

Normale, quando un pit stop velocissimo o uno troppo lento sono in grado di alterare gli equilibri di un intero campionato mondiale. 

L'evoluzione del pit stop

Il limite di velocità sulla pit lane

Le regole del pit stop

Il record di pit stop più veloce

Il pit stop resta obbligatorio

L'evoluzione del pit stop

Rispetto ai vecchi tempi (ovvero a prima del 2010), quando c’era anche il rifornimento, i pit stop sono cambiati poco.

Di base, non si inserisce più la benzina, anche e soprattutto per evitare incidenti in pit lane come quelli che negli anni hanno coinvolto meccanici trascinati da una vettura perché il bocchettone del rifornimento era rimasto incastrato o peggio ancora, spaventosi incendi causati da una fuoriuscita di carburante mentre il pilota era in pieno rifornimento.

Nonostante questo, il pit stop è comunque considerato un momento pericolo e quindi ai meccanici è fatto obbligo di utilizzare il casco, le tute ignifughe, i guanti e qualsiasi altra precauzione (identiche a quelle dei piloti) per evitare rischi per la propria salute.

Il limite di velocità sulla pit lane

Come ogni momento della gara, il pit stop è ben regolamentato da parte della FIA, che dedica una parte corposa delle norme proprio alla pit lane e a tutto ciò che accade al suo interno.

La differenza maggiore tra un passaggio in pit lane e uno in pista è che all’interno di quella che una volta veniva chiamata “corsia dei box” c’è una limitazione di velocità: le vetture non possono superare gli 80 km all’ora, anche se il commissario di gara ha la possibilità di stabilire una velocità massima anche inferiore a seconda delle condizioni della pit lane.

Chi viene pizzicato a superare i limiti rischia grosso, soprattutto se lo ha fatto durante la gara per cercare di ottenere vantaggi: la punizione per l’eccesso di velocità nella corsia dei box va dalla multa alla penalizzazione in gara.

Il box Mercedes!

Le regole del pit stop

È comunque sbagliato parlare di corsia dei box, perché da regolamento la pit lane è divisa in due parti. Quella più esterna, la fast lane, è quella che le vetture utilizzano per entrare e uscire dai box, nonché quella che ha la precedenza rispetto all’altra.

La corsia interna è quella in cui effettivamente avvengono i pit stop, nonché l’unico luogo in cui per regolamento i meccanici possono intervenire sulle vetture. Il passaggio dalla corsia interna alla fast lane è fonte di parecchie controversie, soprattutto quando la gara è serrata e si punta a superare attraverso il pit stop.

Le vetture devono essere rilasciate in maniera sicura, ovvero permettendo al pilota di non intralciare o far correre rischi agli avversari e segnalando a chi arriva o a chi è appena passato che qualcuno si sta immettendo nella corsia più esterna.

I casi (e le accuse) di “unsafe release” sono frequenti quando due avversari diretti entrano insieme ai box e anche in questo caso il commissario di gara ha la possibilità di sanzionare il pilota o la squadra per il mancato rispetto del regolamento, arrivando anche a comminare penalizzazioni in gara o in griglia per il Gran Premio successivo.

Tra le altre regole, c’è l’obbligo di non innestare mai la retromarcia all’interno della pit lane, men che meno per poter rientrare…dall’uscita. L’unico caso in cui è permessa una manovra che sposti la vettura all’indietro è quello più classico del rientro ai box o del ritiro, in cui il pilota infatti spegne la vettura, che viene spinta manualmente dai meccanici all’interno della zona designata.

Un’altra regola non troppo conosciuta è quella che impedisce ai membri dei team di…intervenire in qualsiasi maniera sulla corsia interna in corrispondenza di dove verranno effettuati i pit stop. Solo in caso di necessità di rimuovere detriti lasciati dalla vettura è possibile pulire, ma solo con delle scope. E quando le condizioni sono di bagnato, si può anche cercare di asciugare la zona deputata al pit stop. Qualsiasi altra azione che potrebbe inficiare sul grip della vettura deve essere valutata dai commissari.

Il pit stop della Ferrari!

