Gli anni passano inesorabilmente e i dolori, piccoli e grandi, cominciano a non dare tregua a chi è al top da quasi due decenni. Eppure nulla sembra in grado di fermare quella forza della natura e del tennis che si chiama Rafael Nadal.

Lo spagnolo, classe 1986, ha decisamente iniziato il 2022 col botto, prendendosi gli Australian Open e con essi il primato più ambito, quello del maggior numero di vittorie nei tornei del Grande Slam. Il trionfo numero 21 gli ha permesso di superare il suo rivale di sempre, Roger Federer, ma anche colui che ha ancora la maggior possibilità di raggiungerlo, il più giovane Novak Djokovic.

Tutti i record di Rafa

Il prize mony di Nadal

I tre slam vinti nel 2010 da Nadal

Rafa e la Nike

E quindi, nonostante lo svizzero sia ancora quello considerato il migliore a livello di campo e il serbo quello che ha guadagnato di più in carriera, lo spagnolo si prende il primo posto in una delle graduatorie che servono a stabilire chi sia il più grande di tutti i tempi.

Tutti i record di Rafa

I numeri del maiorchino, del resto, parlano da soli. Oltre 90 tornei vinti, l’oro ai Giochi Olimpici di Pechino nel 2008, cinque Coppe Davis e due Laver Cup. E poi ancora il record assoluto di vittorie al Roland Garros, tredici, ben 36 Master 1000, 181 vittorie in match contro tennisti nella top 10 mondiale e statistiche assurde sulla terra battuta, come le due stagioni (2006 e 2010) in cui sul suo terreno preferito lo spagnolo non è mai stato battuto.

L'esultanza olimpica di Rafa!

Altri primati? Beh, Nadal è riuscito a raggiungere il numero uno della classifica ATP in tre decenni diversi, guadagnandosi il soprannome di “Re Sole” per la sua longevità agonistica, anche per le scommesse tennis!

E, forse anche più clamorosamente, è l’unico che finora, una volta raggiunta la top 10 nell’aprile 2005 non ne è mai uscito, con una striscia che si avvicina alle 900 settimane consecutive di presenza. Il tutto anche grazie al fatto di aver vinto un titolo dello Slam in ben 15 stagioni, eclissando Federer e Djokovic, fermi a 11.

Il prize mony di Nadal

E per quanto riguarda i guadagni? Nadal, per prize money ricevuto nel corso della sua carriera è il terzo nella classifica generale all-time, visto che il primo nella graduatoria, Djokovic, supera i 150 milioni di dollari, mentre il numero due, neanche a dirlo Federer, supera i 130 milioni.

Lo svizzero però è agevolmente nel mirino dello spagnolo, considerando che il totale dei premi guadagnati da Nadal si avvicina sempre più ai 130 milioni di dollari. L’iberico ha guidato la lista dei tennisti che hanno guadagnato di più in stagione in ben cinque occasioni (2008, 2010, 2014, 2017 e 2019), non scendendo mai al di fuori della top 10 a partire dal 2005, persino negli anni 2015, 2016 e 2021, in cui non ha vinto neanche un torneo del grande Slam. 

I tre slam vinti nel 2010 da Nadal

Anche per Nadal, come per gli altri colleghi, l’aumento dei premi nel corso degli anni porta a situazioni decisamente particolari. Nel 2010, anno in cui lo spagnolo ha vinto, a sorpresa per le quote Wimbledon tre tornei su quattro dello Slam, mancando solamente l’Australian Open, per la prima volta il suo prize money stagionale ha superato i 10 milioni di dollari, seppure di poco.

La gioia di Nadal nel 2010 a Parigi!

Eppure nelle tre occasioni successive in cui di tornei del Grande Slam ne ha vinti due (2013, 2017 e 2019) ha sempre guadagnato di più, pur avendo vinto in totale meno eventi. Il massimo in carriera in un singolo anno è quello del 2017, dove grazie a due Slam (Roland Garros e US Open) il maiorchino ha accumulato ben 15 milioni di dollari.

Non male anche 2013 e 2019, chiusi rispettivamente con 14 e 12 milioni di premi. Considerando che spesso il torneo statunitense è quello con il montepremi più alto e che Nadal lo ha vinto quattro volte, rispetto a Wimbledon e Australian Open (solo due), la scelta del secondo Slam preferito è decisamente quella più redditizia.

Rafa e la Nike

A proposito di scelte redditizie, esattamente come Federer, Nadal è una macchina…da pubblicità. A partire da quella del materiale tecnico. Sin da quando aveva 13 anni, lo spagnolo è un atleta griffato Nike.

Rafa testimonial Nike!

L’azienda statunitense versa al campione olimpico 2008 ben 10 milioni di dollari a stagione per indossare il baffo sulle sue scarpe e sui suoi completi. Una cifra che però è abbastanza bassa, rispetto ai 30 milioni che guadagna Federer dal suo contratto decennale con la Uniqlo.

Per quanto riguarda la racchetta, invece, lo sponsor storico del maiorchino è la francese Babolat, che nel corso degli anni gli ha addirittura creato racchette celebrative, come la celebre “Decima”, per festeggiare la…doppia cifra di vittorie al Roland Garros.

