Essere il terzo incomodo, di solito, non è mai una cosa positiva. Ma dipende, perché ci sono situazioni in cui diventa un titolo di merito. Basterebbe pensare alla Liga, dove da ormai parecchi anni c’è una situazione che rischia di diventare assai monotona: Real Madrid, Barcellona, Barcellona, Real Madrid.

Dal titolo del Valencia nella stagione 2004/05, solo una volta qualcuno è riuscito a mettere i bastoni tra le ruote alle due grandi di Spagna: l’Atletico Madrid di Diego Simeone, che nella stagione 2013/14 ha vinto il titolo nazionale e, se Sergio Ramos non ci avesse messo la testa a pochi secondi dalla fine del recupero, avrebbe anche strappato la Decima dalle grinfie degli odiati concittadini. Ora il Cholo ci riprova, anche approfittando di una partenza falsa del Barcellona e di alcuni problemi a carburare del Real campione in carica.

Invece l’Atletico, secondo in classifica ma con due partite in meno rispetto alla Real Sociedad, dopo un paio di stagioni complicate sembra, almeno in patria, aver ritrovato lo smalto e il modus operandi dei tempi migliori: vittorie magari di misura (gli 1-0 contro Barcellona e Valencia lo testimoniano), porta quasi sempre inviolata (Oblak da quando è al Wanda in media lascia a secco gli attaccanti avversari una partita su due) e tanto lavoro, perché da quelle parti non ci sono tutti i mezzi economici che hanno a disposizione le grandi avversarie. Non bisogna però fare l’errore di considerare l’Atletico un club povero, anzi. I soldi ci sono, ma vengono spesi oculatamente.

La politica di cessioni dell'Atletico

E vengono incassati, perché negli ultimi tredici anni i Colchoneros hanno ricevuto 400 milioni di euro soltanto da ragazzi delle giovanili. Sempre però sostituendo grandi calciatori con nuove pedine all’altezza. Basta pensare a Joao Felix, acquistato per 120 milioni pochi giorni dopo che il Barcellona aveva pagato la stessa cifra per attivare la clausola rescissoria e portare al Camp Nou Antoine Griezmann.

O, per rimanere alla stagione in corso, il cambio in avanti che ha coinvolto anche la Juventus: fuori Morata in prestito oneroso (10 milioni) più diritto di riscatto per i bianconeri, dentro Luis Suarez a parametro zero. Certo, il Pistolero non è più giovanissimo, ma Simeone, anche considerando la scorsa stagione dello spagnolo, ha preferito fare all in sull’uruguaiano e lasciare andare l’ex Chelsea e Real Madrid.

E un po’ tutte le operazioni del mercato estivo sono state sulla stessa falsariga, sostituendo chi andava via con qualcuno dalle caratteristiche necessarie al gioco del Cholo; il successo in Liga non sarebbe più una sorpresa per le scommesse calcio

Un'immagine di Atletico - Barcellona!

Dunque, via Thomas Partey, con l’Arsenal che ha pagato la clausola da cinquanta milioni del centrocampista ghanese e dentro Torreira, che all’Emirates era di troppo e che attualmente al Wanda Metropolitano è in prestito con diritto di riscatto a favore degli spagnoli. Con i soldi incassati da Thomas, l’Atletico ha in pratica completato il suo calciomercato in entrata: per 15 milioni è arrivato Kondogbia dal Monaco, a rinforzare un centrocampo assolutamente di livello per quello che riguarda i nomi, ma che era povero di alternative, numericamente parlando.

E poi altri milioni sono stati versati al Dalian per riportare a “casa” il belga Carrasco, che nel 2018 era… fuggito in Cina facendosi attrarre dai milioni del calcio del Dragone e garantendo all’Atletico anche 30 milioni di euro. Considerando che era stato acquistato dal Monaco per 15 milioni e che è tornato più o meno a quella cifra, i Colchoneros ci hanno fatto anche una non disprezzabile plusvalenza.

A chiudere le operazioni principali l’acquisto per 3,5 milioni del portiere Grbic, la cessione per 9 milioni al Monaco (società da sempre amica) del terzino sinistro Caio Henrique, quella in prestito con diritto di riscatto di Santiago Arias al Bayer Leverkusen e quella di Kalinic al Verona per poco meno di due milioni. Dunque, bilancio estivo in lievissimo passivo, ma solo perché si considerano spesi a inizio stagione i 35 milioni con cui è stato riscattato Morata dal Chelsea nella scorsa primavera.

Gli ingaggi calmierati

Spendere sì, ma spendere bene, anche quando si parla di ingaggi. La… fortuna dell’Atletico, da questo punto di vista, è che Simeone nel corso degli anni non ha mai utilizzato una rosa troppo ampia. Il Cholo ha bisogno dei suoi fedelissimi e di buone alternative, ma non si è mai fatto problemi a lanciare ragazzi della cantera quando ce n’è stato bisogno. Di conseguenza, meno contratti pesanti e più margine per pagare bene le stelle.

Certo, la sospensione ha avuto un certo impatto sul monte ingaggi, che è sceso del 27% rispetto alla stagione 2019/2020: i Colchoneros spendevano 348 milioni di euro lordi per gli stipendi dei calciatori, mentre l’ultima comunicazione della Liga, attentissima ai conti dei club membri, parla di 252 milioni messi a bilancio per questa stagione.

Gli ingaggi più pesanti sono certamente quello di Oblak, che lo scorso anno ha rinnovato a oltre 10 milioni a stagione, di Koke, che con il suo accordo guadagna 13,6 milioni e di Diego Costa, che si aggira anche lui su quelle cifre. Più contenute quelle che riguardano Luis Suarez e Joao Felix. Il Pistolero guadagnerà 7,5 milioni per due anni, mentre il portoghese, in attesa del primo rinnovo, è fermo a 4 milioni a stagione.

 

Non si può però dimenticare che sul monte ingaggi pesa eccome il contratto di Diego Pablo Simeone, che è l’allenatore più pagato al mondo. Per il Cholo nel 2019 è arrivato un rinnovo faraonico, grazie al quale riceve 40 milioni di euro lordi a stagione. 

In pratica, il tecnico argentino guadagna meno soltanto rispetto a Leo Messi e, considerando che non è affatto detto che il suo connazionale rimanga al Barcellona, rischia di diventare il tesserato con lo stipendio più alto di tutta la Liga. Ma se la stagione finisse con l’Atletico in cima alla classifica, si confermerebbe quello che sembra il vero e proprio motto dei biancorossi: spendere sì, ma spendere bene…

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*Le immagini dell'articolo sono di Bernat Armangue (AP Photo).

December 8, 2020

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Mesut Ozil, nato nel 1988 a Gelsenkirchen, Germania. Campione del Mondo 2014 con la nazionale tedesca, quattro volte vincitore della FA Cup e della Community Shield con l’Arsenal, ha nel suo palmares anche un campionato spagnolo, una Copa del Rey e una supercoppa di Spagna con il Real Madrid e una coppa di Germania con il Werder Brema.