La pit lane, inoltre, può essere chiusa, specie quando avviene un incidente al suo interno ed è necessario spostare vetture (che non possono essere spostate da altri veicoli a motore) o effettuare una pulizia della corsia. In quel caso, è permesso rientrare soltanto a piloti le cui vetture siano danneggiate in maniera grave ed evidente.

Altrimenti un ingresso ai box in regime di pit lane chiusa è passibile delle classiche penalità. Il caso opposto è quello in cui le vetture, per un incidente in pista, sono costrette a passare nella pit lane dietro alla safety car. In questa situazione non è ovviamente permesso ad alcun pilota di effettuare il pit stop, pena investigazione da parte dei commissari e relative penalizzazioni.

Il record di pit stop più veloce

La regola più nuova è quella che riguarda le tempistiche delle operazioni. Negli ultimi anni il pit stop rapidissimo è diventato una specialità della Red Bull, sempre favoriti per le scommesse F1 con i meccanici della squadra austriaca che hanno addirittura effettuato il cambio gomme in meno di due secondi.

Il pit stop da record è Red Bull!

Questo ha portato a un tentativo di velocizzazione delle attività, che a volte però ha creato rischi. Non sono stati pochi i casi di vetture partite con gomme montate male (memorabile il caso della Haas, che in un GP ha visto ritirarsi entrambi i suoi piloti per questo motivo in capo a pochi giri), che hanno convinto la FIA a un giro di vite.

I tempi di reazione minimi per l’abbassamento del cric dopo il fissaggio dell’ultimo dado sono stati fissati a 15 centesimi di secondo, mentre tra il cric abbassato all’accensione della luce verde per il release della vettura ne devono passare almeno 20.

Il pit stop resta obbligatorio

Una domanda però si pone tra chi perizia le quote motori: il pit stop è obbligatorio? Sì, perlomeno finché sarà in vigore la regola che obbliga ogni pilota a utilizzare in gara almeno due mescole diverse (soft, medium, hard), riconoscibili dalla colorazione esterna.

Perchè sarà anche vero che grazie ai cambiamenti radicali dell’edizione 2022 del mondiale di Formula 1 le gare sono tornate a essere entusiasmanti anche in pista. Ma alla spettacolarità dei pit stop e della necessità di vincere anche attraverso la strategia, il Circus non può davvero rinunciare!

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo.

May 6, 2022

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Quando una squadra opta per un piano di gioco abbastanza conservativo, che tende più a impedire che l’avversario produca, piuttosto che a proporre iniziative che non siano ripartenze, si parla spesso di “gioco all’italiana”. Ma è una definizione corretta rispetto al calcio di livello europeo?

Sì e no, perchè va a fondere due atteggiamenti che nel corso dei decenni sono stati caratteristici delle squadre tricolori e che negli anni Sessanta e negli anni Ottanta sono stati i cardini delle vittorie a livello di club e di nazionale che hanno reso grande il pallone italiano. 

L'evoluzione del catenaccio

Il Trap maestro di calcio

Il modulo 3-5-2

Gli "italiani" nel Mondo

L'evoluzione del catenaccio

Molto prima di arrivare alle vittorie corto muso, tutto nasce, strano a dirsi, in Svizzera per mano di un austriaco. Karl Rappan, allenatore del Servette, nel 1932 si inventa un ruolo destinato ad avere un futuro importantissimo: il libero. Il tecnico decide di spostare un uomo dal centrocampo alla difesa, piazzandolo però ancora dietro alla linea e senza destinarlo alla marcatura a uomo, ma ad acciuffare avversari sfuggiti ai colleghi di reparto o a prevenire palloni filtranti.

In Inghilterra lo chiamano “sweeper”, colui che spazza, mentre in Italia è…libero perchè privo di un uomo da marcare. Oltre ai quattro difensori, anche due dei centrocampisti hanno compiti di interdizione, mentre il terzo lancia gli attaccanti, che colpiscono l’avversario in letali ripartenze. Uno schieramento del genere rende molto complicato per gli avversari scardinare l’organizzazione difensiva della squadra.

E quindi lo schema che Rappan applica anche con la nazionale Svizzera viene battezzato Verrou, serratura, per la sua capacità di…chiudere la propria porta. I primi che lo utilizzano in Italia, tra cui Gipo Viani e Alfredo Foni, si ritroveranno a chiamarlo Catenaccio.