Anche quando si parla di altri tipi di partnership, però, Nadal si difende abbastanza bene. Lo spagnolo, essendo uno degli atleti più celebri di tutti i tempi del suo paese, è spesso e volentieri testimonial delle maggiori aziende iberiche, che lo considerano il volto ideale per i loro spot.

Marchi come Banco Santander, Telefonica, Mapfre e Heliocare sono tutti famosissimi in Spagna, ma girano anche il mondo grazie alla carriera infinita del tennista classe 1986. Come tanti colleghi, Nadal non si fa mancare neanche l’endorsement da parte di una grande azienda che produce orologi: a dare…il tempo al campione iberico è la svizzera Richard Mille, con cui esiste una partnership che va avanti ormai da oltre dieci anni.

Anche altri marchi sono stati e sono tuttora legati all’iberico. Di certo, è iconico il duo con la KIA. La casa automobilistica sudcoreana ha cominciato a essere sponsorizzata da Nadal nel lontano 2004, l’anno in cui è cominciata la sua carriera ad altissimi livelli. E ci sarà modo di festeggiare…il ventesimo compleanno della partnership, considerando che nel 2020 è arrivato il rinnovo per altri cinque anni dell’accordo. Nel 2021, inoltre, è arrivato anche un contratto triennale con la birra belga Amstel Ultra.

Nadal, infine, non si fa mancare neanche i business collaterali. A partire dalla Rafa Nadal Tennis Academy, una scuola che vuole creare i campioni di domani. Il costo della creazione è stato di 25 milioni di euro (non tutti sborsati dall’atleta!) ma considerando che la rata di iscrizione dovrebbe aggirarsi sui 60mila euro all’anno, c’è sicuramente modo di rientrare dell’investimento.

Siccome per vivere…bisogna pur mangiare, Nadal ha anche un ristorante, aperto assieme a Pau Gasol e a Enrique Iglesias al Ritz-Carlton di South Beach. E, ultimo ma non ultimo, i suoi investimenti immobiliari, comprendono anche una proprietà ottocentesca a Madrid. Insomma, non si può certo dire che in quanto a patrimonio lo spagnolo…perda rispetto ai colleghi!

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo.

March 18, 2022
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Francesco vive di sport, di storia e di storie di sport. Dai Giochi Olimpici antichi a quelli moderni, dalle corse dei carri a Bisanzio all'Olanda di Cruijff, se c'è competizione o si tiene un punteggio, lui si appassiona sempre e spesso e volentieri ne scrive.

Francesco Cavallini
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Italiani: popolo di santi, navigatori e…portieri. Quando si parla di estremi difensori, la scuola tricolore è particolarmente apprezzata in tutto il mondo. Dai tempi in cui gli azzurri vincevano i loro primi titoli mondiali, fino agli europei giocati nell'estate 2021, la nazionale italiana ha sempre (o quasi) avuto tra i pali portieri di livello internazionale, di quelli capaci di mettere in soggezione persino gli attaccanti più forti e più esperti.

Dai primi a Dinomito

Zenga, Pagliuca e Peruzzi

L'era Buffon

Donnarumma ed i rigori

I portieri alle spalle di Gigio

E se è vero che nella storia del calcio europeo solamente un portiere, Lev Jašin, è riuscito a conquistare il pallone d'oro, bisogna anche considerare che ben due estremi difensori tricolori ci sono andati molto vicini.

Dunque, scorrendo i portieri più importanti della storia della nazionale italiana, si incontrano volti che definire celebri e quasi poco…

888Sport

Dai primi a Dinomito

Ad aprire la carrellata c’è Mario De Simoni, forse non troppo famoso, ma certamente il capostipite: è lui che il 15 maggio 1910 all'Arena di Milano gioca tra i pali della neonata nazionale italiana nel primo match della storia azzurra, quello contro la Francia. Inoltre, De Simoni sarà il portiere titolare di tutte le prime sei sfide affrontate dall’Italia. Ma, reso il doveroso omaggio al primo vero portiere della nazionale, non si può che passare a una leggenda del calcio italiano e non solo.

Tra il 1924 e il 1934 la porta dell'Italia è in ottime mani, perché tra i pali c'è Giampiero Combi. Torinese, classe 1902, Combi cresce nelle giovanili della Juventus e si lega per tutta la carriera ai bianconeri, portando in bacheca cinque titoli italiani. Ma le sue imprese più importanti sono certamente quelle con la maglia azzurra. Nel 1928 è lui il portiere della squadra che ottiene la medaglia di bronzo alle olimpiadi di Amsterdam. E poi, ovviamente, sono le sue mani a sollevare la Coppa Rimet il 10 giugno 1934, quando l'Italia si laurea per la prima volta campione del mondo vincendo la finale mondiale contro la Cecoslovacchia. Quel mondiale, tra parentesi, vede sfidarsi Combi e i due colleghi con lui ritenuti i migliori nel ruolo in quegli anni: lo spagnolo Ricardo Zamora e il cecoslovacco Frantisek Planicka.

Nel 1938, sempre con Vittorio Pozzo in panchina, l'Italia si ripete. Stavolta importa non c'è Combi e neanche Ceresoli, che sarebbe il portiere titolare. A difendere i pali degli azzurri c'è invece il veronese Aldo Olivieri, per tutti il Gatto Magico, portiere tanto spettacolare quanto efficace. È lui il secondo estremo difensore tricolore a laurearsi campione del mondo. Dopo la seconda guerra mondiale e per tutti gli anni Cinquanta, la nazionale italiana vive un momento di profonda involuzione, arrivando a non qualificarsi per i mondiali del 1958. Tra i pali si alternano diversi portieri, ma nessuno lascia un impatto troppo importante nella storia azzurra. 