Segni particolari? Beh, è il fuori rosa più pagato del mondo, con il suo stipendio annuale da oltre quindici milioni di sterline che gli verrà corrisposto fino al giugno del 2021… per non fare nulla. L’Arsenal ha infatti deciso di escluderlo sia dalla lista per i calciatori impiegabili in Premier League che da quella per l'Europa League. Una scelta che ha fatto discutere, considerando che il tedesco è il calciatore più pagato della squadra.

Il declino di Ozil

Ma cosa è successo a Mesut Ozil? Come ha fatto quello che all’epoca è stato l’acquisto più costoso della storia dei Gunners (circa 50 milioni di euro spesi per lui nel 2013), l'assistman più amato da Cristiano Ronaldo ai tempi del Real, a finire a fare i sondaggi su Twitter mentre i compagni giocano l’Europa League?

E dire che al momento dell’ultimo rinnovo, nel febbraio 2018, l’Arsenal ha fatto carte false per trattenerlo, accettando di garantirgli uno stipendio monstre pur di non vederlo andare via a parametro zero. Del resto, all’epoca il tedesco era considerato il miglior giocatore della squadra e, per quanto pesante sulle casse del club, l’ingaggio offerto sembrava meritato. Poi però sono avvenuti due eventi che hanno irrimediabilmente segnato gli ultimi anni del numero 10.

 

Ad aprile 2018, Arsene Wenger ha annunciato il suo addio all’Arsenal. Un bel problema per i Gunners, che si sono ritrovati a dover sostituire... l’insostituibile alsaziano! Ma anche per Ozil, considerando che il francese era un po’ il suo padre sportivo. E poi, neanche un mese dopo, è arrivata la foto che, a ben vedere, gli è costata parecchio, quella scattata (alla presenza anche dell’altro tedesco di origini turche Gundogan), con il presidente turco.

Ozil e la Mannschaft

In teoria, escludendo l’opportunità o meno di una foto dall’intrinseco valore politico, nulla di speciale. Del resto Ozil non ha mai nascosto il suo amore per la sua patria di origine. Ha sposato una ex Miss Turchia, ha sempre spiegato di voler un giorno giocare con il Fenerbahce e ha spesso parlato della volontà, a fine carriera, di stabilirsi in quella che per lui è forse anche più di una seconda patria. Il problema è che il tutto accade…a poche settimane da una coppa del mondo da giocarsi con la maglia della Germania.

I tedeschi non la prendono bene e sia Ozil che Gundogan ricevono parecchi fischi nelle amichevoli che precedono il mondiale. Il numero 10 è anche sfortunato, perché in Russia la Mannschaft, che arriva da campione in carica, fa flop. Ozil gioca (male) appena due partite e non sa che saranno le ultime nella sua straordinaria carriera in nazionale, impreziosita da 92 presenze e 23 reti.

Il calciatore dell’Arsenal è tra i più criticati della squadra (anche per il caso politico creato prima dell’evento) e quando torna dal mondiale non ci vede più dalla rabbia, rilasciando dichiarazioni esplosive in cui accusa la federazione tedesca di razzismo e di considerare lui e gli altri tedeschi di seconda o terza generazione dei “veri tedeschi” solo quando si vince. E, senza neanche attendere la risposta della DFB, Ozil lascia la nazionale.

Zero feeling con Emery

Potrebbe essere una buona notizia per l’Arsenal, se non fosse che anche il rendimento a Londra risente delle polemiche. Sulla panchina dei Gunners si siede Emery, che non è certamente Wenger. Lo spagnolo apprezza (e non potrebbe essere altrimenti) il mancino del tedesco, ma non è disposto a concedergli tutta la libertà in campo e negli allenamenti che gli garantiva il vecchio tecnico.

Nella prima stagione senza Wenger, Ozil gioca 35 partite, segnando sei reti e fornendo tre assist. Poco per chi guadagna 18 milioni di euro l’anno, sentenziano i tifosi del club. Che però si aggrappano a lui nei momenti più importanti, come la finale da sfavoriti per le scommesse Europa League, poi persa per 4-1 contro il Chelsea di Sarri.

Proprio dopo quella partita, però, qualcosa si rompe. Il tedesco resta misteriosamente escluso dalle prime partite del nuovo campionato, salvo poi rientrare in tempo per le ultime sfide con lo spagnolo in panchina. Senza però riuscire a incidere, considerato che Emery viene esonerato a fine novembre 2019 dopo un filotto di pessimi risultati.

In seguito Emery, facile parlare dopo, accuserà Ozil di un atteggiamento e di un impegno non sufficienti, un qualcosa che gli viene rimproverato anche dal nuovo tecnico, l’ex compagno di squadra Mikel Arteta. Che all’inizio lo schiera da titolare, poi, dopo la sospensione, non gli fa più vedere il campo. E anche nelle ultime dichiarazioni, l’ex centrocampista batte parecchio sul punto dell’impegno del calciatore: la qualità di Ozil è fuori discussione, la sua voglia di mettere tutto in campo sì.

Prossima destinazione Fener!

Cosa succederà ora al tedesco, quale sarà la sua prossima destinazione per le scommesse calcio? Rimasto fermo fino a gennaio 2021, considerando che era fuori da tutte le liste, ha scelto il Fenerbahce!  I tifosi nel frattempo sono particolarmente divisi. C’è chi gli rimprovera di essere strapagato e di non aver accettato il taglio degli stipendi in un momento di difficoltà pazzesca per il calcio e per il mondo intero.

Ma anche chi invece apprezza le sue iniziative, come quella di pagare lo stipendio a Gunnersaurus, la mascotte dell’Arsenal che si è trovata invischiata nei licenziamenti da parte del club . Quel che è certo è che ormai il vero Ozil non si vede più in campo da almeno due anni. E chissà se basterà smettere di essere il… disoccupato più ricco del Vecchio Continente per farlo tornare…

*L'immagine di apertura è di Yong Teck Lim (AP Photo). Prima pubblicazione 7 dicembre 2020.

January 20, 2021

Di Ermanno Pansa

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Carmine Raiola è diventato Mino Raiola, l'agente più influente del mondo del calcio, partendo dai tavoli della pizzeria di famiglia ad Harleem in Olanda. Una bellissima storia di successo...ma se qualcuno pensa che questa sia una sorta di fiaba natalizia del self made man non ha mai sentito parlare dello straordinario percorso di come Richard Paul è riuscito a diventare Rich Paul, il più famoso, influente e carismatico agente dello sport americano.

Raiola faceva il cameriere nella pizzeria della sua famiglia, un lavoro umile e lontano miglia dal suo attuale lavoro. Una scalata incredibile. Rich Paul parte senza nemmeno averlo mai avuto un lavoro autentico. Quella di Rich Paul è una vera e propria favola moderna. 

Tutto comincia nel 2002 all'aereoporto di Akron. In quel momento Richard ha 21 anni e vende maglie sportive vintage in quello che non è esattamente un negozio di lusso: il bagagliaio della sua auto. 