I maestri del Catenaccio sono Nereo Rocco ed Helenio Herrera, gli artefici delle prime quattro Coppe dei Campioni del calcio tricolore. Rocco comincia i suoi esperimenti alla Triestina e al Padova, per poi trasferirsi al Milan, dove trova elementi perfetti per il suo modo di intendere il calcio. Sotto la guida del Paron, in tre periodi distinti tra anni Sessanta e Settanta, i rossoneri vincono due campionati, tre Coppe Italia, due Coppe dei Campioni, due Coppe delle Coppe e una Coppa Intercontinentale.

Allegri e Zidane!

Dall’altro lato di Milano però hanno un’idea molti simile e portano in Italia “Il Mago” Herrera, già vincitore di quattro campionati spagnoli con Atletico Madrid e Barcellona.

In Italia, però, il suo Catenaccio fa ancora più faville e nasce così la Grande Inter, che porta a casa tre campionati, ma soprattutto due Coppe dei Campioni consecutive a altrettante Coppe Intercontinentale. Logico dunque che nella mente degli appassionati di calcio, viste le vittorie dei club tricolori, questo modo di approcciare alle partite diventi…il calcio all’italiana.

Il Trap maestro di calcio

Già a partire dalla fine degli anni Sessanta, però, il Catenaccio è in declino. Con la nascita del Calcio Totale e della marcatura a zona, uno schema così difensivo appare immediatamente antidiluviano.

Ma siccome il motto “primo, non prenderle” continua a essere valido, nasce la vera e propria evoluzione tattica del Catenaccio: la zona mista.

Anche in questo caso, lo sviluppo maggiore del nuovo modo di giocare avviene nella stessa città, Torino, dove Giovani Trapattoni e Gigi Radice, rispettivamente alla guida di Juventus e Toro, decidono di applicare alcuni dei concetti del Calcio Totale (come il pressing e gli scambi dei calciatori) al buon vecchio catenaccio.

Il fischio del Trap!

Nasce così un concetto del tutto nuovo, destinato a portare il granata sul tetto d’Italia, ma soprattutto la Signora a un ciclo in cui i bianconeri vincono tutto quello che si può vincere, compresa la tanto attesa Coppa dei Campioni. In più, anche la Nazionale adotterà la zona mista, riuscendo a vincere la Coppa del Mondo nel 1982 sotto la guida di Enzo Bearzot e facendo affidamento proprio sul blocco-Juve, con calciatori abituati ad applicarla.

Il modulo 3-5-2

Come si sviluppa questo nuovo gioco all’italiana? Dal punto di vista dello schieramento, nella maggior parte dei casi si parla di un 3-5-2 o di un 4-3-3 asimmetrico. In realtà, a partire dalla difesa, non c’è molto di diverso dal Catenaccio: giocano un marcatore puro che gioca attaccato all’attaccante, uno stopper che cerca di anticipare l’avversario e il libero, che organizza la difesa. Accanto a loro c’è il terzino fluidificante, spesso schierato a sinistra, uno dei segreti del modulo già negli anni Sessanta, come dimostra la carriera di Facchetti.

La novità è però rappresentata dal calciatore di centrocampo sul lato opposto al terzino, la cosiddetta ala tornante, ovvero l’attuale esterno a tutta fascia, con compiti sia offensivi che difensivi. Per il resto rimangono sia il mediano che il regista, con la differenza che il terzo centrocampista centrale, la mezzala, non è più prettamente difensivo, ma attacca gli spazi creati dagli attaccanti. In avanti, come sempre, centravanti e fantasista.

La novità, dal punto di vista tattico, sono il pressing molto alto con il raddoppio sul portatore di palla, gli inserimenti sincronizzati di mezzala e seconda punta e la capacità dei calciatori di prescindere dalla zona pura, andando a coprire eventuali buchi lasciati dai compagni di reparto.

Da qui, si può benissimo intravedere quello che è il gioco all’italiana attuale, che rende il calcio tricolore quello tatticamente più complicato del mondo. Nonostante molte squadre abbiano nel corso degli anni ridotto l’approccio speculativo e difensivista, alcuni dei principi sviluppati dal catenaccio prima e dalla zona mista poi restano molto validi.