Bisogna quindi aspettare il decennio successivo per vedere nascere la stella di Enrico Albertosi. Il toscano ha una carriera lunghissima, iniziata ad appena diciott'anni nello Spezia e terminata ad alti livelli a quarantuno con la maglia del Milan. Nel mezzo, un'avventura con la nazionale che lo porta a essere convocato per ben quattro campionati del mondo, il primo nel 1962 e l'ultimo nel 1974. Albertosi si prende la porta azzurra definitivamente nel 1965, mentre è ancora un calciatore della Fiorentina. Nella fase finale degli europei del 1968 un infortunio lo costringe a lasciare il posto a Dino Zoff, ma “Ricky” ottiene comunque la sua medaglia da campione d’Europa. Nel 1970, complice il clamoroso scudetto vinto con il Cagliari, Albertosi si riprende il suo posto tra i pali, sfiorando il titolo iridato, perso solo in finale contro il Brasile di Pelé. 

Dopo il mondiale 1970, il titolare della nazionale diventa Dino Zoff.

Dinomito esordisce relativamente tardi in azzurro, considerando che la sua prima convocazione risale proprio al 1968, quando il friulano ha già 26 anni. L'infortunio di Albertosi prima della fase finale degli Europei gli permette di giocare le partite decisive e di essere il portiere titolare della squadra che si aggiudica il titolo continentale nella finale contro la Jugoslavia.

Nel 1973, Zoff stabilisce un primato di imbattibilità in nazionale di 1142 minuti, battuto solamente nel 2021 da Donnarumma. Nello stesso anno, dopo le ottime prestazioni in Italia e in Europa con la Juventus, arriva addirittura secondo al Pallone d’Oro, dietro solamente a Johann Cruijff.

Zoff contro Pelè!

Dopo i mondiali del 1974 diventa capitano e in tale vece disputa anche quelli del 1978, in cui, causa alcune reti subite dalla distanza, qualcuno lo dà per finito. Grandissimo errore, perché Zoff si rifà quattro anni dopo, a quarant'anni, sollevando da protagonista la terza coppa del mondo della storia azzurra.

Zenga, Pagliuca e Peruzzi

Terminata la lunga parentesi di Dinomito, i pali della nazionale se li prendono diversi portieri. Quello più celebre dell'otto è certamente Walter Zenga, per tutti l'Uomo Ragno, titolare sia agli europei del 1988 che ai mondiali casalinghi del 1990. Purtroppo per lui, però, Zenga resta nella leggenda per l'uscita in semifinale contro l'Argentina che permette a Caniggia di segnare e pareggiare una partita che poi gli azzurri perderanno ai calci di rigore.

L'uscita a vuoto di Zenga!

Dopo Zenga, il portiere titolare della nazionale diventa Gianluca Pagliuca, che si gioca la finale dei mondiali 1994 nonostante un'espulsione nella fase a gironi avesse costretto Sacchi a schierare Marchegiani nelle partite precedenti.

Pagliuca gioca anche i mondiali del 98, perché Peruzzi, che aveva preso il suo posto a Euro 96, si infortuna. Per inciso, per il portiere viterbese quella è l'unica competizione internazionale giocata da titolare nella sua carriera in nazionale.  

I riflettori a Euro 2000 invece toccano a Francesco Toldo, che si ritrova catapultato tra i pali per l'infortunio di Buffon. L'estremo difensore, all'epoca alla Fiorentina, non fa certamente rimpiangere Super Gigi, visto che trascina, a sorprese anche per scommesse italiano, letteralmente gli azzurri alla finale, poi persa contro la Francia, soprattutto con la sua leggendaria prestazione contro l'Olanda, in cui affronta tra partita e lotteria dei rigori ben sei penalty, subendo solo una rete.

L'era Buffon

Dopo la sfortuna, però, è il momento di Gianluigi Buffon, che per un ventennio buono è non solo il titolare indiscusso della nazionale italiana, ma anche uno tra i portieri più forti del mondo. Il palmares del toscano parla da sé, tra titoli vinti con la Juventus, una Coppa UEFA sollevata con la maglia del Parma e soprattutto il mondiale del 2006 vinto da protagonista.

Quell'anno il Pallone d'Oro finisce a Fabio Cannavaro, ma se la giuria di France Football avesse deciso di premiare il portiere nessuno avrebbe avuto nulla da ridire, viste le parate pazzesche durante il torneo.

Basterebbe pensare che gli unici calciatori in grado di segnare all'estremo difensore azzurro in quel mondiale sono Zidane sul calcio di rigore e…Zaccardo con un'autorete che passa alla storia. Buffon, che in carriera ha giocato cinque mondiali (1998, 2002, 2006, 2010, 2014) è anche il primatista di presenze con la maglia della nazionale, ben 176, nonché il calciatore azzurro con più presenze da capitano (80).

Il volo di Buffon a Berlino!