Sliding doors, ma su un volo

Un giorno Richard sale su un aereo Akron/Atlanta indossando una vecchia maglia di Warren Moon, una icona del football NFL fine anni 80 inizi 90. Un giovanotto ancora all'high school si innamora di quella maglietta e inizia ad attaccare bottone con lui. In breve i due scoprono di avere molto in comune e diventano amici fraterni. Fanno un patto di sangue. Sono entrambi neri, giovani e poveri, nati ad Akron in quartieri disastrati da famiglie disastrate.

Tutta la differenza del mondo la fa il fatto che quel ragazzino l'anno seguente viene scelto alla pick numero 1 dai Cleveland Cavaliers senza passare dal college. Quel ragazzino è un certo signor LeBron Raymone James Sr., meglio noto come LeBron James.

Da agente a icona pop

Lebron James è famoso per avere un grande fiuto, come tutti i migliori del resto. A 19 anni capisce di aver bisogno di un clan, di una famiglia e assume quel ragazzo conosciuto sull'aereo, Rich Paul. "Mi ha detto che in realtà non aveva un lavoro per me, ma che mi voleva vicino e avremmo capito", ha poi raccontato Paul. Nel 2006 il salto di qualità. Lebron licenzia il suo agente Aaron Godwin decidendo di fare da solo. Fonda la L.R.M.R. Management Company e manda Rich Paul a studiare da manager.

Rich è un ragazzo sveglio e impara velocemente, ma è anche saggio, e solo quando si sente pronto si lancia nel vuoto: nel 2012 fonda la Klutch Sports Group e si mette su piazza. Nessuno nella storia degli agenti sportivi ha polverizzato le tappe come lui. Ha letteralmente spaccato il mercato diventando uno dei personaggi più influenti non solo nello sport americano ma nella cultura, non solo sportiva, degli Usa nell''arco di soli 5 anni. 

Gli agenti di solito stanno dietro le quinte, non lui. Diventa il primo agente sportivo della storia ad apparire sulla copertina di Sport Illustrated. Diventa una icona pop.

Le cifre

Nel solo 2019 ha negoziato contratti per un totale di 800 milioni di dollari guadagnando secondo Forbes la bellezza di 32.6 milioni. Il quintetto dei suoi assistiti è roba da Space Jam: Lebron James. Anthony Davis, Ben Simmons, Draymon Green e John Wall, secondo per i pronostici NBA tra i favoriti per la Southwest Division con i suoi Rockets!  

Rich Paul guadagna dai contratti dei giocatori la stessa cifra di tutti i procuratori sportivi, il classico 4%.
Quello che fa di diverso Rich Paul rispetto a tutti gli altri agenti sta tutto in un tweet del reporter del New York Times Mark Stein: in sostanza, con la stagione accorciata, pochissimi giocatori in tutta la NBA hanno ricevuto l'intero importo del loro salario nei tempi stabiliti, tutti gli assistiti di Rich Paul ovviamente invece si. Non si diventa fenomeni per caso.

Rich Paul rule

L'ascesa cosi feroce e improvvisa di un outsider dà sempre fastidio. E un personaggio come Rich Paul è polarizzante, si ama o si odia. La casta del 4%, come vengono chiamati gli agenti negli States, ha dichiarato guerra a Rich Paul e a tutto quello che lui incarna e rappresenta. Rich Paul essendo un grande agente, i suoi nuovi clienti se li va a pescare nel college basket. 

La lega del college basketball d'america, la NCAA, infastidita dai suoi modi ha cercato di affossarlo, proclamando quella che tutti conoscono come la Rich Paul Rule.

 

La NCAA ha stabilito che tutti gli agenti debbano avere una laurea, cosa che ovviamente Paul non ha. Aggiungendo altri criteri molto discutibili che vanno di fatto a limitare il suo operato. Lebron James, favorito anche per il 2021 per le scommesse NBA e altri hanno subito lanciato una campagna social, sbeffeggiando questo goffo tentativo di becero protezionismo, che puzzava anche di velato razzismo. La NCAA è stata costretta a fare immediata retromarcia. Rich Paul ha battuto anche la Rich Paul Rule.
 

Se non puoi sconfiggerlo...

L'influenza di Rich Paul è evidente ormai nel mondo del basket professionistico americano. La figura di Rich Paul però è straripante e sta dilagando in altri mondi e mercati. 

A Hollywood da sempre esistono le cosiddette “Big Four”, le 4 potentissime agenzie che rappresentano gli attori e tutto lo showbiz americano. Queste agenzie muovono una quantità pazzesca di soldi e hanno in mano il vero potere economico dell'industria dell'intrattenimento USA.

Una delle Big Four ha preso alla lettera la famosa frase di Cesare: “se non puoi sconfiggere il tuo nemico fattelo amico”. Un giovane nero, nato in una delle più povere cittadine del Midwest, partito vendendo maglie usate nella sua auto è così riuscito nel miracolo, realizzando alla perfezione il sogno americano: è da poco diventato socio e membro del Cda della United Talent Agency, una delle più potenti organizzazioni del mondo dello spettacolo a stelle e strisce. Rich Paul non ha limiti.

*Il testo dell'articolo è di Jacopo Manni; l'immagine di Marcio Jose Sanchez (AP Photo).

December 6, 2020

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Una vita, almeno fino alla Champions 2022 e la cerimonia del Pallone d’Oro, da eterno sottovalutato. È la carriera di Karim Benzema, straordinario centravanti che da oltre un decennio guida l’attacco del Real Madrid. L’attaccante francese, in grado di abbinare una tecnica straordinaria ed un ottimo fiuto del gol, nonostante le indiscusse qualità non è mai riuscito a farsi amare. L’aver vissuto per nove anni all’ombra di Cristiano Ronaldo a Madrid di certo non ha aiutato.

Le sue prestazioni, però, hanno dimostrato come Benzema sia, inequivocabilmente, uno dei più grandi attaccanti dell’ultimo decennio.

“Karim The Dream”

Benzema fa il suo esordio nel grande calcio ancora minorenne, con la maglia del Lione in Ligue 1. Il club francese sa come far esplodere talenti, e Benzema è l’ennesimo gioiello che proviene dal settore giovanile dell’OL. Nei suoi primi tre anni da professionista non trova troppa continuità, al Lione non vogliono bruciarlo e lui compie 20 anni con 12 gol messi a segno in quasi 50 presenze con la maglia dell’OL.

Il bonus di benvenuto di 888sport

L’anno della definitiva consacrazione è il 2007/08, quando Benzema diventa il titolare del Lione e chiude la stagione con 25 reti messe a segno. Nonostante le tante sirene di mercato, il Presidente Aulas resiste e fa bene, perché Karim risponde con un’altra grande stagione. Addirittura 29 gol in tutte le competizioni e la chiamata del Real Madrid, impossibile da rifiutare per Benzema e per il Lione. 

 

La carriera a Madrid

Benzema arriva a Madrid nell’estate del 2009, l’estate dei record per i Blancos. Florentino Perez va a caccia di riscatto, e spende oltre 250 milioni per portare a Madrid CR7, Kakà, Xabi Alonso, Albiol e Benzema. Il francese per due anni si gioca il posto con Higuain, ma poi diventa l’indiscusso titolare a Madrid e i suoi numeri sono straordinari.