A dimostrarlo c’è stata la Juventus che di certo nella prima versione non partiva favorita per le quote Serie A e poi la Nazionale di Conte, che ha riportato in auge il 3-5-2 con due esterni a tutta fascia e un’aggressività non comune sul portatore di palla.

Gli "italiani" nel Mondo

E non è un caso che molte delle squadre sorpresa nelle coppe Europee (come il Villarreal), che sono in grado di ribaltare i pronostici calcio italiano contro club molto più blasonati, applichino un calcio che si può tranquillamente definire all’italiana.

Unai Emery nella semifinale di ritorno contro il Liverpool!

Così come ha fatto la Grecia, che nel 2004 con un modo di giocare che sembrava totalmente anacronistico ha addirittura vinto i campionati Europei. In generale, l’etichetta di calcio all’italiana arriva quando una squadra si dedica più alla fase difensiva che a quella di costruzione, preferendo impedire all’avversario di fare gioco e provando a sfruttarne gli errori.

Ma forse bisognerebbe concentrarsi più sull’organizzazione di squadra (ripresa dalla zona più rigida e dal Calcio Totale, non esattamente idee di calcio speculative) piuttosto che tacciare gli avversari di difensivismo e di ritorno al Catenaccio. Perchè il calcio sarà anche uno solo, ma i modi di declinarlo sono tanti. E gli italiani, come dice un detto abbastanza famoso all’estero, lo…fanno meglio!

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 6 maggio 2022.

July 2, 2022

Di Ermanno Pansa

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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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In uno sport come la Formula 1, con vetture che sfrecciano a oltre 300 km/h, la sicurezza è l’elemento principale da tenere in considerazione. E non bisogna solo pensare alla struttura della macchina, alle vie di fuga sul tracciato e a un comportamento non pericoloso da parte dei piloti. Anche le condizioni della pista, che può essere sporcata da detriti o parzialmente ostruita da vetture ferme, sono da tenere in conto.

E quando ci si trova in gara e sul tracciato c’è qualcosa che può mettere a repentaglio la sicurezza di chi corre, le opzioni sono due: la bandiera rossa, con la sospensione immediata del Gran Premio, o l’ingresso della safety car. Anzi, in realtà le opzioni sono aumentate, perché negli ultimi anni è stato introdotto il concetto della safety car virtuale.

Il regime di safety car

La safety car e il GP di Abu Dhabi 2021

La Virtual Safety Car

La partenza guidata

888Sport

Il regime di safety car

Ma cos’è la safety car? Molto semplicemente, una vettura che si pone davanti al gruppo, rallentando l'andatura. A decidere di utilizzarla sono i commissari di pista, che valutano se la situazione di pericolo non sia tale da dover costringere alla sospensione del Gran Premio o della Sprint Race.

In regime di safety car, tutti gli steward del tracciato sventolano la bandiera gialla F1 e mostrano un cartellone con su scritto “SC” in ogni punto del circuito, per rendere chiaro ai piloti, anche quelli attardati, che la gara è stata temporaneamente neutralizzata.

La safety car, con le luci arancioni accese, si pone di fronte al leader della corsa e detta così la velocità del gruppo, che si ricompatta per poi, una volta terminato il pericolo in pista, ripartire con il Gran Premio nel giro successivo allo spegnimento delle luci della vettura di sicurezza.

Le norme che regolamentano il comportamento dei piloti in regime di safety car sono particolarmente dettagliate e prevedono un buon numero di azioni che possono essere punite con secondi di penalità, drive through o stop and go; tali regole vanno tenute in considerazione anche quando live si periziano le quote delle scommesse sportive online, in particolari quelle live, perché l'ingresso di una safety può cambiare repentinamente le dinamiche di una corsa! 

Una safety car!

La safety car e il GP di Abu Dhabi 2021

La prima raccomandazione della FIA è quella di evitare che una vettura rallenti in maniera non necessaria o che effettui manovre che possano risultare pericolose per le persone in pista. Il punto principale è però che in regime di safety car non sono permessi i sorpassi, a meno che non si tratti di vetture doppiate, a cui quando è possibile viene dato il permesso da parte dei commissari di superare tutti, safety car compresa, per poi accodarsi di nuovo al gruppo nell’ordine di classifica effettivo.