La sua carriera, lunghissima e pluridecorata, chiude…la porta a un paio di generazioni di portieri italiani, che cercano di imporsi, ma quando si tratta di giocare in nazionale si trovano sempre davanti Super Gigi.

Donnarumma ed i rigori

Finché non arriva un altro Gianluigi, che di cognome fa Donnarumma. Il ragazzo prodigio cresciuto nelle giovanili del Milan esordisce in nazionale nel 2016 ad appena 17 anni, proprio come aveva fatto due decenni prima Buffon, a cui viene spesso paragonato e di cui prende il posto all’esordio. Dopo la delusione per la mancata qualificazione a Russia 2018, il nuovo CT Roberto Mancini promuove Donnarumma titolare e il portiere diventa uno dei punti fermi della nuova e giovane nazionale azzurra.

Donnarumma imbattibile ai rigori!

Le sue prestazioni a Euro 2020, in particolare quelle ai calci di rigore contro la Spagna in semifinale e contro l'Inghilterra in finale, sono fondamentali per il secondo titolo continentale degli azzurri e gli valgono da favorito per le scommesse calcio il premio Jašin, il corrispettivo del Pallone d'Oro per i portieri.

I portieri alle spalle di Gigio

Considerando che Donnarumma è un classe 1999, il "rischio" è che anche lui, come Buffon, apre una parentesi molto lunga tra i pali della nazionale. E nonostante dispiaccia per i tanti giovani di valore che arriveranno, quando davanti si ha uno così, è davvero difficile togliere il posto.

Non che qualcuno non ci stia provando, perchè nel giro della nazionale ci sono comunque altri estremi difensori che vogliono…fare le scarpe a Super Gigio. Quello con le credenziali migliori è certamente Alex Meret, che si è finalmente preso il Napoli e che ha dimostrato che tutto quello che si diceva di lui già dai tempi delle giovanili era vero.

Meret in Champions contro il Liverpool

Per lui finora sono arrivate una manciata di presenze, ma Mancini sa che in caso di problemi per Donnarumma ha un dodicesimo più che affidabile, che può essere anche un numero 1.

Dietro Meret scalpitano altri portieri che si stanno mettendo in luce in Serie A, come Ivan Provedel, Wladimiro Falcone e Marco Carnesecchi. Il biancoceleste è il più esperto dei tre, ma ha ricevuto la convocazione di Mancini per le partite contro Inghilterra e Malta, prima di dover rinunciare per problemi fisici.

Prima chiamata invece per l’estremo difensore del Lecce (ma di proprietà della Sampdoria) dopo la buona stagione nella massima serie con la maglia giallorossa.

Al posto di Provedel poi convocazione per il portiere della Cremonese (anche lui in prestito, stavolta dall’Atalanta), che comincia a essere troppo…vecchio per l’Under-21 e vuole prendersi la maglia numero 1 anche tra i grandi…

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. Prima pubblicazione 18 marzo 2022.
 

March 22, 2023

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

Ermanno Pansa
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Vincere la Coppa del Mondo di calcio è certamente un'impresa molto complicata, al punto che solamente otto nazionali (Uruguay, Italia, Germania, Brasile, Inghilterra, Argentina, Francia e Spagna) ci sono riuscite nella storia quasi centenaria del trofeo. Ma per moltissime altre nazioni è difficile anche riuscire a qualificarsi ai mondiali.

Il meccanismo per gli spareggi 2022

Il caso Henry

L'Uruguay in Giordania

Argentina - Australia per il Mondiale americano

Storicamente, i posti in palio non sono mai stati moltissimi e solo con le ultime aperture, che hanno portato le partecipanti a 32 e che le porteranno a 48, alcune zone del mondo hanno cominciato ad avere un buon numero di rappresentanti. Ogni confederazione organizza le sue qualificazioni, ma non è detto che alla fine dei gironi si sappia alla perfezione chi parteciperà ai mondiali successivi. In alcuni casi infatti è previsto che ci siano degli spareggi, a volte tra squadre della stessa confederazione, ma anche intercontinentali.

Il meccanismo per gli spareggi 2022

La situazione per Qatar 2022 da questo punto di vista è parecchio ingarbugliata. La UEFA e la CAF sono le uniche due confederazioni in cui le squadre che si affronteranno negli spareggi arrivano dallo stesso continente. Nel caso della UEFA ci sono tre piccole Final Four in cui 12 squadre (compresa l'Italia) si giocano i tre posti rimanenti, visto che gli altri 10 sono andati alle nazionali che hanno vinto il proprio girone.

A prendere parte ai play-off sono le 10 seconde dei gironi e due vincitrici dei gironi di Nations League che non si sono già qualificate. Per quanto riguarda l'Africa, 10 gironi da quattro squadre decreteranno altrettante selezioni che si giocheranno i cinque posti a disposizione in sfide andata e ritorno.

Discorso diverso per le altre quattro confederazioni. In Sudamerica passano le prime quattro del girone, mentre la quinta dovrà giocarsi il play-off intercontinentale contro una squadra asiatica.

Per decidere chi affronterà la quinta sudamericana bisognerà poi attendere che le terze classificate dei due gironi che stabiliscono le quattro asiatiche al mondiale si affrontino tra di loro. In America del Nord è invece previsto un girone finale a otto squadre, con le prime tre che si qualificano e la quarta che va ad affrontare la vincente delle qualificazioni dell'Oceania per l'ultimo posto a disposizione.