Con il Real Madrid ha disputato 524 partite in tutte le competizioni, realizzando 255 reti e servendo 138 assist ai suoi compagni. Numeri da grandissimo centravanti, ai quali vanno aggiunti tutti i trofei vinti da protagonista. Quattro Champions League, compresa quella folle per le scommesse calcio a Lisbona, tre volte la Liga spagnola, 2 Cope del Rey, 3 Supercoppe spagnole, 4 Mondiali per Club e tre Supercoppe UEFA. A questi titoli vanno aggiunti anche tre titoli di miglior giocatore dell’anno francese, ottenuti tra il 2011 e il 2014 quando vestiva, naturalmente, la maglia del Real Madrid. 

Il problema con i Blues

Dopo esser stato protagonista con tutte le Nazionali giovanili francesi, vincendo anche un Europeo Under 17, Benzema fa il suo esordio con la Nazionale maggiore a soli 19 anni. Nel marzo del 2007, Benzema gioca la sua prima gara con la Francia segnando il gol decisivo nella vittoria per 1-0 contro l’Austria. Dopo qualche anno altalenante, con Domenech che addirittura decide di non convocarlo nel disastroso Mondiale del 2010, a furor di popolo l’anno successivo diventa titolare. Laurent Blanc punta tantissimo su Benzema, e l’attaccante del Real risponde presente e totalizza ben 81 presenze realizzando 27 reti con la Francia.

Fino all’ottobre del 2015. Qualche giorno dopo la vittoria casalinga per 4-0 contro l’Armenia, dove Benzema realizza una doppietta e serve un assist, esplode lo scandalo Valbuena in Francia. Il giocatore della Nazionale francese viene ricattato per un video hot, e secondo le ricostruzioni della stampa francese a ricattarlo è proprio il suo compagno di Nazionale Benzema.

Da quel momento le porte della Nazionale si sono chiuse per il centravanti del Real, e la sua immagine in Francia è cambiata radicalmente. Mai più nominato per il premio di miglior giocatore francese, da ormai cinque anni Benzema è fuori dal giro della Nazionale e non ha partecipato alla vittoriosa campagna di Mosca... 

I Bomber decennali

Benzema è uno dei pochissimi centravanti capaci di guidare l’attacco di una grandissima squadra per oltre un decennio. Al centro dell’attacco del Real prima di lui c’erano stati solamente Alfredo Di Stefano e Raul per oltre dieci stagioni. In casa Manchester United ci sono stati Sir Bobby Charlton e Denis Law tra gli anni Sessanta e Settanta, mentre più recente è il caso di Wayne Rooney. Al Liverpool un gallese come Ian Rush e uno scozzese come Sir Kenny Dalglish, mentre in Germania con la maglia del Bayern hanno guidato l’attacco dei bavaresi per oltre un decennio Gerd Muller e Karl-Heinz Rummenigge.

In Italia alla Juve ci sono i casi di Boniperti, Bettega e Del Piero, all’Inter campioni come Spillo Altobelli o Mazzola, anche se quest’ultimo forse era una seconda punta. Discorso simile per Rivera al Milan, lì dove l’unico che si è avvicinato ai dieci di titolarità al centro dell’attacco è stato Andriy Shevchenko. Un elenco ristretto di cui fa parte Karim Benzema, la stella più sottovalutata degli ultimi anni del calcio europeo. 

*L'immagine dell'articolo è di Bernat Armangue (AP Photo). Prima pubblicazione 6 dicembre 2020.

October 17, 2022

Di Ermanno Pansa

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L’ora di Charles Leclerc scatterà il 13 dicembre 2020, quando la bandiera a scacchi sancirà la fine del Gran Premio di Abu Dhabi e della relativa stagione di Formula 1. Ma idealmente il momento delle responsabilità è arrivato sul circuito di Istanbul che ha assegnato a Lewis Hamilton il settimo titolo iridato, come Michael Schumacher.

Già, Schumacher… All’ombra del “Kaiser”, Leclerc si è formato ed è cresciuto. Lì, nella Ferrari Driver Academy, scuola per talenti fondata nel 2009 dalla casa automobilistica di Maranello per rilanciarsi dopo la straordinaria stagione delle vittorie, quasi tutta legata (se si eccettua il mondiale 2007 di Kimi Raikkonen) al fuoriclasse tedesco. 

Charles, talento puro

Classe 1997 (è nato il 16 ottobre nel Principato di Monaco), Leclerc è un talento di precocità assoluta. Comincia a correre sui kart sul tracciato di Brignoles, in Francia, gestito da Philippe Bianchi, padre di Jules, anche lui futuro prodotto dell’Academy Ferrari ma con un fato avverso: morirà a soli 25 anni il 17 luglio 2015, dopo un anno di coma successivo all’impatto con una gru a Suzuka, dove correva con la Sauber.

Sarà una perdita che scuoterà profondamente Leclerc, di cui era amico si dall’infanzia. Ma in un incredibile, e cinico, gioco del destino, Bianchi era destinato ad affiancare Sebastian Vettel come seconda guida della Rossa. La sua tragica scomparsa spalancherà, invece, le porte a Charles. 

Gli esordi

Leclerc si era distinto in tutte le categorie inferiori. A partire dalla Gp3 alla guida della Art Gran Prix con cui vince il mondiale sul circuito di Abu Dhabi il 26 novembre 2015. Nello stesso anno approda in Formula 2 dove si cimenta con la Prema Racinge. Insieme a lui c’è Antonio Fuoco, compagno nella Academy. Il pilota monegasco domina la prima parte della stagione con 5 vittorie e 7 podi nelle prime 12 gare. Nei primi 7 appuntamenti della Formula 2 ottiene tutte e 7 le pole position.

Il finale del campionato, però, mette alla prova il suo carattere di ferro. A tre gare dalla fine si corre in Spagna, a Jerez. A Leclerc basta finire davanti per punti al britannico Oliver Rowland per laurearsi campione. La gara è mozzafiato, col rivale che lo tallona per cercare di riaprire il campionato. Ma Charles resiste agli assalti e torna sulla cima del mondo. Una vittoria di nervi. E ha dimostrato di averne Leclerc. Come quando ha corso e ha vinto a Baku, durante la stessa stagione, nonostante la morte del padre – Hervé Leclerc, ex pilota di Formula 2000 – avvenuta poche ore prima.

Ennesima perdita nella vita del giovane campione. L’ultima, in ordine di tempo, è quella del collega e amico Anthoine Hubert, scomparso a seguito di un terribile incidente in Formula 2 sulla pista belga di Spa-Francorchamps. 

La Formula 1

Quando accade Leclerc è già arrivato in Formula 1. L’esordio avviene il 25 marzo 2018. Charles corre come seconda guida della Alfa Romeo-Sauber. Durante il campionato ottiene una serie di ottimi piazzamenti nei primi dieci posti, mettendo sotto pressione il compagno di squadra, lo svedese Marcus Ericsson. Le sue performance nei gran premi di Messico e Brasile consentono alla Sauber di sorpassare la Toro Rosso nella classifica costruttori. Quanto a lui, arriva tredicesimo con il sorprendente bottino per le scommesse F1 di 39 punti per un esordiente! 