Se una vettura ne supera un’altra senza avere il permesso dei commissari è prevista una penalità, a meno che la monoposto che precede non abbia problemi tali da costringere chi segue a passare davanti. O che la vettura stessa non si fermi per un pit stop, per effettuare la sosta prevista o cambiare strategia, approfittando del compatimento forzato del gruppo.

Il rallentamento improvviso e l’impossibilità di sorpasso sono spesso fonti di dibattito al momento della ripartenza, perché il leader della corsa detta il passo al momento dell’uscita dalla pista della safety car e molto spesso rallenta molto prima di raggiungere la linea del traguardo (dove la gara ufficialmente ricomincia e da cui è possibile tornare a superare) per poter poi allungare all’improvviso e mantenere la sua posizione.

Se da un canto il rallentamento è pericoloso (come dimostrano alcuni storici tamponamenti con la safety car ancora in pista), dall’altro anche il comportamento di chi segue, che affianca chi gli è davanti nel tentativo di rimanere incollato al momento della ripartenza, può causare rischi.

Dunque, la modifica più recente alle regole impedisce anche la manovra di affiancamento, una mossa tipica di Max Verstappen, che gli ha permesso, da favorito per le scommesse F1 di vincere il GP di Abu Dhabi e di conseguenza il Mondiale 2021.

Il meraviglioso duello di Abu Dhabi 2021!

La Virtual Safety Car

Un’altra eredità del controverso finale della stagione 2021 riguardava la possibilità che una gara termini in regime di safety car.

Dopo il caso Abu Dhabi, con la ripartenza nell’ultimo giro perché terminare il GP significava consegnare il mondiale a Hamilton con un’ultima gara “neutralizzata”, ci sono state parecchie richieste affinché il regolamento cambiasse, aggiungendo l’obbligo di percorrere comunque un ultimo giro, anche in più rispetto a quelli previsti, senza la safety car a guidare il gruppo. Ma le pressioni non hanno sortito effetto, dunque è ancora possibile che una gara o una sprint race terminino in regime di safety car, se i commissari dovessero ritenerlo necessario.

La novità degli ultimi anni è invece la Virtual Safety Car, utilizzata quando ci sono situazioni di pericolo ma non viene ritenuto necessario neutralizzare la gara o la sprint race per mezzo dell’ingresso fisico della vettura.

Il regime di Virtual Safety Car impone ai piloti non di raggrupparsi, ma semplicemente di rallentare e di percorrere la pista in un lasso di tempo (che viene definito “delta”) stabilito dai commissari, con un crono di riferimento stabilito e controllato settore per settore.

La VSC però è sempre fonte di polemiche, perché essendoci una tolleranza tra tempo minimo e tempo massimo, c’è sempre la possibilità che chi spinge al minimo il “delta”, rischiando comunque di incorrere in penalizzazioni, possa guadagnare su chi lo precede, con distacchi che in alcune occasioni si sono ridotti anche di cinque secondi in una manciata di giri.

La partenza guidata

La safety car può anche servire per effettuare una partenza “guidata”, nel caso i commissari dovessero decidere che la pista è in condizioni troppo pericolose per effettuare il classico start. Il giro di formazione si tiene dunque dietro alla safety car, che può rimanere in pista finché la situazione non renda possibile la partenza.

La safety car!

Se le condizioni di pista non migliorano, la procedura di partenza può essere sospesa e le vetture rispedite nella pit lane. In caso contrario, il risultato di un giro di formazione dietro alla safety car può essere quello della classica standing start, con le vetture che si riposizionano al loro posto sulla griglia e partono come sempre, oppure la rolling start, la tipica ripartenza in corsa di quando la safety car segnala che abbandonerà il tracciato.

Tutti gli eventuali giri compiuti con una procedura di partenza dietro alla safety car vengono comunque conteggiati e sottratti a quelli mancanti per il completamento del Gran Premio. Insomma, quando la vettura di sicurezza, reale o virtuale, entra in gioco, è sempre meglio fare attenzione. Sia per le regole e per le sanzioni, che per l’eventuale spettacolo ulteriore…

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 6 maggio 2022.