Il caso Henry

Le formule per le qualificazioni cambiano di edizione in edizione, ma c'è quasi sempre la necessità dello spareggio. In Europa ormai è un'istituzione, come dimostrano le qualificazioni a Russia 2018. Una situazione che ricordiamo bene, visto che la sconfitta con la Svezia a sorpresa per le scommesse Italia nel novembre 2017 è costata agli azzurri la partecipazione alla Coppa del Mondo.

Gli spareggi hanno anche permesso alla Croazia (che ha battuto la Grecia) di staccare il biglietto per il torneo e di cominciare la sua cavalcata terminata solamente con la sconfitta in finale. Nel 2014 la Francia ha rischiato seriamente l'esclusione dal mondiale brasiliano.

Nello spareggio contro l'Ucraina i transalpini hanno perso l’andata per 2-0, salvo poi vincere 3-0 al ritorno in casa e assicurarsi un posto. Anche nel 2010 la Francia se l'è vista brutta e c'è voluto un doppio spareggio con l'Irlanda, con polemiche infinite per un fallo di mano di Henry nell’azione del gol decisivo, per qualificarsi per il Sudafrica.

Il caso Henry!

Nel 2002 passa per gli spareggi anche la Germania, che batte l'Ucraina e che in Giappone e Corea del Sud arriverà addirittura seconda. E per staccare il biglietto per Francia 1998 all’Italia tocca avere la meglio sulla Russia.

L'Uruguay in Giordania

Se gli spareggi europei sono solitamente abbastanza equilibrati, non si può dire lo spesso quando si affrontano squadre di due confederazioni diverse. Nel corso dei decenni è anche avvenuto che squadre del Vecchio Continente affrontassero selezioni provenienti da zone in cui il calcio non si era del tutto sviluppato.

E anche ora che la UEFA non partecipa ai play-off interzona, restano comunque casi di match assolutamente squilibrati, come quelli tra Uruguay e Giordania e Messico e Nuova Zelanda per la qualificazione ai mondiali del 2014. In quel caso i sudamericani hanno vinto 0-5, risultato "altro" per il calcio scommesse, in Giordania e pareggiato comodamente in casa, mentre i messicani hanno fatto cinque gol ai neozelandesi all’Azteca e quattro a domicilio. Non che all'Uruguay sia andata sempre bene.

Cavani contro la Giordania!

L'ultima assenza della Celeste ai mondiali (in attesa di sapere come finiranno le qualificazioni per quelli 2022) è datata 2006 e deriva dallo spareggio intercontinentale perso ai calci di rigore contro l'Australia, che all'epoca faceva ancora parte della confederazione dell’Oceania, prima di passare a quella asiatica.

Argentina - Australia per il Mondiale americano

Nel 1994 persino a una big del calcio sudamericano come l'Argentina, vice campione in carica, tocca qualificarsi attraverso il play-off intercontinentale. Di fronte l’Albiceleste si trova la solita Australia, che rende la vita assai complicata agli uomini di Basile, costretti a rischiare parecchio nel ritorno in casa, dopo aver pareggiato per 1-1 in Oceania. 

Argentina - Australia

Negli anni Settanta, poi, lo spareggio intercontinentale vedeva di fronte una squadra europea e una sudamericana. E le qualificazioni ai mondiali in Germania Ovest del 1974 raccontano una delle storie più celebri di quei tempi. Il play-off si gioca tra l’Unione Sovietica e il Cile, giusto qualche settimana dopo il golpe di Pinochet nel paese sudamericano.

L'andata a Mosca si disputa regolarmente e termina 0-0. I sovietici però si rifiutano di giocare il ritorno all’Estadio Nacional de Chile di Santiago, perchè l'impianto veniva utilizzato come campo di tortura per gli oppositori politici. Ne nasce una controversia internazionale, con i sovietici che chiedono di disputare la partita di ritorno in campo neutro. La FIFA però si oppone, perché l'andata si è giocata regolarmente sul terreno di gioco di una delle due squadre.

La nazionale dell’URSS non si presenta dunque in campo e il match termina dopo pochi secondi, giusto il tempo per i cileni di segnare una rete simbolica contro un avversario inesistente e di gioire per la qualificazione ottenuta a tavolino.

Un altro caso particolarmente rilevante è quello dello spareggio per un posto al mondiale del 1958. In teoria dovrebbero giocare una squadra africana e una asiatica, ma la rappresentate della CAF, il Sudan, si rifiuta di giocare contro Israele.

Che però non riceve la qualificazione diretta, ma è costretto ad affrontare una delle seconde dei gironi europei (tra cui c’è anche l’Italia, eliminata dall’Irlanda del Nord) in un match di andata e ritorno. All’inizio viene sorteggiato il Belgio, ma anche i Diavoli Rossi si rifiutano di giocare. E alla fine tocca al Galles, che invece non solo gioca ma vince anche (2-0 all’andata e anche al ritorno), guadagnandosi la sua prima qualificazione. E rappresentando l’unico caso in cui allo spareggio è passata una squadra…che neanche doveva esserci!
 

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. 

March 18, 2022

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Tra le cose che segnano inequivocabilmente l’arrivo della primavera ci sono il ritorno degli uccelli migratori, l’allungamento delle giornate e…la Milano-Sanremo. La classica del ciclismo italiano si svolge infatti da ormai oltre ottant’anni nella settimana della festa del papà ed è per questo conosciuta proprio come Classica di Primavera.