In Ferrari

L’anno dopo arriva alla Ferrari che lo affianca a Vettel come seconda guida, al posto di Kimi Raikkonen.

 

 

Chiude la stagione da quarto nella classifica piloti con 260. Il campionato 2020 è caratterizzata dai problemi tecnici della monoposto Ferrari. Leclerc fa sempre meglio del suo compagno di squadra ed ottiene comunque un secondo posto in Austria, un terzo a Silverstone, un quarto in Spagna, al Mugello e in Turchia.

Le sue qualità spingono la Ferrari a proporgli, nel 2019, il contratto più lungo mai firmato da un pilota (9 milioni a stagione per 5 anni). Una prova di fiducia che lo proietta verso il prossimo campionato, quando sarà la prima guida della Ferrari con Vettel destinato all’Aston Martin. 

Consulta anche le scommesse Moto GP

*Il testo dell'articolo è di Luca La Mantia; l'immagine di Clive Mason (AP Photo).

December 6, 2020

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Collezionisti... a raccolta: quali sono le maglie da calcio più vendute al mondo?

 

Certo, un appassionato vero, si sa, accanto alle casacche più celebri, rimpinza il proprio armadio di divise improbabili di squadre ricercate, semisconosciute, dalle orbite lontane; insomma, cerca di accumulare, nel tempo, quanto di più "esotico" possibile, come i prodotti esclusi confezionati da New Balance, oggi record di vendite con la maglia Dybala 21!

Ma dal principio la sua preziosa raccolta partirà ed è lo stesso che anima i fan di tutto il mondo, dalle gesta dei più grandi campioni. I quali, di conseguenza, sono quelli che fanno schizzare alle stelle il fatturato del merchandising.

La maglia più venduta nel calcio

Le due big spagnole

Il giocatore più richiesto nelle personalizzazioni

450 mila maglie acquistate dai tifosi della Juve

La maglia irregolare del Venezia

I dati finora in possesso delle magliette da calcio più vendute del pianeta Terra fanno riferimento all'anno 2019, quindi prima del trasferimento... dei due marziani!

L'inarrivabile Man United

Dalla analisi dei ricavi dei top team, scopriamo alcune sorprese di rilievo e una differenza fondamentale: neanche i due più grandi campioni del calcio contemporaneo, Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, riescono a portare i propri club di appartenenza, in cima alla particolare classifica riservata alle squadre.

CR7 idolo indiscusso

La casacca con maggiore appeal internazionale, infatti, resta quella del Manchester United, che come numero di pezzi venduti annualmente, arriva a 1 milione 750mila. E tutto questo nonostante due fattori che, in teoria, giocherebbero "contro" alla pratica commerciale: anzitutto il momento - ormai dilatatosi nel tempo - non proprio esaltante dei Red Devils, certo imparagonabile ai grandi successi dell'era Ferguson.

Uno store dello United ai tempi della collaborazione con Nike!

Seguono Real e Barça

Secondo e terzo posto rappresentati da due due grandi classici: Real Madrid e Barcellona, che hanno venduto, rispettivamente, di 1 milione 650mila e 1milione 278mila pezzi. Presenze fisse delle bancarelle di tutto il mondo. Ma il problema sta proprio qui, tra i chioschi, che nella maggior parte dei casi vendono prodotto contraffatti, per quanto anche simili agli originali.

Questa pratica, come dimostra proprio il primo posto dello United, viene da sempre combattuta, con forza e successo, dal marketing britannico: nel Regno Unito, lo ricordiamo, l'idea di comprare una maglietta "taroccata" non viene nemmeno preso in considerazione: va detto che, di norma, le magliette da calcio inglesi originali costano praticamente la metà (45-50 euro nei casi più estremi, ma è molto facile acquistare tra i 25 e i 35), rispetto a quelle dei paesi mediterranei, che spesso si spingono fino ai 75-80.

Solo un'italiana nelle prime 10

Scesi dal podio delle società che vendono più magliette, ecco la graduatoria dalla quarta posizione alla ventesima - Bayern Monaco (1,2 milioni di maglie vendute), favorito per le quote vincente Champions , Chelsea (899mila), Liverpool (852mila), Arsenal (835mila), PSG (526mila), Juventus (452mila), Borussia Dortmund (393mila), Galatasaray (368mila), Fenerbahçe, (365mila), Manchester City (342mila), Olympique Marsiglia (335mila), Tottenham (268mila), Milan (200mila), Inter (199mila), Schalke '04 (184mila), Lione (177mila) e Atlético Madrid (173mila).

Una graduatoria aperta a Manchester e chiusa a Manchester, che si ripropone al tredicesimo posto, sponda City, destinato - nei prossimi anni - a scalare posizioni. Solo un nono posto per la Juventus, unica rappresentante del calcio italiano nelle prime dieci magliette più vendute nel globo: pensare al fatto che Milan e Inter compaiano, rispettivamente, al sedicesimo e diciassettesimo posto, fornisce il "borsino" del pessimo andamento internazionale negli ultimi anni, da parte dei club di casa nostra.

La classifica delle personalizzazioni

Per incrementare lo "shopping" è ormai diventato un trend di concepire seconde o terze maglie che non rendono giustizia, o addirittura manchino di rispetto alla storia del club: su tutti, l'esempio della casacca zebrata di questa stagione del Manchester United. Ruota tutto intorno al denaro, detto molto banalmente, che piaccia oppure no.

Detto questo, uno sguardo anche alla classifica "individuale" delle magliette più vendute (e qui entrano in gioco anche le versioni "in nazionale") in ambito mondiale: primo posto per Cristiano Ronaldo, sempre favorito per il titolo di capocanoniere in Champions per le scommesse calcio.

Secondo posto, direte voi, per Lionel Messi? E invece no, la Pulce argentina è terza, perché l'argento va a Paul Pogba (spinto, come detto, dal potentissimo merchandising del Manchester United).

Dalla quarta alla ventesima posizione, in ordine: Mohamed Salah, Neymar, Kylian Mbappé, Romelu Lukaku, Eden Hazard, Anthony Martial, Gareth Bale, Philippe Coutinho, Luka Modric, Karim Benzema, Pierre-Emerick Aubameyang, Antoine Griezmann, Sergio Agüero, Harry Kane, Robert Lewandowski, Marco Reus e Moussa Dembélé.

La maglia irregolare del Venezia

Curiosa davvero la maglia del Venezia che ritorna in A dopo lustri: l'ottima Kappa che ha preso il posto della Nike come fornitrice delle divise dei lagunari.

La maglia del Venezia

L'azienda torinese, nel confezionare la bella casacca nera, non aveva fatto i conti con l'art. 5 del Regolamento divise da gioco, pubblicato dalla Lega che impone la visibilità dello stemma o del nome della società una sola volta! 

*Le prime tre immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 6 dicembre 2020.