May 2, 2023

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Non succede spesso che il proprio soprannome diventi di uso più comune del nome di battesimo, ma nel caso di Earvin “Magic” Johnson la questione è così radicata che molti…non immaginano neanche che Magic sia soltanto il nickname. Del resto, si parla di uno dei migliori giocatori di basket di tutti i tempi, capace di marchiare a fuoco la NBA degli anni Ottanta da protagonista del decennio di battaglie tra Los Angeles Lakers e Boston Celtics.

La sua fama, enorme in tutto il mondo, ha anche contribuito a una maggiore consapevolezza dell’opinione pubblica su un tema importante come l’AIDS, visto che nel 1991 ha annunciato pubblicamente di essere sieropositivo e il suo ritiro dal basket.

In realtà poi Magic è tornato in campo altre due volte, prima per fare parte del Dream Team alle Olimpiadi di Barcellona e poi per un’ultima stagione con i suoi Lakers, che nel frattempo aveva allenato. E al termine della sua straordinaria carriera, Johnson ha dimostrato di avere le mani d’oro…anche negli affari.

Tutti i record di Earvin Magic Johnson

L'impegno nel sociale e la Magic Rule

Il patrimonio di 620 milioni di dollari di Magic Johnson

Magic tra Burger King e Starbucks

Magic azionista dei Lakers

Magic e la cordata dei Los Angeles Dodgers

Tutti i record di Earvin Magic Johnson

Meglio però iniziare con un po’ di numeri che riguardano il basket, a partire dall’altezza: 2 metri e 4 centimetri, che lo rendono il playmaker più alto della storia dell’NBA. Dopo un’ottima carriera universitaria, i Lakers lo scelgono come prima pick assoluta al Draft 1979, con un ingaggio da 600mila dollari a stagione.

Magic con la mitica canotta dei Lakers!

Da rookie trascina i californiani al titolo e nel 1981 firma un nuovo accordo con la franchigia di Los Angeles, quello che fino a quel momento è il contratto più ricco della storia della lega: un milione all’anno per ben 25 anni, un accordo che poi verrà rinegoziato nella lunghezza qualche anno dopo.

Per lui cinque titoli con i Lakers, 12 apparizioni all’All Star Game, miglior media assist di sempre sia in stagione regolare che nei playoff e, neanche a dirlo, maglia numero 32 ritirata. Ma non solo; Magic è l’unico nella storia dell’NBA ad aver vinto il titolo di MVP delle Finals da rookie, nonché uno dei sette giocatori in grado di poter mostrare in bacheca un titolo NCAA (conquistato con Michigan State), uno NBA e un oro olimpico. E tra gli altri sei c’è gente come Bill Russell e Michael Jordan

L'impegno nel sociale e la Magic Rule

Il volto di Magic, già celebre in campo, diventa ancora più presente dopo l’annuncio della sieropositività. Nel corso degli anni Novanta, nel momento di maggior lotta all’AIDS, Johnson si prende il compito di aiutare gli statunitensi (e non solo) a fare i conti con l’epidemia, ma anche di ottenere informazioni scientifiche per affrontare la presenza di persone sieropositive negli ambienti lavorativi e familiari senza scadere nell’isteria.

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Un qualcosa che Magic affronta anche al momento di rientrare in campo, perché molti colleghi sono terrorizzati che un contatto troppo stretto con il playmaker dei Lakers possa portare al contagio.

Alla fine la NBA crea quella che ancora oggi è conosciuta come “Magic Rule”, ovvero la necessità (che oggi è presente in tutti gli sport di squadra e/o di contatto) che un atleta con una perdita di sangue in corso debba essere medicato prima di poter tornare in campo. Johnson diventa testimonial di tantissime iniziative di lotta e prevenzione dell’AIDS, scrive libri, compare in diverse trasmissioni e spot che riguardano la convivenza con l’HIV.