Il percorso della corsa

L'albo d'oro della Classica di Primavera

La Milano-Sanremo negli anni Ottanta

Nibali ed i successi italiani

Tutti i record della Milano Sanremo

L’edizione 2022, poi, coinciderà proprio con la data scelta nel 1937 come giorno di disputa della gara, prima che si passasse a correre il sabato o la domenica più vicino. 

Il percorso della corsa

La corsa in linea più celebre e più lunga d’Italia ha una storia lunga e importante, cominciata nel 1907 e passata quasi indenne attraverso due conflitti mondiali.

L’edizione 2022 sarà infatti la numero 112, perché da quando è stata fondata la Milano-Sanremo non si è svolta in sole tre occasioni: nel 1916, nel 1944 e nel 1945. Ma persino negli altri anni di guerra, i ciclisti sono scesi sulle strade che collegano il capoluogo lombardo con la cittadina ligure. Il percorso, a differenza delle altre classiche, è rimasto quasi del tutto invariato dai primi anni del secolo scorso a oggi.

Matthew Goss vince in volata!

Nei circa 300 chilometri da percorrere, l’insidia maggiore dal punto di vista della pendenza è il Passo del Turchino, che però è abbastanza lontano (si scavalla prima di metà gara) dal traguardo di Sanremo per risultare decisivo come accadeva nei primi decenni di storia della corsa.

Dunque, le azioni che possono cambiare la gara e decidere le relative scommesse sportive sono più probabili sulla Cipressa o sul Poggio, a pochi chilometri dall’arrivo su via Roma, ma di recente è molto più frequente vedere l’arrivo in volata di un gruppo compatto.
 

L'albo d'oro della Classica di Primavera

L’albo d’oro della Milano-Sanremo racconta di vere e proprie fasi nella storia della Classica di Primavera. I primi anni hanno visto affermarsi francesi e belgi, con la prima vittoria tricolore datata 1909 grazie a Luigi Ganna. Poi, il periodo delle due guerre e gli anni successivi hanno visto una striscia quasi continua di vittorie di ciclisti italiani.

Tutti i grandi campioni degli anni Venti, Trenta e Quaranta hanno lasciato il loro segno sulla competizione, a partire da Costante Girardengo, vero dominatore per quasi un decennio, passando al Alfredo Binda e Learco Guerra, per terminare con la leggendaria coppia composta da Gino Bartali e Fausto Coppi. Basterebbe pensare che dal 1914 al 1953, le edizioni che non hanno visto trionfare un italiano sono solamente due, quella del 1935 (con il belga Demuysere) e quella del 1951 (vinta dal francese Bobet).
 
Terminata l’era d’oro del ciclismo italiano, però, per gli azzurri è diventato sempre più complicato affermarsi nella classica che apre la stagione delle grandi corse. Per vedere il primo italiano vincere dopo Loretto Petrucci nel 1953, bisognerà attendere il 1970 con Michele Dancelli, ma è un fuoco di paglia, così come il trionfo di Felice Gimondi.

Gli anni che vanno dal 1954 al 1980 sono quelli del dominio dei belgi (con Merckx, ma anche De Vlaeminck, Van Looy e molti altri) e per un breve periodo dei francesi (Privat, Poulidor e Groussard), con qualche inserimento spagnolo, tedesco, olandese, più la prima vittoria britannica, quella di Simpson nel 1964.
 

La Milano-Sanremo negli anni Ottanta

A ridare un po’ di sprint al ciclismo italiano nella Milano-Sanremo ci pensano gli anni Ottanta, in cui si impongono Pierino Gavazzi (1980), Giuseppe Saronni (1983, dopo tre tentativi consecutivi terminati al secondo posto tra 1978 e 1980) e Francesco Moser. Le altre vittorie sono perlopiù francesi, con il bis di Fignon a fine decennio.

Gli anni Novanta sono invece un testa a testa tra Italia e Germania. Gli azzurri calano cinque vittorie con Gianni Bugno (1990), Claudio Chiappucci (1991), Maurizio Fondriest (1993), Giorgio Furlan (1994) e Gabriele Colombo (1996), mentre i teutonici calano il loro asso nazionale nella Classic di Primavera, quell’Erik Zabel capace di imporsi ben quattro volte tra 1997 e 2001, arrivando anche secondo nel 1999 e nel 2004.
 
A un quinquennio di successi (Mario Cipollini nel 2002, Paolo Bettini nel 2003, Alessandro Petacchi nel 2005 e Filippo Pozzato nel 2006) hanno fatto seguito anche anni complicati per i ciclisti italiani, segnati dalle tre vittorie dello spagnolo Oscar Freire, da quelle di tedeschi come Ciolek e Degenkolb, degli australiani Goss e Gerrans, dei francesi Demare e Alaphilppe e dei soliti belgi, che con Van Aert e Stuyven hanno vinto le ultime due edizioni.

Simon Gerrans vince!

Nibali ed i successi italiani

L’ultimo trionfo italiano è dunque datato 2018, con Vincenzo Nibali. Dall’albo d’oro più recente, si evince poi un dato perlomeno particolare: strano a dirsi, ma il signore del ciclismo su strada degli anni dieci, lo slovacco Peter Sagan, non è mai riuscito a sfilare sul traguardo di via Roma con le braccia alzate.