July 27, 2022

Di Stefano Fonsato

Stefano Fonsato
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Stefano collabora da anni come giornalista freelance per il portale web di Eurosport Italia, per il quotidiano La Stampa e con la casa editrice NuiNui per la quale è stato coautore dei libri "I 100 momenti magici del calcio" e "I 100 momenti magici delle Olimpiadi".

E' amante delle storie, dei reportage e del giornalismo documentaristico, ma il suo "pallino" resta, su tutti, il calcio d'Oltremanica.

 

Stefano Fonsato
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Questa è la storia del gol più bello del mondo, mai convalidato, ma passato alla storia come uno dei capolavori più iconici della storia del calcio. Siamo in Giappone, lo scenario è inaspettato ma il palcoscenico è di quelli prestigiosi: 8 dicembre 1985, si gioca la Toyota Cup, meglio conosciuta come la finale della Coppa Intercontinentale.

Per chi non lo sapesse, l’Intercontinentale era - a suo tempo - il Mondiale per Club di oggi, tanto da essere equiparata dalla Fifa - nel 2017 - al torneo stesso che oggi assegna il titolo mondiale per club. In principio, il nome completo dato alla competizione era “Coppa Intercontinentale dei Club Campioni”, ed era una manifestazione organizzata ufficialmente dall’Uefa e dalla Conmebol, le due federazioni continentali di Europa e Sudamerica.

Come detto, si gioca a Tokyo. Il fuso orario costringe gli sportivi italiani a rimettere la sveglia alle 4 di notte per vedere il calcio d’inizio di Argentinos Juniors-Juventus.

I rivali argentini

La squadra sudamericana ha vinto la Coppa Libertadores contro i colombiani dell’America de Calì; la vera forza degli argentini è la resilienza, sono una squadra tosta - solida - con quel tocco di talento rioplatense che non guasta. Il leader della difesa è Jorge Olguin, ha già vinto il Mondiale del 1978 con l’Argentina, e ora cerca di bissare il successo con la squadra di club.

In mezzo al campo c’è Sergio Batista: lui il Mondiale lo vincerà nel 1986 - con Maradona leader maximo - ma deve aspettare ancora sette mesi prima di alzare al cielo la coppa del mondo. Per il momento si deve accontentare - si fa per dire - di giocarsi la finale contro la Juventus. Sergio Batista è uno dei cinque rigoristi che hanno regalato la coppa Libertadores all’Argentinos Juniors; la sfida di andata la vincono gli argentini, quella di ritorno i colombiani: per assegnare la coppa è necessario arrivare ai calci di rigore. Gli argentini li mettono tutti, i colombiani sbagliano l’ultimo.

Dall’altra parte c’è la Juventus. Finale controversa quella vinta dai bianconeri contro il Liverpool in Coppa dei Campioni: della notte dell’Heysel - purtroppo - conosciamo fin troppi particolari. La Juve gioca, è costretta giocare contro la volontà dell’Avvocato, su imposizione delle autorità belghe. E vince. Con un rigore che non è un rigore. Ma Platini, non si fa pregare due volte: palla da una parte, Grobelaar dall’altra.

Il fuoriclasse francese è il protagonista della nostra storia, perché è lui che segna il gol più bello della storia, che verrà annullato. L’arbitro tedesco Volker Roth dovrebbe essere condannato per un crimine contro il patrimonio mondiale della bellezza. Perché quello che combina Michael Platini - francese con cromosomi italiani - è qualcosa di difficilmente ripetibile.

Alla vigilia della finale, la stampa internazionale aveva acceso il duello con l’argentino Claudio Daniel Borghi che verrà sedotto e abbandonato dal Milan di Berlusconi; Berlusconi ama Borghi, Borghi ama il Milan. Ma Arrigo da Fusignano è un prete che non canta messa, non celebra funzioni, tanto meno i matrimoni.

Calcio d'inizio

Noi torniamo dentro l’alba italiana, dentro quella finale disputata allo stadio di Tokyo, con oltre sessanta mila spettatori, tutti equipaggiati con delle trombette che turbano il collegamento televisivo con un incessante - molesto - suono insopportabile. La partita si gioca su un campo malconcio, a Tokyo piove da giorni e la sfida sembra addirittura a rischio: alla fine si gioca.

Lo spettacolo, nonostante le condizioni del terreno, è accettabile; il gioco è duro, ma non scorretto, la partita - inizialmente bloccata - offre nella ripresa le azioni migliori: quattro gol, e un capolavoro: passano in vantaggio, a sorpresa per le scommesse calcio gli argentini con il gol dell'attaccante Carlos Ereros...

Minuto sessantanove. Corner per la Juventus, dalla bandierina calcia Massimo Mauro. La palla viene allontanata dalla difesa argentina, Bonini con un colpo di testa la rimette verso il centro dell’area e qui, monsieur Michael Platini, ricama un capolavoro che resterà nella storia; stop di petto al limite dell’area, sombrero con il piede destro sulla testa di Pavoni e tiro al volo di sinistro in diagonale che non lascia scampo al portiere Vidallé.

 

I giapponesi esultano, e con loro milioni di italiani che in quel momento sono davanti alla televisione. L’estasi dura un attimo. Il tempo di percepire l’arbitro tedesco Volker Roth che - sul dischetto - anziché indicare il centro del campo, concede un calcio di punizione per l’Argentino Juniors per una posizione irregolare di Brio. Fuorigioco inesistente. Platini si guarda intorno incredulo, si mette le mani sulla fronte, poi dietro la nuca. E quando capisce, finge di svenire, va giù e si sdraia per terra - su un fianco, sorreggendosi la testa con la mano sinistra.

Il campione francese sembra Paolina Borghese scolpita da Antonio Canova; e come quel blocco di marmo sapientemente sagomato dall’artista trevigiano, resterà nella storia. E’ un gol talmente bello che diventa - in un istante - inafferrabile. Non c’è negli almanacchi, non c’è nei tabellini. Ma resta scolpito nella memoria degli amanti del calcio, come una stella cometa, passata a illuminare una fredda notte di dicembre.

 

Due indizi fanno una prova

Del “criminale” Volker Roth sappiamo poco. Ha passato la vita a vendere articoli sanitari - e questa sembra essere la giusta condanna piovuta giù dal cielo - ma la cosa clamorosamente curiosa è che - nel suo fischiettare per i campi di mezzo mondo - il tedesco aveva già colpito, sfregiando la bellezza calcistica. Anno di grazia 1984, mese di ottobre. A San Siro l’Inter sfida gli scozzesi dei Rangers di Glasgow nel secondo turno della Coppa Uefa. Anche qui, la fattura del gol è di filigrana dorata: Karl-Heinz Rummenigge - per farla breve - fa con il destro quello che Gigi Riva ha fatto qualche anno prima contro il Vicenza col piede mancino.

E’ una sequenza esaltante, una girata al volo di una bellezza barbara. Volker Roth annulla: gioco pericoloso! Rummenigge non fa una mossa: è teutonico, è gli ordini sono ordini. Non ha fantasia, non é ironico, non é malodrammatico. E’ semplicemente allibito; trasmette il suo stato d’animo semplicemente con uno sguardo: se potesse, schermerebbe anche quell’emozione che trapela dalle sue pupille. A fine partita, l’arbitro tedesco attende il campione bavarese per chiedergli la maglia: “Ma và a dà via i ciapp!”. Il dialetto meneghino, è diventato internazionale.