Il patrimonio di 620 milioni di dollari di Magic Johnson

Fuori dal terreno di gioco, però, Magic ha fatto, se possibile, anche meglio. Basterebbe pensare che il suo patrimonio netto è stimato nell’astronomica cifra di 620 milioni di dollari.

Come ha fatto a guadagnare così tanto, anche considerando che la sua traiettoria sportiva si è svolta in un periodo in cui gli stipendi della NBA erano lontani anni luce dalla cifre pazzesche odierne? Beh, Johnson si è dimostrato un…playmaker perfetto anche negli investimenti.

Nel 1987, quando era al top della sua carriera e per le quote basket era sempre il favorito per il tiolo MVP, ha creato la Magic Johnson Enterprises, che nel corso dei decenni è diventato un vero e proprio impero, al punto che ha un valore che si avvicina al miliardo di dollari. Tra le diverse controllate del gruppo si sono la Magic Johnson Productions, che si occupa di pubblicità, la Magic Johnson Theaters, una catena di cinema che possiede diversi multisala negli Stati Uniti, nonché la Magic Johnson Entertainment, che produce film. 

Magic tra Burger King e Starbucks

Tra le altre attività dell’universo Magic ci sono la proprietà di oltre 30 ristoranti Burger King e quella di una serie di palestre aperte 24 ore su 24 che portano, neanche a dirlo, il nome di Magic.

Un altro investimento, legato all’interesse nel sociale di Johnson, è stato quello su oltre 120 caffè legati a Starbucks e posizionati in zone particolarmente abitate dalle minoranze. I locali nelle mani della Urban Coffee Opportunities hanno portato entrate superiori alla media degli Starbucks, al punto che l’azienda ha deciso di riacquistarli nel 2012, garantendo a Magic un ulteriore profitto.

Magic azionista dei Lakers

E poi c’è il Magic Johnson…proprietario di franchigie. L’ex cestista si è infatti interessato non solo al basket, ma a un’altra serie di sport, acquisendo quote o addirittura l’intero controllo di molte squadre basate a Los Angeles. Già nel 1994 Magic ha comprato per 10 milioni di dollari il 5% delle quote dei Lakers, di cui è stato anche vicepresidente operativo.

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Quote che nel 2010, anno del titolo vinto da favoriti per le scommesse NBA su Boston, ha poi rivenduto a Patrick Soon-Shiong per una cifra che non è stata rivelata, ma che è certamente molto più alta di quella sborsata 26 anni prima… Rimanendo a Los Angeles e nel suo sport, Magic ha anche acquistato quote dei Los Angeles Sparks, la franchigia terreno della WNBA, che appena due anni dopo ha vinto il titolo femminile. 

Magic e la cordata dei Los Angeles Dodgers

Cambiando…terreno di gioco nel 2012 Johnson è stato uno degli imprenditori che hanno speso ben due miliardi di dollari per acquisire il controllo dei Los Angeles Dodgers. La squadra di baseball nel 2020 ha vinto le World Series a 32 anni dall’ultima volta, permettendo a Magic di aggiungere alla sua bacheca un titolo di campione MLB.

Magic con il manager dei Dodgers, Dave Roberts!

Tra gli sport frequentati da Johnson c’è inoltre anche il calcio, perché il Los Angeles FC, la squadra che fa concorrenza ai Galaxy in MLS, è parte dei tanti investimenti di Magic, che ne ha acquistato delle quote assieme a Peter Guber, il proprietario dei Golden State Warriors, che ha anche partecipato alla cordata che ha rilevato i Dodgers.

Infine, neanche gli eSports sono…al riparto dal ciclone Magic, visto che Johnson ha investito nella aXiomatic eSports, l’azienda che possiede il Team Liquid, una delle più celebri organizzazioni professionali del mondo degli sport elettronici. Insomma, sia in campo che fuori, Earvin Johnson ha dimostrato di avere un vero e proprio tocco magico. Anzi…Magic!

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo.

May 6, 2022
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Francesco vive di sport, di storia e di storie di sport. Dai Giochi Olimpici antichi a quelli moderni, dalle corse dei carri a Bisanzio all'Olanda di Cruijff, se c'è competizione o si tiene un punteggio, lui si appassiona sempre e spesso e volentieri ne scrive.

Francesco Cavallini
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