Il tre volte campione del mondo è arrivato soltanto due volte secondo da favorito per le scommesse ciclismo, nel 2013 dietro a Ciolek e nel 2017 dietro al polacco Kwiatkowski.
 

Vincenzo Nibali nel 2018

Tutti i record della Milano Sanremo

Il plurivincitore per eccellenza è dunque il belga Eddy Merckx, che ha portato a casa sette successi (1966, 1967, 1969, 1971, 1972, 1975 e 1976), seguito da Costante Girardengo, che non solo ha vinto sei volte (1918, 1921, 1923, 1925, 1926 e 1928), ma tra 1917 e 1926 è arrivato per ben dieci volte consecutive sul podio. A quattro trionfi ci sono Gino Bartali (1939, 1940, 1947 e 1950) ed Erik Zabel( 1997, 1998, 2000 e 2001), a tre spuntano Fausto Coppi (1946, 1948 e 1949), Roger De Vlaeminck (1973, 1978 e 1979) e Óscar Freire (2004, 2007 e 2010).

Sette, infine, quelli capaci di imporsi in due edizioni: Gaetano Belloni, Alfredo Binda, Giuseppe Olmo, Loretto Petrucci, Miguel Poblet, Laurent Fignon e Sean Kelly. Per quanto riguarda le vittorie per nazione, l’Italia prende quasi la metà degli allori (51), seguita dal Belgio (22) e dalla Francia (14). Giù dal podio Germania (7), Spagna (5), Paesi Bassi (3), Australia, Irlanda, Regno Unito, Svizzera (tutte a 2), Norvegia e Polonia (con una sola vittoria).

E nel 2022, come andrà? Visto l’inizio di stagione, facile prevedere che la Classica di Primavera quest’anno possa essere una sfida a due, con lo sloveno Tadej Pogačar in forma smagliante, ma insediato dal belga Wout Van Aert, già vincitore nel 2020 e secondo nel 2021, e più adatto alle corse in linea del due volte vincitore del Tour.

Ma di certo, comunque vada, la primavera del ciclismo mondiale parte dal centro di Milano e finisce nel cuore di Sanremo…

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo. 

March 18, 2022

Di Ermanno Pansa

Ermanno Pansa
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Ermanno è un grande appassionato di sport, in particolare del calcio, vissuto a 360°: come professionista e come tifoso. Ha seguito tutte le fasi finali delle manifestazioni internazionali degli ultimi 15 anni, Mondiali ed Europei.

Amante degli incontri ricchi di gol, collabora quotidianamente con il blog di 888sport, per il quale rappresenta una costante fonte di idee.

 

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Il fascino del ciclismo si avverte soprattutto durante i grandi giri, ma anche le corse in linea rappresentano la storia, anzi, la leggenda di questa disciplina.

Hulk Sagat

Il primo titolo Mondiale nel 2015

Sagat tra classiche e grandi giri

Il contratto di Sagan con la Team TotalEnergies

Le sponsorizzazioni di Peter Sagan

E tra i migliori degli ultimi decenni, ma forse anche di sempre, quando si parla di gare da un solo giorno, ci è entrato di prepotenza uno slovacco classe 1990.

Hulk Sagat

Peter Sagan, che in molti chiamano Tourminator o persino Hulk, è stato ed è tuttora uno dei grandi protagonisti del ciclismo mondiale, nonché uno di quelli che nella sua generazione ha il palmares più importante. In tredici anni di carriera da professionista, Sagan ha portato a casa per tre volte il titolo di campione del mondo, una volta quello Europeo, un’edizione della E3 Harelbeke, ben tre della Gand-Wevelgem, una del Giro delle Fiandre e una della Parigi-Roubaix.

Nei grandi giri non ha mai lottato per la vittoria, ma non vuol dire che lo slovacco non sia stato protagonista, considerando che ha vinto dodici tappe e sette volte la classifica a punti al Tour de France, quattro tappe alla Vuelta a España e due al Giro d’Italia, con tanto di maglia ciclamino in un’occasione. E, tanto per non farsi mancare nulla, anche una classifica finale dell'UCI World Tour.

Insomma, nelle corse in linea sempre meglio tenere d’occhio Sagan, considerando che allo slovacco non manca davvero nulla per essere pericoloso in ogni tipologia di percorso. Forte sul passo, potente in volata e soprattutto con la capacità di partire a pochi chilometri dal traguardo per azioni in solitaria, il tre volte campione del mondo ha dominato a lungo la scena delle classiche.

Il primo titolo Mondiale nel 2015

Il suo primato principale però è quello di aver vinto, primo nella storia di questo meraviglioso sport, tre titoli mondiali consecutivi, tra 2015 e 2017. Il primo trionfo, quello di Richmond negli Stati Uniti arriva da grande favorito per le scommesse ciclismo e nonostante la presenza di soli due compagni di nazionale. Il tracciato molto pianeggiante permette a Sagan prima di controllare gli avversari e poi di lanciare il suo classico attacco proprio allo striscione dei tre chilometri.

Con la medaglia del primo titolo iridato!