*Il testo dell'articolo è di Simone Pieretti; l'immagine di AP Photo.

December 5, 2020

Di Simone Pieretti

simone pieretti
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Giornalista, scrittore, innamorato di futbol. Scrive per trasmettere emozioni e alimentare sogni. Il calcio è una scienza imperfetta: è arte, è musica, è poesia. E' un viaggio nel tempo che ci fa tornare bambini ogni qual volta diamo un calcio a un pallone.

 

Simone Pieretti
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Le prestazioni della nazionale guidata da Roberto Mancini lasciano presagire per il nostro calcio un futuro migliore del recente passato, dove resta, indelebile, la macchia della mancata qualificazione ai mondiali di Russia 2018. Il ct di Jesi sta rimettendo in piedi il movimento, rinnovandolo, cercando soluzioni tattiche che adattino la compagine azzurra anche alla rivoluzione guardiolista.

Il processo di adeguamento ai nuovi dettami del football europeo passa, però, non solo attraverso un ripensamento del vecchio, e glorioso, gioco all’italiana ma dipende anche la fioritura di una generazione di giocatori su cui costruire un progetto pluriennale, capace di riportare la selezione azzurra a competere per i più importanti trofei internazionali.

Dea, fabbrica di talenti

Tanto si sta facendo, in alcune società di Serie A, sotto entrambi gli aspetti. L’esempio migliore è quello dell’Atalanta che, sotto la regia di Gian Piero Gasperini, si è trasformata da comprimaria in perenne andirivieni dal campionato maggiore a quello cadetto e viceversa, a rivelazione europea in grado di sfiorare, a sorpresa per le quote calcio, nell'agosto 2020, una leggendaria qualificazione alla semifinale di Champions League.

Il club bergamasco è da decenni una fucina inesauribile di talenti. Lo dimostra, fra le altre cose, uno degli ultimi report settimanali di Cies Football Observatory che ha collocato il settore giovanile della “Dea” in testa alla classifica italiana (20 giocatori formati che giocano nei 5 tornei più importanti), prima di Milan (18), Roma e Inter (entrambi 15). 

Un jolly per tutti i ruoli

Uno degli ultimi prodotti del vivaio nerazzurro dal luminoso avvenire è Enrico Del Prato, jolly difensivo (all’occorrenza anche centrocampista) oggi in prestito alla Reggina dove si sta guadagnando sempre più spazio, fra campionato di serie B e Coppa Italia. Senza dimenticare le presenze in Under 21 (l’esordio è del 6 settembre 2019 nell’amichevole con la Moldavia a Catania, vinta per 4 a 0 dagli azzurrini). Se l’Atalanta si confermerà sui livelli attuali anche nei prossimi anni, Enrico potrebbe aspirare a diventarne una bandiera. E’, infatti, nato a Bergamo il 10 novembre 1999.

Talento precoce a 9 anni è già nelle fila della principale squadra cittadina. Inizia come attaccante ma viene progressivamente retrocesso sino a diventare uno dei più duttili difensori del futuro del nostro calcio. Per il ruolo che svolge non è un gigante (1.83 cm per 76 kg). Il suo punto di forza, dunque, non è la prestanza fisica.

Del Prato, al contrario è un difensore moderno e il passato da punta gli consente di avere un’ottima tecnica di base, con grandi capacità di impostazione che potrebbero renderlo utilissimo, in futuro, alla causa di Gasperini. E non è escluso che possa tornare a occupare una posizione più avanzata, come dimostra il suo impiego, talvolta, anche da centrocampista centrale. Come caratteristiche, insomma, può ricordare l’ex Gianluca Mancini, oggi alla Roma, dove ha giocato, complici i numerosi infortuni occorsi ai calciatori giallorossi, anche da mediano. 

Esordio fra i grandi

Durante l’ultimo anno trascorso nella Primavera atalantina, Del Prato ha indossato la fascia da capitano, collezionando 19 presenze, 4 gol e 1 assist. La prova del fuoco nel calcio dei grandi è arrivata durante nel campionato 2019/2020, quando è stato ceduto in prestito al Livorno.

Più che buono il ruolino nella prima esperienza in Serie B: 33 presenze e 1 rete. Quest’ultima è arrivata il 3 marzo del 2020 nella partita, da gol in entrambi i tempi per le scommesse sportive online pareggiata in casa per 2-2 dal club labronico contro il Frosinone. Durante il successivo mercato estivo matura il passaggio, sempre a titolo temporaneo, in un’altra squadra amaranto: la Reggina. 

Nazionale

Anche in nazionale Del Prato ha fatto tutta la trafila, come il suo compagno Bellanova. Due presenze nell’Under 18, 5 nell’Under 19, 14 nell’Under 20 (con la quale ha partecipato, come testimonia la foto di apertura di questa pagina, al mondiale di categoria Polonia 2019) prima di arrivare all’Under 21.

La selezione maggiore è ancora lontana ma Roberto Mancini non può che osservare con curiosità e ottimismo la crescita del ragazzo che su Transfermarkt, per il momento, è valutato 1,10 milioni di euro. Un affare per chi voglia puntarci, per assicurarsi un difensore versatile e dal sicuro avvenire, anche se non sarà sicuramente facile strapparlo a Giovanni Sartori. 

Ora la vita privata. Il suo idolo è il difensore del Manchester City Nicolas Otamendi. Quanto ai social è attivo sia su Instagram che su Facebook. Sul primo ha sinora collezionato quasi 6mila follower, sul secondo ha poco meno di 4mila amici. Sentimentalmente è impegnato con la palermitana Renata Militello.  

*il testo dell'articolo è di Luca La Mantia; l'immagine di Darko Vojinovic (AP Photo).

December 5, 2020

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Chissà che opinione avrà avuto Toninho Cerezo al suo arrivo in Italia, nel 1983, quindi nel Paese dei Campioni del Mondo. Chissà poi come sia cambiata la sua opinione quando l’Italia l’ha lasciata, nel 1993, in pieno sconvolgimento politico ed agitazione sociale.

Un Paese strano avrà detto, pieno di contraddizioni proprio come il suo Brasile, terra di origine in cui ha vestito le maglie dell’Atlético Miniero e del piccolo Nacional, prima di Roma e Sampdoria. Un Paese magico che in quell’epoca nemmeno così preistorica, rendeva ancora concreti i sogni scudetto di club come la Sampdoria, squadra in cui Cerezo è stato protagonista per la vittoria del titolo con la maglia numero 8 sulle spalle.

Nel mezzo di una carriera da viaggiatore del mondo e ricca di soddisfazioni personali e di quadra c’è la sconfitta ai rigori contro il Liverpool nella finale di Coppa Campioni del 1984, insuccesso bissato a Wembley con la Sampdoria nella finale contro il Barcellona. Una clamorosa vittoria, invece, per le scommesse calcio con il San Paolo contro il Milan nell'Intercontinetale 1993!