L’anno successivo lo slovacco si tiene stretta la maglia arcobaleno a Doha, in Qatar, andando a vincere la corsa iniziata nel deserto con una volata di forza pura. Anche il tris, quello di Bergen in Norvegia, che gli permette di raggiungere Alfredo Binda, Rik Van Steenbergen, Eddy Merckx e Óscar Freire nell’Olimpo dei tre volte vincitori (ma di superarli in con il tris consecutivi), arriva in volata, ma stavolta dopo aver dovuto rispondere all’attacco di Alaphilippe.

Sono questi gli anni migliori di Sagan, che fino al primo mondiale (quello del 2015) era spesso preso in giro per la sua capacità di… piazzarsi piuttosto che di vincere. Basterebbe pensare che fino a quel momento era arrivato una volta secondo e due quarto alla Milano-Sanremo, una volta secondo, una quarto e una quinto al Giro delle Fiandre e una volta sesto alla Parigi-Roubaix.

Sagat tra classiche e grandi giri

La Milano-Sanremo resta una delle delle classiche monumento che gli è sempre sfuggita, considerando che anche negli anni successivi è arrivato di nuovo una volta secondo e ben tre volte consecutive quarto. È andata meglio nelle altre (Fiandre vinto nel 2016, Rubaix nel 2018), ma anche nelle altre classiche del pavé, in cui si è sempre dimostrato uno dei migliori.

Per non parlare dei campionati nazionali slovacchi, praticamente monopolizzati dalla famiglia Sagan: dal 2011 se li è aggiudicati sette volte Peter e le restanti quattro suo fratello Juraj, due delle quali proprio davanti al tre volte campione del mondo.

Più complicato il rapporto con i grandi giri, se non altro perché per caratteristiche per Sagan è quasi impossibile lottare per la vittoria finale. In compenso, dal 2012 in poi, lo slovacco si è presentato eccome al via del Tour de France, arrivando per ben sette volte tra 2012 e 2019 in maglia verde, ovvero quella che spetta al corridore che ha fatto più punti.

Un tifoso incoraggia Sagat!

L'unica edizione in cui non ci è riuscito in quel periodo è quella del 2017, in cui è stato addirittura squalificato perché ritenuto responsabile dell'incidente che ha spedito uno dei suoi grandi rivali, Cavendish, sulle transenne durante una volata. Dopo le tante vittorie al Tour, lo slovacco ha tentato anche di fare sua la maglia ciclamino al Giro d’Italia, riuscendoci nella sua seconda partecipazione, quella del 2021.

Il contratto di Sagan con la Team TotalEnergies

Non stupisce dunque, viste le vittorie e la fama internazionale, che Sagan sia uno dei ciclisti più pagati al mondo. Lo slovacco per il 2022, in cui correrà con la maglia del Team TotalEnergies, percepirà 5,5 milioni di euro, una cifra superiore ai 5 milioni che gli versava la Bora-Hansgrohe, che negli ultimi anni lo hanno reso il più pagato del Tour UCI, oltre l'opzione migliore per le scommesse live nelle volate!

Cosa che non avverrà per la stagione in corso, visto che la UAE Emirates ha rinnovato il contratto del due volte vincitore del Tour de France Tadej Pogačar a 6 milioni a stagione. Ma non di solo stipendio vivono i ciclisti e per quanto riguarda l'appeal nei confronti degli sponsor, è decisamente il caso di dire che Sagan…stacca tutti gli avversari.

Un arrivo in volata!

Lo slovacco, dato il suo carattere particolarmente esuberante e una certa tendenza a diventare uno showman quando si trova davanti una telecamera, è certamente il ciclista più ricercato dalle aziende quando si tratta di sponsorizzare un proprio prodotto. 

Le sponsorizzazioni di Peter Sagan

A partire da quelli tecnici, perché non è un caso che il partner per le biciclette della sua nuova squadra sia la Specialized, che da anni fornisce le sue creature allo slovacco. Anche gli sponsor dei suoi team lo hanno spesso utilizzato come figura principale degli spot ed ecco perché negli ultimi anni Sagan si è spesso trovato in cucina (prodotte dalla Bora) o sotto la doccia, ottenendo persino un soffione personalizzato venduto dalla Hansgrohe.

E poi, visto che si parla di un personaggio davvero virale, anche i social fanno la loro parte. Uno dei classici video in cui Sagan…fa Sagan, può arrivare a valere fino a 330mila dollari, ma è oro colato per le aziende, considerando che tra i quasi 2 milioni di follower su Instagram e tutti i quotidiani sportivi, che fanno a gara per mostrare le imprese del campione slovacco, chissà quante persone potranno vedere la clip in questione.

Infine, ci sono anche possibilità per il futuro: vista la naturalezza con cui si pone davanti alla telecamera, Sagan ha spesso spiegato che potrebbe intraprendere la carriera di attore. Considerando che parla parecchie lingue e che la presenza scenica non gli manca, sarebbe capace di diventare…campione del mondo anche sul piccolo e sul grande schermo!

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da AP Photo.

March 18, 2022
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Francesco vive di sport, di storia e di storie di sport. Dai Giochi Olimpici antichi a quelli moderni, dalle corse dei carri a Bisanzio all'Olanda di Cruijff, se c'è competizione o si tiene un punteggio, lui si appassiona sempre e spesso e volentieri ne scrive.

Francesco Cavallini
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