Lo accolgono alla fine (forse) della carriera da allenatore invece i Kashima Antlers, club giapponese dalla facile adulazione verso i brasiliani, dato che nel corso della loro breve storia ne hanno ospitato un altro molto iconico di nome Zico. 

Cerezo Tira e molla

Sempre di verdeoro si parla quando si racconta del suo arrivo in Italia. I brasiliani si sa, sono una comunità fantastica che una volta che sradica le proprie radici dal Brasile ha bisogno di riprodursi in micro-gruppi per non patire principi di saudade. 

Tre campioni brasiliani!

Fu infatti Falcao, all’epoca alla Roma nel 1983 a suggerirlo per il centrocampo giallorosso.  In quel periodo vennero fuori tutte le lacune italiane in quanto a fantasia dei soprannomi dei calciatori. Cerezo fu soprannominato infatti “Tira e molla” a causa delle varie complicazioni contrattuali in sede di mercato per portarlo in Italia, successe la stessa cosa anche a Zico con la Federcalcio italiana che inizialmente bloccò questo genere di acquisti intercontinentali.

 

Dopo appunto un lungo tira e molla però arrivò a Fiumicino per prendersi la maglia numero 8 della Lupa. 

Il ricordo dell'agente

Dario Canovi, il suo procuratore, in un libro di calcio che scrisse a 4 mani con Giacomo Mazzocchi, “Lo stalliere del Re, fatti e misfatti di 30 anni di calcio”, raccontò di un aneddoto che meglio di tutti ha descritto Cerezo e l’animo romantico che si affibbia ad ogni brasiliano quando si parla di calcio.

Canovi racconta di quella volta in cui Cerezo ritardò di 4 ore il suo arrivo a una cena in cui erano invitati entrambi. Praticamente a fine cena Cerezo arrivò affannato e immerso in un bagno di sudore. Il centrocampista confessò di aver trovato in un parco sul tragitto da casa al ristorante dei ragazzini che giocavano a calcio e lui non riuscì a resistere all’invito fatto dai ragazzini, unendosi così a loro.

D’altronde chi ha vissuto appieno quel periodo calcistico lo sa: “Secondo te dove lo festeggia il Capodanno Toninho Cerezo? Secondo me dorme, perché è un professionista”. Parola di chi di numeri 8 se ne intende, ma anche di Luca Covelli.  

*Il testo dell'articolo è di Luigi Di Maso, responsabile editoriale di Social Media Soccer; l'immagine di Ap Photo.

December 4, 2020

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Rozzano è un’apoteosi di case popolari che costeggiano il Naviglio, in direzione Pavia. Estrema periferia sud di Milano, è uno di quei luoghi in cui i termini strada e scuola possono sovrapporsi e apparire persino sinonimi. Luoghi in cui è facile sbagliare, lasciandosi assorbire dal cemento e dall’asfalto.

È qui che è nato e cresciuto Daniele Scardina, in arte King Toretto, che in un’intervista al Corriere dello Sport non esita a dire che «la boxe mi ha salvato. Ero destinato alla strada e mi ha tolto da lì, le devo tutto». Il ring è dunque il suo habitat naturale e anche la sua catarsi.

Il record

Il contratto con la Puma

I guadagni da pugile

Carriera

Classe ‘92, 1,84 per 76 chili, da sei anni vive in America, a Miami Beach, dove si è trasferito per seguire le orme del fratello più grande, imprenditore nel campo della ristorazione. Nell'autunno 2020 è diventato, con la sua muta di tatuaggi, un personaggio televisivo grazie alla partecipazione a “Ballando con le stelle”, show del sabato sera di Raiuno. È famoso anche per la relazione con la presentatrice Diletta Leotta.

Ma anzitutto Scardina è un pugile, che finora in carriera ha vinto 20 incontri su 20 disputati (16 per KO), dunque non ha mai perso, e vanta un Guanto d’Oro conquistato nel 2013 e il titolo della International Boxing Federation, categoria supermedi vinto nel 2019. Quest’ultimo titolo lo ha portato a casa battendo in finale a Milano il finlandese Henri Kekalainen, e lo ha poi difeso contro l’italiano Alessandro Goddi e il belga Ilias Archergui.

Sempre nella città meneghina ad ottobre 2021 ha superato in appena 4 round il suo ventesimo sfidante, l'esperto  tedesco Jurgen Doberstein.

Caleb Plant, straordinario pugile della categoria supermedi

Sarà sicuramente favorito nel prossimo incontro per le scommesse pugilato!

Scardina è un tipo che piace: è un vincente, proviene dalle periferie e lo rivendica con orgoglio, è attivo nel sociale, ha un aspetto accattivante, infine utilizza sovente i profili social (su Instagram ha 238mila follower). E la sua attività su Instagram non è passata inosservata alle grandi aziende che si occupano di questo sport. «Non a caso», annota Medium.com, «DAZN, Matchroom Boxing Italy e OPI Since 82 hanno deciso di puntare anche su Scardina per il rilancio della boxe in Italia. Una rinascita che passa anche dalla capacità dei pugili di promuoversi, far parlare di sé ed essere protagonisti dentro ma anche fuori dal ring».

I contratti

Il giovane dell’hinterland milanese non ha mai nascosto di essersi trasferito negli Stati Uniti per diventare pugile professionista lì, dove i guadagni sono mediamente più alti per chi indossa i guantoni rispetto all’Italia. Ma quanto guadagna un pugile? Non è facile avere una risposta esatta. Il pugile non è come un calciatore professionista, che firma un contratto a cifre prestabilite. Il pugile guadagna in base al numero di incontri disputati e alla visibilità che sa suscitare, anche nelle scommesse.

Canelo Alvarez, straordinario Campione della categoria supermedi

Tutto qui? No. A questi introiti vanno aggiunti quelli derivanti dagli eventuali sponsor, che possono variare notevolmente. Il nostro ha un contratto con un marchio importante come Puma, al sesto posto della classifica degli Sport Business Brand alle spalle solo di Nike, ESPN, Adidas, Gatorade, Sky Sports.

I guadagni

Il valore dei contratti sottoscritti da Scardina non sono di dominio pubblico. Il sito personefamose.it stima che il guadagno medio di un pugile professionista negli States sia poco più di 50mila dollari l’anno (circa 42mila euro). Va però precisato che la stima tiene conto anche dei guadagni di pugili top come Floyd Mayweather Jr, «che sono arcimilionari e che costituiscono una piccola parte del campione statistico», rileva sempre personefamose.it. Questi pochi alzano dunque la media notevolmente, ne deriva che la maggior parte dei pugili guadagni molto meno di quella cifra.

Scardina, l'idolo di Milano!

Ovviamente il giro d'affari di Scardina è nettamente superiore alla media di cui sopra ed il 28enne di Rozzano ha ancora diversi anni davanti a sé in cui poter continuare a vincere, a promuovere la sua immagine e strappare ingaggi importanti!

*Il testo dell'articolo è di Federico Cenci; le immagini sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 10 dicembre 2020.

October 7, 2021

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